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venerdì 22 giugno 2018

MONDIALI 2018: ARGENTINA SULL'ORLO DEL BARATRO, MESSI PIU' VITTIMA CHE COLPEVOLE, SAMPAOLI NON ALL'ALTEZZA


Cominciamo dai freddi numeri. Scorrendo all'indietro la storia dei Mondiali, fino alla prima volta in cui venne messa in palio l'attuale Coppa FIFA (Germania 1974), un'unica squadra è riuscita ad approdare alle semifinali dopo aver conquistato un solo punto nelle prime due gare: la miglior Turchia di tutti i tempi, quella di Sudcorea - Giappone 2002. Questo per dire che per l'Argentina, dopo lo 0-3 di Niznji Novgorod, le probabilità di sfangarla non sono moltissime ma esistono, specie in un girone, dietro alla mattatrice Croazia, abbastanza equilibrato, con innumerevoli combinazioni e ipotesi di classifica finale, anche a prescindere da ciò che accadrà oggi fra Islanda e Nigeria. Non tutto è perduto, dunque, sul piano statistico e matematico; dopodiché, il campo ha mostrato una realtà ben più amara. Per la Selecciòn sarà più facile affrontare i croati che non gli islandesi, dicevano molti esperti alla vigilia: contro una compagine che non gioca un calcio difensivo, i sudamericani potranno manovrare in spazi larghi e trovare più agilmente la via della rete. 
Profezie scritte sulla sabbia. Ieri sera è andata in scena una delle versioni più dimesse di sempre della Nazionale biancoceleste. E buttare la croce addosso a Messi, pulcino bagnato, è esercizio crudele e gratuito: ormai appurato che non è un novello Maradona, cioè uno in grado di prendere per mano i compagni nei momenti più difficili e di trascinarli quasi da solo oltre l'ostacolo, onestà vuole che si getti uno sguardo anche a ciò che gli è stato costruito attorno. E qui entra in scena il buon Sampaoli, cittì dal look bizzarro e discutibile (l'ascendente sui calciatori dipende in parte anche dal modo in cui ci si pone e ci si presenta, e il responsabile di una rappresentativa così importante dovrebbe attenersi a criteri di eleganza e sobrietà antichi ma sempre validi). 
La sua Argentina è una squadra senza un'idea di gioco, e sembra aver smarrito anche quello slancio agonistico che la sorreggeva nei momenti più bui, vedasi un Mascherano ormai agli sgoccioli e non più collante tattico e caratteriale della formazione. Un undici tenuto in vita da qualche sporadica giocata dei migliori solisti: solo che chi è in grado di fornirle,  queste scosse elettriche, rimane troppo spesso ai margini. E' il caso di Higuain e Dybala: solo al loro ingresso in campo si è vista qualche trama d'attacco plausibile e insidiosa: poca roba, certo, ma con un minutaggio così ridotto, e in un contesto così precario, fare di più era difficile. L'ostracismo decretato ai due juventini è incomprensibile: sono pur sempre gli uomini di punta di un club che, negli ultimi due anni, ha ottenuto una finale di Champions sfiorando poi la semifinale nel modo che sappiamo. Prima del loro ingresso in campo, l'unica vera palla gol per i sudamericani era giunta su un pasticcio difensivo avversario, con Perez a calciare fuori praticamente a porta vuota. 
Sampaoli ha incassato una lezione di calcio non dissimile da quella che toccò al nostro Ventura nel settembre scorso al Bernabeu. La Croazia attuale somiglia molto all'Italia campione del 2006: compagine organizzata ed equilibrata, capace di difendere e di soffrire per poi sprigionare un gioco d'attacco a volte bello a vedersi, quasi sempre tremendamente efficace: facile, del resto, quando si hanno in rosa tanti piedi buoni, in primis quelli di Modric, uomo-squadra superbo (ciò che Messi non è e non sarà mai), capace di tessere gioco e di concludere con spunti individuali folgoranti. Non mi sorprenderei di trovare i biancorossi in semifinale, ma dovranno mantenere questo standard di rendimento. Ieri, sono stati facilitati da un'Argentina in profonda crisi tecnica, con un trainer che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio tattico e che punta su uomini inadeguati alla ribalta mondiale (Caballero, Salvio, Perez, Acuna, Meza...). E che, come i suoi predecessori Pekerman e Maradona, non è riuscito a ideare una formula per valorizzare al massimo la Pulce: l'unico ad andarci molto vicino fu Sabella, che infatti nel 2014 si giovò di diversi gol e giocate decisive di Leo per portare una Selecciòn più operaia che spettacolare fino all'atto conclusivo. 

giovedì 14 giugno 2018

MONDIALE 2018 AL VIA: IL RITORNO DEL PERU', LE SQUADRE PIU' "ITALIANE", L'ULTIMA OCCASIONE DELL'ARGENTINA TARGATA MESSI E ALTRE COSE DA TENERE D'OCCHIO


