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mercoledì 18 novembre 2015

CLUB ITALIA VERSO EURO 2016: BELGIO E ROMANIA RIDIMENSIONANO GLI AZZURRI

                                         Marchisio: gol su rigore contro la Romania

E' stato il più tragico intermezzo internazionale calcistico che io ricordi. E scrivo "calcistico" perché il pallone, questa volta, ne è stato suo malgrado protagonista diretto. Prima la strage sventata allo Stade de France, poi la non ancora chiarita minaccia di ieri ad Hannover. Due amichevoli di lusso, Belgio - Spagna e Germania - Olanda, cancellate: la speranza è che certi provvedimenti drastici siano frutto del momento particolare, dei giorni post attentati in cui il quadro della situazione non ha ancora contorni definiti e si devono mettere a punto i nuovi parametri di sicurezza, che saranno ovviamente, d'ora in poi, particolarmente rigorosi. Lo spero, perché se si comincia a sospendere e annullare eventi sportivi ad ogni pié sospinto ci si incammina su una strada pericolosa e piena di incognite. Chiaramente la vita umana viene prima di ogni cosa, e del resto tutti noi nei mesi a venire dovremo essere più attenti e prudenti in ogni fase delle nostre giornate, ma senza concedere troppo campo a chi fa del terrore la propria filosofia di vita. So che a parole sembra tutto facile, ma è l'unica via: a giugno, proprio in Francia, ci sarà Euro 2016, e quella kermesse non potrà trasformarsi in un corollario di partite non disputate. Sarebbe la fine, anche se non si deve nemmeno giungere all'eccesso opposto, agli incontri di calcio disputati poche ore dopo i bombardamenti, come accadeva in Italia durante la Seconda guerra mondiale. 
Proviamo dunque a parlare di football. La nostra Nazionale, in fondo, è stata fortunata, riuscendo a portare a termine entrambi gli impegni in calendario. Non era scontato, e il fatto che ieri a Bologna il minuto di silenzio, forse per la prima volta, sia stato finalmente un minuto di silenzio autentico, senza i consueti, fastidiosi applausi per le vittime di turno, dimostra quanto i luttuosi eventi di Parigi abbiamo lasciato un segno veramente profondo in tutta la comunità internazionale. I calciatori, dal canto loro, si sono comportati da professionisti seri, facendo il loro dovere in campo e regalando momenti di serenità al pubblico: non altro gli si chiede, in fondo. 
TEST PROBANTI CON ESITO DELUDENTE - Le risultanze tecniche e gli spunti di riflessione non sono mancati. Quale peso attribuirgli è il problema che, da sempre, pongono le gare senza posta concreta in palio. Per il Club Italia, forse, sarebbe stato meglio restare al felice esito, di gioco e di risultati, delle ultime due uscite ufficiali, contro Azerbaigian e Norvegia. Ma non si può, perché Belgio e Romania erano due test estremamente probanti, e i nostri mentalmente erano presenti a loro stessi, hanno affrontato entrambe le gare con lo spirito giusto e non con la testa al campionato. Proprio per questo, i troppi campanelli d'allarme suonati vanno tenuti nella massima considerazione. Il bilancio complessivo è ampiamente in rosso: è vero, potevamo uscire imbattuti dall'Heysel (sempre quello è, anche se ha cambiato nome e si è rifatto il trucco) e battere la Romania. 
Due risultati che ci stavano, per il livello delle nostre prestazioni: non averli conseguiti torna a nostro esclusivo demerito. Per circa settanta minuti gli azzurri hanno tenuto bellamente testa, in campo avverso, alla rappresentativa numero uno al mondo (ranking FIFA alla mano), legittimando ampiamente il fulmineo vantaggio di Candreva; poco prima e poco dopo l'1 a 2 hanno avuto, con Eder e Pellè, palle gol nitidissime; hanno giocato con buona disinvoltura, in particolare percuotendo le corsie laterali con apprezzabile efficacia, e mostrando persino una precisione di palleggio che è sovente mancata, negli ultimi anni; c'è stata sofferenza autentica solo nella parte iniziale della ripresa, prima del crollo in dirittura d'arrivo che ha consegnato agli almanacchi un 1-3 bugiardo e oltremodo severo. Invece a Bologna, dopo un primo tempo da arrossire, è arrivato un provvidenziale cambio di marcia che ha portato i nostri a capovolgere meritatamente il risultato, ma per l'ennesima volta è stato fallito il colpo del ko, con immancabile beffa finale fra il tripudio degli oltre 4mila romeni del Dall'Ara. 
TENUTA FISICA, POCA CONCRETEZZA ED ERRORI DIETRO - I problemi emersi, a ben guardare, sono quelli di sempre. Sul piano atletico, l'incapacità di mantenere ritmi alti con continuità, e il verificarsi di troppo frequenti cedimenti fisici alla distanza (a Bruxelles, nel finale, gli uomini di Conte sono letteralmente spariti e il punteggio poteva diventare addirittura più pesante); sul piano del gioco, alla ormai cronica prodigalità offensiva si è aggiunto il ritorno di quei tremori in terza linea che avevano macchiato la fase conclusiva della gestione Prandelli. Alla Romania, tanto per dire, i ragazzi di Conte hanno concesso due gol su quattro conclusioni pericolose, e in entrambe le circostanze i tentennamenti dei nostri difensori sono stati esiziali: scontro Darmian - Barzagli che ha dato il via libera a Stancu per lo 0-1, goffo tentativo di parata di Sirigu per la ribattuta decisiva di Andone. 
Quattro giorni prima, i Diavoli Rossi avevano pareggiato con Vertonghen lasciato libero di colpire di testa a centro area (su calcio d'angolo!), per poi mettere la freccia con De Bruyne, in seguito a un pasticcio di Bonucci, che dovrebbe essere il punto cardine della nostra retroguardia. Ce n'è abbastanza per essere preoccupati. Soprattutto dal momento che, lo ripetiamo, in avanti la concretezza è ancora un miraggio. A Bologna El Shaarawy ha avuto due occasioni clamorose, Marchisio ci ha provato con una bella fiondata da fuori in chiusura di prima frazione (per poi cogliere su rigore il meritato successo personale), imitato nella ripresa da Parolo; delle occasioni di Pellè ed Eder in Belgio si è già detto, e non sono state le uniche, se pensiamo ad altri tentativi andati a vuoto di Candreva, Florenzi e dello stesso Faraone. 
TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE - Proprio per questo non c'è da stare tranquilli: quando si gioca tutto sommato su livelli apprezzabili e si torna a casa con un pugno di mosche, vuol dire che i margini di miglioramento, per quanto esistenti, non sono poi enormi. In ogni caso, qualche certezza questi due test l'hanno pur lasciata: Florenzi e Candreva al top, ad esempio, non possono assolutamente restare fuori dall'undici titolare, ed El Shaarawy si sta lentamente riappropriando delle misure di un tempo, quantomeno come capacità di movimentare la manovra offensiva (la precisione sotto porta è invece ancora uno sbiadito ricordo di quella fulminante parentesi rossonera). Davanti a Buffon, sperando che quello di Bonucci sia solo un momentaneo appannamento, Chiellini continua a non brillare, e tutto il movimento calcistico italiano deve mordersi le mani nel vedere Rugani, il più dotato dei giovani difensori nostrani, ai margini di una Juventus in cui, vista la stagione ormai chiaramente di transizione, potrebbe e dovrebbe esserci lo spazio per qualche sperimentazione (nemmeno troppo ardita perché, lo ripetiamo, il ragazzo ex Empoli è una certezza). Speriamo in una ulteriore crescita di Romagnoli e in un ritorno in auge di Astori: altre alternative in mezzo non ve ne sono, puntare ancora su Ranocchia sarebbe davvero un salto nel buio. 
PEPITO E MANOLO - Nella fascia centrale, Verratti è diventato ormai indispensabile, Bonaventura reclama una chance, mentre qualche metro più avanti si tratterà di trovare spazio per Insigne, Berardi (che all'azzurro ci tengono eccome) e Bernardeschi. Sempre più lontana l'eventualità di una rinascita sul breve periodo di Balotelli, rimane la speranza di un recupero alla causa di Pepito Rossi, ipotesi tutt'altro che peregrina, mentre merita senz'altro un più ampio minutaggio l'inesorabile Gabbiadini (ieri in gol poco dopo l'ingresso in campo): affrontare Euro 2016 con la coppia di punta Pellè - Eder, dignitosa e nulla più, ci escluderebbe a priori dal grosso giro, a meno di non trovare più puntuali rifornitori di palle gol e incrementare al massimo l'efficacia sotto porta della nostra nutrita batteria di potenziali incursori. 

domenica 7 giugno 2015

CHAMPIONS LEAGUE 2015: TRIONFA UN BARCELLONA "TERRESTRE". SICURI CHE LA JUVE NON DEBBA AVER RIMPIANTI?

