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venerdì 5 marzo 2021

SANREMO 2021: SERATA COVER QUASI OFFENSIVA NELL'IMPOSTAZIONE. NON MANCANO LE REINTERPRETAZIONI ORIGINALI, MA NELLE VOTAZIONI PREVALE IL CONFORMISMO

 Dicono che noi "Sanremo-fanatici" siamo disposti ad accettare tutto, proprio tutto, del Festival. Beh, sapete, non è mica vero. Perché una serata come quella di ieri, ad esempio, è qualcosa di molto vicino ad un'offesa, tanto più grave nei confronti di chi Sanremo lo segue e lo ama con passione praticamente da quando ha l'età della ragione. Parlo soprattutto della struttura dello spettacolo (ma non solo, come vedremo): quasi cinque ore e mezza di trasmissione per la puntata meno importante e significativa dell'edizione rasentano la follia. Una decina di concorrenti lasciati nell'ultimissimo segmento, fino alle soglie delle due di notte, sono una mancanza di rispetto verso tutti, spettatori e artisti. 

SCALETTA CONCETTUALMENTE SBAGLIATA - Chi mi conosce sa che guardo con grandissimo interesse al passato, facendone perfino oggetto di studio, come nel caso delle mie ricerche sulla storia della manifestazione canora più amata e popolare, ma non sono un nostalgico, tutt'altro. Penso semplicemente che si debba trarre il meglio dai tempi che ci siamo lasciati alle spalle, e ciò vale anche per Sanremo. Era estremamente funzionale, sul piano della resa televisiva e dei risultati di audience, il meccanismo degli anni Ottanta, che prevedeva di inserire gli elementi extra - competizione nella seconda parte dello show, perlomeno gran parte di essi (certo se ti trovavi fra le mani un Paul McCartney, come nell'88, era giusto riservargli un posto di riguardo in scaletta). In una serata riempita dalla gara (o meglio, pseudogara) come quella di poche ore fa, intermezzi evitabili come quelli di Valeria Fabrizi e del duetto Ibra-Mihajlovic, per tacere del taglio di baffi (con ferita annessa) di Amadeus a Fiorello, non si potevano mettere in coda a tutto il "mappazzone"? Date retta: ne avrebbe guadagnato la qualità dello spettacolo, per non parlare dei nervi di noi poveri spettatori inermi. Brutto segno quando anche un irriducibile come me, abituato al più rigoroso "festival minuto per minuto", sprofonda a più riprese nel sonno, vedendosi poi costretto a recuperare le esibizioni perdute sulle piattaforme video web. 

CAMBIARE LA TERZA SERATA - Rimane poi il difetto di fondo di un pezzo di format festivaliero che nasce come serata evento e che qualche volta, in passato, ha saputo essere un happening grazie a una felice miscela di ospiti illustri e performance ben cesellate, ma che, in generale, è qualcosa di fondamentalmente debole, un corpo estraneo che aggiunge poco o nulla al prodotto Sanremo e anzi, spesso, sottrae. La ripetitività del modello l'avevo già, oltretutto, più volte sottolineata negli anni addietro: cover e celebrazioni della canzone d'autore e della storia della musica italiana o della stessa rassegna ligure, cose viste e riviste, trite e ritrite. La terza serata andrebbe ripensata in toto: magari cominciando a posticiparla di 24 ore, perché ad esempio secondo me non ha senso che per due sere-notti consecutive, venerdì e sabato, si debbano riascoltare le medesime canzoni nuove dei Big. 

Ieri, in chiusura di commento, ho buttato lì l'idea di rimanere nel filone nostalgia, ma con gli interpreti e le opere originali: invece di gettare nel calderone le Cinquetti, le Marcella e i Leali di turno, quasi spersi nel mare magnum di maratone tv elefantiache, perché non costruire loro addosso un evento ad hoc, una puntata a tema, nella quale magari inserire anche la finale dei Giovani, i quali certo si gioverebbero dall'essere affiancati da nomi-totem amatissimi dal pubblico più maturo di  Rai 1? Questa potrebbe essere un'idea: un'altra potrebbe essere il ripescaggio dei duetti con reinterpretazione dei pezzi in concorso, che in diverse edizioni di questo secolo hanno proposto rivisitazioni interessanti e versioni alternative degne di nota. 