Oggi è una giornata amarissima per milioni d'italiani calciofili, per tutti quelli nati dopo il 1958, che fin qui non hanno mai provato il brivido nefasto di una Coppa del Mondo senza l'Italia. E sì, oggi inizia Russia 2018, e sarà dura, durissima. Non è solo una questione di orgoglio nazionale, di tifo, ma una valutazione oggettiva: perché un Mondiale che non schiera ai nastri di partenza una Nazionale che l'ha vinto per ben quattro volte, beh, è un Mondiale zoppo. Sappiamo tutti chi dobbiamo ringraziare per questo scempio evitabile, evitabilissimo, ma tant'è. Si comincerà con malinconia, poi si entrerà nell'atmosfera magica del torneo che ci farà dimenticare per qualche giorno i nostri guai, ma il magone tornerà a galla nelle fasi decisive, quelle in cui le grandi del globo si sfideranno per la massima conquista e noi saremo lì, sui divani di casa nostra, impotenti a guardare gli altri gioire o disperarsi. Perché un Mondiale si può perdere, anche malamente com'è successo agli azzurri nelle precedenti due edizioni, ma l'importante è esserci, per una questione di prestigio e perché una volta sul posto può davvero accadere di tutto: episodi fortunati, ma anche giocatori al top della forma, o exploit di squadra imprevedibili che ti proiettano oltre le più rosee aspettative; casi del genere non sono mai mancati nella nostra storia, pensiamo ad Argentina '78, ad esempio: arrivammo circondati dal più cupo pessimismo, tornammo in patria con un quarto posto impreziosito da prestazioni brillanti e dal lancio dei virgulti Cabrini e Rossi.
E' PUR SEMPRE IL MONDIALE - Basta, inutile continuare a farsi del male. Per chi è appassionato di pallone ogni giorno dell'anno e non solo ogni quattro anni, l'evento Mondiale rimane un must. E' la manifestazione sportiva più importante, assieme ai Giochi olimpici, ma più dei Giochi catalizza passione e delirio popolare in ogni angolo della Terra. E' un evento radicato nell'animo, nel tessuto sociale del pianeta, in grado di regalare momenti che rimangono eternamente scolpiti nella mente del tifoso. Per cui, da oggi fino al 15 luglio, sarà comunque un mese di partite, di polemiche, di pronostici, di discussioni attorno a prodezze, delusioni, gioco brutto o esaltante. Anche se sarebbe sufficiente il fascino intrinseco della kermesse, Russia 2018 offre comunque un'enormità di motivi tecnici validi per piazzarsi davanti al televisore e seguire  la tenzone. 
IL GIUSTO RITORNO DEL PERU' - Non mi lancio in analisi dettagliate delle 32 protagoniste, c'è chi, in edicola e sul web, in questi giorni lo sta facendo in modo esauriente. Mi limito a segnalare alcuni elementi di notevole interesse, senza alcuna pretesa di completezza. Partendo dal basso, o comunque da posizioni non nobilissime nella griglia di partenza, attendo con simpatia le prove del Perù, perché ritorna dopo una lunghissima assenza: mancava dal 1982, e quell'anno, a Vigo, incontrò l'Italia poi campione, sfiorando persino la vittoria (attaccò costantemente nel secondo tempo, si vide negare un rigore e nel finale riusci a pareggiare il gol di Conti grazie a una punizione di Diaz deviata da Collovati). In precedenza, aveva giocato da protagonista i tornei del '70 e del '78, mettendo in mostra fuoriclasse come Cubillas, Gallardo e Chumpitaz; andando ancor più indietro nel tempo, era stata una delle tredici "eroiche" rappresentative che aveva dato vita alla prima Coppa del Mondo, nel 1930 a Montevideo. Dopo l'82, l'involuzione tecnica ma anche una sciagura vera, quella dell'Alianza Lima, una delle squadre guida del Paese, i cui componenti perirono in un incidente aereo nel 1987. Ora è giunto il momento della riscossa, e chissà che Jefferson Farfan e compagni non riescano ad essere la mina vagante di un girone insidioso, che li ha piazzati con Francia, Danimarca e Australia. 
SPAGNA: TANTA QUALITA', MA IL PASTICCIO CT... - Il caso che ha animato la vigilia è stato senz'altro l'esonero del cittì spagnolo Lopetegui, a due giorni dal debutto contro il Portogallo. Capisco la rabbia del presidente federale iberico, per l'intempestivo annuncio del passaggio del trainer al Real Madrid, ma una decisione del genere rischia di destabilizzare il gruppo (che infatti aveva chiesto una conferma dell'ex portiere) mettendo a repentaglio un torneo al quale la Roja, tanto per cambiare, si presenta da favorita. Cosa potrà fare il subentrato Fernando Hierro, icona del calcio spagnolo poco vincente degli anni Novanta ma a digiuno di esperienza di panchina ad alti livelli? Si rischia l'autogestione dei giocatori, che storicamente nel calcio non porta mai buoni frutti. Si poteva forse rinviare ogni decisione a dopo la fine del Mondiale, oppure liquidare il tutto con una multa o una pubblica reprimenda. Vedremo che effetto avrà questa "rivoluzione", su una squadra più che mai intrigante, che guarda al futuro grazie agli exploit dei vari Asensio, Koke, Isco, Thiago Alcantara e l'ultimo grido Saul, ai quali faranno da chiocce Sergio Ramos, Busquets e l'immenso Iniesta: una mirabile fusione tra vecchio e nuovo potenzialmente devastante, ma che potrebbe essere depotenziata dal terremoto in panchina. 
BRASILE DI NUOVO AL TOP, GERMANIA PER IL POKERISSIMO - Grande attesa circonda il Brasile. Sai che novità, direte. Ma questa volta è un'attesa diversa: non dimentichiamoci che quattro anni fa, nel Mondiale casalingo "che non si poteva non vincere", la Seleçao fu brutalmente umiliata dalla Germania con quel 7-1 in semifinale, e chiuse con un insipido quarto posto che valeva poco più di niente. Da quei giorni e fino alla Copa America del 2015, è stato senz'altro il periodo più travagliato nella pur movimentata storia degli auriverdes. Poi, molte cose sono cambiate: è arrivato il primo, sospirato trionfo olimpico (tabù pluridecennale infranto e mini rivincita sui teutonici), è arrivata soprattutto una rinascita scandita da un girone di qualificazione prima incerto e poi trionfale, con nove vittorie consecutive che hanno fatto la differenza rispetto agli avversari. Allison, Marcelo, Neymar e Firmino sono i cardini di una squadra che, come quasi sempre, ha tutto per poter centrare il bersaglio grosso. A proposito del celebre "cappotto" di Belo Horizonte, poco da dire sulla Germania campione in carica: sempre competitiva, vincente in tutte le dieci partite del turno eliminatorio, forte di un vivaio che sta vivendo una delle sue migliori fasi storiche, lancia sulla massima ribalta i nuovi Kimmich e Timo Werner, ma più della Spagna rimane (giustamente) legata ai suoi veterani carichi di gloria, come Khedira, Kroos, Thomas Mueller e Neuer, con quest'ultimo che se la deve vedere con gli agguerritissimi concorrenti Ter Stegen e Trapp, tutta gente di vasta esperienza internazionale. Mancherà Gotze, risolutore - meteora della finale mondiale di Rio. 
GLI "ITALIANI" AL MONDIALE - Russia 2018 sarà da seguire con attenzione anche perché, se non ci sono gli azzurri, c'è comunque tanta Italia, rappresentata... per procura. Il fatto che moltissimi calciatori militanti nella nostra Serie A siano stati convocati dai vari cittì dimostra due cose, una positiva e una negativa: quella positiva è che il campionato italiano non deve essere tecnicamente ridotto male come in tanti asseriscono, se riesce ad esprimere un così gran numero di pedatori all'altezza di figurare sulla ribalta mondiale; quella negativa è che la presenza, nei nostri club, di tanti buoni - ottimi stranieri toglie giocoforza spazio ai giovani italiani, cosa che su questo blog si denuncia da anni e le cui conseguenze sul rendimento della nostra Nazionale sono sotto gli occhi di tutti. 
ARGENTINA, CROAZIA E POLONIA IN... VERSIONE AZZURRA - Ad ogni modo, per chi vorrà tifare... un po' d'Italia, consiglio di concentrare l'attenzione su Croazia (Strinic, Badelj, Perisic, Brozovic, Mandzukic, Kalinic) e sull'Argentina (Ansaldi, Biglia, Fazio, Higuain, Dybala), due Nazionali che, fra l'altro, hanno tutte le carte in regola per percorrere una lunga strada: fra i croati ci sono Modric e Rakitic al culmine della carriera, mentre quella biancoceleste è una selezione piuttosto stagionata che vedrà, con ogni probabilità, l'ultima recita iridata di campioni rimasti sostanzialmente all'asciutto di allori con la loro rappresentativa, penso a Otamendi, Mascherano, Di Maria, Aguero e soprattutto Messi. Molto italiana è anche la Polonia, candidata a possibile sorpresissima: da Szczesny a Zielinski, da Milik a Linetty, e poi ancora Cionek, Bereszynski e Kownacki; se alla nostra "colonia" aggiungiamo gli esperti Blaszczykowski e Krychowiak e il super bomber Lewandowski, ce n'è abbastanza perché la squadra di Nawalka possa mettersi sulle tracce dei grandi del '74 e dell'82.
BELGIO E FRANCIA PUNTANO IN ALTO - In un ideale ranking di aspiranti alla coppa Fifa, con le grandi di sempre Germania, Spagna, Brasile e Argentina e con "le dernier cri" Portogallo, campione europeo in carica, dovrebbero recitare un ruolo di primo piano anche Belgio e Francia. Il Belgio di Roberto Martinez presenta la sua miglior generazione di sempre, assieme a quella che fiorì negli anni Settanta e che sfornò l'ostica Nazionale grandissima protagonista da Euro '80 in poi. Ma questo gruppo è ancora più qualitativo di quello dei Millecamps, Vandereycken, Ceulemans e Vandenbergh. E' un gruppo che ha classe, talento, raffinatezza nel tocco di palla, gusto per il bel gioco e grande concretezza: con gente come Courtois, Vertonghen, De Bruyne, Hazard, Fellaini, Lukaku e Mertens non si può non essere ambiziosi. La Francia ha mirabilmente seguito l'esempio delle altre grandi d'Europa, cioè curare con amore e competenza il vivaio locale, cosa che non ha fatto l'Italia, non a caso oggi spettatrice: così è nata una "covata" di campioni in grado di rinverdire i fasti del gruppo euromondiale di Jacquet e Lemerre. Permangono dubbi sull'effettiva capacità di ... mettere il gatto nel sacco: i transalpini hanno infatti mancato l'affermazione casalinga ad Euro 2016, pur avendo giocato un torneo di tutto riposo fino alla semifinale con la Germania. Ma nel frattempo sono trascorsi due anni in cui i nazionali francesi sono diventati protagonisti in club di primissimo piano, e poi Deschamps ha pur sempre in organico un Griezmann che già nel torneo continentale aveva sfoderato gol e prestazioni da Pallone d'oro. A proposito di Pallone d'oro, un cenno anche a Cristiano Ronaldo, che ai Mondiali raramente ha brillato ma che stavolta si presenta sulla scia di stagioni memorabili col Real Madrid, e alla guida di una rappresentativa che ha rotto il suo storico digiuno di trofei due anni fa. 
IL MONDIALE DI MEDIASET - Per noi italiani, di interessante in questo Mondiale c'è anche il debutto di Mediaset, che per la prima volta si è aggiudicata i diritti per la trasmissione delle partite. Torneremo a rivedere tutte le gare in chiaro, cosa che nel nostro Paese non accadeva dal 2002, e già questa è una cosa positiva: assisteremo forse a un nuovo modo di raccontare la Coppa del Mondo, mentre di sicuro c'è l'impegno massiccio delle reti berlusconiane, con dirette, rubriche, trasmissioni di contorno non esclusivamente calcistiche. Insomma, il "pane" per gli appassionati non mancherà. Sulla qualità e sulla digeribilità di questo pane catodico, giudicheremo a cose fatte. Buon Mondiale a tutti. 

domenica 6 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BILANCIO DEI QUARTI DI FINALE. ORA L'ARGENTINA FA PAURA: CON UN MESSI (E UN HIGUAIN) COSI'...

