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mercoledì 17 luglio 2019

17 LUGLIO 1994: ITALIA SECONDA NEL MONDO, OVVERO ELOGIO DI UNA SCONFITTA

                    Pagliuca e Taffarel abbracciati prima della lotteria dei rigori a Pasadena (foto Guerin Sportivo)

17 luglio 1994: a Pasadena, l’Italia perde ai rigori la finale mondiale col Brasile.  Fermi tutti, mi si potrebbe dire: stiamo qui a celebrare una sconfitta? Non esattamente. E' frutto di una mentalità profondamente sbagliata pensare che, chi non arriva sul gradino più alto del podio di una competizione sportiva, sia un perdente sempre e comunque. A parte il fatto che c'è una bella differenza fra l'arrivare secondi, settimi o diciottesimi, ma piazzarsi fra le prime quattro in un torneo iridato (o comunque in una grande competizione internazionale) è da considerare in assoluto un risultato di grande prestigio: la Germania, per fare un esempio, ci sopravanza nella classifica assoluta "all time" di Coppa del Mondo proprio grazie ai suoi numerosi piazzamenti, nettamente superiori ai nostri, a parità di titoli vinti. E dunque, l'argento azzurro a USA '94 fu un traguardo di rilievo, che confermò la posizione di preminenza planetaria del nostro movimento calcistico in quegli splendidi anni Novanta, un'età dell'oro che oggi sembra così lontana ma che auspico non sia irripetibile, per il football made in Italy. 
IL MONDIALE PIU' STRANO - Fu un Mondiale particolare, unico, curioso, drammatico. Il primo disputato in un Paese pressoché privo di tradizioni calcistiche, per cominciare. Il primo coi tre punti in palio per la vittoria. Drammatico per le condizioni ambientali scandalose, fra caldo asfissiante e umidità opprimente, in cui i calciatori furono chiamati a battersi, a rischio della loro stessa salute. Fattore quest'ultimo che, a maggior ragione oggi a mente fredda, deve indurre a valutare con benevolenza certe prestazioni sottotono da parte dei nostri rappresentanti così come di altre selezioni. Fu, infine, il Mondiale bello e maledetto di Maradona, presentatosi tirato a lucido, trascinatore di un'Argentina a trazione interiore che nelle prime due gare sembrava in grado di far saltare il banco, e poi messo fuori causa da un controllo antidoping, con susseguente, sollecita eliminazione della Selecciòn da parte della brillantissima Romania di Hagi, Raducioiu, Petrescu e Munteanu. 
LA GRIGLIA DI PARTENZA - Sul piano strettamente tecnico, a parte la citata Argentina che in verità non godeva di molta considerazione alla vigilia, avendo stentato penosamente per conquistare il pass (Australia battuta di misura nello spareggio), la griglia di partenza delle favorite vedeva nelle prime file le tre grandi classiche, ossia Germania (campione in carica), Italia e Brasile, e la Colombia unanimemente accreditata come probabile sorpresa dopo lo 0-5 inflitto nelle eliminatorie a Batistuta e compagni. Scivolò fra le outsider l'Olanda, sempre valida ma priva del lungodegente Van Basten e di un Gullit reduce da una stagione super con la Sampdoria, mentre c'era attesa attorno alla Norvegia, giustiziera dell'Inghilterra nelle qualificazioni, alla rivoluzionata Spagna poco bella e molto concreta di Javier Clemente, e alla Nigeria tutte stelle (Amokachi, Amunike, Yekini, Finidi, Okocha...) che pareva in grado di poter finalmente realizzare il sogno di una squadra africana nelle semifinali. Partivano nelle retrovie Svezia e Bulgaria, nonostante il merito di aver estromesso la Francia: sarebbero invece entrambe giunte fino in fondo. 
