Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Ibrahimovic. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ibrahimovic. Mostra tutti i post

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva. 

martedì 3 luglio 2012

EURO 2012: LE MAGNIFICHE 16 AI RAGGI X, OVVERO... IL PAGELLONE



Chissà quanti ne leggerete, in questi giorni, di voti e di giudizi. Eppure non posso sfuggire alla tentazione di compilare il  pagellone finale, un classico giornalistico a chiusura di queste manifestazioni. Ecco dunque le magnifiche 16 di Euro 2012 di fronte alla commissione d'esame, formata da... me stesso. 
SPAGNA: la più bella del mondo. Il suo gioco morbido ed elaboratissimo, le sue trame inesorabili, oltre a renderla padrona a centrocampo e mortifera in attacco le hanno pure donato una impermeabilità difensiva da record: un solo gol subito in tutto il torneo, nella prima partita, dal nostro Di Natale. Sergio Ramos, come carisma, possanza atletica e puntualità nell'arginare gli attacchi avversari, è il vero erede di Puyol, Iniesta merita di stare nella galleria dei grandi centrocampisti di tutti i tempi, per personalità, completezza tecnico - tattica, capacità di costruzione ed efficacia negli inserimenti, Fabregas e Silva sono due folletti fantasiosi e incontrollabili. VOTO: 9. 
ITALIA: una "grande storica" recuperata al football che conta, dalla polvere sudafricana agli altari di un trono europeo sfiorato. Bilancio in largo attivo, nonostante la gestione, superficiale e non all'altezza, della finalissima, che abbiamo analizzato qui nel post dedicato. I "Mundialisti" del 2006, Buffon, Barzagli (mai così convincente in campo internazionale), De Rossi (fondamentale il suo eclettismo tattico) e il sublime Pirlo tutti in stato di grazia: Andrea merita una citazione speciale, playmaker lucido, ispirato e geniale, determinante anche in fase di filtro, perno imprescindibile della manovra ed esempio per carattere, calma e dedizione alla causa. Fra i "nuovi" si segnala la crescita di Abate e Bonucci e il riscatto di Balzaretti e Montolivo, partiti ingiustamente fra le riserve. Cassano più incisivo del solito nei momenti che contavano, Marchisio, centrocampista polivalente e "guastatore" delle linee difensive avversarie, ad alti livelli fino alla semifinale e poi naufragato come tutti nell'atto conclusivo. Balotelli boom, ma Super Mario ora deve confermarsi. Per il Brasile, e per ciò che ci sarà dopo, ci vogliono nomi nuovi e una nuova mentalità in tutto il movimento calcistico nostrano. VOTO: 8. 
GERMANIA: Una possente macchina da gioco e da gol che ha trovato sulla sua strada un'Italia all'apice della propria parabola, artefice della classica partita perfetta. Come per il Brasile dell'82, solo così si può spiegare il tramonto improvviso delle speranze di Coppa dei teutonici. Che lasciano comunque l'impressione di un complesso ad elevato tasso di competitività, ancora giovane e in grado di poter cogliere, in futuro, gli allori che tutto sommato merita, per sé e per il calcio tedesco tutto, che continua a rappresentare un esempio per il nostro, sia sul piano logistico sia per il coraggio che ha avuto nell'investire massicciamente sui settori giovanili. Il solito impagabile Lahm, efficace sia dietro che in avanti, Badstuber - Hummels cerniera centrale di ampia affidabilità, almeno fin quando non si è trovata davanti Super Mario e l'ispirato Cassano (più meriti dei nostri che demeriti loro), Khedira tuttofare in gran spolvero, in ombra Ozil, spesso indolente, e l'atteso Mueller, bomber di Sudafrica 2010. Per Gomez un avvio fulminante, poi la solita, progressiva emarginazione e il ripescaggio in semifinale, quando i muscoli si erano ormai intorpiditi e il feeling col gol raffreddato. VOTO: 7,5. 
PORTOGALLO: quando Cristiano Ronaldo ha cominciato a travolgere le retroguardie avversarie, sembrava che potesse diventare per i suoi ciò che Maradona era stato per l'Argentina '86. Illusione: il fascino emanato dalla Spagna ha... intorpidito i lusitani in semifinale, piegandoli a una gara di pura attesa e mortificando un gioco offensivo che, al di là di CR7, aveva mostrato in precedenza sviluppi apprezzabilissimi. Resta la continuità agli alti livelli ormai acquisita, restano elementi di assoluta statura internazionale come l'inesauribile Coentrao e il geometrico Meireles, e un Pepe sempre sicuro e ringhiante dietro, ma non più preda di certi eccessi caratteriali del passato. VOTO: 7. 
INGHILTERRA: senza una precisa bussola tecnica a guidarla (cambiare allenatore, e che allenatore, a pochi mesi da una kermesse come questa non è mai evento foriero di buon risultati), piena di troppi elementi di non grandissimo spessore internazionale, fra piedi operai e buoni giocatori che non hanno la statura del campione. La perdita di Lampard è un'attenuante, ma non può bastare a giustificare tutto. Fra i nomi nuovi, Lescott è un difensore di stampo tradizionale ma alquanto efficace, Milner è cresciuto strada facendo con un gran lavoro, quantità e qualità, sul versante destro, Welbeck è una punta ancora in sboccio ma che ha buoni margini di miglioramento, così come Carroll, mento dotato in fatto di classe ma tipico centravanti boa in grado di lavorare soprattutto per i compagni. Urge il recupero completo di Walcott. Inverecondo il catenaccio nel quarto con l'Italia. VOTO: 5,5. 
REP. CECA: ha probabilmente raggiunto il massimo, in rapporto alle potenzialità buone ma non eccelse, rialzando la testa con grande forza d'animo dopo la batosta iniziale con la Russia. Sono piaciuti l'instancabile laterale destro Gebre Selassie, a proprio agio nelle due fasi, il centrale Sibok, il ragionatore Hubschman e gli incursori Pilar e Jiracek, due schegge impazzite che hanno allargato il ventaglio delle soluzioni offensive. In declino Baros, ex cannoniere europeo. VOTO: 6,5. 
GRECIA: i soliti ellenici, maestri di difesa, controgioco e ripartenze fulminee in contropiede. L'unica strategia concessa loro dai limitati mezzi tecnici, ma, come già sottolineato, per andare avanti in un Europeo ci vuole ben altro, anche perché il miracolo, con il medesimo sistema, lo si era già fatto otto anni fa, ed era già stata troppa grazia. Papadopoulos e Sokratis "pignatte" in retroguardia, Karagounis trascinatore nel mezzo, qualcosa di più di un semplice leader carismatico, Samaras cavallone dai grandi slanci offensivi, ancorché non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. VOTO: 6. 