                                              Higuain: si è finalmente sbloccato

Cosa rimane, quando non mancano che sette giorni alla battaglia conclusiva, del Mundial delle outsider e dei Paesi emergenti? Nulla, assolutamente nulla, sul piano dei risultati concreti. A contendersi il titolo sarà un consesso di nobili del football planetario: tre Nazionali superdecorate (Brasile, Germania e Argentina, come dire dieci allori iridati) e un'Olanda che non ne può più di veder svanire i suoi sogni di gloria all'ultimo tuffo. Sarà anche il caso di cominciare a porsi qualche domanda, su questa Coppa 2014 che in molti, pochi giorni fa, avevano precocemente classificato come la migliore di sempre, bellissima, esaltante, di livello tecnico memorabile. Forse occorrerebbe mettersi d'accordo sui parametri adottati per azzardare tali valutazioni: le buonissime, a tratti ottime, espressioni di gioco della fase iniziale, indubbie ed encomiabili, non hanno certo rappresentato un unicum nella storia del Campionato del mondo: era già accaduto, in un passato anche recente (ricordo messe di gol e sfide elettrizzanti persino nel primo turno della deprecata edizione nippo - coreana del 2002, per dire), ma il "peso specifico" qualitativo di queste rassegne va misurato sul lungo periodo, e in particolar modo tenendo in massima considerazione l'andamento delle fase a eliminazione diretta, quella in cui emergono i valori veri. 
OTTAVI E QUARTI CON POCHI LAMPI - Ebbene, da quando sono cominciate le partite "dentro o fuori" sono diminuiti i gol e, soprattutto nei quarti, i momenti in cui si è giocato un football quantomeno pregevole. Non solo: l'accesso alle semifinali di quattro potenze assolute del pallone, se da un lato garantisce appeal stratosferico ai match in programma da martedì prossimo, dall'altro ha aperto due "crepe" nella credibilità di questa edizione del torneo, nella "buona fama" che aveva saputo crearsi: in primis, le "nuove grandi", fino agli ottavi portatrici del calcio più piacevole, moderno, propositivo, dinamico (Belgio e Colombia, ma anche Messico e Cile, fra le altre), sono state ridimensionate e cancellate dalla scena nel momento dell'esame di maturità, "quando i duri iniziano a giocare". Si era data una rilevanza storica eccessiva e prematura alle loro comunque incoraggianti prestazioni, ma alla fine è arrivata la "normalizzazione", che è poi il ritorno all'immutabile realtà di sempre: la caratura di "squadra mondiale" non si improvvisa, difficilmente sboccia d'incanto, ma va costruita nel tempo: in Coppa del Mondo contano ancora l'esperienza, la tradizione, l'abitudine a certi confronti e a un palcoscenico che è come... il Festival di Sanremo per un presentatore o un cantante: puoi far bene in altri ambiti anche prestigiosissimi, come la Champions League, ma la "FIFA World Cup" è un'altra cosa, una "bestia" a sé che può bocciare anche vedette di prima grandezza.
La seconda "crepa" è rappresentata dall'approdo ai confronti decisivi di compagini che, a meno di imprevedibili impennate in dirittura d'arrivo, difficilmente lasceranno un segno indelebile nella storia di questo sport. L'unica eccezione è forse rappresentata dalla Germania, di cui da queste parti ho più volte tessuto le lodi, anche se va detto che lo strapotere mostrato al debutto col Portogallo, nonché certe lampeggianti fiammate di calcio pimpante e aggressivo al cospetto del Ghana, hanno poi lasciato spazio all'appannamento contro l'Algeria e alla sapiente, ma priva di acuti, gestione del match contro i frizzanti ma innocui francesi.
ARGENTINA: PRIGIONE TATTICA PER GLI AVVERSARI - Però  la Nationalmannschaft rimane, delle magnifiche quattro, la più completa, organizzata, continua, ricca di alternative (strategiche e di uomini), la più affidabile come progetto di gioco. Del Brasile si è lungamente scritto ieri e anche prima. Dell'Argentina si può invece dire che, nel quarto contro il Belgio, ha offerto la miglior prova di un cammino non certo esaltante, quanto a brillantezza di manovra. Il che è tutto dire, perché i Diavoli Rossi sono stati neutralizzati grazie a una mirabile interpretazione tattica di Sabella e dei suoi uomini, senza però che lo spettacolo ne abbia tratto qualche giovamento. Messi è decisamente ispirato, e si vede: gli basta accendersi quattro - cinque volte in un match per mettere in ambasce gli avversari: ieri stava mandando in gol Lavezzi dopo pochi minuti, e sempre da lui è partita l'azione, poi rifinita da Di Maria, che ha infine riacceso la sopita vena di Higuain, abile a piombare su una palla vagante in area e a scaraventarla in rete di destro con riflesso fulmineo, per poi sfiorare il raddoppio in avvio di ripresa, quando ha colto la traversa dopo un mirabile spunto in velocità.  
Attorno al genietto blaugrana giostra la classica formazione operaia, che poco o nulla concede alla platea ma ancor meno agli avversari, asfissiandoli con una capillare copertura del terreno di gioco e inaridendone la fase creativa, con una gabbia dalle sbarre strettissime che rallenta e arresta le trame "nemiche" fin dalla trequarti, e soprattutto una difesa folta che ha in Garay un inesorabile pilastro ma che è anche di prim'ordine sul piano collettivo. Certo il Belgio ci ha messo del suo, fallendo il primo appuntamento con la storia (ne arriveranno altri, è la sensazione), ma non può essere stata solo una giornata storta ad annullare gli estri di Hazard, a rendere inoffensivi Lukaku e il bel Mirallas ammirato con gli States e a limitare l'ottimo De Bruyne, peraltro anche a Brasilia uno dei più attivi nel sostenere l'azione offensiva. Spente le fonti di gioco di Wilmots, a creare varchi alternativi per l'attacco han provato i laterali Alderweireld e Vertonghen, e non è un caso che dai cross di quest'ultimo siano arrivate due delle migliori palle gol degli europei, mancate di testa da Mirallas e Fellaini. Troppo poco, ad ogni modo, per scalfire il granitico monolite di Sabella, un capolavoro di perfezione organizzativa che di sicuro starà destando l'invidia di molti tecnici italiani...
OLANDA IN CALANDO, MA CON UN FUORICLASSE RITROVATO - A proposito di espressioni di gioco non esaltanti, anche l'Olanda è andata in calando dopo il folgorante avvio di Mundial: stenti penosi prima di far fuori il Messico; contro la Costa Rica, oltre un'ora di impacci prima di salire di tono nella seconda parte della ripresa e montare l'assedio, ciò che non ha scongiurato la soluzione ai calci di rigore. L'exploit dei Ticos risulta tremendamente difficile da valutare: nascita di una nuova vedette internazionale o effimera fiammata? Personalmente propendo per la seconda ipotesi, difficile che un Paese dalle così limitate risorse calcistiche (e di popolazione) e con una tradizione ai minimi termini possa spingersi più in là, in futuro. Pronto a fare il mea culpa, se avverrà il contrario, ma al di là dei loro meriti colossali, in questo torneo ai centroamericani sono girate bene molte cose, in primis scoprire "in loco" che il girone di ferro era in realtà di pastafrolla, fra un Uruguay a un passo dal declino, un'Italia impresentabile per motivi detti e ridetti su questo blog e un'Inghilterra leggerina, ancora all'inizio del proprio cambio generazionale. 
Tornando ai Tulipani, ora possiamo dire di aver visto quasi tutto ai Mondiali: ci mancava l'allenatore che si tiene buona una sostituzione e cambia il portiere poco prima dei rigori di spareggio, mettendo dentro uno specialista, o presunto tale. A colmare la lacuna storica ha pensato Van Gaal, e forse nessun altro avrebbe potuto farlo... Gli è andata bene, per acume, coraggio e fortuna: il "dodicesimo" Krul ha portato in semifinale i suoi con due parate. In precedenza, gli Oranje avevano a lungo marciato in folle, pur meritando ai punti la qualificazione per numero di opportunità create: due bordate di Sneijder si erano infrante sui legni della porta di Navas, Van Persie aveva manifestato una preoccupante involuzione fallendo alcune facili occasioni (clamoroso il pallone ciabattato nell'area piccola su cross dello stesso, indiavolato Sneijder, fuoriclasse ritrovato), ma poi si era visto negare un gol quasi fatto da un rocambolesco salvataggio sulla linea di Tejeda. Classe, ritmo e arguzia tattica non mancano all'Olanda per opporsi validamente alla Seléccion, ma lo avevamo detto anche del Belgio... Vedremo. 

mercoledì 2 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BELGIO SPRECONE, CONTRO LEO MESSI SERVIRA' PIU' CONCRETEZZA

                               De Bruyne: ha portato in vantaggio il Belgio con gli States

Il Belgio deve cominciare a guardarsi seriamente dentro, e capire cosa realmente voglia fare "da grande". E' una paterna lavata di testa che mi sento di poter rivolgere a una delle selezioni più ricche di talento di questo contraddittorio Mundial brasiliano, il cui livello qualitativo (buono, non siderale) trarrebbe grandissimi benefici da un lungo percorso dei Diavoli Rossi. La faccio adesso, questa paternale, perché il modo in cui i ragazzi di Wilmots hanno gestito l'ottavo contro gli Stati Uniti è stato a tratti scriteriato. Sì, d'accordo, Courtois e compagni hanno ampiamente meritato il successo finale: ieri sera, a Salvador, sono finalmente riusciti a toccare quelle vette di rendimento, in fatto di brillantezza di manovra, che da loro si pretendevano ma che mai avevano raggiunto nel corso del primo turno, nonostante i tre successi consecutivi. 
ASSEDIO - E' stata la sfida migliore di questa prima fase a eliminazione diretta, e per merito, va sottolineato, soprattutto degli europei, che oltre a giostrare con autorità hanno dimostrato, forse per primi in questo torneo, cosa voglia dire stringere davvero d'assedio l'avversario. Tutto bene ma... c'è un ma: perché se è vero che i belgi hanno letteralmente bombardato il portiere Howard, per novanta e più minuti non hanno cavato un ragno dal buco. A turno hanno cercato il gol De Bruyne, Origi, Vertonghen, Hazard, persino Kompany, ma tutte le occasioni sono sfumate, non solo per bravura del guardiano a stelle e strisce. E quando si spreca l'inverosimile, si sa che la beffa può essere dietro l'angolo: l'ha sfiorata in chiusura di secondo tempo Wondolowski, sbagliando come sbagliò Vieri contro la Corea del Sud nel 2002, colpendo male il pallone da pochi passi e calciandolo altissimo. 
SOFFERENZA FINO ALLA FINE - Il colossale pericolo corso rendeva un tantino più concreti Fellaini e compagni, che nel primo extra time piazzavano, con De Bruyne e Lukaku, un uno - due che pareva poter chiudere il conto. Invece, dopo una lunga battaglia in trincea, gli americani trovavano le forze per rimettersi in partita, grazie al destro al volo di Green, e per sfiorare il pari prima con Jones e poi con Dempsey, che ben sfruttava uno schema su punizione ma si vedeva ribattere da Courtois il tiro a botta sicura. 
Ergo, nemmeno nei supplementari il Belgio ha saputo imporre a chiare lettere i diritti di una superiorità che era stata per lunghi tratti schiacciante, sia come gioco sia come palle - gol create: una partita del genere non può essere così sofferta, non può rimanere in bilico fino agli ultimi secondi. Ecco perché, come detto in apertura, questa Nazionale deve crescere, e in fretta: perché si approssima il confronto con l'Argentina, squadra brutta e involuta ma che dispone di almeno due elementi in grado di fare la differenza, se non viene sollecitamente castigata. 
OTTIME PROVE INDIVIDUALI - Ad ogni modo, guardiamo anche le cose positive: il gioco belga, dicevamo, ha preso finalmente a fluire con continuità e brillantezza, come quasi mai si era visto in precedenza. Kompany ha ben recuperato dall'infortunio e tenuto saldamente in mano le redini della retroguardia, concedendosi pure qualche divagazione in avanti; Vertonghen è stato un martello sulla sinistra, chiudendo e ripartendo innumerevoli volte, e sfiorando la segnatura in un paio di circostanze. Hazard ha raggiunto buoni livelli di continuità ma può fare decisamente meglio, in ogni caso va apprezzato anche per il contributo dato in interdizione, oltre al consueto apporto creativo; più vivace mi è parso De Bruyne, costante nel sostenere la fase d'attacco e più volte al tiro. 
Un po' in ombra Fellaini, mentre Origi va promosso con qualche piccola riserva: ha fatto quasi reparto da solo, riuscendo a dire la sua sia in area sia qualche metro più indietro, facendo, come si suol dire, "a sportellate" coi difensori, ma ha scialacquato un po' troppo al momento di cogliere i frutti del suo lavoro: più concreto il subentrato Lukaku, per il gol e per lo strapotere atletico  mostrato nell'azione che ha consentito a De Bruyne di sbloccare il risultato. Da elogiare anche Mirallas, il cui ingresso in campo ha ulteriormente accentuato il dominio belga, da lui alimentato con incursioni, tiri e assist sostenuti da una notevolissima proprietà di palleggio. Insomma, la base è eccellente e lo si sapeva, ma la prodigalità di ieri sera potrebbe essere fatale contro l'Argentina. 
ARGENTINA BRUTTA E VINCENTE - Qui occorre aprire un capitolo particolare: perché finora è stato sicuramente (anche) il Mondiale di Leo Messi, ma non certo quello della Seleccion biancoceleste, arrampicatasi fino ai quarti di finale con meriti davvero scarsi. Chi vede in questa squadra analogie con la formazione operaia che nel 1986 si giovò di un Diego Maradona stellare, conquistando infine un meritato alloro iridato, pecca, secondo me, di eccessivo ottimismo. L'Argentina 2014 mi pare una compagine improvvisata, con poche e confuse idee di gioco, che serra i ranghi dietro e davanti si affida alle lune dei sui assi offensivi, in primis il genio del Barcellona. Che finora è sempre andato a intermittenza, ma quando si accende dà costantemente l'impressione di poter manipolare ogni partita a suo piacimento. 
Per tutto il resto, è abbastanza notte fonda: ieri pomeriggio, a neutralizzare i buoni propositi dei sudamericani è bastato il rigoroso assetto difensivo della Svizzera, una sorta di catenaccio mobile e propositivo che, nella prima frazione, è riuscito anche a creare due contrassalti che potevano portare al vantaggio elvetico (occasioni mancate da Xhaka, con prodezza di Romero, e da Drmic, che chiudeva un contropiede con un assurdo e telefonatissimo pallonetto fra le braccia del portiere ex Sampdoria). Dall'altra parte, come detto, Lavezzi sollevava un polverone privo di esiti, e gli unici spunti interessanti arrivavano da Di Maria,  mentre nella zona centrale Mascherano si limitava a gestire il gioco con fervore operaio, ma senza lampi. 
LAMPO DI MESSI - Le cose miglioravano nella ripresa, ma non più di tanto: Messi, come detto, regalava qualche lampo e sfiorava il gol con un sinistro al culmine di una insistita azione personale, ci provavano anche Rojo e Higuain, la pressione aumentava ma i ragazzi di Hitzfeld non parevano andare in grossa sofferenza. Una buona squadra, la Svizzera, che ieri ha avuto le sue eccellenze in un Rodriguez inesauribile, bravissimo a coprire e a spingere sulla sinistra, e in un Mehmedi dinamico e ispirato; bene anche Inler, infaticabile tessitore, pur se con qualche imprecisione di troppo. Come ad altre compagini di medio livello ammirate in questi ottavi, ai rossocrociati è mancato il killer instinct: non poco, in una competizione come il Mondiale. Messi, nei supplementari, con un mirabile spunto sulla trequarti mandava in gol Di Maria, ma gli europei mancavano clamorosamente con Dzemaili (palo e tiro fuori da pochi metri) un pari che sarebbe stato tutt'altro che immeritato. Insomma, l'Argentina va, con un Messi così decisivo può arrivare ancor più lontano, ma se il Belgio si ripete sui livelli di ieri e raddrizza la mira, beh, il quarto di sabato sarà aperto a ogni risultato. 

