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venerdì 20 marzo 2015

MONDIALI DI CALCIO 2022, IL PALLONE SOTTO L'ALBERO: IN QATAR SI GIOCHERA' A DICEMBRE


Un altro totem calcistico è caduto. Ora è ufficiale: il Mondiale del 2022, in Qatar, si giocherà fra novembre e dicembre, in quelle settimane in cui l'autunno sta per lasciar strada all'inverno, quando l'atmosfera natalizia, sincera o posticcia che sia, ha già largamente invaso le case di tutti o quasi. Da quelle parti, a giugno e a luglio (i mesi classici della kermesse iridata) le temperature, e le condizioni climatiche in generale, sono incompatibili con lo svolgimento di un'attività sportiva: alla faccia degli "stadi refrigerati" di cui aveva favoleggiato qualche buontempone. Nessun dramma, ci mancherebbe: sono ben altri gli orrori che stanno minando alla base la credibilità del carrozzone, e che, quantomeno qui da noi, hanno raffreddato gli entusiasmi di molti "calciomaniaci" impenitenti. Però un po' di magone c'è. 
Di Coppe del mondo invernali in fondo se ne son disputate altre, in passato, dal punto di vista strettamente "geografico": quella maggiormente ricordata da appassionati giovani e attempati è, ancora oggi, Argentina '78. A giugno, nella terra dei gauchos, fa freddo: foto e immagini televisive di quei giorni ci raccontano di atleti schierati in campo con maglie a maniche rigorosamente lunghe, allenatori intabarrati in impermeabili e giacconi pesanti, atmosfere spesso plumbee, tenebre precoci, nebbioline incipienti. Tutto ok, però pur sempre giugno era...
MONDIALE= CALDO... - Il "problema", è chiaro, riguarda soprattutto noi europei, abituati a vederci servite le grandi competizioni per Nazionali, Mondiali ma anche Europei, ogni due anni alla fine della stagione per club. Conta l'atmosfera, l'ambiente in cui si sviluppa l'evento, un fattore niente affatto trascurabile per chi vede il football non solo come vicenda strettamente agonistica, ma come autentico romanzo popolare, volano e crogiolo di passioni, caratteristiche che ovviamente si ritrovano amplificate al diapason nella rassegna planetaria, ossia nella massima espressione calcistica del globo. Ebbene, per noi italiani Mondiale vuol dire estate, caldo più o meno canicolare: vuol dire strade illuminate dal sole e dalle bandiere tricolori, vuol dire raduni nelle piazze per assistere alle partite davanti ai maxischermi, e, per i più "pazzi", bagni nelle fontane, un po' per festeggiare eventuali trionfi azzurri, un po' per alleviare la calura. Scene, scorci di gioia che si ripetono simili nel resto del Vecchio Continente, o in buona parte di esso, con le ovvie sfumature legate alle differenze di attitudini e di carattere, alla maggiore o minore morigeratezza nel vivere la grande festa del football. 
RITUALI INTOCCABILI - Nel 2022, tutto questo non accadrà, non dalle nostre parti: e questo brusco cambiamento di "atmosfera" toglierà inizialmente un po' di magia alla kermesse, sorvolando sull'opportunità di averne assegnato l'organizzazione a un Paese ricchissimo ma calcisticamente all'ABC, e per tacere di tutto l'enorme strascico di polemiche che ha accompagnato tale designazione. Però non bisogna chiudersi aprioristicamente alle novità: anche solo una volta nella vita, ci sta di sperimentare un Mondiale da vivere... in maglia di lana, con l'albero di Natale e/o il Presepe già allestiti in salotto. L'importante sarà che i parrucconi della FIFA non ci prendano l'abitudine: la sacralità di certi eventi, e la Coppa del Mondo è l'Evento per eccellenza del calcio, si regge anche su certe ritualità, su certe tradizioni immutabili: su quei "totem" di cui si diceva all'inizio. E' pur vero che il calciofilo medio di oggi si fa andar bene più o meno qualsiasi cosa, non si spiegherebbe altrimenti la tolleranza nei confronti dello spezzatino che ha distrutto la contemporaneità della nostra Serie A, o verso le rose imbottite di stranieri, ma c'è un limite a tutto. 
