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giovedì 10 dicembre 2020

PABLITO PER SEMPRE. ADDIO A ROSSI, FUORICLASSE VERO, MITO GENERAZIONALE, SIMBOLO ETERNO DI UN PAESE E DEL SUO CALCIO

                 Pablito con la Coppa del Mondo a Madrid, e dedica per i lettori del Guerin Sportivo

Pablito Rossi, il suo mito, l'epopea dell'Italia '82, io li ho scoperti e amati in differita. In quell'estate "spagnola" ero un bimbo di otto anni che seguiva il pallone solo distrattamente, aveva altri interessi, anche se si rendeva perfettamente conto che attorno a lui stava accadendo qualcosa di grosso, di importante, di gioioso, una festa collettiva che riempiva di allegria le case e le strade. Ma la cosa finì lì. Anni dopo, quando ho cominciato ad appassionarmi di calcio, ho anche voluto costruirmi una conoscenza profonda della storia di questo sport, e il punto di partenza, il caposaldo dei miei "studi", non poté che essere la vicenda, per certi versi incredibile, del terzo Mondiale azzurro. Fu così che iniziai a viaggiare fra le mille sfaccettature di quell'impresa: non solo capolavoro tecnico e agonistico, ma evento che incise profondamente nella storia sociale e culturale del nostro Paese. La banda Bearzot restituì a un popolo la voglia di sorridere, di fare gruppo e comunità, di ritrovarsi insieme per condividere passioni sane e genuine, dopo lustri gonfi di tristezza, di tensione, di terrore quotidiano. Il segreto dell'immortalità del nostro Mundial '82, dei suoi protagonisti, è in fondo tutto qui: nel fatto di trascendere le questioni di campo, di non essere stato un trionfo esclusivamente sportivo, come tanti precedenti e successivi, tutti belli, tutti indimenticabili, ma probabilmente nessuno così legato a filo doppio alla storia "seria" della nazione Italia. 

Per chi, al contrario di me, lo visse con consapevolezza e maturità, quell'82 fu probabilmente uno degli anni più belli di sempre. Questo 2020, invece, sembra proprio il peggiore anno della nostra vita, quantomeno di chi è nato a partire dalle decadi dei Sessanta - Settanta. Una sciagura inconcepibile si è abbattuta sull'umanità, seminando morte e angoscia, e a far da triste, beffardo corollario una ininterrotta sequela di lutti per la scomparsa di figure popolari e universalmente apprezzate. Ultimo della lista, il nostro caro Paolo. Leggendo la notizia nel cuore della notte, sono rimasto a lungo inebetito di fronte allo schermo del pc: si può essere addolorati e amareggiati anche per la perdita di una persona che non era né parente, né amico, né conoscente, se questa persona è stata comunque il simbolo di una parte importante della nostra vita, di un amore come quello per il calcio, di un'epoca felice che oggi sembra a distanza siderale dall'inferno che stiamo attraversando. A maggior ragione posso capire quanto dolore stia provando chi le imprese di Barcellona e Madrid, e ancor prima di Baires '78, le ha viste e vissute pienamente, avendo l'età giusta per godersele. 

La frase più ricorrente, nei post che compaiono in queste ore sulla mia bacheca Facebook, è: "Se ne è andato un pezzo della mia giovinezza". E' proprio così, e in fondo lo è anche per me. I nostri eroi calcistici degli anni Ottanta - Novanta stanno invecchiando, com'è nella natura delle cose, alcuni purtroppo sono anche malati, ma noi ancora non siamo pronti, non possiamo, non vogliamo nemmeno concepire l'idea che uno di loro se ne vada via, soprattutto se la scomparsa avviene così presto, troppo presto, e quasi all'improvviso, inattesa, come un fulmine a ciel sereno. Io non sapevo che Rossi stesse lottando contro il cancro, fino a poche settimane fa lo si vedeva sugli schermi Rai a commentare calcio italiano e internazionale. Per questo lo shock è stato ancora più profondo, violento. 

L'unica consolazione, ora, è parlare del Rossi calciatore. Tutto, è ovvio, ruota attorno a Italia - Brasile 3-2, per me la vera partita del ventesimo secolo, più di Italia - Germania '70 perché, anche nel suo andamento fatto di emozioni fortissime, con quel ripetuto botta e risposta e l'altalena nel punteggio, fu gara che si sviluppò secondo una propria logica, una razionalità, senza momenti di totale follia, anarchia e imperfezione tecnica come invece accadde all'Azteca. Ma la leggenda di Pablito non è racchiusa solo in quel pomeriggio del Sarrià e nei due che seguirono, al Nou Camp con la Polonia e a Madrid coi soliti tedeschi. Rossi calciatore è stato piedi buoni e classe purissima, è stato soprattutto un nuovo modo di concepire il gioco d'attacco. La Nazionale di Bearzot segnava il passo, prima del Mundial argentino: era diventata fiacca e prevedibile. Il Vecio mise dentro Paolino, non ancora Pablito, e quell'inserimento rivoluzionò totalmente il quadro offensivo della nostra squadra. La sua intelligenza tattica si sposò alla perfezione con quella più matura di Bettega, la sua vitalità movimentò la nostra prima linea aprendo varchi, suggerendo passaggi, creando spazi dal nulla, moltiplicando le soluzioni di inserimento e tiro, assistendo i compagni. E poi, ovviamente, c'era la sua dote principale, quella di risolutore mortifero nei sedici metri finali: il guizzo da opportunista, la giocata d'anticipo, il tocco maligno, la capacità di essere sempre al posto giusto nel momento giusto: e i gol fioccavano copiosi. Uno scricciolo la cui prolificità aveva già trasformato il Lanerossi Vicenza in provinciale di lusso, in lizza, per pochi fantastici mesi, addirittura per lo scudetto. 

Dopo il Mundial '78 che lo rivelò alla grande ribalta planetaria, ci furono molte amarezze: sul campo, con lo stesso Vicenza e col Perugia, e fuori, per via di un coinvolgimento nel calcioscandalo dell'80  a proposito del quale Paolo sempre si proclamò innocente. Nel frattempo passato alla Juve, fece in tempo a dare un piccolo contributo alla conquista del ventesimo scudetto, pochi mesi prima del "suo mitico mondiale", parafrasando l'autobiografia uscita qualche anno fa. Il mito di Rossi venne costruito in una settimana, dal 5 all'11 luglio 1982. Pare assurdo dirlo, ma per certi versi è stato anche un peccato: perché Paolo aveva le stimmate del fuoriclasse. Checché se ne dica, e già mi è capitato di leggerlo in queste ore, non era affatto un calciatore normale che raggiunse il top unicamente grazie all'impegno e all'applicazione. Era un talento sopra la media, tanto che la stampa dell'epoca lo considerava l'unico vero campionissimo prodotto da quella generazione di "pedatori" italiani, il solo in grado di tenere la rappresentativa azzurra ai vertici mondiali, di trasformare la truppa di Bearzot da buona squadra a grande squadra. 

