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mercoledì 17 luglio 2019

17 LUGLIO 1994: ITALIA SECONDA NEL MONDO, OVVERO ELOGIO DI UNA SCONFITTA

                    Pagliuca e Taffarel abbracciati prima della lotteria dei rigori a Pasadena (foto Guerin Sportivo)

17 luglio 1994: a Pasadena, l’Italia perde ai rigori la finale mondiale col Brasile.  Fermi tutti, mi si potrebbe dire: stiamo qui a celebrare una sconfitta? Non esattamente. E' frutto di una mentalità profondamente sbagliata pensare che, chi non arriva sul gradino più alto del podio di una competizione sportiva, sia un perdente sempre e comunque. A parte il fatto che c'è una bella differenza fra l'arrivare secondi, settimi o diciottesimi, ma piazzarsi fra le prime quattro in un torneo iridato (o comunque in una grande competizione internazionale) è da considerare in assoluto un risultato di grande prestigio: la Germania, per fare un esempio, ci sopravanza nella classifica assoluta "all time" di Coppa del Mondo proprio grazie ai suoi numerosi piazzamenti, nettamente superiori ai nostri, a parità di titoli vinti. E dunque, l'argento azzurro a USA '94 fu un traguardo di rilievo, che confermò la posizione di preminenza planetaria del nostro movimento calcistico in quegli splendidi anni Novanta, un'età dell'oro che oggi sembra così lontana ma che auspico non sia irripetibile, per il football made in Italy. 
IL MONDIALE PIU' STRANO - Fu un Mondiale particolare, unico, curioso, drammatico. Il primo disputato in un Paese pressoché privo di tradizioni calcistiche, per cominciare. Il primo coi tre punti in palio per la vittoria. Drammatico per le condizioni ambientali scandalose, fra caldo asfissiante e umidità opprimente, in cui i calciatori furono chiamati a battersi, a rischio della loro stessa salute. Fattore quest'ultimo che, a maggior ragione oggi a mente fredda, deve indurre a valutare con benevolenza certe prestazioni sottotono da parte dei nostri rappresentanti così come di altre selezioni. Fu, infine, il Mondiale bello e maledetto di Maradona, presentatosi tirato a lucido, trascinatore di un'Argentina a trazione interiore che nelle prime due gare sembrava in grado di far saltare il banco, e poi messo fuori causa da un controllo antidoping, con susseguente, sollecita eliminazione della Selecciòn da parte della brillantissima Romania di Hagi, Raducioiu, Petrescu e Munteanu. 
LA GRIGLIA DI PARTENZA - Sul piano strettamente tecnico, a parte la citata Argentina che in verità non godeva di molta considerazione alla vigilia, avendo stentato penosamente per conquistare il pass (Australia battuta di misura nello spareggio), la griglia di partenza delle favorite vedeva nelle prime file le tre grandi classiche, ossia Germania (campione in carica), Italia e Brasile, e la Colombia unanimemente accreditata come probabile sorpresa dopo lo 0-5 inflitto nelle eliminatorie a Batistuta e compagni. Scivolò fra le outsider l'Olanda, sempre valida ma priva del lungodegente Van Basten e di un Gullit reduce da una stagione super con la Sampdoria, mentre c'era attesa attorno alla Norvegia, giustiziera dell'Inghilterra nelle qualificazioni, alla rivoluzionata Spagna poco bella e molto concreta di Javier Clemente, e alla Nigeria tutte stelle (Amokachi, Amunike, Yekini, Finidi, Okocha...) che pareva in grado di poter finalmente realizzare il sogno di una squadra africana nelle semifinali. Partivano nelle retrovie Svezia e Bulgaria, nonostante il merito di aver estromesso la Francia: sarebbero invece entrambe giunte fino in fondo. 
ITALIA RICCA DI TALENTO, SENZA MANCIO MA CON SUPER BAGGIO - L'Italia era l'Italia di Arrigo Sacchi, in sella dall'autunno 1991. Sull'onda lunga del suo Milan spettacoloso e pigliatutto, i tifosi attendevano una Nazionale in grado di ripercorrere suppergiù le stesse orme, anche grazie a un serbatoio di giocatori assai ampio e di grandissima qualità, nulla a che vedere col ristretto bacino in cui può pescare oggi il pur abile Mancini. Proprio il Bobby gol sampdoriano chiuse con la selezione poco prima del Mondiale, dopo una grigia prova in amichevole coi tedeschi, mentre il suo ex gemello del gol Vialli, pur riprendendosi in extremis da un grave infortunio che gli aveva fatto saltare larghissima parte della stagione, non riusci a convincere il cittì a portarlo negli States. Era comunque una selezione "tutte stelle": basti pensare a Pagliuca, Maldini e Baresi in retroguardia, Albertini e Donadoni in mezzo al campo, e poi lui, il Pallone d'oro in carica, Roby Baggio da Caldogno, pronosticato come possibile uomo del Mondiale in stile Maradona '86. Le cose non andranno proprio così ma... quasi. Altri elementi di grande affidamento erano Costacurta, che aveva superato gli impacci delle prime uscite in azzurro, il terzino destro Benarrivo, splendido stantuffo sulla fascia, il mediano Dino Baggio, mortifero nelle sue incursioni in avanti di testa e di piede, Nick Berti, anche lui risorto dalle ceneri di un infortunio e protagonista di un finale sprint con l'Inter, e il redivivo Massaro, che dai tempi di Bearzot non vedeva più la rappresentativa, detto "Provvidenza" per aver tolto più di una volta le castagne dal fuoco al Milan con gol puntualissimi e decisivi.
PERCORSO ACCIDENTATO - Il cammino della truppa di Sacchi verso l’atto conclusivo fu accidentato, sofferto, non privo di momenti fortunati ma anche di agguati della cattiva sorte bellamente superati. Passammo il primo turno tramite ripescaggio rientrando fra le quattro migliori terze, aiutati dalla formula allora in vigore: costò cara la sconfitta all'esordio con l'Eire, poi al successo sulla Norvegia riuscimmo a far seguire solo un pari col Messico, in un girone equilibratissimo in cui tutte le squadre finirono a quota quattro. Negli ottavi, pur giocando mediocremente, ci salvammo all’ultimo tuffo da un’immeritata sconfitta con la Nigeria, trovatasi in vantaggio su insolito errore difensivo del grande Maldini e poi regolata nei supplementari (e nonostante un’assurda espulsione inflitta a Zola), il tutto con la firma di un Roby Baggio fin lì deludentissimo e improvvisamente risorto dalle proprie ceneri come il Pablito di Spagna '82. 
POCO BEL GIOCO - Facemmo poi fuori la Spagna grazie all’asse vincente “baggesco” Dino – Roberto, con coda di polemiche per via di una gomitata di Tassotti a Luis Enrique in piena area italiana nel finale, non sanzionata dall’arbitro sul campo ma poi punita dalla Fifa con una lunga squalifica al difensore del Milan, che chiuse lì la sua esperienza in azzurro anche perché non più di primo pelo. In generale, nel nostro percorso di bel gioco se ne vide poco: contro la Norvegia fino all’espulsione di Pagliuca e alla conseguente sostituzione del Codino (con inevitabile assalto polemico della critica a Sacchi), poi fu vittoria di cuore e di orgoglio; nel primo tempo con gli iberici, prima di una ripresa in trincea; e nei primi 45 minuti della semifinale con la Bulgaria, quando la Nazionale sacchiana toccò il suo apice spettacolare così come lo toccò Baggino, splendido trascinatore e autore della doppietta decisiva. Una partita, quest'ultima, che si poteva vincere con scarto ampio e che invece provocò qualche brivido nella seconda frazione, con un 2-1 che comunque premiò la compagine più meritevole. 
FORMAZIONE TIPO... O QUASI - La gestione azzurra di Arrigo Sacchi è rimasta nella storia soprattutto per il gran numero di giocatori convocati e utilizzati e il conseguente, continuo mutare delle formazioni. A Usa ’94, strada facendo, la nostra Nazionale aveva tuttavia trovato un’inquadratura di massima, con Tassotti (o Mussi), Costacurta, Maldini e Benarrivo schierati davanti a Pagliuca (che per due partite e mezzo aveva lasciato il posto a Marchegiani, a causa della citata espulsione coi norvegesi), nonché Apolloni efficacissimo difensore aggiunto, capace di ritagliarsi molti spiccioli di gloria nell'avventura americana; a centrocampo Dino Baggio, Berti, Albertini e Donadoni, con Conte prima alternativa, qualche apparizione di Evani, e Signori spesso sacrificato lontano dalla porta (una delle principali contestazioni mosse al CT); attacco con Roby Baggio e Casiraghi o Massaro, con pochi sprazzi per Zola. 
Qualche episodio fortunato, dicevamo, come il fallo non sanzionato di Tassotti su Luis Enrique o un possibile rigore per la Bulgaria in semifinale, ma anche tanta scalogna, vedasi la lesione del menisco che tolse quasi subito di mezzo Baresi, leader carismatico della difesa e della squadra, l’espulsione incredibile di Zola con la Nigeria, per finire con l’infortunio del Divin Codino in semifinale, che lo costrinse a disputare la sfida conclusiva a scartamento ridotto; e andrebbe anche citato, come già accennato, il contesto climatico proibitivo in cui l’Italia si trovò quasi sempre a dover giocare, arrivando quasi “cotta” al confronto con un Brasile più fresco. Per il team di Carlos Alberto Parreira, percorso senza grossi patemi: vinto il primo girone su Russia, Camerun e Svezia, più di una difficoltà a smontare il dispositivo difensivo statunitense negli ottavi, fino al diagonale vincente di Bebeto, sfida combattutissima nei quarti con l'Olanda, che rimontò con Jonk e Berkamp le reti del duo Romario - Bebeto, prima che l'ex Genoa Branco decidesse la contesa con una punizione delle sue. In semifinale, di nuovo la Svezia, lungo assalto risolto dall'immancabile acuto dell'asso Romario.
FINALE NOIOSA - La finalissima del “Rose Bowl”, davanti a circa 100mila spettatori, fu senz’altro una delle meno spettacolari di sempre. L’Italia recuperò a tempo di record Kaiser Franz, che sostituì lo squalificato Costacurta. Nel quadro di un incontro bloccatissimo sul piano tattico, fu prevalentemente la Seleçao a fare la partita, ma le occasioni per passare non ci mancarono, e capitarono sui piedi di Massaro e del "menomato" Roby Baggio (due volte). Colossali opportunità anche per Romario, Bebeto e Mauro Silva, sul cui tiro Pagliuca si fece sfuggire il pallone che terminò sul palo, baciato poi con gratitudine dal portiere blucerchiato in procinto di passare all'Inter. Finì 0-0, soluzione ai rigori per la prima volta nella storia delle finali iridate: dei nostri a segno solo Evani e Albertini, mentre gli errori di Baresi, Massaro e Baggino diedero agli auriverdes il quarto titolo, che venne dedicato ad Ayrton Senna, tragicamente scomparso a Imola poco più di due mesi prima. Per il calcio italiano, un "argento" che fa comunque curriculum. 

