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mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.   

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

sabato 16 maggio 2015

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre. 

sabato 28 febbraio 2015

L'ASSURDITA' DEL CASO PARMA E LE FALSE ILLUSIONI DEL GIOVEDI' EUROPEO. CALCIO ITALIANO SEMPRE PIU' IN BASSO

                                          Lucarelli, capitano di un Parma in sfacelo

La tentazione di inneggiare alla rinascita del calcio italiano è stata forte, dopo un giovedì europeo  davvero "d'altri tempi", anche per la singolare concentrazione in un'unica giornata di tanti impegni internazionali dei nostri club, evento ormai rarissimo. Certo, solo di sedicesimi di finale di Europa League (ripeto, sedicesimi di finale) si trattava, ma è innegabile che la Fiorentina abbia prevalso con merito su un Tottenham ricco e qualitativo, e che Roma e Torino abbiano sconfitto, oltre ad avversari in assoluto non irresistibili, colossali insidie ambientali: discorso valido soprattutto per i granata, perché se è vero che Bilbao ultimamente non è più una roccaforte inviolabile, per una realtà media nostrana imporsi da quelle parti, e con tale autorevolezza, è comunque impresa di assoluto rilievo. 
CREDIBILITA' COMPROMESSA - Insomma, tentazione di urlare al vento "siamo tornati", si diceva prima. Un urlo che però è stato ricacciato in gola dalle puntuali miserie interne del nostro calcio, mirabilmente sintetizzate dal delirante caso Parma. Nel quale troppe cose non quadrano, ma una certezza c'è: la regolarità del campionato, quella che la Figc dice di voler tutelare ad ogni costo, è già andata a carte quarantotto da tempo. Il secondo rinvio consecutivo di un impegno dei ducali, la trasferta col Genoa dopo la gara interna con l'Udinese, è un vulnus terribile, che mina alla base la credibilità del nostro massimo campionato e, in definitiva, di tutto il carrozzone, peraltro già ampiamente precipitato nei valori internazionali a causa di una gestione tecnico - politico - finanziaria deficitaria da almeno un decennio. 
QUALE SOLIDARIETA'? - Perché è così necessario aspettare lo sviluppo degli eventi? Ma soprattutto, anche alla luce del'esito negativo dell'incontro di ieri fra il sindaco Pizzarrotti e l'attuale patron Manenti, cosa credono possa accadere, Tavecchio e compagnia, di qui a pochi giorni, a poche settimane? E ancora: perché mai dovrebbe esserci solidarietà da parte delle altre società di A, nel farsi carico delle spese necessarie affinché il Parma possa concludere il torneo? Chi è causa del suo mal pianga se stesso... Il sodalizio gialloblù deve provare a salvarsi da solo, trovando un acquirente credibile che ne eviti l'imminente fallimento, coprendone i debiti e rimettendolo in carreggiata a tempo di record: i sostegni provenienti dall'esterno sarebbero solo un inutile allungamento di una inevitabile agonia. Il Parma è alla canna del gas, non ha nemmeno gli spiccioli, non ha l'acqua calda per le docce, perfino la panchina di mister Donadoni è finita all'asta giudiziaria. 
E I REGOLAMENTI? - Fuori dai denti: a rendere irregolare il campionato in corso è la presenza stessa del Parma, mentre la sua esclusione, per quanto dolorosa, servirebbe a sanare una situazione che non ha, francamente, alcuna ragion d'essere. Prima di tutto sul piano giuridico, in quanto l'articolo 53 delle Norme organizzative interne FIGC afferma che "La società che rinuncia alla disputa di una gara di campionato o di altra manifestazione o fa rinunciare la propria squadra a proseguire nella disputa della stessa, laddove sia già in svolgimento, subisce la perdita della gara con il punteggio di 0-3". Dunque, di che cosa stiamo a parlare? Lo spostamento delle ultime due partite a data da destinarsi è, nel caso specifico, una evidente forzatura: una società che non è in grado di giocare una gara ha partita persa, punto e basta. E' palese come, nella fattispecie, non si sia in presenza di eventi quali calamità naturali o episodi luttuosi, di fronte ai quali il rinvio di un match risulta l'unica decisione plausibile, nonché eticamente corretta. 
La vicinanza ai calciatori del Parma da parte dei colleghi è certo cosa nobile, solo che poi ci sono i regolamenti... I vertici federali stanno navigando a vista, aggrappandosi a discutibili criteri morali. E' un atteggiamento attendista che verosimilmente non porterà da nessuna parte, e nasconde la cattiva coscienza di un'organizzazione calcistica che non è stata in grado di chiudere la stalla prima che i buoi scappassero: perché, ad esempio, annunciare solo ora, pomposamente, che "Il consiglio federale ha dettato linee guida che prevedono grosse restrizioni e responsabilità per chi compra un club di A. Non si potrà più acquistare una società per 1 euro"? 
CAMPIONATO FALSATO - Vogliono salvaguardare la regolarità del campionato tenendo in corsa fino all'ultimo Lucarelli e compagni? Ma suvvia... La regolarità del torneo è stata compromessa nel momento in cui, incomprensibilmente, è stato consentito al club (all'epoca di Ghirardi) di iscriversi: viene difficile credere che una situazione finanziaria così devastante possa essere maturata solo da settembre in poi... Questa Serie A può ritrovare un minimo di dignità solamente mettendo alla porta il Parma. Mai successo dall'inizio del girone unico (1929) a oggi? E cosa vuol dire? Sono ben altre le macchie sulla dignità storica di un calcio, quello tricolore, che una volta era una cosa seria. 
Un simile gesto, per quanto doloroso e in certo senso crudele, sarebbe invece un atto di serietà, di morigeratezza, di rispetto delle regole. Così invece si crea un tipico precedente all'italiana, che, in presenza di analoghi eventi futuri (sempre più probabili, vista la precarietà assoluta del nostro football) porterebbe a distinguo ed eccezioni, invece che a provvedimenti radicali. E, visto che i governanti del nostro calcio sono assisi sulle loro poltrone anche per studiare soluzioni intelligenti in casi di emergenza, penso che pure il problema legato ai risultati già ottenuti dal Parma, e a quelli delle partite che non giocherebbe, sia facilmente risolvibile. Ancora il regolamento FIGC dice: "Qualora una società si ritiri dal Campionato o da altra manifestazione ufficiale o ne venga esclusa per qualsiasi ragione durante il girone di ritorno, tutte le gare ancora da disputare saranno considerate perdute con il punteggio di 0-3". Facile, con buona pace di tutti: riguardo alle partite precedenti, ci si rivolga a chi ha consentito ai ducali di prender parte a questo torneo. Insomma, altro che rinascita del calcio tricolore... 

