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lunedì 30 maggio 2016

VERSO EURO 2016: ITALIA SCIALBA E MACCHINOSA CON LA SCOZIA. EDER SEMPRE PIU' GIU'

                                Eder non riesce più a esultare in azzurro: Europeo a rischio? 

Fra i tanti difetti di questa crepuscolare Azzurra targata Conte c'è anche la cronica incapacità di sorprendere. Il primo dei due test match sulla strada per la Francia, lungi dal far emergere segnali incoraggianti, è stato la stanca ripetizione di tante altre inquietanti amichevoli pre Europei e pre Mondiali, nulla di più e nulla di meno. Fra quelle da me mai viste per motivi anagrafici, ma di cui ho letto sui giornali del tempo, Italia - Jugoslavia del maggio '78 e Italia - Sporting Braga del giugno '82 non devono essere state tanto più inguardabili dello scialbo Italia - Scozia a La Valletta; da che seguo il calcio, ricordo due terrificanti confronti contro Svizzera e Costarica prima di USA '94, fra l'altro terminati entrambi con lo stesso punteggio di ieri, una vittoria per 1 a 0 che non può ovviamente dare alcuna garanzia per l'ormai imminente impegno transalpino. Ma se non altro all'epoca c'era la certezza di una robusta dose di classe ed esperienza internazionale a corroborare le nostre speranze in vista della trasferta oltreoceano... 
I TRE PUNTI CHIAVE - Parole che si porta via il vento, in ogni caso, perché decrittare l'attendibilità di questi "provini" è storicamente impresa improba anche per il più scafato degli esperti: molte firme illustri presero per oro colato le risultanze tecniche dei citati incontri prima di Argentina '78 e Spagna '82, e andarono incontro a impietose figuracce professionali. Del resto, pregi e limiti di questa Nazionale 2016 sono ormai noti, e un felice esito (leggasi: superamento della prima fase e poi un altro paio di turni) dipenderà essenzialmente da tre fattori: una condizione atletica ottimale da parte di tutti, la tenuta del blocco difensivo juventino e una adeguata gestione dei tanti esterni dai piedi buoni che potrebbero darci la marcia in più per scardinare le difese avversarie. 
SQUADRA DI "SOLITI NOTI" - Ieri sera, al Ta' Qali, Conte si è affidato a una formazione esperta, senza grossi slanci di inventiva nella scelta degli undici. Tipico dei CT in queste fasi di approccio ai grandi eventi: si va sul sicuro, si cerca di capire quali garanzie possano dare i veterani o comunque gli uomini più utilizzati nel biennio, e si tirano le somme. Poi c'è chi, come il Bearzot del '78, prende il coraggio a quattro mani e rinfresca il team mettendo dentro Cabrini e Rossi; oppure chi, come il Trap di Euro 2004, rinuncia al bomber rampante Gilardino e a un Baggio ancora in pieno vigore, pur se quasi al passo d'addio, per puntare su elementi reduci da una stagione fiacca e su attaccanti in riserva di energie, per tacer del Lippi che nel 2010 va al massacro coi suoi reduci mundialisti lasciando a casa i Giuseppe Rossi e i Cassano e in panchina i Bonucci, i Pazzini e i Quagliarella. 
