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lunedì 12 luglio 2021

EURO 2020: L'ITALIA SBANCA WEMBLEY, E' CAMPIONE D'EUROPA SULLE ALI DEL GIOCO. UN TRIONFO CRISTALLINO E UN FUTURO CHE FINALMENTE CI SORRIDE

 "Un'estate italiana" di Nannini-Bennato può finalmente risuonare, nel catino di Wembley, a sottolineare una serata azzurra memorabile, e non un cumulo di rimpianti. Non eravamo più nessuno, il nulla cosmico calcistico, e oggi ci ritroviamo sul tetto del Vecchio Continente. Siamo usciti dal tunnel con una velocità che era difficile prevedere anche per chi, come me, ha sempre accompagnato questa nostra Nazionale con parole di fiducia e ottimismo. Dall'inferno al paradiso in meno di quattro anni. Campioni d'Europa, e scriverlo suscita perfino un effetto straniante. L'emozione è enorme, da groppo in gola che non passa dopo una notte quasi insonne. Si dice che in casi come questo risulti superfluo avventurarsi in analisi tecniche dell'evento in sé, perché conta il fattore sociale, l'entusiasmo che l'ItalMancio ha trasmesso al Paese, facendolo scendere in piazza a folleggiare dopo oltre un anno da incubo. 

TRIONFO SENZA OMBRE - Invece no, perché proprio l'aspetto sportivo della finale di ieri ne esalta ancor più i contorni di impresa. Si è trattato di un successo limpido, cristallino, meritato. Nessun dubbio è lecito sulla legittimità di un titolo che ritorna nello Stivale dopo 53 anni, un'eternità. Non vale mai la pena dover aspettare così tanto per assaporare la gioia della vittoria, ma possiamo dire che, perlomeno, l'attesa sia stata ripagata da un Club Italia pienamente all'altezza della situazione. Migliore di tutti per continuità di rendimento, ad alto livello, dalla prima alla settima partita. Pochi i momenti di cedimento: le difficoltà nel secondo tempo con l'Austria, la semifinale con la Spagna, la prima frazione della finalissima. L'avevo scritto dopo il soffertissimo successo sugli iberici, nel mio piccolo: giocando in quel modo, old style tricolore, si possono vincere le singole battaglie, non le guerre. Per prevalere in un atto conclusivo così impervio, da disputare in casa dell'avversaria, di fronte a un pubblico di oltre 60mila persone quasi interamente ostile, ci sarebbe voluta la vera Azzurra, quella che mi ha fatto innamorare in questo triennio manciniano, quella propositiva e brillante, col gusto della manovra, quella dal palleggio inesorabile e preciso al millimetro. 

IL NOSTRO "SECONDO INIZIO" - Ebbene, quell'Italia non si è vista, nella prima mezz'ora allo stadio Imperiale. I nostri hanno stranamente impiegato più del lecito ad entrare nel clima rovente del match e hanno pagato il loro "cuore freddo" con lo sbandamento difensivo che li ha visti in versione "belle statuine" sul cross di Trippier da destra e sull'appoggio in rete di Shaw dopo meno di due minuti. La classica mazzata che potrebbe abbattere un toro. Ma già nell'ultimo quarto d'ora della frazione si è cominciata a intravedere una Nazionale diversa, una squadra che si era ripresa di prepotenza l'iniziativa e la gestione della palla. La nostra... seconda finale era iniziata: certo, in partenza il possesso pareva un po' fine a se stesso, una lunga serie di trame che però non producevano granché, nei sedici metri finali, anche se ottenevano il non trascurabile risultato di schiacciare sempre più gli inglesi sulla loro trequarti. 

INGLESI SOLIDI DALLA CINTOLA IN GIU', KANE RIFINISCE MA NON TIRA - Diamo qualche merito anche alla truppa di Southgate, per diana: compagine che raramente ruba lo sguardo, che produce scariche elettriche soltanto con le improvvise accelerazioni di uno Sterling il quale peraltro, nella circostanza, è parso velleitario e nervoso. Ma, anche, una compagine di invidiabile solidità dalla cintola in giù, perfetta nei sincronismi difensivi che sono davvero difficili da forzare, mentre in avanti fa reparto quasi da solo Kane che ieri si è esaltato però solo nel lavoro di rifinitura, come sapevano mirabilmente fare il Rossi e il Bettega della prima Italia bearzottiana, mentre in zona tiro non è stato in grado di incidere come ci si attendeva. 

Un collettivo granitico che però forse si è specchiato un po' troppo nella sua presunta superiorità, o che semplicemente non è riuscito a chiudere l'incontro, quando ne ha avuto la possibilità, perché i nostri, passato lo shock d'apertura, hanno assunto l'assetto più funzionale e adatto alla bisogna. Non si doveva soffrire come contro la Spagna, si è detto, e così è stato: disinnescate le offensive britanniche, rimaneva da trovare il modo di penetrare nella retroguardia. Nel primo tempo, quando il nostro ritmo era ancora troppo basso per mandare in tilt il loro dispositivo di copertura, occorreva un'iniziativa personale, una scossa d'estro, e l'ha tirata fuori dal cilindro Chiesa, con una poderosa progressione chiusa con un sinistro a lato di pochissimo. 

