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venerdì 10 agosto 2012

DOPING, ILLECITI, SENTENZE BLANDE, GIORNALI "PREVEGGENTI": ECCO LA NAUSEA DA SPORT

                                        Guberti: tre anni di squalifica in primo grado

Nausea. Un insopportabile senso di nausea mi avvolge e mi travolge, in questa estate che, pure, pareva averci dato qualche spunto incoraggiante per continuare a credere nello sport. Penso all'ottimo comportamento della Nazionale italiana di calcio agli Europei,  o alla dignitosissima Olimpiade che gli atleti azzurri stanno conducendo, pur fra défaillance inattese (il fallimento pressoché totale del nuoto) e mille difficoltà legate alla crisi politica e organizzativa delle nostre istituzioni sportive. Penso, anche, a quelle promesse di rigore assoluto e inflessibilità, che avrebbero dovuto guidare i giudici nel punire le tante nefandezze venute a galla ultimamente nel mondo del pallone nostrano. 
Ebbene, nel giro di poche settimane, anzi pochi giorni, è tutto svanito. Una serie di episodi e vicende avvilenti hanno fatto esplodere lo schifo per un ambiente, quello dello sport tricolore, che, per quanto mi riguarda, si è bruciato gli ultimi spiccioli di credito che vantava nei miei confronti. Le sentenze emesse oggi dalla giustizia sportiva sono un brutto colpo, uno schiaffo in faccia a chi si sforza ancora di credere sia alla volontà del movimento calcistico di guardarsi dentro e di fare pulizia vera, sia alla sostanziale efficienza dell'apparato giudiziario chiamato a decidere e sanzionare sul torbido che inquina i nostri campionati. 
GUBERTI E SAMP - Spulciando il comunicato emesso in mattinata dalla Figc, contenente le sentenze (di primo grado, sempre bene precisare) del processo che ha avuto i suoi grandi imputati negli juventini Conte, Bonucci e Pepe, una cosa mi colpisce più di altre, per quanto ignorata dalla quasi totalità dei media (anche da quelli genovesi, e qui la faccenda è ancor più grave): Stefano Guberti, centrocampista ed ex grande promessa del nostro football, è stato condannato a tre anni di squalifica per aver messo in atto, assieme ad Andrea Masiello, un tentativo di alterazione della gara Bari - Sampdoria, giocata nell'aprile 2011. Tre anni per illecito sportivo, mica noccioline. Guberti all'epoca militava nelle file della Samp, che, deferita anch'essa per responsabilità oggettiva e responsabilità presunta (in relazione all'illecito imputato a Guberti per la suddetta gara), se l'è cavata con un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda: in pratica, come punire con 1 euro di multa l'automobilista che passa col rosso. 
La sproporzione fra le due sanzioni (per il calciatore ex blucerchiato carriera quasi finita e comunque compromessa agli alti livelli, per la società ligure un buffetto o quasi) è talmente evidente nella sua abnormità da non dover nemmeno essere spiegata. Lancia però un messaggio importante, e pericolosissimo: punizioni blande per i club in caso di coinvolgimento di loro tesserati in episodi di illecito. Quasi un anticipo del "pensionamento" del principio della responsbilità oggettiva, da più parti e da diversi anni auspicato nell'ambiente. Cosa possa significare tutto questo lo lascio alla libera interpretazione dei lettori: io dico solo che nessuno dovrà permettersi di cadere dal pero se, fra un anno o fra sei mesi, si scoprirà che si continuano a combinare partite in totale allegria e spensieratezza, visto che le sanzioni inflitte alle società sono di questo "terribile" peso. 
LE "GUSTOSE" ANTICIPAZIONI DEI GIORNALI - Ma c'è dell'altro: la sentenza, nei suoi tratti mediaticamente più "appetitosi", ossia relativamente ai tre big bianconeri, era stata in pratica illustrata per filo e per segno dalla Gazzetta dello Sport con due giorni di anticipo. Parere personale, ma spero di essere in buona compagnia, è un fatto di inaudita gravità: che un giornale pubblichi atti giudiziari di condanna o assoluzione prima che lo facciano gli organi deputati è qualcosa che in un Paese civile e democratico non può, non deve assolutamente accadere, un corto circuito agghiacciante nel reale percorso di competenze e di gerarchie. 
