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mercoledì 11 gennaio 2017

LA FIFA ANNUNCIA: MONDIALE 2026 A 48 SQUADRE. TUTTI I LIMITI DEL GIGANTISMO CALCISTICO

                                          Gianni Infantino, presidente della FIFA

Il cambio di format del Mondiale di calcio è sempre un evento epocale, e sempre è destinato a suscitare perplessità, come puntualmente sta avvenendo anche in queste ore, dopo l'ufficializzazione, da parte del neo presidente FIFA Gianni Infantino, dell'allargamento del torneo a ben 48 squadre, a partire dall'edizione del 2026. Non è questione di voler essere costantemente ipercritici a prescindere: il fatto è che queste periodiche modifiche hanno come minimo comun denominatore il gigantismo, cosa fra l'altro riscontrabile anche nell'evoluzione che hanno avuto le strutture del Campionato europeo di football, della Champions League e dell'Europa League. 
QUANDO IL GIGANTISMO AVEVA UN SENSO - Questa manifesta voglia, da parte dei vertici del pallone mondiale, di allargare continuamente i confini del gioco, di aprire le porte a un sempre maggior numero di nazioni, in linea di principio non sarebbe negativa, a prescindere da tutte le considerazioni di carattere politico ed economico che spesso, si dice, stanno alla base di tali scelte. C'è però un limite a tutto: ampliare il campo dei partecipanti alla rassegna iridata poteva essere giusto, anzi sacrosanto, in un determinato periodo storico, quello in cui si superò la quota fissa, e apparentemente immutabile, di 16 finaliste, in vigore praticamente dal 1934 al 1978 (con un paio di eccezioni). Aveva un senso, perché il rischio era quello di ridurre la Coppa del Mondo a un torneo riservato a una ristrettissima élite, con i paesi calcisticamente più "depressi" a far da comparse o, nella maggior parte dei casi, da semplici spettatori. Si passò così alle 24 squadre, a partire da Spagna '82 (ma con uno squilibrio enorme fra le partecipanti, ben 14 europee e agli altri le briciole) e poi, nel '98, si arrivò a 32 (e da allora si assiste a uno squilibrio opposto, visto che alle ultime due edizioni hanno preso parte appena 13 rappresentanti del Vecchio Continente). Formula a 32 che aveva se non altro una discreta funzionalità, in quanto consentiva di evitare i ripescaggi delle terze alla fine della fase a gironi.
OGGI SERVE DAVVERO ALLARGARE? - Il fondamento sportivo di tali allargamenti era soprattutto il tentativo di favorire un progresso dei movimenti calcistici più arretrati, segnatamente quelli dei continenti africano, asiatico, oceanico e del nord - centro America. Lodevole, anche se si potrebbe dire che tale obiettivo sia minato da un vizio di fondo: il primo Mondiale a 24 squadre, infatti, vide una serie di rappresentative del cosiddetto "Terzo mondo" battersi con gagliardia e validissimi argomenti tecnici, pur essendo esordienti assolute sul massimo palcoscenico. Camerun e Algeria sfiorarono la qualificazione al secondo turno mettendo in gravi difficoltà alcune grandi storiche (o addirittura battendole, come i nordafricani fecero con la Germania Ovest), l'Honduras fermò sul pari la Spagna padrona di casa e l'Irlanda del Nord, il Kuwait fece 1-1 con la Cecoslovacchia mancando una vittoria che avrebbe meritato... Insomma, la nobiltà del calcio si accorse, di punto in bianco, che il resto del mondo non era rimasto fermo ed arretrato, ma aveva compiuto enormi progressi pur essendo stato lasciato ai margini e non avendo partecipato, se non sporadicamente, al grande summit del pallone mondiale.
LA CRESCITA DEL CALCIO "POVERO" PASSA DAI CLUB - In sintesi: la crescita dei paesi calcisticamente ancora "indietro" può avvenire anche a prescindere dalla loro inclusione fra le finaliste di un Mondiale, specie se questa inclusione è ottenuta tramite innaturali allargamenti del "tabellone". Avveniva all'epoca, lo abbiamo visto nel caso dell'82, e a maggior ragione può avvenire oggi. Perché tale crescita passa, prima di ogni altra cosa, dalla crescita dei singoli calciatori, e oggi i calciatori del "Terzo mondo" popolano in larga quantità i campionati delle varie nazioni europee. Ed è qui, nei club di Francia, Germania, Italia e via discorrendo, che "vanno a scuola", diventano calciatori veri, a tutto tondo, portando poi questo bagaglio di know how nelle loro rappresentative. 
UN RISCHIO: ABBASSAMENTO DEL LIVELLO TECNICO - Certo, anche i confronti fra selezioni nazionali servono a migliorare, eccome: ma le fasi finali di Mondiali ed Europei non possono diventare le palestre per la crescita di chi è ancora indietro. Anzi, qui tocchiamo un altro punto dolente: immettere innaturalmente nel gruppone della gran festa quadriennale squadre che, col format attuale, il Mondiale se lo sognerebbero, significa prima di tutto abbassare notevolmente il livello tecnico della kermesse. Cosa che, per dire, avvenne in occasione del passaggio da 24 a 32 finaliste, a Francia '98, secondo quanto scrissero alcuni commentatori dell'epoca. E anche l'ultimo Europeo dovrebbe rappresentare un segnale d'allarme, in tal senso: il nuovo format a 24 squadre ha prodotto spettacoli in linea di massima di qualità modesta, poche partite memorabili o prestazioni di alto spessore (fra queste, diciamolo con orgoglio, quelle azzurre contro Belgio e Spagna). Fra le "nuove arrivate", solo Islanda e Galles si son fatte autenticamente onore: ma erano comunque già nitidamente emerse nel biennio di qualificazione, guidando anche per diverse giornate le classifiche dei rispettivi gironi, e nel torneo finale in Francia non hanno fatto altro che confermare la loro acquisita caratura internazionale, casomai andando oltre le previsioni di partenza. 
TROPPE PARTITE, PROBLEMI LOGISTICI - Ecco perché oggi, quando mancano nove anni alla data fissata, una Coppa del mondo a 48 squadre pare un non senso tecnico, una forzatura. Si indora la pillola dicendo che chi arriverà fino in fondo dovrà comunque disputare sette partite, proprio come adesso, e va bene; e si sottolinea che il tutto si potrà svolgere in poco più di un mese, proprio come oggi, e questo va un po' meno bene, perché ci sarebbe un incremento notevole di partite, passando da 64 a 80, con tutti i problemi logistici del caso, anche legati alle potenzialità del Paese che si assumerà l'onere dell'organizzazione. La formula in alcuni dettagli deve ancora essere messa a punto: di certo ci sono i sedici gironi da tre nella prima fase, con qualificazione delle prime due di ogni gruppo; in pratica, 48 gare per mandare a casa appena 16 rappresentative. Poi eliminazione diretta dai sedicesimi di finale in avanti. 
I MONDIALI COME LE OLIMPIADI? - Fra le innovazioni proposte, si parla di cancellazione dei supplementari per passare subito ai rigori. Nelle quote di partecipazione assegnate ad ogni continente, all'Europa andrebbero solo sedici posti, ed è un assurdo (soprattutto se messi in relazione con i 9,5 per l'Africa e gli 8,5 per l'Asia), così come è assurdo che, a partire dal passaggio al format a 32, si sia progressivamente ridotto lo spazio riservato al Vecchio Continente, nonostante i risultati degli ultimi Mondiali abbiano dimostrato incontrovertibilmente l'assoluto dominio del football europeo sul resto del globo. Così diventa una Coppa del Mondo pericolosamente simile al torneo olimpico, dove non si tiene conto, o se ne tiene troppo poco, dei valori calcistici su scala planetaria, attenendosi più che altro a un criterio di equa distribuzione geografica dei posti disponibili.
DIFFICILE TORNARE INDIETRO - Vedremo. La contrarietà di fondo al progetto non significa che non si possa sperimentare il tutto. Così come sono curioso di vedere come sarà un Mondiale quasi "natalizio" come quello del '22 (con tutti i problemi legati alla sospensione dei campionati nazionali, che potrebbe gettare nel caos il calcio di club), sono altrettanto ansioso di vedere questo ipertrofico torneo '26. L'avranno comunque vinta loro, quelli della FIFA: perché nel calcio raramente si torna indietro (come per la nostra Serie A: sembra sempre più difficile poter vedere una riduzione dell'organico del massimo torneo, decaduto sotto tutti i punti di vista da quando si gioca fra venti squadre); perché gli introiti probabilmente aumenteranno, e perché, se qualche Nazionale rivelazione ci sarà, si potrà sempre dire che è stato merito del nuovo format, che ha dato tanto spazio ai "peones" del pallone. I quali però, Mondiali  od Europei che fossero, alla fine si son spesso fatti valere, magari non vincendo mai nulla ma compiendo imprese clamorose (dal Camerun al Ghana, dalla Nigeria alla Costarica). E lo hanno fatto, finora, dovendo superare grandissimi ostacoli, percorrendo strade più probanti e maturando nel tempo. Ora avranno forse vita più facile, ma arrivare più velocemente alla vetta non è detto che sia un bene, anzi. Il patrimonio delle grandi potenze calcistiche non si costruisce in quattro e quattr'otto e passando attraverso varchi fin troppo larghi.  