FRANCIA: per i transalpini, è come se l'Europeo non fosse mai iniziato. Una sola partita vera, quella vinta sull'Ucraina che di fatto è valsa il superamento del turno; prima, il "nascondino" con l'Inghilterra, e dopo, il crollo contro la Svezia già eliminata e una recita all'insegna dell'impotenza contro i campioni uscenti (e poi... entranti).  Non un guizzo, non una trovata tattica dalla panchina, due anni di ricostruzione gettati alle ortiche con una spedizione all'insegna del bassissimo profilo, una modestia generale, la sensazione di potenzialità notevoli rimaste inespresse: Blanc, il cittì del futuro, già al capolinea, gran confusione nell'Esagono. Tanto fumo e poco arrosto per Ribery, esplosione mancata per Nasri, il nulla offensivo da parte di Benzema (in rapporto alle attese, forse, la delusione singola più grossa). Son piaciuti il versatile difensore Debuchy, il prezioso Cabaye, continuo e sostanzioso fervore nel mezzo e pericolosi inserimenti, e il sicuro portiere Lloris. Troppo poco. VOTO: 4,5. 
RUSSIA: forse è entrata in forma troppo presto. Travolgente successo in amichevole sull'Italia, lezione di gioco e vittoria schiacciante sui cechi al debutto. Poi si è trovata di fronte la miglior Polonia del suo deficitario torneo, e una Grecia ripresentatasi per una volta in versione 2004. Una serata non irresistibile, quella, per i russi, ma anche sfortunata, con grandi occasioni mancate e Dzagoev a un passo dal gol qualificazione nel finale. Euro 2012 avrebbe guadagnato parecchio, in termini di qualità di gioco e spettacolarità, dal passaggio del turno del team di Advocaat: sugli scudi i poderosi affondo del laterale sinistro Zhirkov, la paziente tessitura di Denisov, le percussioni di Kerzhakov e i guizzi sotto porta della citata rivelazione Dzagoev. Meritavano di più. VOTO: 6+. 
CROAZIA: biscotto o non biscotto, ha fatto il suo e alla fine, nel suo girone, è passato chi lo meritava di più (Spagna e Italia). Una buona gara d'esordio con l'Eire, ingigantita dai grossi limiti degli avversari e da qualche decisione arbitrale favorevole, poi un'ora a subire l'iniziativa di una brillante Italia, che ha avuto il solo demerito di non raddoppiare, come avrebbe potuto; infine, una recita fondamentalmente in soggezione di fronte  alle Furie Rosse, ancorché condita da un paio di occasioni clamorose che avrebbero potuto cambiare la storia  dell'Europeo (non solo del nostro, ma magari anche di quello iberico). Il vecchio Pletikosa è sempre un discreto numero uno, Corluka e Schildenfeld hanno fatto buona guardia dietro, con qualche sbavatura legata anche al notevolissimo valore degli attaccanti affrontati; Modric e Rakitic ispirati assai in fase di produzione del gioco. VOTO: 6-. 
SVEZIA: squadra non irresistibile, aggrappata alle troppo alterne lune di Ibrahimovic. Ha scontato al debutto il furore casalingo dell'Ucraina e l'ultima recita da campione del sublime Shevchenko, ha gettato il cuore oltre l'ostacolo con gli inglesi, ha letteralmente dominato i francesi, ma a eliminazione già maturata. Insomma, la solita Svezia, non in grado di andare oltre qualche exploit isolato. Si è rivisto su livelli di eccellenza Mellberg, califfo dietro e incisivo in avanti, Wilhelmsson inafferrabile movimentatore offensivo nell'ultima gara. VOTO: 5,5. 
UCRAINA: lo slancio del primo match aveva addirittura fatto pensare a un cammino lungo e fruttuoso. Il fattore campo sembrava averne moltiplicato le risorse, Sheva era risorto a nuova vita, castigando gli svedesi. La sfida con la Francia è stato l'esame di maturità internazionale mancato: troppo timidi e a corto di soluzioni tattiche, praticamente impotenti, gli uomini di Blokhin. Generosa e sfortunata la prova con gli inglesi, ma, al di là del gol non visto dal giudice di linea, troppe incertezze in fase conclusiva: la mancanza di lucidità e precisione a tu per tu col portiere è uno dei fattori che determinano lo stacco fra discrete, buone e grandi squadre. Cosa rimane: l'applicazione difensiva di Kacheridi, le vertiginose percussioni di Konoplyanka, i buoni mezzi tecnici di Garmash, regista ancora discontinuo, l'irriducibilità dei veterani Voronin e Tymoshchuk. VOTO: 6. 
DANIMARCA: di più non poteva fare, e col successo (diciamo la verità, un po' fortunoso) sull'Olanda ha comunque realizzato una piccola impresa, di quelle che impreziosiscono l'Europeo di certe Nazionali di livello medio. Rabbiosa ma inutile rimonta col Portogallo, tenace resistenza di fronte alla Germania dalle mille risorse. Simon Poulsen è un difensore di cui sentiremo parlare, Kvist un generoso gregario, Khron - Dehli una punta di discreta affidabilità. VOTO: 6--. 
POLONIA: l'appuntamento era di quelli storici, ma è stato miseramente fallito, complice una pochezza tecnica che, del resto, dava ben poche prospettive alla squadra di Smuda. Eppure, sarebbe bastato vincere il non impossibile esordio con la Grecia, rovinato da clamorose incertezze difensive, per incanalare l'Europeo su binari forse diversi. Non molto da salvare: l'impetuoso incursore Blaszcsykowski, gran movimento e piedi buoni, gli ordinati tessitori Murawski e Polanski. Sotto le attese Lewandowski, che spesso ha dovuto fare per tre, agendo anche in rifinitura, perdendo così lucidità e killer instinct sotto porta. VOTO: 4,5. 
OLANDA: era attesa fra le prime quattro, ha chiuso con l'avvilente bilancio di tre sconfitte. La delusione più grossa: condizione atletica e psicologica precaria per troppi uomini chiave, manovra non sorretta da adeguati dinamismo e brillantezza, scelte tattiche discutibili soprattutto per la difesa, Van Persie divoratore di gol, Robben alla lunga un po' monocorde nelle sue azioni. Eppure, nonostante il motore quasi spento, una gragnuola di palle gol, segno che le potenzialità della squadra, se gestite nella maniera giusta e se sfrondate da certe imperfezioni, sono ancora notevolissime. Qualcosa da cambiare (e da svecchiare) c'è, ma molti di questi giocatori possono arrivare a Rio de Janeiro. VOTO: 4. 
EIRE: ai precedenti appuntamenti internazionali, purtroppo lontani nel tempo (l'ultimo prima di questo, il mondiale nippo - coreano del 2002) si era presentata con ben altri mezzi tecnici. Una formazione davvero povera di classe, cui non ha giovato la mentalità sparagnina di Trapattoni, che può senz'altro andare bene per superare i turni eliminatori, ma è destinata a insuccesso sicuro nelle fasi finali, come già ampiamente sperimentato in passato anche con formazioni assai più qualitative (l'Italia del 2002 e quella del 2004, disastri targati Trap). Incredibilmente involuto il portiere Given. VOTO. 4+. 