                                             Suarez: ha deciso la finale di Berlino

Dream team e marziani non se ne sono visti, ieri sera, all'Olympiastadion di Berlino. Il Barcellona del secondo "triplete", perlomeno per quanto mostrato nell'atto finale della Champions League 2014/15, non è una squadra stratosferica, un inarrivabile ensemble di extraterrestri: trattasi, molto più prosaicamente, di un undici di altissima qualità, ricco di talento, che però non sempre ruba lo sguardo con la bellezza e la perfezione del suo gioco, anzi; ma nei momenti decisivi può mettere sul tavolo una concretezza spaventosa e, soprattutto, una batteria di formidabili solisti che il loro acuto, bene o male, lo piazzano in ogni gara, importante o meno che sia. No, niente extraterrestri, dunque, ma un più banale "diavoletto" sì: è quel Suarez diventato croce, senza delizia, del calcio italiano a tutti i livelli, da un anno a questa parte. In Brasile, l'estate scorsa, simbolo "cattivo" dell'Uruguay che (non certo per merito suo...) ci sbattè fuori dal Mondiale; poche ore fa risolutore, di fatto, di una finalissima molto più ispida, per i blaugrana, di quanto in molti si attendessero. 
SI POTEVA FARE... - Occhio a cedere alla tentazione del "si è fatto tutto ciò che si poteva", facile scorciatoia per i deboli. Perché se è vero che la Juventus è uscita a testa alta dalla sfida dell'anno, è anche innegabile che il film dei novanta minuti abbia scritto una storia ben chiara: gli spagnoli erano superiori, ma non avanti anni luce, e gli uomini di Allegri hanno dato, netta, la sensazione di poter fare il colpo grosso, mancandolo anche per alcuni (non molti, d'accordo) demeriti propri. Si era detto, alla vigilia, che per venire a capo di certi improbi impegni occorrono due cose: centrare la partita perfetta sul piano tecnico, tattico, fisico, mentale, con tutti gli elementi al 101 per cento delle loro risorse, e nel contempo sperare in qualche stecca del nobile avversario (un po' ciò che avvenne all'Italia contro il Brasile nell'epica sfida del 1982). Ebbene, se quest'ultimo fattore si è in fondo realizzato, da parte di Madama non tutti i meccanismi sono parsi precisi al secondo, e non tutti i "tenori" all'altezza della partitura. 
FIAMMATE ACCECANTI - Il Barcellona, si diceva, pur giocando una buonissima gara non ha fatto alcunché di veramente trascendentale. Grande compattezza e rapidità, brucianti accelerazioni alternate a lunghe pause, perfino qualche sbandamento in fase di copertura. Neymar molto attivo ma a tratti confusionario e spesso inconcludente, Messi parecchio sulle sue, con la tendenza, nel primo tempo, a dare via quasi subito la palla, quasi scottasse. Una buona occupazione delle corsie laterali, questo sì, con un Dani Alves particolarmente ispirato, e poi rare ma impressionanti fiammate, come la splendida, vertiginosa manovra che, sull'asse Neymar - Iniesta, ha messo Rakitic nella condizione di sbloccare ben presto il punteggio, con un chirurgico sinistro da centro area.
La Juve ha barcollato, ma senza crollare, mostrando sia di aver davvero acquisito una congrua statura internazionale, sia di non essere a distanze siderali dall'augusto rivale. Ha concesso agli spagnoli diverse palle gol nell'arco del match (formidabile Buffon a salvare sulla staffilata di Alves attorno al quarto d'ora, evitando ai suoi di uscire precocemente dal match), e tuttavia, dopo aver evidenziato inizialmente qualche impaccio in fase di avvio della manovra (merito anche dell'eccellente disposizione dei catalani), ha gradatamente preso le misure ai ragazzi di Luis Enrique, con Barzagli e Bonucci a svettare sicuri in retroguardia, e si è ritagliata pochi ma significativi spazi in fase offensiva, a partire da un'incursione di Morata sulla destra mal sfruttata da Vidal con un tiro fuori misura. 
JUVE NON AL TOP - Proprio la problematica serata del cileno è esemplificativa del concetto prima espresso: una Signora comunque viva, sul pezzo, pronta a cogliere le rare opportunità offerte da una partita non proibitiva, ma affrontata comunque in posizione di disagio, si vedeva frenata dalle performance sottotono di molti suoi alfieri: Vidal si metteva in mostra soprattutto per un certo nervosismo, che gli faceva conquistare una precoce ammonizione per lasciarlo via via scivolare fuori gara: ed era una "perdita" pesantissima, stante l'importanza del centrocampista nell'economia complessiva del gioco bianconero, dal contenimento alla costruzione alla  finalizzazione. Il tutto, mentre si attendeva invano che Tevez entrasse nelle pieghe della gara col piglio del fuoriclasse risolutivo: l'apache si accendeva raramente, trovava infine, soprattutto nella ripresa, diversi spazi per il tiro, ma spesso mancava la precisione, quasi sempre la potenza, anche se da una sua bella girata in area nasceva il tap-in vincente di Morata per l'1 a 1.
C'è stato un Marchisio eccellente, questo sì, che si è sfiancato in tutte le zone del campo e mostrato il solito tempismo negli inserimenti, con in più il delizioso tacco che ha dato il là all'azione dell'unico gol e un paio di schioccanti conclusioni dalla distanza, mentre Pogba, pur se a volte impreciso, è parso in deciso progresso, anche se l'esplosività e l'incisività che lo contraddistinguono sono ancora un ricordo. Lichtsteiner ed Evra ai lati han fatto il loro senza grossi picchi, frenati nella spinta dalle esigenze difensive (ma lo svizzero ha messo lo zampino nella rete del pari), mentre Pirlo, va detto con onestà, non ha sostanzialmente inciso, limitandosi a una ordinaria amministrazione che non è ciò che ci si attende da un fuoriclasse, per quanto in evidente declino. 
DIECI MINUTI PER SOGNARE L'IMPRESA, POI SUAREZ... - Quasi lo stesso film del Bernabeu, stranamente: anche lì, contro un Real che per dimensione tecnica non è affatto lontano dal Barça, i torinesi avevano centrato il bersaglio grosso pur girando all'80 per cento delle proprie potenzialità. E ieri sera, dopo aver raddrizzato l'incontro, per una decina di minuti hanno davvero dato l'impressione di poter mettere le mani sulla Coppa (ahi, quel contropiede di Pogba, rovinato da un controllo problematico del francese...). Non è bastato perché, poco dopo, è ricomparso il solito Messi delle partite importanti, quello visto tante volte, ad esempio, al Mondiale di dodici mesi fa: un Leo sonnacchioso  ma che all'improvviso accende la luce, come già aveva fatto in chiusura di primo tempo con un slalom chiuso... a fondo campo; partito a testa bassa verso la porta, ha irretito Buffon con un maligno diagonale che il portierone ha smanacciato, mettendo il "diavoletto" Suarez nella condizione di piazzare il più semplice dei tap - in.  Il possibile rigore su Pogba e altre due pericolose incursioni davanti a Ter Stegen nel finale (con Pereyra e Marchisio), prima che Neymar fissasse in contropiede un 3 a 1 di scarso significato, a schemi totalmente saltati, rappresentano l'ulteriore conferma di quanto fosse una finale "open", ossia aperta davvero ad ogni soluzione, sol che la Juve, pur inferiore sul piano dei... chili di talento, avesse saputo o potuto giocarsela attingendo ad ogni sua più recondita risorsa. 
L'ULTIMO GRADINO - Insistere sul concetto di "testa altissima" poi ci sta, beninteso, soprattutto dopo essersi approcciati alla grande soirée di Berlino quasi pretendendo e rivendicando il ruolo di sfavoriti, all'insegna del "tutto ciò che arriverà in più sarà un trionfo". Per quanto mi riguarda, lo ribadisco, il concetto era vero solo in parte, e forse questo difetto di personalità è una delle lacune che la Juventus quadricampione d'Italia deve colmare, per tornare davvero a volare più in alto di tutti anche fuori dei confini. Oltre, naturalmente, a qualche calciatore in più in grado di spostare equilibri consolidati: ma i blaugrana di Enrique, più borghesi (proletari proprio no...) e meno nobili di quelli di Guardiola, erano superabili anche con chi già c'era, coi Tevez e i Morata. 
I VERI DREAM TEAM - Onore ai campioni d'Europa, in ogni caso: concreti, si è detto in apertura, perché in grado di capire quando è il caso di smettere di specchiarsi e cominciare a tirare di sciabola. Tatticamente più tradizionali rispetto al... regno di Pepp, e aggrappati a un quartetto di "mostri". I tre lì davanti, ognuno dei quali, però, deve rinunciare a qualcosa di se stesso (spazi, giocate) per il corretto funzionamento del complesso, e Iniesta un po' più dietro, metronomo, inventore e rifinitore, uno per il quale il trascorrere degli anni sembra non incidere.
Eppure, chiudendo il cerchio con quanto detto all'inizio, le squadre "extraterrestri" credo siano ben altre: lo sono state lo stesso Barcellona del periodo 2009 - 2011, o il Bayern tante volte ammirato in questi ultimi anni, anche se incoronato da una sola Coppacampioni (e anch'essa sofferta, due anni fa col Borussia Dortmund); lo furono i due Milan di Sacchi e Capello, che in finale travolsero gli avversari. Resta il fatto che il calcio spagnolo si è portato a casa quattro coppe europee su quattro negli ultimi due anni, e siamo a otto su quattordici dal 2009 a oggi: se le Furie Rosse di Del Bosque hanno conosciuto un (momentaneo?) declino e han dovuto ripartire daccapo dopo Brasile 2014, il calcio iberico di club non cede, e ha ormai distanziato anni luce i Paesi rivali, anche le opulente Germania e Inghilterra. Riguardo all'Italia, come già avevo scritto in questo post, è stata la stagione della "ripresina", ma non ci si può accontentare. 