venerdì 20 marzo 2015

MONDIALI DI CALCIO 2022, IL PALLONE SOTTO L'ALBERO: IN QATAR SI GIOCHERA' A DICEMBRE


Un altro totem calcistico è caduto. Ora è ufficiale: il Mondiale del 2022, in Qatar, si giocherà fra novembre e dicembre, in quelle settimane in cui l'autunno sta per lasciar strada all'inverno, quando l'atmosfera natalizia, sincera o posticcia che sia, ha già largamente invaso le case di tutti o quasi. Da quelle parti, a giugno e a luglio (i mesi classici della kermesse iridata) le temperature, e le condizioni climatiche in generale, sono incompatibili con lo svolgimento di un'attività sportiva: alla faccia degli "stadi refrigerati" di cui aveva favoleggiato qualche buontempone. Nessun dramma, ci mancherebbe: sono ben altri gli orrori che stanno minando alla base la credibilità del carrozzone, e che, quantomeno qui da noi, hanno raffreddato gli entusiasmi di molti "calciomaniaci" impenitenti. Però un po' di magone c'è. 
Di Coppe del mondo invernali in fondo se ne son disputate altre, in passato, dal punto di vista strettamente "geografico": quella maggiormente ricordata da appassionati giovani e attempati è, ancora oggi, Argentina '78. A giugno, nella terra dei gauchos, fa freddo: foto e immagini televisive di quei giorni ci raccontano di atleti schierati in campo con maglie a maniche rigorosamente lunghe, allenatori intabarrati in impermeabili e giacconi pesanti, atmosfere spesso plumbee, tenebre precoci, nebbioline incipienti. Tutto ok, però pur sempre giugno era...
MONDIALE= CALDO... - Il "problema", è chiaro, riguarda soprattutto noi europei, abituati a vederci servite le grandi competizioni per Nazionali, Mondiali ma anche Europei, ogni due anni alla fine della stagione per club. Conta l'atmosfera, l'ambiente in cui si sviluppa l'evento, un fattore niente affatto trascurabile per chi vede il football non solo come vicenda strettamente agonistica, ma come autentico romanzo popolare, volano e crogiolo di passioni, caratteristiche che ovviamente si ritrovano amplificate al diapason nella rassegna planetaria, ossia nella massima espressione calcistica del globo. Ebbene, per noi italiani Mondiale vuol dire estate, caldo più o meno canicolare: vuol dire strade illuminate dal sole e dalle bandiere tricolori, vuol dire raduni nelle piazze per assistere alle partite davanti ai maxischermi, e, per i più "pazzi", bagni nelle fontane, un po' per festeggiare eventuali trionfi azzurri, un po' per alleviare la calura. Scene, scorci di gioia che si ripetono simili nel resto del Vecchio Continente, o in buona parte di esso, con le ovvie sfumature legate alle differenze di attitudini e di carattere, alla maggiore o minore morigeratezza nel vivere la grande festa del football. 
RITUALI INTOCCABILI - Nel 2022, tutto questo non accadrà, non dalle nostre parti: e questo brusco cambiamento di "atmosfera" toglierà inizialmente un po' di magia alla kermesse, sorvolando sull'opportunità di averne assegnato l'organizzazione a un Paese ricchissimo ma calcisticamente all'ABC, e per tacere di tutto l'enorme strascico di polemiche che ha accompagnato tale designazione. Però non bisogna chiudersi aprioristicamente alle novità: anche solo una volta nella vita, ci sta di sperimentare un Mondiale da vivere... in maglia di lana, con l'albero di Natale e/o il Presepe già allestiti in salotto. L'importante sarà che i parrucconi della FIFA non ci prendano l'abitudine: la sacralità di certi eventi, e la Coppa del Mondo è l'Evento per eccellenza del calcio, si regge anche su certe ritualità, su certe tradizioni immutabili: su quei "totem" di cui si diceva all'inizio. E' pur vero che il calciofilo medio di oggi si fa andar bene più o meno qualsiasi cosa, non si spiegherebbe altrimenti la tolleranza nei confronti dello spezzatino che ha distrutto la contemporaneità della nostra Serie A, o verso le rose imbottite di stranieri, ma c'è un limite a tutto. 
ORGANIZZAZIONE, PREPARAZIONE: CAMBIERA' TUTTO - Questo per quel che riguarda il versante "sentimentale" (importantissimo, lo ripeto). Sul piano strettamente tecnico, i problemi saranno forse amplificati. Dovrà essere totalmente sconvolta la pianificazione complessiva dell'annata calcistica, sia sul fronte organizzativo sia su quello più strettamente agonistico, sia per i club che per le rappresentative. Preparazione fisica da "rileggere" alla luce delle nuove esigenze di calendario, da effettuare forse con tempistiche diverse e con modalità da calibrare attentamente, magari persino con metodiche nuove. Campionati  nazionali da interrompere, giocoforza, a metà percorso, e ci sta: la pausa invernale, invece che per ricaricare le pile in vista delle sfide di primavera, dovrà servire per la messa a punto delle 32 partecipanti al torneo iridato, e per la disputa dello stesso. 
Torneo che forse, proprio per questo, mostrerà compagini e campioni più "sul pezzo", meno spremuti fisicamente e mentalmente, il che è un'arma a doppio taglio: se da un lato tutto ciò dovrebbe garantire un innalzamento del tono spettacolare delle partite, dall'altro potrebbe rendere la competizione più prevedibile, con un sostanziale rispetto delle gerarchie consolidate, senza exploit inattesi: potrebbe persino accadere che i calciatori inglesi, non più ridotti al lumicino dalle innumerevoli gare chiamati a giocare coi loro club, riescano finalmente a impreziosire un albo d'oro "mundial" tremendamente a corto di argomenti (anche se per loro il logorio è solo una parte del problema: la verità è che, da qualche anno a questa parte, lassù sull'Isola i talenti veri latitano, altroché: molto peggio che da noi...). 
E DOPO IL MONDIALE? - Poi, però, sorgerebbero inconvenienti dopo la fine della festa qatariota: giocatori spremuti, forse più sul piano nervoso che su quello atletico, in proporzioni mai viste nel bel mezzo di una stagione agonistica. Nuova preparazione, da impostare in maniera diversa, ma il rischio concreto di vedere, nella seconda parte dell'annata per club, squadre poco brillanti, o comunque uno sconvolgimento dei valori che porterebbe le "grandi" ad arrancare e le società meno attrezzate a trovare più spazio per imprese "impossibili"; nulla di negativo sul piano emozionale, anzi, ma sicuramente un'anomalia causata da un evento "esterno", e non da, piuttosto, una auspicabile redistribuzione di risorse fra società "ricche" e società "povere". 
Tutte ipotesi, ci mancherebbe; magari invece non accadrà nulla di tutto questo e, anzi, il Mondiale troverà nell'autunno - inverno la sua nuova collocazione ideale. Sul punto ho i miei dubbi, ma di certo rappresenterà un banco di prova enorme, uno di quegli snodi cruciali nella storia di questo sport: si tratterà di mettere in moto il cervello, di studiare nuovi sistemi di gestione degli impegni, di preparazione degli atleti, di calendarizzazione degli eventi. Sarà meglio che i padroni del vapore pallonaro comincino a pensarci per tempo. 

martedì 29 luglio 2014

LA CORSA ALLA FIGC: MA NON SI PUO' PROPRIO FARE A MENO DI TAVECCHIO?

