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giovedì 10 dicembre 2020

PABLITO PER SEMPRE. ADDIO A ROSSI, FUORICLASSE VERO, MITO GENERAZIONALE, SIMBOLO ETERNO DI UN PAESE E DEL SUO CALCIO

                 Pablito con la Coppa del Mondo a Madrid, e dedica per i lettori del Guerin Sportivo

Pablito Rossi, il suo mito, l'epopea dell'Italia '82, io li ho scoperti e amati in differita. In quell'estate "spagnola" ero un bimbo di otto anni che seguiva il pallone solo distrattamente, aveva altri interessi, anche se si rendeva perfettamente conto che attorno a lui stava accadendo qualcosa di grosso, di importante, di gioioso, una festa collettiva che riempiva di allegria le case e le strade. Ma la cosa finì lì. Anni dopo, quando ho cominciato ad appassionarmi di calcio, ho anche voluto costruirmi una conoscenza profonda della storia di questo sport, e il punto di partenza, il caposaldo dei miei "studi", non poté che essere la vicenda, per certi versi incredibile, del terzo Mondiale azzurro. Fu così che iniziai a viaggiare fra le mille sfaccettature di quell'impresa: non solo capolavoro tecnico e agonistico, ma evento che incise profondamente nella storia sociale e culturale del nostro Paese. La banda Bearzot restituì a un popolo la voglia di sorridere, di fare gruppo e comunità, di ritrovarsi insieme per condividere passioni sane e genuine, dopo lustri gonfi di tristezza, di tensione, di terrore quotidiano. Il segreto dell'immortalità del nostro Mundial '82, dei suoi protagonisti, è in fondo tutto qui: nel fatto di trascendere le questioni di campo, di non essere stato un trionfo esclusivamente sportivo, come tanti precedenti e successivi, tutti belli, tutti indimenticabili, ma probabilmente nessuno così legato a filo doppio alla storia "seria" della nazione Italia. 

Per chi, al contrario di me, lo visse con consapevolezza e maturità, quell'82 fu probabilmente uno degli anni più belli di sempre. Questo 2020, invece, sembra proprio il peggiore anno della nostra vita, quantomeno di chi è nato a partire dalle decadi dei Sessanta - Settanta. Una sciagura inconcepibile si è abbattuta sull'umanità, seminando morte e angoscia, e a far da triste, beffardo corollario una ininterrotta sequela di lutti per la scomparsa di figure popolari e universalmente apprezzate. Ultimo della lista, il nostro caro Paolo. Leggendo la notizia nel cuore della notte, sono rimasto a lungo inebetito di fronte allo schermo del pc: si può essere addolorati e amareggiati anche per la perdita di una persona che non era né parente, né amico, né conoscente, se questa persona è stata comunque il simbolo di una parte importante della nostra vita, di un amore come quello per il calcio, di un'epoca felice che oggi sembra a distanza siderale dall'inferno che stiamo attraversando. A maggior ragione posso capire quanto dolore stia provando chi le imprese di Barcellona e Madrid, e ancor prima di Baires '78, le ha viste e vissute pienamente, avendo l'età giusta per godersele. 

La frase più ricorrente, nei post che compaiono in queste ore sulla mia bacheca Facebook, è: "Se ne è andato un pezzo della mia giovinezza". E' proprio così, e in fondo lo è anche per me. I nostri eroi calcistici degli anni Ottanta - Novanta stanno invecchiando, com'è nella natura delle cose, alcuni purtroppo sono anche malati, ma noi ancora non siamo pronti, non possiamo, non vogliamo nemmeno concepire l'idea che uno di loro se ne vada via, soprattutto se la scomparsa avviene così presto, troppo presto, e quasi all'improvviso, inattesa, come un fulmine a ciel sereno. Io non sapevo che Rossi stesse lottando contro il cancro, fino a poche settimane fa lo si vedeva sugli schermi Rai a commentare calcio italiano e internazionale. Per questo lo shock è stato ancora più profondo, violento. 