Il problema, certo, riguarda chi certe notizie le passa alla stampa, senza nemmeno un piccolo scrupolo di coscienza, senza porsi neanche una domanda sulla liceità etica del proprio comportamento. E' in questo corto circuito che risiede il peccato originale, l'ennesima dimostrazione che molte cose sono da rivedere nel funzionamento della macchina giudiziaria italiana, sportiva e non. Le Procure e i magistrati in cerca di visibilità non sono, purtroppo, solo una invenzione di certa stampa di destra. E le talpe interne sono una delle cose più odiose che possano esistere: stiamo parlando di una fuga di notizie da un tribunale, non da un circolo bocciofilo, con tutto il rispetto...
A parte questo, una sentenza giudiziaria non è come una notizia di calciomercato, signori giornalisti della rosea: l'ultimo colpo del Milan o della Juve lo potete anche anticipare sulle vostre pagine prima che lo annuncino le rispettive società,  ma il provvedimento di un Tribunale no. Un lettore maturo non dovrebbe chiedere una cosa del genere al "suo" giornale: non sono questi gli scoop che fanno crescere la credibilità di un prodotto editoriale. Certo il problema è più complesso, riguarda un certo modo di intendere la professione giornalistica, che sta prendendo una deriva pericolosa in più di una direzione: perché se da una parte ci sono i giornali che anticipano la magistratura (sportiva, in questo caso), dall'altra ci sono le home page di certi quotidiani sportivi che per attirare "clic" si riempiono progressivamente di donne svestite e di gossip. Due aspetti diversi di una triste deviazione dal binario principale della buona informazione. 
SCHWAZER, NE' MASSACRO NE' BUONISMO - Certo, poi anche da universi sportivi più "poveri"  e meno mediatici non è che ci siano arrivati, di recente, esempi molto più edificanti.  Il caso Alex Schwazer è ancora negli occhi e sulla bocca di tutti. Si è già detto quasi tutto quel che si doveva dire, o forse no, sta di fatto che non è mia intenzione partecipare all'indiscriminato "dagli all'untore" degli ultimi giorni. Al contempo, però, guai a cadere nella tentazione del buonismo a tutti i costi, del "povero ragazzo, ha sbagliato come sbagliano tanti, e soprattutto ha avuto il coraggio di ammetterlo". E' vero, tanti atleti che lo hanno preceduto nella triste via crucis del doping (che porta solo guai, sia che ti becchino sia che resti impunito) si sono resi ridicoli negando fino all'inverosimile e inventando scuse puerili e incredibili. Onore dunque ad Alex, ma un dopato resta tale anche se lo ammette, non è che la sua colpa diminuisca. 
Tutti sbagliamo, è vero, e pertanto nessuno, si dice, dovrebbe permettersi di tranciare giudici morali sulla "vittima" del momento (il marciatore azzurro, nella fattispecie). Però, se passasse questo principio sparirebbe il diritto di critica e, senza gli occhi delle persone puntati addosso, ognuno si sentirebbe libero di fare ciò che vuole, anche contro le regole. Ecco, non bisogna avere remore nel dire che Schwazer si è macchiato della colpa peggiore per uno sportivo: doparsi è, collegandosi a un tema affrontato poche righe più su, sullo stesso livello di combinare i risultati delle partite di calcio. Anche se ciò che più mi ha sconvolto, persin più dell'atto agonisticamente fraudolento, è stata la straordinaria dimostrazione di immaturità del ragazzo, un omone in apparenza fatto e finito e invece ancora disperatamente bisognoso di crescere, di formarsi un carattere e una personalità. Evidentemente non sempre lo sport fortifica e rende uomini, anzi. Poi si possono fare altre considerazioni: sul fatto che abbia compiuto il misfatto in totale autonomia o meno, sul fatto che nessuno del settore sapesse alcunché, su come possa essere davvero così pesante e insopportabile la pressione, mediatica e "istituzionale" (cioè da parte del tuo ambiente che ti chiede di vincere, vincere e solo vincere) in uno sport che, per quanto di nobili tradizioni, ha un'eco davvero infinitesimale se paragonato non solo al calcio, ma ad altre discipline come il basket, il volley, il ciclismo, persino la pallanuoto e la scherma. 