GIACCHERINI FUORI POSTO - L'Italia di Malta è una squadra con scarso peso offensivo e con troppe incongruenze tattiche. Giaccherini interno è una forzatura fin troppo evidente, e ieri il furetto bolognese non ha resistito al richiamo della foresta, alla vocazione originaria, brillando più per i suoi puntuali inserimenti che per il lavoro di tessitura nel mezzo: il fatto è che le tre ghiotte occasioni avute a disposizione nella prima frazione sono state sprecate, e se sulla prima c'è lo zampino del portiere avversario Marschall, bravo a ribattere il suo tocco ravvicinato sugli sviluppi di una punizione, le altre due sono svanite per assoluta mancanza di precisione nelle conclusioni. Mira sballata anche per Florenzi, un paio di volte al tiro. Ancor peggio la ripresa, sul piano delle produttività in attacco, ma se non altro impreziosita dalla rete della ritrovata vittoria, su lancio di De Rossi ben lavorato da Eder per Pellè, che ha fiondato in gol dal limite dell'area. 
EDER A PICCO - E' stata, per inciso, una delle poche giocate decenti dell'attaccante del Southampton, che comunque si è confermato il marcatore più prolifico (diciamo così) del biennio, e l'unica dell'oriundo, assolutamente impalpabile e fuori dalle trame offensive. Il nuovo commentatore tecnico Rai Walter Zenga (una boccata d'ossigeno dopo il quasi inascoltabile Trapattoni) continua a ritenerlo pedina fondamentale e lo ha ripetuto più volte in cronaca; personalmente, andasse in Francia lo vedrei al momento come uno dei tanti azzardi della storia azzurra, dal Rossi da rilanciare nell'82 (scommessa vinta in extremis) al Del Piero da recuperare fisicamente nel '98 (scommessa persa, e pure fragorosamente); difficile non tenere conto dell'orribile seconda parte di stagione dell'interista, confermata in pieno dalla prestazione di ieri, ma le alternative in prima linea sono quelle che sono, e allora... Piuttosto inconcludente anche Candreva, sulla linea di un campionato laziale in chiaroscuro, ma da tre anni a questa parte è un perno del Club Italia, fondamentale movimentatore della manovra, utile all'assist e gran tiratore; difficile rimanga a casa. 
INSIGNE E BERNARDESCHI SMARRITI - Anche Insigne e Bernardeschi, piccoli eroi di Udine contro la Spagna, si sono smarriti nel marasma finale, fra ammucchiate invereconde e gioco sempre più farraginoso e sterile, ma il test friulano era stato ben più attendibile e sono comunque giocatori che possono dare sprint, dinamismo, ampliare l'arco delle soluzioni in fase di costruzione e di finalizzazione, al pari di quell'El Shaarawy che, onestamente, fatico a non vedere in un ipotetico undici titolare a Euro 2016; per Zaza, infine, tanto fumo e poco arrosto, come spesso gli capita, grande aggressività e determinazione ma poca sostanza. 
PIU' SPAZIO A JORGINHO E BONAVENTURA - Passando alla fascia centrale, De Rossi non ha demeritato ma nemmeno brillato, potrebbe essere ancora essenziale in questa selezione a patto di recuperare una forma fisica decente; da ritenere fallito l'esperimento Giaccherini, assai più utile sull'esterno dove renderebbe maggiormente anche Florenzi (comunque adattabile senza danni nel mezzo), Jorginho e il sottostimatissimo Bonaventura meriterebbero più spazio, visto anche che Montolivo pare più dentro che fuori e che su Thiago Motta sussistono le perplessità già da me più volte sottolineate in passato. In estrema sintesi, la squadra di ieri, ritemprata e più brillante sotto il profilo atletico, può esser giusta per sette - otto undicesimi, ma necessita assolutamente di iniezioni energizzanti sulla trequarti, nonché di più fosforo e rapidità di esecuzione nella zona mediana.