lunedì 20 luglio 2015

ADDIO A GIGI MARULLA, PICCOLO EROE DEL GENOA ANNI OTTANTA

                                 Marulla ai tempi del Genoa (dal Guerin Sportivo - 1986)

Gigi Marulla se n'è andato all'improvviso, nel cuore di questa estate orribilmente, insopportabilmente afosa. Non è mia abitudine pubblicare pezzi strappalacrime dopo illustri dipartite, per cavalcare l'onda dell'emozione popolare (basta scorrere all'indietro il blog per averne conferma): l'ho fatto solo per quei personaggi che hanno lasciato una traccia profonda dentro me, uomini come Borgonovo, Boskov, Tito Vilanova, Simoncelli, molto più di semplici protagonisti dello sport. Ebbene, anche il compianto attaccante calabrese ha rappresentato qualcosa di significativo, per il sottoscritto. 
EROE "MINORE" - Un eroe calcistico "in miniatura", certo. La sua carriera si è dipanata lungo sentieri tortuosi, ai margini dei riflettori offerti dalle grandi ribalte: in Serie B e C, fondamentalmente. Giocatore di categoria, la definizione che gli era stata appiccicata addosso: un'etichetta non propriamente lusinghiera, abitualmente usata per bollare coloro che sono in grado di far bene, spesso molto bene, solo in campionati "minori", dopo essersi dimostrati non all'altezza della massima divisione. Ecco, va detto che per Marulla questa classificazione era sostanzialmente ingenerosa, perché a lui mai venne data la possibilità di confrontarsi col calcio di altissimo livello, con quello che, all'epoca, era definito "il campionato più bello del mondo", la nostra Serie A, per l'appunto. Un'ingiustizia, diciamolo pure, soprattutto pensando a quanti mediocri, dopo di lui, questa opportunità l'hanno invece avuta senza meritarla. Gigi si limitò dunque a fare il suo dovere nelle retrovie del nostro football, seminando le sue stagioni di una discreta messe di gol. 
MARULLA, IL GENOA: MIEI PRIMI AMORI CALCISTICI - Una figura per me significativa, Marulla, perché fu uno degli uomini simbolo del Genoa negli anni in cui il sottoscritto cominciò ad avvicinarsi al mondo del calcio, a coltivare una passione che resiste ancora oggi, nonostante sia messa quotidianamente a dura prova. Era un... Grifone spelacchiato, ma che tenacemente combatteva per cercare di riconquistarsi un posto al sole. Tutto iniziò nell'estate del 1985, esattamente trent'anni fa: la punta calabrese fece parte del primo "pacchetto" di acquisti di Aldo Spinelli, appena diventato patròn rossoblù dopo la tempestosa chiusura della lunga gestione Fossati. 
IL PRIMO GRIFO DI SPINELLI - Quello precedente era stato un torneo di B anonimo, per il club più antico d'Italia, chiuso appena al di sotto della zona promozione (ma senza mai essere stato autenticamente in lizza per salire) e con le ultime gare casalinghe disputate davanti a spalti, quelli del vetusto Ferraris di allora, sempre più vuoti. Irruppe "U sciù Aldu" e portò quantomeno un pizzico di entusiasmo: con lui arrivarono Bini, per anni libero dell'Inter, oggi si direbbe un top player, ma purtroppo approdò in Liguria ormai in chiara parabola discendente; Boscolo, che vantava qualche stagione di A col Catanzaro; Giancarlo Marini, anche lui sceso dalla massima divisione dove aveva difeso i colori della Lazio. Eppure, come uomo di punta di quella prima campagna acquisti venne designato proprio Gigi Marulla: strano, perché si trattava di elemento semisconosciuto proveniente dalla C1, dal Cosenza, dove però aveva fatto benissimo, diventando capocannoniere del girone meridionale.
MARULLA CONTRO LORENZO - Pareva, insomma, un giovane di grande prospettiva, e in città si creò un simpatico dualismo con Pino Lorenzo, altro centravanti calabrese, contemporaneamente ingaggiato dall'ambiziosissima Sampdoria di Paolo Mantovani. Ma se Lorenzo non ebbe grandissima fortuna nelle file blucerchiate (sfido, con la concorrenza di gente come Vialli, Mancini, Francis...), Marulla divenne subito uomo chiave dello scacchiere genoano, all'epoca affidato a Burgnich e in seguito ad Attilio Perotti. Non fu mai un fromboliere, questo no, ma in tre stagioni mise comunque insieme un discreto bottino di gol: 23 in campionato, non tantissimi, ma teniamo conto di due fattori: li realizzò soprattutto nei primi due anni, e poi, all'epoca, per gli attaccanti era difficile anche solo andare in doppia cifra, le difese non erano i colabrodo di oggi e c'era una più generale attenzione alla fase di copertura. Si presentò al pubblico genovese alla grande, Gigi, nell'agosto di quell'85, per il debutto in Coppa Italia, quando diede ai suoi un prestigioso pareggio col Milan siglando, di testa su corner, il punto del 2 a 2 a fil di sirena, per poi consegnarsi all'abbraccio della Gradinata Nord. 
QUELLA PROMOZIONE MANCATA - Il cruccio di Marulla e dei suoi compagni di avventura sotto la Lanterna rimase, senz'altro, la seconda stagione spinelliana, 1986/87: una squadra che era probabilmente la più competitiva della cadetteria (con lui c'erano Cervone, Policano, Mileti, Domini, Eranio, Scanziani...) non riuscì a centrare la promozione a causa del fallimentare rendimento esterno (nessuna vittoria lontano da Marassi!). L'esperienza rossoblù si chiuse un anno dopo, dodici mesi disastrosi per lui e per tutto il Grifo, partito ancora una volta per vincere il torneo e invischiato invece, fino in fondo, nella lotta per non retrocedere, evitata con la famosa vittoria di Modena. Poi, Gigi andò ad Avellino e tornò infine a Cosenza, dove visse una seconda giovinezza calcistica, mettendo insieme ancora tanti gol e diventando l'idolo della tifoseria cosentina, nonché simbolo positivo, pulito, dell'intera città. 
Una carriera come tante, si potrebbe dire: di un buon professionista delle aree di rigore e nulla più. E forse in parte è così, ma se chi vi scrive si è avvicinato al calcio, lo ha studiato e lo ha amato, in parte lo deve anche a Marulla e a quel suo Genoa intrappolato in una terra di mezzo, un Genoa lontano dai fasti miliardari della A degli Zico e dei Maradona, ma comunque ambizioso e orgoglioso, capace di sognare orizzonti di gloria, in grado di suscitare emozioni autentiche e di fare innamorare i ragazzini come me. 