sabato 28 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA COPPA DELLA RAI, FRA SIGLE A GOGO', SCELTE SUICIDE E POCHI GUIZZI. SI SALVANO RIMEDIO E LA CAROLLO

                              Messi: la sua Argentina finora non ha goduto di "dirette" Rai

Un susseguirsi continuo di jingle, sigle e siglette, stacchi e stacchetti animati. Ecco come verrà ricordato il Mundial 2014 targato Rai. E forse sarà meglio così, perché se dovesse restare nella memoria per la qualità della copertura dell'evento, beh, ci sarebbe di che mettersi le mani nei capelli, o quasi. Sia chiaro che non si vuole parlare, in questa sede, della miseria di venticinque partite su sessantaquattro offerte in diretta, una al giorno: è così dal 2006 purtroppo, questione di budget, di aste, di concorrenza sempre più terribile, e ormai me ne sono fatto una ragione. Perlomeno, questa volta da viale Mazzini non hanno insistito più di tanto con l'irritante ritornello utilizzato con sfacciataggine in passato, soprattutto in occasione del torneo iridato in Germania: "Noi trasmettiamo le 25 partite migliori". Fragile trovata promozionale, perché nella maggior parte dei casi è piuttosto arduo sapere prima quali saranno le partite "migliori". E poi cosa vuol dire "migliori"? Le più combattute? Quelle con la posta in palio più alta? Quelle con le squadre più titolate o più dotate di classe? Mah. Stavolta, si diceva, il discorso è rimasto sottotraccia, anche perché non sarebbe stato facile giustificare in tale guisa la scelta di mandare in onda gare "epocali" come Francia - Honduras e Algeria - Russia. 
MINA E I FIACCHI OPINIONISTI - Sigle e jingle come se piovesse, dunque. Per fortuna che c'è Mina: la vecchia tigre di Cremona e il suo staff hanno azzeccato il motivetto - tormentone, ciò che cantanti e autori d'oggidì non riescono più a realizzare, se non in casi sporadici ("Maracanà" di Emis Killa, ad esempio). "La palla è rotonda" passa però sugli schermi Rai una quantità esorbitante di volte al giorno, e il rischio che diventi insopportabile è alto. Comunque, sotto questo vestito musicale festoso e martellante c'è il nulla o quasi. Una miriade di ore di calcio parlato, diluito in trasmissioni con titoli che differiscono leggermente fra di loro (Mattina mondiale, Diario mondiale, Notti mondiali...) ma che si somigliano tutte terribilmente. Il format è sempre lo stesso, senza guizzi di fantasia: il conduttore o la conduttrice, e attorno i soliti opinionisti di sempre che discutono stancamente ad libitum. 
IL CALCIOMERCATO E I "PRESTATI" AL CALCIO - C'è un Italo Cucci che ha ormai perso la verve dei tempi del Guerin Sportivo; c'è Zazzaroni, che interessante, godibile e in grado di fare davvero opinione non lo è mai stato, nonostante la sovraesposizione mediatica. Si è tentato il ripescaggio di un polemista d'antan come Aldo Agroppi, ma solo via telefono; e poi il calciomercato, una delle disgrazie del giornalismo degli ultimi vent'anni, affidato a Matteo Materazzi. Irritante il ricorso a giornalisti non sportivi: chissà perché, quando è tempo di Mondiali, si gettano sul pallone grandi firme che nel resto dell'anno si occupano in linea di massima d'altro, nella fattispecie Salvatore Tramontano e Andrea Scanzi. Il calcio è comunque una "materia" che, per essere trattata, richiede un notevole bagaglio di conoscenze tecniche e storiche: ha una sua dignità, tutti lo possono seguire ma non tutti lo possono raccontare professionalmente. Se di esso viene affidata la trattazione pubblica a tutti, anche ai non specialisti, è inevitabile lo sconfinamento nell'effetto Bar Sport.
BAR SPORT - Ecco, la Rai brasiliana è fondamentalmente un grande Bar Sport, laddove l'ente televisivo di Stato dovrebbe tenersi bene alla larga da una dimensione dialettica così dimessa, cercando finalmente, in assenza di una copertura totale delle 64 gare in programma, di fornire perlomeno una lettura più competente e tecnica dell'evento. Ci vorrebbero più Bacconi (l'unico là dentro che sappia raccontare la tattica e i movimenti degli uomini in campo) e più Bartoletti, entrambi invece, chissà perché, vittime "a prescindere" di molti critici sopravvalutati. Siamo rimasti alle modalità comunicative del Mondiale di quattro anni fa, quando Costanzo e Galeazzi conducevano improbabili dibattiti notturni. Ci sono, dicevamo, troppi Zazzaroni, troppi Freccero (con tutto il rispetto, caro prof, ma ieri sera ha fatto più caciara che altro), e si è visto persino transitare dagli studi Maurizio Mattioli, forse promosso a esperto di calcio in virtù di quel famoso film con Massimo Boldi, in cui recitava la parte del tifoso della Roma... E ovviamente guai a fare a meno della solita clip di Fiorello, mica può essere lasciato fuori dal massimo evento mediatico dell'anno, il Rosario nazionale... 
TELECRONACHE A UNA VOCE - Sono davvero in pochi a salvarsi: la brava Giovanna Carollo che però, dopo anni di onesta fatica redazionale e tante oscure edizioni di tg sportivi da ordinario mezzo busto, sembra stia godendosi fin troppo queste luci della poco gloriosa ribalta "Rai Mundial", sciorinando vestiti, sorrisi e movenze fashion (comunque è brava e buca lo schermo), mentre il clima di austerity ha fatto perlomeno riscoprire l'efficacia delle telecronache ad una voce: grazie ad Alberto Rimedio, che ha mostrato brillantezza e dato ritmo al racconto, pur con qualche sbavatura (si sta ancora chiedendo perché sia stato annullato un gol al francese Matuidi, in realtà mai realizzato: il pallone era finito a fondo campo, dietro la rete), un gradino sotto Marco Lollobrigida, in ogni caso entrambi sembrano rappresentare una buona sintesi fra la tradizione nazionalpopolare di Martellini e Pizzul e la maggior analiticità tecnico - tattica della nuova generazione, senza tuttavia trascendere in esagerazioni vocali stile Piccinini o Caressa. Via, Nazionale a parte, le seconde voci (quelle scelte dalla Rai mai hanno aggiunto qualcosa di sostanzioso al commento principale) e i bordocampisti. Non se ne è sentita la mancanza, il consiglio è di insistere. 
DOV'E' FINITO "MONDIALE REPLAY"? - E' misteriosamente scomparsa dai palinsesti, dopo il 22 giugno, la rubrica più interessante, Mondiale Replay, che proponeva ampie sintesi delle partite della giornata: era tutto previsto, ma non se ne comprende il motivo, proprio nel momento in cui il torneo entrava nel vivo, prima con le sfide decisive dei gironi e poi con i match a eliminazione diretta. Incomprensibile anche, e torniamo al punto di partenza, la scelta di alcune partite per le dirette: in pratica una delle favorite per il successo finale, l'Argentina, rimarrà "oscurata" fino ai quarti di finale, quando, si spera, la Rai ci farà la grazia di trasmettere il probabile scontro fra Messi e compagni e l'atteso outsider Belgio. Secondo le ultime notizie, nemmeno l'ottavo che vedrà opposta la Selecciòn alla Svizzera godrà della trasmissione integrale. 
Maltrattata pure l'attesa Colombia, fin qui all'altezza dei pronostici che la indicavano come possibile rivelazione: chi li ha visti, in Rai, Cuadrado e compagni? In compenso, ci siamo dovuti sorbire tutte le stanche recite del Brasile, anche quella dall'esito scontato contro il modestissimo Camerun, e ben due su tre della Francia e del suo girone cuscinetto, frutto dello scandaloso sorteggio decembrino che, personalmente, non ho dimenticato. Scelte editoriali poco coraggiose, effettuate spesso puntando sulla platea sicura della prima serata piuttosto che su quella ondivaga del tardo pomeriggio, benché alle 18 fossero in calendario una serie di sfide di altissimo interesse. Ragionamenti da vecchia tv di Stato: la Rai, per l'appunto. 