                                    Albertini: candidato più credibile di Tavecchio

E se, alla fine, l'orripilante scivolone dialettico di Carlo Tavecchio (su una buccia di banana, è proprio il caso di dire) si rivelasse una mano santa, mettendo fuori gioco il più improponibile dei candidati alla guida della Federcalcio? Il 71enne lombardo, che sogna di prendere in mano le redini del pallone tricolore in uno dei momenti più critici della storia del nostro football, si è attirato le ire di... tutto il mondo, tranne che della maggioranza dei grandi elettori del Palazzo pallonaro. Si è pronunciata perfino la Comunità Europea, mentre la FIFA ha inviato una lettera in via Allegri chiedendo ufficialmente l'apertura di una indagine sulle parole pronunciate dal suddetto (Opti pobà e dintorni...). La FIFA è l'organismo che governa il calcio planetario: sarebbe come se contro un sindaco di una città italiana, colto in fallo per qualsivoglia motivo, prendessero posizione il Presidente della Repubblica e/o il Presidente del Consiglio. In un "Paese normale" (espressione abusata, ma mai come in questo caso calzante a pennello) tale primo cittadino dovrebbe togliere le tende nel giro di poche ore, al massimo pochi giorni; allo stesso modo, in un calcio normale, il Tavecchio dovrebbe prendere atto delle (giustificate) perplessità della Federazione internazionale, nonché dell'insostenibilità della propria posizione, e farsi da parte. 
IL PAESE NORMALE - In un Paese e in un calcio normale, già: ma la normalità, l'Italia e il suo pallone, l'hanno persa di vista da tempo. Tavecchio viene "messo sotto osservazione" da parte dell'ente a cui un domani, se diventasse gran capo della FIGC, dovrà far riferimento e rendere conto, ma lui continua imperterrito per la sua strada, e la grande maggioranza dei presidenti di A lo segue in questa folle avventura. Nulla di strano, in fondo: dinamiche viste e riviste nel triste Parlamento nostrano. L'impazzimento di questa sventurata nazione è ormai fuori controllo: e, si badi, non sto parlando di moralità, ché lezioni di questo genere non mi sento in grado di darne a chicchessia, ma di una banale questione di opportunità; diciamo addirittura, usando un parolone, di senso delle istituzioni. Basterebbe anche solo il problema della "forma", pur se potrebbe sembrare un esercizio di vuota ipocrisia: però chi aspira ad occupare un ruolo politico (sì, politico) di primissimo piano deve avere quantomeno la capacità di esprimersi in maniera appropriata, pesando le parole e i concetti, contando fino a dieci prima di profferire frasi infelici, manifestando una sensibilità superiore a quella della "gente comune". Dovrebbero essere le basi del mestiere, di un mestiere in cui spesso la forma è anche sostanza. 
MENTALITA' - Ma ovviamente c'è di più: ripeto, nessuna lezioncina morale, ma semplicemente la constatazione di un modo di parlare e di pensare vecchio (nel senso deteriore del termine), che poteva essere tollerato al massimo fino agli anni Settanta, quando nessuno trovava sconveniente che fin dalle scuole elementari certi bambini usassero termini come "handicappato" o "gay" a guisa di insulto: modi di approcciarsi alla realtà che oggi andrebbero considerati fuori dal mondo e dal tempo. La nostra civiltà aspira all'eguaglianza, al superamento di ogni tipo di discriminazione, e lo sport dovrebbe essere il più convinto portabandiera di questa istanza. E chi, da domani, sarà chiamato a guidare il più seguito, il più popolare degli sport, dovrà avere una forma mentis più aperta e contemporanea, ciò che non mi pare traspaia dal già celeberrimo discorso di Tavecchio, che fornisce la chiave di lettura più superficiale e odiosa a un problema indubbiamente esistente, quello dell'importazione selvaggia di calciatori stranieri di modesto livello che hanno finito per riempire anche i nostri vivai. 
PROGRAMMI - Il ricambio ai vertici federali, in una gravissima fase congiunturale che ha portato a un brusco ridimensionamento dell'italico football, rappresenta un problema serio e delicatissimo, tale da non poter tollerare certi incidenti di percorso. Sarebbe piuttosto necessario parlare di programmi, quello del presidente della Lega Dilettanti e quello del suo competitor, Demetrio Albertini. I punti cardine, generici come in ogni manifesto elettorale che si rispetti, accomunano i due rivali: riforma e snellimento dei campionati professionistici e valorizzazione dei virgulti dei nostri settori giovanili. Entrambi puntano su un rilancio in grande stile del Settore tecnico di Coverciano, Tavecchio vagheggia le Academy in stile francese e tedesco, mentre l'ex centrocampista di Milan e Nazionale spinge per l'istituzione delle squadre B (modello spagnolo) e sulla presenza di almeno dieci ragazzi del vivaio nelle rose delle prime squadre. I progetti di Tavecchio non sembrano, dunque, tanto più arditi, convincenti e articolati di quelli dell'ex vicepresidente federale, certo non al punto di giustificare la massa di voti che sembra dover convergere sul candidato nell'occhio del ciclone: ma la sensazione è che tutto questo conti, e conterà, ben poco. La questione è eminentemente politica, i soliti intrecci di appoggi e di alleanze che da decenni zavorrano le nostre istituzioni, non solo quelle sportive, portando a un eterno immobilismo. 
CLASSE DIRIGENTE DA PENSIONARE - E' perfino inutile soffermarsi troppo sul presunto "curriculum" di Tavecchio, sui suoi precedenti... inciampi con la giustizia elencati minuziosamente in un recente articolo del Fatto Quotidiano: l'interessato ha inviato una lettera di smentita e precisazioni al direttore del giornale Padellaro, missiva che linko qui affinché ognuno possa farsi la propria idea. Il problema di fondo è che si tratta comunque di un personaggio fin troppo discusso, mentre il calcio italiano avrebbe bisogno di uomini (e donne) dal passato e dal presente immacolati, senza comportamenti o atti ufficiali che possano anche solo dare adito a sospetti, che possano minarne la solidità politica. Uno come Albertini? Può essere (anche se il sottoscritto auspica da anni un commissariamento, che sarebbe pur sempre una benedizione), comunque sempre meglio del suo rivale, esponente esemplare della classe dirigente italiana cristallizzatasi nell'ultimo trentennio, una classe dirigente da pensionare ma che in pensione non ci va mai, impermeabile a ogni tempesta, attaccata a ogni poltrona e a ogni candidatura, che non molla la presa nemmeno di fronte agli infortuni più clamorosi, nemmeno davanti alle pubbliche perplessità e riserve manifestate da chi sta più in alto. E già, perché la citata lettera della FIFA non è una mera operazione di facciata: potrebbe comportare, in caso di "ascesa" di Tavecchio al più alto scranno di via Allegri, ulteriore perdita di credibilità e di peso internazionale del nostro movimento calcistico, perché il dirigente LND entrerebbe nel massimo consesso con un notevole handicap di partenza: con quale autorevolezza potrebbe poi difendere i nostri interessi? 

lunedì 14 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: GERMANIA CAMPIONE, UN ATTO DI GIUSTIZIA