ORGANIZZAZIONE, PREPARAZIONE: CAMBIERA' TUTTO - Questo per quel che riguarda il versante "sentimentale" (importantissimo, lo ripeto). Sul piano strettamente tecnico, i problemi saranno forse amplificati. Dovrà essere totalmente sconvolta la pianificazione complessiva dell'annata calcistica, sia sul fronte organizzativo sia su quello più strettamente agonistico, sia per i club che per le rappresentative. Preparazione fisica da "rileggere" alla luce delle nuove esigenze di calendario, da effettuare forse con tempistiche diverse e con modalità da calibrare attentamente, magari persino con metodiche nuove. Campionati  nazionali da interrompere, giocoforza, a metà percorso, e ci sta: la pausa invernale, invece che per ricaricare le pile in vista delle sfide di primavera, dovrà servire per la messa a punto delle 32 partecipanti al torneo iridato, e per la disputa dello stesso. 
Torneo che forse, proprio per questo, mostrerà compagini e campioni più "sul pezzo", meno spremuti fisicamente e mentalmente, il che è un'arma a doppio taglio: se da un lato tutto ciò dovrebbe garantire un innalzamento del tono spettacolare delle partite, dall'altro potrebbe rendere la competizione più prevedibile, con un sostanziale rispetto delle gerarchie consolidate, senza exploit inattesi: potrebbe persino accadere che i calciatori inglesi, non più ridotti al lumicino dalle innumerevoli gare chiamati a giocare coi loro club, riescano finalmente a impreziosire un albo d'oro "mundial" tremendamente a corto di argomenti (anche se per loro il logorio è solo una parte del problema: la verità è che, da qualche anno a questa parte, lassù sull'Isola i talenti veri latitano, altroché: molto peggio che da noi...). 
E DOPO IL MONDIALE? - Poi, però, sorgerebbero inconvenienti dopo la fine della festa qatariota: giocatori spremuti, forse più sul piano nervoso che su quello atletico, in proporzioni mai viste nel bel mezzo di una stagione agonistica. Nuova preparazione, da impostare in maniera diversa, ma il rischio concreto di vedere, nella seconda parte dell'annata per club, squadre poco brillanti, o comunque uno sconvolgimento dei valori che porterebbe le "grandi" ad arrancare e le società meno attrezzate a trovare più spazio per imprese "impossibili"; nulla di negativo sul piano emozionale, anzi, ma sicuramente un'anomalia causata da un evento "esterno", e non da, piuttosto, una auspicabile redistribuzione di risorse fra società "ricche" e società "povere". 
Tutte ipotesi, ci mancherebbe; magari invece non accadrà nulla di tutto questo e, anzi, il Mondiale troverà nell'autunno - inverno la sua nuova collocazione ideale. Sul punto ho i miei dubbi, ma di certo rappresenterà un banco di prova enorme, uno di quegli snodi cruciali nella storia di questo sport: si tratterà di mettere in moto il cervello, di studiare nuovi sistemi di gestione degli impegni, di preparazione degli atleti, di calendarizzazione degli eventi. Sarà meglio che i padroni del vapore pallonaro comincino a pensarci per tempo. 