ITALIA RICCA DI TALENTO, SENZA MANCIO MA CON SUPER BAGGIO - L'Italia era l'Italia di Arrigo Sacchi, in sella dall'autunno 1991. Sull'onda lunga del suo Milan spettacoloso e pigliatutto, i tifosi attendevano una Nazionale in grado di ripercorrere suppergiù le stesse orme, anche grazie a un serbatoio di giocatori assai ampio e di grandissima qualità, nulla a che vedere col ristretto bacino in cui può pescare oggi il pur abile Mancini. Proprio il Bobby gol sampdoriano chiuse con la selezione poco prima del Mondiale, dopo una grigia prova in amichevole coi tedeschi, mentre il suo ex gemello del gol Vialli, pur riprendendosi in extremis da un grave infortunio che gli aveva fatto saltare larghissima parte della stagione, non riusci a convincere il cittì a portarlo negli States. Era comunque una selezione "tutte stelle": basti pensare a Pagliuca, Maldini e Baresi in retroguardia, Albertini e Donadoni in mezzo al campo, e poi lui, il Pallone d'oro in carica, Roby Baggio da Caldogno, pronosticato come possibile uomo del Mondiale in stile Maradona '86. Le cose non andranno proprio così ma... quasi. Altri elementi di grande affidamento erano Costacurta, che aveva superato gli impacci delle prime uscite in azzurro, il terzino destro Benarrivo, splendido stantuffo sulla fascia, il mediano Dino Baggio, mortifero nelle sue incursioni in avanti di testa e di piede, Nick Berti, anche lui risorto dalle ceneri di un infortunio e protagonista di un finale sprint con l'Inter, e il redivivo Massaro, che dai tempi di Bearzot non vedeva più la rappresentativa, detto "Provvidenza" per aver tolto più di una volta le castagne dal fuoco al Milan con gol puntualissimi e decisivi.
PERCORSO ACCIDENTATO - Il cammino della truppa di Sacchi verso l’atto conclusivo fu accidentato, sofferto, non privo di momenti fortunati ma anche di agguati della cattiva sorte bellamente superati. Passammo il primo turno tramite ripescaggio rientrando fra le quattro migliori terze, aiutati dalla formula allora in vigore: costò cara la sconfitta all'esordio con l'Eire, poi al successo sulla Norvegia riuscimmo a far seguire solo un pari col Messico, in un girone equilibratissimo in cui tutte le squadre finirono a quota quattro. Negli ottavi, pur giocando mediocremente, ci salvammo all’ultimo tuffo da un’immeritata sconfitta con la Nigeria, trovatasi in vantaggio su insolito errore difensivo del grande Maldini e poi regolata nei supplementari (e nonostante un’assurda espulsione inflitta a Zola), il tutto con la firma di un Roby Baggio fin lì deludentissimo e improvvisamente risorto dalle proprie ceneri come il Pablito di Spagna '82. 
POCO BEL GIOCO - Facemmo poi fuori la Spagna grazie all’asse vincente “baggesco” Dino – Roberto, con coda di polemiche per via di una gomitata di Tassotti a Luis Enrique in piena area italiana nel finale, non sanzionata dall’arbitro sul campo ma poi punita dalla Fifa con una lunga squalifica al difensore del Milan, che chiuse lì la sua esperienza in azzurro anche perché non più di primo pelo. In generale, nel nostro percorso di bel gioco se ne vide poco: contro la Norvegia fino all’espulsione di Pagliuca e alla conseguente sostituzione del Codino (con inevitabile assalto polemico della critica a Sacchi), poi fu vittoria di cuore e di orgoglio; nel primo tempo con gli iberici, prima di una ripresa in trincea; e nei primi 45 minuti della semifinale con la Bulgaria, quando la Nazionale sacchiana toccò il suo apice spettacolare così come lo toccò Baggino, splendido trascinatore e autore della doppietta decisiva. Una partita, quest'ultima, che si poteva vincere con scarto ampio e che invece provocò qualche brivido nella seconda frazione, con un 2-1 che comunque premiò la compagine più meritevole. 