domenica 13 aprile 2014

IL GENOA CHE LAVORA PER IL FUTURO E AFFONDA NEL PRESENTE: COSI' IL GRIFONE E' DI NUOVO UN REBUS

                                                 Gilardino: altro gol inutile

Virtualmente salvi, certo. E' vero che la sicurezza matematica non c'è ancora, ma la classifica sanno leggerla tutti, così come l'andamento lento di chi sta sul fondo. Insomma, bene, bravi, bis, ma, cari ragazzi del Genoa Cfc, la vita, anzi il campionato, continua. Eppure non sembrerebbe, perché il Grifone non c'è più. Sotto la patina di proclami bellicosi e ottimisti da parte dei giocatori (durante la settimana e lontano dal campo, preferibilmente in occasione di fiere, feste e/o manifestazioni assortite, o meglio ancora via Twitter...), sotto l'ingannevole velo di autocompiacimento per le incoraggianti prestazioni sfoderate contro grandi (Juventus) o ex grandi (Milan), c'è una cruda realtà fatta di cinque sconfitte nelle ultime sette gare, di tre k.o. consecutivi nelle ultime uscite, e di un finale di gara da... radiazione dall'albo del calcio, nella sciagurata trasferta in casa del Torino. 
REBUS - Il ruolino di marcia recente dovrebbe già essere sufficiente a gettare acqua sul fuoco dei fin troppo facili entusiasmi. In realtà il Genoa è di nuovo un rebus. Un rebus diverso da quello, amarissimo e indigesto, delle ultime stagioni, vissute nel segno della modestia tecnica e sul filo del precipizio, ma pur sempre un mistero. Scrivo a caldo, dopo l'assurda sconfitta dell'Olimpico torinese. Assurda ma non sorprendente, per chi conosce bene pregi e difetti rossoblù; non si contano, infatti, i punti persi quest'anno dalla squadra di Gasperini negli ultimissimi minuti di gioco, quando non in pieno recupero: prima di oggi ci sono state la punizione in extremis di Pirlo, il rigore in extremis di Paloschi e, andando a ritroso, le prodezze in extremis dell'Atalantino De Luca e del cagliaritano Sau: vittorie o pareggi che, nel giro di pochi secondi, gli ultimi a disposizione degli avversari, si sono trasformati in cocenti sconfitte. 
Basterebbe questo a delineare un chiarissimo problema di tenuta mentale della squadra, che non è quasi mai in grado di gestire un vantaggio minimo o comunque una situazione di favore; non è in grado di far girare la palla, di tenere ritmi bassi, di spezzare il gioco, di stringere le maglie difensive, oppure di continuare ad aggredire gli avversari, di pressarli per tenerli lontani dall'area; non è in grado, alle corte, di mantenere fino in fondo quel pizzico di concentrazione necessaria a non passare, nel giro di un minuto, da uno 0-1 a un 2-1: quella solidità mentale che qualsiasi compagine di Serie A, anche la più rabberciata, dovrebbe avere. Come sia stato possibile consentire a Immobile e a Cerci, fino a quel momento inconsistenti, di arrivare al tiro con tale irrisoria facilità nei concitati istanti finali, rimarrà un mistero ben poco gaudioso.  Non è questione di fortuna: le partite durano 90 minuti più recupero e vanno giocate fino in fondo, segnare negli ultimi secondi vale esattamente quanto farlo al 13', al 27' o al 73'. 
TRAGICOMICO - Cose da Genoa, dicono i tifosi. Balle: sono, semplicemente, cose da squadre immature, modeste, lacunose. Però pensavo di non doverle più vedere, certe scene tragicomiche. C'è un precedente che solo chi è dotato di memoria di ferro può ricordare: un Treviso - Genoa, in Serie B, torneo 1997/98: liguri  che arrivano in vantaggio di un gol al novantesimo e che, al termine dei tre minuti di recupero, si ritrovano scavalcati e sconfitti con lo stesso punteggio di poche ore fa. Ma quello era un  Genoa in gravi ambasce, il Genoa che Spinelli aveva ceduto a Gianni Scerni, avviandone un quinquennio da incubo sul piano calcistico e finanziario. Quello di oggi è un club discretamente solido (checché ne dicano i profeti di sventura in servizio permanente effettivo sui giornali, personaggi che si atteggiano ad esperti economisti senza avere la necessaria competenza specifica), con una rosa di giocatori di buon livello, alcuni addirittura nazionali, altri che nelle  varie rappresentative ci sono stati nel passato, altri ancora che vantano curricula di tutto rispetto. Eppure, l'approccio è troppo spesso troppo soft, accademico, privo di "garra", come si dice in Sudamerica. 

