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venerdì 15 giugno 2018

MONDIALE RUSSIA 2018: SUPER RONALDO SALVA IL PORTOGALLO, 3-3 STRETTO PER LA RISORTA SPAGNA


Alla prima serata di gala del Mondiale russo, i protagonisti più attesi non steccano, Portogallo e (soprattutto) Spagna onorano la ribalta più prestigiosa regalando al pubblico un 3-3 da applausi. In un torneo iridato non è scontato che ciò accada: ne ho visti tanti di match di cartello deludere largamente le aspettative, soprattutto nelle prime giornate di gara, quando la tendenza, soprattutto da parte delle grandi squadre, è quella di giocare al risparmio conservando le energie per un cammino prevedibilmente lungo. E invece, tatticismo, chi era costui? La girandola dei gol inizia quasi subito, con il rigore (generoso) conquistato e trasformato da Ronaldo, e finisce con un'altra prodezza del Fenomeno (appellativo che merita lui come lo meritava il Ronaldo precedente, quello brasiliano), quando ormai la partita sembrava aver preso decisamente la via spagnola. 
SPAGNA SUPERIORE, ISCO FUORICLASSE - Nel mezzo, tante cose da raccontare. Con una sensazione su tutte, credo destinata a rafforzarsi col passare dei giorni mondiali: la Spagna è sempre forte. O meglio, lo è di nuovo, perché nelle ultime fasi finali affrontate, Brasile 2014 ed Euro 2016, aveva sostanzialmente trapanato l'acqua, mostrando di essere alla fine di un ciclo. Ebbene, "quel" ciclo è finito, sì, ma si è rigenerato risorgendo sulle medesime radici: molti protagonisti sono scesi dal palcoscenico, ma altri veterani hanno saputo mantenere un rendimento costante e mettere la loro sapienza calcistica al servizio dei nuovi arrivati.
Quel che si definisce una rivoluzione intelligente: Roja nuova per metà e forse più, ma coi suoi totem che non rappresentano le uniche ancore di salvezza a cui aggrapparsi, perché se Sergio Ramos continua a giganteggiare in difesa e Busquets a lavorare palloni su palloni, e se Iniesta accende con più frequenza del previsto i fari della sua classe purissima ma stagionata, il vero perno della Selecciòn è uno dell'ultima covata, quell'Isco che già ci aveva fatto piangere lacrime amarissime nel settembre scorso al Bernabeu. Siamo di fronte a un fuoriclasse autentico, un costruttore e un ispiratore dal palleggio finissimo, dal tocco preciso al millimetro: strappargli la palla è pressoché impossibile, le trame offensive iberiche poggiano in larga parte su di lui, e bene è andata ai portoghesi, se questa sera non è quasi mai riuscito a liberarsi al tiro: l'unica volta che l'ha fatto, con una volée di sinistro, è stata traversa piena.... Attorno ad Isco, comunque, una squadra che sa di nuovo imporre il suo dominio assoluto sul gioco, con un giro palla fitto e avvolgente ma in grado di assumere velocità micidiale, perché accompagnato sempre dalla massima perizia. 
Una Spagna fresca e sbarazzina che ha saputo ispirare un Diego Costa fino a stasera raramente travolgente in Nazionale: se il gol dell'1-1 se l'è costruito praticamente da solo, con un'insistita azione tutta di potenza (e forse anche con un falletto), il secondo lo ha visto finalizzare sotto porta un perfetto schema su punizione battuta da David Silva. grazie anche alla torre dell'onnipresente Busquets. 
SOLO RONALDO - Poi, ha trovato il gol uno dei "gregari" della squadra (ma ce ne sono davvero, di gregari, fra le Furie Rosse?), e che gol! Una bordata al volo di destro dalla distanza, che ha mandato in Paradiso Nacho e la Spagna. Da quel momento, la gara è parsa saldamente nelle mani di Ramos e compagni, che hanno mostrato di avere un'idea di gioco e di saperla sviluppare con efficacia. Se dall'altra parte non ci fosse stato CR7, avrebbero vinto, e sarebbe stato un verdetto del tutto legittimo. Ma, per l'appunto, c'era lui, che la partita l'ha pareggiata praticamente da solo: si è procurato un rigore, diciamo così, fortemente voluto e lo ha realizzato, ha assistito impotente e arrabbiato agli errori di Guedes, che ha sprecato due contropiede favorevolissimi, poi, dopo il primo acuto di Costa, ha riportato avanti i suoi con un sinistro dal limite e con la decisiva complicità di De Gea, che in questa sua apertura mondiale ha ricordato lo Zubizzarreta di Spagna - Nigeria '98. 
MOLTO DA RIVEDERE NEL PORTOGALLO - Nella ripresa i campioni d'Europa non sono pressoché esistiti: incassato un uno - due da k.o. nella parte iniziale del tempo, sono rimasti in balìa della superiorità spagnola, non dando mai l'impressione di poter cogliere il pari, fin quando Ronaldo si è preso un fallo poco fuori area e ha azionato il suo destro malefico beffando De Gea. Ecco perché è finita pari: perché Fernando Santos ha a disposizione il cinque volte Pallone d'Oro. Siamo di fronte a una dipendenza persino più spiccata di quella che aveva l'Argentina '86 nei confronti di Maradona. Oltretutto, il Portogallo sembrava voler gestire il sollecito vantaggio con un semplice "difesa e ripartenza", ma quando i citati errori in contropiede hanno fatto saltare il piano, la squadra non è sembrata avere valide strategie alternative.
Questo per dire che il risultato finale non rispecchia la disparità di valori vista in campo, e deve destar preoccupazione in campo lusitano, perché i fenomeni possono vincere o pareggiare da soli alcune partite, ma per fare bene in un torneo ci vuole un impianto di gioco ben definito, ci vogliono un collettivo funzionante e giocatori in grado di esprimere appieno il loro potenziale: giocatori che il Portogallo ha, visto che la finale dell'Europeo francese l'ha vinta in pratica senza il suo "dio". Ma alcuni degli elementi visti stasera non sembrano avere il peso necessario per fare i titolari in un Mondiale. 

giovedì 14 giugno 2018

MONDIALE 2018 AL VIA: IL RITORNO DEL PERU', LE SQUADRE PIU' "ITALIANE", L'ULTIMA OCCASIONE DELL'ARGENTINA TARGATA MESSI E ALTRE COSE DA TENERE D'OCCHIO