CHE C'ENTRANO LE COVER CON LA GARA DI BRANI NUOVI? - Tutto questo, sorvolando sul vero grande punto interrogativo della serata cover: il fatto che vada a incidere sulla graduatoria generale del concorso di inediti. Si possono trovare tutte le giustificazioni possibili, dire che è importante valutare le capacità interpretative degli artisti alle prese con composizioni di altri, ma Sanremo è una tenzone di canzoni nuove, e la conclusione è che si continua a mischiare pere con mele e a inquinare il verdetto finale di sabato. Per dire, i capiclassifica Annalisa ed Ermal Meta hanno avuto gioco facile, puntando su cover fin troppo sicure (rispettivamente "La musica è finita" e "Caruso", vedi te che fantasia), proponendole con misura e con sostanziale aderenza all'originale, fatto salvo l'apprezzabile arrangiamento di Federico Poggipollini per il pezzo della Vanoni, sicuramente un valore aggiunto. Così, hanno consolidato le loro posizioni di vertice e si apprestano ad affrontare le tre votazioni decisive partendo da un piedistallo non del tutto meritato, se guardiamo esclusivamente alle canzoni... di loro proprietà, quelle selezionate da Amadeus. Stesso discorso applicabile anche a "Quando", in cui Arisa si è avvalsa della presenza magari tecnicamente non ineccepibile, ma indubbiamente intensa e sofferta, di un Michele Bravi che spero di ritrovare presto in competizione in Riviera.

IRAMA. MANESKIN, GAIA E FULMINACCI OK - Insomma, l'ennesima occasione perduta. Peccato perché, quest'anno, si era intravisto un minimo di coraggio in più nella scelta degli evergreen, o presunti tali, da rielaborare per il palco dell'Ariston. Avrebbero meritato maggior considerazione la rispettosa interpretazione di "Cyrano" da parte di Irama (con tanto di intro di Guccini, una perla destinata a rimanere un unicum nella storia della manifestazione), lo sfacciato e irriverente vestito rock che i Maneskin e Manuel Agnelli hanno fatto indossare ad "Amandoti" dei CCCP, il "Penso positivo" di Fulminacci valorizzato dalla tromba di Roy Paci e, soprattutto, dalla rilettura in chiave surreal-ironica di Valerio Lundini, la struggente e sensuale atmosfera che Gaia e Lous and the Yakuza hanno saputo creare per "Mi sono innamorato di te". 

MADAME, ORIETTA E STATO SOCIALE SU, BUGO GIU' - La voce delle Deva (rivista sul palco Laura Bono, sfortunata vincitrice fra i Giovani nel 2005) si è sposata come meglio non poteva con quella di Oriettona Berti, facendole fare un balzo in classifica grazie a "Io che amo solo te", "Giudizi universali" è stata soprattutto una performance di Samuele Bersani alla quale poco o nulla ha aggiunto Willie Peyote. Di Madame rimarchevole la citazione del famoso sketch in un'aula scolastica con cui Celentano lanciò "Prisencolinensinainciusol" in tv; fin troppo rigorosa, pur se efficace, la rilettura di "Del mondo" dei CSI da parte di Gazzè e Silvestri, i Rappresentante di Lista hanno ben riarrangiato "Splendido splendente", ma l'apporto di Rettore è stato pressoché impalpabile, mentre da promuovere gli Stato Sociale, che se non altro hanno colto l'occasione per parlare della situazione di grave sofferenza del mondo sello spettacolo, ben appoggiati da Francesco Pannofino ed Emanuela Fanelli, e magari solo per questo avrebbero meritato una più degna collocazione in scaletta. Menzione d'onore per lo scanzonato medley da festa di piazza degli Extraliscio con Peter Pichler, meno per il fanciullesco pout pourri di Fedez e Michielin e per la mediocre, se non peggio, versione di "Un'avventura" offerta da Bugo e dai Pinguini. 