L'unica consolazione, ora, è parlare del Rossi calciatore. Tutto, è ovvio, ruota attorno a Italia - Brasile 3-2, per me la vera partita del ventesimo secolo, più di Italia - Germania '70 perché, anche nel suo andamento fatto di emozioni fortissime, con quel ripetuto botta e risposta e l'altalena nel punteggio, fu gara che si sviluppò secondo una propria logica, una razionalità, senza momenti di totale follia, anarchia e imperfezione tecnica come invece accadde all'Azteca. Ma la leggenda di Pablito non è racchiusa solo in quel pomeriggio del Sarrià e nei due che seguirono, al Nou Camp con la Polonia e a Madrid coi soliti tedeschi. Rossi calciatore è stato piedi buoni e classe purissima, è stato soprattutto un nuovo modo di concepire il gioco d'attacco. La Nazionale di Bearzot segnava il passo, prima del Mundial argentino: era diventata fiacca e prevedibile. Il Vecio mise dentro Paolino, non ancora Pablito, e quell'inserimento rivoluzionò totalmente il quadro offensivo della nostra squadra. La sua intelligenza tattica si sposò alla perfezione con quella più matura di Bettega, la sua vitalità movimentò la nostra prima linea aprendo varchi, suggerendo passaggi, creando spazi dal nulla, moltiplicando le soluzioni di inserimento e tiro, assistendo i compagni. E poi, ovviamente, c'era la sua dote principale, quella di risolutore mortifero nei sedici metri finali: il guizzo da opportunista, la giocata d'anticipo, il tocco maligno, la capacità di essere sempre al posto giusto nel momento giusto: e i gol fioccavano copiosi. Uno scricciolo la cui prolificità aveva già trasformato il Lanerossi Vicenza in provinciale di lusso, in lizza, per pochi fantastici mesi, addirittura per lo scudetto. 

Dopo il Mundial '78 che lo rivelò alla grande ribalta planetaria, ci furono molte amarezze: sul campo, con lo stesso Vicenza e col Perugia, e fuori, per via di un coinvolgimento nel calcioscandalo dell'80  a proposito del quale Paolo sempre si proclamò innocente. Nel frattempo passato alla Juve, fece in tempo a dare un piccolo contributo alla conquista del ventesimo scudetto, pochi mesi prima del "suo mitico mondiale", parafrasando l'autobiografia uscita qualche anno fa. Il mito di Rossi venne costruito in una settimana, dal 5 all'11 luglio 1982. Pare assurdo dirlo, ma per certi versi è stato anche un peccato: perché Paolo aveva le stimmate del fuoriclasse. Checché se ne dica, e già mi è capitato di leggerlo in queste ore, non era affatto un calciatore normale che raggiunse il top unicamente grazie all'impegno e all'applicazione. Era un talento sopra la media, tanto che la stampa dell'epoca lo considerava l'unico vero campionissimo prodotto da quella generazione di "pedatori" italiani, il solo in grado di tenere la rappresentativa azzurra ai vertici mondiali, di trasformare la truppa di Bearzot da buona squadra a grande squadra. 

Di certo fu un fuoriclasse d'attacco, per le doti che ho elencato prima: centravanti moderno che nacque come ala, e del vecchio ruolo mantenne fiammate, velocità, intuizioni, imprevedibilità; uomo capace di annusare nell'aria l'impresa e di siglare gol pesantissimi, quelli che servivano per entrare negli albi d'oro. Senza i gravi infortuni che lo minarono a più riprese portandolo infine al ritiro a soli 31 anni, senza i due anni di stop per il calcioscommesse, senza avventure infelici come quella di Perugia, come l'ultima stagione bianconera, come il fugace passaggio nel Milan pre-berlusconiano, quale Pablito racconteremmo oggi? Probabilmente un calciatore ugualmente epocale, ma non indissolubilmente legato a una sola estate da leone. Oggi parleremmo di un Rossi grandissimo per continuità ai massimi livelli, di certo con qualche alloro in più in bacheca, magari con un contributo ancor più sostanzioso alla Nazionale, con l'Euro '80 regolarmente disputato e col suo terzo Mondiale, nel 1986, giocato da protagonista e non vissuto da malinconico spettatore in viaggio premio. Sì, sembra incredibile, eppure perfino una carriera straordinaria come quella del numero 20 dell'Italia '82 può lasciare ampio spazio ai rimpianti. Ma forse conta poco, nel momento in cui esci dalla dimensione sportiva per diventare eroe di un Paese, simbolo nazionale ai quattro angoli del mondo, sinonimo di Italia vincente contro ostacoli apparentemente insormontabili. Nei cinque continenti, per tutti, solo e sempre "Paolorossi", e tanto basta.

mercoledì 19 giugno 2019

MONDIALI CALCIO DONNE, PER L'ITALIA PRIMO TURNO SUPERATO E PRIMA SERATA SU RAI UNO. UN EXPLOIT EPOCALE

                                           Barbara Bonansea (foto Guerin Sportivo)