FORMAZIONE TIPO... O QUASI - La gestione azzurra di Arrigo Sacchi è rimasta nella storia soprattutto per il gran numero di giocatori convocati e utilizzati e il conseguente, continuo mutare delle formazioni. A Usa ’94, strada facendo, la nostra Nazionale aveva tuttavia trovato un’inquadratura di massima, con Tassotti (o Mussi), Costacurta, Maldini e Benarrivo schierati davanti a Pagliuca (che per due partite e mezzo aveva lasciato il posto a Marchegiani, a causa della citata espulsione coi norvegesi), nonché Apolloni efficacissimo difensore aggiunto, capace di ritagliarsi molti spiccioli di gloria nell'avventura americana; a centrocampo Dino Baggio, Berti, Albertini e Donadoni, con Conte prima alternativa, qualche apparizione di Evani, e Signori spesso sacrificato lontano dalla porta (una delle principali contestazioni mosse al CT); attacco con Roby Baggio e Casiraghi o Massaro, con pochi sprazzi per Zola. 
Qualche episodio fortunato, dicevamo, come il fallo non sanzionato di Tassotti su Luis Enrique o un possibile rigore per la Bulgaria in semifinale, ma anche tanta scalogna, vedasi la lesione del menisco che tolse quasi subito di mezzo Baresi, leader carismatico della difesa e della squadra, l’espulsione incredibile di Zola con la Nigeria, per finire con l’infortunio del Divin Codino in semifinale, che lo costrinse a disputare la sfida conclusiva a scartamento ridotto; e andrebbe anche citato, come già accennato, il contesto climatico proibitivo in cui l’Italia si trovò quasi sempre a dover giocare, arrivando quasi “cotta” al confronto con un Brasile più fresco. Per il team di Carlos Alberto Parreira, percorso senza grossi patemi: vinto il primo girone su Russia, Camerun e Svezia, più di una difficoltà a smontare il dispositivo difensivo statunitense negli ottavi, fino al diagonale vincente di Bebeto, sfida combattutissima nei quarti con l'Olanda, che rimontò con Jonk e Berkamp le reti del duo Romario - Bebeto, prima che l'ex Genoa Branco decidesse la contesa con una punizione delle sue. In semifinale, di nuovo la Svezia, lungo assalto risolto dall'immancabile acuto dell'asso Romario.
FINALE NOIOSA - La finalissima del “Rose Bowl”, davanti a circa 100mila spettatori, fu senz’altro una delle meno spettacolari di sempre. L’Italia recuperò a tempo di record Kaiser Franz, che sostituì lo squalificato Costacurta. Nel quadro di un incontro bloccatissimo sul piano tattico, fu prevalentemente la Seleçao a fare la partita, ma le occasioni per passare non ci mancarono, e capitarono sui piedi di Massaro e del "menomato" Roby Baggio (due volte). Colossali opportunità anche per Romario, Bebeto e Mauro Silva, sul cui tiro Pagliuca si fece sfuggire il pallone che terminò sul palo, baciato poi con gratitudine dal portiere blucerchiato in procinto di passare all'Inter. Finì 0-0, soluzione ai rigori per la prima volta nella storia delle finali iridate: dei nostri a segno solo Evani e Albertini, mentre gli errori di Baresi, Massaro e Baggino diedero agli auriverdes il quarto titolo, che venne dedicato ad Ayrton Senna, tragicamente scomparso a Imola poco più di due mesi prima. Per il calcio italiano, un "argento" che fa comunque curriculum. 

sabato 28 febbraio 2015

L'ASSURDITA' DEL CASO PARMA E LE FALSE ILLUSIONI DEL GIOVEDI' EUROPEO. CALCIO ITALIANO SEMPRE PIU' IN BASSO

                                          Lucarelli, capitano di un Parma in sfacelo

La tentazione di inneggiare alla rinascita del calcio italiano è stata forte, dopo un giovedì europeo  davvero "d'altri tempi", anche per la singolare concentrazione in un'unica giornata di tanti impegni internazionali dei nostri club, evento ormai rarissimo. Certo, solo di sedicesimi di finale di Europa League (ripeto, sedicesimi di finale) si trattava, ma è innegabile che la Fiorentina abbia prevalso con merito su un Tottenham ricco e qualitativo, e che Roma e Torino abbiano sconfitto, oltre ad avversari in assoluto non irresistibili, colossali insidie ambientali: discorso valido soprattutto per i granata, perché se è vero che Bilbao ultimamente non è più una roccaforte inviolabile, per una realtà media nostrana imporsi da quelle parti, e con tale autorevolezza, è comunque impresa di assoluto rilievo. 