Tutto il resto è già passato nel dimenticatoio, ma il dramma è che anche il poco di meritevole verrà presto spazzato via, anche perché, verosimilmente, non finirà in alcuna incisione, e non so quanti, fra mesi o anni, andranno a ricercare queste esibizioni su Rai Play e dintorni. Insomma, il caso della cover di "Se telefonando" by Nek, divenuta successo commerciale, continua a rimanere più unico che raro, e stiamo parlando di un episodio di sei anni fa. Anche questo è un motivo, uno dei tanti, per porre energicamente mano a un deciso rimodellamento di questa serata-corpo estraneo. Ricaricate le pile e schiacciato un pisolino, siamo dunque pronti a rituffarci nel vero Sanremone, l'unico che conta, quello della gara. E sono sicuro che già da questa sera cominceranno ad emergere le qualità di brani dal livello tutt'altro che malvagio. 

domenica 17 febbraio 2013

SANREMO 2013: IL... PAGELLONE DEL FESTIVALONE

                                   Daniele Silvestri: suo uno dei migliori testi dei Big

Chiudiamo (per il momento) l'annuale, piacevole parentesi sanremese con l'inevitabile "pagellone" dei brani portati in finale dai quattordici Big, qui elencati seguendo l'ordine della classifica finale della gara. 
L'ESSENZIALE - Marco Mengoni: brano che profuma di contemporaneità pur rimanendo nel solco della tradizione melodica all'italiana. Poesia d'amore moderna, vincitrice ideale in quanto sintesi perfetta fra orecchiabilità e complessità compositiva. Impreziosisce il tutto l'eclettismo vocale dell'interprete. Arrivederci all'Eurovision Song Contest. VOTO: 7,5. 
LA CANZONE MONONOTA - Elio e le Storie tese: ho già scritto della genialità di questo brano, un dissacrante divertissement  che è anche lezione di alto profilo sulle infinite vie della costruzione musicale. Un esercizio di stile ma non fine a se stesso. Presenza scenica da istrioni consumati. VOTO: 7,5. 
SE SI POTESSE NON MORIRE - Modà: Silvestre e compagni non hanno rischiato, proponendo uno dei brani più sanremesi dell'edizione, il che non sarebbe affatto un male in sé per sé; però è una canzone che sa di già sentito, poco originale nell'impianto melodico, e tuttavia sostenuta dalla potente voce del solista e da un testo forse semplice ed elementare, ma in grado quantomeno di colpire al cuore il pubblico più giovane. In definitiva, una partecipazione che non aggiunge nulla alla carriera dei Modà: non credo che il loro pezzo serva ad incrementare la schiera dei fans, che è poi uno degli obiettivi da perseguire quando si sale sul palco dell'Ariston. VOTO: 6. 
E SE POI - Malika Ayane: un'altra Big su cui molto si puntava ma che ha parzialmente deluso, presentando un'opera non all'altezza dei suoi due precedenti sanremesi. Una ballata oltremodo delicata, non priva di una certa raffinatezza di scrittura (marchio di fabbrica dell'autore Sangiorgi) e di notevole suggestione, ma forse eccessivamente sofisticata e che paga quindi dazio in quanto a forza d'impatto.  VOTO: 6+. 
SAI (CI BASTA UN SOGNO) - Raphael Gualazzi: ottimo ritorno all'Ariston del vincitore di Sanremo Giovani 2011. Decisamente cresciuto sul piano della sicurezza vocale, il suo è un altro di quei pezzi che sanno coniugare immediatezza e alta qualità artistica, pendendo più da quest'ultima parte. Un jazz leggero e pieno di feeling, al contempo avvolgente e trascinante, interpretato con sicurezza da affermato concertista. VOTO: 7,5. 
A BOCCA CHIUSA - Daniele Silvestri: bella prova autoriale del romanaccio. Il testo più attuale del Festival reso sul palco con una inedita attenzione al mondo dei non udenti. Brano dalla costruzione minimalista eppure di rara efficacia evocativa, destinato a entrare nel repertorio dei migliori classici del cantante. VOTO: 7. 
SOTTO CASA - Max Gazzè: si è rivisto il primo Gazzè, il più genuino e fantasioso, quello in grado di fondere con efficacia ricerca sonora e originali soluzioni testuali. Elettropop e atmosfere vagamente balcaniche, con un ritornello facile da ricordare. Bel rientro in Riviera. VOTO: 7. 
IL FUTURO CHE SARA' - Chiara (Galiazzo): tutto sommato un buon esordio per questa ragazzona made in X Factor. Brano di facile presa, forse il miglior esempio di "easy listening" duro e puro della produzione sanremese di quest'anno, un tango di indubbia presa radiofonica. Il refrain lo ricorderemo ancora a distanza d'anni, con buona pace dei cultori della musica "alta" (che non vuol dire necessariamente musica bella). Vocalità tutto sommato sicura ma da migliorare, a tratti è parsa troppo da compitino nell'interpretazione. VOTO: 6,5. 
SCINTILLE - Annalisa (Scarrone): sorprendente. Voce senza cedimenti e in grado di esplorare diversi registri, canzone "retrò" ma sapientemente costruita, con un arrangiamento piacevolmente variopinto e con le stimmate del tormentone soprattutto nella strofa. VOTO: 6/7. 
E' COLPA MIA - Maria Nazionale: deludente. Si può essere gradevolmente fedeli alla tradizione senza essere datati, ma non è il caso del pezzo scritto da Servillo e Mesolella, che sarebbe risultato già fuori tempo massimo negli anni Ottanta. Vecchio, terribilmente vecchio, e quella chiusura del ritornello in stile "My way" non è decisamente da consegnare ai posteri. VOTO: 5. 
LA PRIMA VOLTA (CHE SONO MORTO) - Simone Cristicchi: anche lui fa parte della schiera dei nomi attesi presentatisi con un'opera tutto sommato minore. Destreggiarsi in precario equilibrio sul sottile filo che separa serietà e ironia è difficile per tutti quando si affrontano temi pesanti come la morte, e il buon Simone vi è riuscito solo in parte. Il suo testo passa con eccessiva disinvoltura da momenti autenticamente strazianti (il decesso improvviso, la vestizione del cadavere) ad altri "leggeri" (gli incontri nell'Aldilà con Pertini e tutti gli altri). Comunque coraggioso. VOTO: 6. 
VORREI - Marta sui Tubi: i meno sanremesi in assoluto assieme agli Almamegretta. Tuttavia, al contrario di quanto aveva fatto dodici mesi fa un'altra band alternativa, i Marlene Kuntz, hanno annacquato solo in parte il loro sound per piegarlo alle esigenze della platea dell'Ariston. Brano che può emergere solo alla lunga, dalla costruzione complessa eppure tutt'altro che poco accessibile. Di grande efficacia il sostegno della batteria. VOTO: 6+. 
LA FELICITA' - Simona Molinari e Peter Cincotti: un duetto azzeccato, per una buona fusione jazz - swing - pop. Un pezzo gradevole, a tratti martellante nel ritornello grazie anche agli scarni ma azzeccati inserimenti vocali dell'americano. VOTO: 6,5. 
MAMMA NON LO SA - Almamegretta: un reggae schietto, discretamente congegnato ma non sostenuto adeguatamente, perlomeno nella versione live, dalla voce di un Raiz un po' sottotono. VOTO: 5,5. 