sabato 16 maggio 2015

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre. 

lunedì 6 ottobre 2014

DOPO JUVENTUS - ROMA: TOTTI PEGGIO DI ROCCHI. IL VITTIMISMO NON PORTA DA NESSUNA PARTE

                                     Bonucci: ha deciso Juve - Roma fra le polemiche

Se Juventus - Roma ha lasciato dietro di sé un sapore amaro, lo si deve al contorno più che alla pietanza vera e propria. All'interminabile dopopartita con la sua scia di polemiche, al coro assordante di voci indignate, alle inaccettabili dichiarazioni di uomini simbolo del nostro calcio e di giornalisti che scrivono di pallone con toni da ultras. Dal match in sé non sono arrivate novità clamorose; ha stupito, ma non più di tanto, il clima di sovreccitazione che ha caratterizzato il confronto: un big match, certo; la sfida fra i due club che, verosimilmente, monopolizzeranno i giochi di alta classifica fino alla fine della stagione; ma anche un incontro che il computer ha piazzato alla sesta giornata, cioè quando il campionato "vero" non è di fatto ancora iniziato, quando più di una squadra sta completando il rodaggio, o è ancora alla ricerca di una identità tattica e di una inquadratura affidabile; quando molte posizioni in graduatoria sono, di conseguenza, frutto di fattori del tutto aleatori (pensiamo al terzo posto della solida Sampdoria, certo abilissima a sfruttare un calendario estremamente favorevole, che le ha finora opposto avversari destinati a inseguire una salvezza più o meno tranquilla, togliendo dal suo placido cammino tutte le grandi). 
IL CALCIO DI SEMPRE - Sesta giornata, primi di ottobre: è davvero il caso di gettare benzina sul fuoco, per le risultanze di una sfida la cui incidenza sull'esito finale del torneo è ad oggi impossibile prevedere? Ma d'altronde, lo ripeto, non è nemmeno il caso di sorprendersi troppo: sia perché i veleni che ammorbano l'ambiente calcio Italia non possono non riflettersi sul terreno del gioco, sia perché comunque a questo tipo di calcio, al calcio visto nel pomeriggio dello Juventus Stadium, nella Penisola abbiamo ormai fatto il callo: estetica del football al minimo sindacale, toni agonistici elevati, nervosismo e falli, con il direttore di gara di turno raramente in grado di tenere saldamente in mano le redini della disfida. Ecco, l'arbitro: inadeguato, ieri, proprio per lo scarso polso mostrato, per la difficoltà di gestione di un incontro che si sapeva da tempo potesse essere, diciamo così, denso di umori; difficoltà tanto più gravi alla luce della vasta esperienza maturata dal signor Rocchi. I miei pochi lettori sanno che non mi sono mai tirato indietro quando si è trattato di denunciare gli enormi limiti dei fischietti nostrani; tuttavia, nel caso specifico, non me la sento di infierire più di tanto. 
DIFFICILE INTERPRETAZIONE - Mi pare che gli episodi - scandalo siano stati ingigantiti oltre il dovuto. I due rigori per la Juve e la rete decisiva di Bonucci sono ancora sotto la lente di ingrandimento delle moviole e degli "analisti" (sic!): se a distanza di ventiquattr'ore non si è ancora raggiunta una unanimità di punti di vista, le conclusioni non possono che essere due: 1) I "fattacci" non erano così facilmente risolvibili in presa diretta, e il pool degli ufficiali di gara ha dovuto decidere "col beneficio del dubbio", fidando sull'impressione del momento e combinandola con buon senso e capacità di orientarsi in un regolamento - ginepraio; 2) Certe decisioni arbitrali possono spesso risultare incomprensibili (frutto di inadeguatezza tecnica, difficoltà nell'applicazione del regolamento, difformità di giudizio, carenze di personalità) ma coloro che giudicano le... giacchette gialle dalle colonne dei giornali e dagli schermi tv, spesso, ne sanno molto meno: loro, però, il beneficio del dubbio non se lo concedono mai, dispensando a pieni mani granitiche certezze fondate su non si sa che cosa. 
BONUCCI: GOL BUONO - Alle corte: i due penalty bianconeri erano episodi al limite, a cavallo fra punibilità e non punibilità con la massima punizione, comunque di difficilissima decifrazione: si può casomai rimproverare a Rocchi (e ciò rientra nella valutazione complessivamente negativa del suo operato) di avere optato in entrambi i casi per una... sentenza di colpevolezza verso i difensori romanisti, laddove anche in campo dovrebbe valere il principio "in dubbio, pro reo", ossia lasciare correre se non si è certi al cento per cento dell'irregolarità; c'era però, più netto, un fallo in area su Marchisio quando il punteggio era sullo zero a zero. E poi, in punta di regolamento, la rete di Bonucci può senz'altro essere considerata valida, perché, come testimoniato anche da alcuni documenti fotografici, il portiere giallorosso ha visto partire il tiro del difensore - regista azzurro, nonostante Vidal in posizione sospetta; anche qui, una piccola chiosa sarebbe da fare, parlando di una regola del fuorigioco che è stata resa complessa fin quasi a diventare incomprensibile, cervellotica, tanto da generare interpretazioni diverse in situazioni analoghe. Una volta il calcio era lo sport più semplice del mondo.... 
STAMPA E TOTTI: POLLICE VERSO - Ecco: arbitraggio infelice, non scandaloso. Scandalosi sono stati certi titoli apparsi sulla stampa nazionale ("Campionato falsato") e certi articoli in cui si parla di football come fra tifosi al bar. Il degrado del giornalismo italiano si vede anche da queste cose: la conoscenza della materia è ormai diventata un optional, l'importante è animare il dibattito, portandolo su registri bassi. Soprattutto, i bacini diffusionali continuano a farla da padroni, ma questo è un problema che risale alla notte dei tempi della carta stampata: però è triste che un lettore sappia in anticipo che su determinati giornali non potrà trovare analisi critiche oggettive e pacate, ma solo difese d'ufficio dei beniamini di casa. Scandalosa è stata anche l'uscita di Totti (con replica di Marotta avvilente per povertà di contenuti), la cui ultima settimana è risultata emblematica della grandezza e dei limiti dell'atleta: non si era ancora spenta l'eco della sua prodezza da record in Champions League, ed eccolo indossare i panni del... paladino capitolino contro i soprusi di casa Agnelli. 
Colui che è considerato uno dei più grandi campioni mai espressi dal nostro football (secondo me valutazioni un po' gonfiate, ma non è questa la sede per approfondire) mai dovrebbe permettersi di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Perché a 38 anni è decisamente fuori tempo massimo per piagnucolare; perché il vittimismo non porta da nessuna parte, soprattutto se, come ieri, è fondato su basi piuttosto fragili; perché l'esempio che si dà ai tifosi, dal canto loro vittimisti per natura (non solo quelli romanisti, diciamo pure tutti, in ogni angolo del globo) è pessimo; perché se France' non crede più in questo football, beh, non ha che da appendere le scarpette al chiodo o andare a chiudere la carriera in qualche paese calcisticamente più remunerativo. Altrimenti, eviti di cominciare a lamentarsi ad autunno appena iniziato: ci sono trentadue gare da giocare, e il confronto diretto ha dimostrato che, al momento, le differenze fra le due big sono minime. Rinunciare a giocarsi le proprie carte per paura del "sistema" non sarebbe da vincenti, vero, Totti? 