mercoledì 20 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: BILANCIO "RANDOM" DELLA PRIMA FASE



Considerazioni in totale libertà, e senza un ordine logico, sulla prima fase di Euro 2012, conclusasi ieri sera. 
LIVELLO DEL TORNEO - Valutare il livello qualitativo di tornei come questo non è impresa facile: occorre prendere in considerazione tanti parametri, non solo la piacevolezza delle partite, ma anche, ad esempio, l'evoluzione tattica, il quadro storico calcistico in cui la manifestazione si svolge, il lancio di rivelazioni e la capacità dei protagonisti più attesi di reggere la ribalta. Il  primo, parzialissimo giudizio parla di un Europeo medio - alto, senza picchi spettacolari e senza squadre che si siano espresse su standard fenomenali (un team di fenomeni c'è ed è la Spagna, ma ha incontrato gravi difficoltà con l'Italia e, in parte, con la Croazia, e più in generale ha fatto girare il motore al 70 per cento delle proprie potenzialità, che rimangono immense). 
Difficilmente ci si è annoiati nell'arco di un intero incontro, anzi, è accaduto una volta sola (durante l'orrido Francia - Inghilterra). I gol sono stati tre in più rispetto a quattro anni fa, ma meno in confronto ai tornei del 2004 e del 2000, però non ci sono stati pareggi a reti inviolate; tuttavia le segnature non possono rappresentare l'unico parametro di giudizio del valore di una competizione o di una singola gara: è stato molto più emozionante, per dire, assistere a Russia - Grecia che non a Spagna - Eire, quest'ultima quasi una partita  di allenamento per gli iberici, vista la disparità di forze in campo. 
PER L'ITALIA UN'INGHILTERRA "OPERAIA" - L'Italia, domenica prossima, troverà nei quarti l'Inghilterra. Ci fa piacere: ritorna finalmente un confronto storico del calcio mondiale, le sfide coi cuginetti francesi, con tutto il rispetto, avevano dato la nausea, per ripetitività recente. Non è una delle migliori edizioni della Nazionale coi tre leoni sul petto, ma ciò non deve indurre a eccessi di ottimismo: è una compagine, lo si può dire, a volte terribilmente brutta a vedersi (esclusi alcuni sprazzi nel match con la Svezia, allorquando, trovandosi sotto a due terzi di gara, ha avuto la necessità di accendere notevoli girandole offensive per scongiurare il rischio di una precoce eliminazione), e però terribilmente efficace. 
Compatta in fase difensiva, con "mister simpatia" Terry che ha scoperto in Lescott un compagno dallo stile scarno ma efficace ed utilissimo anche negli sganciamenti, abile e rapida a chiudersi a riccio di fronte alle folate avversarie. Operaia nella zona nevralgica, dove Gerrard canta e porta la croce (smarrendo a volte un po' di lucidità) e Milner ha trovato via via un buon rendimento, agendo soprattutto sul versante destro; l'attacco ha infine riavuto Rooney, fresco e riposato e quindi doppiamente pericoloso, può contare su di un Walcott sempre in rampa di lancio (mortifero contro gli scandinavi) e su giovani interessantissimi come il guizzante Welbeck e la torre Carroll. Insomma, dicendo 50 e 50 come possibilità di superare il turno non credo di far torto agli azzurri: Hodgson è in grado di far crescere ancora il suo gruppo.
SVEZIA CON ONORE - Ieri sera, bella lezione di cuore e professionalità da parte della Svezia: già eliminata, ha ritrovato quello spirito nordico (la cui "solidità" era stata compromessa dal biscottone del 2004: ci ritorneremo) onorando l'ultimo impegno oltre le più rosee aspettative. Ci sta che la Francia, già quasi sicura del passaggio, abbia voluto giocare al risparmio, ma i gialloblù nel secondo tempo son stati devastanti: tante salvifiche prodezze di Lloris, ottimo erede di Barthez, Wilhelmsson indiavolato, Ibra che sigla il gol più bello dell'Europeo, pressione continua e raddoppio a fil di sirena. Rimpianti grandissimi, anche se una squadra che attinge certi livelli di gioco e di intensità solo quando non ha più nulla da perdere è, con tutta evidenza, compagine dai grossi limiti caratteriali. Ma lascia comunque l'Ucraina a testa alta, e anche questo conta. 
GIOCARE IN CASA NON BASTA PIU' - A proposito di Ucraina: che il calcio sia cambiato lo si desume anche dalla sorte avversa che, da tempo, accompagna sovente le squadre di casa in queste manifestazioni, laddove, un tempo, ospitare il torneo era garanzia assoluta quantomeno di passare lo scoglio del girone iniziale. La prima caduta toccò al Belgio, nel 2000, fatto subito fuori dalla Turchia e dall'Italia nella sua Bruxelles; a Euro 2008 nessuna delle due anfitrione, Svizzera e Austria, riuscì ad andare oltre il primo turno, e la delusione fu grandissima soprattutto per gli elvetici, che si presentarono con una rosa di buon livello e "temprata" da un Mondiale, nel 2006, dall'esito tutto sommato felice in rapporto alle attese. 
Nel 2010, alla Coppa del Mondo, Sudafrica fuori immediatamente nonostante un brillante successo sulla Francia, e ora questo doppio fallimento polacco - ucraino. Recriminazioni soprattutto per gli uomini di Blokhin, protagonisti di un avvio bruciante con la Svezia, allorquando Shevchenko regalò probabilmente le ultime fiammeggianti prodezze della sua carriera ad alto livello, poi sprecona ma generosissima e sfortunata nella sfida decisiva con gli inglesi, giocata meglio degli avversari e persa, in definitiva, solo per una papera del portiere e per la vergognosa svista sul gol - non gol del pareggio (prima certi errori erano gravi, ora diventano semplicemente inaccettabili, per la presenza dei giudici di porta...). Ma elementi come lo stantuffo Gusev, il costruttore di gioco Garmash (discontinuo e dalla personalità ancora in sboccio, ma gran lavoratore nel mezzo), il travolgente Konoplyanka e il difensore Kacheridi andranno tenuti d'occhio anche dopo l'Europeo. 