Comunque vada, sarà un successo: era il tormentone inventato da Piero Chiambretti per un Festival di Sanremo di parecchi anni fa. Una massima che, oggi, possiamo tranquillamente applicare alle azzurre del pallone. A prescindere da come finirà il Mondiale francese, infatti, in pochi giorni il nostro movimento calcistico femminile ha compiuto un balzo in avanti enorme, sul piano della visibilità e della credibilità interna e internazionale, e tutto questo grazie al cittì Milena Bertolini e alle sue ragazze. E' diventato adulto, è maturato tutto d'un colpo: con i pro e anche i contro che uno sviluppo così rapido comporta, certo, ma intanto può dire di aver finalmente fatto la voce grossa, dopo anni sottotraccia a inseguire progressi che tardavano a venire. 
NON E' UNA BOLLA DI SAPONE - Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: non si tratta, almeno a mio parere, di un boom artefatto, di una montatura pubblicitaria. La crescita del calciodonne italico è vera e genuina, perché nasce con delle basi, ossia dalla passione di praticanti e semplici appassionati, da una evidente evoluzione tattica e tecnica e, conseguentemente, da risultati pratici che sono sotto gli occhi di tutti, mostrati al mondo intero da una Nazionale che ha superato il primo turno con una partita di anticipo, vincendo il proprio girone davanti ad avversarie più reputate come Australia e Brasile. Serata storica, quella di ieri, non solo per l'obiettivo sportivo centrato: con il duello fra l'Italia e la Seleçao, il calcio femminile è approdato per la prima volta alla prima serata sulla rete ammiraglia Rai, ed è stato un approdo trionfale, con oltre sei milioni e cinquecentomila spettatori, una cifra pazzesca, incredibile. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo, fino a pochissimi anni fa?
SERATA TV TUTTA ROSA - Ma anche questa oceanica attenzione del pubblico, le nostre prodi fanciulle se la sono guadagnate e sudate, senza alcuna spintarella, senza campagne di stampa compiacenti. Lo hanno fatto dimostrando il loro valore sul campo, che alla fine è la sola cosa che conti, nello sport. Così, abbiamo assistito a una serata tutta in rosa: Tiziana Alla, Patrizia Panico e Giorgia Cardinaletti per cronaca e interviste allo stadio di Valenciennes, in studio Monica Matano e Cristiana Capotondi, che è vicepresidente della Lega Pro e che sta prendendo molto sul serio questo incarico così insolito per un'attrice professionista. Unici maschietti intrusi, Tiziano Pieri per l'inevitabile moviola e, soprattutto, Pablito Rossi, ossia un mostro sacro del calcio mondiale, scelto probabilmente non a caso, proprio per rendere appieno l'idea dell'importanza dell'evento. Chiaro, è solo un punto di partenza, tanto è ancora il terreno da recuperare nei confronti delle grandi potenze del football in rosa, ma certi traguardi non si raggiungono per caso. 
CRESCITA TECNICA E TATTICA - Dicevo del livello tecnico: il progresso rispetto agli anni Novanta, epoca in cui per lavoro mi capitò spesso di assistere a partite di calciodonne, è stato esponenziale. Il Mondiale francese ci sta mostrando una squadra italiana organizzata, con un'idea di gioco ben visibile, a tratti persino camaleontica nella strategia di gara, un team formato da giocatrici capaci di trattare il pallone con proprietà, e financo dotate di una discreta tenuta atletica. Una squadra matura perché ha sostanzialmente superato tre test molto diversi: contro l'Australia si è esaltata in un gioco molto scarno e semplice, all'italiana vecchia maniera, basato su una salda tenuta delle posizioni difensive per poi scattare in rapidi affondo; contro la Giamaica, l'avversaria più abbordabile, si è trovata invece a dover fare la partita dando un occhio alla differenza reti, e ci è riuscita appieno, concedendo giusto qualche minuto di innocuo sfogo alle rivali dopo il 3-0 per poi mettere a segno altri due gol. Infine, contro il Brasile, nel match che ha acceso i grandi riflettori televisivi sulle nostre rappresentanti, l'interpretazione tatticamente più sottile e difficile: gestire un risultato che ci dava il primo posto nel raggruppamento senza però abbandonarsi alla spinta offensiva delle sudamericane, ma cercando comunque di alzare il baricentro ogni volta che se ne presentava l'occasione e di tenere sul chi vive la terza linea verdeoro. Missione compiuta, tutto sommato: le nostre sono andate in sofferenza autentica unicamente in due periodi, grosso modo nelle fasi centrali dei due tempi, ma senza ammassarsi nella loro area, senza chiudersi a riccio; sono state infilate su un rigore molto dubbio, per un contrasto spalla contro spalla, mentre nel primo tempo, dopo una parata d'istinto di Giuliani sulla fuoriclasse Marta, avevano sfiorato il vantaggio con una bella volée di Bonansea su cross di Guagni al culmine di una elegante trama sulla destra, senza dubbio la più bella azione dell'incontro.  
BONANSEA E LE ALTRE - Già che ci siamo, facciamo un po' di nomi: la difesa azzurra è chiusa con autorità da Gama, Linari e Bartoli, col portiere Giuliani che sa anche compiere interventi prodigiosi come in occasione del tacco di Marta nella prima frazione; a centrocampo c'è lo scricciolo Giugliano che è il classico mastino, e che ieri è cresciuta dopo un avvio un po' incerto; Bonansea è un incursore di classe, continuo e decisivo, Girelli una punta opportunista, efficace e generosa. Sono valori di assoluto rispetto che, onestamente, non so dove possano portarci, ma un quarto di finale credo sia alla portata, tanto per cominciare, e rappresenterebbe un volano promozionale ancora più efficace per il nostro calciodonne, che di questo soprattutto continua ad aver bisogno, per abbattere quanto resta del muro di perplessità eretto da chi, evidentemente non guardando le partite, continua a sostenere che il football non sia sport da donne. Ai maschietti, le ragazze cedono qualcosa dal punto di vista del tono fisico e del dinamismo, ma si assiste così a un gioco meno veloce, meno frenetico di quello a cui ci siamo abituati in questi ultimi lustri. Un calcio forse un po' "agé" sul piano stilistico, ma non per questo brutto a vedersi e in ogni caso, lo ripeto, con una precisa dignità tecnico - tattica. E allora, che l'avventura in terra di Francia continui. 