                           Immobile: lontano da Genova si è riscoperto bomber inesorabile

QUALE SUPREMAZIA CITTADINA? - Hai voglia a cianciare di supremazia cittadina: questa squadra è riuscita nell'impresa di farsi recuperare dalla Samp la bellezza di nove punti, a far data dall'esordio di Mihajilovic sulla panchina blucerchiata. Nulla è compromesso, ma il trend a questo punto pare purtroppo ben definito. La squadra non reagisce, poche storie, e manca di concretezza, di cattiveria: quando gioca bene spesso e volentieri perde, quando gioca male perde sempre e comunque. Sul Genoa in versione Gasperini mi sono più volte espresso in termini lusinghieri, il blog me ne è testimone: ma nell'ultimo post sull'argomento, dopo l'ingiusto capitombolo con la Juventus, avevo anche ammonito che un futuro di buon livello non può essere edificato sulle "gloriose sconfitte", che per crescere occorre mantenere intensità agonistica e di gioco, trovare cattiveria e pragmatismo anche nelle partite in apparenza più abbordabili. Mentalità da squadra adulta, in sintesi, e ovviamente risultati, perché, non è un mistero, vincere aiuta a vincere, crea entusiasmo e convinzione; altrimenti, concludevo, il radioso futuro vagheggiato dai tifosi è destinato a rimanere una mera ipotesi, e nulla più. 
IMMATURI - Ecco, al momento le cose non hanno preso una piega diversa da quella temuta. Il Genoa, domenica dopo domenica, si sta confermando squadra immatura, incostante, inaffidabile, troppo preda di sbalzi di umore e di vuoti di memoria, di ripetuti black out agonistici, per poter ambire a un salto di qualità. Dopo alcune prove positive, si affloscia come un soufflé mal cotto, si adagia su inesistenti allori. Può darsi che, in questo senso, Gasperini e la società stiano avendo le risposte che desideravano: si lavora per il futuro, è il leit motiv di queste ultime settimane. Il tecnico, si è scritto, userà le ultime gare della stagione per mettere alla prova tutti gli elementi della rosa, anche quelli che han giocato meno, per vedere chi meriterà la conferma e chi no. Sarà. Fosse davvero così, gli esiti fin qui emersi non sono incoraggianti: senza i lungodegenti Antonini, Matuzalem e Kucka, senza le prodezze sotto porta di Gilardino e quelle fra i pali di Perin, questo è un team che pare davvero in balìa degli eventi, leggerino tatticamente e caratterialmente, nel quale i tanti giovani promettenti non trovano adeguato sostegno in veterani fuori giri (su tutti Burdisso, accolto come un dio e fin qui autentica delusione del mercato invernale: altro che nazionale argentina...). 
PRESENTE E FUTURO - Ma poi, ha senso sperimentare a campionato in corso, col rischio di smarrire coesione, linearità tattica e consistenza qualitativa, collezionando figure barbine? Il Grifone aveva già destato indignazione per l'orrendo secondo tempo del Bentegodi con l'Hellas, ma oggi ha toccato il fondo, avendo evidentemente creduto che il gol di Gila rappresentasse il triplice fischio dell'arbitro. Tutto questo sarebbe accettabile se fosse la garanzia dell'esistenza di un vero progetto per il 2014/2015: ma è lecito attendersi una cosa del genere, da una società che negli anni ha avuto proprio negli stravolgimenti di mercato il suo tratto distintivo?
E' pur vero che a partire dall'estate scorsa qualcosa è cambiato, pare esserci una strategia un po' più lineare, una volontà di costruire qualcosa di più solido e duraturo, e Gasperini sembra davvero voglia farsi garante di un discorso a lunga scadenza, ma nel calcio di oggi, soprattutto per realtà medio piccole come quella genovese, parlare di giocatori sotto esame per il futuro, dire "vediamo come gioca questo, e se va bene ce lo teniamo" non ha molto senso: i calciatori vanno e vengono quasi a loro piacimento, basta un procuratore un po' insistente o una società un po' più danarosa che bussa alla porta, ogni stagione occorre ricominciare quasi daccapo. Questo vale a maggior ragione per i campioni: che senso avrebbe, ad esempio, pensare di costruire qualcosa attorno a Perin e a Gilardino (sperando caldamente che restino, sia chiaro), quando nemmeno la Juve è sicura di poter trattenere Pogba e Vidal?  Tutto questo, sorvolando sul fatto che non è comunque dalle gare di fine stagione, senza grossi traguardi in palio, che è possibile valutare la reale caratura di un pedatore. 
Insomma, sia nelle stanze societarie, sia in panca, sia in campo, questo finale di stagione andava, anzi, va gestito diversamente, con più realismo e minore "strabismo", nel senso che non credo sia impossibile tenere un occhio alle esigenze di prospettiva e un altro occhio a quelle immediate. Il campionato va onorato fino in fondo. Non ci sono più stimoli? Allibisco. Tre anni fa era bastato poco: a salvezza raggiunta, Preziosi chiese di battere tutte le squadre in lotta per non retrocedere (Brescia, Lecce e Samp), in modo tale da non creare sospetti o anche solo dubbi sull'impegno dei rossoblù, e i ragazzi di Ballardini eseguirono, diligentemente. Quest'anno il piccolo derby cittadino non basta, come motivazione? 