LA SERATA DIFFICILE DI BARELLA E IMMOBILE - Un buon inizio, ma, come detto, non sarebbe bastato se la manovra non fosse lievitata ai consueti livelli "manciniani". E' ciò che è accaduto dopo l'intervallo, complici anche due intuizioni del nostro citti. In queste settimane europee c'è stato perfino chi è riuscito a sostenere, senza vergogna, che, insomma, non è il massimo della vita dover ricorrere sempre alla panchina per correggere errori iniziali di formazione. A parte che la panchina è una ricchezza, se ben sfruttata (e la nostra offre ampie varianti, tutte di grande affidamento ed efficacia), ma non è stato comunque il caso dell'ultimo match di Wembley. Mancini non ha sbagliato l'undici di partenza, semplicemente Barella non ne aveva più e non è riuscito a offrire quegli strappi centrali, quelle idee e quegli inserimenti che spesso sono stati una delle armi in più della nuova Italia, mentre Immobile confermava la sua parabola discendente nel torneo, anche se aveva provato una girata da centro area contrata alla bell'e meglio dalla difesa. E tuttavia, l'ingresso di Cristante portava peso e sostanza nel mezzo, mentre Berardi, col suo movimento e la sua imprevedibilità, era senz'altro meno controllabile del buon Ciro. 

CAMBIO DI  MARCIA E DOMINIO AZZURRO - Anche grazie a queste due novità, la gestione della palla e la solita precisione di tocco venivano puntellate da una maggiore velocità di esecuzione, mentre mutava totalmente anche l'atteggiamento di base: passata la paura iniziale, messa da parte anche la successiva prudenza, rimaneva solo la voglia di provarci, in ogni modo, perché loro non erano marziani e "si poteva fare".  Insigne mancava di poco il bersaglio su punizione dopo averci già provato con un tiro da posizione defilata su assist di Chiesa, un'altra accelerazione di Federico portava lo juventino alla battuta, stavolta di destro, con ottima deviazione in tuffo di Pickford. Il pareggio era maturo e giungeva sugli sviluppi di un corner da destra di Emerson: dopo una torre di Cristante, un tentativo di intervento di Chiellini arginato da Stones (poteva starci il rigore) e un tocco di testa di Verratti deviato dal portiere sul palo, interveniva Bonucci per il facile tap in di sinistro: un gol vero, dopo quello cancellatogli per fuorigioco contro il Belgio. A quel punto, per venti minuti abbondanti, siamo diventati letteralmente padroni del campo, e qui sta il grande cruccio: potevamo chiuderla prima, evitando perfino i supplementari, e su lancio dello stesso Bonucci Berardi quasi pescava il jolly, scavalcando Pickford con un sinistro al volo che però terminava di poco alto. In tutto questo carosello azzurro, l'Inghilterra solo una volta tornava a rendersi pericolosa, con una inzuccata di Stones su angolo alzata sopra la traversa da Donnarumma. 

FOSSE RIMASTO IN CAMPO CHIESA... - L'uscita per infortunio di Chiesa (ah, la famosa "fortuna" italiana...) poneva fine a questo periodo azzurro sontuoso. L'inerzia del match era ormai ribaltata, fatti salvi alcuni brevi break dei bianchi, ma ci mancavano le energie e, soprattutto, lo stoccatore per completare il capolavoro. Poteva esserlo il figlio d'arte, per l'appunto, protagonista della migliore prova in assoluto, pur senza trovare il gol, fra le ottime già fornite in questa competizione, e col piede palesemente "caldo". Nei supplementari accadeva poco, ma, tanto per gradire, una percussione di Emerson sulla sinistra mandava Bernardeschi, proprio il sostituto di Chiesa, a un passo dalla deviazione vincente sotto misura, mentre i locali ci provavano con un destro da fuori di Phillips. Ai rigori di spareggio erano tutti meno precisi del solito: per noi sbagliava Belotti e un terribile contrappasso sembrava dover colpire Jorginho, neutralizzato da Pickford con rimpallo sul palo, errore beffardo come beffardo era stato il penalty decisivo alla Spagna, ma Donnarumma, che già aveva respinto il tiro di Sancho, effettuava identica parata su Saka e non esultava, lasciandoci per un attimo con il cuore in gola davanti ai teleschermi. In realtà era fatta, e per Gigio era anche la consacrazione a miglior portiere del continente. Chissà che il Pallone d'oro... 

TUTTI DA ELOGIARE - Non solo il portierone nella conquista azzurra, comunque, e non è retorica dire che tutti, con diverse sfumature, siano da elogiare. Anche Di Lorenzo, qualche responsabilità sul gol inglese (come tutto il reparto, del resto) ma rialzatosi alla distanza, i monumentali Bonucci e Chiellini, ed Emerson quasi in versione Spinazzola, costante e incisivo nella spinta sulla sinistra. Al centro, Verratti, da leader autentico, ha tenuto a galla la squadra quando, nel primo tempo, rischiava di disunirsi, l'ammaccato Jorginho ha stretto i denti ed entrambi hanno alternato con apprezzabili risultati fioretto e sciabola, mentre Cristante è entrato col piglio giusto, scattando e proponendosi in avanti. Non sempre preciso Insigne, ma la sua presenza nel vivo dell'azione offensiva non è mai venuta meno, anche se, come detto, il migliore dei nostri per distacco, in prima linea, è risultato Chiesa, che prima di questo Euro 2020 non si era mai visto in azzurro così "sul pezzo", decisivo, trascinatore. Comunque il napoletano, pur fra alti e bassi, esce decisamente ingigantito da questa esperienza, avendo messo in curriculum gol pesanti, vivacità e generosità nei ripiegamenti.

NAZIONALE CHE UNISCE - Ribadisco: abbiamo vinto sulle ali del gioco e persino col parziale rimpianto di aver dovuto attendere la giostra finale dei penalty. Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, non oggi. L'Italia ha conquistato Londra, ha strappato ai padroni di casa un Europeo che sembrava disegnato su misura per loro, un England 2020 camuffato da torneo itinerante, costringendoli alla patetica scena conclusiva delle medaglie d'argento tolte una frazione di secondo dopo averle indossate (non sono stati i primi a farlo, intendiamoci, ma è un'abitudine pessima). Che impresa, per Mancio e Vialli. E che tristezza, consentitemelo, per i genoani che non esultano in virtù della presenza in panchina dei due ex dioscuri blucerchiati. Santo Iddio, la Nazionale è un fattore unificante, non divisivo. Non ci furono tanti contestatari nell'82 a schifare un'Italia a vistose tinte bianconere, e non ci sono stati nemmeno questa notte, deo gratias, perché alla fine la ragionevolezza vince sempre. Vince come questa splendida Azzurra, che ha meravigliosamente messo a tacere critici ad oltranza, disfattisti in servizio permanente effettivo, e quelli per cui il calcio italiano è sistematicamente peggiore degli altri. 