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

mercoledì 19 novembre 2014

INTORNO A ITALIA - ALBANIA: GIOVANI VIZIATI (O FORSE NO), LA FESTOSA INVASIONE DI GENOVA E LA SATIRA DI "MILANO FINANZA"

                                           Conte è preoccupato per il futuro azzurro

Lo sfogo pre Albania di Antonio Conte davanti ai microfoni Rai è, prima di ogni cosa, un piccolo capolavoro giornalistico: dimostra come sia ancora possibile realizzare delle interviste di spessore in un'epoca sconfortante per i media tricolori, boccheggianti fra omologazione dell'informazione e ossequi spudorati al potente di turno. Merito dell'intervistatore (Bruno Gentili), ma merito soprattutto del cittì, che ha saputo dire cose non banali come di rado capita nell'ambiente calcistico, campione del mondo di frasi fatte. Dopodiché, della sua filippica si può discutere senza prendere tutto per oro colato. 
SFATICATI? - Sa un po' di faciloneria, questo improvviso attacco concentrico (poche ore prima, aveva sparato a zero il trainer "albanese" De Biasi) contro i giovani calciatori italiani viziati e lavativi (mia interpretazione delle loro parole, credo non lontana dalla realtà). Senza più la fame atavica dei nostri padri, senza più la voglia e la gioia di faticare. Massimo rispetto per due professionisti che il pallone nostrano lo respirano da una vita (o lo hanno respirato, nel caso del mister ex Torino), e che sulla scorta di tale esperienza sicuramente non parlano a vanvera, però la tesi non mi convince del tutto. I "fancazzisti", per usare un colorito termine oggi assai in voga, sono esistiti in tutte le epoche e in tutti gli ambiti lavorativi, con diverse percentuali: ma mi vien difficile credere che questo imborghesimento abbia toccato solo i ragazzi dello Stivale, visto che gli agi della modernità, dai videogiochi agli smartphone ai tablet cui proprio De Biasi ha fatto riferimento, sono assai diffusi anche in molti altri Paesi, penso all'ultratecnologica Germania, che però ha vinto l'ultimo torneo iridato e che si trova nel pieno di una magnifica fioritura di talentuosi pedatori. 
LE VERE ORIGINI DELLA CRISI - Ritengo che la crisi nasca altrove, e che sia cominciata quando i massimi responsabili del nostro calcio hanno dato la peggiore interpretazione possibile della sentenza Bosman, imbottendo progressivamente le prime squadre (ma anche i settori giovanili) di calciatori stranieri di dubbia qualità, se non di qualità modestissime, abbandonando quasi totalmente gli investimenti sul vivaio locale. Il carico da novanta l'hanno aggiunto proprio i nostri celebrati allenatori, dando scarsissima fiducia (leggasi minutaggio) agli italiani in sboccio, che han finito per intristirsi in panca, in tribuna o nelle categorie inferiori.
Quello che voglio dire è che sì, forse gli "azzurrabili" di questa ultima generazione si sarebbero ugualmente dimostrati non all'altezza, ma non è stato dato loro modo di giocare ad armi pari con gli stranieri: perché senza poter fare esperienza di campo, crescere, sbagliare e imparare dagli errori, ecco, maturare e diventare calciatori veri è onestamente difficile, diciamocelo. La sensazione è che un'intera generazione, quella che sarebbe dovuta esplodere più o meno dopo il Mondiale 2006, sia stata bruciata sull'altare di queste follie tecniche e gestionali: e che non fosse una "nidiata" da buttare lo dimostra il fatto che, alla lunga, gente come Parolo, o Astori, o Candreva, o Antonelli un posto al sole è riuscita in qualche modo a ritagliarselo; ed è pacifico che avrebbero potuto assumere uno spessore calcistico anche maggiore, diventare campioni a tutto tondo, se le grandi società avessero puntato più sollecitamente su di loro. 
IMMOBILISMO AI VERTICI - Conte si aspettava una maggior partecipazione collettiva da parte di tutti, così ha detto. Ci si è focalizzati sull'accusa di scarsa predisposizione al lavoro nei confronti delle nuove leve, ma i danni combinati dai "padroni del vapore" sono sotto gli occhi di tutti, così come è evidente l'immobilismo (prevedibilissimo) che sta caratterizzando la nuova reggenza federale, dalla quale non giungono notizie di atti formali e sostanziali (al di là dei proclami) per un concreto rilancio del movimento. Sbatta i pugni sul tavolo di Tavecchio, il Commissario Tecnico: pretenda innanzitutto almeno una (se non due) amichevoli fra dicembre e febbraio (quattro mesi di sosta, roba da matti), faccia lui stesso da pungolo agli sparagnini tecnici di club, forzi loro la mano, lanciando i giovanissimi prima ancora che questi emergano concretamente in campionato, come fece Prandelli dopo Euro 2012 portando in Nazionale Perin e De Sciglio, quasi vergini di esperienza in Serie A. Il fumantino mister ex Juve è stato preso anche per dare una scossa a un ambiente cloroformizzato: lo faccia, anche bruscamente, perché non c'è tempo da perdere. E se ha notato deficit fisici dei suoi giocatori rispetto agli avversari esteri, si chieda perché fino a una decina di anni fa eravamo all'avanguardia sul fronte della preparazione atletica, mentre oggi soffriamo il ritmo di tutti. Colpa solo della nostra allergia agli allenamenti? 

                                           Bertolacci: ottimo esordio in Nazionale

RAGAZZI IN GAMBA - Dopodiché, sono sicuro che i giovani, sentendosi responsabilizzati e valorizzati, avvertendo fiducia (e pazienza) attorno a loro, non tirino indietro il piede in campo né risparmino il fiato in allenamento. Alcuni di questi lo hanno dimostrato a Marassi: quella contro l'Albania è stata la classica amichevole "utile", succosa, che una traccia sul futuro azzurro la lascerà, sol che la si voglia seguire. Bertolacci ha giocato una gran gara a centrocampo: svelto, sempre nel vivo dell'azione, propositivo, capace di smistare e lanciare di prima, vicino al gol con una delle sue fiondate dalla distanza; Antonelli ha coperto la fascia sinistra con diligenza e discreta applicazione nelle due fasi, Okaka è entrato in campo con piglio aggressivo e ha siglato il gol vittoria; anche il ritrovato Acerbi, nei pochi minuti avuti a disposizione, si è bellamente disimpegnato in difesa; per altre stelline nascenti come Perin e Gabbiadini, che ieri han fatto da comparse, parla il rendimento elevatissimo in campionato, mente è stato un peccato che nemmeno al Ferraris si sia potuto vedere all'opera Rugani, in una retroguardia che ha manifestato più di un impaccio. Sicuri che la Nazionale del 2015 possa fare a meno di questi giovanotti? E si è rivisto persino un Cerci super volitivo, che ovviamente dovrà dire la sua anche all'Atletico Madrid ma che, se non altro, ha avuto l'unico atteggiamento mentale possibile, quello di chi sa di aver già perso troppe occasioni per continuare a cincischiare in un oscuro limbo.
AMICHEVOLE SOPPORTATA - Italia - Albania è filata via così, fra speranze azzurre vagamente rifiorite ed entusiasmo dei nostri ospiti, in un clima quasi Mundial, con quello stadio gonfio di tifosi "rossi". A Genova, è stata una partita più sopportata che accolta con benevolenza: persino prestigiose firme locali si sono schierate nettamente contro un evento ritenuto fuori luogo in una città doppiamente ferita dalle alluvioni. Io, la mia l'avevo detta due settimane fa in questo post, chiedendo, ovviamente inascoltato, che fosse la Federcalcio ad "offrire" il match alla popolazione genovese, facendosi carico dell'acquisto dei biglietti.
Era un'idea come un'altra, accompagnata da un po' di personale perplessità su una forma di beneficenza che non mi ha mai convinto del tutto; di certo non una feroce opposizione, la mia, alla realizzazione di una kermesse che, alla fine, è risultata ben riuscita. Fuori luogo, quelle sì, le polemiche di certi tifosi rossoblucerchiati sulla convocazione per presunta "ruffianeria" di tanti idoli locali: ma Samp e Genoa sono quarta e sesto in classifica, e sono due delle poche squadre di Serie A che puntano ancora su un .nucleo centrale di italiani, molti dei quali giovani; se uno più uno fa due, Conte ha fatto una scelta piacevolmente obbligata, vista la qualità e la quantità del materiale umano offerto dai due sodalizi della Lanterna. 
VOLGARITA' - Ancor più fuori luogo la "puntura di spillo" satirica offerta in mattinata ai suoi lettori da "Milano Finanza", pubblicazione presumibilmente diretta a sofisticati uomini d'affari: in prima pagina, sotto il titoletto "Il rompispread", la seguente frasetta: "Italia - Albania a Genova. Ospiti favoriti: coi gommoni sono esperti". Ritorniamo da dove eravamo partiti: questo è un altro capolavoro giornalistico, capolavoro del cattivo gusto. E a proposito dello stato desolante dell'informazione italiana, ci sono almeno tre domande da porsi: in base a quali criteri vengono scelti i collaboratori di giornali presumibilmente prestigiosi? Chi controlla le pagine, affinché non vadano in stampa certe scempiaggini? E se chi ha fatto i controlli ha ritenuto passabile questa "battuta", quale strano concetto dell'ironia e del sarcasmo possiede? Quesiti che, come sempre, rimarranno senza risposta.


martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

DOPO IL CALCIOMERCATO: ITALIA COLONIZZATA. FRA I GIOIELLINI AZZURRI SOLO BONAVENTURA SALE DI GRADO

                                             Bonaventura: farà grande il Milan? 