martedì 19 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: ITALIA AVANTI SENZA GLORIA, CERCASI KILLER INSTINCT


                                         Cassano e Balotelli, i match winner con l'Eire

Certo che è davvero frustrante. Dopo aver costruito, con tanta fatica e poca brillantezza, una preziosissima vittoria, senza tuttavia riuscire a darle le proporzioni auspicate, ci si ritrova a dover soffrire le pene dell'inferno anche dopo il triplice fischio, nel timore che dall'altro campo giunga notizia del gol che ti condanna al... volo di ritorno. E' quanto accaduto ieri all'Italia: ed è quanto accade a chi, nel calcio, si mette nelle condizioni di non dipendere più soltanto dai propri risultati. 
Ecco: frustrante, prima ancora che da cardiopalmo, è la definizione ideale per la serata polacca di ieri. E dunque, al netto dell'euforia a caldo, è giusto non lasciarsi prendere la mano dai trionfalismi: archiviato con legittima soddisfazione il superamento del primo turno, che in manifestazioni come l'Europeo è sempre un traguardo di tutto rispetto (e che rappresenta comunque un netto miglioramento rispetto al disastro Mondiale del 2010), è giusto dire che la compagine azzurra è andata avanti senza gloria, fra pochi chiari e molti scuri. 
Si è rivista una delle peggiori versioni della Nazionale, una versione a cui purtroppo siamo abituati da anni e anni di prestazioni ossessivamente simili: quasi ogni volta che i nostri prodi si trovano a dover affrontare formazioni oggettivamente modeste e comunque chiaramente inferiori alla nostra, ma solo un poco tignose tatticamente e fresche atleticamente, il loro motore prende a girare in folle, i riflessi si annebbiano, la manovra diventa arruffata e involuta, vengono a mancare la velocità di esecuzione e le intuizioni per scardinare le non irresistibili linee nemiche. 
TARA EREDITARIA - E già. Quante volte l'abbiamo visto, il medesimo film "ammirato" durante Italia - Eire? E' una... tara ereditaria, c'è poco da fare: per carità, se il bilancio azzurro complessivo mette comunque sull'altro piatto della bilancia quattro titoli mondiali e una buonissima continuità storica a livello di risultati, ci si può accontentare; ma è, lo ripetiamo, frustrante vedere una squadra dotata come la nostra non riuscire a far valere la propria superiorità nei confronti di avversari, nella fattispecie gli irlandesi, che nella circostanza hanno confermato la loro pochezza in fatto di classe e uno schematismo tattico elementare e prevedibile, gettando nella mischia solo un agonismo sopra le righe e una voglia di riscatto che ha contribuito alla "bambola" iniziale dei nostri. 
La prima mezz'ora di Poznan è stata in effetti avvilente: a tratti, è parso di intuire lo stesso, disastroso approccio all'impegno decisivo che ebbe l'ultimissima Italia di Lippi, quella dello scempio Mondiale contro la Slovacchia. Per fortuna, questa squadra ha più qualità complessiva e più carattere, e ne è uscita fuori senza danni: ma accostarsi con tale leggerezza mentale alla sfida "dentro o fuori" (addirittura con occasionissima immediata per Doyle, giunto a pochi passi da Buffon) conferma una mancanza di personalità, agli alti livelli, che del resto è anche lo scotto da pagare al decadimento internazionale del nostro calcio: molti dei ragazzi in campo ieri hanno avuto, coi loro club, pochissimi confronti ad altissimo livello, e anche questo conta. 
BALZARETTI, FINALMENTE! - Comunque, passata la buriana, gli uomini di Prandelli si sono riassestati e hanno praticato un calcio quantomeno razionale, anche se certamente non da applausi. Il ritorno alla difesa a quattro, da me lungamente auspicato, ha provocato all'inizio qualche ovvio scompenso, dopo una preparazione all'Europeo quasi interamente incentrata sullo schieramento a tre con De Rossi perno centrale; la ricomparsa di Balzaretti nel ruolo di esterno sinistro basso, un ripescaggio che ho invocato per ancor più lungo tempo, ha rappresentato un autentico toccasana per la squadra. Il palermitano, l'ho ripetuto all'infinito, è stato uno degli azzurri più continui e incisivi nel biennio, l'averlo messo da parte per utilizzare, fuori ruolo, il debuttante assoluto Giaccherini, che ha fatto il suo ma non ha certo brillato, non è stata una genialata: la sua prova di ieri, fatta di corse a perdifiato sulla fascia, recuperi e un continuo proporsi in appoggio (anche con qualche tentativo di tiro non fortunatissimo) ha confermato le mie sensazioni.