LA DISFATTA DEI CRITICI DELLA DOMENICA - Dovevano metterci sotto tutti, dicevano, pure i turchi. Quando abbiamo cominciato (anzi, continuato, come nei tre anni precedenti) a vincere e convincere, l'ultimo labile argomento dei bastian contrari era la debolezza degli avversari (fra cui la Svizzera che ha poi fatto fuori la Francia e sfiorato il bis con la Spagna). Ma alla fine sono arrivati anche i crash test terribili così pedantemente richiesti da chi, nonostante tutto, non credeva in questa truppa: e sono stati tre splendidi esami di maturità superati. Con sofferenza e abnegazione contro le Furie Rosse, con svettante autorità contro il Belgio e, dopo la prima mezz'ora, con l'Inghilterra. Per me è una scommessa vinta: metto da parte per un attimo l'umiltà dell'osservatore e mi sento di poter stare a pieno titolo sul carro del vincitore, dove sono salito già nell'autunno 2018, quando intuii le straordinarie potenzialità di una Nazionale allora ancora in abbozzo. Del resto, bastava guardare e giudicare... 

IL FUTURO, IN QUALCHE MODO, E' NOSTRO - Prima e durante questa kermesse, per la verità, ho anche scritto più volte che l'Italia di Bobby gol sembrava strutturata e pensata per dare il meglio dopo l'Europeo, pensavo cioè fosse già validissima ma non ancora pronta per un simile, straordinario traguardo. Ho sbagliato? Forse, ma non è neanche detto... Perché al contrario di quanto avvenne nel 2012, quando non si riuscì a dare un seguito al brillante argento conquistato a Kiev, stavolta ci sono le premesse per continuare a sognare. Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente). Inutile parlare della possibilità di aprire un ciclo, è prematuro e sicuramente presuntuoso pensarlo, ma di certo il futuro, in termini di competitività sui grandi palcoscenici, è nostro, quantomeno "anche" nostro. Non so se vinceremo altre coppe a breve, la concorrenza è sempre terribile, ma saremo lì a giocarcela. L'Italia è tornata, signori. 

domenica 9 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA TRIONFA IN GRECIA. LA CRESCITA CONTINUA, BENE EMERSON E TUTTO IL PACCHETTO DI CENTROCAMPO


Primo comandamento: guai a illudersi. La storia del calcio italiano è ricca di bagliori improvvisi che sembravano annunciare trionfi in serie, salvo poi costringerci a rinfoderare i sogni di gloria per tornare a masticare amaro. Ebbene sì, accadde anche con la Grecia, nostra malcapitata avversaria di poche ore fa: nell'ottobre dell'83, un luccicante 3-0 a Bari colto dagli eredi dei mundialisti spagnoli. Pareva l'inizio di una nuova era di potenza e dominio, ma nel giro di poche settimane Svezia e Cecoslovacchia ci fecero la festa nelle qualificazioni all'Europeo '84, ridimensionando le ambizioni della nuova truppa di Bearzot e preannunciando con largo anticipo la magra a cui la sbiadita compagine azzurra sarebbe andata incontro al Mundial '86. La premessa è forse sgradevole ma necessaria, perché lungo è ancora il cammino verso la totale rinascita, né potrebbe essere diversamente dopo l'onta e l'abisso dell'esclusione da Russia 2018. E tuttavia, ormai la realtà è palese e innegabile: abbiamo di nuovo una Nazionale, una Nazionale che ha ripreso a fare calcio come Dio comanda e che può andare in giro per l'Europa a testa alta. 
BRILLANTE E PROPOSITIVA - Non era scontato, visto il buco nero dal quale eravamo stati inghiottiti. Ma Roberto Mancini, senza proclami, lavorando sottotraccia, preso in mezzo dalle esigenze dei club che riducono sempre più all'osso gli spazi delle rappresentative, ha già dato al gruppo azzurro un'identità ben precisa. Il copione di Grecia - Italia è stato, per i nostri, il medesimo delle precedenti sfide, a partire dall'eccellente trasferta polacca in Nations League: un undici che ha ritrovato il gusto del gioco, del possesso palla non fine a se stesso ma costantemente propositivo, una compagine che sa palleggiare con maestria a centrocampo ma anche cogliere il momento giusto per verticalizzare, per puntare con decisione la porta. D'accordo, la selezione ellenica attuale non è certo ai vertici continentali, anzi; la tara agli avversari va sempre fatta, ma ricordiamoci anche che nel passato recente, contro rivali ben più modesti di quelli di ieri, i nostri prodi hanno spesso stentato penosamente rimediando mezze figuracce o figuracce intere. Per non andare troppo lontano nel tempo, pensiamo alle ultime qualificazioni mondiali, alla doppia sfida con la Macedonia. Ecco, rispetto a quei momenti grami, è come essere passati dalla notte al giorno. 
DOMINIO E AUTOREVOLEZZA - Il nuovo Club Italia è una boccata d'aria fresca per come si propone, per il piglio autorevole con cui assume l'iniziativa, per come riesce ad affondare i colpi. Chiaro che vada atteso a test assai più probanti, ma c'è già uno stile, un'impronta, che emerge a prescindere dal valore di chi gli sta di fronte. Ad Atene, i ragazzi del Mancio hanno subito messo le mani sulle leve di comando del match. Traccheggiando un po' nei primi venti minuti, ma sempre in pieno controllo della situazione, per poi rompere gli indugi e andare a cogliere un successo che hanno ben presto intuito essere alla portata. Il trainer ha saputo sfruttare il momento magico di Emerson, già protagonista della finale di Europa League e ieri instancabile stantuffo sulla fascia sinistra. Ed è stata proprio una vittoria "di sinistra", diciamo così, perché maturata esclusivamente sul versante mancino del campo, percosso con continuità ed efficacia dai nostri azzurri per tutto il primo tempo. Così Belotti, dopo aver sprecato calciando alto su assist di Insigne, ha messo a soqquadro la retroguardia dei blu, arrivando sul fondo e scodellando in mezzo un pallone che Barella ha calciato in rete con decisione. Sempre da sinistra è partita la fuga in contropiede di Insigne, che ha saltato il suo controllore con eleganza per poi trafiggere Barkas con un morbido tocco di destro, ed infine Emerson ha crossato per Bonucci, abile a realizzare di testa confermando la sua fama di difensore goleador. 
SEMPRE PIU' CONCRETI - Altre occasioni sono  state mancate da Barella, giunto a tu per tu col portiere che ne ha neutralizzato il tentativo di pallonetto, e poi da Insigne e Chiesa nel secondo tempo, per tacere di altre iniziative pericolose, ad esempio un tiro a fil di palo del subentrato De Sciglio. Ha tutto sommato ragione, Mancini, a rammaricarsi per non aver trovato il poker: ma se la scarsa efficacia in fase conclusiva è stata a lungo il tallone d'Achille di questa giovane Italia, si può dire che in parte l'handicap sia stato superato. Manca giusto il citato Chiesa, ad accrescere la forza penetrativa della squadra: lavora tanto in prima linea, per sé e per gli altri, ma non riesce a concretizzare come ci si attenderebbe, e sconta forse la stagione disgraziata della Fiorentina. In compenso, si è visto l'Insigne più convincente di sempre in azzurro, proprio quando la sua esplosione stava diventando una chimera, mentre il trio di centrocampo continua a girare a mille: detto di Barella, visto ancora una volta nelle vesti di abile incursore e con una personalità sempre più svettante, tanto da fargli superare con disinvoltura anche i rari momenti di impasse, sia Jorginho che Verratti si sono fatti valere nelle due fasi, a chiudere, cucire e far ripartire l'azione, gestendo il pallone con proprietà tecnica e sapienza tattica. Insomma, la sostanza c'è, più avanti arriveranno impegni più severi, ma è giusto che ad essi ci si avvicini gradualmente, per consentire una tranquilla maturazione dei giovani (anche se ieri l'autentica linea verde in campo è stata rappresentata dai soli Barella e Chiesa): intanto, vincere aiuta a vincere, e vincere brillando aumenta la fiducia nei propri mezzi di un gruppo che partiva con un fardello pesantissimo sulle spalle, lasciato in eredità dalla precedente gestione. 