Di certo fu un fuoriclasse d'attacco, per le doti che ho elencato prima: centravanti moderno che nacque come ala, e del vecchio ruolo mantenne fiammate, velocità, intuizioni, imprevedibilità; uomo capace di annusare nell'aria l'impresa e di siglare gol pesantissimi, quelli che servivano per entrare negli albi d'oro. Senza i gravi infortuni che lo minarono a più riprese portandolo infine al ritiro a soli 31 anni, senza i due anni di stop per il calcioscommesse, senza avventure infelici come quella di Perugia, come l'ultima stagione bianconera, come il fugace passaggio nel Milan pre-berlusconiano, quale Pablito racconteremmo oggi? Probabilmente un calciatore ugualmente epocale, ma non indissolubilmente legato a una sola estate da leone. Oggi parleremmo di un Rossi grandissimo per continuità ai massimi livelli, di certo con qualche alloro in più in bacheca, magari con un contributo ancor più sostanzioso alla Nazionale, con l'Euro '80 regolarmente disputato e col suo terzo Mondiale, nel 1986, giocato da protagonista e non vissuto da malinconico spettatore in viaggio premio. Sì, sembra incredibile, eppure perfino una carriera straordinaria come quella del numero 20 dell'Italia '82 può lasciare ampio spazio ai rimpianti. Ma forse conta poco, nel momento in cui esci dalla dimensione sportiva per diventare eroe di un Paese, simbolo nazionale ai quattro angoli del mondo, sinonimo di Italia vincente contro ostacoli apparentemente insormontabili. Nei cinque continenti, per tutti, solo e sempre "Paolorossi", e tanto basta.

mercoledì 19 giugno 2019

MONDIALI CALCIO DONNE, PER L'ITALIA PRIMO TURNO SUPERATO E PRIMA SERATA SU RAI UNO. UN EXPLOIT EPOCALE

                                           Barbara Bonansea (foto Guerin Sportivo)

Comunque vada, sarà un successo: era il tormentone inventato da Piero Chiambretti per un Festival di Sanremo di parecchi anni fa. Una massima che, oggi, possiamo tranquillamente applicare alle azzurre del pallone. A prescindere da come finirà il Mondiale francese, infatti, in pochi giorni il nostro movimento calcistico femminile ha compiuto un balzo in avanti enorme, sul piano della visibilità e della credibilità interna e internazionale, e tutto questo grazie al cittì Milena Bertolini e alle sue ragazze. E' diventato adulto, è maturato tutto d'un colpo: con i pro e anche i contro che uno sviluppo così rapido comporta, certo, ma intanto può dire di aver finalmente fatto la voce grossa, dopo anni sottotraccia a inseguire progressi che tardavano a venire. 
NON E' UNA BOLLA DI SAPONE - Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: non si tratta, almeno a mio parere, di un boom artefatto, di una montatura pubblicitaria. La crescita del calciodonne italico è vera e genuina, perché nasce con delle basi, ossia dalla passione di praticanti e semplici appassionati, da una evidente evoluzione tattica e tecnica e, conseguentemente, da risultati pratici che sono sotto gli occhi di tutti, mostrati al mondo intero da una Nazionale che ha superato il primo turno con una partita di anticipo, vincendo il proprio girone davanti ad avversarie più reputate come Australia e Brasile. Serata storica, quella di ieri, non solo per l'obiettivo sportivo centrato: con il duello fra l'Italia e la Seleçao, il calcio femminile è approdato per la prima volta alla prima serata sulla rete ammiraglia Rai, ed è stato un approdo trionfale, con oltre sei milioni e cinquecentomila spettatori, una cifra pazzesca, incredibile. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo, fino a pochissimi anni fa?
SERATA TV TUTTA ROSA - Ma anche questa oceanica attenzione del pubblico, le nostre prodi fanciulle se la sono guadagnate e sudate, senza alcuna spintarella, senza campagne di stampa compiacenti. Lo hanno fatto dimostrando il loro valore sul campo, che alla fine è la sola cosa che conti, nello sport. Così, abbiamo assistito a una serata tutta in rosa: Tiziana Alla, Patrizia Panico e Giorgia Cardinaletti per cronaca e interviste allo stadio di Valenciennes, in studio Monica Matano e Cristiana Capotondi, che è vicepresidente della Lega Pro e che sta prendendo molto sul serio questo incarico così insolito per un'attrice professionista. Unici maschietti intrusi, Tiziano Pieri per l'inevitabile moviola e, soprattutto, Pablito Rossi, ossia un mostro sacro del calcio mondiale, scelto probabilmente non a caso, proprio per rendere appieno l'idea dell'importanza dell'evento. Chiaro, è solo un punto di partenza, tanto è ancora il terreno da recuperare nei confronti delle grandi potenze del football in rosa, ma certi traguardi non si raggiungono per caso. 
CRESCITA TECNICA E TATTICA - Dicevo del livello tecnico: il progresso rispetto agli anni Novanta, epoca in cui per lavoro mi capitò spesso di assistere a partite di calciodonne, è stato esponenziale. Il Mondiale francese ci sta mostrando una squadra italiana organizzata, con un'idea di gioco ben visibile, a tratti persino camaleontica nella strategia di gara, un team formato da giocatrici capaci di trattare il pallone con proprietà, e financo dotate di una discreta tenuta atletica. Una squadra matura perché ha sostanzialmente superato tre test molto diversi: contro l'Australia si è esaltata in un gioco molto scarno e semplice, all'italiana vecchia maniera, basato su una salda tenuta delle posizioni difensive per poi scattare in rapidi affondo; contro la Giamaica, l'avversaria più abbordabile, si è trovata invece a dover fare la partita dando un occhio alla differenza reti, e ci è riuscita appieno, concedendo giusto qualche minuto di innocuo sfogo alle rivali dopo il 3-0 per poi mettere a segno altri due gol. Infine, contro il Brasile, nel match che ha acceso i grandi riflettori televisivi sulle nostre rappresentanti, l'interpretazione tatticamente più sottile e difficile: gestire un risultato che ci dava il primo posto nel raggruppamento senza però abbandonarsi alla spinta offensiva delle sudamericane, ma cercando comunque di alzare il baricentro ogni volta che se ne presentava l'occasione e di tenere sul chi vive la terza linea verdeoro. Missione compiuta, tutto sommato: le nostre sono andate in sofferenza autentica unicamente in due periodi, grosso modo nelle fasi centrali dei due tempi, ma senza ammassarsi nella loro area, senza chiudersi a riccio; sono state infilate su un rigore molto dubbio, per un contrasto spalla contro spalla, mentre nel primo tempo, dopo una parata d'istinto di Giuliani sulla fuoriclasse Marta, avevano sfiorato il vantaggio con una bella volée di Bonansea su cross di Guagni al culmine di una elegante trama sulla destra, senza dubbio la più bella azione dell'incontro.  
BONANSEA E LE ALTRE - Già che ci siamo, facciamo un po' di nomi: la difesa azzurra è chiusa con autorità da Gama, Linari e Bartoli, col portiere Giuliani che sa anche compiere interventi prodigiosi come in occasione del tacco di Marta nella prima frazione; a centrocampo c'è lo scricciolo Giugliano che è il classico mastino, e che ieri è cresciuta dopo un avvio un po' incerto; Bonansea è un incursore di classe, continuo e decisivo, Girelli una punta opportunista, efficace e generosa. Sono valori di assoluto rispetto che, onestamente, non so dove possano portarci, ma un quarto di finale credo sia alla portata, tanto per cominciare, e rappresenterebbe un volano promozionale ancora più efficace per il nostro calciodonne, che di questo soprattutto continua ad aver bisogno, per abbattere quanto resta del muro di perplessità eretto da chi, evidentemente non guardando le partite, continua a sostenere che il football non sia sport da donne. Ai maschietti, le ragazze cedono qualcosa dal punto di vista del tono fisico e del dinamismo, ma si assiste così a un gioco meno veloce, meno frenetico di quello a cui ci siamo abituati in questi ultimi lustri. Un calcio forse un po' "agé" sul piano stilistico, ma non per questo brutto a vedersi e in ogni caso, lo ripeto, con una precisa dignità tecnico - tattica. E allora, che l'avventura in terra di Francia continui. 

martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

mercoledì 14 ottobre 2015

VERSO EURO 2016 - DOPO ITALIA - NORVEGIA 2-1: UNA NAZIONALE DI "NON FENOMENI" CHE E' LO SPOT MIGLIORE PER IL NOSTRO CALCIO

                                          Pellè: suo il gol vittoria contro la Norvegia

Non sarà una Nazionale di "fenomeni", come invece si affannava a urlare Antonio Conte dopo il gol del sorpasso alla Norvegia firmato da Pellè, ma quella ammirata ieri è sicuramente un'Italia di cui ha disperatamente bisogno il movimento calcistico nostrano, per uscire dal grigiore involutivo in cui si è avvitato da un lustro (o giù di lì) a questa parte. Perché, riprendendo un discorso accennato nel mio precedente post, non è più tempo di piangerci addosso, imprecando al declino del nostro vivaio (peraltro non naturale, ma causato da politiche e strategie assai discutibili) e alla superiorità di altri Paesi. Dobbiamo mettere in campo coraggio, intraprendenza, gettare il cuore oltre l'ostacolo. L'Azzurra della notte romana questo ha fatto: è andata al di là dei suoi oggettivi limiti, evidenti ma non drammatici come da qualcuno dipinti, e ha sfruttato al massimo le sue risorse di talento, dinamismo, carattere, centrando una vittoria purtroppo inutile ai fini del conseguimento della testa di serie europea, ma di incalcolabile importanza per tanti, tantissimi motivi. 
CRESCITA CONTINUA - Nel giugno scorso, commentando la triste chiusura della stagione (sconfitta in amichevole col Portogallo), avevo auspicato un autunno all'insegna... del poker, ossia quattro successi nelle ultime quattro gare di qualificazione al torneo francese. Le vittorie sono arrivate, ma a confortare sono soprattutto le risultanze tecniche fornite dal gruppo azzurro in questi due mesi. E' stato un crescendo magari non rossiniano, ma di certo significativo per le prospettive che ci apre a medio termine: partiti dalla fallimentare recita contro Malta, piegata con una rete irregolare, i nostri hanno gradatamente ritrovato una dimensione assolutamente dignitosa. Già nel match coi bulgari la prova era stata incoraggiante, pur se parzialmente rovinata dall'incresciosa prodigalità sotto porta, ma le ultime due gare hanno mostrato quel che da tempo il Club Italia non era stato più in grado di offrire: prima la tranquilla gestione della partita di Baku, disputata con buona aggressività e col controllo pressoché assoluto del gioco, poi il baldanzoso assalto all'arma bianca contro una Norvegia che, vincendo, avrebbe addirittura conquistato il primo posto nel raggruppamento. 
OLTRE I PROPRI LIMITI - La sfida che ha chiuso il nostro girone è stata anche la miglior prestazione di questi primi tredici mesi di reggenza "contiana", se escludiamo l'entusiasmante ma effimero galoppo al debutto in amichevole con l'Olanda, oggi rasa al suolo da un turno eliminatorio imbarazzante. Effimera invece non dovrebbe esserlo, la dimostrazione di forza con cui ieri sono stati piegati gli scandinavi, quantomeno perché, come detto, parrebbe il naturale sviluppo di un miglioramento lento, graduale, ma evidente. Giocasse sempre così, l'Italia non presterebbe il fianco a critiche di sorta, di questi tempi: versatilità tattica, piglio propositivo, buona tenuta atletica, continuità di pressione, una pressione che a tratti è divenuta martellante. Andare oltre i propri limiti, si diceva; i limiti qualitativi nostri li conosciamo, e sono concentrati soprattutto in retroguardia e in avanti. Tali carenze hanno due conseguenze: si concedono agli avversari percentuali realizzative altissime (ieri la Norvegia un tiro e un gol, grosso modo), mentre in prima linea si deve creare tantissimo e concludere un'infinità di volte, prima di trovare l'agognata segnatura (e non è nemmeno detto che ci si riesca sempre). Chiaro che, in un tale quadro, l'intensità, l'esprimersi costantemente su ritmi elevati, sia fondamentale se si vuol nutrire qualche speranza di fare risultato: ieri è accaduto, e i frutti son stati alfine colti. 
FLORENZI IMPRESCINDIBILE - Inutile, come detto, imprecare ai vuoti generazionali. Davanti non abbiamo stoccatori inesorabili, si sa: li avessimo, a Roma avremmo chiuso il primo tempo con un vantaggio del tutto rassicurante. Pellè, pur sempre nel vivo dell'azione, ha confermato di non essere il terminale ideale per una selezione con ambizioni europee (ben quattro occasioni mancate, tre di testa e una di destro): mi ricorda un po' la generosità dell'ultimo Graziani azzurro, che però non era l'uomo cardine del reparto ma faceva da spalla a Paolo Rossi...  Anche Eder ha fallito una colossale opportunità a tu per tu con l'ottimo Nyland, che già in precedenza aveva deviato in corner un preciso diagonale dalla distanza di Soriano; nel conto va anche messo un gol misteriosamente annullato a Florenzi, messo davanti alla porta vuota da Candreva. Lo stesso Florenzi ha poi siglato il pari su dormita difensiva dei norvegesi e, dopo una fuga sulla destra, scodellato il traversone per il sinistro vincente (e il riscatto in extremis) di Pellè, dimostrando di essere elemento imprescindibile per questa compagine: eclettico, veloce, utile in ogni fase di gioco, incisivo sotto porta. Il tutto, mentre percuotevano le fasce laterali con apprezzabile continuità sia Darmian sia un De Sciglio non sempre preciso al cross, ma inesauribile, efficace in copertura e sempre pronto ad appoggiare l'azione offensiva: quasi sui livelli che, ai tempi della Confederations Cup 2013, mi fecero azzardare paragoni irriverenti con certi grandi del passato. 
GIOVINCO MAI COSI' IN PALLA - Palle gol anche per Candreva e per Giovinco, con l'ex juventino che sta smentendo alcuni luoghi comuni relativi alla scarsa attendibilità di alcuni tornei esteri: ha fatto più nelle ultime due gare, giocate da "militante" nella lega  MLS, che in tante anonime comparsate nel corso della gestione Prandelli. Un'altra arma da non sottovalutare, il piccolo Sebastian, per lo spuntato attacco azzurro; ma la fatica con cui sono stati colti i tre punti in una gara pur dominata in lungo e in largo non deve far dimenticare che questa Italia ha bisogno di ben altro, se vuole lasciare un segno tangibile a Euro 2016 (il che potrebbe voler dire arrampicarsi almeno fino ai quarti di finale): Balotelli e Pepito Rossi sono da reinserire al più presto, magari fin dalle prossime amichevoli, Insigne deve trovare spazio, va lanciato Berardi e... rilanciato Zaza, che ha dato importanti segnali di risveglio nell'ultima uscita internazionale della Juve. Insomma, la squadra va potenziata e migliorata, i mezzi per farlo sono limitati ma esistono. L'importante sarà conservare lo spirito, psicologico e tattico, gettato nella pugna poche ore fa: se è vero, e lo è, che una rappresentativa nazionale è lo specchio fedele dello stato di salute di un movimento calcistico assai più di club imbottiti di stranieri, ebbene, l'immagine riflessa da questo specchio ci piace assai, pur con tutti i suoi difetti. Se l'Italia del pallone è quella della notte romana, abbiamo ancora delle speranze. 