ALEX, RIALZATI - Tutto questo si potrebbe dire, ma non se ne uscirebbe più. Io rimango coi miei dubbi e la mia amarezza verso uno sport sempre più lontano dal cuore della gente, mentre ad Alex auguro sinceramente di ritrovarsi, perché comunque lo merita: in questi casi si dice che le forze debba trovarle soprattutto dentro di sé, ma l'aiuto di parenti, amici e fidanzata sarà fondamentale, oltre a un ambiente ovattato e finalmente lontano dalle tensioni di un mondo che per lui, ragazzo fragile, era diventato insostenibile. La vita può, deve ricominciare a 28 anni. 

giovedì 3 maggio 2012

LA FOLLIA DI DELIO ROSSI E LA VOGLIA DI VIOLENZA NELLA SOCIETA' ITALIANA



Scusate, ma io non ci sto più. Questo agghiacciante finale di una brutta Serie A ci aveva già regalato tutto il peggio che il calcio italiano possa offrire attualmente: dalla partita di Genova sospesa dagli ultras all'indegna gazzarra scatenatasi alla fine di Udinese - Lazio, a causa di una errata valutazione arbitrale peraltro ininfluente ai fini dell'esito finale della gara; e, su tutto, lo spettro del calcioscommesse (e forse delle partite vendute), che, anche se quasi tutti fan finta di niente, sta rendendo la classifica del tutto virtuale, con posizioni acquisite sul campo destinate ad essere radicalmente modificate dalla giustizia sportiva. Potevamo forse farci mancare l'allenatore che prende a pugni un suo giocatore dopo averlo sostituito? No, certo che no. 
IL FATTACCIO - E' accaduto ieri sera all'Artemio Franchi di Firenze, durante Fiorentina - Novara. La storia la sapete: Delio Rossi richiama in panchina, a fine primo tempo, Ljajic, e verosimilmente (non ho visto l'incontro) ne ha tutte le ragioni: il ragazzotto slavo, montato e sopravvalutato come il 99 per cento degli stranieri giunti in Italia in questi ultimi sventurati anni, risponde con un sorrisino sarcastico, a cui fa seguire un applauso ancor più ironico e parole nei confronti del mister che devono essere state particolarmente pesanti, se questi, solitamente mite, mai sopra le righe, si scatena prima rispondendogli verbalmente, e poi scagliandosi contro di lui con una vera e propria aggressione fisica. 
Sorvolando sul fatto che né il direttore di gara (e passi), né i guardalinee, né il quarto uomo si siano resi conto di quanto stava accadendo sulla panchina viola (ma questo, a ben guardare, rientra nella notoria ed evidentemente insuperabile mediocrità della classe arbitrale italica), un fatto del genere è da considerarsi di inaudita gravità. E ancor più grave è la levata di scudi attualmente in atto, fra addetti ai lavori e professionisti dell'informazione, a difesa del buon Delio. Dalla tv pubblica (!) al web, è partita un'opera di minimizzazione e addirittura legittimazione del comportamento di questo novello Rocky della panchina. Inaccettabile. 
MORALE E BUON SENSO - Sicuramente è un mio problema, ma da un po' di tempo non riesco più a comprendere i parametri della  morale comune, del buon senso e della buona creanza in questo Paese. Quantomeno, il sospetto è che vengano interpretati da molti in maniera assai fantasiosa. Dopo essersi stracciati le vesti per i fatti di Marassi di due settimane fa, quando comunque, giova ricordarlo, nessuno si fece male, ecco partire i distinguo per questo atto di violenza pura, follia tout court, ancor più grave in quanto compiuto da un tesserato ai danni di un altro tesserato. 
Certo, il giocatore in questione, ragazzino che ancora non ha dimostrato alcunché come professionista del pallone, deve cominciare ad abbassare la cresta, perché da questa sua esperienza italiana in una grande squadra ha tutto da imparare (ed evidentemente, viste prestazioni e atteggiamenti, ancora ha imparato ben poco); per lui, come per altri mezzi calciatorini definiti troppo frettolosamente campioni dalla stampa nostrana (la cui deriva ha un ruolo non secondario nello sfascio del nostro calcio), è l'ora di cominciare a riscoprire l'umiltà e il rispetto verso i "superiori". Se poi questo Ljajic, come si vocifera, ha scatenato le ire del trainer con un pesante riferimento a una delicata situazione familiare di quest'ultimo, beh, dovrà essere adeguatamente sanzionato con i metodi opportuni. Che però, è questo il punto, non dovrebbero contemplare, mai, l'aggressione fisica. 