giovedì 11 ottobre 2018

CLUB ITALIA: CON L'UCRAINA AZZURRI BELLI A METÀ. BUONE TRAME DEL TRIO OFFENSIVO, ESORDIO DI SPESSORE PER BARELLA


Siamo in una fase della "ricostruzione azzurra" in cui occorre guardare al bicchiere mezzo pieno, perché sennò è finita. L'Italia continua a non vincere, manca l'appuntamento per la quinta volta consecutiva. Certo, c'è chi ha fatto peggio in passato, anche in tempi più o meno recenti: penso all'ultima declinante stagione del cittì Prandelli, che fra il 2013 e il 2014 rimase a secco di successi per sette gare, per non parlare dell'insospettabile Bearzot dell'annata post Mundial '82, nella quale mise insieme soltanto tre pareggi e tre sconfitte. 
FRA CALCIO E TRAGEDIA - È dunque il caso di non essere troppo schizzinosi, anche se da parte del Mancio ci si aspettava un avvio più convincente, sul piano dei risultati. Teniamoci quanto di buono ha espresso la Nazionale nel rendez - vous di Marassi con gli ucraini di mister Shevchenko, una di quelle gare che risulta oltremodo difficile da valutare in chiave strettamente calcistica, in quanto troppo labile è il confine fra fatto tecnico e quadro emotivo, nella fattispecie legato alla particolare (diciamo pure drammatica) situazione che Genova sta vivendo dal 14 agosto scorso. "Genova nel cuore": il logo simbolo del crollo del ponte Morandi ieri sera campeggiava sulle magliette sfoggiate dai bambini durante l'inno, sulle maniche delle casacche indossate dagli azzurri, sul tabellone luminoso dello stadio. E poi c'è stato il caloroso applauso di atleti e pubblico al minuto 43, 43 come le vittime di quell'assurda, ingiustificabile catastrofe. 
CRESCITA IN ATTACCO - Ecco, diciamo che, per quanto occorra sempre pesare le parole allorché si accostano calcio e vere tragedie della vita, fino a quel fatidico minuto i nostri calciatori hanno onorato l'impegno che si erano prefissi, quello di regalare ai genovesi qualche minuto di serenità e di spensieratezza. E' stata così la migliore Italia della nuova gestione, un'Italia volitiva, aggressiva, con le idee ben chiare e con la capacità di arrivare frequentemente al tiro, capacità che era quasi totalmente mancata nelle precedenti uscite. Il primo tempo poteva concludersi con un vantaggio persino insperato per la nostra rappresentativa: hanno concluso pericolosamente Bernardeschi, Chiesa, Bonucci, Insigne e Barella, e il portiere ucraino Pyatov ci ha sovente messo affannose pezze. Si è invece arrivati all'intervallo a reti bianche, con la constatazione che l'incapacità di concretizzare risulta al momento uno dei più grandi limiti della Nazionale, un limite che la tiene a distanza notevole dalle migliori espressioni del football europeo. Però il passo avanti c'è stato, perché una cosa sono le recite all'insegna dell'impotenza offensiva tipo quelle recentissime con Polonia e soprattutto Portogallo, un'altra è mancare occasioni per imprecisione propria e bravura del numero uno avversario, occasioni che però sono state costruite con apprezzabile continuità. Insomma, è banale dirlo, ma per segnare bisogna creare palle gol: e se si creano, prima o poi i gol arrivano. 
RIPRESA "ANNACQUATA" - Molte le cose apprezzabili viste nel primo tempo: in primis, la rapidità e l'incisività delle nostre incursioni in avanti, con un trio d'attacco che ha girato tutto sommato su buoni livelli. Insigne in crescita pur se intermittente, Chiesa meno preciso del solito ma comunque sempre nel vivo delle azioni, Bernardeschi il migliore del lotto per intraprendenza e proprietà di palleggio. Giusto che la gioia della rete sia toccata a lui nella ripresa, pur se con la complicità di quel Pyatov fino ad allora decisivo, ma a quel punto la partita aveva già cambiato volto. Italia in flessione atletica, Ucraina in crescita e pure fortunata, visto che riusciva a trovare il pari alla prima vera azione insidiosa, con un tiro di Malinovskiy sugli sviluppi di un corner, quel Malinovskiy che poi coglieva una clamorosa traversa direttamente su punizione (e dopo pochi secondi Donnarumma salvava su inzuccata di Stepanenko). Arrivavano anche le sostituzioni in serie, ben sei, ad annacquare il gioco dei nostri e a rendere del tutto inattendibile buona parte della ripresa.
CENTROCAMPO PLAUSIBILE, BARELLA OK - Prima, si erano avute notizie confortanti anche dalla zona nevralgica, conclamato tallone d'Achille di questo abbozzo di Nazionale "mancinesca". Dopo le recite imbarazzanti di Bologna e Lisbona, si è visto un reparto più concreto e in palla, grazie soprattutto a Verratti, peraltro come al solito più utile nella fase di interdizione che in quella di costruzione, e all'esordiente Barella, che si è confermato elemento di ottima statura e che ha fatto sentire il peso del suo gioco soprattutto dalla trequarti in avanti, sfiorando anche la segnatura con una bordata dalla distanza. Poche invece le indicazioni da una retroguardia scarsamente impegnata per larga parte della gara, con un Florenzi valido ma non precisissimo in fase di spinta e un Bonucci che ogni tanto ha cercato di dare sbocchi alternativi alla manovra come faceva nelle precedenti gestioni azzurre, con lanci lunghi peraltro mai sfruttati dai compagni. 
Null'altro da aggiungere su Italia - Ucraina: una mezza partita che ha regalato il bicchiere mezzo pieno di cui si è detto all'inizio. Basterà per la trasferta in Polonia? Difficile dirlo, ma intanto Bobby-gol può lavorare su una base tecnica più confortante, su elementi cardine che si stanno ritrovando (Verratti, Insigne), e su alcuni piedi buoni (Bernardeschi, Barella) che, accumulando ancora un po' di esperienza, hanno tutto per incrementare il tasso di pericolosità del Club Italia. Si va avanti a piccoli passi, insomma, ma si va, e guai a lasciarsi abbattere. 

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

giovedì 23 giugno 2016

EURO 2016: CONTRO l'IRLANDA L'ITALIA NON ERA UNA SQUADRA, IMPOSSIBILE FARE RISULTATO. E CON LA SPAGNA...