mercoledì 13 febbraio 2013

SANREMO 2013, PARTENZA IN MINORE: CROZZA SOTTOTONO E POCO EASY LISTENING

                                  Marco Mengoni: ha aperto il Festival con sicurezza

Sanremo 2013 è partito in punta di piedi. Sì, d'accordo, la contestazione a Maurizio Crozza: in realtà una tempesta in un bicchier d'acqua. Come negli stadi calcistici italiani, dove gli ultras sono in netta minoranza ma riescono puntualmente a farsi notare più degli altri per becerume e maleducazione, così all'Ariston sono bastate la paturnie di due - tre esagitati logorroici con tanto fiato in gola per far credere che, contro il comico genovese, si stesse scatenando chissà quale tempesta. Ci ritorneremo, ma va sottolineato come sia stato questo non irresistibile momento di televisione l'unico a regalare qualche brivido autentico. Sì, perché l'avvio del Festivalone è parso decisamente in minore: quasi quattro ore di spettacolo (esagerate, come al solito: quei contenuti potevano benissimo essere concentrati in un tempo più ristretto, tagliando almeno 60 minuti) filate via senza lasciare traccia, come l'acqua di sorgente. 
LO SHOW - L'avevo scritto ieri: non è stata felicissima la distribuzione dei quattordici Big nelle prime due serate. Tutti o quasi tutti i grossi calibri, i nomi più popolari e quelli più forti commercialmente, sono stati dirottati sulla puntata di mercoledì. Questa sera vedremo in lizza, fra gli altri, i Modà, Elio, Malika, Cristicchi. La differenza rispetto al cast del debutto balza agli occhi. Forse si è fatto troppo affidamento sul dato storico   secondo il quale il vernissage può contare in ogni caso su di una platea sconfinata, a prescindere dal nome dei cantanti, e verosimilmente si puntava molto sul sicuro effetto traino garantito da Crozza. Il quale ha solo in parte giustificato la grande attesa.
Il grande showman ha fatto il suo, senza strafare: par condicio rispettata in pieno, qualche battuta e qualche sketch riciclati dalle sue più recenti apparizioni su Rai Due e su La7 (forse perché è stato chiamato in extremis e ha avuto poco tempo per preparare qualcosa di inedito: ma nessuno lo obbligava a presentarsi, se si trattava solo di timbrare il cartellino...). Strano che un istrione come lui si sia trovato in palese difficoltà di fronte agli insulti iniziali: mi sarei aspettato qualche risposta salace ai contestatori, del tipo, chessò, "ditemi quando avete finito il vostro show, così poi posso cominciare il mio", o qualcosa del genere... La goffa protesta ha dimostrato prima di tutto che molti, in Italia, non hanno ancora ben chiaro il significato della parola "satira". Se poi la satira sia un format comico adatto al festivalone è valutazione del tutto soggettiva: per me ci può stare, per altri è avulsa dal contesto e tende a distrarre da tutto il resto: ma non è lo stesso effetto che avevano avuto le osannate performance di Benigni e Celentano, solo per restare agli esempi più recenti? Il fatto che poi dimostrazioni di pubblica insofferenza come quella inscenata ier sera giungano costantemente da esponenti o simpatizzanti della medesima fazione, dovrebbe indurre a più di una riflessione su quanto certi personaggi abbiano invelenito il clima sociale del Paese negli ultimi anni, ma non è questa la sede e quindi soprassediamo. 