Oggi è una giornata amarissima per milioni d'italiani calciofili, per tutti quelli nati dopo il 1958, che fin qui non hanno mai provato il brivido nefasto di una Coppa del Mondo senza l'Italia. E sì, oggi inizia Russia 2018, e sarà dura, durissima. Non è solo una questione di orgoglio nazionale, di tifo, ma una valutazione oggettiva: perché un Mondiale che non schiera ai nastri di partenza una Nazionale che l'ha vinto per ben quattro volte, beh, è un Mondiale zoppo. Sappiamo tutti chi dobbiamo ringraziare per questo scempio evitabile, evitabilissimo, ma tant'è. Si comincerà con malinconia, poi si entrerà nell'atmosfera magica del torneo che ci farà dimenticare per qualche giorno i nostri guai, ma il magone tornerà a galla nelle fasi decisive, quelle in cui le grandi del globo si sfideranno per la massima conquista e noi saremo lì, sui divani di casa nostra, impotenti a guardare gli altri gioire o disperarsi. Perché un Mondiale si può perdere, anche malamente com'è successo agli azzurri nelle precedenti due edizioni, ma l'importante è esserci, per una questione di prestigio e perché una volta sul posto può davvero accadere di tutto: episodi fortunati, ma anche giocatori al top della forma, o exploit di squadra imprevedibili che ti proiettano oltre le più rosee aspettative; casi del genere non sono mai mancati nella nostra storia, pensiamo ad Argentina '78, ad esempio: arrivammo circondati dal più cupo pessimismo, tornammo in patria con un quarto posto impreziosito da prestazioni brillanti e dal lancio dei virgulti Cabrini e Rossi.
E' PUR SEMPRE IL MONDIALE - Basta, inutile continuare a farsi del male. Per chi è appassionato di pallone ogni giorno dell'anno e non solo ogni quattro anni, l'evento Mondiale rimane un must. E' la manifestazione sportiva più importante, assieme ai Giochi olimpici, ma più dei Giochi catalizza passione e delirio popolare in ogni angolo della Terra. E' un evento radicato nell'animo, nel tessuto sociale del pianeta, in grado di regalare momenti che rimangono eternamente scolpiti nella mente del tifoso. Per cui, da oggi fino al 15 luglio, sarà comunque un mese di partite, di polemiche, di pronostici, di discussioni attorno a prodezze, delusioni, gioco brutto o esaltante. Anche se sarebbe sufficiente il fascino intrinseco della kermesse, Russia 2018 offre comunque un'enormità di motivi tecnici validi per piazzarsi davanti al televisore e seguire  la tenzone. 
IL GIUSTO RITORNO DEL PERU' - Non mi lancio in analisi dettagliate delle 32 protagoniste, c'è chi, in edicola e sul web, in questi giorni lo sta facendo in modo esauriente. Mi limito a segnalare alcuni elementi di notevole interesse, senza alcuna pretesa di completezza. Partendo dal basso, o comunque da posizioni non nobilissime nella griglia di partenza, attendo con simpatia le prove del Perù, perché ritorna dopo una lunghissima assenza: mancava dal 1982, e quell'anno, a Vigo, incontrò l'Italia poi campione, sfiorando persino la vittoria (attaccò costantemente nel secondo tempo, si vide negare un rigore e nel finale riusci a pareggiare il gol di Conti grazie a una punizione di Diaz deviata da Collovati). In precedenza, aveva giocato da protagonista i tornei del '70 e del '78, mettendo in mostra fuoriclasse come Cubillas, Gallardo e Chumpitaz; andando ancor più indietro nel tempo, era stata una delle tredici "eroiche" rappresentative che aveva dato vita alla prima Coppa del Mondo, nel 1930 a Montevideo. Dopo l'82, l'involuzione tecnica ma anche una sciagura vera, quella dell'Alianza Lima, una delle squadre guida del Paese, i cui componenti perirono in un incidente aereo nel 1987. Ora è giunto il momento della riscossa, e chissà che Jefferson Farfan e compagni non riescano ad essere la mina vagante di un girone insidioso, che li ha piazzati con Francia, Danimarca e Australia. 
SPAGNA: TANTA QUALITA', MA IL PASTICCIO CT... - Il caso che ha animato la vigilia è stato senz'altro l'esonero del cittì spagnolo Lopetegui, a due giorni dal debutto contro il Portogallo. Capisco la rabbia del presidente federale iberico, per l'intempestivo annuncio del passaggio del trainer al Real Madrid, ma una decisione del genere rischia di destabilizzare il gruppo (che infatti aveva chiesto una conferma dell'ex portiere) mettendo a repentaglio un torneo al quale la Roja, tanto per cambiare, si presenta da favorita. Cosa potrà fare il subentrato Fernando Hierro, icona del calcio spagnolo poco vincente degli anni Novanta ma a digiuno di esperienza di panchina ad alti livelli? Si rischia l'autogestione dei giocatori, che storicamente nel calcio non porta mai buoni frutti. Si poteva forse rinviare ogni decisione a dopo la fine del Mondiale, oppure liquidare il tutto con una multa o una pubblica reprimenda. Vedremo che effetto avrà questa "rivoluzione", su una squadra più che mai intrigante, che guarda al futuro grazie agli exploit dei vari Asensio, Koke, Isco, Thiago Alcantara e l'ultimo grido Saul, ai quali faranno da chiocce Sergio Ramos, Busquets e l'immenso Iniesta: una mirabile fusione tra vecchio e nuovo potenzialmente devastante, ma che potrebbe essere depotenziata dal terremoto in panchina. 
BRASILE DI NUOVO AL TOP, GERMANIA PER IL POKERISSIMO - Grande attesa circonda il Brasile. Sai che novità, direte. Ma questa volta è un'attesa diversa: non dimentichiamoci che quattro anni fa, nel Mondiale casalingo "che non si poteva non vincere", la Seleçao fu brutalmente umiliata dalla Germania con quel 7-1 in semifinale, e chiuse con un insipido quarto posto che valeva poco più di niente. Da quei giorni e fino alla Copa America del 2015, è stato senz'altro il periodo più travagliato nella pur movimentata storia degli auriverdes. Poi, molte cose sono cambiate: è arrivato il primo, sospirato trionfo olimpico (tabù pluridecennale infranto e mini rivincita sui teutonici), è arrivata soprattutto una rinascita scandita da un girone di qualificazione prima incerto e poi trionfale, con nove vittorie consecutive che hanno fatto la differenza rispetto agli avversari. Allison, Marcelo, Neymar e Firmino sono i cardini di una squadra che, come quasi sempre, ha tutto per poter centrare il bersaglio grosso. A proposito del celebre "cappotto" di Belo Horizonte, poco da dire sulla Germania campione in carica: sempre competitiva, vincente in tutte le dieci partite del turno eliminatorio, forte di un vivaio che sta vivendo una delle sue migliori fasi storiche, lancia sulla massima ribalta i nuovi Kimmich e Timo Werner, ma più della Spagna rimane (giustamente) legata ai suoi veterani carichi di gloria, come Khedira, Kroos, Thomas Mueller e Neuer, con quest'ultimo che se la deve vedere con gli agguerritissimi concorrenti Ter Stegen e Trapp, tutta gente di vasta esperienza internazionale. Mancherà Gotze, risolutore - meteora della finale mondiale di Rio. 
GLI "ITALIANI" AL MONDIALE - Russia 2018 sarà da seguire con attenzione anche perché, se non ci sono gli azzurri, c'è comunque tanta Italia, rappresentata... per procura. Il fatto che moltissimi calciatori militanti nella nostra Serie A siano stati convocati dai vari cittì dimostra due cose, una positiva e una negativa: quella positiva è che il campionato italiano non deve essere tecnicamente ridotto male come in tanti asseriscono, se riesce ad esprimere un così gran numero di pedatori all'altezza di figurare sulla ribalta mondiale; quella negativa è che la presenza, nei nostri club, di tanti buoni - ottimi stranieri toglie giocoforza spazio ai giovani italiani, cosa che su questo blog si denuncia da anni e le cui conseguenze sul rendimento della nostra Nazionale sono sotto gli occhi di tutti. 
ARGENTINA, CROAZIA E POLONIA IN... VERSIONE AZZURRA - Ad ogni modo, per chi vorrà tifare... un po' d'Italia, consiglio di concentrare l'attenzione su Croazia (Strinic, Badelj, Perisic, Brozovic, Mandzukic, Kalinic) e sull'Argentina (Ansaldi, Biglia, Fazio, Higuain, Dybala), due Nazionali che, fra l'altro, hanno tutte le carte in regola per percorrere una lunga strada: fra i croati ci sono Modric e Rakitic al culmine della carriera, mentre quella biancoceleste è una selezione piuttosto stagionata che vedrà, con ogni probabilità, l'ultima recita iridata di campioni rimasti sostanzialmente all'asciutto di allori con la loro rappresentativa, penso a Otamendi, Mascherano, Di Maria, Aguero e soprattutto Messi. Molto italiana è anche la Polonia, candidata a possibile sorpresissima: da Szczesny a Zielinski, da Milik a Linetty, e poi ancora Cionek, Bereszynski e Kownacki; se alla nostra "colonia" aggiungiamo gli esperti Blaszczykowski e Krychowiak e il super bomber Lewandowski, ce n'è abbastanza perché la squadra di Nawalka possa mettersi sulle tracce dei grandi del '74 e dell'82.
BELGIO E FRANCIA PUNTANO IN ALTO - In un ideale ranking di aspiranti alla coppa Fifa, con le grandi di sempre Germania, Spagna, Brasile e Argentina e con "le dernier cri" Portogallo, campione europeo in carica, dovrebbero recitare un ruolo di primo piano anche Belgio e Francia. Il Belgio di Roberto Martinez presenta la sua miglior generazione di sempre, assieme a quella che fiorì negli anni Settanta e che sfornò l'ostica Nazionale grandissima protagonista da Euro '80 in poi. Ma questo gruppo è ancora più qualitativo di quello dei Millecamps, Vandereycken, Ceulemans e Vandenbergh. E' un gruppo che ha classe, talento, raffinatezza nel tocco di palla, gusto per il bel gioco e grande concretezza: con gente come Courtois, Vertonghen, De Bruyne, Hazard, Fellaini, Lukaku e Mertens non si può non essere ambiziosi. La Francia ha mirabilmente seguito l'esempio delle altre grandi d'Europa, cioè curare con amore e competenza il vivaio locale, cosa che non ha fatto l'Italia, non a caso oggi spettatrice: così è nata una "covata" di campioni in grado di rinverdire i fasti del gruppo euromondiale di Jacquet e Lemerre. Permangono dubbi sull'effettiva capacità di ... mettere il gatto nel sacco: i transalpini hanno infatti mancato l'affermazione casalinga ad Euro 2016, pur avendo giocato un torneo di tutto riposo fino alla semifinale con la Germania. Ma nel frattempo sono trascorsi due anni in cui i nazionali francesi sono diventati protagonisti in club di primissimo piano, e poi Deschamps ha pur sempre in organico un Griezmann che già nel torneo continentale aveva sfoderato gol e prestazioni da Pallone d'oro. A proposito di Pallone d'oro, un cenno anche a Cristiano Ronaldo, che ai Mondiali raramente ha brillato ma che stavolta si presenta sulla scia di stagioni memorabili col Real Madrid, e alla guida di una rappresentativa che ha rotto il suo storico digiuno di trofei due anni fa. 
IL MONDIALE DI MEDIASET - Per noi italiani, di interessante in questo Mondiale c'è anche il debutto di Mediaset, che per la prima volta si è aggiudicata i diritti per la trasmissione delle partite. Torneremo a rivedere tutte le gare in chiaro, cosa che nel nostro Paese non accadeva dal 2002, e già questa è una cosa positiva: assisteremo forse a un nuovo modo di raccontare la Coppa del Mondo, mentre di sicuro c'è l'impegno massiccio delle reti berlusconiane, con dirette, rubriche, trasmissioni di contorno non esclusivamente calcistiche. Insomma, il "pane" per gli appassionati non mancherà. Sulla qualità e sulla digeribilità di questo pane catodico, giudicheremo a cose fatte. Buon Mondiale a tutti. 

mercoledì 11 aprile 2018

IMPRESA ROMA IN CHAMPIONS: UN INVITO ALL'OTTIMISMO. IL CALCIO ITALIANO DEVE SMETTERLA DI PIANGERSI ADDOSSO...