domenica 15 giugno 2014

MONDIALI 2014: L'ITALIA DI DARMIAN NON STECCA LA PRIMA, MA E' ANCORA UN CANTIERE E INSEGUE LO SPIRITO DELL'EUROPEO

                                        Così Balotelli ha deciso la sfida con gli inglesi

A lungo, è stata soltanto l'Italia di Darmian. E faceva tenerezza, la nostra Nazionale, aggrappata com'era agli slanci, alla personalità, allo strapotere agonistico della sua più fresca recluta, un ragazzo che fino a pochi mesi fa era davvero lontano anni luce dal giro azzurro. Il laterale granata si "mangiava" letteralmente la fascia destra del campo, offrendo continui inserimenti e percussioni: autentiche frustate, sollecitazioni a compagni che parevano timidi, frenati, inconcludenti. Ma se l'ultimo arrivato nel club aveva suonato la sveglia, toccava a due pretoriani di Prandelli, presenti fin dalla prima convocazione londinese del 2010 (amichevole persa con la Costa d'Avorio) "dipingere" la partita e darle tonalità tricolori: Marchisio, su sapiente velo di  Pirlo, indovinava un destro da fuori area che freddava Hart passando in mezzo a una selva di gambe, e dopo che Sturridge aveva rimesso fulmineamente le cose a posto per l'Inghilterra, Balotelli in avvio di ripresa si librava in aria incornando in rete un pregevole traversone dell'ottimo Candreva, fissando il 2 a 1 finale. 
TORNARE AL PRIMO BIENNIO - Buona la prima, dunque, ma son state tutte rose e fiori? Beh, non proprio. Mi è parsa un'Italia desiderosa di riappropriarsi dell'idea di gioco portata avanti nel primo biennio prandelliano: occupazione quasi "militare" del terreno, prolungata gestione della palla per mantenere l'iniziativa e piegare il match ai propri "desiderata". Una filosofia che, pur costantemente presente nelle dichiarazioni d'intenti del cittì, dopo la semifinale di Euro 2012 si era sostanzialmente annacquata in atteggiamenti sparagnini, manovra involuta e fragilità difensive assortite. Questo tentativo di recupero è tuttavia rimasto a lungo, ieri sera, nelle intenzioni. Gli azzurri hanno fatto... gli spagnoli, senza però avere la forma mentis e l'equilibrio tattico complessivo della Roja dei giorni migliori: la ragnatela di passaggi quasi esasperante raramente si è tradotta in efficaci verticalizzazioni per attivare Balotelli, e nemmeno ha prodotto micidiali inserimenti dei centrocampisti (a parte un indemoniato Candreva), tantomeno è valsa a ridurre al minimo la spinta dei britannici, che troppe volte hanno superato il nostro sbarramento facendoci rinculare fin dentro l'area e andando più volte pericolosamente alla conclusione. 
MARIO TROPPO SOLO - Quello dell'attacco azzurro rimane un rebus: come ho scritto un'infinità di volte nell'ultimo anno, la formula a una punta diventa mortifera solo se Balotelli può usufruire del sostegno inesausto e continuo di una ispirata batteria di incursori, trequartisti, mezze punte: ieri sera così non è stato, se non con qualche sporadica fiammata, e quel povero Cireneo di Mario ha dovuto sobbarcarsi un lavoro enorme, facendo reparto da solo ma senza ricevere munizioni, tanto da scivolare più volte ai margini della partita, e la prima occasione da gol se l'è dovuta costruire sostanzialmente da solo, ricevendo palla, girandosi e scagliando un bolide dalla lunga distanza terminato alto non di molto. 
Quando finalmente è stato opportunamente liberato in area, prima ha messo scompiglio nella difesa avversaria costringendo l'ottimo Jagielka a un rocambolesco salvataggio sulla linea, poi ha trovato la rete della vittoria nel modo prima descritto. Il discorso non cambierebbe granché con Immobile al posto del milanista, al di là delle enormi differenze tecniche fra i due: l'abbiam visto ieri, Ciro, gravitare costantemente sulla linea dell'offside nella vana attesa della palla giusta, ma così è quasi un uomo regalato agli avversari. Fermo restando che lui e Balo potrebbero tranquillamente giocare assieme, ieri sera sarebbe bastato piazzare un Insigne alle spalle del nostro attaccante, o spostare qualche metro più avanti uno dei tre di centrocampo, per rendere più vivace e incisiva la nostra manovra offensiva. 
DIFESA: URGONO BONUCCI E DE SCIGLIO - Se l'attacco è un rebus, la terza linea è un'emergenza assoluta. La formula a quattro è quella giusta, ma sono certe scelte singole a far storcere il  naso, e meno male che Sirigu ha fatto ciò che deve fare un portiere da Champions League quale lui è: poche sbavature, generale sicurezza e una serie di opportune respinte sulle numerose conclusioni inglesi. Fin troppo sottovalutata l'assenza di De Sciglio, potenzialmente uno dei craque di questo Mundial, stando a quanto visto dodici mesi fa in Confederations: il rossonero avrebbe potuto fare sulla sinistra ciò che ha fatto Darmian sull'altro versante, dando respiro alla retroguardia, aprendo nuovi sbocchi alla costruzione del gioco e dirottando al centro un Chiellini che, nella versione offertaci ieri da Prandelli, è qualcosa di pericolosamente simile a una palla al piede. 
Anche Paletta è parso un pesce fuor d'acqua, spesso in ritardo, in affanno e "fuori sincrono" rispetto agli automatismi di copertura della squadra. L'italo - argentino è un buon francobollatore e poco altro: ha disputato un buonissimo, a tratti ottimo, campionato col Parma, aveva brillato all'esordio in azzurro nell'amichevole in Spagna, ma non credo sia il meglio che il nostro football possa offrire in quel ruolo, anche in tempi di vacche magre difensive come quelli attuali. La sua corsa verso la Nazionale è stata accompagnata da una massiccia campagna di stampa davvero degna di miglior causa: incomprensibile questo innamoramento di certe "prime firme" nei confronti di un difensore come tanti: una volta ci si mobilitava perché Trapattoni lasciava a casa Roby Baggio... Ad ogni modo è una curiosità e nient'altro, perché il cittì ha senz'altro fatto le sue scelte senza ascoltare alcun suggeritore, basandosi per l'appunto sulle lusinghiere risultanze della stagione gialloblù. Insomma, non ce ne voglia Paletta, ma nel cuore della retroguardia dovrebbe più opportunamente giostrare Bonucci, che oltretutto è anche abile a far ripartire l'azione, per quanto non sempre "pulitissimo" nei lanci. 
ITALIA CANTIERE - L'Italia è entrata nel Mundial brasiliano col piede giusto: poteva finire in parità senza scandalo, perché l'Inghilterra ha sostanzialmente cancellato la brutta figura di due anni fa, quando si piegò a un orrido catenaccio nel quarto di finale europeo contro di noi, finendo giustamente battuta ai rigori. Ma i nostri, vincendo, non hanno rubato alcunché. Successo che ci sta, ma che non deve esaltare: a tutto quanto detto sopra va fatta una tara legata alle difficili condizioni climatiche in cui si è disputato il match di Manaus, ma, come quasi sempre, i fattori esterni non bastano a giustificare ogni imperfezione. 
La Nazionale è ancora un cantiere aperto, è un team a metà del guado, indeciso sulla strada tattica da intraprendere: ha ripescato, in fondo al suo animo, le stimmate della squadra sbarazzina quasi mai più vista dopo il torneo continentale polacco - ucraino, ma quello spirito lo ha tenuto per troppo tempo nascosto e adesso fatica tremendamente a tirarlo fuori. E tuttavia sia Prandelli, sia i suoi ragazzi, sanno perfettamente che quell'anima propositiva è l'unica in grado di render bella e vincente questa nostra rappresentativa: val la pena insistere, con più decisione e qualche ritocco tattico e di formazione. Per il momento va bene, più che bene così: ricordiamoci che, per il nostro calcio, era una novità assoluta il debutto in Coppa del mondo con un'avversaria potenzialmente da ottavo o quarto di finale: eravamo abituati al Cile, all'Ecaudor o al Paraguay, approcci abbordabili per cominciare piano e completare con calma il rodaggio. E' stato il battesimo più terribile della nostra storia iridata, e ha sentenziato che "l'Azzurra" c'è. 

giovedì 5 giugno 2014

VERSO BRASILE 2014: COL LUSSEMBURGO LA SOLITA, GRIGIA ITALIA PRE MONDIALE. COSA CI ATTENDE IN SUDAMERICA?