LE CANZONI - Confermate le sensazioni della vigilia. Festival "alto" ha significato anche selezionare brani di impatto tutt'altro che immediato. I verdetti finali della doppia giuria sono stati però assolutamente fedeli alla  più consolidata tradizione della kermesse rivierasca: premiati i pezzi dalla linea melodica più convenzionale, quelli più morbidi e soffusi, rispetto alle proposte maggiormente vivaci e ritmate. Mengoni, che ha aperto la serata senza tradire la minima emozione, si avvale comunque di due composizioni dal ritornello destinato a farsi ricordare, mentre il duo tutto pop - jazz - swing Molinari - Cincotti ha fornito la performance col miglior impatto visivo, grazie a due brani ben congegnati, "colorati", orecchiabili e trascinanti. Con Gualazzi siamo su un piano cantautorale di alto profilo, fin troppo raffinato per una rassegna di musica leggera: di primo acchito le sue sembrano due composizioni di spessore notevolissimo, elaborate e complesse: riusciranno a far breccia nel cuore degli ascoltatori prima della fine della manifestazione? Non ci giureremmo... 
Daniele Silvestri porta avanti il suo brano più impegnato, "A bocca chiusa", e lascia a piedi un divertissement che ricorda un po' troppo da vicino il suo più grande successo di sempre, "Salirò", Maria Nazionale e i suoi autori non hanno saputo rinfrescare la più classica tradizione partenopea come, ad esempio, era stato in grado di fare Nino D'Angelo, le cui proposte sanremesi di inizio Duemila (ricordate la superba "'A storia 'e nisciuno"?) erano più avanti di queste datatissime "Quando non parlo" ed "E' colpa mia". Piuttosto convincenti Marta sui Tubi, che ben coniugano sperimentalismo e orecchiabilità non banale, da riascoltare Chiara Galiazzo, che prosegue la gara col pezzo più "radiofonico" dei due, ossia "Il futuro che sarà". Ma mai come quest'anno le impressioni del primo ascolto sono aleatorie e destinate ad essere riviste, magari in meglio, strada facendo: un provvisorietà di giudizio, lo ribadiamo, dovuta al distacco dall'easy listening che era invece stato il marchio di fabbrica (gradito) del Festival 2012. Perché ora come ora, ad esempio, non si intravedono motivi destinati all'immortalità, anche se le stimmate della canzone di respiro internazionale potrebbero venir fuori dalle due proposte firmate Gualazzi. 
I PRESENTATORI - Nota lieta della serata, la conduzione a due Fazio - Littizzetto è filata via senza intoppo alcuno. La coppia è ultra - collaudata, e i due si sono mossi con perfetto sincronismo, intesa totale e abilità da consumati animali da palcoscenico: e la maniera in cui Fabio ha gestito l'incidente - Crozza in diretta lo dimostra ulteriormente. Anche qui nulla di nuovo: lo schema è arcinoto per chi segue questa curiosa "coppia di fatto" a "Che tempo che fa", la pacata ironia di lui a mitigare lo  sferzante sarcasmo di lei (per quanto un po' ingessato dalla liturgia sanremese), ma non era affatto scontato che il meccanismo funzionasse anche su quel pianeta televisivo - spettacolare a sé stante che risponde al nome di "Festival della canzone italiana". 
POLITICA - Gli agitatori in servizio permanente effettivo (e i soliti giornali...) hanno ravvisato nell'intervento di Crozza lo sconfinamento "elettoral - propagandistico" del festivalone. Non accorgendosi che il vero atto politico della serata è stato rappresentato dalla duplice ospitata di Marco Alemanno, compagno di arte e di vita degli ultimi anni di Lucio Dalla, e soprattutto dei due gay in procinto di sposarsi all'estero. E che messaggio politico è stato, quest'ultimo! Un qualcosa di rivoluzionario, altroché, e forse anche, diciamolo, un po' fuori contesto artisticamente: la pagina più "faziana" dell'intero primo atto sanremese, qualcosa che ci saremmo aspettati di vedere più a "Vieni via con me" che all'Ariston, ma se Sanremo 2013 può servire in qualche modo anche a veicolare una spinta alla maturazione civile del popolo italiano (e di chi lo governa), beh, ben venga, no? 