E così, per una sera ci siamo ritrovati ad esser (quasi) tutti romanisti. Perché il calcio italiano ha bisogno anche di imprese come quella giallorossa, per uscire dal pericoloso impasse in cui staziona da quando si è ritrovato escluso dai Mondiali prossimi venturi. La clamorosa qualificazione ai danni del super Barcellona ha un significato che va oltre il risultato del campo, di per sé strepitoso. E' una lezione salutare per tutto il football di casa nostra: un invito a smetterla di piangersi addosso, a darci un taglio con questo inferiority complex che ci attanaglia da troppi anni e che fa accettare con rassegnazione sconfitte considerate pressoché inevitabili. 
CRISI TECNICA? SI', MA... - Di Francesco e i suoi ragazzi ci hanno invece detto che "si può fare". Il pallone tricolore è in crisi? Nessuno lo nega. E' un movimento che ha tanti problemi, e qui sul blog è stato scritto un'infinità di volte; è un sistema-calcio sicuramente in soggezione, sul piano dell'organizzazione, delle risorse finanziarie, del talento puro, del livello tecnico complessivo, rispetto ad altri Paesi. Tanto ancora bisogna fare per venir fuori da questo buco nero, ma il punto di partenza non possono essere le lamentazioni alla Fabio Capello, che in un'intervista di pochi giorni fa si è sentito in dovere di dichiarare che "mancano elementi di grande livello, mancano i talenti, è difficile fare bene con giocatori mediocri". Non c'era bisogno di scomodare l'ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid per sentirsi ripetere tali banalità, ma le sue parole sono anche emblematiche del modo sbagliato in cui, da più parti, si sta approcciando questa crisi. 
MEGLIO LA FILOSOFIA DI CONTE CHE QUELLA DI CAPELLO - Sì, perché viviamo una fase storica di chiaro  ribasso qualitativo degli atleti a disposizione dei vari club e delle rappresentative nazionali, ma non siamo stati rasi al suolo come da più parti si cerca di fare intendere. Ci stanno davanti Spagna, Germania e Inghilterra, ma non siamo precipitati a livelli di modestia calcistica assoluta, non siamo la Finlandia, l'Ungheria o la Scozia, con tutto il rispetto. Abbiamo ancora qualche risorsa di classe, e allenatori che sul piano della genialità strategica, oggi, hanno ben poco da invidiare ad altri referenziati mister di fuorivia. Con una guida tecnica all'altezza, con materiale umano buono pur se non eccezionale, con applicazione, impegno e ferrea volontà, quasi nessun traguardo è precluso. Piuttosto che quelli di Capello, meglio seguire gli insegnamenti di Conte, che alla guida di una Nazionale senza campionissimi, due anni fa, sconfisse sonoramente le superpotenze Belgio e Spagna e mancò di un soffio l'ammissione alle semifinali di Euro 2016.
CAPOLAVORO ROMA - La Roma ha messo a segno un autentico colpaccio, che però non era una mission impossible come la grande maggioranza degli esperti riteneva. Il team capitolino aveva le potenzialità per centrare un 3-0 casalingo, perché è squadra che ha nelle sue corde certe imprese: ricordiamo i quattro punti su sei sottratti al Chelsea nella prima fase, e ricordiamo anche la gara di andata al Nou Camp, in cui la Lupa fu vittima soprattutto della sfortuna (due autoreti!) ma dimostrò di potersela se non altro giocare. Il retour match dell'Olimpico è stato un capolavoro, sotto tutti i punti di vista: i giallorossi hanno saputo aggredire con continuità ma senza lasciarsi prendere dalla foga, hanno reso pressoché inoffensiva la manovra azulgrana, ricevendo una spinta supplementare dal sollecito gol dello strepitoso Dzeko, gigante dai piedi buoni che con la sua mole, i suoi movimenti sincronizzati al secondo e precisi al millimetro, ha messo da solo in ambasce la retroguardia catalana. In terza linea, Manolas ha giganteggiato con una serie di salvataggi provvidenziali, effettuati dopo aver siglato, con una perfetta deviazione su corner, il gol del trionfo, e Allison ha trasmesso ai compagni una costanze sensazione di sicurezza assoluta. Ma anche la sparuta pattuglia tricolore si è ben distinta: De Rossi non ha sprecato un pallone, Florenzi ha corso per tre ma con lucidità, e quando è subentrato anche El Shaarawy si è mostrato più vivo che mai, costringendo alla paratona Ter Stegen su un'azione che avrebbe potuto anticipare il 3-0. Poi, certo, anche gli avversari sono parsi decisamente al di sotto del loro standard: ma, da sempre, per poter ribaltare un pronostico non basta far tutto bene, è anche necessario che chi ti sta davanti sbagli qualcosa o sia in giornata storta. 
BASE DI PARTENZA - Sorpresa? Sì, certo, ma, lo ripeto, fino a un certo punto. Il nostro campionato ha club che possono tirare fuori queste grandi prestazioni sulla scena internazionale: lo sta facendo la Lazio, pur nella dimensione ridotta dell'Europa League, lo hanno fatto negli anni passati il Napoli e la Juventus, la quale stasera si troverà davanti un ostacolo davvero proibitivo, ma che il Real Madrid lo ha meritatamente battuto ed eliminato nella semifinale Champions del 2015, e che nella passata stagione ha strapazzato il Barça di Messi, proprio come ha fatto la Roma, arrivando a giocarsi la seconda finale di Coppacampioni in tre anni. Se questa volta ai bianconeri ha detto male in Europa, è semplicemente perché la vecchia guardia è in declino, e nel telaio non sono stati inseriti quegli apporti qualitativi e di freschezza che le avrebbero consentito di puntare a un'altra campagna europea di primo piano. Ma il calcio italiano tiene ancora orgogliosamente le posizioni. La Roma ci ha detto che non è più tempo di pessimismo, di rimuginare all'infinito sulla nostra inferiorità: qualche cartuccia da sparare l'abbiamo ancora. L'impresa di Dzeko e compagni è un invito a crederci di più, a non rassegnarsi: non risolve i problemi del football nostrano, ma può essere una buona base di partenza per recuperare entusiasmo e per lavorare più alacremente alla risoluzione dei nostri guai. E allora, per una volta, "grazie Roma". 

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

domenica 7 giugno 2015

CHAMPIONS LEAGUE 2015: TRIONFA UN BARCELLONA "TERRESTRE". SICURI CHE LA JUVE NON DEBBA AVER RIMPIANTI?