                                             Shevchenko, fuoriclasse al tramonto

BASTA CON LE LEZIONI MORALI - Non c'è stato il biscotto e tutti a elogiare la correttezza della Spagna e della Croazia, quasi a cospargersi il capo di cenere. Fermo restando che è stata soprattutto la nostra stampa, e non il movimento calcistico italiano in sé, ad alimentare questa stucchevole polemica, mettiamo un paio di cose in chiaro. Si dice che l'Italia dovrebbe solo stare zitta, di fronte a certi argomenti, visto ciò che sta accadendo dalle nostre parti, ma: 1) Se si è parlato tanto di "biscotto" è perché noi lo abbiamo effettivamente subìto, nel 2004, e da parte di due Nazionali che venivano portate ad esempio di assoluta sportività e rigore morale; ergo, non erano paure prive di fondamento, ma derivanti da traumatiche esperienze passate; 2) In molti si dicono certi che l'Italia, al posto di Spagnoli e croati, la torta l'avrebbe confezionata eccome. Mah, io ricordo che, l'unica volta in tempi recenti in cui gli azzurri si sono trovati a poter gestire il destino degli altri, il loro comportamento è stato cristallino: a Euro 2000, nell'ultima gara del girone, avrebbero potuto dar via libera alla Svezia e consentirle di giocarsi la qualificazione con Belgio e Turchia, invece si impegnarono e vinsero. Insomma, non siamo santi, anzi, ma non attribuiamoci pure colpe che non abbiamo. 
POCO AZZURRO SUGLI SPALTI - Un tempo, per Europei e Mondiali, i tifosi italiani davano vita a memorabili trasferte oceaniche. Oggi non è più così, da tempo ormai negli stadi "neutri" siamo sempre in minoranza. La distanza dalla sede del torneo? Forse. La crisi economica? Probabilissimo, ma i croati che hanno riempito lo stadio di Poznan il giorno del confronto con noi stanno poi così bene, sul piano finanziario? In ogni caso, la giustificazione del portafogli è solidissima, ma c'è anche dell'altro, ossia un atteggiamento più distaccato e scettico nei confronti della nostra Nazionale, che spesso non riesce a riempire gli stadi nemmeno quando gioca partite importanti in Italia. Un segnale d'allarme gravissimo, da non sottovalutare: ritorno al provincialismo più deteriore (seguo la mia squadra del cuore, degli altri chi se ne frega) e dissenso verso una Federazione ormai palesemente non all'altezza dei propri gravosi compiti? 
RAI, DI TUTTO, DI MENO - Della gestione Rai di questi Europei si sta parlando in lungo e in largo, quindi evito di soffermarmici troppo. Ma va segnalato il "periodaccio" di Vincenzo D'Amico, che prima perde l'aereo e non può commentare Olanda - Danimarca, poi scambia il portiere inglese Hart col disastroso Green che difese la porta britannica a Sudafrica 2010, attribuendogli quindi colpe passate che non ha, e si vede costretto a scusarsi con gli spettatori nella telecronaca successiva, infine parla di "traiettoria ondeggiante del pallone" (smentito dalle immagini, e non poteva essere altrimenti) raccogliendo una certa qual ilarità da parte del collega al suo fianco. 
E che dire di Gianni Bezzi, che durante Francia - Ucraina apostrofa in diretta Collovati con un "Hey, fermo, che fai??", in quanto il multicrinito campione di Spagna '82, spostando il cellophane posto a protezione delle apparecchiature durante il precedente diluvio, gli stava facendo cadere il cronometro? Infine, standing ovation per Dossena, che si accontenta veramente di qualsiasi cosa: gli azzurri subiscono, commettono errori sesquipedali, vanno in sofferenza, ma lui esclama: "No, ma va bene, va bene così". Fino a quando Bruno Gentili, ormai esasperato, lo rimbrotta: "Insomma, mica tanto bene...". Mitici, continuate così... E intanto, mentre Fabrizio Failla continua a mangiarsi le parole, voglio spendere una parola di elogio autentico per la co - conduttrice (con Mario Mattioli) di "Mattina Europei" su Rai Sport 1: Valeria Ciardiello è fresca, disinvolta, piace per l'applicazione al compito e per il fatto di non dover per forza bamboleggiare per bucare il video. Curiosità: il suo nome non è citato nel comunicato di presentazione del palinsesto europeo emesso dall'ufficio stampa della Rai e leggibile qui: perché? 