Meno male che questa doveva essere l'estate in cui porre le basi per il rilancio del vivaio nostrano. Certo, a parole, come sempre. Perché a calciomercato finalmente chiuso un elemento balza agli occhi, ben più dei colpi annunciati e mai realizzati ("Falcao non va alla Juve": ma va?) e dei pedatori d'oltrefrontiera spacciati per fenomeni: solo uno dei "ragazzi italiani", inserendo in questa categoria quei calciatori giovani o ancora relativamente giovani facenti parte del "giro azzurro", è stato oggetto di vero interesse da parte dei nostri club di vertice. Stiamo parlando di Giacomo Bonaventura, gioiellino dell'Atalanta, sulle cui tracce si è lanciato in extremis il Milan (nei giorni precedenti c'era forse stato un timido tentativo dell'Inter), abile a battere in poche ore la concorrenza del Verona. Spiace per gli orobici,  ma per "Jack" è il giusto premio: ha già dimostrato, soprattutto nell'ultima stagione, di meritare ampiamente una chance di primo livello, prolungarne ulteriormente l'anticamera in una "media" sarebbe stato delittuoso, considerato che il trequartista ha già 25 anni, non è quindi propriamente un fuoriclasse in sboccio. 
GIOVANI AI MARGINI - E già: Bonaventura, e poi il vuoto o quasi: ci sarebbe da citare Bernardeschi, al quale auguro tutto il bene possibile, ma che per il momento sembra destinato a partire dalle retrovie nella Fiorentina (felice di essere smentito, nel caso). Gli altri prodotti rampanti di casa nostra sono rimasti ai margini del mercato. La "pista Borini" attribuita all'Inter si è volatilizzata nel giro di un paio di giorni, dei 23 della rosa azzurra in Brasile il solo Parolo (comunque un ventinovenne) ha cambiato casacca restando nel nostro Paese (dal Parma alla Lazio). I tanti virgulti in cerca di affermazione si sono trovati di fronte una freddezza generalizzata: Baselli è ancora a Bergamo, Berardi e Zaza (quest'ultimo neo nazionale) trascineranno il rinforzato Sassuolo a una presumibilmente facile salvezza, Gabbiadini sarà ancora un punto di forza della Sampdoria dove però difficilmente avrà ulteriori opportunità di crescita e di miglioramento, e dove oltretutto è stato raggiunto da Alessio Romagnoli, uno dei difensori più promettenti dell'ultima covata made in Italy, giovanotto che la Roma ha pensato bene di "esiliare" proprio quando avrebbe potuto rischiare puntando (anche) su di lui per colmare il vuoto lasciato da Benatia. E meno male che il Genoa ha resistito alla corte di Bologna e Catania per Antonino Ragusa, che è arrivato a potersi giocare l'occasione della vita in Serie A e invece rischiava di essere immediatamente dirottato al piano di sotto, per un esiziale e inutile prolungamento di gavetta. 
PIENI DI STRANIERI - Mi ero ripromesso, quest'estate, di salvare sul mio pc le immagini delle home page dei quotidiani sportivi italiani, giorno per giorno, per documentare lo sconsolante andamento del mercato. Non ce l'ho fatta, lo sconforto ha preso il sopravvento, ma fidatevi: le prime pagine online erano costantemente piene di improponibili nomi stranieri che solleticavano l'appetito delle nostre grandi. Purtroppo molti di questi appetiti si sono poi tradotti in reali acquisti (o prestiti: di soldi ne girano sempre meno). 
Il quadro è allarmante: in questi mesi sono approdati nell'ex Bel Paese quasi ottanta nuovi stranieri (e parliamo solo di massima serie). Non male, se pensiamo agli alti lamenti levatisi dopo la sconfortante spedizione Mundial pilotata da Prandelli. Che ci sia da rinforzare la rosa o da coprire un buco, si punta invariabilmente sul mercato d'oltrefrontiera, il nostro vivaio e le nostre serie minori sono ormai sistematicamente ignorati. 
COMAN SI', CRISTANTE NO - Fra i club di primo piano, Napoli e Fiorentina sono avviati a superare l'Inter, quanto a esterofilia: trovare un "azzurrabile" fra le loro fila è impresa ai limiti dell'impossibile, tanto che mi viene persino da capire (ma non giustificare) il crescente nervosismo di Insigne, un concentrato di classe pura non valorizzato a dovere sotto il Vesuvio. E nelle retrovie si è adattato persino il Verona, in cui il solo italiano destinato a partire titolare sembra essere lo stagionatissimo Toni. Il tutto mentre la squadra guida del nostro scalcinato movimento, dicasi la Juventus, pur avendo in giro per la Penisola diversi talenti in rampa di lancio (il già citato Berardi, ad esempio) preferisce affidarsi a un Under 21 francese, Coman, ovviamente subito titolare alla partenza del campionato. E lo stesso Milan, "benemerito" per l'acquisto di Bonaventura, dirotta però in Portogallo un'altra grossissima speranza del nostro football, Cristante.
Questo è un altro punto dolente: i giovani stranieri sembrano sempre più pronti dei nostri. Secondo alcuni perché, semplicemente, sono più forti. Ovviamente è una favoletta, e io, scusatemi, non ci sto più: la scuola italiana è da sempre una delle più prolifiche e competitive, la differenza rispetto al passato è che c'è meno pazienza verso i nostri babies, e che soprattutto gli spazi per loro si sono drasticamente ridotti, anche nei settori giovanili. I motivi di questo ossessivo, patologico rivolgersi al mercato di fuorivia sono più economici che tecnici, è chiaro. Lo dimostra il fatto che invece, all'estero, al "prodotto italiano" ci credono ancora: hanno lasciato la compagnia Balotelli, Immobile e Cerci (povero Toro...), oltre al Cristante di cui si è appena detto. 
CI VUOLE UN ESEMPIO DA SEGUIRE - Resta il fatto che se qualcuno non comincia a dare l'esempio, in un momento oltretutto favorevolissimo per una ripartenza in grande stile dei vivai, è notte fonda, e quella che ho definito in un precedente articolo "deriva ungherese", cioè il rischio che il nostro calcio declini repentinamente e irrimediabilmente come accaduto a quello magiaro, è davvero dietro l'angolo. In tal senso, meritano il massimo sostegno squadre come Cagliari, Genoa, Sampdoria, Sassuolo, che continuano a puntare su un forte nucleo nostrano (ma anche il solito Milan, via, unica fra le big con diversi azzurri di prospettiva in rosa), mentre mi aspettavo sinceramente più coraggio dal nuovo CT Conte, magari con una convocazione spiazzante tipo quella post Euro 2012 di Prandelli, che chiamò "pivellini" come Perin e De Sciglio, a corto o all'asciutto di esperienza in Serie A. Se poi stiamo ad aspettare il neo presidente federale Tavecchio stiamo freschi: vedremo quali saranno i suoi provvedimenti salvacalcio (dei quali, a quasi un mese dall'elezione, ancora non vi è traccia nemmeno a parole): il rischio di trovarci di fronte a un simil Renzi (tante chiacchiere e zero fatti) è concreto. Vedremo. 

giovedì 10 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: LA SEMIFINALE PIU' BRUTTA PROMUOVE L'ARGENTINA. SARA' SFIDA CON LA GERMANIA, UN CLASSICO