Solo il più ingenuo dei tifosi poteva credere in una vittoria sull'Eire (ripeto la domanda del precedente post: perché quasi nessuno la chiama più così?), o comunque in un risultato positivo, magari accompagnato da una brillante prestazione dei nostri. Ieri sera non esistevano le condizioni perché tali auspici si avverassero. Per far bene a livelli così alti, dicasi la fase finale di un campionato d'Europa, bisogna essere innanzitutto una squadra nel senso più pieno del termine, e l'Italia di Lille non lo era, né lo poteva essere. Non puoi cambiare otto undicesimi della formazione - tipo e farla franca, sperando che sul campo, come d'incanto, si creino in pochi minuti amalgama, intesa, organizzazione, automatismi. Difficile che avvenga in un club, coi suoi tempi di lavoro più dilatati, figuriamoci in una rappresentativa, ricostruita da zero in pochi giorni. 
RIVOLUZIONE ECCESSIVA - Proprio per questo, nel pezzo di commento alla stentata vittoria sulla Svezia, avevo auspicato quattro - cinque cambi, non una rivoluzione: un mix tra titolari e "riserve" (anche se nel calcio di oggi, votato al buonismo, è vietato chiamarle così), il "brodo di coltura" ideale per consentire ai nuovi di esprimersi al meglio delle loro potenzialità, venendo inseriti in un meccanismo già collaudato. In una squadra, per l'appunto. Conte ha invece costruito, per la pleonastica terza uscita azzurra a Euro 2016, una formazione raccogliticcia, composta da elementi che mai avevano giocato assieme.
Una cosa del genere la fece Lippi durante il suo secondo mandato, nel 2009: titolarissimi in campo a Dublino, nell'autunno 2009, per strappare proprio agli irlandesi il punto necessario per la qualificazione a Sudafrica 2010, e squadra totalmente rinnovata per l'impegno di pochi giorni dopo con Cipro a Parma, scaduto a livello di amichevole. Risultato: Italia in bambola per un'ora e addirittura sotto di due gol contro i modesti isolani, fino al risveglio finale, con assalto all'arma bianca e risultato capovolto da un Gilardino scatenato, autore di una tripletta. Ecco: ieri, giusto qualche guizzo dei singoli più dotati avrebbe potuto evitarci la figuraccia, quantomeno sul piano del punteggio. Ci stava quasi riuscendo Insigne, che ha chiuso con un palo schioccante un'azione personale simile a quella che aveva portato in gol Eder pochi giorni fa. Ma non sarebbe stato un premio meritato, ed è infine giunto un ko poco meno che inevitabile, con Brady e compagni che avrebbero potuto passare anche prima. 
NON ERA IL VERO BERNARDESCHI - Compagine raccogliticcia e improvvisata, si diceva, fatta apposta per mettere tutti nella condizione di dare il peggio. Avete visto Bernardeschi? E' uno dei talenti più fulgidi dell'ultima generazione nostrana, ma ieri ha giocato una partita francamente imbarazzante: timido, confusionario, impreciso persino nel tocco di palla, che dovrebbe essere una delle sue doti più cristalline. Lo stesso giocatore, visto a Udine in una squadra vera, aveva invece portato brio, freschezza, imprevedibilità in fase offensiva. E anche Sturaro non è certo il cieco cursore messosi in mostra ieri.. Nulla di sorprendente, invece, negli errori di Thiago Motta, che da due anni è un corpo estraneo alla Nazionale eppure continua a godere di credito largamente superiore ai meriti acquisiti. Hai un bel dire che ha esperienza internazionale, gioca in una big del calcio europeo e amenità simili, ma poi questa caratura va dimostrata sul campo, e l'ultimo Thiago di livello, in azzurro, lo si è visto forse ai tempi della rassegna continentale 2012. 
BONUCCI IN CAMPO, PERCHE'? - Partita difficile da analizzare tecnicamente e tatticamente, quella di poche ore fa: l'Italia non è stata in grado di togliere l'iniziativa a un avversario aggressivo ma modesto, ha da subito lasciato il pallino ai verdi, rattrappendosi in una difesa esclusivamente passiva, che si limitava a chiudere o a respingere di testa (molto efficace in questo senso Ogbonna, un'alternativa che potrebbe tornare utile se l'Europeo si allungasse e se qualche diffida si tramutasse in squalifica, come temo prima o poi avverrà), senza però far ripartire l'azione. Cosa di cui di solito si occupa Bonucci, sul quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte: per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare una giustificazione alla sua presenza in campo. Già gravato da un'ammonizione, un altro cartellino può essere dietro l'angolo in qualunque partita, può arrivare anche in modo casuale, o per una svista dell'arbitro: non è successo, ma il cittì si è preso un rischio veramente assurdo, mettendo a repentaglio la presenza di uno dei nostri uomini cardine nel durissimo match contro la Spagna. La formazione era talmente improbabile, talmente slegata e priva di equilibri, che un giocatore  nuovo in più in aggiunta agli otto già schierati non avrebbe spostato alcunché. E allora, perché? 

                                             Da Insigne gli unici lampi di Lille