                                      Marchisio: col Lussemburgo terzo gol in azzurro

L'1 a 1 col Lussemburgo, autentica impresa a rovescio della Nazionale azzurra, equivale al 2 a 2 con Haiti di un anno fa e, vista la modestissima caratura dell'avversario di Perugia, ha lo stesso peso della disfatta (0-3) di fronte alla Russia del giugno 2012. Tre approcci fallimentari a tre importanti competizioni internazionali. Il fatto che nei primi due casi, Europeo e Confederations, gli esiti delle nostre spedizioni siano poi stati diametralmente opposti a quelli delle amichevoli preparatorie, non deve indurci a guardare al Mundial brasiliano con un insano ottimismo. Intendiamoci: su questo blog l'Italia di Prandelli ha sempre goduto di alta considerazione, sulla scorta di dati inoppugnabili che, nella prima metà del quadriennio, hanno raccontato di una squadra giovane e brillante, propositiva e manovriera, capace quasi sempre di giocare senza timori anche contro i team più quotati. 
REGRESSO AZZURRO - Allo stesso modo, chi mi segue lo sa, dopo il torneo continentale polacco - ucraino ho dovuto registrare un progressivo "imborghesimento" della nostra rappresentativa, piegatasi al piccolo cabotaggio, ad atteggiamenti sovente sparagnini, a difese "eroiche" del punticino o del golletto di vantaggio (qualificazioni mondiali, a Praga con la Repubblica Ceca e a Palermo con la Bulgaria) e a rari sprazzi spettacolari, mentre la fragilità in retroguardia cresceva e i nostri rivali incontravano sempre minori difficoltà a trovare la via della rete di Buffon (o dei suoi momentanei sostituti), rete perforata a ripetizione anche da squadre insospettabili, ultima delle quali il Lussemburgo, poche ore fa. Così l'inzuccata di Chanot che, pareggiando l'iniziale acuto di Marchisio, ha donato al Granducato una delle serate più gloriose della sua avara storia calcistica, non ha nemmeno sorpreso troppo chi segue da tempo questa Azzurra opacizzata. 
TEST POCO ATTENDIBILI - Non vorrei qui tornare sulla relativa attendibilità dei test amichevoli a ridosso delle grandi kermesse, discorso già affrontato in passato. Troppe variabili intervengono a condizionarne il risultato: carichi di lavoro in ritiro, condizione fisica approssimativa, tossine della stagione di club ancora da smaltire, soluzioni tattiche da mettere a punto, concentrazione deficitaria (una tara, questa, che per la verità riguarda i nostri calciatori assai più di quelli di altre nazioni di primo piano).
A maggior ragione se l'avversario, con tutto il rispetto, si chiama Lussemburgo, di conclusioni se ne possono trarre ben poche: se vinci e giochi discretamente hai solo fatto il tuo dovere, ma senza alcuna sicurezza che la prestazione possa essere ripetuta in gare ufficiali contro compagini più competitive; se non vinci, c'è di che preoccuparsi ma non ci si può nemmeno disperare: a quante gare pre Mondiali di marmorea bruttezza ci è toccato assistere, per poi trovarci di fronte a puntuali resurrezioni azzurre? Chi non ricorda gli orridi "provini" contro Jugoslavia (prima di Argentina '78), Sporting Braga (verso Spagna '82), Svizzera e Costarica (vigilia di USA '94)?  
PREPARAZIONE MAL GESTITA - Impossibile davvero capire cosa ci riserverà il domani. Al momento, possiamo solo annotare come questa lunga fase preparatoria del "big event" si sia consumata, per il Club Italia, fra tantissime ombre e poche luci. Sulla gara di Perugia torneremo fra breve: prima c'è stata l'imbarazzante gestione, da parte di Prandelli e del suo staff, dell'ultima selezione. Aveva dunque ragione il buon Vittorio Pozzo, lo avevo scritto qualche settimana fa in questo post: portare in ritiro un gruppo allargato, invece dei canonici 23, era garanzia di musi lunghi, polemiche da parte della stampa e dei giocatori stessi, nel momento in cui si sarebbero dovute tirare le somme ed effettuare la scrematura definitiva. Tutto si è puntualmente verificato, dai casi Destro e Romulo, situazioni che dovevano essere "contenute" all'interno del gruppo evitando sgradevoli spifferi, fino alla delusione Pepito Rossi, sul quale il trainer si è esibito in una serie di arrampicate sugli specchi insopportabilmente retoriche: era giusto portarlo a Coverciano e valutarne il livello di ripresa fisica e psicologica, ma se si era già convinti che non fosse pronto per l'inserimento nel listone, perché sottoporlo a questa trafila lunga, faticosa e, in fin dei conti, umiliante?

                                               Verratti: nuovo titolare azzurro?

VERRATTI E BALO OK - Dopodiché è arrivato il campo, che qualcosa di buono ha pur detto. Al Curi si è visto ad esempio un buon Verratti, a conferma della gara con l'Eire di sabato scorso; il centrocampista del PSG continua ad essere impeccabile in fase di filtro, e ha trovato l'intraprendenza per farsi notare anche in impostazione, con coraggiose avanzate e assist millimetrici; gli manca continuità in questa figura di gioco, ma può tranquillamente trovarla strada facendo: allo stato delle cose, la sua candidatura a nuovo titolare appare sempre più credibile. Cassano, entrato in corso d'opera, ha acceso un paio di luminarie offensive; Balotelli, non è una novità, sa fare reparto da solo, è andato al tiro e ha appoggiato i compagni, eppure ritengo, non da oggi, che la formula con un solo attaccante vero, per risultare funzionale, debba poter poggiare su una batteria di incursori ispirata, martellante, dinamica, tonica fisicamente e sul pezzo mentalmente: ciò che l'Italia, da quando sperimenta questa disposizione tattica, non ha ancora compiutamente trovato.
Ieri, ad esempio, ad un Candreva abbastanza efficace in fase di spinta e tempista negli inserimenti (da lui e da Mario sono arrivate le conclusioni più pericolose) ha fatto da contraltare un Marchisio partito bene, col colpo di testa vincente su assist di esterno destro di Balotelli, ma poi illanguiditosi col passare dei minuti. Ma è stata piena di italici languori, questa stanca recita umbra. Pause, ritmi bassi, i soliti errori di misura e di tocco, altra lacuna nota da tempo e che, a quanto pare, non si è ancora riusciti a limare: ma le palle perse, i passaggi sbagliati, le distrazioni in marcatura si pagano persino col Lussemburgo, figuriamoci con l'Inghilterra e l'Uruguay che andremo ad affrontare fra non molto. 
FIDUCIA... CON RISERVA - Ecco, alla luce di tutto questo non è lecito abbandonarsi a una fiducia cieca e piena, non sarebbe onesto. Troppi passaggi a vuoto, quest'atmosfera di provvisorietà tattica, di incompiutezza, di disagio tecnico in alcuni ruoli soprattutto difensivi (e sugli esterni continua a latitare la precisione nel cross), di andatura da gambero sul piano della qualità e dell'efficacia del gioco. Una serie di vistosi limiti che descrivo da un biennio e che la sofisticata preparazione alla spedizione Mundial a base di stage, test medici e atletici di ultima generazione scientifica, esperimenti sul campo, non è riuscita, al momento, a cancellare o attutire.
Poi però c'è l'altro lato della medaglia, quello delle certezze a cui ci si può aggrappare: il buon rendimento fornito dagli azzurri nelle due grandi competizioni cui hanno finora partecipato, il tasso di classe complessivo del gruppo, buono seppur non siderale, con alcune solide certezze (Buffon, De Rossi, Pirlo), un paio di scommesse che si potrebbero persino vincere (Balotelli e Verratti), valenti giovani in rampa di lancio (De Sciglio, Immobile, Insigne) e tanti piedi discretamente educati che raramente hanno deluso nelle occasioni che contavano (Bonucci, Candreva, Cassano...). Non una delle migliori versioni dell'Italia in 104 anni di onorata storia, ma nemmeno una compagine malridotta al punto da farci mettere le mani nei capelli. 
MONDIALE REBUS - La verità è che va a iniziare, per noi, il Mondiale più carico di incognite di sempre. Quest'ultimo biennio contraddittorio, avaro in tema di progressi di gioco ma costellato di risultati tutto sommato positivi (amichevoli a parte), non dà alcun appiglio a cui aggrapparsi per formulare un pronostico attendibile. Nel '78 e nell'82 nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato su di noi, nel '94 e nel 2002 indossavamo le scomode vesti dei favoriti: esempi, fra i tanti, di vigilie in cui avevamo una posizione ben precisa nella griglia di partenza. Oggi no, oggi si fluttua nell'incertezza più assoluta.
"I nostri son capaci di tutto, nel bene come nel male": lo si dice prima di ogni appuntamento che conta, europeo o mondiale che sia, ma mai come questa volta l'assunto ha un suo fondamento: sulla carta, fatta la tara alla nostra caratura complessiva e rapportata quest'ultima a quella dei principali competitors, siamo da quarti di finale e non di più; alla luce delle più recenti prestazioni, potremmo far le valigie dopo il primo turno, visto anche il terribile girone iniziale toccatoci in sorte; se invece venisse trovata la quadratura del cerchio, cosa tutt'altro che impossibile, se si recuperassero il coraggio e la brillantezza di manovra sfoderate fino a Euro 2012, qualità pur sempre presenti nel DNA della squadra, questa Azzurra potrebbe persino stupire. Ma il tempo stringe e troppi tasselli del puzzle devono ancora trovare la giusta collocazione. 

mercoledì 12 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ECCO PERCHE' E' UN TORNEO IMPORTANTE E "VERO"