venerdì 14 dicembre 2012

SANREMO 2013: I PIU' E I MENO DEL CAST DEI BIG

                                    Raphael Gualazzi: prima volta fra i Big sanremesi

Habemus cast! Fabio Fazio ha infine estratto dalla manica gli assi del suo Sanremo 2013. L'accoglienza dei critici, degli addetti ai lavori e degli appassionati veri, in queste prime 24 ore, è stata quasi trionfale, mentre non è nemmeno il caso di tener conto delle immancabili grida di dolore dei fans dell'uno o dell'altro cantante non ammesso: basta girare per la rete per trovarsi di fronte ad atteggiamenti da autentici ultras, con offese agli artisti che a Sanremo ci saranno e difese a oltranza dei propri beniamini, esaltati oltre il limite del buon senso e del buon gusto, nonché, naturalmente, ritenuti vittime della cecità e incompetenza degli organizzatori e di chissà quali oscure e losche manovre di corridoio. Vergogniamoci per questi perdigiorno del web, e passiamo oltre. 
CAST ALTERNATIVO - Entusiasmo generalizzato, si diceva, e in linea di massima non si può non essere d'accordo. Fazio e Mauro Pagani hanno messo insieme un cast per certi versi spiazzante, direi quasi alternativo e d'avanguardia, almeno  per quelli che sono i canoni tradizionali della kermesse sanremese; un cast piacevolmente aperto alla gioventù e a territori sonori che non sempre hanno trovato terreno fertile in riviera.
L'attuale conduttore di "Che tempo che fa" era atteso già a fine anni Novanta come potenziale innovatore della liturgia festivaliera, da rivoltare come un calzino per salvarla dalla piattezza e dal declino: ebbene, all'epoca il rinnovamento ci fu, ma più nella forma dello spettacolo, nella struttura del contenitore, che nella sostanza musicale. Il riferimento è alla formula rivoluzionaria del suo primo Festival, quello del '99, del Sanremo presentato da tutti, astronauti, calciatori, attori, casalinghe e premi Nobel. Riguardo al cast dei cantanti, un certo svecchiamento ci fu, con la proposta di nuove leve rampanti e solitamente poco presenti al Festivalone, ma nulla a che vedere con l'invasione di grandissimi nomi della musica italiana che tutti si attendevano. Questa volta è andata un po' diversamente: la rottura dei meccanismi di allestimento del listone dei Big è evidente: basti citare la presenza di Almamegretta, Marta sui Tubi, ma anche il ritorno di Elio e di Simona Molinari, in coppia con Peter Cincotti. Scelte coraggiose, comunque non convenzionali, che meritano un plauso incondizionato.
DOV'E' IL CANTAUTORATO NOBILE? - Certo, oltre ai "più" ci sono anche i "meno". Mancano le star, i volti in grado di far saltare il banco, di monopolizzare i pronostici assicurando nel contempo un sicuro apporto qualitativo: i nomi, tanto strombazzati nelle scorse settimane, di Gino Paoli, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Mario Biondi sono rimasti lettera morta. Anche quest'anno il tanto atteso cantautorato nobile storico, il clou dell'alta scuola italiana, se ne starà accuratamente lontano dall'Ariston. La presenza di qualche grande cantautore nostrano era una delle "innovazioni" che si chiedevano a Fazio, puntando anche sui contatti ripetuti con quell'ambiente sviluppati dall'anchorman savonese in tante edizioni della sua trasmissione su Rai Tre, ma su questo punto è forse il caso di mettersi una buona volta il cuore in pace: certi personaggi a Sanremo non li vedremo mai (o rarissimamente...). Vale anzi la pena di ricordare che qualcuno di questi mostri sacri ha calcato quel palco proprio quando nessuno se lo aspettava, ossia durante l'ultimo quadriennio, quello gestito da Gianmarco Mazzi e frettolosamente liquidato da molti come il periodo del "Sanremo - talent": ebbene, nel 2011 abbiamo visto esibirsi all'Ariston, in gara, Vecchioni e Battiato, e nel 2012 Lucio Dalla, poche settimane prima della sua improvvisa scomparsa. Il fatto che solo il primo lo abbia fatto da protagonista, laddove gli altri due hanno scelto delle presenze più discrete, come ospiti di altri artisti, cambia di poco il discorso.