martedì 7 gennaio 2014

DA PEPITO ROSSI A FRANCESCO LODI, STORIE AMARE DI INIZIO 2014

                                          Pepito Rossi: ancora guai fisici per lui

Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevo scritto un post per celebrare il ritorno in Italia, grazie al fiuto della Fiorentina, di Giuseppe Rossi. Un acquisto in prospettiva, poiché Pepito era ancora ai box per smaltire gli ultimi, laboriosi postumi dell'ennesimo grave infortunio, ma non era necessario essere profeti per capire che, una volta rimesso a nuovo, lo sgusciante attaccante avrebbe impresso a chiare lettere il proprio marchio sulla nostra Serie A, come si è puntualmente verificato nella stagione in corso. Una stagione che ci ha fatto scoprire un Rossi nuovo, bomber persino più implacabile di quello che eravamo abituati a vedere: fromboliere inesorabile e puntuale, quasi volesse recuperare a suon di gol il troppo tempo perduto in giro per ospedali e infermerie. Oggi, a distanza di mesi, mi ritrovo a dover nuovamente scrivere del golden boy azzurro: è, dovendo far ricorso a un luogo comune fra i più abusati, il classico articolo "che non avrei mai voluto scrivere". 
LA SFORTUNA ESISTE... - Pepito è di nuovo ko, dopo l'intervento scomposto del livornese Rinaudo nel primo match del 2014. Sempre lo stesso ginocchio destro, martoriato già da due gravissimi infortuni. Uno schiaffo a chi si ostina a sostenere che no, fortuna e sfortuna non esistono, che ogni essere umano si crea da solo il proprio destino, bello o brutto che sia. Certo, come no: e torti e favori arbitrali a fine stagione si compensano, e gli asini volano, e via dicendo... Il fatto che non vi sia stata un'altra rottura dei legamenti è consolante soprattutto per le prospettive di carriera del ragazzo, che in caso contrario avrebbe davvero corso il rischio di vedere compromessa la sua futura attività agonistica. Le buone notizie però, a quanto pare, si fermano qui: lo stop sarà lungo, e così la Fiorentina, che in estate aveva messo in piedi un attacco monstre con lo stesso Rossi e con Mario Gomez, ora si ritrova di fatto... spuntata. Difficilmente il talento nato negli States potrà dare ancora un contributo significativo al team di Montella in questa stagione, mentre, ed è la cosa che più mi preme, diventa a rischio anche la partecipazione al Mundial brasiliano, proprio ora che Prandelli sembrava aver trovato la formula giusta per la prima linea, col viola affiancato a Balotelli. 
COME TOTTI O COME PABLITO? - In questi giorni un po' tutti provano a farsi coraggio, e a farlo a Giuseppe, ricordando un episodio in tutto e per tutto simile: il grave infortunio di Totti, in un match contro l'Empoli, pochi mesi prima di Germania 2006. Lippi lo aspettò e lo portò al Mondiale, dove il romanista arrivò al 30 - 40 per cento di forma e diede, in verità, un apporto assai limitato. La speranza è che Rossi in Brasile possa arrivarci al top della condizione o giù di lì, perché è un elemento fondamentale per la nostra Nazionale, più di quanto lo fosse il Pupone per la solida Italia poi trionfatrice a Berlino. E allora, un paragone di miglior auspicio potrebbe essere con l'altro Rossi "storico" del calcio azzurro, il Pablito che nel cuor ci sta: anche se per motivi radicalmente diversi (squalifica di due anni per il discusso coinvolgimento nel calcioscommesse) anche lui si rese disponibile per la squadra di Bearzot solo poche settimane prima del mondiale spagnolo del 1982. Aveva giocato soltanto le ultime tre partite di campionato con la Juventus, era ancora imballato, l'ombra dello spietato attaccante che fu, ma recuperò brillantezza in tempo per entrare nella leggenda del football planetario. Ecco, sarebbe bello che, "da Rossi a Rossi", Pepito seguisse in toto le orme di Pablito. In fondo, mancano quasi sei mesi, non è pochissimo. Ce la puoi fare, Giusé!
LODI, CHE DELUSIONE - Altra storia amara, per quanto radicalmente diversa, quella di Francesco Lodi. Chi segue "Note d'azzurro" sa quanta speranza io riponessi in lui: fin dall'estate scorsa, ho scritto che al Genoa era arrivato un campione autentico, uno che poteva far fare un salto di qualità importantissimo alla squadra e, con Gilardino, alzare l'asticella delle ambizioni del Grifone. L'inizio era stato pure incoraggiante, con quella splendida punizione a siglare il definitivo 3 a 0 nel derby: gol non decisivo, ma di quelli che comunque restano nella memoria collettiva. Ecco, di fatto quello è stato l'ultimo (l'unico?) atto di presenza di Lodi a Genova. Problemi di natura personale, forse sentimentale, si è detto e scritto: vox populi e tam tam fra i tifosi, ossia dicerie che possono anche essere vere ma alle quali mi dà sempre un po' fastidio dar credito, in quanto mai supportate da prove concrete e spessissimo, in altri casi del passato, rivelatesi del tutto prive di fondamento. E comunque non è compito mio, né dei giornalisti né dei tifosi, entrare nella sfera privata di un calciatore. 
APPORTO INCONSISTENTE - Io giudico solo ciò che vedo sul terreno di gioco: per quattro mesi, Lodi, colui che doveva prendere in mano le redini del gioco genoano, non si è di fatto mai visto. Per nulla incisivo in campo, e poi spesso relegato in panchina o in tribuna. Con Gasperini, il suo apporto era diventato del tutto ininfluente, il suo ritorno a Catania subito in avvio di calciomercato è parso quasi una liberazione sia per lui, sia per il Genoa. Attenzione però:  non siamo di fronte a uno dei tanti casi di giocatori validissimi che sotto la Lanterna, sponda rossoblù, non hanno reso anche per cause ambientali e per disagi tattici (da Veloso a Rafinha, da Toni al primo Gilardino, per citare esempi recentissimi,).
Nel caso di Lodi, mi sento di poter dire che la colpa sia stata solo sua, perché nel Genoa di quest'anno, più equilibrato  e meglio costruito rispetto al recente passato, le condizioni per un proficuo inserimento vi erano tutte, e perché altrimenti non si spiega la duplice metamorfosi: da potenziale Nazionale in quel di Catania a modesto mestierante a Genova, e di nuovo calciatore vero poche ore dopo il suo ritorno in terra etnea: ieri contro il Bologna, gara volitiva, assist gol per Bergessio e 2 a 0 siglato in prima persona su rigore. In pratica, in novanta minuti ha fatto più di quanto mostrato in quattro mesi in Liguria. E, dopo la rete, solito florilegio di baci a tatuaggi e canotte assortite, come se nulla fosse successo. Insomma, una delusione sotto tutti i punti di vista. Per essere campioni veri il talento non basta: ci vuole anche il carattere, la capacità di superare gli impacci psicologici e le difficoltà di ambientamento. Senza contare che, ormai, neppure i brasiliani soffrono più di saudade, i tempi di Eloi sono lontanissimi, per fortuna. Addio, senza rimpianti, da un ex estimatore. 