martedì 12 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: FRANCIA E INGHILTERRA CALCOLATRICI, SCHERZANO COL FUOCO?

                                                 Benzema: esordio deludente

Francia e Inghilterra? Furbacchione di tre cotte. O, almeno, credono di esserlo. Con il facile alibi del caldo torrido di Donetsk, due delle grandi storiche del Vecchio Continente, teoriche protagoniste del big match più atteso di queste prime battute di Euro 2012 dopo Spagna - Italia, hanno inscenato una recita mortificante. Giocando (ma sarebbe più corretto dire: non giocando...) al risparmio fin dalle prime battute dell'incontro, si sono placidamente incamminate verso un risultato di parità che era, palesemente, bene accetto da entrambe.
TORNA IL TATTICISMO - Non una accelerazione, un'alzata di ritmo che sia durata il tempo necessario a far sperare in un cambiamento dell'inerzia dell'incontro. Erano anni che, in una competizione di tale livello, non si vedeva una gara del genere: pensavo che i tempi del tatticismo esasperato, del punticino che va bene a tutti, del "non danniamoci troppo l'anima, ché altri e più pesanti impegni ci attendono", fossero stati sepolti. Certo, si ricorda, e io stesso l'ho citato nel precedente post, il biscottone di Svezia e Danimarca del 2004, ma all'epoca vi fu perlomeno il tentativo, riuscito, di movimentare il quadro spettacolare, con un'altalena nel punteggio che portò allo scontato 2 a 2 finale. Francesi e inglesi, invece, non si sono nemmeno posti il problema: botta e risposta nel giro di pochi minuti sul finire del primo tempo, poi qualche velleitaria incursione, diciamo pure azioni "dimostrative", e tutti felici sotto la doccia. 
Intendiamoci: assolutamente nulla di illecito, ci mancherebbe, solo una questione di reciproca convenienza. Di partite così è piena la storia del calcio, ma, lo ripeto, mi ha colpito e sorpreso, perché è un costume di cui si era un po' perso lo stampo in questo primo scorcio di secolo, caratterizzato a tutte le latitudini, e anche da noi, da un football meno utilitaristico e calcolatore, e più teso a valorizzare il gusto per il bel gioco e per il divertimento. 
Fatto sta che, consentitemelo, Francia e Inghilterra hanno "sporcato" la storia di un confronto che ha regalato pagine di ben altro livello al grande libro del calcio mondiale. Ancora peggio fecero a Euro '92, in Svezia, con uno 0 a 0 inguardabile, ma, appunto, erano quelli i tempi in cui il tatticismo e la prudenza in questo sport avevano raggiunto quote parossistiche, tanto da indurre le federazioni internazionali a intervenire con alcune modifiche regolamentari tese a fermare il crollo spettacolare del pallone. 
CALCOLI GIUSTI? - Furbacchione, dicevo: in certe situazioni, per giustificare l'atteggiamento pavido e rinunciatario delle contendenti, si è soliti affermare che abbiano entrambe preferito risparmiare preziose energie, visti gli impegni molteplici e ravvicinati tipici di queste manifestazioni, decidendo di giocarsi la qualificazione contro le due Nazionali ritenute più deboli, nella fattispecie Ucraina e Svezia. Ma siamo sicuri che galletti e sudditi di Sua Maestà abbiano fatto bene i loro conti? A giudicare dai due incontri di apertura del gruppo D qualche dubbio è lecito averlo. Sia sulle elevate qualità delle due grandi, sia su quelle modeste delle altre contendenti. 
GALLETTI INOFFENSIVI - In realtà, la Francia avrebbe tutte le carte in regola per fare un cammino lungo e fruttuoso, se non proprio vincente fino in fondo. Il talento, la gioventù e l'esperienza internazionale non le mancano. E' sostanzialmente ancora ingiudicabile, perché contro gli inglesi non ha mostrato quasi nulla, se non una preoccupante evanescenza offensiva. E' piaciuto Debuchy, a suo agio nelle due fasi ma, soprattutto, estremamente ficcante nelle sue incursioni sulla fascia destra; più "trattenuto" e meno incline a concedersi licenze offensive Evra, dall'altra parte. Malouda si è limitato al compitino da fine dicitore del centrocampo, Ribery a qualche accelerazione e invenzione delle sue, alternate a una infinità di pause. Alla fine, e non posso dire che la cosa mi abbia sorpreso, il più continuo e incisivo è stato Nasri: a volte confusionario, ma sempre proteso a cercare la verticalità: suo, non a caso, il gol del pari. Benzema, il più atteso, ha invece girato rigorosamente alla larga dal cuore dell'area. 