La Confederations Cup, che prenderà il via domani con la sfida Brasile - Giappone, è un torneo che, dopo gli albori incerti e quasi... semi - clandestini (correvano i primi anni Novanta), si è ormai conquistato dignità e rilievo internazionale. Certo, non ha, e mai potrà assumere, l'importanza e il prestigio di un Mondiale o di un Europeo, ineguagliabili per valore tecnico, tradizione, contenuti storici e fascino anche extracalcistico. Però è una competizione che ha sostanza e spessore autentici, tutt'altra cosa rispetto a quei tornei "semi - amichevoli" fra Nazionali che spesso venivano disputati in passato per riempire gli anni dispari, quelli orfani di grandi manifestazioni: gli esempi più noti sono la Copa de Oro del 1981 in Uruguay (il famigerato Mundialito) e il Tournoi de France del 1997. 
No, qui siamo davanti a un torneo con tutti i crismi, e non solo perché si svolge sotto l'egida della Fifa, quindi con carattere assolutamente ufficiale. E' l'idea stessa alla base della Confederations ad essere vincente e ricca di appeal: mettere di fronte le rappresentative migliori di ogni Confederazione calcistica del pianeta, sulla inoppugnabile base dei risultati espressi dai vari tornei continentali dell'ultimo quadriennio o biennio, opponendole nel contempo alla Nazionale "campione dei campioni", ossia alla detentrice del titolo iridato; una manifestazione, quindi, estremamente selettiva, in quanto per prendervi parte occorre avere vinto qualcosa (a meno che non si sia il Paese ospitante). Con qualche eccezione, certo, come l'Italia che si schiera in questa edizione 2013 senza portare con sé alcun trofeo. Ma è un'eccezione legittima e giustificata, in quanto i nostri sono arrivati secondi all'ultimo Europeo dietro una Spagna che, in Brasile, aveva già un posto prenotato grazie al trionfo di Sudafrica 2010. 
Di grande significato anche la funzione di questa kermesse come "prova generale" in vista del Mondiale dell'anno successivo: test di carattere logistico, in quanto si gioca nello stesso Paese che ospiterà la Coppa del Mondo, e vi è quindi l'occasione di fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori per impiantistica, infrastrutture, capacità ricettive, e sull'efficienza della struttura organizzativa nel suo complesso; test, anche, prettamente calcistico: le Nazionali in lizza, buona parte delle quali saranno presenti anche a Brasile 2014, saggeranno il clima, l'ambiente, i terreni di gioco, e soprattutto sperimenteranno condizioni tecniche simili a quelle che troveranno fra dodici mesi, ossia la permanenza in loco di una rosa ampia di giocatori per un periodo prolungato e le partite da disputare a distanza ravvicinata l'una dall'altra: verranno quindi verificate le risposte, fisiche e mentali, dei calciatori a queste tipiche situazioni "da torneo", e gli staff tecnici valuteranno eventuali modifiche nelle composizione delle loro rose da attuare nel corso dell'ultima stagione pre Mondiale. Ciò che, ad esempio, non fece Lippi dopo il disastroso esito della Confederations edizione 2009: a partire dall'agosto successivo, nonostante l'evidente logorio del gruppo "mundialista" del 2006, fu assai parsimonioso nel rinfrescare la formazione (dentro Criscito,  Marchisio e pochi altri) e andò incontro alla disfatta sudafricana contro Nuova Zelanda e Slovacchia. Un precedente da non sottovalutare e che rappresenta un altro indicatore dell'attendibilità e utilità di questa competizione. 
Certo, nel contempo ciò non vuol dire che gli esiti di tale torneo vadano presi per oro colato al cento per cento, perché in un anno di calcio, particolarmente nell'anno che precede un Mondiale, succedono tante cose e gerarchie apparentemente immutabili possono cambiare, così come certezze granitiche sull'affidabilità di una squadra o di un giocatore. Ma è certo che si tratti di indicazioni da tenere nel debito conto, in quanto maturate in un contesto tecnico e agonistico che è, oggi, assolutamente di primo piano. La Confederations Cup, parere personale, è diventata adulta nel 2001, dopo anni di ovvio "apprendistato" (e di faticosa ricerca di una degna visibilità mediatica): fu la prova generale per la Coppa del Mondo organizzativamente più complessa di sempre, quella che, per la prima volta, sarebbe stata ospitata da due nazioni, Corea del Sud e Giappone; sul piano meramente sportivo, fu impreziosita dalla presenza della Francia euromondiale, che in quella circostanza alimentò ulteriormente il suo mito aggiudicandosi anche quel torneo, oltretutto superando in semifinale il Brasile. 
Ecco, quella fu una affermazione di certo non fallace, perché fotografava il momento di strapotere del football transalpino, però portò a trarre troppo affrettate conclusioni all'allora CT del Bleus Roger Lemerre: la Francia pareva addirittura più forte di quella che vinse il Mondial 1998, sembrava destinata a concedere un clamoroso bis iridato e invece, nel 2002, si sciolse come neve al sole. Ma intanto aveva dato una spinta importante alla crescita della credibilità di questa giovane kermesse. Kermesse che non va quindi snobbata, considerandola come un'esibizione fine a se stessa. E' una cosa seria e lo sarà, ritengo, sempre di più in futuro. Forse non riempirà di orgoglio il petto dei tifosi come una Coppa del Mondo, ma fa albo d'oro, eccome.
Messaggio che vale soprattutto per gli azzurri, i quali devono riscattare il loro unico, amarissimo precedente sopra ricordato, e che, stando all'attualità più stringente, sono chiamati a dimostrare che le ultime, incolori uscite sono solo frutto di una precarietà contingente, e non piuttosto la spia del logorio di una formula di squadra faticosamente messa a punto da Prandelli in questi primi tre anni di brillante gestione tecnica. Pericolo, quest'ultimo, che non credo sia effettivamente concreto, ma è sempre meglio tenere le antenne drizzate... 

martedì 7 maggio 2013

JUVENTUS DI NUOVO LEADER DEL CALCIO ITALIANO. MA GLI SCUDETTI SON 29...

                               Esultanza juventina: un classico delle ultime due stagioni

Lo scudetto, il ventinovesimo (e già...), conquistato dalla Juventus è meritato? Solo un folle potrebbe rispondere di no, e non sarò certo io a fare il bastian contrario, per quanto su questo blog non sia sempre stato tenero nei confronti dei bianconeri (o meglio, nei confronti di un certo clima di "sudditanza psicologica arbitrale" che ne ha accompagnato, anche in questa trionfale stagione, più di una prestazione, come del resto è accaduto anche per il Milan, soprattutto nel girone di ritorno). Al di là dei numeri, la cui schiacciante evidenza già basterebbe a liquidare l'argomento, c'è molto di più. C'è una squadra che, "sul campo" (precisazione non casuale, lo vedremo dopo) si è definitivamente scrollata di dosso i fantasmi del passato recente ed è tornata ad essere la compagine guida di tutto il movimento calcistico italiano. 
JUVE AZZURRA - La Juve di oggi è la spina dorsale della Nazionale italiana, la selezione che meno di un anno fa ha conquistato l'argento europeo e che ora guarda con legittima speranza ai Mondiali brasiliani del 2014. Un blocco azzurro che, piaccia o no ai nostalgici del bel tempo che fu, ricorda molto da vicino quello che innervò, con risultati esaltanti, l'Italia di Bearzot fra il '78 e l'82. C'era in linea di massima più classe, all'epoca, forse è in parte vero: ma qualcuno è in grado di affermare che un Buffon o un Pirlo non avrebbero degnamente figurato in quella magica formazione, diventandone anzi degli autentici alfieri? O che Marchisio, per tecnica, personalità, eclettismo e doti atletiche, non abbia le potenzialità per ripercorrere le orme di un Tardelli? Sugli altri nazionali "torinesi", penso principalmente a Bonucci, Barzagli e Chiellini, si può discutere, e riconoscere che sì, certi paragoni sono effettivamente un po' azzardati (basta andare con la memoria a Cabrini e Scirea, per dire), ma non si può negare la loro efficacia, la loro affidabilità, la loro continuità di rendimento anche sul palcoscenico internazionale. 
VIVAIO NOSTRANO - Juventus squadra guida del nostro movimento, e nel senso più autentico del termine. Perché non lo è stata, ad esempio, l'Inter mattatrice dal 2007 al 2010, una multinazionale con pochi elementi prodotti dal vivaio nostrano. Il club bianconero ha scelto invece la strada di una spiccata italianità, l'unica praticabile, del resto, per cominciare a rivitalizzare un football, il nostro, che sarebbe stato destinato a rapida decadenza se le squadre di vertice avessero continuato a puntare su campioni (o presunti tali) di fuorivia, penalizzando sempre più i talenti tricolori. Ed è significativo che, su questa strada, si stia avviando anche il Milan, cui appartiene, non a caso, il secondo blocco azzurro in termini quantitativi, con i vari Abate, De Sciglio, Montolivo, Balotelli ed El Shaarawy ormai presenze fisse del gruppo plasmato da Prandelli. 
GIOCO DI INIZIATIVA - La Juve bicampione è l'immagine migliore, sul piano del gioco, di un calcio italiano che ha scelto di rinnovarsi nella continuità. Ossia di praticare un football di iniziativa, di aggressione, senza tuttavia trascurare i canoni classici della tradizione del nostro Paese, quelli di una attenzione assoluta alla fase difensiva, che invece si sta smarrendo in varie parti della penisola, vuoi per involuzione tattica, vuoi per crisi produttiva di talenti autentici nei ruoli della terza linea (lo dimostra il fatto che il nostro campionato è diventato ricchissimo di gol, da "sparagnino" che era un tempo, ma ciò non può essere considerato positivo in assoluto laddove buona parte di questi gol sono il prodotto di sesquipedali errori delle retroguardie). Anche in questo caso, il "messaggio" è partito dalla Nazionale, che dopo il disastro sudafricano si è reinventata su nuovi canoni di manovra, brillanti e coraggiosi nonché esteticamente più gradevoli, tante volte descritti ed esaltati su queste modestissime pagine. La Vecchia Signora, a partire dall'arrivo in panca di Conte, ha seguito il solco prandelliano e anzi lo ha allargato: quella del trainer pugliese è una compagine che macina gioco a mille, asfissia gli avversari e crea palle gol in serie: questo il marchio di fabbrica, anche se ultimamente tali consegne non sono state sempre rispettate alla perfezione, un po' per ovvio appannamento fisico (penso alle sfide con Palermo e, soprattutto, Milan) un po' per inferiorità nei confronti dell'avversaria, come in Champions League col Bayern. 
LA RIBALTA EUROPEA - L'eliminazione patita per mano dei tedeschi pone un quesito spinoso: perché sì, d'accordo, in Italia i bianconeri dominano e non in modo casuale o fortunato, ma fondando la loro superiorità, come si è visto, su... argomentazioni tecniche solidissime. Però il confronto con Robben e illustre compagnia è stato a tratti impietoso, con la nostra rappresentante che ha praticamente fatto solo il solletico ai debordanti oppositori. Il discorso sarebbe lungo e articolato: che il football italico di club stia perdendo costantemente posizioni in ambito europeo è evidente, e il dramma è che il tempo passa  e non si avvertono miglioramenti (anche quest'anno, come nella stagione passata, nessuna nostra squadra ha varcato lo scoglio dei quarti di finale). Dal team di Conte, però, per qualità di gioco e di interpreti (il cui valore internazionale, lo ripetiamo, è dimostrato dall'ottimo rendimento e relativi risultati in maglia azzurra), ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, quantomeno la capacità di tenere maggiormente in equilibrio la sfida. Ma va detto che il Bayern attuale si pone su livelli stratosferici, e l'epocale passeggiata di salute contro il Barcellona euromondiale lo ha certificato. Sono convinto che la Juve attuale, temprata da questo anno di buona esperienza in Coppa, sempre più sicura dei propri mezzi e con l'aggiunta di non più di un paio di pezzi grossi dalla trequarti in su, potrebbe tranquillamente alzare l'asticella delle ambizioni. "Pezzi grossi" non significa fuoriclasse, attualmente irraggiungibili per l'asfittico mercato italiano, ma giocatori di livello in grado di incidere anche nelle competizioni internazionali: ce ne sono in giro, e si possono portare a casa senza spese folli.