mercoledì 11 luglio 2012

IL TRIONFO AZZURRO TRENT'ANNI DOPO: IL MIO MUNDIAL '82, FRA RICORDI "BAMBINI" E RIFLESSIONI

                                        Bearzot e Pertini si abbracciano al Bernabeu

Trent'anni fa. Nell'estate del 1982, il sottoscritto aveva otto anni, compiuti a maggio. E di calcio, onestamente, ne masticava pochino. I cartoni animati giapponesi erano la mia grande passione, e all'epoca la tv (Rai e private) ne trasmettevano a iosa, quasi a ogni ora del giorno. Guardavo, fra gli altri, Galaxy Express 999 e Astroboy, e parallelamente seguivo le gesta dei miei beniamini del Sol Levante sul mitico Corriere dei piccoli e su TV Junior, un settimanale per bambini edito dalla Eri (la casa editrice dell'Ente televisivo di Stato). Proprio questo giornale, inaspettatamente, ai primi di giugno mi calò nella realtà di quella colossale festa del football che stava andando a cominciare, con un giochino semplice semplice abbinato al Mundial: ritagliando alcuni "palloncini" da calcio (che riproducevano il pallone presente nel logo del Mondiale) e incollandoli su un tabellone si poteva tener conto dei gol segnati dai cannonieri del torneo. "Speriamo che vinca Pablito Rossi!", era il commento di un anonimo redattore scritto in calce al gioco. 
IL MIO MUNDIAL "BAMBINO" - Ecco: in quei mesi, con la seconda elementare da poco finita e con tanto tempo libero, così vissi uno dei momenti più magici nella storia del calcio italiano. E, forse, nella storia italiana tout court. Anzi, senza forse. Il mito degli eroi di Spagna l'ho ampiamente coltivato negli anni successivi, quando si accese in me il fuoco della passione per il calcio, cosa che, stranamente, avvenne in occasione del Mundial successivo, quello messicano dell'86. Stranamente, perché per l'Italia fu un campionato amaro, e probabilmente molti si allontanarono dal pallone, in quella circostanza. Non io: da allora, nella mia... ansia di documentarmi sulla storia del football, ho avuto modo di sviscerare quel lontano torneo in terra iberica, di scoprirne e analizzarne ogni aspetto.
Dunque, un mito costruito "a posteriori", per quanto mi riguarda: eppure lo sento, lo percepisco, lo avverto come se quei momenti li avessi vissuti davvero, in presa diretta e con piena, totale e consapevole partecipazione. Le partite le guardavo a spizzichi e mozzichi: mi rivedo, durante il primo tempo della finale di Madrid, seduto sul balcone di casa mia, a Genova, il silenzio del quartiere rotto dalle urla degli abitanti, vere e proprie urla da stadio, perché in quel momento la mia via, la mia città, l'Italia tutta erano come un gigantesco stadio. Mi emoziono, a rivedere quelle immagini e a rileggere gli articoli del tempo, perché in fondo c'ero, anche se un po'... distratto e ancora troppo bimbo. Il ricordo più nitido, ecco, è quello dei festeggiamenti post vittoria, che osservai dalla finestra con mio fratello e i miei genitori e che quasi mi spaventarono, perché un trambusto così non lo avevo mai visto né sentito nemmeno a Capodanno. 