giovedì 23 maggio 2013

BILANCIO TECNICO DELLA SERIE A, PARTE SECONDA: RIMANDATI E BOCCIATI. MILAN IN CHIAROSCURO, DISASTRO INTER E PESCARA


                                    Balotelli: il terzo posto del Milan è soprattutto suo

Sulla nostra immaginaria lavagna della Serie A appena conclusa, dopo i "buoni" è il momento dei "cattivi". Prima di loro, però, c'è una "terra di mezzo" ove collocare le squadre che male non hanno fatto, ma che per i più svariati motivi hanno chiuso la stagione lasciandoci un retrogusto amarognolo. E prima ancora dell'analisi delle singole compagini, fra gli aspetti controversi di natura generale vorrei inserire, e la cosa non deve sorprendere, il superamento di quota mille nel numero di gol totali realizzati in stagione (1003, per l'esattezza): un limite stratosferico che mai era stato varcato dal ritorno della massima divisone a 20 partecipanti, ossia dall'annata 2004/05.
LA QUALITA' E' UN'ALTRA COSA - Mi preme qui ribadire un concetto già espresso in passato: tanti gol non significano in automatico grande spettacolo e buon calcio. Del resto, basta osservare buona parte dei match del nostro svalutatissimo torneo per rendersene conto. Chi ama  davvero il football, non può gioire assistendo a partite da pallottoliere frutto di svarioni tattici collettivi o di errori singoli, questi ultimi dettati da carenze tecniche e di tenuta mentale. La storia non dice bugie, e racconta che il pallone nostrano era più competitivo quando si segnava meno, non perché gli attaccanti fossero più scarsi (anzi...), ma perché c'erano difensori "educati al mestiere", frutti copiosi di una scuola che era il nostro vanto e che invece negli anni Duemila si è inaridita, anche se non del tutto prosciugata. 
MILAN - Torniamo alla lavagna e alla citata terra di mezzo, nella quale non può non trovare posto il Milan. Che ha artigliato in extremis il posto per i preliminari Champions e, soprattutto, si è reso protagonista di una formidabile risalita, dai margini della zona pericolo al podio. Ma è stata una stagione fatta più di scuri che di chiari: il gioco raramente ha raggiunto vette degne di nota, i rossoneri sono stati molto operai nel cuore della manovra (anche perché di fini palleggiatori e di autentici creativi là in mezzo c'è il solo Montolivo, artefice peraltro di una eccellente stagione), e la riscossa è stata affidata, ancor più che ai tempi di Ibrahimovic, agli spunti dei campioni della prima linea. La nota lieta è che si è trattato di campioni giovani e italiani, la potenziale coppia di golden boy della Nazionale per molti anni a venire: di El Shaarawy, del suo devastante impatto sul torneo, del suo calarsi con totale disinvoltura in un ambiente complicato ed esigente come quello rossonero, scrissi già in sede di bilancio del girone di andata; nel ritorno, il Faraone è parzialmente rientrato nei ranghi, vuoi perché per un giovanotto non dev'essere facile cantare e portare la croce da solo per mezzo campionato, vuoi per l'irruzione di Balotelli che ha preteso la scena ed è diventato l'ovvia primadonna. Chi ancora ne discute la statura di campione assoluto farebbe meglio a guardare i fatti: senza i suoi guizzi da implacabile terminale offensivo, senza la sua freddezza nei momenti decisivi e dal dischetto, la Champions il Milan l'avrebbe guardata col binocolo. 
A proposito di rigori, non si può nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alla messe di penalty che, nella seconda parte del torneo, hanno sorretto i rossoneri nei momenti difficili: penalty a volte estremamente discutibili come quelli, decisivi, con Udinese e Siena, a fronte di altri... non dati gli avversari, come i due (e forse tre) negati a Marassi al Genoa, nel grottesco match di cui parlai in questo post. Ripeto quanto già scritto allora e in precedenti circostanze: in mancanza di prove contrarie, assurdo avanzare dubbi sulla buona fede degli arbitri, ma doveroso sottolinearne sia la scarsa preparazione sia la sudditanza psicologica nei confronti delle grandi, giunta ormai a livelli inaccettabili, perché di mezzo c'è l'attendibilità tecnica del torneo. Insomma, rossoneri in... chiaroscuro: fra le note liete, da aggiungere l'esplosione di De Sciglio, versatile laterale sinistro già a suo agio in azzurro, e il citato Montolivo che finalmente è uscito dal guscio indossando i panni del califfo della fascia centrale, con personalità, sostanza, intuizioni decisive e gol pesanti. Da questi due campioni, dai due dell'attacco e dal sempre convincente Abate dovrà ripartire un Milan più italiano, ancor più "verde" e con un ulteriore iniezione di talento. 
CAGLIARI - Limitandoci alle vicende agonistiche, il campionato del Cagliari meriterebbe solo lodi sperticate. Dopo i black out prolungati della fase ascendente, dopo le voci di smobilitazione a gennaio subito rientrate, il girone di ritorno ha proposto i rossoblù in versione indiavolata: Daniele Conti è tornato a prendere per mano la squadra nei momenti delicati, Astori si è riappropriato delle sue ormai consuete misure di fondamentale pedina difensiva, Pinilla si è confermato bomber puntale ancorché poco reclamizzato, Sau ha incantato per brillantezza ed inesorabilità sotto porta e Ibarbo ha regalato accelerazioni e scatti poderosi e fruttuosi. Persino il portiere Agazzi è giunto a toccare la Nazionale, anche se, crediamo, in maniera effimera. Però il pasticciaccio Is Arenas è qualcosa che non può essere cancellato: giocare quasi l'intero campionato  davanti a spalti vuoti o semivuoti per ragioni... burocratiche, o addirittura in campi lontani trasformati in terreni casalinghi sempre e solo sul piano burocratico, è una sconfitta, una delle tante sconfitte recenti del calcio italiano. Non può, non deve esistere un football senza pubblico "dal vivo". Poi, sul modo in cui è stata gestita la situazione sul piano regolamentare sia dalla società che dagli organi istituzionali, il giudizio lo lasciamo ai posteri, ma rimane un senso di improvvisazione che non fa onore a nessuna delle parti in causa. 
ROMA - Continuo a considerare quello dei giallorossi come uno dei migliori organici allineatisi ai nastri di partenza, ecco perché il sesto posto finale non può esser considerato positivo. Oltretutto è stato centrato in rimonta, ai danni di una Lazio che ha di certo lasciato un segno più profondo nella storia positiva di questo torneo, in quanto a vivacità di manovra e a momenti di spettacolo. Zeman, che stimo, ha fatto danni, inutile negarlo. Col suo calcio portato all'eccesso, fatto di luminarie offensive non protette da adeguata copertura, e di un rapporto difficoltoso coi big di spogliatoio, ha vistosamente trapanato l'acqua. Andreazzoli ha fatto il possibile per raddrizzare la baracca, ma questa Roma è rimasta una sostanziale incompiuta, pur avendo i mezzi per poter ambire almeno a un terzo posto.