La Germania campione del mondo (primo titolo iridato dopo l'unificazione del Paese) è la migliore eredità che Brasile 2014 potesse lasciare ai posteri. Per crediti accumulati nel breve e nel lungo periodo, per ragioni tecniche e financo morali, nessuno più dei tedeschi avrebbe meritato di alzare la Coppa FIFA al cielo di Rio de Janeiro. Di più: scorgo in questa Nationalmannschaft le stimmate del dream team, con picchi di perfezione che forse neanche la leggendaria Roja spagnola 2008 - 2012 aveva mai raggiunto. Nella mia squadra del cuore vorrei ammirare proprio le qualità del gruppo di Low: sagacia tattica europea con una spruzzata di fantasia latina, refrattarietà ai condizionamenti ambientali, concretezza (nella semifinale contro i padroni di casa, Kroos e compagni sono andati vicini a una percentuale realizzativa del 100 per 100), continuità agli alti livelli non solo nell'arco di un singolo torneo, ma da Mondiale ad Europeo, da Europeo a Mondiale; e capacità di abbattere tabù quasi secolari, nella fattispecie l'impossibilità, per una squadra del Vecchio continente, di affermarsi in America (del nord e del sud). Cosa potrebbe desiderare di più, un appassionato di football? 
LA GIOVENTU' COME NORMALITA' - La squadra ideale, per quanto mi riguarda, è anche quella che non vede nella valorizzazione dei giovani un atto di coraggio (se non addirittura una fastidiosa incombenza), ma la considera come la fase più normale, più logica, nella messa a punto di un credibile progetto calcistico. Normale e logico, per il cittì tedesco, è stato buttare nella mischia un fresco ventiduenne (peraltro già più volte titolare nel passato recente) quando si approssimava il momento più caldo della sfida conclusiva; e questo ventiduenne, Mario Gotze, ha semplicemente risolto la gara, andando a siglare, con uno splendido sinistro, il gol della quarta stella mondiale. Mario Gotze e, attorno a lui, come è stato più volte ricordato in queste ore, tanti ex componenti di una Under 21 tedesca che, nel 2009, vinse fortunosamente una semifinale europea contro un'Italia brillante ma poco pragmatica. Quei... giovani panzer sono stati poi travasati, in buona parte, nella selezione maggiore di mister Low: ma, lo ripeto, non è stato coraggio, è il corso naturale delle cose. Accadeva anche da noi una volta: ricordate la splendida giovanile azzurra di metà anni Ottanta, guidata da Azeglio Vicini? Non appena quest'ultimo venne nominato responsabile tecnico dell'Italia "dei grandi", dopo il fallimento di Mexico '86, portò con sé, dapprima a piccole dosi poi sempre più massicciamente, i ragazzini che aveva cresciuto, costruendo una delle Nazionali più belle (e sfortunate) nella storia del nostro pallone. Oggi, invece, quando si è in difficoltà si buttano nella mischia l'innocuo Cassano (32 anni) e "lentopede" Thiago Motta (31 abbondanti)... 
HANNO VINTO I MIGLIORI - Degna trionfatrice, dunque, la Germania. In Brasile ha mostrato di gran lunga il calcio migliore, il tasso di classe più elevato, il maggior numero di uomini decisivi. Dell'Argentina si era già detto: squadra scolpita nel granito, superbo dispositivo di copertura a protezione dell'intermittente (fin troppo...) genio di Leo Messi. Uno di quegli undici abilissimi nel far giocare male anche gli avversari più qualitativi. Per lunghi tratti ci è riuscita anche ieri sera, l'Albiceleste. I tedeschi non erano quelli del 7 a 1 al Brasile, né, forse, era giusto pretendere che si ripetessero sugli standard di quella partita assolutamente unica, con caratteri di eccezionalità. Giocando oltretutto a ritmi più bassi del solito, sono andati a invischiarsi nella ragnatela predisposta da Sabella e mirabilmente eseguita dai suoi uomini in campo. Hanno cercato comunque di tenere pallino, i bianchi, ma dall'altra parte i sudamericani rispondevano colpo su colpo, con una spigliatezza offensiva che raramente avevano sciorinato nelle gare precedenti, nella circostanza alimentata soprattutto da un Lavezzi che sulla destra faceva il diavolo a quattro. 
DEGNA FINALE - Ne veniva fuori una finale degna, magari non bellissima sul piano estetico ma emozionante, equilibrata, combattuta, a tratti aspra, pilotata con discreta disinvoltura da Rizzoli e dai suoi collaboratori. L'Argentina, si diceva, era pericolosa come mai in questo Mundial, con la sicurezza alle spalle garantita da un Garay inappuntabile e dal solito Mascherano interdittore illuminato: ma quattro palle gol nitide non concretizzate nella sfida più importante sono una condanna inappellabile per chiunque. Higuain in avvio su svarione di Kroos, Messi due volte (nel primo tempo salvataggio sulla linea di Boateng, nella ripresa diagonale a lato di un soffio) e Palacio nei supplementari (fiacco pallonetto su Neuer in uscita): troppa grazia per una Germania che comunque non stava a guardare e premeva anzi con più continuità, anche se con minore incisività. Muller, nelle vesti di sontuoso assist man, nella prima frazione inventava uno splendido cross sul quale Klose non riusciva ad arrivare, e nella ripresa liberava a centro area Howedes, che cincischiava e perdeva l'attimo. Lo stesso Howedes, poco prima dell'intervallo, aveva centrato il palo di testa su corner; a completare il conto dei tentativi tedeschi, Kroos per due volte vanificava la tessitura dei compagni chiudendo dal limite con conclusioni fiacche e prevedibili. Poi, nei prolungamenti, subito una botta di Schurrle da distanza ravvicinata, respinta a mani aperte da Romero, e nel secondo extra time il sinistro chirurgico di Gotze, su assist dello stesso Schurrle. 
DUE VETERANI DA APPLAUSI - Detto dei giovani leoni, non si può negare che, fra i panzer, due veterani abbiano onorato come meglio non avrebbero potuto il match più importante della loro carriera: capitan Lahm si è sfiancato nel doppio lavoro di chiusura e di spinta, Schweinsteiger è stato letteralmente onnipresente: decisivo a protezione di Neuer, formidabile settepolmoni nel mezzo, propulsore per la fase offensiva. E poi Boateng, nelle ultime partite più decisivo del (giustamente) celebrato collega Hummels nel tappare le poche falle della retroguardia, un Kroos meno preciso del solito (e che rischiava di decidere la finale in negativo, con quel pallone regalato al Pipita) ma comunque sempre abile a trovarsi nel vivo della manovra. Ozil è parso, perlomeno nella prima mezz'ora, più vivace e ispirato che in tutto il resto del torneo, poi è calato alla distanza, mentre, come detto, Thomas Muller non ha avuto palle giocabili in area ma ne ha lavorate molte, e con profitto, per i compagni, confermandosi magnifico tuttofare dalla trequarti in su. Forse sarebbe stato meglio scegliere fra lui e Robben, per l'assegnazione del titolo di miglior giocatore del Mondiale: ha invece prevalso Messi e la decisione lascia francamente esterrefatti, come del resto, parere personale, fu quantomeno generoso il Pallone d'Oro assegnatogli da France Football nel 2010 (Iniesta poteva vantare titoli ben più corposi). 
I PROBLEMI DI MESSI E LA CONTRADDIZIONE ARGENTINA - La pulce del Barça ha confermato, in fondo, ciò che già si sapeva: spesso risolutore in prima persona o come ispiratore, si erge a mattatore solo se inserito in un contesto altamente competitivo. In questa Seléccion, ha dato l'impressione di predicare spesso nel deserto: troppi elementi preposti al filtro e alla distruzione del gioco altrui, e tutto il lavoro creativo sulle sue spalle, davvero troppo fragili. Se poi, nella finale tanto bramata, si sbagliano gol come Del Piero a Euro 2000, allora è chiaro che il titolo di erede di Maradona sia destinato a rimanere vacante, mentre fossi in Leo e in chi lavora con lui terrei seriamente sotto controllo il problema dei conati di vomito, ripresentatosi ieri sera e fin qui, mi pare, colpevolmente sottovalutato, visto che la spiacevole storia sta andando avanti da mesi.
Certo, ci sarebbero da scrivere pagine e pagine sulla curiosa contraddizione che alberga nell'animo del futbòl argentino: ha donato al mondo una serie di fuoriclasse epocali, gente che col pallone ha saputo ricamare autentici capolavori, ma dopo l'86 è riuscito a sfiorare l'alloro iridato solo con formazioni "da battaglia", prettamente operaie (1990 e ieri), trapanando invece l'acqua quando si è presentata ai nastri di partenza con rose zeppe di stelle (2002 e 2006, per dire). Rimane il verdetto del Maracanà, un vero atto di giustizia, che ha premiato chi ha battuto la strada del football propositivo e di iniziativa, a scapito di chi ha ruminato calcio per un mese, con pochi lampi e votandosi al più crudo utilitarismo. Basta questo, in fondo, per dare senso e credibilità tecnica a un torneo che, al tirar delle somme, non è stato quel "Mondiale dei Mondiali", sublimazione del football - arte, idealizzato da molti fino a pochi giorni fa. 