                                                       Il logo del Mundial                                  
                                        
NIENTE PARAGONI COL 2006 - Questo per quanto riguarda il "mio" Mundial '82. Sul trionfo azzurro e su quel lontano torneo, difficile scrivere qualcosa che non sia stato già scritto. Una premessa: spiace che ancora ci sia chi paragona quel successo italiano a quello del 2006, con l'intento di sminuire l'ultimo all'insegna del "una volta era tutto più bello". Sciocchezze: la conquista di una Coppa del Mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Non sempre è possibile vincere un Mondiale schiantando i colossi sudamericani e piegando nettamente l'avversario della finalissima; spesso il calendario ti propone altri ostacoli, e l'atto conclusivo può essere equilibrato e sofferto, non necessariamente una marcia trionfale: forse quei giorni di Spagna hanno calcisticamente viziato molti tifosi... Detto ciò, non sputerei su un titolo arrivato battendo, fra le altre, una Repubblica Ceca che all'epoca era considerata una delle migliori espressioni del calcio europeo, e la nascente "nuova Germania", quella che adesso è apprezzata per gioco e risultati, e che superammo sul suo terreno, nonché, ai rigori, una Francia alla fine del suo decennio d'oro ma ancora validissima, e a cui ci opponemmo con fatica ma con grande orgoglio, dopo averla anche messa in seria difficoltà nel primo tempo. Ma questa è un'altra storia, e sono sicuro che un giorno non lontano narreremo anch'essa con toni da epopea. 
RIEVOCAZIONI POCO OBIETTIVE - Tornando a trent'anni fa, ciò che manca per una rievocazione veramente corretta di quel successo italiano è un pizzico di obiettività in più: ricordare ad esempio il rigore negato al Perù nella seconda partita, in un quadro di acuta sofferenza per la nostra squadra che già stava subendo il forcing dei sudamericani: forse, se concesso, avrebbe potuto cambiare il nostro Mondiale e la storia del calcio italiano, forse no, chi lo sa...; ricordare il fatto che la semifinale la giocammo contro una Polonia priva dello squalificato Boniek, e quindi depotenziata per un buon 80 per cento a livello offensivo (a noi mancava Gentile, ma non era la stessa cosa); e ricordare che in finale ci toccò una Germania Ovest in condizioni psicofisiche non dissimili da quelle in cui l'Italia di Prandelli ha affrontato la chiusura di Euro 2012. Ecco, ricordare tutto ciò farebbe onore alla stampa e all'editoria italiane, perché non è davvero più tempo di agiografie retoriche e incondizionate. 
Allo stesso tempo, giusto sgombrare il campo da alcune ombre costruite già all'epoca e alimentate successivamente: il caso Camerun, ossia il presunto aggiustamento della gara con gli africani, l'ultima del primo turno a Vigo, non ha al momento ragione di essere, in quanto non esistono prove di combine. Per la Fifa, quella gara fu assolutamente regolare, non vedo perché si debba continuare a rimestare nel torbido; così come non ha molto senso discutere sull'arbitraggio di Rainea nel match con l'Argentina, ritenuto da alcuni troppo permissivo nei confronti di un Gentile alle prese con la ferrea marcatura di Maradona: all'epoca i parametri di valutazione erano diversi, c'era più manica larga, si ammoniva con più parsimonia, emergeva un po' la tendenza a favorire, in linea di massima, il difensore nei confronti dell'attaccante, tutto il contrario rispetto ad oggi. Bisogna immergersi nella mentalità e nell'atmosfera del momento in cui l'evento si svolse, per poterlo valutare serenamente.