                                                 Balzaretti, finalmente titolare

MAL DI GOL - Nella fase centrale del match e nei minuti finali al galoppo si è vista un'Italia decente, che però continua a soffrire il mal di gol. Pure contro i mediocri e nervosi ragazzoni del Trap, una fatica boia a concludere con efficacia verso la porta, anche quando, dopo gli inceppamenti iniziali, si sono alfine trovati gli spazi per colpire: Di Natale ci ha provato due volte sotto misura ma è stato sempre contrato in extremis, e una terza ha dato un saggio  della sua classe con un destro da posizione decentrata salvato sulla linea. Cassano, al secondo tentativo di testa dopo quello con la Croazia, ha fatto centro, ma poi tutti han ripreso a cincischiare, a non affondare i colpi con cattiveria, e le idee hanno latitato paurosamente. 
CENTROCAMPO "IN FOLLE" - Non ha girato il centrocampo, solitamente assai più propositivo e produttivo: il solo De Rossi si è sfiancato per tre, Marchisio non ha sfoderato il consueto dinamismo e la prontezza negli inserimenti, Thiago Motta è parso lento e avulso dal gioco, Pirlo stanco e poco preciso ("semel in anno", e non parliamone più...). L'ingresso nel finale di Diamanti ha portato freschezza e tonicità per un lavoro più che altro di quantità, di "legna", necessario in una nuova fase di sbandamento azzurro culminata nella punizione - quasi gol di Andrews, ma il contributo di genio e fantasia sulla trequarti è stato impalpabile. Il 2 a 0 è arrivato solo in chiusura, grazie a un Balotelli che, prodezza a parte, ha trovato davvero una serata fortunata, in quanto avrebbe potuto aver sulla coscienza la nostra eliminazione: pensate se quel 3 a 0 fallito per egoismo e precipitazione (tiro in porta invece di servire lo smarcatissimo Bonucci) fosse giunto in contemporanea al pareggio croato a Danzica? 
CRESCERE - Insomma, voliamo bassi, e voglio dirlo dopo aver ripetutamente, in questi mesi e nelle ultime settimane, formulato attestati di fiducia a Prandelli e al suo gruppo. Non è con l'atteggiamento psicologico, col piglio caratteriale, con l'approccio tattico di ieri che potremo far strada a Euro 2012. Ma abbiamo ritrovato un assetto più funzionale, e riportato alla ribalta elementi che non meritavano di star fuori. Il futuro immediato è legato a due fattori, più di altri: crescita di testa, ossia mettere gli artigli e sfoderare quella personalità in rilievo che ti permette di gettare il cuore oltre l'ostacolo anche in condizioni di difficoltà, e  raddrizzare la mira, perché una grande squadra non ha bisogno di creare cinque o sei opportunità o di... operare laboriose manovre di approccio prima di far centro, e nemmeno si fa scrupolo di piazzare il colpo del ko. 
Ecco un altro tasto dolente: dall'inizio dell'avventura di Prandelli alla fine delle qualificazioni, raramente si era vista un'Italia attendista, tesa a lucrare sul vantaggio minimo: in questo Europeo invece a tratti lo sta facendo, magari indotta dagli eventi, ma lo sta facendo. E le riesce male, proprio perché non ha la forma mentis e le caratteristiche tecnico - tattiche per farlo: deve dunque ritrovare per intero, e non solo per metà gara come si è visto in Polonia, il gusto per il gioco propositivo e di iniziativa, che è più nelle sue corde. Ma per ritrovarlo deve appunto trovare la crescita spontanea di cui si è fatto cenno sopra.
CROAZIA, GIUSTO COSI' - Detto questo, e confermate le mie sensazioni circa la... repulsione degli spagnoli per biscotti e dolciumi vari, onore alla Croazia, che ha fatto quanto era nelle sue possibilità per sgambettare gli iberici. Due occasionissime per Modric e Perisic nel secondo tempo, un rigore reclamato non a torto da Mandzukic, ma anche un deciso complesso di inferiorità (comprensibile, ci mancherebbe) al cospetto di una Spagna che, va detto, ha tenuto pallino pur giocando al 50 per cento delle proprie possibilità, con una manovra ragionata in vecchio stile danubiano e affondo numerosi ma non accompagnati dalla necessaria cattiveria nelle conclusioni: meno palle gol del solito, ma prima della rete di Navas, Iniesta, Torres, Silva e Fabregas erano stati assai insidiosi. 
Non c'è comunque dubbio che, nell'arco dei tre incontri, l'Italia abbia meritato più dei biancorossi il passaggio ai quarti: perché ha giocato senza paura al cospetto dei campioni euromondiali, e ha dominato per oltre metà gara gli stessi croati, prima di ritrarsi davanti a Buffon cadendo vittima più delle proprie insicurezze che dell'accresciuta incisività avversaria. Giusto così, insomma. 