mercoledì 10 luglio 2013

SETTE ANNI FA IN CIMA AL MONDO: RICORDIAMO IL TRIONFO AZZURRO DEL 2006


Sono già passati sette anni, questa è la vera notizia. Il 9 luglio del 2006, l'Italia del calcio tornava sul tetto del mondo, battendo la Francia ai rigori nella finale di Berlino. Mai come in questo caso è giusto dire: "Sembra ieri". Piccola digressione personale: estate 1989, erano trascorsi proprio sette anni dal nostro precedente trionfo iridato, quello del 1982, eppure a me, quindicenne che già attendeva con ansia il rito del Mondiale italiano di dodici mesi dopo, pareva un'eternità, un passato lontanissimo, quasi... preistoria. Sarà stato perché, e lo avevo già raccontato qui sul blog in occasione del trentennale dell'epopea azzurra in Spagna, ai tempi del successo della "banda Bearzot" ero ancora piccolo, avevo altri interessi, e al calcio non ci pensavo se non in minima parte. 
FREDDEZZA RIEVOCATIVA - L'impresa in terra tedesca mi appartiene invece in toto: l'ho vissuta con piena consapevolezza, minuto per minuto, da grandissimo appassionato di pallone e tifoso della Nazionale. Gli eroi di Berlino sono gli eroi azzurri della mia generazione, quella nata negli anni Settanta e che nel 1982 era ancora troppo imberbe per potersi godere appieno le gesta di Pablito Rossi e compagni. Per questo trovo un po' fastidioso il fatto che il quarto titolo mondiale del calcio italiano non sia stato ancora adeguatamente mitizzato, come invece accadde in tempi record per la "terza stella". Non credo che la causa sia la differenza fra le strade percorse nei due casi per giungere alla conquista della Coppa più bella: perché, è lapalissiano e del resto la storia lo dimostra, non sempre, anzi quasi mai, si può vincere un Mondiale battendo i due colossi del calcio sudamericano (Argentina e Brasile) e la massima potenza europea (Germania Ovest), e cionondimeno, ne parlerò fra breve, non è che il cammino verso il titolo della compagine di Lippi sia stato disseminato di petali di rose. 
IL CALCIOSCOMMESSE PRIMA DI CALCIOPOLI - Altri, per motivare la freddezza che in questi anni ha accompagnato le scarse rievocazioni dell'impresa del 2006, sostengono che il contesto in cui maturò fu quello di un football già inquinato dagli aspetti più deteriori della contemporaneità: si era in piena Calciopoli, questo è indubitabile, ma forse in molti dimenticano che il successo del 1982 giunse due anni dopo il  più grave scandalo (a quel momento) della storia del nostro movimento calcistico, quello delle scommesse clandestine e delle partite truccate che portò alla retrocessione in B di club di primissimo piano come Milan e Lazio, e a prolungate squalifiche per campioni assoluti come Albertosi, Savoldi, Giordano e soprattutto Paolo Rossi, sì, proprio quel Pablito che ritornò in campo, dopo aver scontato la "pena", proprio alla vigilia dei Mondiali spagnoli e che, dopo un breve ma sofferto rodaggio a suon di prestazioni modestissime, esplose e trascinò a suon di gol la squadra verso l'apoteosi del Bernabeu. Questo per dire che non è che nell'82 si vivesse in un calcio pulito ed esemplare: ogni epoca ha i suoi scheletri nell'armadio. 
IL CLUB ITALIA NON UNISCE PIU' - Forse alla base c'è dell'altro: in questi anni Duemila, rispetto agli Ottanta, campanilismo e divisioni fra tifoserie si sono radicalizzate, fino ad attingere vette di odio, livore e acredine che hanno depotenziato il valore della Nazionale come elemento di unità, come totem capace di far superare le rivalità locali, al punto che al giorno d'oggi, girando per il web, non è difficile incontrare tifosi che dicono di non avere alcun interesse per il Club Italia e, addirittura, di tifare contro gli azzurri. Roba che nel 1982 sarebbe stata inimmaginabile.
Un peccato (e un assurdo), ma resto convinto che, presto o tardi, si arriverà alla adeguata valorizzazione della vittoria di sette anni fa. Vittoria importantissima perché spezzò un digiuno di ventiquattro anni, inaccettabile per un calcio di grandissime tradizioni come il nostro. Vittoria analoga a quella spagnola perché prese forma in un clima di accerchiamento mediatico per via delle citate vicende giudiziarie, e che portò il Club Italia a fare blocco e a cementarsi graniticamente, all'insegna di quel "noi azzurri contro tutti" che, i precedenti lo insegnano, è sempre stato foriero di ottimi risultati agonistici. In più, l'ulteriore stimolo (del quale quei ragazzi avrebbero fatto volentieri a meno) rappresentato dal voler lottare per un ex compagno di squadra che, in Italia, stava vivendo un autentico e straziante dramma umano, e che per lunghi giorni rimase in bilico tra la vita e la morte: Gianluca Pessotto.
IL PERCORSO VERSO LA GLORIA - Sul piano più squisitamente calcistico, chi, ancora oggi, sostiene che quella vittoria fu immeritata e fortunata, ottenuta praticando un calcio brutto e povero, semplicemente mente sapendo di mentire. Perché è vero che il football è la più opinabile fra le materie di discussione, ma a tutto c'è un limite. L'Italia di Lippi giunse fra le prime quattro giocando tre buonissimi match contro Ghana, Repubblica Ceca e Ucraina. Deluse contro gli Stati Uniti alla seconda uscita (pareggiata comunque solo a causa di un autogol di Zaccardo), mentre l'ottavo contro l'Australia merita una trattazione a parte: c'è chi ancora oggi straparla di lezione di gioco impartita da Hiddink ai nostri, in realtà con un minimo di precisione in più sotto porta da parte di Toni e Gilardino si poteva andare all'intervallo con un rassicurante 2 a 0... Nella ripresa l'espulsione (esagerata) di Materazzi ci complicò le cose, ma i rischi furono limitati e i pochi pericoli impeccabilmente sventati da Buffon. Pur in una situazione di difficoltà per via dell'inferiorità numerica, nel finale fu ancora l'Italia a sprecare malamente un'occasionissima con Iaquinta, prima che l'affondo di Grosso venisse premiato con un generoso rigore trasformato da Totti a fil di sirena.