giovedì 3 luglio 2014

RECENSIONI "MONDIALI": "LA GRANDE PASSIONE", UN BRUTTO FILM PER UN DIMENTICABILE OMAGGIO AL CALCIO E ALLA FIFA


Giorno di pausa Mondiale, ieri, fra gli ottavi e i quarti di finale. Serata estiva non troppo calda. Ti piazzi davanti alla tivù e ti sintonizzi su Rai Uno per goderti, in mancanza di partite, "La grande passione", un film di recente uscita (regia di Frédéric Auburtin) dedicato alla storia della FIFA e quindi, in definitiva, al racconto dello sviluppo e dell'affermazione del calcio in ogni angolo del pianeta, dal 1904 in poi. Promettente, e poi il cast è di prim'ordine: Gérard Depardieu, Tim Roth, Sam Neill le punte di diamante. Ti aspetti un meritato tributo, un po' agiografico e un po' critico, ma comunque ben confezionato, al percorso ultracentenario dello sport che più di ogni altro ha saputo catalizzare oceaniche passioni, travalicando i confini agonistici per assumere un deciso rilievo sociale. Arrivi alla fine con una sola domanda a martellarti le meningi: perché il cinema continua a trattare così male il football? Perché svilire una tematica dalle infinite potenzialità narrative con un'opera così raffazzonata? 
CATTIVO CINEMA - Negli ultimi anni una svolta positiva c'era pur stata: il grande schermo aveva omaggiato l'universo del pallone con due piccoli gioielli, "Il miracolo di Berna" (intenso affresco attorno all'inatteso trionfo tedesco occidentale nella Coppa del Mondo '54, lo recensii qui) e "The game of their lives" (sull'incredibile vittoria della Nazionale statunitense ai danni dell'Inghilterra, nel 1950). Ma questa pellicola rimanda indietro l'orologio e rischia perfino di cancellare i passi avanti compiuti. "La grande passione" non rende un buon tributo all'epopea del calcio mondiale: è, semplicemente, un esempio di cattivo cinema, a partire dall'impostazione generale per finire a dettagli in apparenza secondari che, però, già dicono molto sulla qualità complessiva dell'operazione, sul rigore storiografico con cui è stata realizzata. Esempio: se la "credibilità fisica" degli attori ha una sua pur minima importanza, ecco, scegliere il colosso Depardieu per affidargli la parte del "padre" dei Mondiali, Jules Rimet, nella realtà uomo dalla corporatura tutt'altro che debordante (anzi), significa già partire col piede sbagliato. 
SCRITTURA DISOMOGENEA - Fosse solo quello il problema. Mi rendo conto che racchiudere in un film di due ore scarse una vicenda lunga oltre un secolo, e fittissima di episodi clamorosi e controversi, sia impresa improba per chiunque, ma una via di uscita c'è sempre, sol che si voglia trovarla: ci si può focalizzare su una determinata fase storica, e sarebbe stato ad esempio interessante raccontare solo le gesta dei pionieri, dalla fondazione della Federazione internazionale fino all'organizzazione del primo torneo iridato, ma queste sono scelte editorial - creative che spettano a chi il film lo scrive. Però, se si opta per una narrazione onnicomprensiva, è doveroso realizzarla in maniera meno grossolana, superficiale, disomogenea. Sì, "La grande passione" è una pellicola "squilibrata" nella costruzione: troppi passaggi storici epocali liquidati in poche battute o addirittura ignorati, e lungaggini inenarrabili, di converso, sulla FIFA dell'era moderna, con le sue lotte di potere e i suoi scandali veri o presunti. Più politica che calcio, il che è già una scelta programmatica discutibile, perché comporta l'abbattimento del possente effetto poetico che un prodotto del genere avrebbe invece nel suo Dna. 
MONDIALI IGNORATI - Due film diversi, slegati fra di loro, sembrano quasi convivere (a fatica) in quest'opera: la prima parte, come detto, potenzialmente potrebbe risultare la più fascinosa, evocativa, financo romanzesca, ma tutto scorre via come in un riassunto frettoloso e poco curato. I primi vent'anni di esistenza della Federazione di fatto cancellati, nemmeno un cenno alle vicende agonistiche della prima Coppa del Mondo (si passa dalla costruzione dello stadio Centenario di Montevideo direttamente alla premiazione dei campioni uruguaiani), saltate a pié pari le altre due edizioni degli anni Trenta, se non per un odioso riferimento alla kermesse del '34 ospitata dall'Italia: "L'avete organizzata per ragioni di propaganda, non certo per passione sportiva", dice Rimet rivolto al dirigente italiano Ottorino Barassi: e quando quest'ultimo afferma "comunque l'Italia l'ha vinta", il presidente FIFA gli ribatte: "No, ve ne siete appropriati"... Dialogo assolutamente improbabile, una venatura politico - ideologica che in un simile contesto assume i contorni di una forzatura, anche perché l'argomento (rapporto fra calcio e fascismo, organizzazione di quel torneo e svolgimento dello stesso) è talmente articolato e complesso (ne ho parlato qualche settimana fa sul mio blog, in due post, qui e qui) che, o lo si affronta seriamente, oppure si lascia perdere e si passa oltre. Del tutto ignorate anche le rassegne iridate dal 1954 al 1962 (gli anni della grande Ungheria, della nascita del mito Pelè e del dominio brasiliano, robetta di nessun valore, insomma). 
POCO PASSATO, TROPPO PRESENTE - La sensazione, col passare dei minuti, è che si corra a perdifiato per liquidare quanto prima la parte di storia "antica" (mentalità diffusa in tanti ambiti comunicativi: del passato frega poco, meglio dedicarsi ai tempi recenti e all'attualità, che intercettano un'audience maggiore), e che non si veda l'ora di affrontare le tematiche geopolitiche e finanziarie della FIFA contemporanea: la sfida fra l'antico presidente Stanley Rous e Joao Havelange, l'entrata in scena di Sepp Blatter, che diventa in breve il protagonista assoluto del film, il ruolo dell'Adidas, l'apertura ai Paesi del cosiddetto Terzo mondo calcistico, in primis l'Africa (dell'Asia, chissà perché, non viene fatto cenno alcuno), passaggio fondamentale nel lungo cammino della Federazione internazionale, passaggio che però "La grande passione" affronta omettendo un evento storico, il più decisivo in questo senso, ossia l'allargamento del Mondiale, in occasione di Spagna '82, da 16 a 24 squadre, modifica regolamentare adottata proprio per aumentare il numero di partecipanti fuori dal giro delle due culle del football, Europa e Sud America.
GLI INTRIGHI DELLA FIFA - Viene passata al setaccio la gestione Blatter con occhio indagatore, ma la sceneggiatura sembra muoversi maldestramente tra volontà accusatrice e benevola assoluzione, butta lì sospetti di manovre losche e giri strani (talmente gravi da poter portare il potente dirigente svizzero in galera, viene detto) ma non lascia intendere compiutamente quali siano queste malefatte di rilevanza penale, e anzi alla fine tutto si stempera mentre viene celebrata la rielezione al vertice FIFA dell'astuto Sepp, per poi chiudere in gloria con lo stesso Blatter che decreta, fra scene di entusiasmo, l'assegnazione del Mondiale 2010 al Sudafrica. Della serie: abbiamo iniziato raccontando con toni romantici i primi passi dello sviluppo mondiale del football, però per pochi minuti sennò poi il pubblico si annoia, abbiamo lungamente divagato puntando su non meglio precisati torbidi intrighi di palazzo e tentando di realizzare una pellicola di denuncia, dopodiché, oops, in dirittura d'arrivo ci siamo ricordati che in fondo l'intento del film era celebrativo (o no? Per la verità non si è capito) e allora era giusto finire con il primo Mondiale africano, emblema della totale universalità raggiunta dal pallone, ormai diffuso nei cinque continenti. Mah. 
IL CALCIO MERITA DI PIU' - Fosse stato il tema di un liceale, avrebbe seriamente messo a repentaglio la promozione del ragazzo. In questo brodo indistinto, un pizzico di retorica a buon mercato: le parentesi che, a mo' di intervallo fra un'era calcistica e l'altra, mostrano un gruppo di ragazzini alle prese con la classica partitella su un campetto sterrato, con l'unica bambina del plotone che resta insofferente in porta per tutto il film salvo poi abbandonare arbitrariamente i pali, impossessarsi del pallone e, manco fosse Aristoteles in "L'allenatore nel pallone", dribblare compagni e avversari fino a realizzare un gol che al confronto Maradona era un dilettante. Come a dire: ora il calcio è veramente di tutti perché coinvolge anche "l'altra metà del cielo". Vero (fino a un certo punto: purtroppo il "pallone in rosa" deve ancora decollare in molti Paesi, si pensi a come è bistrattato da noi), peccato che in tutto il film alla questione venga dedicata solo una mezza battuta del solito Blatter: "Per lo sviluppo del football, ora dobbiamo dedicarci anche alle donne": stop, finita lì. E peccato che il racconto di questa raggiunta universalità sia stato proposto puntando l'obiettivo più su politica e affarismo legati al calcio (con tutti i risvolti negativi del caso) che sulla faccia pulita di questo sport, sui campioni, le grandi squadre e l'entusiasmo popolare. Tornando alla domanda di cui sopra: l'intento dell'opera era celebrativo o di denuncia? La sensazione è che si dovesse fare una scelta di campo, una sola cosa fatta bene, invece se ne son fatte due male, cucinando un minestrone di difficile digeribilità: superficialità storiografica, imprecisioni, discorsi iniziati e mai portati a termine, spirito critico che rimane a metà del guado. La fascinosa leggenda del calcio, ma anche i suoi lati oscuri, meriterebbero di più e di meglio. 