mercoledì 11 luglio 2012

IL TRIONFO AZZURRO TRENT'ANNI DOPO: IL MIO MUNDIAL '82, FRA RICORDI "BAMBINI" E RIFLESSIONI

                                        Bearzot e Pertini si abbracciano al Bernabeu

Trent'anni fa. Nell'estate del 1982, il sottoscritto aveva otto anni, compiuti a maggio. E di calcio, onestamente, ne masticava pochino. I cartoni animati giapponesi erano la mia grande passione, e all'epoca la tv (Rai e private) ne trasmettevano a iosa, quasi a ogni ora del giorno. Guardavo, fra gli altri, Galaxy Express 999 e Astroboy, e parallelamente seguivo le gesta dei miei beniamini del Sol Levante sul mitico Corriere dei piccoli e su TV Junior, un settimanale per bambini edito dalla Eri (la casa editrice dell'Ente televisivo di Stato). Proprio questo giornale, inaspettatamente, ai primi di giugno mi calò nella realtà di quella colossale festa del football che stava andando a cominciare, con un giochino semplice semplice abbinato al Mundial: ritagliando alcuni "palloncini" da calcio (che riproducevano il pallone presente nel logo del Mondiale) e incollandoli su un tabellone si poteva tener conto dei gol segnati dai cannonieri del torneo. "Speriamo che vinca Pablito Rossi!", era il commento di un anonimo redattore scritto in calce al gioco. 
IL MIO MUNDIAL "BAMBINO" - Ecco: in quei mesi, con la seconda elementare da poco finita e con tanto tempo libero, così vissi uno dei momenti più magici nella storia del calcio italiano. E, forse, nella storia italiana tout court. Anzi, senza forse. Il mito degli eroi di Spagna l'ho ampiamente coltivato negli anni successivi, quando si accese in me il fuoco della passione per il calcio, cosa che, stranamente, avvenne in occasione del Mundial successivo, quello messicano dell'86. Stranamente, perché per l'Italia fu un campionato amaro, e probabilmente molti si allontanarono dal pallone, in quella circostanza. Non io: da allora, nella mia... ansia di documentarmi sulla storia del football, ho avuto modo di sviscerare quel lontano torneo in terra iberica, di scoprirne e analizzarne ogni aspetto.
Dunque, un mito costruito "a posteriori", per quanto mi riguarda: eppure lo sento, lo percepisco, lo avverto come se quei momenti li avessi vissuti davvero, in presa diretta e con piena, totale e consapevole partecipazione. Le partite le guardavo a spizzichi e mozzichi: mi rivedo, durante il primo tempo della finale di Madrid, seduto sul balcone di casa mia, a Genova, il silenzio del quartiere rotto dalle urla degli abitanti, vere e proprie urla da stadio, perché in quel momento la mia via, la mia città, l'Italia tutta erano come un gigantesco stadio. Mi emoziono, a rivedere quelle immagini e a rileggere gli articoli del tempo, perché in fondo c'ero, anche se un po'... distratto e ancora troppo bimbo. Il ricordo più nitido, ecco, è quello dei festeggiamenti post vittoria, che osservai dalla finestra con mio fratello e i miei genitori e che quasi mi spaventarono, perché un trambusto così non lo avevo mai visto né sentito nemmeno a Capodanno. 