                                Fabio Grosso, inatteso protagonista del trionfo del 2006

CAPOLAVORO COI TEDESCHI, SOFFERENZA CON LA FRANCIA - Il capolavoro fu compiuto in semifinale, a Dortmund, nella tana della giovane e rampante Germania di Klinsmann, che pareva predestinata all'atto conclusivo. Con una prova eccezionale sul piano agonistico e pressoché perfetta su quello tattico, con personalità da compagine di autentica caratura internazionale, i nostri prima arginarono con efficacia le sfuriate teutoniche e poi esplosero nei supplementari, sfiorando ripetutamente il gol e trovando infine l'uno - due da leggenda giusto in chiusura, con le perle di Grosso e Del Piero. Un match che resterà nel libro d'oro del calcio azzurro, più della finale coi francesi.
Come andarono le cose, all'Olympiastadion berlinese? Un buonissimo primo tempo dei nostri, che reagirono brillantemente al fulmineo vantaggio siglato da Zidane su penalty e, dopo il pari di Materazzi, ebbero ancora qualche buona opportunità di passare; secondo tempo e primo supplementare in sofferenza contro avversari fisicamente più brillanti, poi gara di nuovo in equilibrio fino ai rigori, la consueta lotteria che altre volte ci aveva detto male e che invece quella volta girò dalla nostra parte, con una serie di trasformazioni impeccabili (l'ultima quella di Grosso, inatteso eroe della spedizione in terra tedesca) che fecero giustizia di un lungo digiuno e di tante occasioni ingiustamente mancate in diversi Mondiali ed Europei precedenti, l'ultima sei anni prima in Olanda proprio contro i francesi, che ci strapparono il sogno continentale all'ultimo secondo di recupero del secondo tempo, dopo essere stati per larghi tratti dominati. 
Tornando alla difficoltà della strada compiuta per giungere al titolo, per l'Italia di Lippi senz'altro più facile la fase intermedia rispetto a quella della banda Bearzot dell'82 (Australia  e Ucraina da una parte, Argentina e Brasile dall'altra...), più difficile invece il girone iniziale: il Ghana era, con la Costa d'Avorio di Drogba, la miglior rappresentante del vivace calcio africano, e non a caso superò il turno; Gli Usa erano reduci da un eccellente Mondiale 2002, la Repubblica Ceca era all'epoca una delle più valide espressioni del calcio del Vecchio Continente, e due anni prima avrebbe potuto vincere Euro 2004 se non si fosse imbattuta nell'incredibile Grecia.
ALLENATORI IN FASCE - E' di pochi giorni fa la notizia che alcuni degli eroi di Germania 2006 hanno superato il corso di Coverciano per il patentino da allenatori di Prima Categoria: due di loro, Zambrotta e Grosso, addirittura con lode. Il fatto offre però un altro spunto di riflessione: questi campioni stanno passando dal campo alla panchina quasi in silenzio, come anche Perrotta, pedina tatticamente fondamentale di quell'Italia, che ha annunciato con discrezione a fine giugno il suo ritiro dalle scene. Ben altri tributi vennero riservati ai protagonisti dell'impresa spagnola: ricordo l'Olimpico di Roma gremito all'inverosimile per la partita d'addio di Bruno Conti, ricordo giornali e tv che sguinzagliarono i loro inviati per seguire le ultime gesta agonistiche in terra svizzera di Tardelli e Antognoni... 
I PROTAGONISTI - Un peccato, ripeto, ma comunque nulla che possa scalfire il valore storico e calcistico di quel successo di sette anni fa, ottenuto magari senza eccezionali luminarie di gioco, ma con una compagine solida ed equilibrata, che subì solo due reti (un autogol e un rigore) e ne realizzò dodici, mandando a segno ben dieci (!) elementi diversi, una autentica cooperativa del gol che farebbe la gioia di qualsiasi allenatore. Un successo che consegnò Buffon alla leggenda come uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che esaltò la rocciosità difensiva di Cannavaro e Materazzi, la continuità e i piedi buoni di Zambrotta, la grinta, i polmoni (ma anche il senso tattico, ebbene sì) di Gattuso, il genio calcistico lampeggiante di Pirlo e la verve e il coraggio di Fabio Grosso, il simbolo più autentico e genuino di quell'impresa: il suo sinistro vincente che trafisse la Germania rimane una delle emozioni calcistiche più intense che abbia mai provato, e non finirò mai di ringraziarlo per questo.