martedì 17 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA GERMANIA E' LA REALTA' PIU' SOLIDA. CALCIO "QUASI" TOTALE, RONALDO CANCELLATO, MULLER UBER ALLES

                                           Esultanza tedesca, con Muller al centro

Uomini da Mondiale. Appena annusano nell'aria l'inebriante aroma del torneo iridato, ingranano la quarta e diventano mattatori, disseminando di prodezze il più importante palcoscenico calcistico del globo. E' un club di calciatori esclusivo e assai invidiato, perché solo in pochissimi riescono a diventarne membri. La storia e l'attualità del football sono piene di campioni, persino di fuoriclasse, che davanti all'impegno della Coppa del Mondo si sono fatti piccoli piccoli: pensiamo a Platini, che di Mondiali ne ha disputati tre senza mai lasciarvi un'impronta autenticamente indelebile, così come Van Basten, che trapanò l'acqua in occasione della sua unica partecipazione; oppure, venendo all'oggi, in attesa di capire se Leo Messi riuscirà finalmente a rompere l'incantesimo dando un seguito al gol gemma con la Bosnia, chi ha nuovamente steccato è stato Cristiano Ronaldo, ectoplasmatico nella disfatta del suo Portogallo davanti alla Germania. Ecco, la Germania invece ce l'ha, il suo "uomo da Mondiale": si chiama Thomas Muller ed è un castigo di Dio. 
MULLER DA TRIPLA - Cinque reti in Sudafrica, quattro anni fa, capocannoniere al debutto in una grande competizione internazionale; tripletta ieri pomeriggio, a griffare il trionfale vernissage brasiliano della Nationalmannschaft. Il 4 a 0 agli spauriti lusitani rappresenta il vero atto di forza di questo avvio di torneo, ancor più della demolizione spagnola ad opera dell'Olanda, che probabilmente aprirà la strada a un ottimo Mondiale degli Oranje ma che, nelle dimensioni dello score e nella sostanza tecnica, rimane un episodio probabilmente irripetibile: un'impresa, nel senso più pieno del termine. I tedeschi hanno invece lasciato una sensazione ben più "corposa": quella di Low è parsa, fra le "grandi" designate, la compagine più equilibrata, compatta, completa, di alto livello tecnico e agonistico, pienamente consapevole dei propri mezzi. Come l'Italia, neanche  la Germania poteva contare su un approccio morbido utile a completare il rodaggio, ma ha fatto spallucce, riuscendo a ridurre il Portogallo a caricatura di squadra. 
QUASI CALCIO TOTALE - Vista la partita, tutto è sembrato facile, ma di fronte ai teutonici c'era una delle migliori espressioni del calcio europeo degli ultimi tre lustri, terza (proprio come la Germania) al torneo continentale 2012, mina vagante col privilegio di schierare in prima linea il Pallone d'oro in carica. Tutto è parso facile perché sono stati Muller e compagni a mettere la strada in discesa: il Portogallo aveva iniziato in maniera promettente, con una incursione di CR7 arginata a fatica da Neuer, poi non c'è più stata storia. Dal rettangolo verde è zampillato uno spettacolo a tratti esaltante di calcio contemporaneo, modernissimo: mi è parso persino di intravedere sprazzi di football totale, nel senso universalmente conosciuto tramandatoci dagli eroi olandesi del 1974 e dintorni. Nessuno o quasi era ancorato saldamente al proprio ruolo nominale, nelle file dei bianchi: tutti o quasi coprivano e attaccavano, sostenuti anche da uno schieramento corto, che consentiva di difendere in massa per poi distendersi armoniosamente verso la porta di Rui Patricio, senza allungare il brodo della manovra. 
BATTERIA DI INCURSORI - In un attacco che, nel solco spagnolo, abbracciava la filosofia del "falso nueve", il tourbillon era notevole, anche se alla distanza emergevano posizioni ben definite: Ozil a ispirare inesausto la manovra sulla destra, il furetto Gotze a regalare lampi brucianti sul versante opposto, e poi lui, "l'uomo da Mondiale" Muller, a spaziare in libertà per poi venire fatalmente calamitato verso la zona centrale, suo approdo naturale, fino a siglare, dopo il penalty in apertura, due reti da centravanti vero, l'ultima delle quali con un opportunismo alla Paolo Rossi, piombando nell'area piccola su una palla sfuggita al portiere. Per inciso, anche senza ricorrere al finto centravanti, la batteria di trequartisti, mezzeali e incursori messa in mostra dalla Germania è la formula che sogno, come tante volte scritto, per la nostra Nazionale, in modo da dare sostegno e respiro a Balotelli e ampliare il ventaglio di soluzioni offensive del Club Italia. 
Dietro il trio di guastatori "senza fissa dimora tattica", agivano con costanza un Kroos chirurgico in impostazione, un Khedira ritrovato dopo il grave infortunio, efficacissimo nelle due fasi di filtro e rilancio (e anche vicino alla segnatura nelle battute iniziali), l'impagabile Lahm che agiva a tutto campo avanzando spesso fino alla trequarti; nelle retrovie Hummels, oltre a difendere con perizia, si industriava a far ripartire l'azione e andava oltretutto a siglare, di testa su corner, il punto del raddoppio. Una "cooperativa" del pallone, insomma, in cui tutti si aiutavano anche al di là delle rispettive mansioni d'origine. 
GERMANIA, SOLIDE CERTEZZE. PORTOGALLO DA REINVENTARE - Mentre la Spagna si è smarrita e il Brasile è aggrappato al suo genio Neymar, mentre l'Italia fa ben sperare ma deve mettere a punto diversi dettagli tattici e di uomini, mentre la Francia è da rivedere contro un avversario di vera caratura mondiale e l'Argentina pare aver sposato il minimo sindacale del gioco, la Germania è una realtà già "fatta e finita", piena di certezze,  pronta per volare lontano: quello di ieri doveva essere il suo impegno più gravoso, in questa fase iniziale, e invece nell'ultima mezz'ora ha persino potuto tirare il fiato, ridimensionando un Portogallo sovrastato in ogni zona del campo, mai in grado di abbozzare contromisure plausibili.
Ronaldo ha fatto tutto il contrario di ciò che ci si attende da un fuoriclasse universale: mai ha preso la squadra per mano da vero leader, si è limitato a giocate elementari e prevedibili, a un'attesa passiva dei passaggi (spesso imprecisi) dei compagni. E intorno, il nulla, a parte qualche buona idea di Veloso nel primo tempo e qualche incursione di Nani. Come per la Spagna, ripartire da un esordio così disastroso, nel punteggio e nelle risultanze di gioco e di rendimento, sarà impresa disperata. La Germania, invece, di esordi non ne sbaglia più uno, dal 1990. Fece 4 a 0 anche nel 2010, ma all'epoca davanti c'era l'Australia, con tutto il rispetto. Oggi, questo poker ha un peso specifico ben diverso. Generalmente non amo sbilanciarmi (anche se, sosteneva Gianni Brera, i pronostici li sbaglia solo chi non li fa, come dire che chi scrive di pallone deve saper rischiare), ma, allo stato delle cose, mi sorprenderei molto se non trovassi la selezione di Low fra le prime quattro di questo Mundial. 

martedì 13 maggio 2014

MONDIALI 2014, IL LISTONE AZZURRO DEI TRENTA: PEPITO ROSSI SI', GILARDINO NO. QUELL'ANTICO PENTIMENTO DI POZZO E IL CODICE ETICO SENZA SENSO