INGHILTERRA CON POCA CLASSE - L'Inghilterra si è svelata un po' di più, perché più dei francesi ha cercato di fare la partita. Diciamo che non è stato un gran bel vedere. Nulla di drammatico, ma la nazionale coi tre leoni sul petto attraversa chiaramente una fase interlocutoria: orfana di alcuni pezzi da novanta che ne hanno fatto la storia recente (storia strombazzatissima a livello mediatico, ma mai vincente, giova ricordarlo), parlo di Lampard, Ferdinand e Crouch, si affida oggi a una serie di buoni calciatori nei quali, al momento, non si intravedono ancora le stimmate dei campioni veri. Johnson e Lescott hanno fatto il loro in difesa, appoggiando con proprietà l'attacco (e il centrale è pure andato a segno), nel mezzo Parker ha toccato diversi palloni senza tuttavia  mettere in mostra particolari doti di inventiva, Milner è parso arruffone ma almeno si è sfiancato e ha dato il suo apporto alla manovra offensiva (mancando però un gol clamoroso), in avanti Chamberlain è stato assente ingiustificato, mentre qualcosina in più, quanto a voglia di entrare nel vivo del gioco, ha fatto Welbeck, ma sempre poco. 
Gerrard, sontuoso playmaker a tutto campo, si è un po' perso d'animo, smarrendo efficacia,  nel predicare in un contesto così dimesso, mentre in avanti urge il ritorno di Rooney, ma anche quelli dell'ex enfant prodige Walcott e persino di Defoe. Tutto ciò, sorvolando sull'ormai annoso problema del portiere (si rimpiange Seaman, il che è tutto dire...), con Hart che fra i pali ha la mobilità di un gatto di marmo. Insomma, non c'è molto da stare allegri, anche se la sensazione è che Roy Hodgson possa trarre da questa squadra senza lampi qualcosa di più: si sono comunque viste solidità complessiva e un certo equilibrio tattico, che bastano forse per superare il turno, ma per sognare occorre fare un salto di qualità. 
RIECCO SHEVA! - Insomma, o le due big si sono ben nascoste, oppure stanno scherzando col fuoco. Perché, ad esempio, c'è un'Ucraina che ci crede. Non saranno dei mostri di tecnica, gli uomini di Blokhin, ma sono animati dal sacro fuoco patriottico (ricordate lo spirito con cui affrontò il "suo" Mondiale la Corea del Sud nel 2002, al netto delle spintarelle arbitrali? Ecco, qualcosa di simile...) e ben organizzati sul terreno di gioco. Contro la Svezia, hanno cercato di tenere il più possibile l'iniziativa, perché forse la loro forza è proprio l'offesa, non la difesa: lo dimostrano le tante occasioni concesse agli avversari, anche nel finale, quando una squadra forte e completa avrebbe saputo gestire il vantaggio sicuramente meglio. 
Ma prima di quei brividi, si era visto un team quasi commovente nel cercare la vittoria: Shevchenko, risorto improvvisamente a nuova vita agonistica, ha fatto pendere dalla parte dei locali l'ago della bilancia, prima con un fantastico stacco di testa in fulmineo e bruciante anticipo sul difensore, poi con un furba deviazione su corner a beffare addirittura Ibrahimovic, lasciato colpevolmente dai compagni di squadra a fare l'unica cosa che non deve e non sa, il controllore dell'uomo avversario più insidioso. Ma, dietro Sheva, ci sono stati un Tymoshchuk a pieno regime, impagabile nel far ripartire l'azione e nel suggerire, un Konoplyanka inesauribile in fase di spinta, un Voronin generosissimo nell'appoggiare l'attacco. 
IBRA SENZA RINFORZI - Dall'altra parte, lato Svezia, una manovra lacunosa, al punto che spesso ad impostare è stato chiamato Mellberg, difensore dai piedi buoni ma pur sempre difensore. A Rosenberg ed Elm sono riuscite poche incursioni, l'atteso Toivonen ha provato a tratti a giostrare persino da "punta de lanza" di brasiliana memoria, senza tuttavia trovare la giusta posizione ed estraniandosi alfine dal gioco. E Ibra? Ha fatto ciò che ha potuto, non sempre sorretto dai compagni. Un gol e un palo sono un bottino non disprezzabile, ma da uno come lui ci si attende una maggior presenza nei momenti topici del match. E' comunque una Svezia che ha discreta qualità, forse più degli ucraini, e che si erge di fronte alle due grandi designate come un ostacolo tutt'altro che arrendevole.  