CREDIBILITA' COMPROMESSA - Insomma, tentazione di urlare al vento "siamo tornati", si diceva prima. Un urlo che però è stato ricacciato in gola dalle puntuali miserie interne del nostro calcio, mirabilmente sintetizzate dal delirante caso Parma. Nel quale troppe cose non quadrano, ma una certezza c'è: la regolarità del campionato, quella che la Figc dice di voler tutelare ad ogni costo, è già andata a carte quarantotto da tempo. Il secondo rinvio consecutivo di un impegno dei ducali, la trasferta col Genoa dopo la gara interna con l'Udinese, è un vulnus terribile, che mina alla base la credibilità del nostro massimo campionato e, in definitiva, di tutto il carrozzone, peraltro già ampiamente precipitato nei valori internazionali a causa di una gestione tecnico - politico - finanziaria deficitaria da almeno un decennio. 
QUALE SOLIDARIETA'? - Perché è così necessario aspettare lo sviluppo degli eventi? Ma soprattutto, anche alla luce del'esito negativo dell'incontro di ieri fra il sindaco Pizzarrotti e l'attuale patron Manenti, cosa credono possa accadere, Tavecchio e compagnia, di qui a pochi giorni, a poche settimane? E ancora: perché mai dovrebbe esserci solidarietà da parte delle altre società di A, nel farsi carico delle spese necessarie affinché il Parma possa concludere il torneo? Chi è causa del suo mal pianga se stesso... Il sodalizio gialloblù deve provare a salvarsi da solo, trovando un acquirente credibile che ne eviti l'imminente fallimento, coprendone i debiti e rimettendolo in carreggiata a tempo di record: i sostegni provenienti dall'esterno sarebbero solo un inutile allungamento di una inevitabile agonia. Il Parma è alla canna del gas, non ha nemmeno gli spiccioli, non ha l'acqua calda per le docce, perfino la panchina di mister Donadoni è finita all'asta giudiziaria. 
E I REGOLAMENTI? - Fuori dai denti: a rendere irregolare il campionato in corso è la presenza stessa del Parma, mentre la sua esclusione, per quanto dolorosa, servirebbe a sanare una situazione che non ha, francamente, alcuna ragion d'essere. Prima di tutto sul piano giuridico, in quanto l'articolo 53 delle Norme organizzative interne FIGC afferma che "La società che rinuncia alla disputa di una gara di campionato o di altra manifestazione o fa rinunciare la propria squadra a proseguire nella disputa della stessa, laddove sia già in svolgimento, subisce la perdita della gara con il punteggio di 0-3". Dunque, di che cosa stiamo a parlare? Lo spostamento delle ultime due partite a data da destinarsi è, nel caso specifico, una evidente forzatura: una società che non è in grado di giocare una gara ha partita persa, punto e basta. E' palese come, nella fattispecie, non si sia in presenza di eventi quali calamità naturali o episodi luttuosi, di fronte ai quali il rinvio di un match risulta l'unica decisione plausibile, nonché eticamente corretta. 
La vicinanza ai calciatori del Parma da parte dei colleghi è certo cosa nobile, solo che poi ci sono i regolamenti... I vertici federali stanno navigando a vista, aggrappandosi a discutibili criteri morali. E' un atteggiamento attendista che verosimilmente non porterà da nessuna parte, e nasconde la cattiva coscienza di un'organizzazione calcistica che non è stata in grado di chiudere la stalla prima che i buoi scappassero: perché, ad esempio, annunciare solo ora, pomposamente, che "Il consiglio federale ha dettato linee guida che prevedono grosse restrizioni e responsabilità per chi compra un club di A. Non si potrà più acquistare una società per 1 euro"? 