                                                       Il logo del Mundial                                  
                                        
NIENTE PARAGONI COL 2006 - Questo per quanto riguarda il "mio" Mundial '82. Sul trionfo azzurro e su quel lontano torneo, difficile scrivere qualcosa che non sia stato già scritto. Una premessa: spiace che ancora ci sia chi paragona quel successo italiano a quello del 2006, con l'intento di sminuire l'ultimo all'insegna del "una volta era tutto più bello". Sciocchezze: la conquista di una Coppa del Mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Non sempre è possibile vincere un Mondiale schiantando i colossi sudamericani e piegando nettamente l'avversario della finalissima; spesso il calendario ti propone altri ostacoli, e l'atto conclusivo può essere equilibrato e sofferto, non necessariamente una marcia trionfale: forse quei giorni di Spagna hanno calcisticamente viziato molti tifosi... Detto ciò, non sputerei su un titolo arrivato battendo, fra le altre, una Repubblica Ceca che all'epoca era considerata una delle migliori espressioni del calcio europeo, e la nascente "nuova Germania", quella che adesso è apprezzata per gioco e risultati, e che superammo sul suo terreno, nonché, ai rigori, una Francia alla fine del suo decennio d'oro ma ancora validissima, e a cui ci opponemmo con fatica ma con grande orgoglio, dopo averla anche messa in seria difficoltà nel primo tempo. Ma questa è un'altra storia, e sono sicuro che un giorno non lontano narreremo anch'essa con toni da epopea. 
RIEVOCAZIONI POCO OBIETTIVE - Tornando a trent'anni fa, ciò che manca per una rievocazione veramente corretta di quel successo italiano è un pizzico di obiettività in più: ricordare ad esempio il rigore negato al Perù nella seconda partita, in un quadro di acuta sofferenza per la nostra squadra che già stava subendo il forcing dei sudamericani: forse, se concesso, avrebbe potuto cambiare il nostro Mondiale e la storia del calcio italiano, forse no, chi lo sa...; ricordare il fatto che la semifinale la giocammo contro una Polonia priva dello squalificato Boniek, e quindi depotenziata per un buon 80 per cento a livello offensivo (a noi mancava Gentile, ma non era la stessa cosa); e ricordare che in finale ci toccò una Germania Ovest in condizioni psicofisiche non dissimili da quelle in cui l'Italia di Prandelli ha affrontato la chiusura di Euro 2012. Ecco, ricordare tutto ciò farebbe onore alla stampa e all'editoria italiane, perché non è davvero più tempo di agiografie retoriche e incondizionate. 
Allo stesso tempo, giusto sgombrare il campo da alcune ombre costruite già all'epoca e alimentate successivamente: il caso Camerun, ossia il presunto aggiustamento della gara con gli africani, l'ultima del primo turno a Vigo, non ha al momento ragione di essere, in quanto non esistono prove di combine. Per la Fifa, quella gara fu assolutamente regolare, non vedo perché si debba continuare a rimestare nel torbido; così come non ha molto senso discutere sull'arbitraggio di Rainea nel match con l'Argentina, ritenuto da alcuni troppo permissivo nei confronti di un Gentile alle prese con la ferrea marcatura di Maradona: all'epoca i parametri di valutazione erano diversi, c'era più manica larga, si ammoniva con più parsimonia, emergeva un po' la tendenza a favorire, in linea di massima, il difensore nei confronti dell'attaccante, tutto il contrario rispetto ad oggi. Bisogna immergersi nella mentalità e nell'atmosfera del momento in cui l'evento si svolse, per poterlo valutare serenamente.