                                                 Romero: ha parato due rigori

Dopo la partita da sogno, la partita da sonno. Proprio così: ventiquattr'ore dopo averci regalato un Germania - Brasile di cui si parlerà ancora fra decenni, questo contraddittorio Mundial 2014 ci ha costretti a sopportare, fino a notte alta, un'Olanda - Argentina di raro squallore. Sicuramente la semifinale più brutta fra quelle di cui sono stato testimone in diretta (televisiva) dacché seguo il calcio, direi quindi da Messico '86 in avanti: il paragone, per una triste competizione al ribasso, è possibile solo con la sfida Germania - Corea del Sud del 2002, ma in quell'occasione i temi tattici della partita furono differenti e comunque, alla fine, una delle due squadre, quella tedesca, riuscì a spuntarla senza dover ricorrere a faticosi prolungamenti. 
IL MONDIALE DEI MONDIALI? - Insomma, il presunto "Mondiale dei Mondiali" (ma chi ha lanciato per primo questo già irritante slogan?) è quantomeno assai schizofrenico: se è innegabile che sia stato impreziosito da match di buono, se non ottimo, livello spettacolare, emozionanti e ben giocati (per la verità concentrati soprattutto nella pletorica prima fase), è altresì evidente che strada facendo si sia gradualmente convertito al ritorno a un football più razionale, fondato sull'equilibrio, la solidità e l'arguzia strategica più che sulle luminarie di manovra. Il confronto di Sao Paulo, ennesima rivincita della contestata finale del 1978, ha raggiunto l'apice di questa... restaurazione tecnica, riportandoci alla più deteriore tradizione del pallone, quella che fa rima con attendismo, atteggiamento speculativo, prudenza portata fino agli estremi. No, non si onora così una semifinale Mondiale: perché una cosa è essere guardinghi, un'altra è rintanarsi in attesa o del primo errore dell'avversario, o dell'estemporanea giocata di uno dei propri campionissimi. 
L'OCCASIONE PERSA DEGLI ORANJE - Olanda - Argentina è stata una partita mai nata, mai sbocciata. E a dover dare la testa nel muro è la compagine Oranje, non solo per l'esito conclusivo, ma perché l'occasione della vita, la possibilità di centrare la quarta finalissima per inseguire finalmente il primo titolo, se l'è giocata come peggio non avrebbe potuto, rinunciando al coraggio e alla voglia di osare che fanno pur sempre parte del bagaglio di questa rappresentativa, anche nella versione più accorta e "con i piedi per terra" impostata da Van Gaal in questo torneo. Intendiamoci, non credo che le due formazioni mirassero esplicitamente ai rigori, come ipotizzato da qualcuno: sarebbe stata una follia, un giocarsi un numero alla roulette e nulla più. Sono mancati il gusto di rischiare e i diversivi tattici: ne è venuta fuori una lagna insopportabile andata avanti per troppo tempo. Certo, le due retroguardie meritano l'elogio pieno: Garay e Demichelis da una parte, Vlaar e De Vrij dall'altra sono stati impressionanti per tempismo, senso dell'anticipo, abilità nel chiudere sia di piede che di testa; poi, però, il football prevede anche una fase offensiva, che ieri è rimasta nei sogni (o nei sonni, come detto all'inizio) degli spettatori. 
KUYT, SUPERFLUO - Certo, si possono in parte comprendere le difficoltà dei Tulipani: del resto avevo già scritto che questa Argentina ha la capacità di far giocare male anche gli avversari più reputati, basti ricordare come ha neutralizzato il devastante potenziale del Belgio. Uno schieramento difensivo così saldo e folto è sempre difficile da forzare: per avere qualche chance in più di riuscirvi, occorrerebbe agire in velocità, disporre di elementi in grado di saltare l'uomo, e sfruttare maniacalmente le fasce. Gli olandesi sono mancati in tutti e tre questi fattori: la rapidità nelle avanzate è rimasta nelle intenzioni, l'unico elemento dotato di sublime palleggio e capace di aggirare le più ferree marcature, dicasi Robben, è stato poco e male attivato ed è parso comunque più timido e meno esplosivo rispetto a tante precedenti uscite, anche se un suo ubriacante spunto in dribbling nel finale di tempi regolamentari per poco non fruttava il vantaggio; quanto al gioco sulle corsie esterne, Blind è spesso e volentieri rimasto rintanato dietro, mentre Kuyt, sballottato da un lato all'altro, pur giocando perlopiù arretrato è andato al traversone più volte, mostrandosi impreciso e prevedibile e risultando, in pratica, un uomo regalato agli avversari; un po' di vivacità in più l'ha poi portata Janmaat, a destra, ma ci voleva ben altro. 
ARGENTINA AI PUNTI - Leggermente meglio l'Argentina, allora, che dal canto suo non ha fatto altro che accentuare i caratteri sparagnini di un dispositivo tattico già di per sé non particolarmente incline ai fuochi d'artificio. Detto di una retroguardia scolpita nel marmo, Rojo ha almeno cercato di affacciarsi qualche volta in avanti, mentre fondamentale è risultato lo schermo protettivo creato da Biglia e Mascherano: se il laziale ha fatto filtro con profitto senza però offrire contributi in fase creativa, il veterano della Seléccion, oggetto del desiderio del Napoli, ha giostrato a tutto campo, in un florilegio di chiusure e contrasti, per poi cercare (spesso inutilmente) di far ripartire l'azione e di smistare efficacemente palla. 
Il fatto è che, per i sudamericani come anche per gli europei, fra centrocampo e attacco c'era come una voragine, e mancavano la rapidità e la verticalità che avrebbero potuto dare sale offensivo alla gara. Merito del team di Sabella l'averci provato un tantino di più: se Lavezzi declinava presto dopo un furente avvio sulla destra,  e se Messi non riusciva a venir fuori dalle sabbie mobili in cui lo avevano cacciato i difensori olandesi, Perez, il modesto sostituto dell'insostituibile Di Maria, nella ripresa riusciva a liberare in area Higuain che al volo, di destro, mandava il pallone sull'esterno della rete dando l'illusione ottica del gol, e nei supplementari Palacio, di testa, falliva una colossale opportunità a tu per tu con Cillessen. Troppo poco, comunque, per nobilitare come sarebbe stato doveroso una semifinale iridata. 
LA LOTTERIA DEI RIGORI E LE PROSPETTIVE DELLA SELECCION - Sui rigori, poco da dire: confermata ancora una volta tutta la loro aleatorietà, che continuo cocciutamente a sostenere nonostante in molti asseriscano che non sia assolutamente una lotteria: ma se fallisce uno dei migliori arancioni (Sneijder), e se si erge a eroe un Romero che i tifosi della Sampdoria ricordano come un incubo, allora vale tutto... E Van Gaal non poteva neppure più giocarsi la carta Krul: una di quelle mosse geniali che, forse, possono funzionare una volta, ma alla seconda risultano già depotenziate. Sarà dunque la finale tris Germania - Argentina: al momento, immaginare un risultato diverso dal quarto titolo dei tedeschi pare arduo, ma gli uomini di Low per primi si renderanno conto che, a prescindere dalla loro scintillante prestazione col Brasile, un risultato come quello di ieri ha caratteri di assoluta eccezionalità e non può essere preso per oro colato, a maggior ragione se stai per confrontarti col più impenetrabile degli assetti di copertura del Mondiale, la squadra più chiusa, rocciosa, abile a mandare in tilt anche gli attacchi più reputati. E con un Messi a cui bastano pochi minuti di operatività e pochi centimetri di libertà per risultare devastante. 

mercoledì 2 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BELGIO SPRECONE, CONTRO LEO MESSI SERVIRA' PIU' CONCRETEZZA