29 SCUDETTI - Dicevo in apertura che, sul campo, la Signora si è liberata dei fantasmi... giuridici del passato recente, e ha messo la testa a cuocere senza vittimismi, dimostrando che la cultura del lavoro rimane la via migliore per il conseguimento dei successi più ambiti. Purtroppo non si può dire lo stesso di tutto ciò che attorno al campo juventino gira. Questo insistere sui "31 scudetti", oltre ad avere stancato, è intollerabile sul piano morale. Posso concedere che chi quei due titoli "maledetti" li vinse (calciatori e allenatore) abbia effettivamente il diritto di  continuare a sentirli propri, perché spese comunque energie fisiche e mentali enormi per centrarli (e non possono esservi dubbi... calcistici quantomeno sul secondo, quello del 2006, vinto dall'alto di una superiorità schiacciante, non dissimile da quella mostrata in questo 2012/13), ma tutte le altre componenti, tifosi e soprattutto dirigenti, che continuano ad avallare questo andazzo non hanno giustificazione alcuna, così come grida vendetta quello scudo con tre stelle e il numero 30 posto all'ingresso del nuovo impianto dopo il trionfo del 2012. 
Quasi tutte le più prestigiose società di calcio italiane, nel corso dei decenni, sono finite nel tritacarne della giustizia, a volte in maniera sacrosanta, altre volte con più di qualche dubbio, ma alla fine, magari obtorto collo, hanno accettato anche i verdetti più amari, si sono rimboccate le maniche e sono ripartite: penso al Milan del 1980, o al Genoa del 2005, ma gli esempi si sprecherebbero. Perché, dunque, insistere con questa ossessione che, oltre ad aumentare la bile del tifoso medio, non giova al clima generale del football nostrano, già sufficientemente avvelenato di suo? E perché la Federazione non prende una posizione veramente netta e risoluta, invece di regalare affabili dichiarazioni come quella del presidente Abete, che, ieri, ha affermato: "Sul numero degli scudetti, la Federazione è stata chiara anche in occasione del titolo vinto l'anno scorso". Suvvia, cosa vuol dire "è stata chiara"? Ci sono sentenze giudiziarie, ci sono revoche e annullamenti sportivi, i titoli sono 29, e da chiarire, caro Abete, non c'è proprio nulla. chi continua ad alimentare, silenziosamente o meno, questo equivoco, andrebbe duramente sanzionato: perché quando si continuano a fare orecchie da mercante alle (blande) reprimende dei vertici, solo le punizioni vere e severe (multe, squalifiche, ecc.) potrebbero portare sulla retta via. Lo potrà fare, forse, una Federazione più forte di quella attuale. La si attende da anni, anche attraverso un doloroso commissariamento, l'unico modo per sbloccare lo stallo in cui si è infilato il calcio tricolore. 

mercoledì 26 dicembre 2012

SERIE A, BILANCIO NATALIZIO: FIORENTINA E LAZIO SU, ROMA GIU', BOLOGNA FIORE NEL DESERTO DEI BASSIFONDI E...

                               Klose, uno dei pochi fuoriclasse assoluti della Serie A

Serie A praticamente al giro di boa. La sosta natalizia giunge quando manca appena un turno alla conclusione del girone di andata, e c'è dunque materiale sufficiente per abbozzare un bilancio di metà stagione. Innanzitutto, la qualità del torneo. Nel complesso, mi pare che il livello tecnico generale sia rimasto sostanzialmente sulla stessa linea, non esaltante, degli ultimi campionati. Non vi sono stati ulteriori passi indietro, e vista la situazione attuale del football nostrano è già un buon risultato. E' vero, sono partiti verso lidi più remunerativi alcuni campioni di levatura internazionale, ma la grande notizia dell'anno è che ne stanno emergendo altri già in grado di non farli rimpiangere, sia sul piano della classe sia su quello del rendimento: il capofila di questo drappello di nuovi eroi del nostro asfittico calcio è senz'altro El Shaarawy, anima, braccio armato e trascinatore del dimesso Milan versione 2012/13. Dire che il ligure non stia facendo rimpiangere Ibrahimovic è perfin riduttivo, eppure proprio l'addio dello svedesone rappresentava la preoccupazione più rilevante per il popolo rossonero; i problemi del team di Allegri sono invece di altra natura, legati al brusco calo di rendimento di certi uomini su cui fino a ieri si poteva fare affidamento a occhi chiusi (l'irriconoscibile Boateng, oppure Nocerino, che solo nelle ultime settimane sta riemergendo da un preoccupante letargo) e sul depotenziamento sostanziale del reparto arretrato (a parte la confortante sorpresa dello scricciolo De Sciglio).
Ma dicevamo del livello tecnico globale: né meglio né peggio del passato, grazie soprattutto alle sei squadre che occupano le posizioni "europee" e a due provinciali "di lusso", Atalanta e Catania, posizionatesi nella "terra di mezzo", il mare della tranquillità del centroclassifica.  Il rendimento di queste "magnifiche otto" e il buon tasso qualitativo del loro gioco sta infatti compensando le brutture della "parte destra" della graduatoria, animata da compagini in caduta libera sul piano della classe dei singoli e della bontà della manovra praticata, tanto che, per loro, sarebbe più corretto parlare di serie A2, senza offesa.
ZONA EUROPA - Juve senza avversari, anche al di là delle già trionfali previsioni estive. L'assenza di un bomber di statura internazionale viene assorbita grazie alla produttività di un gioco collettivo martellante, che porta alla conclusione un po' tutti con grande frequenza (pensiamo alle incursioni spesso vincenti di Lichtsteiner, Vidal, Marchisio). E in avanti, comunque, i vari Vucinic, Quagliarella e Giovinco sono più che sufficienti per abbattere la fragile concorrenza nazionale. In generale, il blocco azzurro del club bianconero sta marciando a grandi passi verso le vette raggiunte da quello storico di fine anni Settanta - primi Ottanta, per carisma ed efficacia in campo; sulle differenze di classe fra i due "gruppi" il dibattito potrebbe essere infinito, non è nemmeno il caso di aprirlo... Insomma, pur essendo giusto (anzi, doveroso) sottolineare episodi scandalosi come quello di Catania, o altri che scandalosi lo sarebbero potuti diventare (contro l'Inter), è pacifico che la superiorità dei torinesi sul resto del lotto sia al momento abissale.
Dietro di loro, si gioca sostanzialmente a ciapanò, nel senso che nessuna è in grado di piazzare una serie positiva sufficiente ad avvicinare la vetta, ma vi sono meriti e demeriti. I meriti sono quelli di Fiorentina, soprattutto, e Lazio, che stanno facendo assai più di quanto è nelle loro possibilità. I viola sono stati anche fortunati, per le tante scommesse vinte sul mercato straniero (in tutti i reparti, da Roncaglia a Rodriguez, da Borja Valero a El Hamdaoui) e per il recupero di due italiani che, per ragioni diverse, parevano perduti per il grande calcio, Aquilani e Toni. Con gli opportuni aggiustamenti, potrebbe essere la squadra boom del futuro. La Lazio si giova di un centrocampo da scudetto, eccellente soprattutto in fase propositiva e nei mortiferi inserimenti dei vari Candreva e Mauri, e di un fuoriclasse come Klose, attaccante completo e inesorabile. Entrambe somigliano ala Juve nella capacità di giungere al gol attraverso molteplici strade offensive, la Viola è anche più piacevole a vedersi, mentre la Lazio sa fare punti, tanti punti, anche nelle giornate di non grande vena, attingendo al proprio serbatoio di concretezza e sfruttando le poche opportunità create, basti guardare l'ultima sfida con la Samp e quella precedente con l'Inter.
Proprio a proposito dei nerazzurri, che quella allestita quasi in.. austerità da Moratti non fosse compagine da lotta per il titolo era intuibile fin dall'estate, quindi non può essere considerata una delusione. Ha un organico da piazzata, non certo da vincente, e il brusco calo di rendimento giunto proprio dopo l'impresa di Torino, che aveva riaperto il campionato, testimonia anche l'inadeguata tenuta mentale del complesso. Più deludente, se vogliamo, il Napoli, ma è un discorso del tutto relativo, visto che comunque i partenopei son sempre lassù: l'incremento numerico della rosa è stato più quantitativo che qualitativo (Gamberini e Behrami a parte), Mazzarri continua a soffrire il doppio impegno (interno ed estero), che invece, per dire, Juve, Lazio e Inter sembrano aver imparato a gestire adeguatamente. Insigne cresce bene, ma è chiaro che non può essere lui, al primo anno di A, a far compiere il passo decisivo verso il traguardo scudetto, mentre l'attacco avrebbe bisogno di pedine alternative più valide del modesto Vargas (se si spengono Cavani e Hamsik è notte fonda), così come iniezioni ad alto tasso di competitività urgono anche per la terza linea.
La vera delusione del drappello di testa è la Roma, che sprigiona gioco a tratti piacevole, sa regalare partite memorabili sul piano delle luminarie offensive, ma è vittima di squilibri e ingenuità tattiche pericolosissime. Il solito Zeman, verrebbe da dire cadendo nella banalità, e allora spostiamo l'obiettivo sull'organico, che per qualità sarebbe in grado di poter competere con la Juve non dico da pari a pari ma... quasi. Il momentaneo fallimento, più che nell'approccio "emozionante" ad ogni gara, sta proprio qui, in una rosa che, sinora, ha espresso appena il 30 - 40 per cento delle proprie potenzialità.