martedì 17 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA GERMANIA E' LA REALTA' PIU' SOLIDA. CALCIO "QUASI" TOTALE, RONALDO CANCELLATO, MULLER UBER ALLES

                                           Esultanza tedesca, con Muller al centro

Uomini da Mondiale. Appena annusano nell'aria l'inebriante aroma del torneo iridato, ingranano la quarta e diventano mattatori, disseminando di prodezze il più importante palcoscenico calcistico del globo. E' un club di calciatori esclusivo e assai invidiato, perché solo in pochissimi riescono a diventarne membri. La storia e l'attualità del football sono piene di campioni, persino di fuoriclasse, che davanti all'impegno della Coppa del Mondo si sono fatti piccoli piccoli: pensiamo a Platini, che di Mondiali ne ha disputati tre senza mai lasciarvi un'impronta autenticamente indelebile, così come Van Basten, che trapanò l'acqua in occasione della sua unica partecipazione; oppure, venendo all'oggi, in attesa di capire se Leo Messi riuscirà finalmente a rompere l'incantesimo dando un seguito al gol gemma con la Bosnia, chi ha nuovamente steccato è stato Cristiano Ronaldo, ectoplasmatico nella disfatta del suo Portogallo davanti alla Germania. Ecco, la Germania invece ce l'ha, il suo "uomo da Mondiale": si chiama Thomas Muller ed è un castigo di Dio. 
MULLER DA TRIPLA - Cinque reti in Sudafrica, quattro anni fa, capocannoniere al debutto in una grande competizione internazionale; tripletta ieri pomeriggio, a griffare il trionfale vernissage brasiliano della Nationalmannschaft. Il 4 a 0 agli spauriti lusitani rappresenta il vero atto di forza di questo avvio di torneo, ancor più della demolizione spagnola ad opera dell'Olanda, che probabilmente aprirà la strada a un ottimo Mondiale degli Oranje ma che, nelle dimensioni dello score e nella sostanza tecnica, rimane un episodio probabilmente irripetibile: un'impresa, nel senso più pieno del termine. I tedeschi hanno invece lasciato una sensazione ben più "corposa": quella di Low è parsa, fra le "grandi" designate, la compagine più equilibrata, compatta, completa, di alto livello tecnico e agonistico, pienamente consapevole dei propri mezzi. Come l'Italia, neanche  la Germania poteva contare su un approccio morbido utile a completare il rodaggio, ma ha fatto spallucce, riuscendo a ridurre il Portogallo a caricatura di squadra. 
QUASI CALCIO TOTALE - Vista la partita, tutto è sembrato facile, ma di fronte ai teutonici c'era una delle migliori espressioni del calcio europeo degli ultimi tre lustri, terza (proprio come la Germania) al torneo continentale 2012, mina vagante col privilegio di schierare in prima linea il Pallone d'oro in carica. Tutto è parso facile perché sono stati Muller e compagni a mettere la strada in discesa: il Portogallo aveva iniziato in maniera promettente, con una incursione di CR7 arginata a fatica da Neuer, poi non c'è più stata storia. Dal rettangolo verde è zampillato uno spettacolo a tratti esaltante di calcio contemporaneo, modernissimo: mi è parso persino di intravedere sprazzi di football totale, nel senso universalmente conosciuto tramandatoci dagli eroi olandesi del 1974 e dintorni. Nessuno o quasi era ancorato saldamente al proprio ruolo nominale, nelle file dei bianchi: tutti o quasi coprivano e attaccavano, sostenuti anche da uno schieramento corto, che consentiva di difendere in massa per poi distendersi armoniosamente verso la porta di Rui Patricio, senza allungare il brodo della manovra. 
BATTERIA DI INCURSORI - In un attacco che, nel solco spagnolo, abbracciava la filosofia del "falso nueve", il tourbillon era notevole, anche se alla distanza emergevano posizioni ben definite: Ozil a ispirare inesausto la manovra sulla destra, il furetto Gotze a regalare lampi brucianti sul versante opposto, e poi lui, "l'uomo da Mondiale" Muller, a spaziare in libertà per poi venire fatalmente calamitato verso la zona centrale, suo approdo naturale, fino a siglare, dopo il penalty in apertura, due reti da centravanti vero, l'ultima delle quali con un opportunismo alla Paolo Rossi, piombando nell'area piccola su una palla sfuggita al portiere. Per inciso, anche senza ricorrere al finto centravanti, la batteria di trequartisti, mezzeali e incursori messa in mostra dalla Germania è la formula che sogno, come tante volte scritto, per la nostra Nazionale, in modo da dare sostegno e respiro a Balotelli e ampliare il ventaglio di soluzioni offensive del Club Italia. 
Dietro il trio di guastatori "senza fissa dimora tattica", agivano con costanza un Kroos chirurgico in impostazione, un Khedira ritrovato dopo il grave infortunio, efficacissimo nelle due fasi di filtro e rilancio (e anche vicino alla segnatura nelle battute iniziali), l'impagabile Lahm che agiva a tutto campo avanzando spesso fino alla trequarti; nelle retrovie Hummels, oltre a difendere con perizia, si industriava a far ripartire l'azione e andava oltretutto a siglare, di testa su corner, il punto del raddoppio. Una "cooperativa" del pallone, insomma, in cui tutti si aiutavano anche al di là delle rispettive mansioni d'origine. 
GERMANIA, SOLIDE CERTEZZE. PORTOGALLO DA REINVENTARE - Mentre la Spagna si è smarrita e il Brasile è aggrappato al suo genio Neymar, mentre l'Italia fa ben sperare ma deve mettere a punto diversi dettagli tattici e di uomini, mentre la Francia è da rivedere contro un avversario di vera caratura mondiale e l'Argentina pare aver sposato il minimo sindacale del gioco, la Germania è una realtà già "fatta e finita", piena di certezze,  pronta per volare lontano: quello di ieri doveva essere il suo impegno più gravoso, in questa fase iniziale, e invece nell'ultima mezz'ora ha persino potuto tirare il fiato, ridimensionando un Portogallo sovrastato in ogni zona del campo, mai in grado di abbozzare contromisure plausibili.
Ronaldo ha fatto tutto il contrario di ciò che ci si attende da un fuoriclasse universale: mai ha preso la squadra per mano da vero leader, si è limitato a giocate elementari e prevedibili, a un'attesa passiva dei passaggi (spesso imprecisi) dei compagni. E intorno, il nulla, a parte qualche buona idea di Veloso nel primo tempo e qualche incursione di Nani. Come per la Spagna, ripartire da un esordio così disastroso, nel punteggio e nelle risultanze di gioco e di rendimento, sarà impresa disperata. La Germania, invece, di esordi non ne sbaglia più uno, dal 1990. Fece 4 a 0 anche nel 2010, ma all'epoca davanti c'era l'Australia, con tutto il rispetto. Oggi, questo poker ha un peso specifico ben diverso. Generalmente non amo sbilanciarmi (anche se, sosteneva Gianni Brera, i pronostici li sbaglia solo chi non li fa, come dire che chi scrive di pallone deve saper rischiare), ma, allo stato delle cose, mi sorprenderei molto se non trovassi la selezione di Low fra le prime quattro di questo Mundial. 

giovedì 12 giugno 2014

BRASILE 2014: LA MIA PICCOLA GUIDA AL MONDIALE. PARTE SECONDA: SUL CAMPO SARA' CACCIA AI VERDEORO

                              Neymar: diventerà il nuovo imperatore del calcio mondiale? 