CAMPIONATO FALSATO - Vogliono salvaguardare la regolarità del campionato tenendo in corsa fino all'ultimo Lucarelli e compagni? Ma suvvia... La regolarità del torneo è stata compromessa nel momento in cui, incomprensibilmente, è stato consentito al club (all'epoca di Ghirardi) di iscriversi: viene difficile credere che una situazione finanziaria così devastante possa essere maturata solo da settembre in poi... Questa Serie A può ritrovare un minimo di dignità solamente mettendo alla porta il Parma. Mai successo dall'inizio del girone unico (1929) a oggi? E cosa vuol dire? Sono ben altre le macchie sulla dignità storica di un calcio, quello tricolore, che una volta era una cosa seria. 
Un simile gesto, per quanto doloroso e in certo senso crudele, sarebbe invece un atto di serietà, di morigeratezza, di rispetto delle regole. Così invece si crea un tipico precedente all'italiana, che, in presenza di analoghi eventi futuri (sempre più probabili, vista la precarietà assoluta del nostro football) porterebbe a distinguo ed eccezioni, invece che a provvedimenti radicali. E, visto che i governanti del nostro calcio sono assisi sulle loro poltrone anche per studiare soluzioni intelligenti in casi di emergenza, penso che pure il problema legato ai risultati già ottenuti dal Parma, e a quelli delle partite che non giocherebbe, sia facilmente risolvibile. Ancora il regolamento FIGC dice: "Qualora una società si ritiri dal Campionato o da altra manifestazione ufficiale o ne venga esclusa per qualsiasi ragione durante il girone di ritorno, tutte le gare ancora da disputare saranno considerate perdute con il punteggio di 0-3". Facile, con buona pace di tutti: riguardo alle partite precedenti, ci si rivolga a chi ha consentito ai ducali di prender parte a questo torneo. Insomma, altro che rinascita del calcio tricolore... 

mercoledì 29 febbraio 2012

AMARCORD - GLI AZZURRI A GENOVA: L'ADDIO DI BAGGIO E LE FIRME D'AUTORE DI PIRLO E GROSSO

La Nazionale italiana di calcio torna dunque a Genova, un anno e quattro mesi dopo la sciagurata partita non giocata (se non per pochi minuti) con la Serbia, e anzi a mo' di risarcimento per ciò che lo stadio e la città avevano dovuto sopportare in quella triste serata. Fatti arcinoti, sui quali vorrei non soffermarmi più di tanto, se non per sommari flash: le intemperanze dei tifosi ex jugoslavi capitanati da "Ivan il terribile", la gara iniziata e poi sospesa dopo pochi giri di lancette, la guerriglia scatenata dai teppisti, gli arresti in piena notte. Vien la nausea solo a pensarci, e allora concentriamoci sulle cose positive. Nella fattispecie, sul fatto che, per gli azzurri, il test del Ferraris con gli Stati Uniti rappresenti la prima tappa dell'abbrivio che condurrà a Euro 2012, l'evento calcistico dell'anno.
In attesa della sfida di questa sera, torniamo indietro di qualche anno per rivisitare le ultime uscite azzurre allo stadio di Genova, esclusa ovviamente la "non - partita" dell'ottobre 2010. Prendiamo in esame due precedenti, entrambi a loro modo assai significativi. Cominciamo dall'aprile 2004: l'Italia di Trapattoni sta preparando l'Europeo del 2004 in Portogallo, dove, tanto per cambiare, è attesa come una delle favorite. C'è da riscattare la magra figura al Mondiale di due anni prima, maturata non solo per demeriti della nostra rappresentativa, ma anche per un atteggiamento arbitrale sostanzialmente ostile ai colori italiani. Rimasto in sella più che altro per mancanza di alternative nell'immediato, il buon Trap, dopo una falsa partenza, è riuscito a riprendere saldamente in mano il timone e a strappare la qualificazione alla fase finale grazie anche all'innesto nel gruppo di forze fresche, pescate nelle file dei protagonisti "silenziosi" e delle squadre di seconda schiera del campionato: la scelta creò una "concorrenza interna" che rivitalizzò i mostri sacri della formazione azzurra, a lungo sotto i loro standard (ne avevo parlato in questo articolo:  amarcord-serbia-italia-del-2003 ).