                                         Cerci: la Serie A ha trovato un campione vero
       
INTER E PESCARA, MATITA... BLU ELETTRICO - Da nerazzurri e biancazzurri le pagine più tristi di questa Serie A. Fallimento su tutta la linea per l'Inter, mai così brutta da quasi vent'anni a questa parte. La sequenza di sconfitte del girone di ritorno resterà un marchio indelebile, e i continui riferimenti di Stramaccioni ai bei tempi della vittoria sulla Juve e del quasi aggancio alla vetta sono risibili: perché quella fiammata è durata non più di due mesi, essendo stata preceduta da un altro periodo non propriamente brillante. Gli infortuni in serie, è vero: qui non c'entra il tecnico, ma va anche detto che se così tanti giocatori finiscono ko e per periodi così lunghi, non può essere solo colpa della malasorte. Rimane un interrogativo sportivamente drammatico: Mourinho o non Mourinho, il cui abbandono a triplete conquistato è per me un falso problema, come è stato possibile, da parte di professionisti strapagati, attuare un così repentino depauperamento tecnico di una rosa che si era issata sul tetto d'Italia, d'Europa e del mondo? Come è stato possibile vendere così male e comprare ancora peggio? La ricostruzione dovrà essere radicale, costerà denaro ma necessiterà anche di tanto acume in sede di scelte e di valutazioni di mercato plausibili, acume che in questi tre anni è stato usato in maniera molto parsimoniosa.
E che dire del Pescara? No, nessuna indulgenza verso la piccola realtà di provincia che, dopo tanti anni di assenza, si è ritrovata in un contesto troppo più grande di lei. Il girone di ritorno è stato uno spettacolo triste e imbarazzante, con diciassette sconfitte (!), gol incassati in quantità industriale, resa incondizionata di fronte a quasi tutti gli avversari, partite che alla fine sembravano le galoppate di allenamento infrasettimanali. La squadra non era competitiva, ma qualcosa di più di questo bottino ridotto all'osso era alla portata, giovani rampanti come Perin e Caprari e stranieri di spessore come Weiss non meritavano di affondare in una situazione simile. I dirigenti pescaresi dovranno inventarsi qualcosa di clamoroso per far dimenticare questa pagina nera come la pece, l'iscrizione al campionato di Serie A di una squadra materasso come pochissime altre volte era accaduto nella storia del girone unico (forse solo l'Ancona 2003/04 su livelli più bassi). 
SGUARDO D'ASSIEME SULLA ZONA PERICOLO - Poche annotazioni sui bassifondi. Il Toro ha ritardato fin quasi all'estremo limite una salvezza che ad un certo punto pareva scontata. Strano campionato, il suo: quando ha giocato più sulla forza e sul pragmatismo che sulla classe pura, che pure in prima linea non gli mancava, ha messo in cascina fieno decisivo; quando ha trovato anche il filo di un gioco plausibile e gradevole, con recite di grana fine anche contro molte grandi, ha cominciato a uscire dal campo con le pive nel sacco. Per sua fortuna, il vantaggio accumulato  era tale che son bastati alcuni pareggini nel finale per assestare la graduatoria. Di positivo, oltre alle già citate espressioni di gioco (le gare di ritorno contro Napoli, Juve e Milan), la consacrazione di Cerci: il calcio italiano ha trovato un campione vero, da Nazionale. Arrivato tardi alla ribalta, come Diamanti, del quale si spera possa ripercorrere in pieno le orme, senza più disperdere il suo cristallino talento.
Detto che del Genoa scriveremo a parte in questi giorni, pollice verso per il Palermo, la cui retrocessione porta a chiare lettere la firma di Zamparini. Beffardo persino il ripescaggio in extremis di Sannino, che per qualche settimana aveva riacceso una fioca luce rosanero in una stagione all'insegna dell'oscurità più totale: beffardo e controproducente sul piano societario, perché ha finito con lo sconfessare il mastodontico impegno profuso dal club in sede di mercato invernale, quando i siculi avevano dato vita, analogamente ai rivali del Genoa, a un sostanzioso potenziamento in tutti i reparti.
Bene, andate a rivedervi le formazioni delle partite giocate durante il Sannino bis, e valutate quanti dei rinforzi di gennaio, e per quanto tempo, sono stati schierati in campo. Vedrete che il mister rientrante ha preferito puntare in larga parte, salvo alcune eccezioni, sui suoi fedelissimi, sui giocatori che si era ritrovato in ritiro l'estate scorsa. La verità è che non basta giocar bene un mesetto per riscattare i disastri di un anno intero: il verdetto finale è ineccepibile, e dispiace che colpisca una delle più belle realtà "alternative" alle grandi, fra quelle emerse nell'ultimo quinquennio di A.
In chiusura, una Sampdoria modestissima quanto a espressioni tecniche, dimostrazione plastica di come un allenatore possa davvero portare un quid in più e fare impennare il rendimento di una squadra: con Rossi in panca, è arrivata una mini striscia positiva, all'inizio del girone di ritorno, durante la quale i blucerchiati hanno sfoderato una praticità di gioco, una capacità di trarre il massimo dalle non numerose occasioni create (l'apoteosi, in tale senso, nella gara con la Roma), che hanno consentito loro di portarsi fuori dalle secche. Poi, i nodi son tornati al pettine e nel finale Gastaldello e compagni han giocato col fuoco, con prestazioni di rara mollezza (in primis quella col Palermo), fallendo l'obiettivo della vendetta sul Genoa dopo la retrocessione di due anni fa, e mettendosi in sicurezza matematica solo a due turni dalla fine. Ma, nonostante i patetici peana di tanta stampa locale, l'organico era davvero lacunoso, di più era difficile fare. Quanto a Icardi, ha tutte le caratteristiche del mezzo bluff: averlo issato a nuovo fenomeno grazie a un gol regalatogli da Buffon e a una quaterna rifilata all'improponibile Pescara è persino irritante, per il lettore / spettatore neutrale. Vedremo cosa gli riserverà il futuro, ma al momento non ci sentiremmo di pronosticargli una carriera che non sia quella di un buon attaccante o poco più. 

domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - TERZA PARTE: DAL PARMA ALL'UDINESE