                                         Rossi: ha ritrovato il campo, il gol e l'azzurro

Questa storia dei trenta pre convocati in vista del Mondiale non sarebbe andata giù al grande Vittorio Pozzo. Il Commissario Unico due volte iridato, colui al quale il calcio italiano non è mai stato in grado di intitolare neppure uno stadio, adottò un criterio in tutto e per tutto simile a quello oggi codificato dalla FIFA, per la selezione degli azzurri che avrebbero dovuto partecipare alla Coppa del Mondo del 1934: scrematura progressiva di un gruppo allargato di giocatori, che a poche settimane dall'inizio del torneo giunse a quota trenta elementi, per l'appunto, per poi essere definitivamente ridotto a ventidue (tanti, allora e per molto tempo ancora, potevano essere i convocati per la fase finale della kermesse). Procedura di cui Pozzo si pentì amaramente, per ragioni tecniche e umane: si crearono tensioni eccessive, aspettative esagerate in certi atleti e attorno ad essi, inevitabili musi lunghi fra gli esclusi, e un clima di incertezza generale, con conseguente logorio mentale, in chi, a pochi giorni dall'evento, ancora non sapeva se vi avrebbe partecipato o meno. Poi le cose andarono benissimo (Italia campione del mondo), ma l'allenatore si ripromise di non ricorrere più a un sistema del genere. 
NO DIAMANTI, NO FLORENZI - Ottant'anni dopo, siamo qui a parlare delle stesse cose. Abbiamo il maxi listone dei trenta (più uno: Mirante per eventuale emergenza portieri) per Brasile 2014, per i ventitrè definitivi occorrerà aspettare fino al 2 giugno. Certo, restare sulla corda fino alla fine può essere un bene, soprattutto per i più giovani, ma la fragile psicologia dei calciatori ha in linea di massima bisogno di certezze, come detto sopra. Convocazioni con poche sorprese, quelle di Cesare Prandelli: perché che Diamanti si fosse giocato ogni chance di partecipare all'avventura era chiaro fin dalla sua partenza per la Cina.
Personalmente, me ne farò una ragione: buon giocatore, Alino, ma non propriamente il campione di statura internazionale che sarebbe servito al Club Italia per fare il salto di qualità, e del resto il suo curriculum azzurro parla chiaro: qualche buona prestazione (con il picco a Euro 2012, match con l'Inghilterra) ma mai i guizzi sovente sciorinati nel più abbordabile contesto della Serie A nostrana. Allo stesso modo, era nell'aria l'esclusione di Florenzi, e qui francamente una ragione non riesco a farmela: fra i migliori giovani emersi nelle ultime due stagioni, protagonista di buon livello nell'ottima annata giallorossa, centrocampista tuttofare con ottimi tempi di inserimento sotto rete, positivo anche in recenti apparizioni in rappresentativa. Pensare che l'avrei visto addirittura fra i possibili undici titolari...
IL RETAGGIO DELLA CONFEDERATIONS - Spero, e credo, che le scelte del trainer siano state una diretta conseguenza degli stage di qualche settimana fa, durante i quali fu monitorata con attenzione la condizione atletica dei prescelti, e venne fatto capire che lo stato fisico in prossimità della Coppa del Mondo avrebbe avuto un ruolo chiave per le convocazioni definitive, anche più che per edizioni precedenti del torneo: la sensazione, in tal senso, è che lo staff azzurro abbia fatto tesoro della traumatica esperienza del 2013 in Confederations, quando portammo in Brasile una Nazionale sfiatata, quasi sempre in riserva, tanto che il terzo posto finale ebbe quasi del miracoloso. 
Una valutazione di questo genere è l'unica che possa dare un senso alla cancellazione, dall'orizzonte azzurro, del citato Florenzi, dello sfortunatissimo Criscito (già privato ingiustamente dell'Europeo, due anni fa) o, per dire, di Gilardino. Lo stagionato bomber può aver pagato il calo netto accusato dal Genoa negli ultimi mesi e la conseguente diminuzione della sua prolificità sotto rete (quattro gol nelle ultime tredici gare), nonché qualche rigore sbagliato di troppo (al Mundial servono uomini glaciali dagli undici metri...), ma il Gila si è dovuto sbattere in un contesto tattico ingrato, in pratica unica punta a tenere testa alle retroguardie avversarie, un lavoro immane che gli ha prosciugato le energie. Aveva comunque tempo per rientrare in forma, e la sua esperienza (sarebbe stato il suo terzo e, presumibilmente, ultimo Mondiale) avrebbe fatto comodo, per tacere del peso decisivo avuto in fase di qualificazione, col preziosissimo gol - vittoria realizzato alla Bulgaria. Peccato. 
PEPITO C'E'! - In attacco non dovrebbero esserci comunque problemi: di Balotelli, imprescindibile sotto ogni punto di vista, parleremo diffusamente avvicinandoci al torneo, e al suo fianco ci sono i giovani virgulti Immobile, Insigne (rivitalizzato da un finale di stagione sugli scudi) e Destro, il quale peraltro potrebbe lasciare il posto a Giuseppe Rossi. Su Pepito tanto si è scritto, ma alla fine solo un argomento varrà: se i medici, quelli della Nazionale e soprattutto quelli che lo hanno curato in questi mesi, scioglieranno ogni dubbio e ogni timore sulla sua tenuta fisica, sulla ripresa, sul rischio di ricadute, allora non potrà non far parte della spedizione, rimanendo a tutt'oggi il partner più attendibile del Mario non più Super, di cui costituisce ideale completamento. In caso contrario, meglio stia a casa a completare il recupero lontano dagli stress brasiliani. 

                                    Gilardino: non è entrato fra i trenta di Prandelli

LACUNE IN RETROGUARDIA - Nessuna sorpresa al centro, dove pure han rischiato grosso Montolivo e soprattutto Marchisio, reduci da una stagione in chiaroscuro, mentre è meritatissima la promozione di Parolo, splendido califfo di quel Parma che, domenica, potrebbe acciuffare una meritata qualificazione europea: non mi stupirei di vederlo anche nel gruppo dei ventitré eletti. Detto che andrà in Brasile con pieno merito Perin (il ballottaggio con Scuffet non ci sarebbe mai dovuto essere, poche partite di spessore del friulano non possono esser messe sullo stesso piano di un intero campionato ad alto rendimento del grifoncino), i problemi sono dietro, soprattutto a sinistra e al centro: a sinistra si punterà tutto su un De Sciglio non sempre convincente in stagione, ma talento purissimo (fu tra i migliori azzurri in Confederations, dodici mesi fa) col solo Pasqual a fargli da chioccia, mentre ci si è dimenticati di Criscito e Antonelli, quest'ultimo inspiegabilmente già da mesi sparito dai radar del cittì. Insomma, fascia mancina un po' sguarnita, mentre al centro, fra un Paletta che ha cominciato a perder colpi proprio dopo l'approdo in azzurro e un Ranocchia in crescita, non c'è comunque molto da stare allegri e ci si aggrappa pur sempre al trio Juve Barzagli, Bonucci (titolari in pectore) e Chiellini. 
IL FALLIMENTO DEL CODICE ETICO - Già, Chiellini, pietra dello scandalo delle ultime ore, per via della gomitata con maxi squalifica in campionato. Perché alla fine, in fondo, ha pure ragione chi sottolinea che non si possa sacrificare uno dei nostri migliori difensori, oltretutto veterano azzurro, sull'altare di remore morali legate a una semplice scorrettezza di gioco. Ma allora che si dica, una volta per tutte, che il codice etico ha sostanzialmente fallito. Concepito in maniera tale da lasciare eccessiva discrezionalità decisionale al commissario tecnico, e da prestare il fianco a critiche continue e inevitabili per tutti i distinguo di questi anni, per quanto operati in buona fede. Ha fallito anche perché le punizioni, che nel corso del tempo ci sono pur state per i "ribelli",  non sono servite a calmare i bollenti spiriti di nessuno. Lo stesso difensore juventino, De Rossi e Balotelli conservano il loro carattere fumantino, ma, sia pur con diverso peso e diverse sfumature, sono dei pilastri di questa nostra Italia, le loro mattane (finché, ripeto, rimangono mattane di gioco) non possono tenerli lontani dal Brasile. 
Come scrisse qualche anno fa Adalberto Bortolotti, prima firma del Guerin Sportivo, per un caso analogo, "alla Nazionale servono i gol, non le buone maniere". Scarno e cinico, ma vero, in fondo. Il rischio di rimanere in dieci o in nove durante i Mondiali per qualche intemperanza dei nostri? Confido che Prandelli e gli elementi più "pacati" del suo gruppo sappiano catechizzare a dovere i discoli, i quali dal canto loro dovranno capire da soli (sono adulti e vaccinati) di essere di fronte all'appuntamento della vita, e di non poterlo sprecare per qualche gratuito colpo di testa.
Per cambiare davvero l'andazzo bisognerebbe cambiare dalle fondamenta la mentalità del sistema calcio italiano, educare i calciatori fin dall'inizio del loro percorso, fin dall'età dei Pulcini. Nel frattempo, le regole ci sono già: le squalifiche, le multe in denaro e i codici comportamentali e di educazione all'interno dello spogliatoio. Oppure esempi, ma esempi veri: il codice etico e i suoi cavilli potrebbero essere serenamente sostituiti con il video qui sotto, da mandare a memoria; un minuto scarso più che sufficiente per far capire ai nostri "mattocchi" un po' maleducati cosa il tifoso sano si aspetta dal calcio e dai suoi protagonisti. A proposito: grazie, Samaras. 



sabato 7 settembre 2013

DOPO ITALIA - BULGARIA: CON BUFFON E' QUASI BRASILE, MA IL "MINIMALISMO AZZURRO" COMINCIA A STUFARE...