                               De Bruyne: ha portato in vantaggio il Belgio con gli States

Il Belgio deve cominciare a guardarsi seriamente dentro, e capire cosa realmente voglia fare "da grande". E' una paterna lavata di testa che mi sento di poter rivolgere a una delle selezioni più ricche di talento di questo contraddittorio Mundial brasiliano, il cui livello qualitativo (buono, non siderale) trarrebbe grandissimi benefici da un lungo percorso dei Diavoli Rossi. La faccio adesso, questa paternale, perché il modo in cui i ragazzi di Wilmots hanno gestito l'ottavo contro gli Stati Uniti è stato a tratti scriteriato. Sì, d'accordo, Courtois e compagni hanno ampiamente meritato il successo finale: ieri sera, a Salvador, sono finalmente riusciti a toccare quelle vette di rendimento, in fatto di brillantezza di manovra, che da loro si pretendevano ma che mai avevano raggiunto nel corso del primo turno, nonostante i tre successi consecutivi. 
ASSEDIO - E' stata la sfida migliore di questa prima fase a eliminazione diretta, e per merito, va sottolineato, soprattutto degli europei, che oltre a giostrare con autorità hanno dimostrato, forse per primi in questo torneo, cosa voglia dire stringere davvero d'assedio l'avversario. Tutto bene ma... c'è un ma: perché se è vero che i belgi hanno letteralmente bombardato il portiere Howard, per novanta e più minuti non hanno cavato un ragno dal buco. A turno hanno cercato il gol De Bruyne, Origi, Vertonghen, Hazard, persino Kompany, ma tutte le occasioni sono sfumate, non solo per bravura del guardiano a stelle e strisce. E quando si spreca l'inverosimile, si sa che la beffa può essere dietro l'angolo: l'ha sfiorata in chiusura di secondo tempo Wondolowski, sbagliando come sbagliò Vieri contro la Corea del Sud nel 2002, colpendo male il pallone da pochi passi e calciandolo altissimo. 
SOFFERENZA FINO ALLA FINE - Il colossale pericolo corso rendeva un tantino più concreti Fellaini e compagni, che nel primo extra time piazzavano, con De Bruyne e Lukaku, un uno - due che pareva poter chiudere il conto. Invece, dopo una lunga battaglia in trincea, gli americani trovavano le forze per rimettersi in partita, grazie al destro al volo di Green, e per sfiorare il pari prima con Jones e poi con Dempsey, che ben sfruttava uno schema su punizione ma si vedeva ribattere da Courtois il tiro a botta sicura. 
Ergo, nemmeno nei supplementari il Belgio ha saputo imporre a chiare lettere i diritti di una superiorità che era stata per lunghi tratti schiacciante, sia come gioco sia come palle - gol create: una partita del genere non può essere così sofferta, non può rimanere in bilico fino agli ultimi secondi. Ecco perché, come detto in apertura, questa Nazionale deve crescere, e in fretta: perché si approssima il confronto con l'Argentina, squadra brutta e involuta ma che dispone di almeno due elementi in grado di fare la differenza, se non viene sollecitamente castigata. 
OTTIME PROVE INDIVIDUALI - Ad ogni modo, guardiamo anche le cose positive: il gioco belga, dicevamo, ha preso finalmente a fluire con continuità e brillantezza, come quasi mai si era visto in precedenza. Kompany ha ben recuperato dall'infortunio e tenuto saldamente in mano le redini della retroguardia, concedendosi pure qualche divagazione in avanti; Vertonghen è stato un martello sulla sinistra, chiudendo e ripartendo innumerevoli volte, e sfiorando la segnatura in un paio di circostanze. Hazard ha raggiunto buoni livelli di continuità ma può fare decisamente meglio, in ogni caso va apprezzato anche per il contributo dato in interdizione, oltre al consueto apporto creativo; più vivace mi è parso De Bruyne, costante nel sostenere la fase d'attacco e più volte al tiro. 
Un po' in ombra Fellaini, mentre Origi va promosso con qualche piccola riserva: ha fatto quasi reparto da solo, riuscendo a dire la sua sia in area sia qualche metro più indietro, facendo, come si suol dire, "a sportellate" coi difensori, ma ha scialacquato un po' troppo al momento di cogliere i frutti del suo lavoro: più concreto il subentrato Lukaku, per il gol e per lo strapotere atletico  mostrato nell'azione che ha consentito a De Bruyne di sbloccare il risultato. Da elogiare anche Mirallas, il cui ingresso in campo ha ulteriormente accentuato il dominio belga, da lui alimentato con incursioni, tiri e assist sostenuti da una notevolissima proprietà di palleggio. Insomma, la base è eccellente e lo si sapeva, ma la prodigalità di ieri sera potrebbe essere fatale contro l'Argentina. 
ARGENTINA BRUTTA E VINCENTE - Qui occorre aprire un capitolo particolare: perché finora è stato sicuramente (anche) il Mondiale di Leo Messi, ma non certo quello della Seleccion biancoceleste, arrampicatasi fino ai quarti di finale con meriti davvero scarsi. Chi vede in questa squadra analogie con la formazione operaia che nel 1986 si giovò di un Diego Maradona stellare, conquistando infine un meritato alloro iridato, pecca, secondo me, di eccessivo ottimismo. L'Argentina 2014 mi pare una compagine improvvisata, con poche e confuse idee di gioco, che serra i ranghi dietro e davanti si affida alle lune dei sui assi offensivi, in primis il genio del Barcellona. Che finora è sempre andato a intermittenza, ma quando si accende dà costantemente l'impressione di poter manipolare ogni partita a suo piacimento. 
Per tutto il resto, è abbastanza notte fonda: ieri pomeriggio, a neutralizzare i buoni propositi dei sudamericani è bastato il rigoroso assetto difensivo della Svizzera, una sorta di catenaccio mobile e propositivo che, nella prima frazione, è riuscito anche a creare due contrassalti che potevano portare al vantaggio elvetico (occasioni mancate da Xhaka, con prodezza di Romero, e da Drmic, che chiudeva un contropiede con un assurdo e telefonatissimo pallonetto fra le braccia del portiere ex Sampdoria). Dall'altra parte, come detto, Lavezzi sollevava un polverone privo di esiti, e gli unici spunti interessanti arrivavano da Di Maria,  mentre nella zona centrale Mascherano si limitava a gestire il gioco con fervore operaio, ma senza lampi. 
LAMPO DI MESSI - Le cose miglioravano nella ripresa, ma non più di tanto: Messi, come detto, regalava qualche lampo e sfiorava il gol con un sinistro al culmine di una insistita azione personale, ci provavano anche Rojo e Higuain, la pressione aumentava ma i ragazzi di Hitzfeld non parevano andare in grossa sofferenza. Una buona squadra, la Svizzera, che ieri ha avuto le sue eccellenze in un Rodriguez inesauribile, bravissimo a coprire e a spingere sulla sinistra, e in un Mehmedi dinamico e ispirato; bene anche Inler, infaticabile tessitore, pur se con qualche imprecisione di troppo. Come ad altre compagini di medio livello ammirate in questi ottavi, ai rossocrociati è mancato il killer instinct: non poco, in una competizione come il Mondiale. Messi, nei supplementari, con un mirabile spunto sulla trequarti mandava in gol Di Maria, ma gli europei mancavano clamorosamente con Dzemaili (palo e tiro fuori da pochi metri) un pari che sarebbe stato tutt'altro che immeritato. Insomma, l'Argentina va, con un Messi così decisivo può arrivare ancor più lontano, ma se il Belgio si ripete sui livelli di ieri e raddrizza la mira, beh, il quarto di sabato sarà aperto a ogni risultato. 

lunedì 28 aprile 2014

BOSKOV E VILANOVA: IL LATO UMANO DEL CALCIO

                                       Boskov, signore di un calcio che non c'è più

Vuja, Tito e un vuoto grande così. Giorni tristi per il calcio: perché quando muore chi il football lo ha sempre vissuto con umanità, civiltà, lealtà e discrezione, muore una parte di  noi che ci ostiniamo ancora a credere in un pallone a misura d'uomo. Giorni da conservare e ricordare in futuro, anche: da ricordare perché le morti di Vilanova prima e di Boskov poi hanno suscitato un'ondata pressoché unanime di cordoglio e di rimpianto. Doveroso, certo, ma non era affatto scontato, in un mondo che vive troppo spesso di rivalità acide, inimicizie, rancori a lunga durata e persino odio strisciante. E invece, fra mille veleni, polemiche vuote e sterili, allenatori e giocatori incapaci di accettare critiche, evidentemente non abbiamo perso la capacità di apprezzare chi questo pazzo sport lo sa interpretare con lo spirito giusto, senza mai trascendere. E questi due fuoriclasse della panchina, pur così differenti l'uno dall'altro, hanno lasciato dietro di loro solo rispetto e affetto, solo ricordi positivi, e non certo per i risultati (eccellenti) di cui hanno costellato le rispettive carriere. 
LONTANI EPPURE VICINI - In apparenza diversi come il giorno e la notte, Vuja e Tito. Lo slavo era allenatore di stampo tradizionale, scevro da sofismi tattici, uno di quelli che "il giocatore viene prima degli schemi"; e uomo spiritoso, allegro, capace di approcciarsi con leggerezza a un ambiente e a una professione che solo leggerezza richiederebbero, altro che il clima opprimente e perennemente teso del calcio del Duemila. Dall'altra parte Tito, prototipo del trainer moderno, artefice, da ottima spalla di Pep Guardiola, del Barcellona del tiki taka, uno di quei team destinati a restare nella leggenda pallonara; e fuori dal campo persona sobria, pacata, mai sopra le righe. Lontani per linea tecnica e per carattere, eppure vicini per l'aura di umanità, di semplicità che li circondava. Due professionisti che sapevano dare il giusto peso alle cose, che non andavano al calcio come si va alla guerra. 
DESTINO INGIUSTO - La scomparsa di Vilanova è stata un trauma vero, per il sottoscritto. Morire così giovani è profondamente ingiusto, e ancor più ingiusto è lottare strenuamente contro un male subdolo, sottoporsi a terapie sfiancanti e ricavarne risultati in apparenza incoraggianti, per poi precipitare in puntuali ricadute. Uno stillicidio di speranze fugaci e di immediate disillusioni, una crudeltà vera. Tito ha vissuto il suo calvario con la stessa, olimpica serenità che infondeva nel suo lavoro: fra un ricovero e un altro, fra una terapia e un'altra, ha voluto rimanere attaccato al suo ambiente, continuare a guidare i suoi blaugrana, fin quando le forze glielo hanno consentito. E' normale, è un disperato tentativo di rimanere attaccati alla normalità quotidiana, perché se si pensa solo alla propria malattia si rischia di impazzire: lo so, ci sono parzialmente passato, anche se in maniera molto più soft, diciamo "di striscio". Ma anche la scelta di mollare tutto per dedicarsi alfine solo alle cure, per quanto ovvia e naturale, ha rappresentato un messaggio di enorme impatto: sì, riversare anima e corpo nel lavoro è importante, ma ad un certo punto l'attaccamento alla professione, anche alla più bella e remunerativa, deve scomparire, lasciando il passo alle vere priorità dell'esistenza: cercare di salvaguardare la propria salute, di salvarsi per se stessi, per la famiglia, per i figli. Priorità che andrebbero rispettate sempre, ma quando si è in buona salute non ci si pensa, e le infinitesimali problematiche del lavoro ci sembrano ostacoli insormontabili e guai irrisolvibili, ci sembrano la fine di tutto. 