                                             Suarez: ha deciso la finale di Berlino

Dream team e marziani non se ne sono visti, ieri sera, all'Olympiastadion di Berlino. Il Barcellona del secondo "triplete", perlomeno per quanto mostrato nell'atto finale della Champions League 2014/15, non è una squadra stratosferica, un inarrivabile ensemble di extraterrestri: trattasi, molto più prosaicamente, di un undici di altissima qualità, ricco di talento, che però non sempre ruba lo sguardo con la bellezza e la perfezione del suo gioco, anzi; ma nei momenti decisivi può mettere sul tavolo una concretezza spaventosa e, soprattutto, una batteria di formidabili solisti che il loro acuto, bene o male, lo piazzano in ogni gara, importante o meno che sia. No, niente extraterrestri, dunque, ma un più banale "diavoletto" sì: è quel Suarez diventato croce, senza delizia, del calcio italiano a tutti i livelli, da un anno a questa parte. In Brasile, l'estate scorsa, simbolo "cattivo" dell'Uruguay che (non certo per merito suo...) ci sbattè fuori dal Mondiale; poche ore fa risolutore, di fatto, di una finalissima molto più ispida, per i blaugrana, di quanto in molti si attendessero. 
SI POTEVA FARE... - Occhio a cedere alla tentazione del "si è fatto tutto ciò che si poteva", facile scorciatoia per i deboli. Perché se è vero che la Juventus è uscita a testa alta dalla sfida dell'anno, è anche innegabile che il film dei novanta minuti abbia scritto una storia ben chiara: gli spagnoli erano superiori, ma non avanti anni luce, e gli uomini di Allegri hanno dato, netta, la sensazione di poter fare il colpo grosso, mancandolo anche per alcuni (non molti, d'accordo) demeriti propri. Si era detto, alla vigilia, che per venire a capo di certi improbi impegni occorrono due cose: centrare la partita perfetta sul piano tecnico, tattico, fisico, mentale, con tutti gli elementi al 101 per cento delle loro risorse, e nel contempo sperare in qualche stecca del nobile avversario (un po' ciò che avvenne all'Italia contro il Brasile nell'epica sfida del 1982). Ebbene, se quest'ultimo fattore si è in fondo realizzato, da parte di Madama non tutti i meccanismi sono parsi precisi al secondo, e non tutti i "tenori" all'altezza della partitura. 
FIAMMATE ACCECANTI - Il Barcellona, si diceva, pur giocando una buonissima gara non ha fatto alcunché di veramente trascendentale. Grande compattezza e rapidità, brucianti accelerazioni alternate a lunghe pause, perfino qualche sbandamento in fase di copertura. Neymar molto attivo ma a tratti confusionario e spesso inconcludente, Messi parecchio sulle sue, con la tendenza, nel primo tempo, a dare via quasi subito la palla, quasi scottasse. Una buona occupazione delle corsie laterali, questo sì, con un Dani Alves particolarmente ispirato, e poi rare ma impressionanti fiammate, come la splendida, vertiginosa manovra che, sull'asse Neymar - Iniesta, ha messo Rakitic nella condizione di sbloccare ben presto il punteggio, con un chirurgico sinistro da centro area.
La Juve ha barcollato, ma senza crollare, mostrando sia di aver davvero acquisito una congrua statura internazionale, sia di non essere a distanze siderali dall'augusto rivale. Ha concesso agli spagnoli diverse palle gol nell'arco del match (formidabile Buffon a salvare sulla staffilata di Alves attorno al quarto d'ora, evitando ai suoi di uscire precocemente dal match), e tuttavia, dopo aver evidenziato inizialmente qualche impaccio in fase di avvio della manovra (merito anche dell'eccellente disposizione dei catalani), ha gradatamente preso le misure ai ragazzi di Luis Enrique, con Barzagli e Bonucci a svettare sicuri in retroguardia, e si è ritagliata pochi ma significativi spazi in fase offensiva, a partire da un'incursione di Morata sulla destra mal sfruttata da Vidal con un tiro fuori misura. 
JUVE NON AL TOP - Proprio la problematica serata del cileno è esemplificativa del concetto prima espresso: una Signora comunque viva, sul pezzo, pronta a cogliere le rare opportunità offerte da una partita non proibitiva, ma affrontata comunque in posizione di disagio, si vedeva frenata dalle performance sottotono di molti suoi alfieri: Vidal si metteva in mostra soprattutto per un certo nervosismo, che gli faceva conquistare una precoce ammonizione per lasciarlo via via scivolare fuori gara: ed era una "perdita" pesantissima, stante l'importanza del centrocampista nell'economia complessiva del gioco bianconero, dal contenimento alla costruzione alla  finalizzazione. Il tutto, mentre si attendeva invano che Tevez entrasse nelle pieghe della gara col piglio del fuoriclasse risolutivo: l'apache si accendeva raramente, trovava infine, soprattutto nella ripresa, diversi spazi per il tiro, ma spesso mancava la precisione, quasi sempre la potenza, anche se da una sua bella girata in area nasceva il tap-in vincente di Morata per l'1 a 1.
C'è stato un Marchisio eccellente, questo sì, che si è sfiancato in tutte le zone del campo e mostrato il solito tempismo negli inserimenti, con in più il delizioso tacco che ha dato il là all'azione dell'unico gol e un paio di schioccanti conclusioni dalla distanza, mentre Pogba, pur se a volte impreciso, è parso in deciso progresso, anche se l'esplosività e l'incisività che lo contraddistinguono sono ancora un ricordo. Lichtsteiner ed Evra ai lati han fatto il loro senza grossi picchi, frenati nella spinta dalle esigenze difensive (ma lo svizzero ha messo lo zampino nella rete del pari), mentre Pirlo, va detto con onestà, non ha sostanzialmente inciso, limitandosi a una ordinaria amministrazione che non è ciò che ci si attende da un fuoriclasse, per quanto in evidente declino. 
DIECI MINUTI PER SOGNARE L'IMPRESA, POI SUAREZ... - Quasi lo stesso film del Bernabeu, stranamente: anche lì, contro un Real che per dimensione tecnica non è affatto lontano dal Barça, i torinesi avevano centrato il bersaglio grosso pur girando all'80 per cento delle proprie potenzialità. E ieri sera, dopo aver raddrizzato l'incontro, per una decina di minuti hanno davvero dato l'impressione di poter mettere le mani sulla Coppa (ahi, quel contropiede di Pogba, rovinato da un controllo problematico del francese...). Non è bastato perché, poco dopo, è ricomparso il solito Messi delle partite importanti, quello visto tante volte, ad esempio, al Mondiale di dodici mesi fa: un Leo sonnacchioso  ma che all'improvviso accende la luce, come già aveva fatto in chiusura di primo tempo con un slalom chiuso... a fondo campo; partito a testa bassa verso la porta, ha irretito Buffon con un maligno diagonale che il portierone ha smanacciato, mettendo il "diavoletto" Suarez nella condizione di piazzare il più semplice dei tap - in.  Il possibile rigore su Pogba e altre due pericolose incursioni davanti a Ter Stegen nel finale (con Pereyra e Marchisio), prima che Neymar fissasse in contropiede un 3 a 1 di scarso significato, a schemi totalmente saltati, rappresentano l'ulteriore conferma di quanto fosse una finale "open", ossia aperta davvero ad ogni soluzione, sol che la Juve, pur inferiore sul piano dei... chili di talento, avesse saputo o potuto giocarsela attingendo ad ogni sua più recondita risorsa. 
L'ULTIMO GRADINO - Insistere sul concetto di "testa altissima" poi ci sta, beninteso, soprattutto dopo essersi approcciati alla grande soirée di Berlino quasi pretendendo e rivendicando il ruolo di sfavoriti, all'insegna del "tutto ciò che arriverà in più sarà un trionfo". Per quanto mi riguarda, lo ribadisco, il concetto era vero solo in parte, e forse questo difetto di personalità è una delle lacune che la Juventus quadricampione d'Italia deve colmare, per tornare davvero a volare più in alto di tutti anche fuori dei confini. Oltre, naturalmente, a qualche calciatore in più in grado di spostare equilibri consolidati: ma i blaugrana di Enrique, più borghesi (proletari proprio no...) e meno nobili di quelli di Guardiola, erano superabili anche con chi già c'era, coi Tevez e i Morata. 
I VERI DREAM TEAM - Onore ai campioni d'Europa, in ogni caso: concreti, si è detto in apertura, perché in grado di capire quando è il caso di smettere di specchiarsi e cominciare a tirare di sciabola. Tatticamente più tradizionali rispetto al... regno di Pepp, e aggrappati a un quartetto di "mostri". I tre lì davanti, ognuno dei quali, però, deve rinunciare a qualcosa di se stesso (spazi, giocate) per il corretto funzionamento del complesso, e Iniesta un po' più dietro, metronomo, inventore e rifinitore, uno per il quale il trascorrere degli anni sembra non incidere.
Eppure, chiudendo il cerchio con quanto detto all'inizio, le squadre "extraterrestri" credo siano ben altre: lo sono state lo stesso Barcellona del periodo 2009 - 2011, o il Bayern tante volte ammirato in questi ultimi anni, anche se incoronato da una sola Coppacampioni (e anch'essa sofferta, due anni fa col Borussia Dortmund); lo furono i due Milan di Sacchi e Capello, che in finale travolsero gli avversari. Resta il fatto che il calcio spagnolo si è portato a casa quattro coppe europee su quattro negli ultimi due anni, e siamo a otto su quattordici dal 2009 a oggi: se le Furie Rosse di Del Bosque hanno conosciuto un (momentaneo?) declino e han dovuto ripartire daccapo dopo Brasile 2014, il calcio iberico di club non cede, e ha ormai distanziato anni luce i Paesi rivali, anche le opulente Germania e Inghilterra. Riguardo all'Italia, come già avevo scritto in questo post, è stata la stagione della "ripresina", ma non ci si può accontentare. 

giovedì 19 giugno 2014

MONDIALI 2014: SPAGNA ADIÓS, TRAMONTA LA ROJA PIGLIATUTTO. QUALE FUTURO PER IL TIQUI TACA?

                        Del Bosque scuro in volto: un altro CT prigioniero della riconoscenza

Stai a vedere che gli unici ad aver capito tutto erano stati gli organizzatori della Coppa del Mondo. Vecchie volpi, autentiche lenze, capaci di intuire con ben sette mesi di anticipo (sorteggio dei gironi nel dicembre scorso) il repentino tramonto della leggenda spagnola. Sennò chi glielo faceva fare di inserire il Brasile "cocco di casa" e gli iberici nella medesima parte di tabellone e, anzi, di abbinarne addirittura i raggruppamenti, creando i presupposti per un pericolosissimo rendez - vous fra la Seleçao e la Roja già negli ottavi di finale? Si scherza, ovvio: della Fifa si possono dire tante cose, ma fra le sue prerogative non c'è (ancora) la preveggenza... E' un fatto che l'incrocio "arrischiato" non ci sarà: il nuovo Maracanà, grigio e spoetizzato, uguale a mille altri stadi moderni edificati di recente in mille altre parti del globo, mantiene pur sempre un alone di leggenda, e diventa teatro e testimone di un'altra pagina storica del football: l'abdicazione dei monarchi assoluti degli ultimi sei anni di calcio mondiale. 
L'1-5 CON L'OLANDA, SEGNALE INEQUIVOCABILE - Si era stati fin troppo facili profeti nel sostenere che il disastro in salsa Oranje avrebbe lasciato scorie pesantissime e che, soprattutto, una disfatta di tali proporzioni non poteva essere archiviata come un semplice passaggio a vuoto, una di quelle serate storte cancellabili con un colpo di spugna. Alle corte: se una squadra pluridecorata e campione iridata in carica cede così fragorosamente al debutto, è evidente che qualcosa si è rotto, che la "magia" alla base dei tanti trionfi è in via di dissolvimento, che si tratta solo di capire quando la luce si spegnerà del tutto. Di solito, è questione di due o tre partite, non di più: la Francia del 2002 e l'Italia del 2010, fra mille affanni, rimasero in corsa fino all'ultima gara del girone, questa Spagna ha ceduto prima: vorrebbe tornare subito a casa, e invece, suprema umiliazione, sarà costretta a bere fino in fondo l'amaro calice di questa fallimentare spedizione, giocando l'inutile confronto con l'Australia. 
COME L'ITALIA '86: ABIURA TATTICA - Il paragone più adatto per le Furie Rosse in disarmo è con la pallida Azzurra '86, ma non per il modo di uscire di scena: quella nostra Nazionale, seppur logora e non all'altezza della squadra "mundialista" del 1982, riuscì comunque a superare le colonne d'ercole della fase iniziale, prima di arrendersi alla Francia negli ottavi. No, ciò che accomuna le due compagini è l'aver abiurato a certi incrollabili princìpi tattici proprio nel momento di massima difficoltà, sull'orlo del precipizio. Enzo Bearzot, nei due anni precedenti, aveva costruito pazientemente la squadra attorno a un regista, il bravo (e storicamente sottovalutato) Di Gennaro del Verona: era il modulo d'elezione, quasi l'unico su cui si puntava, e nel listone per il Messico non vennero inseriti ricambi testuali per il costruttore di gioco prescelto: tutto doveva ruotare attorno a lui. Ebbene, il giorno dell'ultima sfida contro i galletti campioni d'Europa, il cittì (secondo il giornalista Italo Cucci su infelice imbeccata del suo vice Cesare Maldini) decise di togliere di squadra il buon Di Gennaro, per affidarsi a un modulo di puro contenimento e fare spazio a un marcatore fisso da appiccicare a Platini, il malcapitato Beppe Baresi. Come dire: due anni di lavoro gettati alle ortiche, ammissione di inferiorità rispetto all'avversario, e inevitabile sconfitta. 
IL RIDIMENSIONAMENTO DEL TIQUI TACA - Così ieri la Spagna: nel primo tempo col Cile, il tiqui - taca sembrava un lontano ricordo. Il solito gioco elaborato e fitto di passaggi ricompariva solo a tratti, e aveva più che altro l'aspetto di una triste melina, per allentare la pressione di avversari baldanzosi o traccheggiare nella vana attesa di trovare una degna soluzione offensiva. Per il resto, la Roja cercava di imbastire un gioco un po' più scarno, essenziale, sbrigativo, ma non ci si reinventa così, in pochi giorni: e infatti regnavano approssimazione e squilibrio tattico, e chi in ultima battuta doveva creare, impostare e ispirare appariva costantemente fuori fase: il più inconcludente era Xabi Alonso (anche in zona tiro, sinistro a botta sicura addosso al portiere Bravo), ma personalmente non avevo mai visto un Iniesta così impreciso e falloso. 
Nella ripresa si vedeva persino una bella Spagna, aggressiva, dinamica e volitiva, ma quando devi remare controcorrente per annullare un doppio svantaggio tutto diventa difficile: così, se premi con continuità e metti in piedi un gioco d'attacco decente, devi riaprire subito la gara, altrimenti alla lunga ti esponi alle micidiali ripartenze avversarie. E' ciò che è accaduto: Diego Costa, che già nel primo tempo aveva ciabattato a lato da buona posizione, falliva un'occasionissima facendosi contrare il tiro a tu per tu col guardiano sudamericano, Busquets sciaguratamente lisciava a porta vuota, poi arrivavano altre opportunità, ma dall'altra parte del campo anche il Cile mancava in almeno tre occasioni la possibilità di chiudere il conto. 
MALEDETTA RICONOSCENZA - Spagna adiòs, dunque. Rimane un interrogativo: quale assurdo e malinteso senso di riconoscenza spinge ogni cittì, in ogni epoca, a puntare pervicacemente su giocatori copertisi di gloria nel passato ma che sono già in pieno declino o, nella migliore delle ipotesi, vicinissimi alla parabola discendente? Spesso sono proprio loro, i tecnici, i primi a dire che nello sport non bisogna mai voltarsi indietro, che si ricomincia sempre daccapo. E allora, perché non metter mano al ricambio, perché andare sistematicamente incontro a brutte figure? Bearzot nell'86, Del Bosque nel 2014, ma anche Lippi nel 2010 o Menotti con l'Argentina nell'82: tutti hanno preferito limitare al minimo il ricorso a forze nuove e affondare con la loro truppa di spompati fedelissimi. Non li capirò mai. 
RINNOVAMENTO? DA SETTEMBRE... - Il "marchese" spagnolo, poi, era nelle condizioni ideali per cominciare a innovare con mano morbida ma inesorabile: un mondiale e un europeo in saccoccia (e in più il titolo continentale di Aragonés, nel 2008), una posizione di enorme potere, inattaccabile, che gli dava ampi margini di azione: si trattava semplicemente di fare qualcosa di inevitabile, ossia rinfrescare i quadri, prevenendo il disastro. Da settembre avverrà comunque, entreranno i vari Koke (già visto stasera, pesce fuor d'acqua in un tessuto di squadra che forse avvertiva come estraneo), Isco, Thiago Alcantara e altri ancora (magari qualche "italiano" non più di primo pelo ma che in Nazionale non sarebbe scandaloso, penso a Borja Valero, Callejon e Llorente); e la Roja tornerà, chissà, ancora col tiqui taca e col falso nueve, invenzioni tattiche che si sono... ribellate ai loro creatori mandandoli in bianco ma che altrove, sia pur mitigate e rivedute, stanno mostrandosi ancora valide (si vedano le prestazioni di Germania e Italia in questo torneo). Intanto però la Spagna euromondiale è entrata nell'altra storia, quella alla rovescia: peggior difesa del titolo di sempre, e score da squadra materasso. 