                                            Max Gazzè: è al quarto Festival

SEMPRE MENO "VETERANI" - I più e i meno, si diceva. Fra i più possiamo senz'altro inserire l'accantonamento (definitivo?) di certi "ultra - veterani" della nostra musica leggera, ormai da un paio di decenni fuori tempo massimo ma tenuti mediaticamente in vita fino a pochi anni fa proprio da Sanremo. E tuttavia anche in questo caso si fa torto al buon Mazzi, il quale, soprattutto a partire dal 2010 e con rare eccezioni, aveva provveduto a svecchiare il cast del Festival, dando sempre più spazio ai "giovani Big", sia quelli prodotti dal vivaio sanremese sia quelli usciti dai vari talent show. Certo, bravi Fazio e Pagani a seguire il solco, ma la strada l'hanno tracciata altri. Se, comunque, non si può non tirare un sospiro di sollievo di fronte all'assenza dei vari Leali, Al Bano e Patty Pravo, persiste una incomprensibile idiosincrasia alla cosiddetta "generazione di mezzo" della nostra musica, quella dei cantanti emersi negli anni Novanta e ai quali non è più stata data una chance che pure avrebbero meritato, penso a gente come Mariella Nava, Massimo Di Cataldo o Silvia Salemi (non so se avessero presentato brani, ma sono alcuni esempi del buono che la nostra canzone seppe produrre in quel periodo)
PERPLESSITA' SU CHIARA - Come previsto e come ampiamente ribadito su questo blog, il presunto ostracismo di Fazio nei confronti dei talent show era molto, molto.... presunto, per l'appunto. Non ci risultava avesse mai lanciato simili diktat, e la lista diramata ieri lo conferma: c'è Mengoni, talento vero che oltretutto si è ormai sdoganato dal suo passato "X factoresco" e ha già in curriculum una positiva esperienza sanremese (nel 2010), ma ci sono anche Annalisa Scarrone e Chiara Galiazzo. La prima, già accostata al Festival l'anno passato (non si sa se con fondatezza), è ormai entrata abbastanza stabilmente nel circuito discografico che conta e approda a Sanremo per cercare la consacrazione definitiva e il lancio presso un pubblico più ampio; sulla seconda non nascondo qualche perplessità: balzata agli onori delle cronache da pochi giorni, già celebrata come il nuovo fenomeno della canzone italiana degli anni Dieci, mi pare che vi sia stata troppa fretta di farle bruciare le tappe.
Si dirà:  identico percorso negli anni scorsi seguirono lo stesso Mengoni e Nathalie, ma non è una buona ragione per perseverare; in effetti Nathalie, dopo l'esperienza del 2011 (con un brano di buona fattura, oltretutto), è entrata in un pericoloso limbo, mentre il buon Marco, nonostante il consistente exploit di "Credimi ancora" che sfiorò la vittoria, ha faticato non poco per mantenere quei livelli di popolarità e di successo commerciale. In sintesi, credo che almeno un anno preparatorio dopo l'uscita dallo show ex Rai e ora Sky sarebbe un toccasana, sia per la crescita di questi giovani artisti, sia per un ulteriore miglioramento della qualità del prodotto musicale proposto, sia, infine, per farsi quelle "spalle larghe" necessarie per mantenersi a lungo a galla nel sempre più ostico panorama musicale nostrano. Detto questo, poi, magari, ci troveremo di fronte la nuova Pausini, o la nuova Giorgia, e allora tutti zitti...