                                              Destro, nuovo asso romanista

PARMA - Non condivido questo dilagante ottimismo attorno alla campagna acquisti del Parma. Che, non dimentichiamolo, ha perso Giovinco, ossia il 70 - 80 per cento del suo potenziale offensivo e uomo assolutamente decisivo nello strepitoso finale di campionato della scorsa primavera. E non ci sarà più nemmeno Floccari, che pur fra alti  e bassi i suoi otto centri in stagione li aveva messi a segno. A far gol, in vece dei partenti, dovranno pensare Amauri, le cui polveri bagnate sono ormai proverbiali, e il dotato ma incostante e sovente confusionario Biabany, mentre il colombiano Pabon è per ora soltanto una delle tante scommesse esterofile dei nostri club, che potrebbe risultare vincente ma anche un tremendo buco nell'acqua: auguri. 
Le certezze arrivano soprattutto dal settore di centro, dove Acquah e Parolo sono due rinforzi autentici, in grado di aumentare il tasso di qualità della manovra, di portare idee in fase di costruzione e di far filtro con profitto se ve n'è la necessità. Soprattutto dall'ex cesenate ci si aspetta molto, dopo che due anni fa era giunto fino all'azzurro: il suo senso tattico e le sue botte dalla distanza saranno soluzioni offensive in più per Donadoni, che ne avrà bisogno. I polmoni e la verve agonistica di Galloppa e Gobbi completano un reparto che rappresenterà l'arma vincente dei Ducali. Immutata la difesa, con Mirante, cresciutissimo nelle ultime stagioni, a fare buona guardia fra i pali coadiuvato dai collaudati Zaccardo (sempre ad altisimi livelli in quel di Parma) e Ale Lucarelli, con Santacroce pronto a riprendere il filo di un discorso interrotto quando, pochi anni fa, sembrava destinato a diventare uno dei giovani d'oro del nostro football. Non è ancora tardi, ma occorre darsi una mossa. 
PESCARA - Ahi ahi. La squadra che ha trionfalmente conquistato la promozione, di fatto, non esiste più, questo è un altro Pescara, che ben poco ha a che fare con l'armata dei sogni di Zeman, quel team dal gioco irresistibile che, mia convinzione personale, avrebbe ottenuto ottimi risultati anche nella massima serie, magari piazzandosi fra le prime dieci. Persi Verratti, Insigne, Sansovini e Immobile, il cielo si è fatto cupo. Può sembrare assurdo scriverlo dopo i sei gol subiti nelle prime tre gare, ma il reparto meglio attrezzato sembra la difesa: il giovanissimo Perin è un estremo difensore dal futuro garantito, Terlizzi un centrale collaudato e sovente mortifero negli inserimenti in avanti, e al suo fianco giostrerà Capuano, difensore fra i più promettenti del panorama italiano, così come Romagnoli (entrambi fanno parte dell'Under 21). 
Il centrocampo si aggrappa all'uomo ovunque Cascione, inesauribile e tatticamente preziosissimo, mentre esistono perplessità sulla tenuta fisica di Giuseppe Colucci e soprattutto di Blasi. Bjarnasson è tutto da verificare in un torneo pur sempre difficile come la nostra Serie A, mentre il duttile slovacco Weiss dovrebbe assicurare peso e personalità al reparto di mezzo. In avanti si punta quasi tutto sulla classe di Caprari, mentre Jonathas pare un po' troppo leggerino per il massimo campionato e Abbruscato a certi livelli non ha mai inciso. Stroppa in panca rappresenta un salto nel buio. La sensazione è che salvarsi sarà estremamente problematico. 
ROMA - Il passo in avanti rispetto all'ultima stagione pare evidente, a partire dalla panchina: Zeman finalmente torna dove merita, cioè fra i grandi, dopo aver dimostrato a Pescara che la sua idea di buon calcio è tutt'altro che passata di moda. Squadra migliorata in tutti i reparti: la difesa, che ha sempre in Burdisso un perno inamovibile, trova lo svettante Castan e la furia bionda Balzaretti, protagonista a Euro 2012, attento in copertura e travolgente nelle volate sulla fascia sinistra. A centrocampo, è rimasto De Rossi nonostante i tanti pretendenti: il  formidabile motore del reparto nevralgico sarà affiancato da giovani del calibro di Tachtsidis, regista arretrato dai piedi buoni, Florenzi, formidabile tuttofare, abile in interdizione e in fase di spinta, settepolmoni micidiale negli inserimenti in avanti, uno dei boom dell'ultima cadetteria, e Pjanic, piedi fatati e rifinitore coi fiocchi. E c'è anche Bradley, gregario illuminato, altro giocatore dal gran fisico e dalla resistenza agli sforzi notevole, l'ideale per Zeman. 
In avanti, attesissimo Destro, attaccante di buona tecnica, dalla prolificità in crescita e dalla personalità sempre più in rilievo. Accanto a lui, una batteria di punte di grande efficacia che spazia da Osvaldo a Lamela, passando per un Totti che, magari anche solo part time, saprà di certo regalare ancora qualche prodezza sotto porta. Insomma, una Roma che, se il gioco zemaniano verrà adeguatamente digerito senza provocare troppi scompensi difensivi, si candida, ebbene sì, come anti Juventus di tutto rispetto.