RANKING FIFA E SCARSA FORZA PENETRATIVA - E' stata una delle gare più inutili nella storia degli azzurri alle grandi manifestazioni, sullo stesso piano di Italia - Paraguay (Mondiale 1950) e Italia - Svizzera (Mondiale 1962), due confronti che i nostri affrontarono sapendo già di essere eliminati. Comunque un peccato: spezzare una serie positiva, addirittura perdendo, insinua pur sempre qualche dubbio, qualche incertezza in un morale fino al giorno prima granitico. E poi la nostra rappresentativa non si trova nelle condizioni di negarsi la possibilità di provare a vincere anche quando la posta in palio immediata non è altissima, come ha fatto questa volta per un mero eccesso di sperimentalismo: accumulare vittorie è necessario, molto banalmente, anche per il ranking FIFA, e certi punti persi nel recente passato in partite abbordabilissime ci sono costati cari, negandoci il titolo di testa di serie nei sorteggi per la fase finale di Brasile 2014 e per le eliminatorie di Russia 2018. Senza dimenticare che, fra Svezia ed Eire, con due undici diversi abbiamo mostrato gli stessi difetti: incapacità di praticare un gioco di iniziativa, assurdo attendismo al cospetto di rivali non eccezionali, clamorosa sterilità offensiva. Sentivo ieri in tv che questa è l'Italia che crea meno, in avanti, dai tempi di Euro '80, e non mi sorprende: ricordo selezioni azzurre, anche in versioni non particolarmente scintillanti, che sapevano premere, concludere, impegnare le difese avversarie, come quella del biennio 2010 - 2012, che affrontava senza paura anche "squadroni" certamente più dotati. Questa lo fa molto raramente, troppo raramente. 
SERVE UN'ITALIA MIGLIORE DI QUELLA DI LIONE - Certo, contro gli iberici il problema non dovrebbe porsi. Il copione in apparenza è scritto: i magnifici di Del Bosque a fare la partita, noi a rispondere con difesa ferrea ma propositiva e ripartenze a tambur battente. In parole povere, potremmo sfangarla ripetendo la medesima impostazione di gara che ci ha premiati col Belgio, solo che questa volta dovranno essere davvero tutti sul pezzo, dovranno rasentare la perfezione, cosa che al debutto di Lione non si verificò, con qualche prestazione singola non all'altezza del collettivo. Poi può essere pure che invece, come avvenne nella semifinale di Confederations Cup 2013, il team di Conte sorprenda tutti e prenda pallino: quel giorno l'Azzurra di Prandelli, in una delle sue ultime versioni di grana buona, tenne in scacco le Furie Rosse e minacciò ripetutamente Casillas, per poi cedere ingiustamente ai calci di rigore. Ma per avere autentica vivacità dalla trequarti in su bisognerebbe dare più fiducia ai nostri ragazzini terribili, Insigne ed El Shaarawy in primis, che finora invece hanno visto il campo col contagocce. 
NON PIU' EXTRATERRESTRI, MA FORTISSIMI - Non è per fare gli schizzinosi, ma la sfida contro i campioni in carica sarebbe stato meglio averla più avanti. La Roja non è più, in senso assoluto, la macchina perfetta che passò come un rullo compressore su Euro 2008. Sudafrica 2010 ed Euro 2012. Due anni fa in Brasile fu bruscamente ridimensionata, ma era evidente che, con l'organico a disposizione, non fosse giunta al capolinea. Era semplicemente divenuta più "umana", ecco tutto. E la Spagna di oggi è una squadra umana, che nei momenti migliori palleggia che è un piacere (ma il tiqui taca esasperante del passato si è attenuato, a vantaggio di un gioco spesso più verticale), avvolge gli avversari e li "mata" grazie alla precisione nel tocco, nei passaggi, nelle conclusioni dei suoi campioni. Ma ha anche qualche momentanea défaillance e presa in velocità può andare in crisi. Speriamo... 
BENTORNATA, UNGHERIA! - Rimane comunque una delle realtà migliori espresse da un primo turno molto equilibrato e raramente spettacolare (fragorosa eccezione, il 3 a 3 di ieri fra Ungheria e Portogallo). Come da tradizione di questi grandi tornei, alcune fra le squadre più attese hanno steccato totalmente (vedi Austria, la delusione più clamorosa) o parzialmente (lo stesso Portogallo, che non è andato al di là di tre pareggi, l'ultimo soffertissimo). Francia e Germania hanno lasciato intravedere solo in minima parte le loro grandi potenzialità (ma i tedeschi sono parsi in netta crescita nel terzo match coi nordirlandesi). L'Islanda ha confermato l'eccellente trend delle qualificazioni, dove aveva fatto fuori nientemeno che l'Olanda terza nel mondo, il Galles ha sorpreso solo i superficiali, visto che attorno al fuoriclasse Bale, pienamente all'altezza del compito, ha costruito una compagine solida e di discreto talento. A destare clamore è soprattutto l'exploit dell'Ungheria, poco considerata, forse poco dotata tecnicamente, ma scaltra e motivata. I magiari erano in debito con tutti gli amanti del calcio: trent'anni di assenza totale dai grandi palcoscenici (mancavano da Mexico '86) sono imperdonabili per quella che è stata una delle migliori scuole di football di sempre, ma si è in tempo per rimediare, e questo boom è già un primo passo per riassaporare scampoli di gloria.  