sabato 14 giugno 2014

MONDIALI 2014: IL MITO DELLA ROJA DOMINATRICE VA IN FRANTUMI, RESTA UNA SPAGNA "UMANA" E PERICOLOSA

                                                 Van Persie tira, Piquè osserva

Nulla sarà più come prima. Certo, l'imprevedibilità innata del calcio e la storia stessa della Coppa del mondo inducono alla prudenza; molte volte (ma non sempre...) inciampi clamorosi delle big nella partita d'esordio hanno assunto le sembianze della classica rondine che non fa primavera: pensiamo alla favoritissima Italia di Sacchi sconfitta dall'Eire nel '94 e poi volata in finale, o all'Argentina messa ko dal Camerun nel '90 e tuttavia in grado di arrampicarsi, con molta fortuna e pochi meriti, fino all'atto conclusivo della kermesse. E allora diciamolo subito: la Spagna è ancora in corsa, anche se fa un effetto strano dirlo dopo aver assistito allo scempio che ne ha fatto l'Olanda poche ora fa; eppure a Casillas e compagnia dovrebbe bastare, a rigor di logica, battere Cile e Australia per andare avanti, e si tratta di "imprese" ampiamente alla portata di una selezione iberica almeno al 70 per cento delle proprie potenzialità.
CESURA STORICA - Ma il punto è proprio questo: la gara di ieri sera, comunque vada a finire questo torneo, entrerà nella leggenda dei Mondiali perché ha segnato una cesura storica. C'è ancora, malgrado la batosta, una Spagna ricca di risorse, di talento, di personalità, in grado di fare un po' di strada in Brasile (non una strada lunghissima, a sensazione); ma il mito della Roja euromondiale, l'Invincibile armata che ogni ostacolo ha travolto dal 2008 in poi, non esiste più. Frantumato, cancellato, spazzato via nella piovosa  e umidiccia serata di Salvador. Perché i cocci possono essere rimessi faticosamente insieme, si può tentare una correzione di rotta per tornare avventurosamente in carreggiata, ma un crollo come quello al cospetto dei Tulipani non può scorrere addosso come acqua fresca.
SCONFITTA EPOCALE - In un Mondiale ci sono fattori che pesano assai più delle contingenze del campo: c'è la tradizione, innanzitutto, che significa un sacco di cose. Significa, per le grandi squadre, il prestigio da difendere ad ogni costo, significa una dignità da conservare anche nelle circostanze più infelici, anche quando la decadenza comincia a far malinconicamente capolino. Ecco, tutto ciò è stato tradito dalla Spagna di ieri sera. Non si può iniziare la difesa di un titolo iridato in questa maniera: nessun altro campione in carica del passato è mai arrivato a tanto. Poi, certo, altri detentori prima di Xavi e compagni sono usciti nel girone iniziale (Brasile '66, Francia 2002, Italia 2010), e magari le (ex?) Furie Rosse almeno questo scoglio invece lo supereranno, ma la Nazionale che ha dettato legge in ogni angolo del globo da sei anni a questa parte ha dei doveri, degli oneri a cui tenere fede sempre e comunque. Ecco perché un tale avvio da brividi, un 1 a 5 all'ingresso nel massimo consesso calcistico internazionale, è uno di quegli eventi che segnano indelebilmente la storia di una squadra, e che, nella fattispecie, non può che chiudere l'epoca degli iberici extraterrestri aprendo quella, ben più carica di incognite, degli iberici umani, sempre forti ma battibilissimi.
EPPURE, NEL PRIMO TEMPO... - E' finito il mito, dunque, ma non la Spagna. Perché se si analizza nel dettaglio il cappotto in salsa (o succo) Oranje emerge una partita per certi versi "assurda"; si può quasi dire che siano state due gare in una, con l'intervallo a tracciare un confine ben definito fra due film diversi, anzi tre: nel primo tempo una placida commedia in slow motion, nella ripresa un action movie dal ritmo incalzante per l'Olanda e un horror per i campionissimi. I primi 45' di gioco avevano, in fondo, mostrato la Spagna di tante altre occasioni: sorniona, palleggiatrice, capace di non sprecare che pochissimi palloni (i nostri azzurri, da questo punto di vista, possono continuare a invidiarli...) e di accendersi con verticalizzazioni improvvise e devastanti, pilotate principalmente da un Iniesta ancora ad altissimi livelli, prima di scomparire anche lui nei gorghi di quella ripresa da incubo. 
E' pur vero che Sneijder in apertura aveva incredibilmente calciato su Casillas in uscita disperata, ma poi erano stati i rossi (in tenuta bianca) a tenere pallino. Diego Costa, macchinosissimo, era stato favolosamente lanciato per due volte in area, in identica posizione, sul versante sinistro: la prima aveva cincischiato all'inverosimile, la seconda... pure, trovando però un rigore cercatissimo e generoso (ma che si può dare, come anche no...). E dopo la trasformazione di Xabi Alonso, Silva, uno dei più vivaci sul versante offensivo, aveva clamorosamente mancato il raddoppio su splendido assist di Iniesta, mentre nelle retrovie si metteva in luce un Jordi Alba ispirato soprattutto nei recuperi difensivi. Insomma, nulla di trascendentale ma neppure sintomi di un crollo imminente: solo un ritmo ancor più basso del solito, ma ci poteva stare in una partita d'esordio (quindi con un torneo presumibilmente lungo davanti) e con un vantaggio da gestire.