                                            Gentile contro Maradona al Sarrià

LE "VERE" CRONACHE - Il riferimento alla gara col Camerun apre un altro capitolo: quello riguardante il modo in cui le nostre gare di quel Mondiale vengono raccontate. Non sempre in maniera veritiera, a volte sbrigativa e superficiale, sovente riprendendo ciò che altri "storiografi" hanno scritto, senza curarsi di andare a verificare se fosse o meno la verità. Ancora oggi si parla di tre partite largamente deludenti, in relazione al primo turno. Falso, perché il debutto con la Polonia fu considerato del tutto dignitoso dalla critica dell'epoca, tanto che i nostri avrebbero potuto vincerlo con un po' di fortuna in più (occasioni per Graziani, salvataggio sulla linea su incornata di Collovati, traversa di Tardelli). Il match col Camerun viene raccontato come un semplice botta e risposta nel giro di un minuto, quello che fece registrare gli unici due gol del match (Graziani e M'Bida): invece, ci fu un primo tempo in cui i nostri sfiorarono a ripetizione la segnatura (clamorosa l'occasione mancata da Conti a tu per tu col portiere, così come la traversa colpita da Collovati), e nella ripresa, dopo l'1 a 1, il portiere africano N'Kono dovette opporsi di istinto a un colpo di testa ravvicinato di Cabrini. 
ITALIA - BRASILE, LA PIU' BELLA - Dopodiché, il Mundial '82 fu, essenzialmente, Italia - Brasile. Nel mio personalissimo cartellino, la più bella partita azzurra di tutti i tempi, di molto superiore a quella con la Germania Ovest del '70: al contrario del 4 a 3 messicano, al Sarrià (lo stadiolo fra i palazzi, tipo Ferraris di Genova, e purtroppo oggi non esiste più: demolito, un "santuario laico" profanato) i ragazzi di Bearzot vinsero con testa e cuore una partita razionale, non folle come quella di dodici anni prima. E, al contrario del rocambolesco successo dell'Azteca, non trascorsero un tempo intero a fare le barricate in attesa del fischio finale. No, in Spagna i nostri accettarono la sfida coi maestri auriverdes sul piano del gioco, dimostrando di poter regalare sprazzi di grande calcio, parallelamente alla immutata capacità di rintuzzare gli attacchi avversari. Fu un successo limpido, meritato, ancorché sofferto (inevitabile, contro una squadra monumentale come quel Brasile di Tele Santana). Dopo quell'impresa non poteva esserci ragionevolmente storia, e non ce ne fu. 
LA CAPORETTO DELLA STAMPA - Ancora: molti non ricordano che quell'Italia, fino a un minuto prima della sfida con l'Argentina, la prima della seconda fase, quella che diede la svolta, era considerata una squadra modesta. Brera, sì, proprio il sommo (non per me) Brera, esagerò: "Siam dei broccacci, inutile farci illusioni". Lo stesso Guerin Sportivo, che pure era schierato dalla parte degli azzurri, preferì non alimentare grosse speranze: "La logica - scrisse alla vigilia il grandissimo Adalberto Bortolotti - dice: passaggio del primo turno e poi ritorno a casa con dignità. Firmeremmo". Al di là della comprensibile prudenza del Guerin, l'atteggiamento del resto della stampa, quasi interamente sulle barricate contro il Club Italia, rimane ancora oggi ingiustificabile: un brocco non diventa fuoriclasse da un giorno all'altro; e dunque, come fu possibile, per dei presunti esperti, scambiare per mediocri pedatori i campioni che innervavano quella rappresentativa, i Cabrini e gli Scirea, i Conti e i Tardelli (per tacere di Zoff e Rossi, sulla cui caratura, almeno, dubbi non ne vennero manifestati)? 
I meno cattivi consideravano i nostri giocatori, semplicemente, passati di cottura: ma li consideravano tali già da dopo il Mundial argentino del '78 (qualcuno anche da prima...), e invece quel gruppo regalò lo splendido e inadeguato quarto posto nelle pampas, il medesimo piazzamento all'Europeo casalingo dell'80 (in condizioni ambientali terribili, per via dello scandalo scommesse e della forzata rinuncia a Paolo Rossi) e la facile qualificazione a Spagna '82. Fu una dimostrazione di superficialità e incompetenza giornalistica rimasta impunita: molte delle prime firme di quei tristi (per la loro professionalità) giorni spagnoli hanno continuato per anni a scrivere di calcio con l'aurea dell'autorevolezza. Poi ci si chiede perché il giornalismo italiano non riesca a uscire (lui sì) da una insuperabile mediocrità. 