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva. 

mercoledì 15 giugno 2016

EURO 2016: DOPO IL TRIONFO SUL BELGIO, L'ITALIA PUO' SFUGGIRE ALLA MALEDIZIONE DEL SECONDO MATCH


E adesso riusciranno, i nostri eroi, a non rovinare tutto? Dopo il più imprevedibile trionfo della storia recente del calcio azzurro, si staglia nitido all'orizzonte il fantasma della "sindrome della seconda partita", quell'improvviso black out che spesso ha colto la nostra Nazionale nei grandi tornei, vanificando con inopinati scivoloni partenze belle e promettenti. I casi più eclatanti? Euro 1996, con vittoria all'esordio sulla Russia, poi assurdo turn over di Sacchi che cambia mezza formazione rivoluzionando difesa e attacco, sconfitta con la Repubblica Ceca e successiva uscita al primo turno dopo il pari con la Germania; per non parlare di Brasile 2014: inglesi castigati al vernissage, e il nostro Mondiale finisce praticamente lì, la squadra si sfalda in mano a Prandelli (il più colpevole di tutti), cammina in campo senza birra e senza idee, e si fa infilare in scioltezza da Costarica e Uruguay, salutando la compagnia iridata dopo soli tre match. 
TRIONFO DI SPESSORE - Certo, la situazione che sta vivendo il Club Italia di oggi pare decisamente diversa rispetto a quei due inquietanti precedenti. Il cittì Conte è un "martello", sul piano psicologico, e cali di tensione non dovrebbero essercene. Preferiamo allora pensare che il sensazionale debutto contro il Belgio rappresenti l'apertura di una porta di cui pensavamo di non possedere le chiavi, perché è un trionfo di ben altro spessore rispetto a tante illusorie vittorie iniziali del passato: due anni fa crocifiggemmo un'Inghilterra tutto sommato modesta, questa volta abbiam fatto fuori un concentrato di classe pura, gioventù ruggente ed esperienza ai massimi livelli, la squadra del futuro e forse anche del presente, nonostante il passo falso. E magari, chissà, il paragone più calzante potrebbe essere per noi quello con il '78, quando il team di Bearzot era destinato, secondo i sedicenti esperti, a finire stritolato nel girone di Francia, Ungheria ed Argentina e invece infilò un successo dopo l'altro, brillando anche sul piano del gioco. I tempi sono cambiati, l'Italia che ha bocciato il Belgio, uno degli acclamati "primi della classe" di questo Europeo, non ha regalato spettacolo, né una manovra scintillante e aggressiva. Ha vinto all'italiana, ma nel senso più nobile del termine, nel segno di una parte del nostro DNA calcistico che ci insegna a saper soffrire in trincea, a difendere con puntiglio ma senza mai rinunciare alla controffensiva, sganciandoci spesso e volentieri per micidiali puntate nell'area avversaria. Tutt'altra cosa rispetto al catenaccio che ancora molti miopi osservatori ci attribuiscono. 
VINCITORI IMPERFETTI - I ragazzi di Conte hanno vinto con pieno merito, grazie a una compattezza, un ordine tattico, un'organizzazione che ha consentito loro di venire fuori anche dai momenti più infelici della gara. Ce ne sono stati, di questi momenti, e ciò rende ancora più incredibile il 2 a 0 rifilato ai Diavoli Rossi; si pensava tutti, me compreso, che per fare la festa ad Hazard e compagni ci sarebbe voluta una prestazione da dieci e lode, invece ne è bastata una da... sette e mezzo, con più di un lato oscuro: gli errori di palleggio che ormai, purtroppo, sono consueti alle nostre latitudini, e la conseguente abnorme quantità di palloni persi anche ingenuamente, in situazioni di assoluta tranquillità, senza forcing avversario; le tante palle gol sprecate che ci avrebbero consentito di chiudere prima il match; i quattro ammoniti, troppi decisamente in una sola partita, con la speranza che questi cartellini vengano adeguatamente gestiti per non perdere uomini chiave al momento topico. Del resto, che sia un'Azzurra colma di difetti lo si sa da tempo, ma si sapeva anche, e qui lo si è sempre scritto, che non è proprio l'ultima della schiera, che ha pochi ma notevoli mezzi per poter compiere un cammino dignitoso. 
E' SEMPRE UN GRAN BEL BELGIO - Pur subendo per lunghi tratti la pressione del Belgio, i nostri hanno alla fine creato più occasioni di quelle concesse ai rivali; e pur lamentando la défaillance di diversi uomini chiave, il timido Darmian in primis, han gettato il cuore oltre l'ostacolo, colmando i vuoti di gioco grazie alla corsa e all'abnegazione di tutti: sintomatico di questo strano e un po' illogico sviluppo della gara il fatto che, a sbloccare il risultato, sia stato Giaccherini, fino a quel momento fra i peggiori in campo. Una vittoria di un italico calcio che si riscopre più artigiano e meno ricco (di classe), ma che sa far girare in folle reputate macchine da football. A proposito, non credete a chi dice che il grande Belgio sia un bluff. Il talento infinito dei suoi verdi astri emerge ogni singola settimana della stagione calcistica di club; e questa Nazionale, alla sua prima vera esperienza di rilievo sulla ribalta internazionale, due anni fa in Brasile, si è spinta fino ai quarti di finale, estromessa a fatica dall'Argentina di Messi e Higuain, lasciando la sensazione di aver espresso solo in parte il suo valore. Poi, insomma, c'è un ranking FIFA che parla chiaro, sulla potenza di fuoco e sul rendimento della rappresentativa guidata da Wilmots: può darsi che resti un'eterna incompiuta, ma è avversario terribile, che anche in una serata storta come quella di  Lione ha comunque mostrato in diversi frangenti la sua statura tecnica senz'altro superiore a quella  dei nostri baldi rappresentanti.