mercoledì 29 febbraio 2012

AMARCORD - GLI AZZURRI A GENOVA: L'ADDIO DI BAGGIO E LE FIRME D'AUTORE DI PIRLO E GROSSO

La Nazionale italiana di calcio torna dunque a Genova, un anno e quattro mesi dopo la sciagurata partita non giocata (se non per pochi minuti) con la Serbia, e anzi a mo' di risarcimento per ciò che lo stadio e la città avevano dovuto sopportare in quella triste serata. Fatti arcinoti, sui quali vorrei non soffermarmi più di tanto, se non per sommari flash: le intemperanze dei tifosi ex jugoslavi capitanati da "Ivan il terribile", la gara iniziata e poi sospesa dopo pochi giri di lancette, la guerriglia scatenata dai teppisti, gli arresti in piena notte. Vien la nausea solo a pensarci, e allora concentriamoci sulle cose positive. Nella fattispecie, sul fatto che, per gli azzurri, il test del Ferraris con gli Stati Uniti rappresenti la prima tappa dell'abbrivio che condurrà a Euro 2012, l'evento calcistico dell'anno.
In attesa della sfida di questa sera, torniamo indietro di qualche anno per rivisitare le ultime uscite azzurre allo stadio di Genova, esclusa ovviamente la "non - partita" dell'ottobre 2010. Prendiamo in esame due precedenti, entrambi a loro modo assai significativi. Cominciamo dall'aprile 2004: l'Italia di Trapattoni sta preparando l'Europeo del 2004 in Portogallo, dove, tanto per cambiare, è attesa come una delle favorite. C'è da riscattare la magra figura al Mondiale di due anni prima, maturata non solo per demeriti della nostra rappresentativa, ma anche per un atteggiamento arbitrale sostanzialmente ostile ai colori italiani. Rimasto in sella più che altro per mancanza di alternative nell'immediato, il buon Trap, dopo una falsa partenza, è riuscito a riprendere saldamente in mano il timone e a strappare la qualificazione alla fase finale grazie anche all'innesto nel gruppo di forze fresche, pescate nelle file dei protagonisti "silenziosi" e delle squadre di seconda schiera del campionato: la scelta creò una "concorrenza interna" che rivitalizzò i mostri sacri della formazione azzurra, a lungo sotto i loro standard (ne avevo parlato in questo articolo:  amarcord-serbia-italia-del-2003 ).
Il ciclo di amichevoli preparatorie è assai impegnativo: dopo un pari interno con la Repubblica Ceca (all'epoca una delle squadra più competitive del continente), con battesimo del gol per Totò Di Natale, e una insperata vittoria proprio in casa del Portogallo, futuro anfitrione del torneo (altro battesimo del gol "d'autore", questa volta tocca a Miccoli, direttamente dalla bandierina!), si va a Genova per affrontare la giovane e tecnicissima Spagna di Inaki Saez. Ma è più di un test di preparazione: l'occasione viene colta per offrire al grande Roby Baggio l'ultima esibizione in maglia azzurra. Il Divin Codino non è mai entrato, incomprensibilmente, nei piani del Trap, e nemmeno vi entrerà per Euro 2004: però, vuoi per la sua strepitosa carriera, a lungo uomo simbolo della Nazionale e del calcio italiano in tutto il mondo, vuoi perché comunque in Serie A sta continuando a fare mirabilie col Brescia, merita eccome quest'ultima passerella. Così è, anche se la sua recita risulta forzatamente accademica e priva di giocate di autentica sostanza: normale, perché Roby è, in quel gruppo, un corpo estraneo. Non va al di là di qualche sapiente tocco di palla e di una punizione senza esito, ma basta la sua presenza a mandare in visibilio il pubblico di un Ferraris gremito, che, al momento dell'uscita dal terreno, all'87', gli tributa l'ovvia ma sacrosanta standing ovation. Riguardo al match, l'Italia non convince più di tanto, pochi lampi al cospetto di una Spagna che pare più squadra nell'organizzazione e dotata di maggior classe. I nostri avversari passano per primi grazie a un diagonale di Fernando Torres, poi Peruzzi evita il raddoppio su pallonetto dello stesso giocatore e un'inzuccata di Vieri da distanza ravvicinata, su cross di Fiore,  fissa l'1 a 1 finale.
Balzo in avanti di tre anni e mezzo: siamo nell'ottobre 2007, la Nazionale è campione del mondo in carica ma non è ancora sicura di poter acciuffare il pass per l'Europeo del 2008. Sconta un inizio al rallentatore, con pari interno con la Lituania e sconfitta in Francia. Poi, il nuovo CT Donadoni ha rimesso la squadra in carreggiata, ma, quando mancano tre gare alla fine del girone eliminatorio, non sono ammessi sconti: bisogna vincere sempre, a cominciare dalla sfida di Genova con la Georgia. Che è tutt'altro che proibitiva, ma, come quasi sempre accade, proprio contro squadre non propriamente "d'acciaio" gli azzurri offrono prove sottotono: gli avversari, ovvio, giocano al primo non prenderle, intasano gli spazi e i nostri, privi di guizzi autentici di fantasia e scarsamente rapidi, non riescono a creare gli spazi per far male. C'è ancora un Toni in forma splendida (In quella stagione sarà devastante in Bundesliga nelle file del Bayern Monaco): è lui a creare gli unici pericoli, sempre di testa, prima un palo su traversone di Di Natale, poi incornata alta di poco su punizione di Pirlo. Già, Pirlo: è necessario uno dei suoi tiri piazzati per sbloccare il risultato nel finale del primo tempo, ma la parabola è centrale e il portiere avversario Lomaia oppone una goffa e inefficace risposta. Il vantaggio non mette le ali ai piedi dei nostri, che continuano a giocare senza troppa cattiveria e convinzione e limitandosi a controllare la situazione: la ripresa, di basso profilo, è impreziosita da una firma d'autore, quella di Fabio Grosso che, in uno dei suoi rari inserimenti offensivi, raddoppia con un liftato pallonetto di sinistro. Finisce lì, dopodiché gli azzurri coglieranno la qualificazione grazie a uno storico successo in Scozia, bissato dall'inevitabile vittoria nell'ormai inutile match con le Far Oer.  E ora, sotto con gli States!