mercoledì 16 gennaio 2013

GIUSEPPE ROSSI IN... VIOLA: LA SERIE A RITROVA UN CAMPIONE VERO


Il calcio italiano sta per riabbracciare uno dei suoi più grandi campioni, apripista internazionale e portabandiera dei giovani talenti nostrani faticosamente emersi nei primi anni Duemila. La Fiorentina ha riportato in Serie A Giuseppe Rossi, e, al di là delle tante voci, spifferi e indiscrezioni destinate a susseguirsi nei prossimi giorni, e spesso destinate a sfociare nel nulla, quello messo a segno dai toscani resterà uno dei colpi più importanti, se non il più importante in assoluto, del mercato di gennaio 2013. Un'operazione che va al di là del suo significato contingente per il club dei Della Valle, ossia di investimento sul futuro più che di rinforzo per il campionato in corso: Rossi, lo ricordiamo, è tuttora ai box per via di una lesione ai legamenti del ginocchio destro, di tornare in campo se ne parlerà, forse, fra febbraio e marzo, probabilmente troppo tardi per dare un contributo sostanzioso alla rincorsa Champions del team di Montella, ultimamente fattasi un po' più affannosa.  No, il ritorno di Giuseppe è qualcosa di più: significa riallacciare il filo di un discorso che era stato brutalmente interrotto dal destino, un discorso... "azzurro" prima ancora che "viola". 
L'AZZURRO DEL FUTURO - E sì: sembra passato un secolo, eppure, prima delle esplosioni di Balotelli ed El Shaarawy, era proprio il talentino italo - americano ad incarnare più di ogni altro il futuro del calcio italiano, la speranza più concreta a cui aggrapparsi per una Nazionale in grado di mantenersi ad elevati livelli di competitività. Rossi, il baby prodigio del Manchester United; Rossi, che assaggiò il nostro massimo campionato solo per una mezza stagione, la seconda metà del torneo 2006/07, più che sufficiente per trascinare, coi suoi nove gol, il Parma a una salvezza che pareva davvero problematica, dopo i miseri dodici punti del girone di andata. Rossi che poi se ne andò in Spagna, al rampante Villarreal dei tempi, continuando a infilare portieri nella Liga e in Europa.
Il compianto Enzo Bearzot lo soprannominò "Pepito", per accostarlo in qualche modo a un altro grande Rossi che fece le sue fortune da CT azzurro, il Pablito del '78 e dell'82. Due fuoriclasse d'attacco per certi aspetti simili, ma diversi nella sostanza tecnica: entrambi rapidi e guizzanti, ma il Rossi del Duemila non ha certo l'inimitabile rapinosità sotto porta, i riflessi fulminei, la capacità di cogliere in una frazione di secondo l'attimo fuggente del gol che possedeva il suo illustre predecessore. In compenso, è un giocatore più manovriero, dal raggio d'azione più ampio (Paolo viveva essenzialmente per dare il meglio nei sedici metri finali, anche se i suoi movimenti senza palla e le sue intuizioni per i compagni erano nettare per la riuscita del gioco offensivo), dotato di maggiori soluzioni per il tiro a rete, compresa la conclusione dalla lunga distanza. Come classe complessiva nei piedi, beh, diciamo che più o meno siamo sugli stessi livelli, elevati assai per entrambi... 
LIPPI E IL MONDIALE MANCATO - Per Pepito la Nazionale maggiore era un traguardo inevitabile: arrivò a metà 2009, giusto in tempo per giocare da protagonista (due reti per lui) la Confederations Cup, peraltro chiusasi negativamente per l'Italia. Quell'Italia campione del mondo in carica che Lippi non seppe rinnovare adeguatamente in vista della kermesse iridata del 2010: Rossi avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo del processo di svecchiamento, e invece non superò la pre-convocazione e venne lasciato a casa, oltretutto al culmine di una delle sue stagioni migliori. Uno dei tanti, inammissibili errori compiuti dal cittì nella preparazione della spedizione in Sudafrica, con risultati che, ahimè, tutti ricordiamo. Pepito venne poi, come logica voleva, ripescato da Prandelli per il suo progetto di rilancio azzurro, e il ragazzo si mise in ottima evidenza proprio nella fase in cui la nuova Italia, dopo i primi mesi sperimentali, cominciò a "sbocciare", diciamo dalla famosa amichevole di Dortmund con la Germania del febbraio 2011, da me più volte citata in questo blog (fu lui, non a caso, a realizzare la rete del pareggio). 
COME ROBY BAGGIO - Ecco, questo era stato Giuseppe Rossi, il nuovo Golden boy del calcio italiano, l'uomo a cui affidare, tanto per cominciare, le speranze di una buona riuscita ad Euro 2012, se la sfortuna non si fosse accanita su di lui a partire dall'autunno del 2011, fra gravi infortuni e tremende ricadute. Riprendere dopo una tale odissea non è facile per nessuno, e le incognite sono tante; la domanda classica è: sarà ancora quello di prima? Ci vorranno settimane di rodaggio e di paziente attesa, in casa viola lo sanno. Ma la medicina ha fatto passi da gigante, il giocatore è clinicamente guarito, deve solo ritrovare pian piano i ritmi agonistici e superare le ovvie paure dei primi ruvidi approcci coi difensori.
Ce la può fare: pensi all'esempio di un altro ragazzo all'apparenza timido, spaurito e indifeso, ma nella realtà forte come un leone caratterialmente e fisicamente: Roby Baggio, anche lui perseguitato da gravi incidenti nella prima parte della carriera e in quella finale, ma sempre poderosamente risorto, forte come e più di prima. Sì, la Fiorentina ha fatto un affare e del resto, prima o poi, la Dea Bendata deve pur rivolgere uno sguardo di favore ai suoi figli un po' più tartassati. E in chiave azzurra, il rientro di Pepito accrescerebbe il ventaglio di carte offensive a disposizione di Prandelli, nell'attesa che Balotelli trovi finalmente pace interiore ed esteriore. Bentornato Pepito: prenditi il tempo che ti serve, e poi facci sognare come ai vecchi tempi. 

mercoledì 11 luglio 2012

IL TRIONFO AZZURRO TRENT'ANNI DOPO: IL MIO MUNDIAL '82, FRA RICORDI "BAMBINI" E RIFLESSIONI

                                        Bearzot e Pertini si abbracciano al Bernabeu

Trent'anni fa. Nell'estate del 1982, il sottoscritto aveva otto anni, compiuti a maggio. E di calcio, onestamente, ne masticava pochino. I cartoni animati giapponesi erano la mia grande passione, e all'epoca la tv (Rai e private) ne trasmettevano a iosa, quasi a ogni ora del giorno. Guardavo, fra gli altri, Galaxy Express 999 e Astroboy, e parallelamente seguivo le gesta dei miei beniamini del Sol Levante sul mitico Corriere dei piccoli e su TV Junior, un settimanale per bambini edito dalla Eri (la casa editrice dell'Ente televisivo di Stato). Proprio questo giornale, inaspettatamente, ai primi di giugno mi calò nella realtà di quella colossale festa del football che stava andando a cominciare, con un giochino semplice semplice abbinato al Mundial: ritagliando alcuni "palloncini" da calcio (che riproducevano il pallone presente nel logo del Mondiale) e incollandoli su un tabellone si poteva tener conto dei gol segnati dai cannonieri del torneo. "Speriamo che vinca Pablito Rossi!", era il commento di un anonimo redattore scritto in calce al gioco. 
IL MIO MUNDIAL "BAMBINO" - Ecco: in quei mesi, con la seconda elementare da poco finita e con tanto tempo libero, così vissi uno dei momenti più magici nella storia del calcio italiano. E, forse, nella storia italiana tout court. Anzi, senza forse. Il mito degli eroi di Spagna l'ho ampiamente coltivato negli anni successivi, quando si accese in me il fuoco della passione per il calcio, cosa che, stranamente, avvenne in occasione del Mundial successivo, quello messicano dell'86. Stranamente, perché per l'Italia fu un campionato amaro, e probabilmente molti si allontanarono dal pallone, in quella circostanza. Non io: da allora, nella mia... ansia di documentarmi sulla storia del football, ho avuto modo di sviscerare quel lontano torneo in terra iberica, di scoprirne e analizzarne ogni aspetto.
Dunque, un mito costruito "a posteriori", per quanto mi riguarda: eppure lo sento, lo percepisco, lo avverto come se quei momenti li avessi vissuti davvero, in presa diretta e con piena, totale e consapevole partecipazione. Le partite le guardavo a spizzichi e mozzichi: mi rivedo, durante il primo tempo della finale di Madrid, seduto sul balcone di casa mia, a Genova, il silenzio del quartiere rotto dalle urla degli abitanti, vere e proprie urla da stadio, perché in quel momento la mia via, la mia città, l'Italia tutta erano come un gigantesco stadio. Mi emoziono, a rivedere quelle immagini e a rileggere gli articoli del tempo, perché in fondo c'ero, anche se un po'... distratto e ancora troppo bimbo. Il ricordo più nitido, ecco, è quello dei festeggiamenti post vittoria, che osservai dalla finestra con mio fratello e i miei genitori e che quasi mi spaventarono, perché un trambusto così non lo avevo mai visto né sentito nemmeno a Capodanno. 