A CACCIA DEL BRASILE - Sul campo, che torneo sarà? Il titolo di apertura potrebbe essere tranquillamente "Brasile contro tutti". Il leit motiv "di chi ne sa" è uno solo: il futèbol verdeoro non potrà, ragionevolmente, fallire anche il secondo appuntamento iridato casalingo, dopo quello del 1950. Sarebbe semplice ribattere che, magari, la grandezza, la diversità, l'unicità del calcio brasileiro potrebbero risiedere proprio in questo: saper vincere ovunque, ma non fra le mura amiche... Discorsi che si porta via il vento, non è sulle leggi dei grandi numeri né sulle cabale che si costruiscono le imprese sportive.
Nel concreto, l'unico riferimento possibile è la Confederations Cup dell'anno scorso, quando si vide all'opera una Seleçao lontana da certa tradizione locale (ma in fondo da quanto tempo, ormai, non si materializza un Brasile in formato "bailando o ritmo do samba", tipo quello del Mundial spagnolo?): difesa organizzata e manovriera, tanto che proprio in terza linea venivano imbastite molte azioni offensive, grazie ai piedi buoni di David Luiz e Dani Alves; centrocampo con poco genio e molti muscoli, in avanti Hulk e Fred che come stile e classe nei piedi ricordavano più il Serginho dell'82 (ma più efficaci, però) che la coppia Romario - Bebeto del '94. E poi un fuoriclasse in pectore, pronto a sbocciare, come Neymar. Dopo una partenza al rallentatore, con pochi sprazzi sul piano del gioco, nella finalissima quel Brasile schiantò la Spagna mostrandosi già squadra "da Mondiale": compatta, corta, agile, dinamica, dalla manovra scarna ma essenziale, capace di travolgere il centrocampo del tiqui taca con vertiginose avanzate in velocità.
MISTERO SPAGNA - Già, la Spagna, l'altra regina designata. Personalmente non credo al quarto titolo internazionale, dopo un Mondiale e due Europei, e magari mi sbaglio ma... vedo fermenti positivi ovunque, rappresentative giovani sbocciate all'improvviso, altre che proprio in questo 2014 paiono destinate a completare il loro percorso di crescita: insomma, una concorrenza non più velleitaria, ma coi mezzi per spodestare la dominatrice assoluta di questi anni. Iniesta e Xavi sono sempre "divini", ma non eterni, e Casillas in stagione ha dato qualche cenno di cedimento: è sì sbocciato qualche giovane interessante, ma pare destinato a fare ancora anticamera. 
La Roja oltretutto non godrà dell'opportunità, sovente concessa ai campioni uscenti, di giocare un primo turno di rodaggio in vista delle sfide che contano: si comincerà da dove si era finito, dall'Olanda battuta nella finale 2010 a Johannesburg, e pure Cile e Australia son da prendere con le pinze. Io credo che il proprio apogeo il team di Del Bosque lo abbia toccato nel luglio 2012, in quell'atto conclusivo europeo che rasentò la perfezione, giocato peraltro contro un'Italia in stampelle e in debito d'ossigeno. La stessa Italia e il Brasile in Confederations, nonché la Francia nelle qualificazioni mondiali, hanno dimostrato che il gioco di questo squadrone - mito è ora disinnescabile. 
IL BELGIO COME L'OLANDA '74? - Forze emergenti sbocciate nell'ultimo biennio, si diceva. Guida il drappello la selezione belga di Marc Wilmots. Dire Belgio, per i cultori di lunga data del football internazionale, significa ricordare ispide selezioni anni Ottanta, votate al tatticismo e all'esasperante applicazione dell'offside, eppure ricche di talenti, da Pfaff a Gerets, da Vercauteren a Ceulemans. E lo stesso Wilmots è stato uno degli ultimi alfieri dei Diavoli Rossi prima della crisi: nel 2002 rischiò di spazzare via il Brasile, ma gli annullarono un gol buono negli ottavi. Questo nuovo Belgio si annuncia solido come nelle migliori espressioni del passato, ma più brillante come manovra e luminarie offensive, grazie ai vari Hazard e Lukaku. E poi altri uomini di classe ed efficacia come  Courtois, Vertonghen, Mertens.... 
L'attesa che circonda i belgi è simile a quella che accolse l'Olanda nel '74 e la Danimarca nell'86, ma anche la Colombia nel '94. Tutte novità dell'ultima ora che parevano destinate a spaccare in due il Mondiale, ma solo gli Orange fecero l'exploit, mentre per i sudamericani fu addirittura "fracaso". Questo per dire che nel torneo iridato essere pieni di risorse tecniche e agonistiche non basta: conta anche la tradizione, conta l'abitudine a frequentare certi palcoscenici... Ciò non toglie che, sulla carta, il Belgio avrebbe tutto (compreso un abbordabile girone iniziale) per poter entrare fra le prime quattro. Attesa anche per la Colombia di Cuadrado, Jackson Fernandez  e Gutierrez, ma non più di Radamel Falcao, e l'assenza del formidabile fromboliere ridimensiona parzialmente i propositi di riscossa della selezione di Pekerman. 
ARGENTINA E GERMANIA ALLA RESA DEI CONTI - Due grandi storiche, fra le tante, sono da seguire con particolare curiosità: le due che, da più tempo, non battono chiodo a livello di trofei, di allori concreti messi in bacheca. L'Argentina in primis, che non mette piede in semifinale dal 1990 (quando ci riuscì con poco merito e molta fortuna). Non è la Seleccion migliore delle ultime edizioni (arrivo a dire che nei cinque precedenti tornei, fin da USA '94, fosse nel complesso più competitiva, con talenti in tutti i reparti), ma che vuol dire? Nemmeno l'Argentina '86 sembrava potesse ambire a grandi traguardi, e invece si scoprì strada facendo complesso di tremenda efficienza, non solo grazie al Super Dieguito. Oggi Sabella si ritrova una difesa sulla carta modesta, un centrocampo aggrappato al solito, inesauribile Mascherano, sogno proibito del Napoli, e a Maxi Rodriguez, e un attacco, quello sì, stratosferico, dove fra Higuain, Aguero e Di Maria, lo spaurito Messi dell'ultima stagione deve fare il salto decisivo, perché se non si vince un Mondiale, o se almeno non si recita su quel palco da primattore assoluto almeno una volta, non si può ambire al titolo di più forte di tutti i tempi.
Ci sono poi i nostri carissimi nemici tedeschi. Quando parlavo di rappresentative giunte alla piena maturità pensavo proprio a loro: il lavoro di ricostruzione avviato nei primi anni Duemila è pronto a dare i suoi frutti migliori. Da Klinsmann a Low, il gruppo si è via via arricchito di giovani sempre più freschi, brillanti, di personalità, decisivi, da Thomas Muller a Mario Gotze. Finora questo ciclo della Nationalmannschaft ha mostrato una squadra sempre piazzata ma mai vincente: devono sbrigarsi, i teutonici new generation, perché il rischio è di passare alla storia come vi passò la bella Italia di Vicini citata in apertura: frizzante, sbarazzina, ma senza coppe. 
LE ALTRE - Ci sarebbe da parlare ancora dei nostri avversari di girone, dell'Inghilterra che ha sposato la linea della gioventù più sfrenata (Sterling, Sturridge) e dell'Uruguay aggrappato ai suoi vecchi marpioni (Godin, Suarez, Cavani); del Giappone che Zaccheroni ha fatto diventare adulto al punto che l'anno scorso, in Confederations, ci fece fare una colossale brutta figura pur uscendo dal campo sconfitto, o dell'eterna attesa per un exploit africano (al terzo tentativo, la Costa d'Avorio delle stelle europee farà centro?), o ancora del Portogallo che con un Cristiano Ronaldo al top potrebbe scardinare le gerarchie più consolidate... Preferisco però non dilungarmi oltre. Analizzare le altre compagini in lizza sarebbe presuntuoso, da parte mia: molte le conosco solo superficialmente, le scoprirò compiutamente a Mondiale in corso. E dell'Italia si è parlato nei giorni scorsi e si parlerà a breve: i nostri azzurri meritano un capitolo a parte.
FOOTBALL COMES HOME - Ci siamo, dunque. Come a Euro 1996 in Inghilterra, anche per questo Mundial lo slogan potrebbe essere "Football comes home". All'epoca tornò nella terra dei fondatori, oggi torna dove gli Dei del pallone custodiscono l'essenza più genuina, più naive, più esuberante e libertina di questo sport. Torna, anche, in una terra lacerata da contrasti, tensioni sociali, da una ribellione allo status quo economico e governativo che dalle nostre parti sappiamo solo lasciare sulla carta. Il Mondiale non potrà non risentire di questo clima che intorbida le acque tutto intorno: un Mondiale sbagliato, gestito organizzativamente in maniera inqualificabile, il prodotto più triste di una élite di potere lontana dalle necessità del popolo, e prodotto, anche, di una Federazione internazionale che deve essere totalmente ripensata, sia negli uomini (Blatter...) sia nelle strategie. (2 - Fine).  

BRASILE 2014: LA MIA PICCOLA GUIDA AL MONDIALE. PARTE PRIMA: EMOZIONI, MEMORIE E SCORCI DI VITA


Il Mondiale non è soltanto il massimo consesso calcistico del globo, suprema tenzone fra le migliori espressioni tecniche dell'universo football. Il Mondiale è una festa, anzi, "la festa" per eccellenza del pallone e di chi lo ama fin quasi a venerarlo. E' quasi una ricorrenza, nel senso... liturgico del termine, e pazienza se rischio di passare per blasfemo. Definirlo evento sportivo è riduttivo: è un magnifico happening catalizzatore di emozioni, un formidabile aggregatore sociale, un alimentatore di sogni e di memorie. Perché il ricordo di ogni edizione della Coppa del Mondo non si esaurisce solo nei gol, nei match più avvincenti, nei campioni epocali e in quelli che hanno ballato una sola estate, si chiamino Ronaldo o Maradona, Totò Schillaci o Fabio Grosso. E' qualcosa di più, è rimembranza di frammenti di vita tout court: ad ogni gol, ad ogni campione, ad ogni partita è legata la memoria di un momento particolare della nostra esistenza, di cosa facevamo noi, i nostri amici, i nostri cari mentre sullo schermo si dipanavano le alterne vicende del torneo. 
IL MONDIALE DELLA MIA VITA - Tutti, o perlomeno tutti quelli che amano visceralmente il calcio, hanno un loro Mondiale preferito. Il mio rimane, ancora oggi, quello del Novanta, ed è chiaro, come da ragionamento di poche righe sopra, che non mi riferisco solo all'aspetto sportivo. Italia '90 fu una kermesse di livello tecnico fra il discreto e il buono: nulla di trascendentale, ma nemmeno quell'obbrobrio che troppi storici hanno raccontato a chi è venuto dopo. Ma, per me, fu il Mondiale "perfetto", perché coincise con la fase forse più "ispirata" della mia gioventù: il secondo anno di ragioneria andato benissimo che mi aprì le porte a tre mesi di spensierata vacanza, ma soprattutto una lunga, interminabile vigilia di un evento che attendevo, in pratica, dalla fine di Mexico '86. 
IL GRANDE GUERINO - Negli ultimi dodici mesi, la lunga attesa fu scandita settimanalmente dall'appuntamento in edicola col Guerin Sportivo, da poco conosciuto, che con splendidi servizi e iniziative indimenticabili mi portò per mano nel cuore dell'appuntamento iridato. E poi c'era tutta un'atmosfera particolare, inebriante: sarà stato perché si trattò un Mondiale praticamente "sotto casa", sarà stato perché in campo andò una Nazionale azzurra fra le più brillanti e spettacolari di sempre, sarà stato per i tanti stranieri del nostro campionato (allora davvero il migliore del mondo) che a Serie A finita tornarono da noi a contendersi la Coppa del Mondo con le maglie delle rispettive Nazionali (la Germania Ovest interista, l'Olanda milanista, il Brasile un po' napoletano...): sarà stato per una mare di altre cose, ma quell'estate '90 rimane per me un ricordo stupendo, nonostante il finale agrodolce per la squadra di Azeglio Vicini. 
IL MONDIALE E' UN PEZZO DI VITA - Ecco, questo è il Mondiale: ti scava dentro l'animo, ti si fissa nel cuore, diventa parte integrante del tuo bagaglio umano e culturale: può apparire esagerato, ma così è. Il Mondiale è passione pura per il football, senza provincialismi; il Mondiale è estate (spero non consentano, nel 2022, di disputarlo in inverno; e spero non consentano di disputarlo in Qatar...), col sottofondo musicale delle canzoni balneari, dei tormentoni da ombrellone come "Un'estate al mare" (1982) o "Sotto questo sole" (1990), quei brani spensierati e leggeri di cui oggi si è un po' perso lo stampo; il Mondiale è nelle strade delle nostre città, coi balconi, i terrazzi e le finestre imbandierate.
IL SENSO DEL MUNDIAL - Certo, un tempo era meglio, e non solo per una banale questione anagrafica che ti fa vedere il passato con nostalgia: era meglio vuoi perché c'era un canale tv visibile a tutti che ti portava in casa ogni singola partita e non solo 25 come oggi, vuoi perché oggi del calcio internazionale si sa ogni cosa, mentre un tempo la Coppa del Mondo era attesa in maniera spasmodica perché consentiva di vedere all'opera campioni di cui poco si sapeva, a parte qualche articolo sui giornali specializzati (e in questo senso il citato Guerino era il non plus ultra). Ma il fascino dell'evento in sé rimane intatto, e anzi, da un certo punto di vista, oggi il Mundial ha un senso ancora più profondo: nell'era delle squadre di club che hanno perso quasi ogni legame col territorio, diventando serbatoi di giocatori provenienti da ogni parte del pianeta, le Nazionali consentono di riscoprire l'importanza dell'identità di patria (ebbene sì), del senso di appartenenza, e diventano la più attendibile cartina di tornasole (a parte gli isolati casi di "oriundi") dell'effettivo stato di salute di ciascun movimento calcistico.  (1 - Continua). 