mercoledì 5 ottobre 2011

AMARCORD: SERBIA - ITALIA DEL 2003, L'ILLUSIONE AZZURRA DEL TRAP

Serbia - Italia è una sfida quasi inedita. Chiariamo subito: di precedenti, con la vecchia Jugoslavia unita, ce ne sono a bizzeffe, quasi tutti storicamente significativi, alcuni di grandissima rilevanza (pensiamo solo alla doppia finale dell'Europeo '68 a Roma, l'unico finora vinto dagli azzurri). Ma, tutti lo sapranno però è sempre meglio ribadirlo, la mitica selezione plava, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta, era un'altra cosa: c'erano dentro serbi, croati, bosniaci, sloveni, macedoni, montenegrini, insomma, tutte le etnìe di quel martoriato Paese. Dal '91 in poi, in seguito ad eventi politici e bellici che sarebbe lungo e anche improprio rievocare in questa sede, le varie realtà hanno via via acquisito autonomia anche sportiva, prima la Slovenia e a seguire tutte le altre. 
La Jugoslavia, pur ridotta in pratica alle sole Serbia e Montenegro,  mantenne comunque il suo nome, anche calcisticamente, fino al 4 febbraio del 2003, e in tale veste iniziò le qualificazioni a Euro 2004: il confronto con l'Italia giocato a Napoli nell'ottobre del 2002, e chiusosi sull'1-1 (Mijatovic e Del Piero in gol, quest'ultimo con una deviazione avversaria), rappresentò di fatto l'ultimo confronto fra la nostra rappresentativa e quella slava. 
NASCE LA SERBIA - MONTENEGRO - Poco meno di un anno dopo, settembre 2003, gli azzurri trovarono in campo, per il retour match di Belgrado, la nuova rappresentativa della Federazione di Serbia e Montenegro. Ed è questo l'unico precedente ufficiale (ossia coi tre punti in palio) autentico fra le due squadre, al quale fece seguito, nel giugno 2005, un'amichevole disputata a Toronto, nell'ambito di una tournée della selezione di Lippi, e chiusasi sull'1 a 1 (Lucarelli a segno per noi). Si tratta comunque di due precedenti "spuri", perché ben presto anche i montenegrini acquisiranno totale indipendenza anche sui campi di football, e avranno proprio con noi uno dei primi confronti ufficiali, nell'ambito del girone eliminatorio per la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ma questa è un'altra storia... 
LA SECONDA ITALIA DEL TRAP - Torniamo dunque a quel confronto di otto anni fa. Era la... seconda Italia targata Trapattoni. La prima, nata e cresciuta fra l'entusiasmo generale, aveva affrontato il Mondiale del 2002 nel ristretto novero delle grandi favorite, ma ne era uscita con le ossa rotte agli ottavi, per fattori esterni (alcuni arbitraggi furono effettivamente vergognosi, e il più scandaloso non fu certo quello famigerato di Byron Moreno nel confronto con la Sud Corea) ma anche interni, ossia rendimento nettamente sotto le attese di diversi protagonisti (in primis Totti, che doveva essere una delle grandi figure del torneo) e clamorosi errori e incertezze di gestione, da parte dei uno dei tecnici più vincenti nella storia del calcio italiano e internazionale. Insomma, si cadde dall'alto e ci si fece malissimo, tanto che la squadra continuò per mesi a portare i segni di quella traumatica esperienza: il dopo - Mondiale, apertosi con una sconfitta con la Slovenia già rievocata su questo blog, proseguì con un incerto avvio nelle eliminatorie europee culminato con la sconfitta in Galles. A quel punto, e si era nel tardo autunno del 2002, la qualificazione per il torneo continentale pareva compromessa, e la panchina del Trap, a cui il presidente federale Carraro aveva rinnovato la fiducia dopo la Corea (non si è mai capito se per convinzione autentica o per... mancanza di alternative immediate) terribilmente traballante. 