giovedì 29 marzo 2012

DOPO MILAN - BARCELLONA: I ROSSONERI E IL VECCHIO CALCIO ALL'ITALIANA




La prestazione di ieri sera del Milan contro il Barcellona è stata la sintesi ideale, temo, di tutto ciò che, in questo momento, il calcio italiano ai suoi massimi livelli può opporre alla più forte squadra del mondo. Difesa stretta, sofferenza, contenimento e contropiede, preferibilmente con lanci lunghi e alti a scavalcare il centrocampo e a cercare, nel caso specifico, Ibrahimovic, con la speranza che lo svedesone si inventasse qualcosa per sé o per i compagni. Un Ibra, detto per inciso, che ancora una volta ha mostrato di non essere particolarmente tagliato per queste sfide internazionali di grido: almeno si è sbattuto e ha fatto reparto da solo (Robinho non è esistito) ma i colpi risolutori, quelli che in definitiva tutti si aspettano da lui, sono ancora una volta mancati.
 Tutto qui, insomma: un football scarno, essenziale, poco spettacolare ma, alla luce dei fatti, estremamente concreto ed efficace, perché oltre il pareggio a reti bianche, davvero, contro questo Barça monstre era oggettivamente impossibile andare. Positivo? Negativo? Su questo blog ho già più volte fatto riferimento all'involuzione qualitativa della Serie A: il fatto che la squadra campione d'Italia e maggiore candidata a... succedere a se stessa si trovi costretta a fare le barricate contro i campioni d'Europa e del Mondo, quando fino a pochi anni fa (trionfatori in Champions nel 2007, ricordiamolo) i rossoneri erano abituati a giocare quantomeno alla pari, a viso aperto e senza timori reverenziali, contro tutte le corazzate del Continente, è una conferma di questo calo di competitività del nostro movimento. Non c'è da vergognarsene, almeno per il momento, perché riconoscere i propri limiti e gestirli, cercando al contempo di far fruttare al massimo le proprie doti, è esattamente ciò che bisogna fare per vivere dignitosamente nei periodi di "vacche magre". 
Non è lecito nemmeno il paragone con la sfida Inter - Barcellona di due anni fa: quella volta, si dice, una squadra italiana riuscì a disinnescare i fenomeni e a sbatterli addirittura fuori dalla Coppa. Ma, parere personalissimo, la compagine di Mourinho era più forte tecnicamente e più competitiva a livello internazionale rispetto al Milan di  oggi, mentre  i blaugrana solo successivamente hanno completato il processo di trasformazione da squadrone ad autentico dream team. Alle corte: oggi contro i catalani fare risultato è impresa ai confini della realtà, all'epoca era solo... difficile ma non impossibile. Chi ieri ha visto Iniesta e compagnia cantante menare le danze a San Siro, ha avuto l'esatta percezione di cosa significhi calcio spettacolo: manovre di sublime bellezza, doti di tocco e controllo di palla talmente superlative da rasentare la perfezione. E' mancato il gol,  agli ospiti, certo: capita, quando comunque l'avversario è tosto e arma una difesa paziente e attenta, oltretutto con l'aiuto di un pizzico di fortuna, sotto forma di rimpalli (sul pallone sfuggito ad Abbiati all'inizio) o di sviste arbitrali (c'era il rigore del primo tempo). Ma rimproverare qualcosa a Messi e compagni, relativamente a quanto fatto poche ore fa, significa non sapere apprezzare appieno la vera bellezza del football. 
Per tutto questo, il risultato colto dalla formazione di Allegri non può non essere archiviato con totale soddisfazione: uno zero a zero interno  è assai meno negativo di quanto si pensasse una volta: ti costringe sì a segnare fuori, ma non a vincere, a meno che non si voglia puntare dichiaratamente ai calci di rigore, come molte squadre sfavorite dal pronostico fanno (ma non credo proprio sia nel DNA del Milan, neanche di questo Milan più proletario). E ricordiamo che i rossoneri al Nou Camp ci hanno già pareggiato, con gol, nella fase a gironi, proprio al termine di una prestazione per tanti versi simile a quella di ieri: anche lì, tanta difesa, accentuata dal fulmineo vantaggio di Pato, e patimenti sulle poderose ed efficaci offensive dei fenomeni di Guardiola. Insomma, si può fare, ma se non accadesse non bisognerà recriminare più di tanto. 
Certo, poi bisognerà lavorare alacremente per colmare questo gap tecnico venutosi a creare coi principali movimenti calcistici europei (a proposito, vista la gagliardia dello scricciolo El Shaarawy? Ecco un punto di partenza possibile per ricostruire: giovani italiani di talento e carattere ai quali dare fiducia senza fermarsi ai loro primi errori): perché è vero che se il Barça, questo Barça, è in serata di grazia, non ce n'è per nessuno, nemmeno per il Milan euromondiale di qualche annetto fa, ma è altresì innegabile che alzando il tasso di classe e di competitività sarà possibile giocare anche queste sfide stellari con maggiore aggressività e propositività, ossia con le armi dei veri squadroni, di quelli che fanno la storia. Mentre le squadre operaie ballano, al massimo, una sola estate. 