venerdì 16 agosto 2013

ITALIA - ARGENTINA, OVVERO UN'OCCASIONE SPRECATA

                                         De Rossi: meglio nel mezzo che in difesa

E' consentito un pizzico di (innocua) cattiveria nel mare di buonismo che ha avvolto i giorni di Italia - Argentina? Ecco, lasciatemelo dire: la settimana azzurra così com'è stata concepita, all'insegna di celebrazioni, udienze e benedizioni papali, ulivi piantati nel bel mezzo del prato dell'Olimpico e quant'altro, non ha rappresentato il modo migliore di approcciarsi a un test potenzialmente probante come quello contro la Selecciòn di Sabella. Del resto era prevedibile: i più "anziani" ricorderanno l'amichevole con la Svizzera dell'ottobre 1982, sempre  a Roma, pochi mesi dopo il trionfo Mundial. Anche all'epoca, nei giorni precedenti, grandi feste, la visita al Quirinale per il saluto di Pertini, premiazioni, medaglie: poi, al momento di scendere in campo, squadra svuotata e fuori fase, con la testa altrove perché fino a quel momento a tutto aveva pensato fuorché all'impegno agonistico, e puntuale figuraccia, ossia sconfitta interna alla prima uscita dopo l'impresa spagnola. 
Siamo dunque davanti all'ennesima occasione persa: si affrontava una delle rappresentative più competitive del momento (fanno testo la classifica Fifa, la qualificazione mondiale quasi raggiunta e il tasso di classe elevatissimo), opportunità unica per crescere, acquisire personalità internazionale, sperimentare uomini nuovi e alternative tattiche. Ma non c'erano la testa, la concentrazione necessarie, lo spirito per fare tutto questo, o almeno provarci: inevitabile, quando a una partita vengono attribuiti significati extracalcistici così profondi (ed encomiabili, per carità), tali da far passare in secondo piano, se non annullare, il contenuto tecnico della sfida. 
COME IL GIUBILEO DEL 2000 - Chiariamo: nulla di male (anzi) nel desiderio di omaggiare il nuovo, acclamatissimo Pontefice, abbinando all'occasione un colossale spot per la fratellanza e per una interpretazione più umana e meno affaristica dello sport professionistico; ma se lo scopo era questo, sarebbe bastato allestire un match - esibizione come quello dell'ottobre 2000, in occasione del Giubileo, fra la Nazionale di Trapattoni e una All Stars di stranieri del nostro campionato: un incontro a carattere accademico, dal tasso agonistico pressoché nullo e senza uno straccio di emozione, senza falli e senza palle gol. Se invece si mette in calendario, ad aprire la stagione che condurrà alla Coppa del Mondo, un'amichevole di tale spessore, è delittuoso non sfruttarla adeguatamente. Liquidiamo subito il discorso relativo alla preparazione ancora approssimativa dei nostri: valeva anche per i biancocelesti, che sono invece parsi di un altro pianeta. Ma il divario di valori fra Italia e Argentina non è quello visto all'Olimpico romano, anzi, azzardo e dico che al momento attuale il divario non esiste proprio, i sudamericani non sono più forti degli italiani, lo testimoniano il rendimento medio e i risultati colti dall'Azzurra negli anni di gestione prandelliana. 
LO SPIRITO DI DUE ANNI FA - Più che altro, mercoledì scorso è balzata agli occhi la differenza con un'altra amichevole ferragostana, quella con la Spagna a Bari, due anni fa. Una splendida prestazione di Montolivo e compagni, coronata da un meritato e prestigioso successo. Si respirava un'aria inebriante, attorno a quella Nazionale: l'aria frizzante e vitale che accompagna le giovani squadre in sboccio, protese al raggiungimento di traguardi importanti. Era un'Italia che stava diventando grande, dopo gli impacci delle prime uscite ufficiali post Sudafrica, che stava acquisendo uno status internazionale di tutto rispetto, che ai risultati aveva imparato ad abbinare un gioco di buona qualità e uno spirito sbarazzino nell'affrontare anche gli impegni più duri. A dimostrazione del fatto che certe amichevoli non sono inattendibili, se affrontate con l'atteggiamento giusto, gli incoraggianti segnali emersi in quella notte pugliese vennero poi confermati nelle sfide ufficiali, in un crescendo che portò la nostra selezione a uno splendido e inatteso secondo posto a Euro 2012. 
Oggi, due anni dopo, quel clima di fiducia e di speranza, quella tensione al miglioramento continuo, non si percepiscono più, o comunque sono molto annacquati. Spiace dirlo, ma le sensazioni trasmesse dall'incontro di due giorni fa sono le stesse lasciate da buona parte delle sfide azzurre della stagione post Europei: la Nazionale, una volta riconquistato un buono standard di prestigio mondiale, pare essersi fermata, non riesce a compiere l'ultimo passo verso l'acquisizione di una dimensione da "grande squadra". Vivacchia, certo più che dignitosamente, sui livelli faticosamente raggiunti nel. primo biennio, e da lì non sembra più in grado di spostarsi. Lo testimonia il fatto che da un anno denunciamo gli stessi limiti, le stesse défaillance di una compagine che non ha ancora trovato una inquadratura tattica stabile, che continua a concedere troppo in difesa e che in avanti non riesce a concretizzare in proporzione alla mole di gioco creata, mancando drammaticamente di killer instinct, soprattutto al cospetto dei colossi del football planetario. E ciò fa rabbia, perché il gruppo di Prandelli ha dimostrato, anche dopo Kiev, che i mezzi tecnici e mentali per compiere il definitivo salto di qualità li avrebbe eccome, basti pensare  alle prestazioni di marzo contro il Brasile e di giugno in Confederations con la Spagna. Per tutto il resto, la stagione 2012/13 ha regalato un tran tran accettabile (le sfide mondiali contro Armenia e Danimarca, l'esordio brasiliano contro il Messico) e tanti, troppi appuntamenti che hanno fatto arrossire, pur venendo confortati da risultati positivi (i due incontri con Malta, quello in Repubblica Ceca, la fortunosa affermazione sul Giappone...). 

                                            Osvaldo: molto fumo e poco arrosto

IL TEMPO STRINGE - Il gala con l'Argentina non ha fatto altro che inserirsi in questo trend piatto e inquietante. Sì, inquietante, perché il piccolo cabotaggio di cui sopra potrebbe anche bastare nel settembre di fuoco che attende i nostri, ma non ci giureremmo fino in fondo: la qualificazione  a Brasile 2014 è ancora da conquistare, e Bulgaria e Repubblica Ceca ci han già fatto soffrire nei match di andata. Ma anche ammesso che si riuscisse a "scollinare" con successo questo duplice impegno (e io credo di sì, a scanso di equivoci), dopo ci vorrà qualcosa di più, e il tempo per limare i limiti congeniti di questa nostra rappresentativa, bella ma a volte un po' troppo leggerina, comincia ad assottigliarsi. Ecco perché, e ritorniamo al punto di partenza, appuntamenti di sostanza come quello dell'Olimpico si dovrebbero ben altrimenti sfruttare, al di là del loro significato simbolico. 
I DUBBI SU DE ROSSI E VERRATTI - Peccato, perché gli spunti di interesse non mancavano, in primis il ricorso a De Rossi come centrale in una difesa a quattro e le chiavi del centrocampo di fatto consegnate a Verratti. Gli esiti non sono stati esaltanti: il romanista ha offerto buoni spunti individuali, ma il rendimento collettivo del reparto non è parso affatto beneficiare della sua presenza, anzi. Il buon Daniele può tornare utile, in posizione arretrata, solo come perno di una terza linea a tre, nel quale può fungere tatticamente da centromediano metodista all'antica o da libero moderno come poteva essere il compianto Scirea, altrimenti è meglio restituirlo alla zona nevralgica, dove in azzurro è spesso un'iraddiddio, visto che la difesa può contare su interpreti testuali del ruolo di sicuro affidamento, dai titolari Barzagli, Bonucci e Chiellini (per quanto quest'ultimo viva sempre sul confine fra pulizia di gioco e fallosità, e non rappresenti pertanto il massimo della sicurezza) agli attuali rincalzi Ogbonna, Astori e Ranocchia. 
Capitolo Verratti, un "beniamino" di questo blog: su Note d'azzurro ne ho sempre sottolineato il talento e l'importanza per il futuro del Club Italia, in qualità di maggiore indiziato a prendere in mano le redini del centrocampo nell'ormai imminente "dopo Pirlo". Con onestà, debbo però sottolineare che finora, con la  maglia della Maggiore, il giovanotto del PSG non ha mai convinto appieno, e quella con l'Argentina è stata forse la sua prova peggiore, soprattutto per timidezza tattica: Montolivo, per dire, pur non brillando ha fatto meglio di lui, con alcuni spunti degni di nota in copertura e in fase di impostazione. Insomma, è vero che Verratti finora di spazi non ne ha avuti moltissimi, ma è anche doveroso attendersi da lui, in questa stagione, una decisa impennata di personalità e di rendimento. Quella che ha già manifestato Insigne, con un atteggiamento propositivo e intraprendente e un gol che ne sintetizza la sua sicurezza da veterano, in uno scampolo di partita che ne ha certificato l'imprescindibilità per la Nazionale di oggi e di domani. 
ANTONELLI DA RIVEDERE - Sul resto, poco da dire: Antonelli è cresciuto strada facendo, sfiorando anche il gol del pari in un finale in cui peraltro tutta la squadra italiana ha preso a girare a ritmi accettabili, ma in precedenza aveva... brillato per scarsa incisività e approssimazione di tocco. Merita comunque un'altra chance. Centrocampo in soggezione costante, e prima linea che dovrà lavorare molto per ovviare alla doppia assenza, a Palermo con la Bulgaria, di Balotelli e Osvaldo: peraltro l'italo - argentino, rientrato come previsto nel giro azzurro (qualcuno aveva sostenuto che la sua esclusione punitiva dalla Confederations Cup ne avrebbe sancito l'addio definitivo al Club Italia), ha fatto molto fumo e poco arrosto, riuscendo raramente a liberarsi per il tiro. Sempre più urgente il recupero psicologico di El Shaarawy, mentre attendiamo da questa annata pre Mundial anche il decollo definitivo di Borini e di Destro e il rilancio in grande stile di Pepito Rossi. La splendida prova di Marchetti, infine, alimenta un interrogativo già più volte posto su queste pagine: perché dare così poco spazio ai "secondi" di Buffon, che avrebbero bisogno di fiducia e di minutaggio internazionale per essere  pronti alla bisogna in caso di malaugurate flessioni o forfait del titolarissimo? 

venerdì 13 aprile 2012

EURO 2012 - LA MATTANZA DEI RANDAGI: E SE I CALCIATORI ADOTTASSERO CANI E GATTI?