                                                       Il logo del Mundial                                  
                                        
NIENTE PARAGONI COL 2006 - Questo per quanto riguarda il "mio" Mundial '82. Sul trionfo azzurro e su quel lontano torneo, difficile scrivere qualcosa che non sia stato già scritto. Una premessa: spiace che ancora ci sia chi paragona quel successo italiano a quello del 2006, con l'intento di sminuire l'ultimo all'insegna del "una volta era tutto più bello". Sciocchezze: la conquista di una Coppa del Mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Non sempre è possibile vincere un Mondiale schiantando i colossi sudamericani e piegando nettamente l'avversario della finalissima; spesso il calendario ti propone altri ostacoli, e l'atto conclusivo può essere equilibrato e sofferto, non necessariamente una marcia trionfale: forse quei giorni di Spagna hanno calcisticamente viziato molti tifosi... Detto ciò, non sputerei su un titolo arrivato battendo, fra le altre, una Repubblica Ceca che all'epoca era considerata una delle migliori espressioni del calcio europeo, e la nascente "nuova Germania", quella che adesso è apprezzata per gioco e risultati, e che superammo sul suo terreno, nonché, ai rigori, una Francia alla fine del suo decennio d'oro ma ancora validissima, e a cui ci opponemmo con fatica ma con grande orgoglio, dopo averla anche messa in seria difficoltà nel primo tempo. Ma questa è un'altra storia, e sono sicuro che un giorno non lontano narreremo anch'essa con toni da epopea. 
RIEVOCAZIONI POCO OBIETTIVE - Tornando a trent'anni fa, ciò che manca per una rievocazione veramente corretta di quel successo italiano è un pizzico di obiettività in più: ricordare ad esempio il rigore negato al Perù nella seconda partita, in un quadro di acuta sofferenza per la nostra squadra che già stava subendo il forcing dei sudamericani: forse, se concesso, avrebbe potuto cambiare il nostro Mondiale e la storia del calcio italiano, forse no, chi lo sa...; ricordare il fatto che la semifinale la giocammo contro una Polonia priva dello squalificato Boniek, e quindi depotenziata per un buon 80 per cento a livello offensivo (a noi mancava Gentile, ma non era la stessa cosa); e ricordare che in finale ci toccò una Germania Ovest in condizioni psicofisiche non dissimili da quelle in cui l'Italia di Prandelli ha affrontato la chiusura di Euro 2012. Ecco, ricordare tutto ciò farebbe onore alla stampa e all'editoria italiane, perché non è davvero più tempo di agiografie retoriche e incondizionate. 
Allo stesso tempo, giusto sgombrare il campo da alcune ombre costruite già all'epoca e alimentate successivamente: il caso Camerun, ossia il presunto aggiustamento della gara con gli africani, l'ultima del primo turno a Vigo, non ha al momento ragione di essere, in quanto non esistono prove di combine. Per la Fifa, quella gara fu assolutamente regolare, non vedo perché si debba continuare a rimestare nel torbido; così come non ha molto senso discutere sull'arbitraggio di Rainea nel match con l'Argentina, ritenuto da alcuni troppo permissivo nei confronti di un Gentile alle prese con la ferrea marcatura di Maradona: all'epoca i parametri di valutazione erano diversi, c'era più manica larga, si ammoniva con più parsimonia, emergeva un po' la tendenza a favorire, in linea di massima, il difensore nei confronti dell'attaccante, tutto il contrario rispetto ad oggi. Bisogna immergersi nella mentalità e nell'atmosfera del momento in cui l'evento si svolse, per poterlo valutare serenamente.

                                            Gentile contro Maradona al Sarrià

LE "VERE" CRONACHE - Il riferimento alla gara col Camerun apre un altro capitolo: quello riguardante il modo in cui le nostre gare di quel Mondiale vengono raccontate. Non sempre in maniera veritiera, a volte sbrigativa e superficiale, sovente riprendendo ciò che altri "storiografi" hanno scritto, senza curarsi di andare a verificare se fosse o meno la verità. Ancora oggi si parla di tre partite largamente deludenti, in relazione al primo turno. Falso, perché il debutto con la Polonia fu considerato del tutto dignitoso dalla critica dell'epoca, tanto che i nostri avrebbero potuto vincerlo con un po' di fortuna in più (occasioni per Graziani, salvataggio sulla linea su incornata di Collovati, traversa di Tardelli). Il match col Camerun viene raccontato come un semplice botta e risposta nel giro di un minuto, quello che fece registrare gli unici due gol del match (Graziani e M'Bida): invece, ci fu un primo tempo in cui i nostri sfiorarono a ripetizione la segnatura (clamorosa l'occasione mancata da Conti a tu per tu col portiere, così come la traversa colpita da Collovati), e nella ripresa, dopo l'1 a 1, il portiere africano N'Kono dovette opporsi di istinto a un colpo di testa ravvicinato di Cabrini. 
ITALIA - BRASILE, LA PIU' BELLA - Dopodiché, il Mundial '82 fu, essenzialmente, Italia - Brasile. Nel mio personalissimo cartellino, la più bella partita azzurra di tutti i tempi, di molto superiore a quella con la Germania Ovest del '70: al contrario del 4 a 3 messicano, al Sarrià (lo stadiolo fra i palazzi, tipo Ferraris di Genova, e purtroppo oggi non esiste più: demolito, un "santuario laico" profanato) i ragazzi di Bearzot vinsero con testa e cuore una partita razionale, non folle come quella di dodici anni prima. E, al contrario del rocambolesco successo dell'Azteca, non trascorsero un tempo intero a fare le barricate in attesa del fischio finale. No, in Spagna i nostri accettarono la sfida coi maestri auriverdes sul piano del gioco, dimostrando di poter regalare sprazzi di grande calcio, parallelamente alla immutata capacità di rintuzzare gli attacchi avversari. Fu un successo limpido, meritato, ancorché sofferto (inevitabile, contro una squadra monumentale come quel Brasile di Tele Santana). Dopo quell'impresa non poteva esserci ragionevolmente storia, e non ce ne fu. 
LA CAPORETTO DELLA STAMPA - Ancora: molti non ricordano che quell'Italia, fino a un minuto prima della sfida con l'Argentina, la prima della seconda fase, quella che diede la svolta, era considerata una squadra modesta. Brera, sì, proprio il sommo (non per me) Brera, esagerò: "Siam dei broccacci, inutile farci illusioni". Lo stesso Guerin Sportivo, che pure era schierato dalla parte degli azzurri, preferì non alimentare grosse speranze: "La logica - scrisse alla vigilia il grandissimo Adalberto Bortolotti - dice: passaggio del primo turno e poi ritorno a casa con dignità. Firmeremmo". Al di là della comprensibile prudenza del Guerin, l'atteggiamento del resto della stampa, quasi interamente sulle barricate contro il Club Italia, rimane ancora oggi ingiustificabile: un brocco non diventa fuoriclasse da un giorno all'altro; e dunque, come fu possibile, per dei presunti esperti, scambiare per mediocri pedatori i campioni che innervavano quella rappresentativa, i Cabrini e gli Scirea, i Conti e i Tardelli (per tacere di Zoff e Rossi, sulla cui caratura, almeno, dubbi non ne vennero manifestati)? 
I meno cattivi consideravano i nostri giocatori, semplicemente, passati di cottura: ma li consideravano tali già da dopo il Mundial argentino del '78 (qualcuno anche da prima...), e invece quel gruppo regalò lo splendido e inadeguato quarto posto nelle pampas, il medesimo piazzamento all'Europeo casalingo dell'80 (in condizioni ambientali terribili, per via dello scandalo scommesse e della forzata rinuncia a Paolo Rossi) e la facile qualificazione a Spagna '82. Fu una dimostrazione di superficialità e incompetenza giornalistica rimasta impunita: molte delle prime firme di quei tristi (per la loro professionalità) giorni spagnoli hanno continuato per anni a scrivere di calcio con l'aurea dell'autorevolezza. Poi ci si chiede perché il giornalismo italiano non riesca a uscire (lui sì) da una insuperabile mediocrità.