                                     Vilanova, un tragico destino vissuto con dignità

QUELLA CENA DI TANTI ANNI FA - Per Boskov il discorso è un po' diverso. Superati gli ottant'anni, purtroppo, occorre essere sempre pronti al peggio, giorno dopo giorno: la salute diventa spesso precaria e altalenante. Ciò non toglie che la scomparsa di zio Vuja lasci dietro di sé un magone grande così, ma la tristezza è attenuata da dolci ricordi e dalla consapevolezza che l'uomo ha avuto una vita piena e ricca di soddisfazioni. Piccola digressione personale: con l'ex trainer condivisi, poco più di dieci anni fa, una cena di lavoro, ai tempi in cui ero ancora giornalista "vero", collaboratore di una testata locale. Un Boskov un po' diverso, nella circostanza, dall'immagine che i media ne avevano ormai da tempo fornito: gentile ma non "caciarone" (forse però non era molto a suo agio, quella sera non erano presenti molti uomini di calcio), ma capace in pochi secondi di "ringalluzzire" una tavolata un po' spenta, un po' troppo ingessata, con un paio di battute fulminanti e un gustosissimo aneddoto. Ma questo è colore giornalistico: la realtà parla di un coach pratico e vincente, capace di tenere in mano gruppi di giocatori dalle personalità debordanti e di dotarli di un gioco lineare ed efficace, e al contempo spettacolare. 
L'EPOPEA DORIA E IL RISPETTO DEI GENOANI - Vissi in diretta l'epopea della sua super Sampdoria: per noi genoani non erano anni facili, ma debbo dire, in assoluta onestà, di non aver mai masticato troppo amaro vedendo i blucerchiati che vincevano e gli spelacchiati grifoncini che arrancavano: un po' di invidia sì, penso sia normale quando le traiettorie agonistiche della squadra rivale sono così distanti e così pregne di successi. Ma era una signora squadra, quella Samp, che riuscì ad emergere in un contesto di elevatissima qualità, di equilibrio livellato verso l'alto (altro che la mediocre Serie A di oggi...); era uno splendido gruppo di giovani e talentuosissimi virgulti italiani, giunti infine a maturazione per la soddisfazione della società di Mantovani senior ma anche del calcio azzurro, che delle qualità dei vari Vialli, Mancini, Vierchowod, Pagliuca e Lombardo usufruì con buonissimi risultati. Su tutti, con aria paciosa, vigilava Boskov, capace di non oltrepassare mai i limiti del buon gusto anche quando era coinvolto nelle più classiche polemiche calcistico - giornalistiche. Rispettato da tutti, e in linea di massima anche dai genoani, per la sua signorilità: se si pensa che la sua battuta più "acida" nei confronti dei rossoblù fu un ironico riferimento alle qualità pedatorie dell'uruguaiano Perdomo, paragonato al suo cane, si può ben capire come all'epoca, nella Genova calcistica, si respirasse aria tutto sommato fresca, impregnata di goliardia e voglia di sdrammatizzare, anche quando si rivaleggiava fra le due sponde. Del resto erano gli anni di Vujadin, di Scoglio e di Bagnoli: personalità diverse, ma gente che sapeva cosa volesse dire esser "uomini di sport".  

lunedì 3 febbraio 2014

GENOA - SAMPDORIA DI LUNEDI', IL CARESSA CORRUCCIATO E L'INSOPPORTABILE SPEZZATINO

                           Gradinata Nord, cuore del tifo Genoa: la protesta è partita da qui

Amara scoperta: il calcio italiano non è più uno sport, ma è diventato un semplice prodotto commerciale, uno show televisivo da piazzare in ogni parte del mondo come un format catodico, come un "Chi vuol esser milionario" qualsiasi. Non che non avessi già qualche.... leggerissimo sospetto su questo "cambiamento di ragione sociale", ma le idee mi si sono totalmente chiarite dopo aver ascoltato, esterrefatto e amareggiato, la filippica di Fabio Caressa, popolare telecronista e direttore di Sky Sport 24, che si è scagliato con energia degna di miglior causa contro lo spostamento del derby Genoa - Sampdoria, alfine in programma questa sera. 
IL DERBY SPOSTATO - Come si sia arrivati al rinvio del match, da domenica alle 12 e 30 a lunedì alle 20 e 45, è storia fin troppo nota. La protesta partita da alcuni gruppi della tifoseria organizzata rossoblù, protesta alla quale hanno presto aderito gli ultras blucerchiati, era fondata essenzialmente su due punti: la collocazione della stracittadina genovese in un orario lontano dalla tradizione di un match fra i più sentiti, un match che rappresenta uno dei vanti storici del calcio italiano (con in più le difficoltà, visti i tempi ristretti, che sarebbero sorte per mettere a punto le coreografie, elemento portante di ogni derby e di quello genovese in particolare), e il fatto che tale collocazione sia stata dettata da ragioni biecamente commerciali, ossia per catturare il pubblico calciofilo dell'estremo Oriente . Di qui, una più generale contrarietà al "calcio spezzatino" degli ultimi anni, con partite di campionato distribuite nell'arco di più giorni e agli orari più disparati, sempre per centrare target meramente televisivi. Tutto ciò, va sottolineato, ha fatto passare in secondo piano l'esistenza di un elemento contingente che da solo imponeva senza meno il posticipo della gara: evitare la concomitanza con la Fiera di Sant'Agata, tradizionale appuntamento cittadino che affolla di bancarelle, clienti e semplici curiosi diverse zone nei pressi dello stadio. 
L'ORRIDO SPEZZATINO - Il mio parere sulla presa di posizione delle due tifoserie è presto detto: con un realistico sguardo alla situazione attuale dell'italico pallone, non trovavo la collocazione all'ora di pranzo della domenica più scandalosa di quella del lunedì all'ora di cena o del sabato all'ora dell'apericena. Dal mio punto di vista, sono tutte ugualmente inaccettabili: lo spezzatino della Serie A è una violazione del principio della contemporaneità delle partite, che nel mio forse ottuso nostalgismo continuo a considerare sacro, ed è, soprattutto, una resa incondizionata alle esigenze delle tv a pagamento e del loro pubblico di privilegiati, a scapito di chi conserva ancora il piacere di gustarsi un incontro dal vivo. Perché Genoa - Sampdoria è occasione di festa di popolo, è orgoglio cittadino nonché, lo ripeto, vanto del calcio nostrano, ma lo stesso si poteva tutto sommato dire di Genoa - Juventus, che è una classicissima anche più del derby della Lanterna, una partita disputatasi al Ferraris, pochi anni fa, proprio al deprecato orario del desinare domenicale. 
E allora si poteva organizzare prima, questa presa di posizione, presumibilmente con gli stessi esiti attuali, perché mediaticamente oggi sta passando il messaggio di una vittoria delle frange più oltranziste del tifo, di una resa delle autorità (sportive e di sicurezza) di fronte all'eventualità di disordini in realtà del tutto improbabili. Rimango convinto che, se si vuol protestare contro la deriva televisiva del calcio, l'unica soluzione sarebbe non abbonarsi più, in massa, a Sky o a Mediaset. Colpirli nel portafogli, insomma, per vedere poi l'effetto che fa: effetto devastante, verosimilmente, perché il legame tra pallone e televisioni è ormai inscindibile, e spezzarlo provocherebbe la bancarotta del carrozzone. Bisognava fermarsi prima, però anche oggi le soluzioni ci sarebbero, senza voler essere rivoluzionari a tutti i costi: ripensare il rapporto fra tv e football in maniera più equilibrata, moderata, rispettosa delle esigenze degli appassionati si può, eccome. 