                                            Gentile contro Maradona al Sarrià

LE "VERE" CRONACHE - Il riferimento alla gara col Camerun apre un altro capitolo: quello riguardante il modo in cui le nostre gare di quel Mondiale vengono raccontate. Non sempre in maniera veritiera, a volte sbrigativa e superficiale, sovente riprendendo ciò che altri "storiografi" hanno scritto, senza curarsi di andare a verificare se fosse o meno la verità. Ancora oggi si parla di tre partite largamente deludenti, in relazione al primo turno. Falso, perché il debutto con la Polonia fu considerato del tutto dignitoso dalla critica dell'epoca, tanto che i nostri avrebbero potuto vincerlo con un po' di fortuna in più (occasioni per Graziani, salvataggio sulla linea su incornata di Collovati, traversa di Tardelli). Il match col Camerun viene raccontato come un semplice botta e risposta nel giro di un minuto, quello che fece registrare gli unici due gol del match (Graziani e M'Bida): invece, ci fu un primo tempo in cui i nostri sfiorarono a ripetizione la segnatura (clamorosa l'occasione mancata da Conti a tu per tu col portiere, così come la traversa colpita da Collovati), e nella ripresa, dopo l'1 a 1, il portiere africano N'Kono dovette opporsi di istinto a un colpo di testa ravvicinato di Cabrini. 
ITALIA - BRASILE, LA PIU' BELLA - Dopodiché, il Mundial '82 fu, essenzialmente, Italia - Brasile. Nel mio personalissimo cartellino, la più bella partita azzurra di tutti i tempi, di molto superiore a quella con la Germania Ovest del '70: al contrario del 4 a 3 messicano, al Sarrià (lo stadiolo fra i palazzi, tipo Ferraris di Genova, e purtroppo oggi non esiste più: demolito, un "santuario laico" profanato) i ragazzi di Bearzot vinsero con testa e cuore una partita razionale, non folle come quella di dodici anni prima. E, al contrario del rocambolesco successo dell'Azteca, non trascorsero un tempo intero a fare le barricate in attesa del fischio finale. No, in Spagna i nostri accettarono la sfida coi maestri auriverdes sul piano del gioco, dimostrando di poter regalare sprazzi di grande calcio, parallelamente alla immutata capacità di rintuzzare gli attacchi avversari. Fu un successo limpido, meritato, ancorché sofferto (inevitabile, contro una squadra monumentale come quel Brasile di Tele Santana). Dopo quell'impresa non poteva esserci ragionevolmente storia, e non ce ne fu. 
LA CAPORETTO DELLA STAMPA - Ancora: molti non ricordano che quell'Italia, fino a un minuto prima della sfida con l'Argentina, la prima della seconda fase, quella che diede la svolta, era considerata una squadra modesta. Brera, sì, proprio il sommo (non per me) Brera, esagerò: "Siam dei broccacci, inutile farci illusioni". Lo stesso Guerin Sportivo, che pure era schierato dalla parte degli azzurri, preferì non alimentare grosse speranze: "La logica - scrisse alla vigilia il grandissimo Adalberto Bortolotti - dice: passaggio del primo turno e poi ritorno a casa con dignità. Firmeremmo". Al di là della comprensibile prudenza del Guerin, l'atteggiamento del resto della stampa, quasi interamente sulle barricate contro il Club Italia, rimane ancora oggi ingiustificabile: un brocco non diventa fuoriclasse da un giorno all'altro; e dunque, come fu possibile, per dei presunti esperti, scambiare per mediocri pedatori i campioni che innervavano quella rappresentativa, i Cabrini e gli Scirea, i Conti e i Tardelli (per tacere di Zoff e Rossi, sulla cui caratura, almeno, dubbi non ne vennero manifestati)? 
I meno cattivi consideravano i nostri giocatori, semplicemente, passati di cottura: ma li consideravano tali già da dopo il Mundial argentino del '78 (qualcuno anche da prima...), e invece quel gruppo regalò lo splendido e inadeguato quarto posto nelle pampas, il medesimo piazzamento all'Europeo casalingo dell'80 (in condizioni ambientali terribili, per via dello scandalo scommesse e della forzata rinuncia a Paolo Rossi) e la facile qualificazione a Spagna '82. Fu una dimostrazione di superficialità e incompetenza giornalistica rimasta impunita: molte delle prime firme di quei tristi (per la loro professionalità) giorni spagnoli hanno continuato per anni a scrivere di calcio con l'aurea dell'autorevolezza. Poi ci si chiede perché il giornalismo italiano non riesca a uscire (lui sì) da una insuperabile mediocrità.