                                 Gilardino: lui e Buffon protagonisti assoluti a Palermo

Al termine della Confederations Cup, Buffon era considerato in declino irreversibile da alcuni critici un po' troppo inclini alle sentenze inappellabili, sulla scorta di tre - quattro incertezze (non papere, attenzione) disseminate principalmente nelle sfide contro Brasile e Uruguay. Il calcio fa parlare e tacere nel giro di poche settimane, e proprio per questo sarebbe bene evitare giudizi tranchant su atleti e squadre, in positivo o in negativo. Facciamo un attimo mente locale: senza la strepitosa serie di prodezze sfoderate dal numero uno juventino negli ultimi due impegni di qualificazione mondiale, in Repubblica Ceca a giugno e ieri sera a Palermo con la Bulgaria, dei quattro punti raccolti dall'Italia ne sarebbe rimasto a malapena uno, con il Brasile ancora tutto da conquistare e il fiato sul collo di un agguerrito drappello di avversarie. 
BUFFON FRA I GRANDI DI SEMPRE - Guardando la classifica del girone, la differenza fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere balza agli occhi: abbiamo quasi in tasca il biglietto per il viaggio in Sudamerica. Lo abbiamo virtualmente conquistato perché i fuoriclasse non li hanno in dotazione solo gli altri, e non sono solo quelli, reclamizzatissimi, del calcio d'attacco, i Messi e i Cristiano Ronaldo. E' fuoriclasse anche chi toglie dalla porta palloni pesanti come pietre, chi evita gol già fatti o quasi, e l'estremo difensore azzurro coi bulgari ne ha evitati tre, nel secondo tempo: tre salvataggi a base di istinto, riflessi felini, insomma classe allo stato puro. Che il Gigi nazionale sia uno campione di quelli epocali, destinato a entrare nel mito una volta appese scarpe e guanti al chiodo, è fatto assodato almeno dai tempi di Germania 2006, ma è sempre meglio rinfrescare la memoria agli incontentabili, ogni tanto. Lunga vita a Buffon, dunque, e del resto su questo blog lo si è sempre scritto. 
TRE FUORICLASSE (E FORSE QUATTRO) - Lo stato di grazia del nostro "guardameta" è il dato più incoraggiante emerso dall'affannosa serata siciliana, assieme alla constatazione che, non da oggi, l'Azzurra di Prandelli può contare su almeno un fuoriclasse per reparto, e di questi tempi non è poco: oltre a Gigi, Pirlo nel mezzo, anche se la tentazione di mettere sullo stesso piano De Rossi è forte, visto il suo eccezionale rendimento in Nazionale, da uomo ovunque stile Olanda anni Settanta (non ieri, comunque...), e Balotelli in avanti. Basta per andare in Brasile con una discreta dose di fiducia, non per considerarsi una grande squadra a tutto tondo e, di conseguenza, puntare al bersaglio grosso. L'ho già scritto più volte, e con accenti particolarmente accorati dopo l'amichevole agostana con l'Argentina: questa Italia non riesce più a salire gli ultimi, decisivi gradini nel suo bel percorso di crescita e di riavvicinamento ai valori di vertice del football planetario. In nessuna gara delle qualificazioni mondiali sono state toccate le vette di bel gioco raggiunte spesso nel corso del 2011 e fino alla semifinale europea coi tedeschi; qualche sprazzo discreto, sì (ad esempio con la Danimarca a Milano) ma nessuna prestazione convincente al cento per cento. 
IL REGALO DI GILA - Contro la Bulgaria pareva finalmente la volta buona: un primo tempo non eccezionale ma giocato di buona lena, in costante iniziativa seppur con eccessive difficoltà nell'aggirare la ragnatela mobile sapientemente disposta dal grande Lubo Penev. Ha funzionato a intermittenza il gioco sulle fasce laterali, con Abate e Antonelli quasi inappuntabili in fase difensiva ma parsimoniosi assai negli sganciamenti. Insigne non si è ancora inserito appieno nei meccanismi di gioco del Club Italia ma ha spirito di iniziativa, velocità di esecuzione e dinamismo, e da un suo destro è partito il pericolo maggiore per Mihaylov nella prima mezz'ora di gara; sull'altro versante, Candreva ha confermato il suo buon momento atletico ma deve anche migliorare l'incisività delle sue giocate, soprattutto quando decide di portarsi al tiro: ha un buon bottino potenziale di gol nelle sue corde, e finora l'ha espresso solo in parte, anche con la maglia della Lazio. Da una sua azione insistita chiusa con un calibrato cross è nato comunque il gol di testa di Gilardino, ideale regalo di compleanno per i 120 anni del suo Genoa. 
QUASI CATENACCIO - A questo punto, la solita Italia del dopo Europeo: incapace di portare il colpo del ko, si incaponisce nel gestire il risultato minimo fallendo quasi sistematicamente l'obiettivo (perché non ne ha la forma mentis, è compagine nata per aggredire, imporre l'iniziativa) e consegnando le chiavi del match agli avversari, i quali fra l'altro si trovano sempre in condizioni fisiche migliori dei nostri e possono quindi regolarmente scatenarsi in sarabande d'attacco devastanti per le coronarie del tifoso. Così, detto e stradetto di Buffon, nel deprimente secondo tempo dei nostri si è visto calcio all'italiana nel senso deteriore del termine, ossia qualcosa di molto vicino al catenaccio che, per dire, io per primo rimproverai all'Inghilterra nel confronto con gli azzurri ad Euro 2012. 
Si sono guadagnati la pagnotta un Bonucci sicuro ed efficace, un Chiellini capace di ridurre al minimo rudezze e fallosità, un Thiago Motta  in versione "minimo indispensabile" ma comunque abile nel filtro e nel rallentare il gioco per dare respiro alla squadra, persino lo stesso Gila, rientrato più volte in area a difendere. Tutto bene se il risultato finale è l'1 a 0 che vale quasi un... Brasile, ma sappiamo tutti, e lo sa ovviamente anche Prandelli, che quest'Italia ha nel Dna i mezzi tecnici e di personalità per fare molto, molto di più. Pirlo e De Rossi, ad esempio, devono ricominciare a tessere trame più fluide e precise: a proposito di centrocampo, e nell'attesa di veder finalmente sbocciare Verratti e Florenzi, partite come quella del Barbera chiariscono l'importanza assunta nel meccanismo di gioco azzurro da Montolivo, equilibratore della manovra e ispiratore offensivo, fermo restando che un Balotelli davanti è in grado di cambiare totalmente prospettive, per la sua capacità di fare reparto da solo, di inventare giocate e di creare spazi, di trovare costantemente strade inedite in direzione della porta avversaria, di ispirare e "guidare" i movimenti dei compagni di reparto  e dei centrocampisti. . 
BASTA COL TRAN TRAN - Insomma, teniamo per il momento buona la scusante della precarietà fisica, frutto di una stagione ancora agli albori. E consideriamo che la Bulgaria (comunque fuori dalle prime cinquanta squadre del ranking Fifa, ricordiamolo...) è il ritratto perfetto del tipo di squadra che da sempre, in tutte le epoche, mette in serie difficoltà la nostra rappresentativa: buon livello medio ma senza grossi picchi di classe, organizzazione ferrea, esuberanza atletica, sagacia tattica mirabile e capacità di far giocare male anche l'avversaria più dotata. Ora, però, è il momento di... scollinare: martedì a Torino, contro la Repubblica Ceca, si dovrà inseguire la qualificazione matematica, e lo si dovrà fare cercando di mettere da parte questo... "minimalismo azzurro" per riprendere un discorso da troppo tempo lasciato a metà, quello col gioco brillante e di iniziativa che i nostri non hanno certo dimenticato di saper fare, se la memoria torna all'amichevole di marzo col Brasile e alla semifinale di Confederations con la Spagna: si sono semplicemente consegnati a un banale tran tran, avvitati in un piccolo cabotaggio noioso e stucchevole che però, se prolungato ulteriormente, potrebbe diventare un pericoloso vulnus per la definitiva maturazione di una squadra di ottima caratura ma ad elevato rischio di incompiutezza.