                                             Poli: rientro alla Samp per stupire

SAMPDORIA - La base era la squadra che aveva centrato affannosamente la promozione, dopo un sesto posto in B e il piazzamento playoff acciuffato anche grazie all'inopinato crollo finale del Padova. Poca cosa, quindi, a parte Romero (portiere comunque non esente da strafalcioni anche in cadetteria), l'ottimo centrale Gastaldello e i centrocampisti di quantità Munari e Obiang. A potenziare il reparto arretrato è arrivato Simon Poulsen, ed è il colpo migliore del mercato blucerchiato, ammirato al'Europeo come difensore di grande applicazione, tempista e puntuale nei recuperi. Meno fiducia ho in De Silvestri, eterna promessa di fascia destra il cui credito è vicino ad esaurirsi, se non compirà finalmente quest'anno il salto di qualità. La perdita di Volta potrebbe farsi sentire.
Nel mezzo, è alfine rimasto Poli ed è grasso che cola, il ragazzo ha grande eclettismo, buona tecnica e intelligenza tattica sufficiente per prendere in mano il gioco e far girare i compagni. Sopravvalutato l'arrivo di Maresca, centrocampista di grande spessore ma che, dopo aver raggiunto il top del rendimento cinque - sei anni fa, sembra aver imboccato la parabola discendente. La velocità e le incursioni di Estigarribia verranno utili, ma il giocatore è al momento un mistero, nella sua prima annata italiana è stato poco impiegato e ha fatto vedere poco o nulla. In avanti, è arrivato Maxi Lopez, che è buon attaccante ma che dalle nostre parti, al di là di una mezza stagione monstre a Catania, non ha mai fatto strage di portieri. Alza comunque il tasso di pericolosità di una prima linea che rischiava di aggrapparsi ai soli Eder e Pozzi, mortiferi in B ma da sempre assai "leggeri" al piano superiore. In definitiva, per i blucerchiati una salvezza tranquilla dovrebbe essere alla portata, ma pensare a qualcosa in più pare al momento eccessivamente ottimistico. 
SIENA - Permanenza da inseguire con enormi affanni, per via della pesante penalizzazione e di una rosa che appare inferiore a quella dell'anno passato. L'indebolimento parte dalla panchina dove, con tutto il rispetto, Cosmi non vale Sannino. Sul campo, gli addii di Brkic, Rossettini e soprattutto Destro si faranno sentire. La porta, fra Pegolo e Campagnolo, non ha al momento un custode valido al cento per cento, ma Paci, Dellafiore, Rubin, Contini e Terzi innervano un reparto che, quantomeno negli scontri diretti, dovrebbe garantire discreta protezione alla squadra. 
Al centro Coppola e Mannini portano tanto fervore, anche se raramente illuminato, Valiani cerca quella costanza di rendimento e quella "decisività" che raramente ha trovato agli alti livelli. Ci si affida soprattutto a D'Agostino, che deve ritrovare gli estri di un tempo, quelli che l'avevano portato in Nazionale e che gli consentivano di diventare autentico uomo squadra, prendendo per mano i compagni e accendendo girandole offensive altamente spettacolari e redditizie. Ci si attende un contributo più cospicuo da Bolzoni, centrocampista pochi fronzoli e tutta sostanza, e  si guarda con speranza a Verre, prodotto del vivaio romanista, piedi fatati e cervello fino. Perplessità anche in avanti: ci si affida ancora alle alterne lune di Bogdani e all'indecifrabile Zé Eduardo, disastroso a Genova la stagione passata ma parso rigenerato nel pre campionato rossoblù. L'unica certezza è Calaiò, ma saprà ripetersi sui livelli dell'anno scorso? In Serie A non sempre è stato un cannoniere inesorabile... 