Un allenatore, anche solo per una questione di anzianità (di età e di servizio), dovrebbe essere in possesso della maturità con la quale saper gestire e razionalizzare anche le situazioni più tese, senza decisioni d'impeto,  dando il buon esempio senza abbassarsi al livello di chi lo provoca. Altrimenti la società in cui viviamo si trasforma in un far west. 
LA VIOLENZA PER FARSI GIUSTIZIA - Chiamatemi pure moralista (d'accatto, come si usa dire in senso spregiativo...), mi frega poco, a 'sto giro. Ripeto, si può ragionare su tutto, sulle provocazioni del giovanotto montato, sulla tensione colossale venutasi a creare negli ultimi mesi in tutto il calcio italiano (scandali, violenza, partite ogni tre giorni: tutto contribuisce a far crollare i nervi) e in casa viola in particolare, con gli inopinati rischi di retrocessione e le incertezze societarie.  Ma nulla, assolutamente nulla può giustificare l'uso della violenza fisica per far valere le proprie ragioni. E se ad esercitare questa violenza è una persona che, per ruolo e per esperienza, dovrebbe avere anche una qualche funzione, diciamo "educativa", la cosa è doppiamente grave, tale da dover essere punita con squalifiche esemplari.
Sono arrivati tre mesi, per Delio Rossi, e ci sta, quantomeno perché la persona ha sempre dimostrato grande correttezza. Attenuanti generiche, diciamo, perché altrimenti, per gesti del genere, io meno di un anno di stop non me la sentirei di infliggere al colpevole (ma spero che la squalifica parta dal momento in cui il mister dovrà teoricamente sedersi di nuovo su una panchina: farla scattare da adesso significherebbe non darle alcuna valenza afflittiva, la solita "italianata"). E al proposito risulta abbastanza stucchevole anche la retorica della mentalità calcistica, secondo la quale magari non in campo, ma nello spogliatoio, al riparo da occhi indiscreti, qualche buon cazzotto per mettere in riga i giocatori più indisciplinati, o semplicemente per "chiarirsi", ci può stare. Ma che quello del pallone sia un mondo governato dal "machismo" e da un equivoco senso della virilità è cosa stranota, purtroppo. 
Mie opinioni, ovvio. Sarà che fin da bambino, quando vedevo compagni di scuola e amichetti venire alle mani per un nonnulla, ho sempre provato ribrezzo per qualsiasi forma di violenza fisica. Ma per signori di una certa età e con ruoli di responsabilità, l'autocontrollo anche nelle situazioni più spinose è fondamentale: altrimenti, o vai a fare un altro mestiere (il pugile? Il wrestler?) o accetti le pesanti conseguenze, disciplinari e contrattuali, del tuo comportamento. Le controversie, anche quelle più "ruvide", in un consesso civile si risolvono con il dialogo, ove possibile, o in extrema ratio con provvedimenti che, va da sé, non possono contemplare la punizione corporale. Se tutti noi, una volta subito un torto, decidessimo di far roteare calci e pugni, si arriverebbe a un mondo in cui vale la regola del farsi giustizia da sé. Roba che nemmeno nel Medioevo. 
VIOLENZA LATENTE NELLA SOCIETA' - Eppure, evidentemente, è questo il mondo che la maggioranza della gente vuole. Me ne sono reso conto in queste ore, leggendo commenti alla vicenda Rossi - Ljajic su blog, forum, social network. Tutti, o quasi, ad applaudire Delio il vendicatore. Penso che questo mondo virtuale sia uno specchio non fedelissimo, ma tutto sommato abbastanza attendibile della realtà: e ciò che emerge, come opinione generalizzata su questa vicenda, è che in Italia si è accumulata una carica di odio potenzialmente devastante, che molti vorrebbero sfogare nelle modalità più truculente. Ed emerge, anche, che il sentire comune, la cultura popolare (sottocultura, sarebbe meglio dire) più profondamente radicata considera come giusto e accettabile il ricorso alla violenza fisica per dirimere screzi personali. Tremendo. Io da questo orrido carrozzone Italia voglio scendere.