Fu a quel punto che ci fu una piccola svolta: il tecnico decise di smuovere l'ambiente aprendo le porte della squadra a giocatori non di primissimo piano, sul piano della militanza di club e dello spessore tecnico, eppure meritevoli di una considerazione che, fino a quel momento, era stata loro negata. A partire dall'amichevole novembrina con la Turchia a Pescara, ecco immessa nel serbatoio azzurro la benzina di gente come Nervo, Di Natale, Corradi, Legrottaglie, Perrotta, Camoranesi, Miccoli. L'intento di Trap era duplice: allargare la rosa dei giocatori con esperienza internazionale, e scuotere alcune grandi figure azzurre che, a partire dal Mondiale, sembravano essere sprofondate nel torpore, forse per mancanza di concorrenza. 
UN 2003 MEMORABILE - L'effetto fu dirompente: la squadra riacquistò brio, molti dei nuovi fornirono un contributo talmente sostanzioso da entrare in pianta stabile nel giro, e la loro presenza servì da stimolo ai vecchi (nel senso di militanza) azzurri, che ritrovarono motivazioni e rendimento. Ne nacque un 2003 sensazionale, con la bellezza di sette vittorie consecutive (una addirittura in Germania, con splendido gol di Vieri) e l'impetuosa risalita nel girone di qualificazione europeo, culminata con il trionfo milanese sul Galles (che aveva inizialmente preso la vetta grazie a una partenza strepitosa): tripletta di Inzaghi e prestazione scintillante, pochi giorni prima della trasferta belgradese. 
Gli slavi, dal canto loro, erano una delle delusioni della fase eliminatoria, essendo incappati in passi falsi incredibili (quattro punti su sei lasciati all'Azerbaigian!), e in quel momento avevano come unico, difficile obiettivo quello del secondo posto nel girone, che avrebbe dato loro l'accesso ai playoff. 
LA SFIDA DI BELGRADO - Ecco, è questo il quadro d'assieme in cui le due squadre, in quel settembre 2003, scesero in campo nel maestoso Marakanà, per la verità mezzo vuoto. Per la nostra squadra era e rimane uno dei campi tradizionalmente più ostici, eppure partimmo favoriti, sull'onda dello straordinario filotto di risultati di cui si è detto e del gioco scintillante mostrato coi britannici. 
La gara dei nostri deluse invece le attese, e rischiò di tramutarsi in un nuovo scivolone trapattoniano. I padroni di casa, consapevoli di essere all'ultimissima spiaggia, ci schiacciarono fin dall'inizio, e fu subito sofferenza. Centrocampo tagliato fuori, ma la difesa resse egregiamente e davanti c'era un Inzaghi in stato di grazia: dopo alcune occasioni fallite dai serbi, Pippo sfruttò un lungo lancio dalla retroguardia incuneandosi nella stranita difesa avversaria e freddando Jevric di sinistro. Quel gol cambiò la partita fino all'intervallo, l'Italia prese possesso delle redini del match, sfiorò il raddoppio con Vieri e si vide negare un rigore ancora sullo scatenato Superpippo. Ma nella ripresa i locali tornarono a caricare col sangue agli occhi, e gli uomini del Trap non riuscirono più a ripartire con i loro contropiede mortiferi: nel finale giunse dunque, meritato, il pari di Ilic.
LO "STELLONE AZZURRO" - Serviva a poco ai serbi, ma era anche un mezzo buco nell'acqua per l'Italia, che avrebbe rischiato di dover andare agli spareggi fra le seconde se non fosse giunto in aiuto il classico italico stellone: il Galles si fece clamorosamente fermare sul pari interno dalla Finlandia, in caso di vittoria si sarebbe presentato al turno finale (da giocare ancora in casa di fronte agli slavi ormai fuori dei giochi) con un punto di vantaggio sui nostri. Così non fu, nell'ultima gara l'Italia dispose con facilità dell'Azerbaigian a Reggio Calabria e volò in Portogallo. Dove il secondo fallimento, dopo quello coreano, consegnò alla storia azzurra Trapattoni come il peggior commissario tecnico del dopoguerra, in rapporto alla qualità del materiale umano avuto a disposizione. 

martedì 6 settembre 2011

ITALIA - SLOVENIA: I PRECEDENTI

Italia - Slovenia è, in chiave storica, un confronto "in fasce", ovvia conseguenza della giovane età della nazione ex jugoslava, per cui il romanzo dei precedenti è forzatamente ridotto all'osso. Rimanendo ai confronti disputati in casa azzurra, la prima volta fu nel settembre 1995, a Udine, ed era gara di qualificazione agli Europei come quella che andrà in scena stasera a Firenze. Vicecampioni del mondo contro una delle ultime rappresentative arrivate nel grande arengo internazionale: eppure si sapeva che non sarebbe stata sfida impari, perché già all'andata i nostri avevano sofferto le pene dell'inferno, rimediando un 1-1 con legittime proteste slovene per una rete non concessa dall'arbitro (tiro di Milanic, palla sulla traversa e poi oltre la linea bianca). In Friuli le cose andarono un po' meglio, sul piano del risultato: 1-0, decise Ravanelli con un bel sinistro dal basso verso l'alto nelle battute iniziali del confronto. Per il resto, gioco di livello modesto, come troppo spesso accadde durante la gestione Sacchi: pali di Albertini e Di Matteo a legittimare il successo, ma anche sbandate paurose di Tacchinardi, schierato come centrale difensivo, un ruolo chiaramente a lui non congeniale, e un paio di decisivi prodigi di Peruzzi, in quel periodo all'apice della carriera. 
Per il secondo appuntamento casalingo occorre fare un salto di sette anni, ed eccoci all'agosto 2002. Per il vernissage di una stagione che avrebbe proposto il girone di accesso a Euro 2004, si giocò in amichevole a Trieste: la Nazionale azzurra era ancora in piena crisi post Corea, il caos tecnico e tattico regnava sovrano, Trapattoni era stato confermato alla guida della squadra ma la sua panchina traballava più che mai. Aggiungiamoci la forma fisica veramente precaria (si inaugurava allora la consuetudine delle amichevoli agostane, fino ad allora per noi sconosciute) e il fatto che quella slovena fosse una rappresentativa nel frattempo cresciuta, cresciuta tanto in fretta da aver centrato, negli anni precedenti, una qualificazione europea e una mondiale. Il risultato fu che la stagione iniziò come si era concluso il Mondiale: con una sconfitta, un 1-0 firmato dal "leccese" Cimirotic. Sul campo, un'Italia involuta e poco ispirata, sfortunata in Doni (palo) e in Inzaghi (rigore negato), esordio senza tracce di Brighi, gioiellino bolognese, e poco altro. Animosità eccessiva in campo, con i nostri avversari pronti ad alzare fin troppo il tono agonistico e gli azzurri che alla lunga non si tirarono indietro, ma soprattutto scenario desolante sugli spalti, con incidenti provocati da ultras sloveni e gara a rischio sospensione. Una serataccia, con in più un'altra nota di tristezza: fu l'ultima telecronaca azzurra di Bruno Pizzul, che tuttavia, con l'umiltà che da sempre lo contraddistingue, sminuì la portata dell'evento: "Ringrazio tutti per gli attestati di stima - disse in diretta tv - ma non è la fine del mondo: a Dio piacendo, la vita continua...".  
L'ultimo rendez - vous è sicuramente il più significativo: ottobre 2005, Italia e Slovenia di fronte a Palermo, città che, in quel periodo, diciamo anni Novanta e primi Duemila, fu una delle sedi azzurre più gettonate dalla Federazione. Partita significativa, dicevamo, perché il successo per 1 a 0 (punteggio assai ricorrente, come si è visto, nei confronti fra i due Paesi) significò per noi la conquista con un turno di anticipo del pass per Germania 2006, dove poi accadde quel che sappiamo. Il match in sé non fu nulla di trascendentale, così come poco memorabile fu la cornice: una Palermo insolitamente fredda e stadio ben lontano dal tutto esaurito. La gara, dicevamo: azzurri col pallino costantemente in mano, ma a corto di idee e piuttosto prevedibili e monotoni nella loro azione offensiva. Nel primo tempo solo un gol annullato a Gilardino, per oscuri motivi, un bel destro di Totti e qualche errore di misura da parte di Toni. Nella ripresa, più brillantezza, ancora un'occasionissima di testa per Toni (appena passato dal Palermo alla Fiorentina e per questo accolto con freddezza alla Favorita) e infine il gol decisivo, siglato in mischia, di testa in tuffo e probabilmente non senza l'ausilio di una deviazione, da Zaccardo, da poco entrato in campo e non sempre fortunatissimo nelle sue apparizioni azzurre. 
CARLO CALABRO'