Meno di due mesi a Euro 2012. Un appuntamento che questo blog cercherà di raccontare e commentare nel dettaglio, un po' come fatto per il Festival di Sanremo, compatibilmente con eventuali impegni del sottoscritto. Il primo post sulla rassegna continentale lo vorrei però dedicare a un aspetto dell'evento che di calcistico ha ben poco. Anzi, diciamola tutta: ha ben poco di umano e di civile. 
La strage di animali randagi in Ucraina: se ne è parlato parecchio in questi mesi, più sul web che attraverso i media tradizionali, a dirla tutta. Cosa sta succedendo? Accade che in Ucraina, uno dei due Paesi (l'altro è la Polonia) designato per ospitare l'Europeo di football, si stia attuando un'eliminazione sistematica di cani e gatti randagi, anche con metodi di rara crudeltà. Perché? La nazione, si dice, deve presentarsi agli occhi del continente e del mondo, in occasione di questo grande evento sportivo, linda e pulita. Anzi, "ripulita". Dare di sé un'immagine "positiva" e allettante anche per il turismo del futuro, mostrando una realtà ordinata e rispondente ai più moderni canoni di vivibilità: e pare che per raggiungere un tale obiettivo non basti costruire e rimodernare infrastrutture, stadi, strade, alberghi e quant'altro; no: secondo qualche "illuminato" occorre "ripulire" il territorio sbarazzandosi degli animali. Siamo nel terzo millennio, ma a sentire certe cose non si direbbe.
MATTANZA - Detto, fatto. Così, come ha scritto il Fatto Quotidiano on line in un articolo del 28 febbraio scorso, "gli animali vengono uccisi a migliaia, avvelenati, presi a bastonate o a fucilate. A incentivare questo massacro sono all’inizio proprio le autorità locali, pronte a tutto pur di “ripulire” le strade delle loro città in vista delle partite dell’estate prossima. I cani vengono raccolti a centinaia dalla neve sporca di sangue, alcuni bruciati, altri buttati nell’immondizia, altri ancora in enormi fosse comuni ricoperte poi dal cemento". Nell'autunno scorso, in seguito alle proteste sempre più pressanti delle associazioni animaliste e dell'opinione pubblica internazionale, il Governo locale aveva annunciato il "divieto allo sterminio", impegnandosi nel contempo a mettere in cantiere la costruzione di adeguate strutture per il ricovero degli animali senza padrone. Promesse che però, a quanto pare, sembrerebbero cadute nel vuoto: sul giornale web "Il cambiamento" si legge infatti, a inizio aprile, che da allora "le stragi sono continuate ininterrottamente... Testimone della mattanza dei randagi, il fotografo Andrea Cisternino, il quale ha dichiarato all'agenzia di stampa Ansa: “Continuiamo a vedere e filmare cani morti nelle strade e a soccorrere quelli sopravvissuti. Nel centro della capitale Kiev, città i cui dati parlano di 12mila randagi, di fatto non se ne vedono più, mentre prima c'erano interi gruppi”.
INCIVILTA' - Non sono necessarie troppe parole per commentare quanto sta accadendo: coloro che si macchiano di scempi simili non possono che essere organismi viventi senza testa e senza cuore, personaggi incivili e senza alcun rispetto per la vita in ogni sua forma. La speranza è che essi non siano espressione della più generale inciviltà dell'intero Paese, ma non ho i mezzi per fare valutazioni del genere. Di certo, dentro costoro c'è uno spaventoso vuoto culturale e morale. Per quanto il randagismo possa rappresentare, da quelle parti, un problema sociale e "urbano" più grave di come lo si possa percepire da noi (si è letto anche questo, in vari resoconti degli ultimi mesi, e a questi mi devo attenere), non ci vuole una laurea per capire che tanti altri sistemi siano adottabili per limitare il fenomeno, garantendo nel contempo agli animali la salvezza e un dignitoso mantenimento in vita, loro pieno diritto. 
IL RUOLO DEL CALCIO, IL RUOLO DELL'UEFA - Tengo subito a sottolineare una cosa, per quanto di scarsissimo rilievo in confronto alla morte violenta di tanti esseri innocenti: leggendo commenti su blog, social network e siti di informazione, da quando è scoppiato il caso, è percepibile un generalizzato attacco al calcio in quanto tale, quasi fosse esso il responsabile della mattanza. Chi odia il pallone (ma perché odiarlo? Se una cosa non piace, come è lecito che sia, la si ignora e basta) ha trovato in questa vicenda terreno fertile per scaricare ulteriore veleno sul mondo della pedata e dei suoi protagonisti, mostrando sconcertante superficialità e anche un pizzico di populismo. Signori, il calcio in sé per sé c'entra ben poco, anzi, direi quasi nulla: prima dell'Ucraina, tanti altri Paesi, in ogni parte del mondo, sono stati scelti dagli organismi preposti (le varie federazioni internazionali) per ospitare queste manifestazioni, dai Mondiali agli Europei, ma mai in nessun altro posto si era assistito a uno scempio del genere. E' evidente che fra le richieste mosse da tali federazioni ai Paesi anfitrioni non vi sia, né mai vi potrebbe essere, l'eliminazione sistematica, anche con metodi violenti, degli animali randagi. 



Detto questo, non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia: l'UEFA ha fatto ben poco per arginare il fenomeno. Sempre dal già citato articolo del Fatto quotidiano, emerge che, nell'autunno scorso, "la Uefa fa sapere di aver mandato due lettere, la prima al vice premier Ivan Vasiunnyk il 23 settembre 2009 e la seconda al suo successore Borys Kolesnikov il 1 giugno 2010, invitandoli a “prendere i giusti provvedimenti per risolvere la questione”. Non è molto, onestamente; inoltre "a fine novembre l’Uefa ha detto di aver effettuato una donazione alla Protezione animali di Kiev per finanziarne le sue attività, ma tra i volontari nessuno ha mai visto un euro”. Quanto avrebbe stanziato l’Uefa? “Non è dato saperlo”, risponde Cisternino. “Sta di fatto che il 25 gennaio 2012, nel corso di una manifestazione animalista di fronte al parlamento di Kiev, il ministro all’Ambiente ucraino Mykola Zlochevsky ci ha incontrati e ci ha detto che stavano cercando i soldi per continuare le sterilizzazioni”. Insomma, dove sono finiti i soldi dell’Uefa?". 
SPERANZE VANE? - Insomma, da parte della Federazione calcistica continentale e del suo ambizioso capo, Michel Platini, sarebbe auspicabile qualche mossa più decisa. Ma è lecito attendersi prese di posizione coraggiose e ufficiali da parte di un calcio che nel 1978, per dire, accettò quasi senza batter ciglio la possibilità di andare a giocarsi un Mondiale in un'Argentina funestata da una dittatura militare che torturava, uccideva e occultava migliaia di giovani innocenti? E, più in generale, cosa aspettarsi da un movimento sportivo che quattro anni fa è andato a celebrare la sua massima espressione, i Giochi Olimpici, in quella Cina per tanti aspetti discutibile, sul piano della democrazia e del rispetto dei diritti umani? Lo sport ha scelto questa strada, cioè salvaguardare sempre e comunque l'aspetto agonistico, rendendolo impermeabile a condizionamenti derivanti da fattori politici o sociali. Se sia una strategia giusta o meno non lo si può valutare qui, in poche righe.
INIZIATIVE POSSIBILI - Riguardo alle singole Federazioni calcio, qualcosa in più sarebbe invece possibile fare. Attenzione, non mi sognerei mai di chiedere, come in molti hanno fatto, addirittura un boicottaggio del torneo. Follie da sognatori. Ci sono interessi economici enormi in ballo, ci sono le carriere di atleti che, giustamente, attendono quel momento come uno dei più importanti della carriera, e non è giusto chieder loro di rinunciare. 
Ma dirigenti e calciatori, una volta in terra ucraina, potrebbero emettere comunicati ufficiali di protesta, partecipare alle iniziative degli animalisti, prestare i loro volti per campagne pubblicitarie contro la strage, far sentire concretamente la loro voce sia nelle conferenze stampa sia in campo, che so, con striscioni da srotolare a sorpresa al momento di entrare sul terreno di gioco o prima degli inni (ma in quest'ultimo caso potrebbero crearsi incidenti diplomatici con le autorità locali, e forse nemmeno i governanti calcistici apprezzerebbero). 
ADOZIONI - La cosa più bella, più rivoluzionaria, più spiazzante, potrebbe essere questa: tutti i 368 giocatori convocati (23 per ciascuna delle 16 Nazionali finaliste) adottino un randagio ucraino, e facciano lo stesso i 16 Commissari tecnici. Ecco, questo sì che sarebbe un messaggio veramente "devastante", nella sua positività: una lezione morale a chi ha dato il via libera a questa mattanza, una lezione da impartire senza il timore di incorrere in multe o sanzioni. Cristiano Ronaldo, Podolski, Iniesta, Van Persie, Buffon: tutti con un cagnolino o un gatto ucraino in braccio, da portare con loro al ritorno a casa dopo la conclusione dell'Europeo. E' proprio impossibile?