                                             Robben esulta: vendetta consumata

VENDETTA ROBBEN - La poderosa inzuccata di Van Persie che ha fruttato il pari è stata lo spartiacque. Al ritorno in campo, si diceva, un altro match, eppure non mi è parso di vedere un'Olanda fenomenale, una di quelle macchine da calcio in grado di dare inizio a una nuova egemonia. Difesa serrata, manovra assai scarna con Blind junior abilissimo a chiudere e rilanciare, però, va detto, grande rapidità complessiva e uomini d'attacco maestri nel palleggio, capaci di animare vertiginosi dialoghi e di arrivare in zona  - pericolo con irrisoria facilità. Robben ha consumato l'attesa vendetta, dopo i gol falliti nella finalissima sudafricana: la doppietta di ieri non gli ridarà la Coppa persa nel 2010, ma, lo si è scritto in apertura, resterà comunque negli annali, perché ha sancito il tramonto di una compagine che pareva immortale. 
SUPPONENZA E ALTRO... - Ecco, torniamo alla Spagna: il crollo non è stato solo fisico: sì, la condizione atletica è parsa assai approssimativa, ma Del Bosque e i suoi pretoriani hanno costruito i loro trionfi fondamentalmente su altre basi. Alcuni fattori che hanno prodotto la disfatta si possono comunque individuare: una sensazione generalizzata di supponenza, in primis. Nel primo tempo si è vista la Roja "ammirata", si fa per dire, nella fase centrale di Euro 2012, contro Francia e Portogallo: una squadra che andava col pilota automatico, talmente convinta (non a torto...) della propria superiorità da dare la sensazione di non dannarsi più di tanto, di risparmiare energie e di giocare come il gatto col topo. Solo che nel frattempo qualcosa è cambiato: molte Nazionali hanno trovato il modo di disinnescare il tiqui taca, lo si era detto qui pochi giorni fa. 
Ancora: è un team troppo monocorde tatticamente. Sì, lo so, parrebbe una bestemmia dirlo di una Spagna che è entrata nella leggenda insistendo su pochi capisaldi strategici: il suddetto tiqui taca, la ragnatela di passaggi precisa al millimetro fino a che non si riesce a stanare l'avversario, e il famoso "falso nueve". Eppure resto convinto che l'eclettismo, la capacità di adottare diverse formule anche a partita in corso, rimanga una risorsa fondamentale, anche se è necessario disporre di un modulo "di base", sul quale eventualmente operare variazioni. A proposito di "nueve", il naturalizzato Diego Costa è parso un pesce fuor d'acqua, poco reattivo e poco pungente pur avendo ricevuto, nel primo tempo, alcuni assist pregevolissimi. Meglio Villa, allora, che negli ultimi anni in rappresentativa è stato ingiustamente sottoutilizzato. 
ENTRA L'ITALIA - Stanotte, intanto, si alza il sipario sul "mistero Italia". Mistero perché, l'ho scritto giorni fa, la nostra è squadra di impossibile collocazione sulla griglia di partenza: può fare tutto e niente. Ha dalla sua due buonissimi piazzamenti nei due tornei a cui ha finora partecipato, e alcune risorse di classe non indifferenti; ma pesano due colossali incognite: il rendimento non esaltante nelle ultime due stagioni e la generale involuzione del nostro movimento calcistico, di cui la Nazionale rischia di essere lo specchio. L'ultima amichevole non ufficiale con la Fluminense ha mostrato Insigne e Immobile in apparente stato di grazia (apparente, perché il match, giocato in pratica con la formazione riserve, era di scarsissima attendibilità tecnica): entrambi possono tornare utilissimi, il talentino di Benitez perché è uno scricciolo in grado di dare del tu al pallone e di sconvolgere il fronte offensivo con invenzioni improvvise e una innata rapidità, l'ex granata perché è il classico bomber toccato dagli Dei del calcio proprio nel momento più opportuno (in.. zona Mondiale), e oltretutto poco conosciuto dagli avversari, una di quelle risorse dell'ultimo momento di cui tante volte l'Italia ha potuto usufruire. E personalmente non sono sicuro sia incompatibile con Balotelli. Certo, esordire con l'Inghilterra è un po' come cominciare il Mundial dagli ottavi, o dai quarti: l'avvio più impegnativo di sempre, e le premesse non sono buonissime: prima fuori De Sciglio, ora a rischio Buffon. In bocca al lupo ai nostri. 

giovedì 6 marzo 2014

VERSO IL MONDIALE: ITALIA, LA GRANDE BRUTTEZZA. AZZURRI UMILIATI DALLA SPAGNA

                           Prandelli pensieroso: poco tempo e tanto da fare per il Mondiale...

Spagna - Italia di ieri sera va ad arricchire la già abbondante collezione di "amichevoli horror" che, praticamente da sempre e con poche eccezioni, caratterizzano le vigilie mondiali azzurre. Dal test match con la Jugoslavia a Roma prima di Argentina '78, uno 0 a 0 con "generose" dosi di fischi per i nostri, alla resa parigina con la Francia di Platini nel febbraio '82, quattro mesi prima della gloriosa avventura spagnola; dal ko napoletano contro gli stessi francesi nel febbraio '94, in una serata all'insegna del non gioco nostrano, a quello in Repubblica Ceca nel maggio 2002, presagio nefasto dell'amara esperienza nippo - coreana. Seguo la Nazionale da quasi trent'anni, e oramai ci ho fatto il callo, a queste dimostrazioni di... impotenza pre iridata dei nostri baldi rappresentanti. Però non mi rassegno: otto anni fa, giusto di questi tempi, lo scintillante 4 a 1 rifilato alla Germania in quel di Firenze dimostrò che è possibile, nel bel mezzo della stagione di club, interpretare una gara senza punti in palio col piglio giusto, perché le fondamenta di una buona Coppa del Mondo vanno gettate con largo anticipo e anche perché "vincere aiuta a vincere", mentre questa pallida Italia non fa bottino pieno da sei mesi e cinque partite, non proprio il massimo per approcciarsi a Brasile 2014. 
ITALIETTA - Ecco, magari non si pretendeva una vittoria azzurra al Vicente Calderon, ma qualcosa di più del vuoto pneumatico messo in mostra sì. L'ultimo confronto vero con la Spagna, quello della Confederations Cup nel giugno scorso, aveva dimostrato che le distanze fra le due rappresentative si erano un tantino accorciate. La sfida di poche ore fa non poteva fornire altri ragguagli in tal senso, soprattutto perché Prandelli l'ha affrontata con una formazione che, sicuramente, non sarà quella titolare destinata a esordire al Mundial (e meno male). Ciò non toglie che il complesso messo in campo avesse il dovere tecnico e morale di dare di più. 
I novanta minuti di Madrid hanno mostrato al mondo intero un'Italia piccola piccola: costantemente in sofferenza di fronte alle folate offensive iberiche, incapace di sfoderare manovre e palleggio efficaci a centrocampo, evanescente o quasi in attacco, a parte un paio di soluzioni estemporanee dovute all'estro dei singoli: il palo di Cerci in apertura al culmine di un'azione personale del torinista, e il bel sinistro alto di poco di Osvaldo su splendido assist di tacco di Marchisio. Poi il nulla, fino a un tentativo di Immobile a una manciata di minuti dal termine. Nel mezzo, tanta Spagna, una Spagna che ci ha inflitto una lezione per certi versi anche più umiliante di quella di Kiev 2012: perché ha disposto del nostro undici in scioltezza, quasi in souplesse, e avrebbe potuto ottenere un altro largo punteggio se non avesse sprecato l'impossibile in fase conclusiva: clamorosi soprattutto gli errori di Fabregas e David Silva, per il resto Buffon ci ha messo tre pezze provvidenziali ma ha anche "ciccato" l'intervento sulla botta decisiva di Pedro. 
PALETTA E POCO ALTRO - E' parso un confronto fra una big e una rappresentativa di calibro medio - basso, e ciò è inaccettabile, anche per una sfida amichevole. Impotenza e vacuità tattica: non una trama degna di tal nome; imprecisione a go go in ogni fase del gioco, con errori di misura nei passaggi quasi da bassa Serie A, tanto che persino il subentrante Pirlo si è ben presto intristito in un contesto tecnico desolante; spinta sulle fasce inesistente. Un pianto, nel quale è fin troppo facile individuare i pochi da salvare: diciamo in primis Paletta, che ha fatto il difensore vecchio stampo, bravo a francobollare, spietato nell'anticipo, il che però non ha impedito alla nostra retroguardia di ballare costantemente (d'accordo, zero protezione da parte del centrocampo) e di incassare un gol risultato alla fine decisivo. 
Di certo, con l'italo - argentino, si è scoperto un buon ricambio per un reparto i cui titolari, Barzagli, Bonucci e Chiellini, se in forma e ben sostenuti dal collettivo garantiscono comunque già adeguata copertura. Meritevole di segnalazione anche il buon rientro di De Sciglio, attento dietro e determinato nel tentare di appoggiare una manovra offensiva quasi inesistente (ma non certo per colpa sua); e infine, come detto, qualche buona accelerazione di Cerci, che ha brillato solo a sprazzi ma che è uno che sa saltare l'uomo, merce sempre più rara, ahimé, nel nostro calcio. 
FISICAMENTE A TERRA, PERCHE'? - Non basta, non può bastare, per quello che era l'ultimo test prima delle convocazioni per il Mondiale brasiliano. "Il divario fra le due squadre è stato soprattutto fisico, in questo momento loro stanno meglio", ha più o meno detto Prandelli a caldo. Ma ha senso, tutto questo? Ha senso che i giocatori di due Paesi calcisticamente avanzati, nel momento clou delle rispettive stagioni agonistiche di club, si trovino in condizioni atletiche così lontane fra di loro? No, e del resto appena dodici mesi fa eravamo qui a glorificare un'altra amichevole dei nostri, di segno totalmente opposto, quel 2 a 2 col Brasile conquistato da un Club Italia fisicamente pimpante e voglioso di far gioco, al punto da averci fatto credere che avesse imboccato la strada della definitiva maturazione.

                                  Verratti: lui e altri giovani meriterebbero più fiducia

TEST UTILE - Non mi si venga a dire, però, che quella con la Spagna è stata un'amichevole "inutile e forse dannosa", come si poteva leggere ieri sul sito - blog del glorioso Guerin Sportivo. Prima di un Mondiale (o di un Europeo) ogni amichevole è fondamentale, perché aggiunge sempre qualcosa, anche quando sembra aver solo tolto: quest'ultima ha fatto venir meno qualche incrollabile certezza del nostro gruppo, perché perdere e subire una lezione di gioco così pesante non fa bene all'autostima;  il discorso ritorna, ancora una volta, a quel trionfale Italia - Germania del 2006 e all'importanza che ebbe (assieme alla precedente vittoria in terra olandese) per far crescere personalità internazionale e voglia di ben figurare della truppa lippiana. Ma, mettiamola così, è meglio avere consapevolezza dei propri limiti e cercare di correggerli piuttosto che andare avanti con false certezze che del resto, nei quasi due anni post Europeo, si sono spesso scontrate con la dura realtà dei fatti.
FLORENZI, INSIGNE E VERRATTI, ALTRO CHE THIAGO MOTTA... - E cosa ha aggiunto invece, Spagna - Italia, al bagaglio di esperienze azzurre? In primis la solare evidenza che senza De Rossi, Pirlo e Balotelli (ma aggiungiamoci anche il Bonucci spesso autoritario in rappresentativa) questa squadra perde una larghissima percentuale delle proprie potenzialità; in seconda battuta, la constatazione di quanto sia doveroso discutere sull'effettiva utilità, per la Nazionale, della presenza in campo di Thiago Motta, il cui contributo è quasi sempre impalpabile. Rimane anche l'amarezza nell'osservare una prudenza sempre più marcata, da parte di Prandelli, nel ricorso ai giovani.
"Spazio alla linea verde" era stata la filosofia del primo biennio del cittì, mentre ora che sarebbe il momento di alzare il tiro dello svecchiamento, di puntare ancor più la prua verso l'avvenire, di sfidare un calcio italiano sempre più rivolto agli stranieri e ai "grandi vecchi", ecco che Destro e Immobile vengono gettati nella mischia quando ormai raddrizzare la partita era pura utopia, Verratti e Insigne rimangono malinconicamente ai margini, Florenzi (fra i migliori centrocampisti della Serie A) non figura nemmeno nella lista dei convocati. E' una Nazionale che, dopo gli slanci del periodo 2010-2012, sembra essersi convertita al piccolo cabotaggio, ho scritto spesso nei mesi scorsi, e lo dimostra anche questo atteggiamento oltremodo sparagnino, il puntare su soldatini senza lampi come Thiago  o su esperti oriundi come Paletta, mostrando nei confronti dei suddetti ragazzini terribili la poca pazienza che viene spesso (e giustamente) rimproverata ai tecnici dl club. 