giovedì 15 marzo 2012

OMAGGIO A SMOLAREK, CAMPIONE DIMENTICATO


La notizia è della settimana scorsa, e dalle nostre parti è passata pressoché inosservata, salvo poche righe su giornali e siti web. E' morto Wlodzimierz Smolarek, attaccante della Nazionale di calcio della Polonia negli anni Ottanta, ossia quando quella Nazionale era davvero competitiva ai massimi livelli. Scomparso a soli 54 anni, "lo ha comunicato la Federcalcio polacca", recitavano unanimi e freddi i dispacci di agenzia, e null'altro è dato sapere sulle cause di una fine così prematura. 
CAMPIONE VERO - Poco spazio sui nostri media, si diceva, e in fondo è assolutamente comprensibile. Perché Smolarek non faceva parte del ristretto novero delle grandissime figure dello sport mondiale, dei fuoriclasse assoluti che hanno segnato indelebilmente un'epoca con le loro imprese, le loro prodezze. E però, intendiamoci, non era nemmeno un Carneade. Diciamo che Smolarek apparteneva a una categoria particolare di campioni (perché campione lo era): quelli che riescono a lasciare un segno, più o meno marcato, nella fase storica in cui sono in attività, ma che poi, una volta ritiratisi, scompaiono dalla memoria di tutti, quantomeno di tutto il pubblico "generalista" (discorso non applicabile a chi segue da anni con passione il football internazionale, che un nome così dovrebbe a rigor di logica conoscerlo e ricordarlo). 
E già, perché Smolarek, classe 1957, è stato uno dei maggiori talenti espressi dal movimento calcistico polacco, il quale non sempre è stato prodigo di "geni del pallone", ma che per un determinato periodo, diciamo per due decenni, era improvvisamente assurto a gloria planetaria. Tutto ha inizio agli albori degli anni Settanta, con una straordinaria fioritura di talenti che, in qualche modo, accomuna la Polonia a ciò che contemporaneamente avviene in Olanda: se nella terra dei tulipani, infatti, spuntano fuori i Cruyff e i Neeskens, i Rep e i Van Hanegem, dalle parti di Varsavia c'è l'esplosione di Tomazsewski e Deyna, di Lato e Gadocha, di Lubanski e Szarmach. Giocatori che proiettano la Polonia ad altezze mai raggiunte, prima l'oro olimpico alle Olimpiadi di Monaco '72, poi il terzo posto ai Mondiali di calcio del '74, sempre in Germania. 
ENTRA IN SCENA SMOLAREK - Quella squadra, quasi immutata nell'organico, si spegne dignitosamente con un Mondiale, discreto ma senza squilli, in Argentina nel '78, ed è più o meno a questo punto che comincia la vicenda di Smolarek. Perché la Nazionale polacca viene sottoposta a un profondo e inevitabile rinnovamento, e di questo rinnovamento Wlodzimierz diventa pian piano un punto cardine. E' un'ala sinistra di buona stazza fisica ma anche assai rapido e guizzante, capace di prendere d'infilata le difese avversarie con poderose e irresistibili incursioni in progressione. Il suo più grande giorno di gloria, quello che lo consacra campione di autentica statura internazionale, lo vive il 10 ottobre del 1981. Sono in pieno svolgimento le qualificazioni al Mondiale di Spagna dell'anno successivo, la Polonia è inserita in uno strano gironcino di sole tre squadre (gli altri raggruppamenti europei sono tutti formati da cinque rappresentative), in cui, tolto il materasso Malta, l'unico avversario vero è la coriacea Germania Est. La gara di andata, sul terreno amico, ha già visto i polacchi prevalere per una rete a zero, ma il capolavoro lo compiono a Lipsia, nel retour match, davanti a 85mila spettatori che attendono solo il trionfo della DDR.
QUEL MEMORABILE POMERIGGIO A LIPSIA - Szarmach, uno dei pochi superstiti della mitica formazione "Seventies", porta immediatamente in vantaggio i biancorossi con la sua specialità, il colpo di testa. Ed ecco entrare fragorosamente in scena Smolarek:  raccoglie un lancio dal centrocampo, fugge in contropiede, resiste alla carica di un difensore e arriva solo davanti al portiere: lo supera, si porta la palla sul sinistro, tenta una prima conclusione ostacolato da un avversario nel frattempo rinvenuto alle sue spalle, ma poi riesce a ribadire in gol. Due a zero dopo cinque minuti, niente male, tuttavia i tedeschi est reagiscono, sia pur disordinatamente, e riescono ad accorciare le distanze su rigore in avvio di ripresa. Ma incombe ancora l'ala polacca: poco dopo il quarto d'ora dà vita a un altro micidiale contropiede, questa volta partendo addirittura dalla propria trequarti, fugge sulla sua fascia preferita, la sinistra, e si presenta davanti al portiere Graphentin che riesce solo a sfiorare il suo diagonale vincente. Poco dopo i locali accorciano ancora le distanze, ma finisce 3 a 2 e i polacchi staccano il biglietto per la Spagna. Qui di seguito il video del match. 