Il ciclo di amichevoli preparatorie è assai impegnativo: dopo un pari interno con la Repubblica Ceca (all'epoca una delle squadra più competitive del continente), con battesimo del gol per Totò Di Natale, e una insperata vittoria proprio in casa del Portogallo, futuro anfitrione del torneo (altro battesimo del gol "d'autore", questa volta tocca a Miccoli, direttamente dalla bandierina!), si va a Genova per affrontare la giovane e tecnicissima Spagna di Inaki Saez. Ma è più di un test di preparazione: l'occasione viene colta per offrire al grande Roby Baggio l'ultima esibizione in maglia azzurra. Il Divin Codino non è mai entrato, incomprensibilmente, nei piani del Trap, e nemmeno vi entrerà per Euro 2004: però, vuoi per la sua strepitosa carriera, a lungo uomo simbolo della Nazionale e del calcio italiano in tutto il mondo, vuoi perché comunque in Serie A sta continuando a fare mirabilie col Brescia, merita eccome quest'ultima passerella. Così è, anche se la sua recita risulta forzatamente accademica e priva di giocate di autentica sostanza: normale, perché Roby è, in quel gruppo, un corpo estraneo. Non va al di là di qualche sapiente tocco di palla e di una punizione senza esito, ma basta la sua presenza a mandare in visibilio il pubblico di un Ferraris gremito, che, al momento dell'uscita dal terreno, all'87', gli tributa l'ovvia ma sacrosanta standing ovation. Riguardo al match, l'Italia non convince più di tanto, pochi lampi al cospetto di una Spagna che pare più squadra nell'organizzazione e dotata di maggior classe. I nostri avversari passano per primi grazie a un diagonale di Fernando Torres, poi Peruzzi evita il raddoppio su pallonetto dello stesso giocatore e un'inzuccata di Vieri da distanza ravvicinata, su cross di Fiore,  fissa l'1 a 1 finale.
Balzo in avanti di tre anni e mezzo: siamo nell'ottobre 2007, la Nazionale è campione del mondo in carica ma non è ancora sicura di poter acciuffare il pass per l'Europeo del 2008. Sconta un inizio al rallentatore, con pari interno con la Lituania e sconfitta in Francia. Poi, il nuovo CT Donadoni ha rimesso la squadra in carreggiata, ma, quando mancano tre gare alla fine del girone eliminatorio, non sono ammessi sconti: bisogna vincere sempre, a cominciare dalla sfida di Genova con la Georgia. Che è tutt'altro che proibitiva, ma, come quasi sempre accade, proprio contro squadre non propriamente "d'acciaio" gli azzurri offrono prove sottotono: gli avversari, ovvio, giocano al primo non prenderle, intasano gli spazi e i nostri, privi di guizzi autentici di fantasia e scarsamente rapidi, non riescono a creare gli spazi per far male. C'è ancora un Toni in forma splendida (In quella stagione sarà devastante in Bundesliga nelle file del Bayern Monaco): è lui a creare gli unici pericoli, sempre di testa, prima un palo su traversone di Di Natale, poi incornata alta di poco su punizione di Pirlo. Già, Pirlo: è necessario uno dei suoi tiri piazzati per sbloccare il risultato nel finale del primo tempo, ma la parabola è centrale e il portiere avversario Lomaia oppone una goffa e inefficace risposta. Il vantaggio non mette le ali ai piedi dei nostri, che continuano a giocare senza troppa cattiveria e convinzione e limitandosi a controllare la situazione: la ripresa, di basso profilo, è impreziosita da una firma d'autore, quella di Fabio Grosso che, in uno dei suoi rari inserimenti offensivi, raddoppia con un liftato pallonetto di sinistro. Finisce lì, dopodiché gli azzurri coglieranno la qualificazione grazie a uno storico successo in Scozia, bissato dall'inevitabile vittoria nell'ormai inutile match con le Far Oer.  E ora, sotto con gli States!