TORINO - Dopo un avvio di mercato in tono minore, alla fine è venuto fuori un Toro coriaceo, che dovrà lottare per salvarsi ma che ha tutto per centrare l'obiettivo con discreto anticipo. C'è una piccola colonia di ex bandiere baresi (lo è stato anche mister Ventura), formata dal portiere Gillet, ormai una certezza, e dal roccioso centrocampista Gazzi, l'uomo giusto, col suo spirito indomito, per le sfide al calor bianco dei bassifondi. E' arrivato il veterano ex Cagliari Agostini a rimpolpare una difesa che avrà il suo perno nel giovane Ogbonna, sicuro e autoritario anche nei primi approcci con la maglia azzurra, e che potrà contare, fra gli altri, sul polacco Glik, uno dei protagonisti della promozione. 
Nel mezzo, a parte il citato Gazzi, fosforo e ordine in quantità da parte di Brighi, rapidità, fisico e colpi di genio per un Birsa che al Genoa è rimasto un oggetto misterioso, ma che ha le doti per ben figurare nel campionato italiano. E attacco interessentatissimo, con un Cerci che se in giornata di luna buona può mettere a soqquadro qualsiasi difesa, un Bianchi deciso a dimostrare di essere fromboliere di vaglia anche nella massima serie e  un Sansone la cui versatilità tattica sul fronte offensivo allarga ulteriormente il ventaglio di strade che conducono al gol, rendendo l'attacco granata uno dei più interessanti e imprevedibili della categoria. Squadra da tenere d'occhio...

                                          Armero, uno dei big rimasti all'Udinese

UDINESE - Pozzo sta tirando un po' troppo la corda, col suo "modello Udinese". E questa volta ha forse esagerato: via in un colpo Handanovic, Isla, Asamoah, e poi Cuadrado, Floro Flores, Pazienza, Torje, Ferronetti... Tutto nell'anno della seconda qualificazione consecutiva ai preliminari di Champions, un traguardo e un impegno che meritavano ben altra considerazione. Il risultato non poteva che essere quello maturato sul campo, ossia l'eliminazione e il declassamento in Europa League, e non è un buon viatico per la stagione appena iniziata. 
La squadra appare vistosamente indebolita, non sempre Guidolin potrà fare i miracoli, Di Natale non è eterno, e non è detto che ogni anno dal mazzo dei tanti giovani reclutati in giro per il mondo esca fuori il fuoriclasse di turno. Brkic è un portiere di discreto livello ma che ancora non vale Handanovic, e in Coppa ha alternato prodezze autentiche a perniciosi black out. Domizzi e Pasquale, dall'alto della loro esperienza, terranno insieme la difesa coadiuvati da un Benatia in crescita, mentre dovrebbero trovare spazio il giovane Faraoni e Andrea Coda, buon rincalzo. Nel mezzo fondamentali saranno la "legna" di Pinzi, le sgroppate di Armero, l'imprevedibilità di Lazzari, l'applicazione e la continuità nelle due fasi di Basta. L'attacco, come detto, chiederà ancora a Totò di gettare il cuore oltre l'ostacolo rappresentato dall'anagrafe, mentre dovrà ritagliarsi più spazio il jolly Fabbrini, esploso prepotentemente nel finale della stagione passata grazie alla sua classe, all'inventiva e alle ficcanti iniziative offensive. Attesa attorno allo sgusciante Muriel, ma, oggi, non mi  sento di pronosticare un altro torneo d'avanguardia per questa Udinese. (3 - FINE).