venerdì 28 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ABBIAMO UNA NAZIONALE. DAGLI AZZURRI UN MESSAGGIO: LA SPAGNA NON E' IMBATTIBILE!

                                 Iniesta: fenomenale anche ieri, in una Spagna "minore"

Spagna - Italia 2013, al di là dell'amarezza per il verdetto della giostra dei penalty che premia gli iberici ben oltre i loro meriti, è un'altra gemma che va ad aggiungersi allo speciale "scrigno azzurro" di Cesare Prandelli. Uno scrigno piccolo, contenente giusto una manciata di partite: non perché questa Nazionale ne abbia giocate così poche in maniera decente, anzi; qui si sta semplicemente parlando di quelle sfide che, fra qualche anno, saranno più che sufficienti allorché, a ciclo concluso, si vorrà tracciare un ritratto a tutto tondo dell'Italia concepita e modellata dall'ex trainer della Fiorentina. Sette match: le amichevoli con Germania e Spagna del 2011, le sfide di Euro 2012 ancora con la Spagna (gara d'esordio), con l'Inghilterra e coi tedeschi, il "gala" svizzero col Brasile nel marzo scorso e, infine, questo ennesimo rendez - vous con le Furie Rosse. Sette tappe fondamentali nel processo di crescita della squadra, sette esami di maturità superati a pieni voti; sette incontri che bastano a dare la dimensione del progetto griffato Prandelli. Riguardandoli, questi incontri, vi si ritrovano tutti gli elementi che sono diventati tratti distintivi della  rappresentativa nata dalle ceneri sudafricane.  
IL GUSTO DEL GIOCO - L'ho scritto talmente tante volte sul blog, fin dal primo post in assoluto, che rischio di diventare pedante. Ma questa Italia, l'Azzurra degli anni Dieci, è una compagine con un'anima tecnica ben precisa, un'idea di football moderna e sbarazzina: una squadra che ha restituito al calcio italiano il gusto del gioco, che cerca sempre di tenere pallino, di essere propositiva e aggressiva, che rifugge gli attendismi, le speculazioni, la mentalità sparagnina. Lo ha sempre fatto, beninteso quando aveva le risorse fisiche necessarie a reggere un copione così impegnativo; per questo, la bella prova contro la Spagna euromondiale non mi ha sorpreso che in parte: nel post di ieri, scritto in gran parte di getto, avevo sottolineato come i nostri ragazzi avessero già dimostrato, in due dei tre precedenti incroci con gli iberici, di potere tener loro bellamente testa, a patto di poter avvalersi di una condizione atletica ottimale. 
Così è stato: forse qualcuno dovrà ammettere di aver ecceduto nel considerare Kiev 2012 come il più attendibile metro per misurare il divario fra le due selezioni, dimenticando che i nostri vi arrivarono in totale riserva di benzina (aggiungendovi gli errori di formazione del cittì, che non diede lo spazio necessario a  gente fresca per puntare sugli stanchi eroi spremuti nelle gare precedenti). Perché l'Italia rimane, al momento, uno (e forse due) gradini sotto la Spagna, ma non è a distanza siderale come in molti la considerano, lasciandosi traviare dall'impressione dell'ultimo momento, dagli inciampi con haitiani e giapponesi. E' vero, i nostri nell'ultimo mese hanno offerto alcune prove imbarazzanti, ma già nell'ultima parte del confronto col Brasile si erano mostrati in netta crescita. 
CAPOLAVORO INCOMPIUTO - L'incontro di ieri sera è uno di quelli che marchiano a fuoco il Dna di una squadra, che ne fanno la storia in positivo pur non essendo stati vinti. Un capolavoro tattico, tecnico e agonistico... incompiuto, nel senso che gli è mancata "solo" la pennellata del gol. Pazienza, davvero: è stata un'Italia, lo si è detto, che non ha rinnegato se stessa, la propria filosofia, e il percorso fin qui compiuto, nonostante le tentazioni, giunte da più parti (anche dall'autorevole Gazzetta) di predisporre una gara di puro contenimento per scongiurare una nuova goleada che qualcuno, alla vigilia, riteneva assai probabile. 
Sulle ali di una interpretazione impeccabile del disegno strategico e grazie a prestazioni individuali di altissimo livello, i nostri  hanno dimostrato che gli spagnoli non sono rimasti gli unici depositari del saper giocare a calcio. Hanno attaccato con ritmo e baldanza, gli azzurri, soprattutto in un primo tempo scintillante, con una manovra ariosa che sfruttava alla perfezione le fasce laterali, con un Gilardino che si prodigava a fare ciò che, per poche settimane, fece nel Genoa l'anno scorso, mostrandosi cioè attaccante in grado di giocare per il collettivo, di creare varchi, di lavorare in appoggio ai compagni, e liberando in tal modo alla conclusione elementi provenienti dalle retrovie: ci hanno provato Maggio, con due occasionissime di testa sventate da un super Casillas, e Marchisio, anche lui di testa, così come con un'inzuccata, sugli sviluppi di una punizione di Pirlo, ha sfiorato il vantaggio De Rossi.

                                                  De Rossi: pilastro azzurro
                                                     
PRIMA DOMINIO, POI IN TRINCEA - Un'Italia che agiva in velocità ma che sapeva anche dosare gli sforzi con un palleggio a centrocampo quasi... spagnoleggiante. La percentuale di palle perse e di passaggi sbagliati, rispetto alle precedenti partite, è scesa drasticamente, in tutti i reparti: sì, non ci eravamo imbrocchiti, era la gamba che mancava. Non a caso il team di Del Bosque ha cominciato a prendere piede, a riavvicinarsi in parte ai suoi standard di gioco, quando la fatica ha cominciato a fare capolino nelle nostre file, e del resto giova ricordare che gli iberici sono arrivati a questo incontro avendo, di fatto, giocato una partita in meno, visto che tale non può essere considerata il galop di allenamento con Tahiti.
LOTTERIA E NULLA PIU' - In quei momenti è venuta fuori la nostra capacità di soffrire in trincea, che rappresenta un retaggio storico del calcio azzurro e di cui non bisogna quindi vergognarsi (salvo non se ne faccia un abuso, come l'Italia maldiniana di Francia '98...), ma che questa squadra non annovera fra i suoi assi nella manica abituali, facendovi ricorso solo in casi di estrema necessità. Il divino Iniesta e i suoi han preso il largo nei supplementari (aperti peraltro da uno schioccante palo di  Giaccherini), avventandosi senza concretizzare su un'Italia stanca, ma nei novanta canonici il verdetto ai punti era stato chiaramente dalla nostra parte. Sulla giostra finale dei penalty poco da dire: la considero da sempre una lotteria tecnicamente poco attendibile e affidata in larga parte a fattori psicologici e di tenuta fisica, altrimenti la storia del calcio non annovererebbe, in tale fase di gioco, gli errori illustri di gente come Platini, Maradona e Roberto Baggio...  Comunque ha deciso, per noi, un solo errore su sette tiri, ci può stare, e anche questa è in fondo la conferma di un aspetto positivo, ossia gli italiani si sono scrollati di dosso i tremori e i blocchi mentali degli anni Novanta e hanno imparato a tirare i rigori di spareggio. Casomai ci sarebbe da discutere sulla... imperturbabilità di un Buffon che non ha battuto chiodo (come del resto Casillas), ma il buon Gigi, salvo alcune prodezze isolate, non è mai stato un drago sui tiri finali dagli undici metri, è bene farsene una ragione... 
MAGGIO E CANDREVA SU, AQUILANI E GIOVINCO GIU' - Sul piano dei singoli, svettanti Maggio e Candreva, straripanti per continuità, dinamismo, incisività (e per il laziale la chicca del cucchiaio, patente di maturità internazionale). Retroguardia da promuovere in blocco come reparto, perfetta nei sincronismi e tempista nel rimediare con efficacia ai rari momenti di défaillance. De Rossi, come previsto, ha giostrato sopratutto in copertura, come recupera - palloni e diga, per poi retrocedere definitivamente in terza linea dopo il forfait di Barzagli, ma ha anche trovato il modo di sfiorare la rete in apertura, confermandosi fondamentale "uomo - ovunque" di questa formazione. Giaccherini meno appariscente del solito eppure ugualmente prezioso nel tenere alta la squadra garantendo un ulteriore sbocco offensivo alla manovra.
Della gara di sacrificio di Gila si è detto, anche se ha pagato il suo lavoro con una certa lentezza di riflessi nei sedici metri finali che gli ha fatto perdere un paio di occasioni potenzialmente pericolosissime. Pirlo non al meglio e non ispiratissimo nella tessitura del gioco, che peraltro ieri sera ha percorso altre vie tattiche, mentre la delusione è arrivata, a parer mio, dai tre innesti in corsa, che non hanno rinfrescato la verve offensiva mostrata dai nostri nella prima parte. Soprattutto Aquilani e Giovinco, al di là dei rigori impeccabilmente segnati, continuano a non convincere: il primo si limita al compitino in una zona che richiederebbe ben altre presenza e personalità, il secondo non sembra proprio avere la statura per incidere sul serio a livello internazionale (il gol a porta vuota col Giappone, parliamoci chiaro, non può far testo).
LA SUERTE SPAGNOLA - Certo, al di là di tutto, non si può negare la rabbia per un esito che, ancora una volta, ha premiato chi vince ininterrottamente da anni. Ma bisogna farsi una ragione del fatto che le grandi squadre, nei loro percorsi di gloria, sono sempre scortate da una massiccia dose di fortuna. Cosa sarebbe accaduto, nel 2010, se Robben non avesse fallito un paio di clamorose palle gol a tu per tu con Iker? E cosa sarebbe accaduto, l'anno scorso, se il Portogallo avesse giocato la semifinale con un pizzico di coraggio in più e si fosse comunque imposto ai rigori, cosa possibilissima?  Di certo, mai nessuno, da quando è nato il mito spagnolo, era andato così vicino a superare l'Invincibile Armada, per punteggio e qualità di gioco, come l'Italia di Prandelli. I pessimisti si chiederanno: ma se non ci si è riusciti nemmeno stavolta che si è giocato così bene, quando potrà accadere? Occhio: l'Italia che ha sfiorato il colpaccio non era affatto la migliore Italia: condizione non al top, diversi elementi chiave fuori fase o addirittura indisponibili, la nostra arma letale, Balotelli, costretta a tornare a casa in anticipo. Eppure siamo arrivati a un passo dal sogno: no, non siamo davvero così scarsi. Ma ora, per favore, andiamo a prenderci la medaglia di bronzo. 