GLORIA SPAGNOLA - Al Mundial dell'82, la Polonia giunge circondata da buona considerazione, appare solida, quadrata e con alcune individualità di spicco, su tutti il fuoriclasse Boniek, ma le squadre che calamitano attenzioni e pronostici sono altre: il trio delle meraviglie Brasile - Germania Ovest - Argentina, la Spagna padrona di casa, la rinata URSS, il sorprendente Belgio vicecampione d'Europa, la tecnicissima ed estrosa Jugoslavia.   E invece, quella squadra farà strada, molta strada, fino al terzo posto finale, eguagliando  il suo miglior risultato di sempre (quello già citato del '74). E' la Polonia del portiere Mlynarczik che comanda una difesa ferrea, con colossi come Majewski e Janas, del coriaceo centrocampista Matysik, del tiratore Kupcewicz, del fantasioso ed incostante Buncol. Ci sono alcuni reduci dei gloriosi Settanta, ossia il centrale difensivo Zmuda (destinato poi a una sfortunata esperienza italiana con Hellas Verona e Cremonese), la formidabile ala tornante destra Lato e il bomber Szarmach, tuttavia non titolare. E poi, già citati, il superbo Boniek, nella storia di Spagna '82 per la tripletta al Belgio, e Smolarek, che realizza un gol importantissimo, quello che sblocca la sua Nazionale, dopo due contestati 0 a 0, nel secondo tempo dell'ultima partita del primo turno, contro il Perù: un bel diagonale sinistro a battere Quiroga in uscita, il via ai fuochi d'artificio, perché i polacchi finiranno con l'imporsi per 5 reti a 1. Per lui, in seguito, pure un palo colpito nella gara coi belgi.
GOL ANCHE IN MESSICO - Smolarek sarà ancora perno inamovibile della Polonia al Mondiale successivo, in Messico (dopo aver contribuito alla qualificazione dei suoi con tre marcature), una delle poche certezze in una squadra che cerca una adeguata fusione tra vecchi e nuovi ma che non in tutti ruoli ha trovato giovani all'altezza, e comincia ad avvertire i primi sintomi di un declino che ben presto si sarebbe palesato in tutta la sua crudezza. E tuttavia, ancora una volta Wlodzimierz mette una sua firma sul torneo, il gol con cui stende il Portogallo nella seconda partita, un maligno sinistro da distanza ravvicinata. Grazie a quel successo, la sua Nazionale approda agli ottavi, dove viene schiantata dal Brasile (0 a 4) dopo averlo peraltro fatto tremare in più di una occasione. A parte tutto questo, le fredde statistiche parlano per Smolarek di 13 gol in Nazionale, dove ha continuato a giocare fino ai primi anni Novanta, quando già la Polonia non era più tra le grandi d'Europa. E adesso, già da qualche anno, nelle file della rappresentativa polacca c'è il figlio, Euzebiusz Smolarek, a tentare di tenere alto il nome calcistico della famiglia. 
DIMENTICATI - Dicevo del singolare destino di questo e di altri calciatori che, popolari per giusti meriti nella loro epoca, cadono poi nell'oblìo più completo. Sempre di quel periodo, ad esempio, come non ricordare l'inglese Tony Woodcock, che, per dire, era protagonista quasi tutte le settimane sulle pagine del Guerin Sportivo, ai tempi unica voce italiana affidabile in tema di calcio internazionale? O gli spagnoli Zamora (regista) e Satrustegui (centravanti)? O il piccolo e fantasioso sovietico Shengeljia? Tutti giocatori che hanno inciso più o meno profondamente nei fatti del calcio internazionale, e che oggi solo gli appassionati autentici ricordano. Perché? Preferisco non addentrarmi in riflessioni che comporterebbero anche considerazioni di natura socio - psicologica. Forse, per entrare nella memoria collettiva  e restarci, un tempo non bastava fare qualcosa di grande, occorreva fare cose grandissime. Oggi non è più così: oggi si celebrano falsi miti e presunti campioni dopo che hanno giocato tre partite buone in Serie A. Tanti dei falsi miti di oggi, al compianto Smolarek potrebbero solo allacciare gli scarpini.