mercoledì 7 marzo 2012

IBRA COME MESSI E CRISTIANO RONALDO? IO DICO NO

Ibrahimovic come Messi e Cristiano Ronaldo? Il... sasso nello stagno è stato gettato da Gianni Gardon, amico e valente collaboratore del Guerin Sportivo. Tutto è nato da uno scambio di opinioni fra me, lui e altri appassionati su Facebook, in seguito alla strepitosa tripletta con cui l'attaccante del Milan ha steso il Palermo a domicilio sabato scorso, e Gianni ne ha tratto spunto per un approfondimento critico pubblicato sul suo blog e sul sito web del Guerino. In sintesi, è suo convincimento che Ibra sia ormai giunto ai livelli dei due "fenomeni" di Barcellona e Real Madrid, in quanto a statura assoluta di fuoriclasse e a capacità di incidere, con le proprie prestazioni e i propri gol, sui successi del club di appartenenza. In ogni caso, per farsi una idea completa del suo pensiero, ecco qui di seguito i link al suo articolo, sia sul blog    Ibra come Messi e Ronaldo (?)  sia sul Guerin  Ibra come Messi e Cristiano Ronaldo (?) - GS. 
Come già ho avuto modo di dirgli, sul tema la penso in maniera assai diversa. Ed è un tema che non si può esaurire nella semplice valutazione delle doti tecniche e di personalità di un campione quale lo svedesone, ma che chiama in causa una molteplicità di fattori "esterni". Penso soprattutto ai contesti in cui il giocatore agisce: il campionato italiano di oggi e le manifestazioni internazionali, coi colori del club e con quelli gialloblù della Nazionale svedese. 
Veniamo al punto: a parer mio, Ibra non può ancora essere considerato alla stregua dei due "mostri" sopra citati. In primis, c'è da discutere sul valore dei gol a grappoli da lui realizzati nella nostra Serie A, il cui livello qualitativo si è notevolmente abbassato, nell'ultimo quinquennio, per una molteplicità di fattori, dall'indebolimento economico di molti club, che impedisce l'arrivo dalle nostre parti di grossi campioni di fuorivia, all'importazione massiccia di stranieri mediocri che non possono che... "mediocrizzare" tutto il torneo, dall'allargamento della forbice finanziaria  tra grandi e piccoli club alla mancanza di coraggio nell'investire sui nostri giovani, che finiscono per intristirsi nelle formazioni Primavera e nelle categorie inferiori e non maturano mai o maturano troppo tardi, facendo mancare linfa tecnica vitale al movimento, alla minore attenzione tattica alla fase difensiva o, meglio ancora, all'inaridimento della fortissima scuola di difensori italiani, e via, metteteci tutto quel che volete, perché di fattori di crisi nel nostro football ce ne sono tanti altri e ci vorrebbero interi tomi per analizzarli compiutamente. Gianni Gardon contesta questo punto, così come contesta il fatto che la Liga, palcoscenico in cui si esibiscono Messi e CR9, in questa fase storica sia un torneo superiore alla nostra Serie A. 
Lo ammetto con onestà, fare una valutazione del genere (ossia sul valore complessivo di un campionato rispetto a un altro) è impresa titanica: ci sono troppi elementi da prendere in considerazione e da confrontare, e in ultima analisi occorrerebbe guardare con occhio analitico decine, centinaia di partite dei due tornei per giungere a un quadro, se non esaustivo, quantomeno plausibile. Un lavoro immane che porterebbe via un sacco di tempo. Pertanto, in casi come questi non ci si può che affidare alla visione di quelle poche partite (tante rispetto a un tempo, ma sempre poche rispetto al totale) che le televisioni ci mostrano, e ai giudizi critici di giornalisti che, seguendo determinate realtà con costanza, devono essere considerati estremamente competenti in materia, fino a prova contraria. Ma soprattutto, bisogna affidarsi a parametri oggettivi: andamento nelle Coppe europee, classifiche Uefa, e anche la classifica Fifa per nazionali, che di primo acchito sembrerebbe non avere molto a che fare col rendimento e col valore dei club, ma che  rappresenta un'attendibile cartina di tornasole quantomeno sullo stato di salute dei vari movimenti calcistici, in relazione all'efficacia del "prodotto interno" e alla produzione di giovani di valore già pronti per le grandi ribalte. 
Ebbene, tutti questi parametri, in parte aleatori e soggettivi, in parte statistici e matematici, negli ultimi anni hanno fatto registrare una decisa superiorità della prima divisione spagnola rispetto a quella italiana. Si dice: ma Real e Barça stanno asfaltando quasi chiunque nel loro campionato, è una corsa a due, da noi c'è più equilibrio. Vero, ma: 1) Real e Barça sono due squadroni di livello mondiale (soprattutto il secondo); 2) Maggior equilibrio può voler dire livellamento verso il basso a partire dalle squadre leader: è ciò che sta accadendo adesso, secondo me, ed era ciò che si diceva del campionato italiano fine Settanta - primi Ottanta, in cui ci si batteva per il titolo fino all'ultima giornata e le classifiche erano sovente corte, ma in cui gli spettacoli sul campo, a detta di quasi tutti (anche del Guerino del tempo) lasciavano spesso e volentieri a desiderare. 
Altro punto chiave: l'incidenza di Ibra a livello internazionale. Anche qui, le statistiche e gli albi d'oro parlano abbastanza chiaro. Soprattutto per Messi, assolutamente decisivo nelle finali di Champions del 2009 e del 2011 e nell'Intercontinentale (chiamiamola ancora così...) del dicembre scorso, per tacere delle caterve di gol realizzate in altre partite di queste competizioni. Ma anche Ronaldo non scherza, visto che i dati aggiornati parlano di 34 gol europei, di cui uno nella finale di Champions 2008 (quando sbagliò anche un penalty nella serie conclusiva, ma accadde anche a Platini e Baggio, se è per questo...). Il confronto con Ibra è impietoso per quest'ultimo: nelle sue avventure europee con Juve, Inter, Barcellona e Milan, non si ricordano prodezze autenticamente decisive, gol pesanti realizzati in turni avanzati: è vero che quest'anno il suo rendimento si è impennato anche fuori dei confini, ma di polvere ne deve ancora mangiare parecchia prima di avvicinare l'efficacia dei due rivali, e francamente la vedo dura, visto che dei tre è lui il più anziano, quindi con minori margini di miglioramento e meno tempo a disposizione per accorciare il gap (sorvolando sul fatto che nella gara di ieri sera ben altro piglio ci si sarebbe aspettati da parte sua nel reggere la buriana inglese). Il discorso sull'apporto dato alle rispettive rappresentative si fa meno punitivo nei confronti dello svedese, che il suo l'ha fatto, anche se dopo le prodezze di Euro 2004 non è che si sia coperto di gloria imperitura. Però questo è il grande tallone d'Achille di Messi, il cui rendimento in blanquiceleste permane tuttora un mistero, almeno per me; anche qui, però, bisogna andare oltre la facciata: a Sudafrica 2010, ad esempio, ricordo la Pulce che, pur non segnando, giocò spesso su buoni livelli dispensando assist e giocate di qualità (escluso il crollo finale con la Germania). 
La chiudo così, perché ovviamente ognuno resterà della propria opinione. Spero però di aver portato un contributo sufficientemente valido alla discussione, ricordando che, quando si tratta di scambiarsi idee e considerazioni su questioni di tecnica, tattica o storia del calcio, io ci sono e ci sarò sempre, mentre sempre tenderò a.... nascondermi se il discorso verterà su movioloni, bufale di calciomercato e amenità simili. Alla prossima!