lunedì 17 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: L'ITALIA IMPERFETTA DI BALOTELLI E LA SPAGNA A NOZZE CONTRO IL FANTASMA DELL'URUGUAY

                                                 Balotelli: in gol col Messico

Un'Italia imperfetta come il suo alfiere, quel Balotelli che segna, di classe e di potenza, il gol della vittoria sul Messico e poi non trova di meglio che beccarsi l'ennesima ammonizione gratuita per la solita, inutile, esultanza a petto nudo. Un'Italia imperfetta e però capace di andare oltre i propri limiti e di trarre il massimo dai propri attuali punti di forza. Una squadra matura e cinica, dunque, base di partenza essenziale per compiere il non facile tragitto da "buona compagine" a "grande compagine". L'importante era "scollinare" questo primo impegno in Confederations: e ciò che conta, nelle gare di esordio di questi tornei a media e lunga gittata, non è tanto il giocar bene, quanto fare risultato (possibilmente pieno) e lasciare intravedere segnali incoraggianti in vista del prosieguo del cammino. 
GRAN LAVORO NEL MEZZO - Bene, è quanto accaduto ieri: aspettarsi una Nazionale scintillante e in palla dopo le strascicate prestazioni con cechi e haitiani era utopia, ma il salto di qualità c'è stato, eccome. Per un tempo si è vista un'Italia dinamica, propositiva, aggressiva. Impressionante, in particolare, la mole di lavoro svolta dal centrocampo: se De Rossi si è limitato a una prestazione di puro sacrificio, facendo diga davanti alla difesa e centellinando gli sganciamenti, Pirlo e Montolivo hanno lavorato un'infinità di palloni, quasi sempre con profitto, e Giaccherini ha sfoderato la sua miglior prova in azzurro, con una serie di devastanti inserimenti che, benché non sempre accompagnati dalla necessaria lucidità, hanno comunque fatto più volte saltare il dispositivo difensivo messicano. Nella zona nevralgica, il solo Marchisio è apparso sottotono, confermando di attraversare un delicato momento atletico: più in generale, in Nazionale raramente si è visto il Marchisio che ha fatto le fortune della Juve negli ultimi anni, il centrocampista tutto sostanza e mortifero nei sui blitz in prima linea, eppure l'innovativa formula adottata ieri da Prandelli ben si sarebbe prestata a sciogliere le briglie alle fregole offensive del bianconero.
ATTACCO A UNA PUNTA: SE C'E' MARIO... - Uno schema, quello dell'unico attaccante sostenuto da una batteria di incursori, che può rivelarsi pienamente funzionale solo a due condizioni: che gli incursori siano fisicamente brillanti e continui nella loro azione, e che la punta unica sia... Balotelli. Già, perché solo un uomo con la classe, la straripanza atletica, la visione di gioco e la varietà di soluzioni offensive di Supermario può reggere il peso di un modulo tattico che, in prima linea, dipende soprattutto da lui, dal suo stato di forma, dai suoi movimenti, dalle sue intuizioni. Altrimenti, credo rimanga sempre preferibile il format a due punte che tante soddisfazioni ha portato all'Italia prandelliana  in questi primi tre anni, sia sul piano dei risultati sia su quello della qualità della manovra. 
DE SCIGLIO COME IL CABRINI ARGENTINO - Tornando all'esordio del Maracanà, si è visto, ed eravamo stati facili profeti, un De Sciglio a tratti incontenibile, attento (e a volte fin troppo disinvolto...) in copertura, puntuale negli sganciamenti, ficcante nelle discese: una gara che, per certi versi, ha ricordato gli entusiasmanti primi vagiti azzurri di un suo illustre predecessore, il Cabrini di Argentina '78, buttato nella mischia all'ultimo momento e subito decisivo per rendere più fresco e imprevedibile il gioco della Nazionale di Bearzot. La promozione (credo definitiva, a rigor di logica) del giovanissimo milanista ha riportato al centro Chiellini, e i risultati si sono visti: lo juventino si è espresso su livelli che, con la maglia della rappresentativa, da tempo non toccava, quasi sempre puntuale nelle chiusure e negli anticipi, ruvido il giusto, punto fermo di una retroguardia che ha invece conosciuto l'imprevedibile giornata nera di Barzagli, responsabile numero uno del penalty che ha portato al momentaneo pari messicano di Chicharito Hernandez. I latini dicevano "Semel in anno, licet insanire": il toscano ha disputato, in bianconero e in azzurro, una stagione monstre, praticamente priva di sbavature, si è trattato del primo svarione dopo mesi e mesi, credo sia giusto perdonarglielo, nella quasi assoluta sicurezza che la cosa non si ripeterà. 
PIRLO NEL TEMPIO DEL CALCIO - Chiusura per Pirlo: è proprio vero che i fuoriclasse trovano motivazioni supplementari quando sono chiamati a esibirsi su palcoscenici di primo piano. Lo si è detto in un recente post, il nuovo Maracanà ha perso il fascino dello storico "stadio dei 200mila", ma rimane pur sempre, seppur "snaturato", uno dei templi del football mondiale. Abbiamo visto dunque Andrea calarsi nell'impegno col piglio del leader, sciorinare palleggi d'alta scuola, tessere calibratissime trame offensive e, soprattutto, scatenarsi in un florilegio di tiri, su azione e  da fermo. Il primo di questi, una delle sue punizioni a effetto, giunto mentre il pubblico brasiliano ne invocava a gran voce il nome, quasi a pregustarne la prodezza, ha fruttato la rete dell'uno a zero. Pirlo, fra un anno al Mondiale, sarà trentacinquenne: è vero che i tempi sono cambiati, che la... vita media del calciatore si è allungata, ma tremano i polsi al solo pensiero che questo genio del calcio possa cominciare il proprio declino nel momento meno propizio. Lo so, può sembrare fuori luogo e antipatico fare questi ragionamenti dopo aver assistito a una prestazione come quella di ieri sera, ma è un timore che è giusto avere, soprattutto se un progetto importante e complesso come quello di Brasile 2014 vede proprio in Pirlo uno degli uomini cardine, elemento imprescindibile per la buona riuscita della spedizione. 
SPAGNA: FU VERA GLORIA? - Ci sarà modo di tornare sull'argomento. Di certo, e torniamo al punto di partenza, Andrea ha rappresentato la perfezione in un'Italia, lo si è detto, imperfetta. Un'Italia il cui successo non deve indurre a troppo ottimistici vaticini (da mettere in conto anche la forma del tutto precaria di un Messico fiaccato da una serie di recenti impegni a distanza ravvicinata), ma che consentirà di certo di lavorare con maggiore serenità. Certo, vista la Spagna schienare nottetempo l'Uruguay, la distanza dagli iberici rimane ancora notevole. 
Nulla di nuovo dalle parti delle Furie Rosse: la solita ragnatela straniante e stordente gli avversari (e, debbo dirlo, a volte anche il pubblico, specie a quell'ora tarda...), ma anche una qualità tecnica sopraffina, un tocco di palla e una precisione nei passaggi che rimarranno nella leggenda di questo sport. Sussiste qualche dubbio: un Uruguay troppo brutto per essere vero, talmente brutto che non meritava nemmeno il gol della bandiera, trovato nel finale da Suarez con una deliziosa punizione. La Nazionale quarta nel mondo nel 2010 e campione del Sudamerica in carica non si è vista, in quel di Recife: il dubbio, dicevo, è dunque che molte squadre giochino contro la Spagna partendo già mentalmente battute, e assumendo atteggiamenti consequenziali sul piano tattico e agonistico, perché sulla superiorità iberica siamo d'accordo, ma la differenza fra i due team non è così abissale come visto nei novanta minuti di ieri. L'Italia di Prandelli, per dire, un anno fa all'esordio Europeo affrontò i supercampioni  con ben altro piglio, e i risultati alla fine si videro. Anche per Iniesta e compagnia, insomma, prima di trarre conclusioni sulla loro permanente invincibilità sarà il caso di aspettare altri più probanti test: se ne riparlerà in semifinale, visto che i prossimi ostacoli si chiamano, con tutto il rispetto, Tahiti e Nigeria.