                                          Fabio Caressa, direttore di Sky sport 24

LA FILIPPICA - Così com'è concepito adesso, questo matrimonio sta impoverendo soprattutto il calcio. Perché un calcio ridotto a prodotto commerciale è un calcio svuotato di passione e poesia, perlomeno nelle forme in cui l'offerta televisiva di partite è strutturata qui da noi (forme diverse rispetto ad altri Paesi). E qui ritorniamo alla tirata di Caressa (ecco il link): ho trovato alcuni passi del suo editoriale particolarmente odiosi, disinformati e contraddittori. Odioso è, per l'appunto, svilire lo sport più amato e radicato nel nostro Paese, fenomeno sportivo e sociale di enorme complessità e di altrettanto fascino, riducendolo a merce da piazzare: dobbiamo venderlo all'estero, dice, così acquisisce visibilità e appetibilità, entrano soldi e le vostre squadre possono permettersi di acquistare campioni e competere a livello internazionale. A parte l'assunto di base che, lo ripeto, è insopportabile per i motivi detti, ci sarebbe da eccepire sulla fondatezza delle affermazioni del telecronista: perché di tutti questi benefici che arriverebbero ai club italiani dallo spezzatino televisivo e dalla visibilità estera io sinceramente non scorgo traccia. 
Sarà una coincidenza, ma dall'inizio del secolo (gli esordi degli anni Novanta, con l'unico innocuo posticipo domenicale, non fanno testo), ossia da quando le tv a pagamento sono diventate una presenza determinante per il funzionamento di tutta la complessa macchina football, le nostre società hanno perso competitività fuori dei patri confini, il torneo interno si è impoverito tecnicamente e di campioni stranieri dalle nostre parti ne sono approdati sempre meno. Chiariamo bene, non è stata solo colpa dell'invadenza televisiva, è tutto l'apparato ad avere guasti profondi di varia natura (gestione finanziaria inadeguata, impianti arretrati, assenza di una politica di valorizzazione dei giovani, mancata risoluzione del problema delle frange violente del tifo...), ma il piccolo schermo ci ha messo del suo per varie ragioni, togliendo alla partita l'aura di "evento" e trasformandola in un asettico show che spesso va in scena in teatri desolatamente vuoti. A proposito, quale appetibilità avrebbe il mostrare in mondovisione spalti semideserti? Questo ancora nessun "esperto" ce lo ha spiegato.
Tutto ciò, sorvolando sulla superficialità con cui il nostro ha parlato della Fiera di S. Agata, altro oggetto del contendere: non un minuscolo gruppo di bancarelle frequentate da un pubblico ristretto, ma una grande manifestazione che (l'ho provato di persona) riempie di una marea di persone numerose vie nelle vicinanze dello stadio per diverse ore, rendendo estremamente difficoltosa la circolazione. Aggiungiamoci il derby, ossia una delle rare occasioni in cui il catino di Marassi arriva a colmarsi, e avremo avuto un quadro ai limiti del delirante riguardo alla gestione dell'ordine pubblico. 
CONSIGLI - Insomma, un paio di consigli a Caressa:  eviti di avventurarsi in argomentazioni sulle quali è impreparato, ed eviti anche di fare l'offeso, consiglio da estendere ai tanti giornalisti che in queste ore si stanno stracciando le vesti perché, sacrilegio, lo spostamento è stato una vittoria dei tifosi. Sì, per una volta hanno vinto i tifosi e ha perso la tv: forse la febbre da piccolo schermo lo ha fatto dimenticare a molti, ma sono proprio i supporters (quelli non violenti, beninteso) i veri padroni del calcio. Padroni in senso buono, perché senza il loro amore, il loro sostegno, la loro inesausta partecipazione, la loro pazienza davanti a calendari sempre più spezzettati, i loro soldi (eh, sì), non esisterebbero né la Serie A, né Mediaset, né Sky. E sarebbe bene che questa vicenda serva a far recuperare un minimo di considerazione in più verso i pacifici fruitori dell'agone calcistico: i fruitori nostrani intendo, perché quelli cinesi, thailandesi o non so che altro sono già abbastanza tutelati, e non si offenderanno per un Genoa - Samp mancato. E ora, buon derby, e vinca il migliore. 

lunedì 9 dicembre 2013

CAGLIARI - GENOA, IL MARTIRIO DI MANFREDINI E QUELLI CHE "GLI ARBITRI ITALIANI SONO I MIGLIORI AL MONDO"

                                       Gasperini: rabbia per l'ingiusto ko di Cagliari

Fra i problemi che minano alle fondamenta il buon funzionamento del sistema calcio Italia non ci sono solo il teppismo dilagante (con annesso strapotere degli ultras negli stadi), l'inadeguatezza degli impianti e delle modalità di accesso agli stessi per i tifosi "normali", la discutibile gestione finanziaria di molte società, le scommesse e le partite truccate, l'esterofilia dilagante e il conseguente semiabbandono dei vivai. Su "Note d'azzurro" lo scrivo da sempre: anche la sconfortante modestia complessiva della nostra classe arbitrale rappresenta un pericolo per il football, per una ragione molto semplice: un fischietto che, con le sue decisioni sbagliate, indirizza e condiziona lo svolgimento di un match, incrina pesantemente la credibilità di tutto il baraccone. Lo ribadisco oggi, all'indomani dell'amena direzione di gara del signor Giacomelli in Cagliari - Genoa, ma non è solo questione di tifo: avrei potuto scriverlo tranquillamente dopo l'ultimo Sampdoria - Torino, con l'incredibile 2 a 0 negato a Pozzi perché Gervasoni aveva deciso di chiudere il primo tempo dopo la respinta del portiere su punizione di Palombo; l'ho scritto dopo l'assurdo Genoa - Milan della stagione scorsa, con rigori in serie negati ai rossoblù, e dopo la Supercoppa italiana 2012 fra Juventus e Napoli. 
Non è una posizione critica comoda, me ne rendo conto, nel Paese dell'ipocrisia e dei luoghi comuni applicati al pallone, di frasi fatte del genere "gli arbitri italiani sono l'unica parte sana di questo ambiente", "gli arbitri italiani sono i migliori al mondo", "a fine stagione torti e favori arbitrali si compensano per tutte le società". Una marea di belinate, diremmo a Genova. La verità è drammaticamente diversa: a parte poche eccezioni, i fischietti italici navigano nella più desolante mediocrità, in un livello medio - basso: mancanza di uniformità, buon senso ed elasticità nell'applicazione del regolamento, scarsa personalità e conseguente sudditanza psicologica (al cospetto delle big soprattutto, ma a volte anche di fronte a "fattori campo" particolarmente infuocati e pressanti), deprecabili manie di protagonismo. Gli arbitri che salgono in cattedra, gli arbitri che indirizzano l'esito di un incontro sono la negazione stessa dello spirito, del senso della loro professione. Un arbitro è come un giudice in un tribunale, il suo errore non è paragonabile a quello di un calciatore, ossia di una delle due parti in causa: è il giudice supremo del gioco, deve rasentare l'infallibilità, e per farlo deve essere preparato in maniera maniacale. 
Il Giacomelli di ieri non lo era: l'espulsione del genoano Manfredini, strattonato a lungo  in area da Daniele Conti, è roba da radiazione dall'albo. A corredo, altre decisioni penalizzanti nei confronti del Grifone (la mancata sanzione ad Avramov per la trattenuta a Biondini). Altri ne hanno parlato in lungo e largo, persino il Corriere della Sera: inutile dunque infierire, se non per rilevare come certe persone dovrebbero essere accuratamente tenute lontane dai campi di calcio, e non solo da quelli professionistici. Arbitrare non fa per loro, se ne facciano una ragione. Così come non faceva per certe vecchie giacchette nere che, dopo essersi coperte di ben poca gloria in carriera, continuano a pontificare dagli schermi della tv di Stato, cianciando a vanvera di "espulsione giusta per Manfredini".
Rimane la sensazione, per il Genoa, di un possibile decollo verso un campionato più tranquillo frenato né dalle proprie debolezze né dalla superiorità avversaria. A parità numerica, il team ligure aveva trovato il vantaggio e lo aveva gestito con sufficiente disinvoltura, rischiando il giusto (cioè pochissimo). Rimasto in dieci, si è difeso ma non in modo del tutto passivo, cercando lo spiraglio per il contrattacco e andando persino a sfiorare il raddoppio con una splendida conclusione di Antonelli, sventata dal citato Avramov. Poi, chiaro, i sardi hanno assediato, ma Perin aveva sfoderato la consueta sicurezza degli ultimi tempi (al momento attuale, il giovanotto rossoblù dà più garanzie di almeno uno dei tre portieri azzurri designati per il viaggio in Brasile, a voi indovinare quale... Ma per la Nazionale se ne parlerà da luglio in poi). 
Insomma, una vergogna. La gara di Cagliari era una di quelle che possono dar la svolta a una stagione, ed è stata fallita senza colpe, dopo averla condotta per larghi tratti. A chi dice che nel calcio italiano troppo spesso si dà agli arbitri la colpa delle proprie défaillances, rispondo che può essere vero anche il contrario, ossia che spesso basta un uomo vestito di giallo, o di fucsia, o di quel che è, per mandare a monte il lavoro di una settimana di allenamento. Nel Genoa attuale si vede pesantemente la mano di Gasperini, è un complesso compatto, agonisticamente sempre sul pezzo, con lo spirito giusto e con un canovaccio tattico plausibile. C'è coraggio, c'è un'idea di gioco, ci sono giocatori chiave in stato di grande ispirazione (il citato Perin, Antonini, Matuzalem, Kucka e un Gilardino sempre più inebriato dal profumo del Mundial). E' una squadra che non fa più tremare il tifoso, un undici che quando scende in campo dà la sensazione di poter vincere, o quantomeno di potersela giocare, con chiunque, laddove fino a un paio di mesi fa trasmetteva solo insicurezza e paura. Ma se non vieni messo nelle condizioni di giocarti le tue chances ad armi pari, tutto ciò conta poco.