                                                   Il monumentale Bonucci

NON SOLO DIFESA - Ciononostante, lo ripetiamo, la vittoria di Buffon e compagni è stata limpida: i nostri le hanno prese e le hanno date, soffrendo come da copione e uscendo indenni da ogni tempesta. Si è concluso molto verso la porta, dopo una prima mezz'ora sterile, e questo è confortante; Pellè ha sfiorato il bersaglio due volte di testa prima di cogliere il meritato successo in chiusura di partita, Immobile nel finale è stato continuo e incisivo, Candreva non sempre ha mostrato lucidità ma si ascrive comunque una gran botta respinta da Courtois e l'assist del 2-0. Di Giaccherini si è detto: nella prima frazione a lungo fuori gara, confusionario e impreciso, è risorto siglando con uno splendido destro la rete che ha segnato la riscossa di questa selezione finora pallida, e  ha fornito la conferma che la sua utilità risiede nel mortifero talento da incursore, mentre nel cuore del gioco altri potrebbero fare meglio di lui.
L'ENORME BONUCCI - L'hombre del partido è stato Bonucci, a cui riconosciamo da tempo uno spessore internazionale che molti si ostinano a non vedere, ma questa partita dovrebbe aver fatto cadere ogni dubbio, lanciandolo definitivamente nell'arengo dei big continentali: non ha sbagliato un colpo in difesa (e al suo fianco Chiellini è parso persino più nitido e meno "spiccio" del solito nel chiudere ogni varco), è stato ancora una volta il vero regista della formazione, una sorta di centromediano metodista anni Trenta, abile a spezzare le trame altrui e a impostare la manovra con lanci secchi, potenti, lunghi e precisi, come quello che ha mandato in porta il buon Giack. Insomma, c'è da lavorare ma il materiale è migliore di come era stato dipinto. E c'è al nostro attivo un successo che vale oro per i motivi detti in apertura, uno di quei successi che, in genere, fanno crescere autostima, personalità, capacità di reggere le grandi ribalte. A occhio e croce, non è una rondine che non farà primavera, a patto che Conte tenga ben salde le briglie al gruppo.
LA PRIMA GIORNATA - Il passo falso del Belgio, in fondo, si inquadra nell'andazzo generale della prima tornata di gare di Euro 2016. L'allargamento a 24 squadre non sembra, per il momento, aver abbassato il livello tecnico della competizione e allargato la forbice fra grandi e medie. C'è un equilibrio esasperato, solo Germania, Italia e Ungheria sono riuscite a vincere con più di due gol di scarto, e fa piacere sottolineare il fragoroso ritorno dei magiari, che dopo un'inaccettabile assenza di trent'anni dai massimi palcoscenici (Mondiali ed Europei visti solo in tv dopo Mexico '86) si sono ripresentati imponendosi nel derby danubiano sui favoritissimi cugini austriaci. La Francia, altra big designata non solo in qualità di anfitriona, non è parsa al momento una grande squadra, esprimendosi a strappi e cogliendo il successo nell'ouverture grazie a un'isolata prodezza di Payet; gli stessi tedeschi hanno corso più rischi del previsto contro la non trascendentale Ucraina, il Portogallo è apparso fin troppo compassato e ha mostrato un Ronaldo simile a quello che sferragliò a vuoto nella recente finale Champions milanese, pasticcione (ahi, quel destro al volo ciccato nel primo tempo davanti al portiere...) e inconcludente: incredibile la segnalazione Rai di CR7 fra i tre migliori del match. L'undici ammazza torneo, insomma, non sembra esserci, ma questo avvio all'insegna del livellamento promette se non altro un prosieguo del primo turno sul filo delle emozioni.

mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico.