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domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - SECONDA PARTE: DALL'INTER AL PALERMO

                                       Palacio, subito protagonista nell'Inter

INTER - Indecifrabile. Doveva cambiare molto e l'ha fatto, ma non sempre nella maniera giusta: era proprio necessario disfarsi di Julio Cesar per affidarsi a un portiere buono ma che non vale il brasiliano, come Handanovic? Bene l'innesto dell'impeccabile Silvestre in terza linea (dove si spera possa riavere una chance Ranocchia, ingiustamente emarginato dopo le prime incertezze, destino di tanti giovani italiani: ricordiamo che il ragazzo è stato, fino a pochi mesi fa, nel giro della Nazionale), Alvaro Pereira è un buon difensore, ma è uno di quei giocatori destinati a non spostare più di tanto gli equilibri ai massimi livelli. Centrocampo molto fisico con Guarin e Gargano ad affiancare l'eterno Cambiasso, con in più il coriaceo Mudingayi (che però non pare giocatore da grandissime ribalte). Le cose migliori dovrebbero arrivare dalla trequarti in su: Snejder diventerà ancor più il fulcro della manovra, chiamato a fabbricare palle gol e a inserirsi per conclusioni micidiali, Cassano è pronto ad accendere saltuarie luminarie, Milito e il guizzante Palacio assicurano gol in quantità, Coutinho, dopo i timidi approcci del passato, reclama spiccioli di gloria non effimeri. In definitiva, una buona squadra, ma che non mi pare attrezzata per puntare al bersaglio grosso. 
JUVENTUS - i Campioni d'Italia hanno aumentato il vantaggio nei confronti delle concorrenti. Sull'inaffondabile telaio dell'anno passato, gli innesti degli ex friulani Isla e Asamoah accrescono ulteriormente il tasso tecnico della squadra e il ventaglio di soluzioni tattiche, così come la straripante vitalità di Giovinco rappresenterà un'arma offensiva di notevole importanza, ancor più dal momento che il tanto sospirato top player in avanti non è arrivato e ci si è dovuti accontentare del danese Bendtner, discreto attaccante ma non certo l'uomo in grado di far fare il salto di qualità a un team in cerca di gloria internazionale. Per il resto, poco da dire: la squadra non ha punti deboli e in Italia può fare il vuoto, col suo gioco aggressivo e propositivo sostenuto da interpreti di livello assoluto: da Buffon a Lichtsteiner, da Marchisio a Pirlo, da Chiellini a Vidal. Bastano i nomi...  
LAZIO - Ha iniziato bene, ma è una squadra che non suscita in me grandi entusiasmi. Si affida, soprattutto in retroguardia, a giocatori buoni ma non eccelsi, che nelle ultime due stagioni si sono costantemente espressi molto al di sopra delle rispettive potenzialità: penso ai vari Dias, Diakitè, Biava, Konko; Marchetti è invece una garanzia, ed è pronto a sfoderare prodezze per tornare nel gruppo della Nazionale. Centrocampo di spessore grazie al collaudato regista Ledesma, alla lucida applicazione e al contributo in fase creativa di Candreva, alle giocate di alta classe di Hernanes e ai mortiferi inserimenti di Mauri, mentre c'è attesa attorno al talentuoso brasiliano Ederson. L'attacco è ben attrezzato solo sulla carta: nella realtà, dovrà sperare che Klose non avverta troppo l'usura degli anni e gli acciacchi, così come Rocchi, che Zarate acquisisca un minimo di costanza di rendimento in più (giocatore dalle possibilità enormi ma sfruttate sin qui non più del 10 - 20 per cento) e che Floccari e Kozak si mostrino un po' più incisivi rispetto ai loro standard (soprattutto il secondo). Insomma, non scommetterei sull'ennesimo torneo di alto livello dei romani...


                              Miro Klose: la Lazio affida a lui le sue chance offensive

MILAN - Perdere Thiago Silva, Nesta e Ibra in un sol colpo significa ridimensionamento, poche storie. Comunque, qualcosa di buono è arrivato: soprattutto là dove il gioco prende forma, con la possanza di De Jong che va ad aggiungersi a quella dei vari Ambrosini, Nocerino e Boateng, per un reparto fisicatissimo in grado di incidere anche in zona gol con tiri dalla distanza e incursioni devastanti. A portare classe e inventiva dovrà pensare Montolivo, reduce da un buon Europeo e finalmente chiamato alla prova su un grande palcoscenico metropolitano.
Difesa, invece, un po' ridotta all'osso: Acerbi è difensore di sicuro avvenire, ma inizialmente il paragone con gli illustri partenti rischierà di essere impietoso. Abate torna da Euro 2012 più maturo e sicuro di sé, c'è il giovanissimo De Sciglio in rampa di lancio (e già beneficiato di una convocazione prandelliana) e Bonera, la cui dedizione alla causa è encomiabile ma che ha il sapore del ripiego. L'attacco, si diceva, parte senza lo svedesone capriccioso: sul piano dei comportamenti e dell'educazione, non mancherà di certo al campionato italiano. Allegri dovrà inventarsi nuovi schemi di attacco, e il materiale per farlo non gli manca: dai frombolieri Pato, Robinho e Pazzini, ai tecnicissimi e poliedrici El Shaarawy e Bojan, due ragazzi in grado di sparigliare le carte offensive con una varietà di movimenti e soluzioni da far impazzire gli avversari (ma il secondo è ancora troppo intermittente). Insomma, un Milan, tutto sommato, più modesto ma non così dimesso come potrebbe sembrare. 
NAPOLI - Un mercato intelligente, che ha accresciuto le alternative per dare fiato agli elementi chiave della rosa, costantemente a rischio spremitura (con conseguenti drastici cali fisici sul finire di stagione), aumentando di fatto la cerchia dei "titolari". Ecco quindi, per la difesa, il contesissimo brasiliano Uvini e la sicurezza rappresentata dall'esperto Gamberini (con in più l'ex genoano Mesto, non sempre preciso ma in grado di offrire corsa, polmoni, sgroppate su e giù per il campo e qualche buona incursione in area), Behrami e la promessa El Kaddouri per il centrocampo e, soprattutto, Insigne, l'uomo che dovrebbe rendere indolore la partenza del bravo ma sopravvalutato Lavezzi, un concentrato di classe, fantasia e concretezza per lanciare i compagni e concludere egli stesso, un potenziale fuoriclasse che andrà atteso con la pazienza che meritano i veri talenti. E' un Napoli in grado, più di Inter e Milan, di entrare in competizione diretta con la Juve per il titolo, e di cercare un'affermazione in Europa League che sarebbe importante per tutto il calcio italiano.

                                          Insigne: dal Pescara al Napoli

PALERMO - Organico vistosamente indebolito rispetto alla passata stagione, ma con un Sannino in più nel motore, uno di quei tecnici in grado di portare un autentico valore aggiunto con le sue idee e la capacità di metterle in pratica. La difesa ha trovato in Ujkani un portiere di buon rendimento, ma ha perso due grossi calibri come Silvestre e Balzaretti, mentre Von Bergen e Morganella sono elementi di profilo medio - basso che ad occhio e croce faranno acutamente rimpiangere i partenti. Il centrocampo si affida alla sostanza di Arevalo Rios, abile a rompere e a costruire, e di Donati, che cercherà di portare generosità e geometrie nel cuore del gioco. Ci si attende molto dai giovani Viola, piedi buoni e grinta a tutto campo, e dal classico Ilicic, devastante agli esordi italiani e poi via via ridimensionatosi, meno dal cavallo di ritorno Brienza, che ci pare in fase discendente. L'attacco è aggrappato ai soliti estri di Miccoli, che dovrà cantare e portare la croce sperando che Hernandez esca dal bozzolo e regali gol e apporto offensivo all'altezza delle sue doti. Ma per restare su livelli dignitosi ci sarà da soffrire... (2 - CONTINUA). 

mercoledì 16 novembre 2011

PERCHE' TUTTI CONTRO OSVALDO?

Leggo da più parti, anche su blog referenziatissimi, di una certa diffidenza nei confronti dell'Osvaldo azzurro. La causa, intuibile, risiede nella sua molto relativa italianità. Ebbene, premetto che io sono da sempre favorevolissimo a Nazionali formate interamente da giocatori nati e cresciuti, sia anagraficamente sia calcisticamente, nel Paese di cui sono chiamati a indossare la maglia. Però i tempi sono cambiati, e sono cambiati davvero: non sarebbe opportuno andare a ripescare, come termine di paragone, i precedenti d'anteguerra: altro calcio, ma soprattutto altra politica, altra mentalità, altre leggi e altri regolamenti. Però ad esempio le naturalizzazioni facili degli oriundi anni Cinquanta e Sessanta mi han sempre dato l'impressione di operazioni di convenienza, artificiose e posticce in quanto fuori dalla storia di un mondo che, all'epoca, era lontano anni luce dalla multirazzialità e dalla globalizzazione che, volenti o nolenti, sono invece caratteristiche della società attuale. 
Per tutto questo, non trovo scandaloso il ricorso a un giocatore che oltretutto, sembra che in molti se ne siano scordati, ha fatto la regolare anticamera nella nostra Under 21. E poi, quale sarebbe il criterio dirimente: la mancanza di senso di appartenenza in un giocatore nato e cresciuto, anche sportivamente, in un'altra nazione? Bene, ma vorrei chiedere: che spirito di appartenenza avevano gli azzurri, italiani a tutto tondo, che negli anni passati marcavano visita per saltare le gare della Nazionale? E quelli che nel biennio non giocavano praticamente mai (e non certo per scelta del tecnico di turno) ma si facevano trovare tirati a lucido nelle fasi finali? E quelli che dicevano di preferire un titolo con la squadra di club a uno conquistato con la rappresentativa? Allora piuttosto preferisco un Osvaldo che, ieri sera, esce dal campo arrabbiato perché non è riuscito a fare gol. 
Inoltre, si dà importanza eccessiva a un fenomeno che riguarda sì e no l’1-2 per cento della composizione delle squadre nazionali: oltretutto, per Osvaldo, come per Thiago Motta, parliamo  di elementi che al momento non possono essere inquadrati in un ipotetico undici base. I posti in attacco, all'Europeo, se li giocheranno Pazzini, Rossi (se rientrerà, ma io credo di sì) e Balotelli; Osvaldo, come Matri, parte dietro, lasciando per un attimo da parte l'incognita Cassano. E nella zona nevralgica, Prandelli insiste  su De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo: Thiago Motta è la prima alternativa, anche se non escludo affatto possa trovare parecchio spazio in Polonia e Ucraina. 
Voglio dire, fossimo ai livelli dell’Italia di calcio a 5 di qualche anno fa, formata al 99 per cento da brasiliani naturalizzati, l’indignazione non solo sarebbe giusta, ma sacrosanta; mettersi in questa situazione a fare dei distinguo mi pare come discutere del sesso degli angeli.

mercoledì 7 settembre 2011

IN FONDO AL TUNNEL, UNA LUCE AZZURRA

In una fase storica così delicata, diciamo pure critica, per il calcio italiano, è bello scoprire di potersi riaggrappare alla maglia azzurra. E' bello ritrovare, nella Nazionale, il simbolo più pulito e, vivaddio, vincente di un movimento che ha un disperato bisogno di risanarsi, ristrutturarsi, modernizzarsi, recuperare competitività e credibilità a livello internazionale. 
AZZURRI IN UN CANTUCCIO - Il nostro football, più che in altri Paesi, ha da tempo imboccato la via più biecamente commerciale, privilegiando l'attività di club con tutti gli introiti che essa è in grado di garantire (salvo, poi, ritrovarsi in rosso continuo, per non saper sfruttare le nuove fonti di guadagno offerte dal calcio del Duemila, non ultima il merchandising: ma questo è un altro discorso). La Nazionale viene da tempo vissuta più che altro come un fastidio, un intervallo noioso e mal sopportato fra una giornata di campionato e un turno di Champions. Ma quelle maglie color cielo, con la loro storia, la loro magia, le leggendarie imprese che hanno saputo realizzare, i valori autentici che da centouno anni portano in giro per il mondo, sanno sempre prendersi la rivincita. 
Lo scempio sudafricano sembrava destinato, nella generalità delle previsioni, ad aprire una lunga fase di grigiore per la nostra rappresentativa, seguendo a ruota il crollo di tutto il nostro carrozzone calcistico. 
E invece no: fra mille difficoltà e scetticismo quasi unanime, mister Cesare Prandelli si è messo di buzzo buono, ha lavorato con pazienza certosina sul materiale umano a disposizione (che non è eccezionale, ma nemmeno così scadente come viene dipinto da tantissimi, sia addetti ai lavori, sia, ed è la cosa più grave, tifosi, che pare godano nel dipingere il nostro football come uno dei peggiori del mondo), et voilà, in poco più di dodici mesi ci ha restituito una squadra decorosa e, cosa ancor più importante, una qualificazione europea conquistata con due turni d'anticipo. 
IL CAMMINO DI UN ANNO - Quelli di cui sopra, quelli che sminuiscono per professione, diranno che il girone non era granché. Sarà: c'era di peggio, ma Serbia, Slovenia e Irlanda del Nord non sono clienti comodi per quasi nessuno, senza contare che, al di là della diversa caratura tecnica delle tre, si tratta proprio del tipo di squadre che, agonisticamente e tatticamente, riesce maggiormente indigesto alla nostra Nazionale. 
Prandelli ha innovato dove poteva, lanciando con decisione tutti i giovani pronti a simili ribalte; ha dato fiducia a gente ignorata (Balzaretti) o sottoutilizzata (Maggio, Cassani, Pazzini) dall'illustre predecessore; ha ricaricato alcuni reduci del Mondiale che, in Sudafrica, erano parsi talmente brutti da non sembrare nemmeno calciatori di Serie A (Marchisio). Ha puntato con decisione sull'unico oriundo plausibile, Motta, dopo gli esperimenti abortiti di Amauri (inadatto a giocare in qualsiasi Nazionale di alto livello) e Ledesma (che forse è capitato nel momento peggiore, con la squadra ancora priva di una identità tattica). 
Certo, ha anche commesso degli errori: come quando, per la non - partita di Genova coi serbi, pensò bene di ripescare uno Zambrotta che ormai alla causa azzurra non poteva più dare granché; o come quando ha deciso, all'inizio del mandato, di fare di Cassano uno dei cardini del suo progetto di ricostruzione, quando è evidente, dimostrato dalla storia e dalla cronaca (vedasi partita di questa sera) che il pugliese non è assolutamente in grado di essere risolutivo, in campo internazionale, quando il livello degli avversari si alza. Ma rimane il grande merito di aver ridato un volto dignitoso a una squadra rasa al suolo. 
Si può dire che questa nuova Nazionale abbia cominciato a prendere forma a Dortmund, in febbraio. Quel pareggio con la Germania ha dato convinzione e fiducia in quantità, ma ha anche fatto capire al mondo che il gruppo così scarso non era.  Da allora, una confortante continuità di rendimento su livelli medio - alti, con alcuni sprazzi di gioco veramente notevoli (come nell'amichevole di Bari con la Spagna) e poche autentiche cadute di tono (con l'Eire in giugno, poco significativa amichevole di fine stagione, e con le Far Oer alcuni giorni fa). 
IL MATCH CON LA SLOVENIA - Questa sera, in una Firenze che alla fine è riuscita a portare allo stadio circa 20mila persone (meglio che niente, coi tempi che corrono), la conferma di un trend moderatamente positivo, quello di una compagine che sa superare immediatamente i momenti difficili e aggiungere qualcosina in più ad ogni uscita. La prova è stata più che sufficiente: mancano sovente continuità nell'azione,  ritmo e rapidità a sostenere la manovra di una squadra che troppo spesso si perde in una ragnatela di inconcludenti passaggi. Ma alla fine le palle gol arrivano: ne ha avute parecchie sui piedi un De Rossi su livelli di rendimento che dovrebbero confortare i tifosi della Roma: onnipresente in campo, non ha saputo sfruttare due sontuosi assist di Montolivo, il secondo a pochi centimetri dalla porta. Già, Montolivo: pure a lui manca la continuità, ma la sensazione è che si stia calando nella parte con una personalità via via più in rilievo, e che senta questa Nazionale sempre più sua (oltre agli assist, rapide verticalizzazioni a sveltire l'azione, da segnalare un colpo di testa con palla di poco a lato nella prima frazione). 
 Rossi il solito furetto, ma al solito troppe volte impreciso nelle conclusioni: un diagonale a lato nel primo tempo, una gran botta al volo da distanza ravvicinata alta di poco nel secondo, dopo che ancora De Rossi, in mischia sotto porta, aveva mancato altre due opportunità. Pochi lampi di Cassano (un insidioso tiro da lontano nel finale di primo tempo), come detto, mentre Pazzini ha fatto il suo dovere, segnando un gol da grande opportunista (rimpallo favorevole sfruttato e botta fulminea nel sette) e Balotelli ha mostrato finalmente voglia e cuore, sfiorando nel finale, con un gran destro dalla distanza, un gol che avrebbe meritato. 
Si è sofferto un po' dietro, perché la Slovenia ha qualità, sa difendersi e sfruttare i varchi che le si aprono davanti: una serie di conclusioni dalla distanza respinte da Buffon, pericolose quelle di Koren e Kirm, e un contropiede che, a metà ripresa, poteva avere conseguenze devastanti, se Ilicic, al momento di involarsi solitario verso il nostro portierone, non avesse ciccato malamente il pallone. In terza linea, Ranocchia sempre più disinvolto, classe e tempismo negli interventi con la giusta durezza,  Balzaretti a tratti devastante nelle sue discese (come anche all'andata), Cassani più "trattenuto" ma sempre propositivo. 
Insomma, l'Azzurra c'è, è migliorabile ma viva e vitale, e noi le affidiamo con piacere il compito di ridare dignità a un calcio malato e in crisi di immagine. 
CARLO CALABRO'

sabato 3 settembre 2011

LE GOLEADE NON FANNO PER NOI

Primo o poi qualcuno dovrà spiegarci quale sia la tara tattica o psicologica che impedisce alla Nazionale italiana  di fare ciò che riesce quasi sempre a tutte le grandi storiche, allorquando sono opposte a squadre modestissime: goleare, goleare senza pietà. Gli ultimi esempi sono di questa stessa sera: l'11 a 0 dell'Olanda contro San Marino, o il 4 a 0 (esterno) del Portogallo a Cipro, squadra che oltretutto, pur rimanendo su livelli qualitativi piuttosto bassi, non è più il materasso di qualche anno fa. La Germania, poi, ne ha fatti 6 (a 2) all'Austria, che è in gravissimo declino ma non può ancora considerarsi una delle Cenerentole d'Europa. 
NIENTE VENDEMMIATE - L'Italia fa storia a sé. L'Italia va a far visita ai dopolavoristi (non è considerazione spregiativa, ma semplice realtà dei fatti) delle Far Oer, che all'andata ha superato nettamente per 5 a 0 (chiamiamola una mini - goleada, comunque soddisfacente): è lanciata verso la qualificazione, è galvanizzata dal successo in amichevole sulla Spagna, dovrebbe fare un sol boccone degli avversari. Invece, dopo un avvio promettente, 1 a 0 e ringraziare, con scene di patetica sofferenza nel finale del match. Tutto già visto, già vissuto. Qui infatti non c'entra la delicata fase tecnica che sta attraversando il nostro movimento calcistico. Questa misteriosa "tara" è transgenerazionale, colpisce le rappresentative azzurre più qualitative come quelle un po' più povere di talento. Proprio contro le Far Oer, squadra da sempre fra le meno competitive del globo terracqueo, vide i sorci verdi addirittura l'ultima Italia campione del mondo, nel 2007, prima vincendo di misura a Torshavn (addirittura subendo un gol e rischiando il pari) e poi limitandosi, a Modena, a uno striminzito 3 a 1. 
UN FILM GIA' VISTO - Il copione è quasi sempre lo stesso: si comincia pieni di buone intenzioni, si fa gioco e si creano occasioni, ma i gol non arrivano, o ne arriva uno solo. Così, a lungo andare, la squadra si innervosisce, perde brillantezza, consente agli avversari di organizzarsi e di fare mucchio dietro, e, se le cose si mettono male, va addirittura in affanno. E' la sintesi del match di questa sera: gli azzurri sembravano voler riprendere il discorso da dove l'avevano interrotto con la Spagna, e hanno iniziato aggredendo in velocità, tante iniziative, tante conclusioni pericolose, il gol di Cassano (seppur con qualche dubbio sulla posizione del milanista) come giusto premio per una superiorità schiacciante. 
Era il viatico ideale verso la tanto sospirata vendemmiata. Macché: il copione sopra citato è stato fedelmente rispettato. In sintesi: il secondo gol non è arrivato, la squadra ha smarrito lo sprint iniziale, si è fatta lenta, prevedibile e imprecisa nei passaggi. Ora, sia detto senza offesa, formazioni come quella isolana, benché cresciute rispetto a dieci - quindici anni fa sul piano tattico, non possono permettersi di fare troppe sperimentazioni strategiche: per loro, lo schema ideale, e quasi sempre l'unico applicabile, non può che esser quello di chiudersi a riccio e tentare di sorprendere gli avversari in contropiede. Il segreto è di non lasciarglielo fare, di non dar loro respiro sul piano del ritmo e delle giocate. Certo, si potrà dire che ai primi di settembre, col campionato non ancora iniziato, non è propriamente facile mettere in atto tutto ciò. D'accordo, questa è forse l'unica attenuante accettabile per noi. Solo attenuante, però, perché la classe infinitamente superiore, la miglior preparazione atletica di base, l'esperienza agli alti livelli e la superiorità tattica dovrebbero comunque consentire a una compagine come la nostra di fare il vuoto in gare di questo tipo. 
I TRE PUNTI E POCO ALTRO - Invece, si è detto, la solita solfa: i nostri hanno continuato a tener pallino, ma senza brio, senza iniziative veramente ficcanti. Hanno provato, come del resto è saggio in partite che si fanno ispide, il tiro da fuori o dal limite (Criscito, De Rossi due volte, Montolivo) trovando un portiere obiettivamente in serata di grazia; Pazzini ha mancato un aggancio sotto misura, un paio di spunti in area sono sfumati per mancanza di precisione e lucidità in quegli spazi stretti e affollati. Insomma, le occasioni sono anche arrivate, ma troppo poche per un match del genere, e soprattutto non sono arrivati i tanti gol che si attendevano. Il tutto è stato accompagnato da una manovra faticosa, "involuta", come dicevano un tempo i critici: la flemma eccessiva in fase di costruzione ha consentito ai nordici di ammucchiarsi dietro rendendo ulteriormente difficoltoso il gioco azzurro, e gli errori in zona nevralgica hanno dato il là a più di una ripartenza pericolosa. Un solo gol all'attivo e due pali subìti a portiere impotente non sono un bel bilancio: rimane la quasi certezza dell'Europeo, ma a questo punto è d'obbligo chiedere a Prandelli e ai suoi di legittimare la qualificazione con un gran finale di girone, a partire dall'incontro di Firenze con la Slovenia. 
IN FONDO, MEGLIO COSI'... - Intendiamoci, nulla di male in tutto ciò che si è detto: non sono le goleade contro i dilettanti o i semiprofessionisti a fare la vera storia di una Nazionale. La nostra Italia ne è uno splendido esempio: così tante volte in difficoltà contro le deboli o debolissime, tante volte splendida contro le grandi nelle partite che contano. Altre squadre di alto lignaggio si divertono ad umiliare avversarie modeste,  salvo poi cadere di fronte agli ostacoli veri. Ricordo la Spagna di qualche anno fa, in particolare una edizione della Furie Rosse allenata da Camacho: nelle qualificazioni a Euro 2000, mise in fila un 9 a 0 e un 6 a 0 a San Marino, un 8 a 0 a Cipro e persino un 9 a 0 all'Austria. Ma, quando si trattò di far sul serio, nelle fasi finali, non cavò un ragno dal buco. Ergo, rinuncio decisamente a qualche vendemmiata in cambio di qualche coppa o di qualche piazzamento in più, ci mancherebbe. E tuttavia, di fronte a partite come quella di stasera, il senso di fastidio e l'amaro in bocca rimangono. 
CARLO CALABRO'