                                          Simona Molinari: graditissimo ritorno

LE NUOVE LEVE CANTAUTORIALI - In ogni caso, lo ripetiamo, non c'è proprio da strapparsi i capelli. Se non ci sono i cantautori storici della nostra canzone, ci sono quelli di scuola più recente, una scuola della quale Max Gazzè e Daniele Silvestri sono forse i rappresentanti più originali: le loro precedenti apparizioni in riviera non sono mai state banali, così come quelle di Simone Cristicchi, che va atteso con fiducia perché centellina le sue partecipazioni ma quando arriva all'Ariston sa sempre regalare piccole perle, che siano intense e sofferte come "Ti regalerò una rosa" o fortemente ironiche come l'ultima "Meno male".
GUALAZZI E MOLINARI SU, NAZIONALE GIU' - Di solito, quando viene annunciato il listone compaiono, invariabilmente, dei nomi che mai erano stati fatti nella ridda di anticipazioni giornalistiche. Quest'anno, però, il fenomeno si è accentuato: di Elio, di Marta sui Tubi, dello stesso Cristicchi nessuno aveva parlato, così come di Maria Nazionale, la cui presenza fra i Big è estremamente discutibile, ma d'altronde ogni Sanremo ha le sue stranezze (ricordo ancora meteore come Cattivi Pensieri, Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti inseriti nella categoria "regina", quindi perché stupirsi?). Il sottoscritto era stato uno dei pochi, nelle settimane scorse, a invocare il ritorno di Gualazzi, ritorno che mi pareva assolutamente "maturo" dopo i successi mietuti su scala internazionale, e sono contento di averci azzeccato; di converso, fino a poche ore dall'annuncio di Fazio, molti davano per certa la presenza in gara dei Musica Nuda, che molto modestamente avevo "sponsorizzato" qualche settimana fa sul mio blog: spero che venga presto anche il loro momento.  Festival aperto a vari generi, si diceva: in questo senso, Marta sui Tubi rappresentano un azzardo, a parer mio, molto più rischioso degli Afterhours o dei Marlene Kuntz visti di recente. Da accogliere con entusiasmo il ritorno di Simona Molinari, uno dei prodotti migliori del vivaio festivaliero degli anni Duemila, abile a ritagliarsi una sua nicchia fra pop, swing e jazz, con risultati assai lusinghieri sul versante critico e, ultimamente, anche presso il grosso pubblico.
SANREMO ED ELEZIONI - Il ritorno di Elio e le Storie Tese è la sorpresa che nessuno, ma proprio nessuno, si aspettava: con i Modà, Malika e almeno uno dei "talent boys", potrebbero giocarsi la vittoria finale, ma parlarne adesso è assolutamente prematuro. Anche perché non si sa nemmeno... quando il Festival si svolgerà. L'ultimo rinvio della manifestazione, che io ricordi, avvenne nel 1974, nientemeno, ma per motivi "interni" alla macchina organizzativa festivaliera. Oggi è diverso, ma se davvero le elezioni venissero fissate per il 17, lo spostamento di una o due settimane sarebbe fondamentale per la buona riuscita della rassegna, che altrimenti verrebbe fagocitata da una settimana di feroce campagna elettorale televisiva.
Lasciamo dunque che la Rai consegni i propri schermi ai tanti talk show, infestati da politici parolai che all'abilità dialettica non hanno mai fatto seguire i fatti: ore e ore di discussioni e soprattutto di battibecchi, in diretta e in differita, che non sono affatto serviti, negli ultimi vent'anni, a fare dell'Italia un Paese migliore (anzi...). Meglio Sanremo, una delle poche cose serie (ebbene sì) rimaste in questa sventurata nazione. Se poi il problema è anche la probabilissima satira di Littizzetto o del possibile ospite Albanese, beh, c'è da rimpiangere il Sanremo di una volta, quello che era soprattutto concorso canoro, con pochi momenti extra - musicali, che sbancava l'Auditel e che faceva il pieno nei negozi di dischi. Ma è un discorso già fatto, e che ci porterebbe comunque troppo lontano...