                                         Peluso, uomo chiave dell'ottima Atalanta

IL MARE DELLA TRANQUILLITA' - Nella terra di mezzo c'è il Milan, di cui si è già parlato in apertura, in risalita come i mezzi tecnici gli consentono: mezzi peggiori rispetto a quelli degli anni scorsi, e tuttavia non certo deprimenti come in molti li avevano dipinti. Ma ben più dei rossoneri hanno finora tenuto alto il nome del gioco Atalanta e Catania: organizzazione ed equilibrio tattico e diversi interpreti che, per talento e incisività, meriterebbero di recitare in compagini di primissima fascia. Meno scoppiettante il Parma, che non ha più il Giovinco "settebellezze" della stagione scorsa, con inevitabili conseguenze sulla resa spettacolare che il fantasista in miniatura sapeva garantire a tutto il complesso, ma è costruito attorno a una difesa ultracollaudata e a un centrocampo eclettico e di gran sostanza. In avanti, Amauri fa il suo (non tantissimo, in verità, ma meglio di niente), è mancato alle attese il referenziato Pabòn mentre si stanno esprimendo su livelli del tutto inattesi Belfodil e il... meno reclamizzato dei due Sansone provenienti dalla cadetteria. E Parolo è di nuovo il califfo della zona nevralgica che aveva addirittura conquistato la Nazionale, nel suo primo anno di Serie A a Cesena. Sta infine riemergendo l'Udinese, al momento però lontana dalle vette di buon calcio (spettacolo, intensità, concretezza) toccate nell'ultimo biennio.
NEI BASSIFONDI - La spaccatura fra i... due lati della classifica non è tanto nei punteggi e nei distacchi ma, come detto, sul piano della qualità del gioco. Se davanti si vede un football tutto sommato ancora godibile, dietro c'è un panorama grigio assai, più grigio ancora che in passato. Lotta per la salvezza al ribasso: il Cagliari sembra aver perduto la spinta dei suoi storici "draghi", i vari Conti, Nainngolan e Cossu, artefici di tanti campionati nel segno della tranquillità. E il pasticciaccio Is Arenas, con molte gare giocate in un clima freddo e asettico con spalti deserti o quasi, di certo non aiuta...
Il Chievo ha trovato tre vittorie consecutive con un po' di fortuna (Roma) o profittando del momento più nero delle rivali (Genoa e lo stesso Cagliari), ma anche in questo caso le espressioni di gioco (mai eccelse in verità, ma comunque più che discrete) delle più recenti stagioni fanno capolino sempre più raramente. La Sampdoria, esaltata oltre ogni pudore dai media cittadini che straparlano di progetti a lungo termine, di isola felice e di stadi nuovi da costruire, è in realtà una squadra modestissima, con il buon Gastaldello a reggere quasi da solo le file di una difesa fragile, Obiang e Poli unici nel mezzo a cercar di parlare un linguaggio tecnico adeguato alla categoria, assieme a un Maresca che ha però regalato fin qui pochissime fiammate degne della sua fama un po' appannata, e l'evanescenza del reparto offensivo, con Eder (fisico di cristallo) e Pozzi che si confermano non all'altezza della A, Icardi bravino ma ancora acerbo e Maxi Lopez che fa dentro - fuori per motivi fisici e caratteriali.
Ancor peggio il Genoa, preda di un caos tecnico totale che, oltretutto, ha fatto sembrare molti elementi peggiori di quanto in realtà siano (l'ultima buona prova di San Siro lo conferma). In ogni caso compagine incompleta e mal costruita, che dovrà essere rivoltata come un calzino nell'ormai imminente mercato, puntellando soprattutto il reparto centrale difensivo e le fasce laterali tanto care a Delneri, invece di disquisire su partenze eventuali di Borriello e Immobile, fin qui i minori tra i tanti problemi emersi.
Il Torino è squadra che non ha del tutto espresso le sue potenzialità soprattutto offensive (Bianchi, Cerci e... l'altro Sansone: con questi tre elementi un decoroso centroclassifica dovrebbe essere alla portata, ma finora il loro apporto è stato di molto inferiore alle attese): una difesa rocciosa (rispetto alla media delle dirette rivali), nonostante i guai fisici che stanno tormentando il suo migliore elemento, Ogbonna, e la praticità di un gioco essenziale stanno cavando la squadra fuori dalle sabbie mobili. Involuto fortemente anche il Palermo, che del resto si è presentato ai nastri di partenza con tanti elementi già retrocessi l'anno scorso (Ujkani, Morganella, Von Bergen) e che ha conosciuto, negli anni, un progressivo depauperamento tecnico simile a quello del Genoa, all'insegna delle continue cessioni eccellenti surrogate da acquisti via via sempre meno azzeccati.
Meglio di tutti, là in fondo, è forse il Bologna:  manca di continuità, ha lacune grosse in difesa e anche nel mezzo, ma se in giornata riesce ad esprimere trame di tutto rispetto, grazie anche alle sollecitazioni di un Diamanti che è campione di statura europea e che, con tutto il rispetto per i felsinei, è sprecato in un simile contesto. C'è poi Gilardino che lontano da Genova (e ci avrei scommesso) ha ritrovato le misure di gioco che gli sono più consone, quelle di attaccante efficace sotto porta ma anche abile a manovrare, dialogare, creare spazi. Una sciccheria. Sarebbe un peccato se gli sforzi di tali geni del football e la buona impronta di gioco data da Pioli al complesso venissero vanificati dalla modestia complessiva dell'impianto, soprattutto relativamente alla retroguardia.

martedì 3 luglio 2012

EURO 2012: LE MAGNIFICHE 16 AI RAGGI X, OVVERO... IL PAGELLONE



Chissà quanti ne leggerete, in questi giorni, di voti e di giudizi. Eppure non posso sfuggire alla tentazione di compilare il  pagellone finale, un classico giornalistico a chiusura di queste manifestazioni. Ecco dunque le magnifiche 16 di Euro 2012 di fronte alla commissione d'esame, formata da... me stesso. 
SPAGNA: la più bella del mondo. Il suo gioco morbido ed elaboratissimo, le sue trame inesorabili, oltre a renderla padrona a centrocampo e mortifera in attacco le hanno pure donato una impermeabilità difensiva da record: un solo gol subito in tutto il torneo, nella prima partita, dal nostro Di Natale. Sergio Ramos, come carisma, possanza atletica e puntualità nell'arginare gli attacchi avversari, è il vero erede di Puyol, Iniesta merita di stare nella galleria dei grandi centrocampisti di tutti i tempi, per personalità, completezza tecnico - tattica, capacità di costruzione ed efficacia negli inserimenti, Fabregas e Silva sono due folletti fantasiosi e incontrollabili. VOTO: 9. 
ITALIA: una "grande storica" recuperata al football che conta, dalla polvere sudafricana agli altari di un trono europeo sfiorato. Bilancio in largo attivo, nonostante la gestione, superficiale e non all'altezza, della finalissima, che abbiamo analizzato qui nel post dedicato. I "Mundialisti" del 2006, Buffon, Barzagli (mai così convincente in campo internazionale), De Rossi (fondamentale il suo eclettismo tattico) e il sublime Pirlo tutti in stato di grazia: Andrea merita una citazione speciale, playmaker lucido, ispirato e geniale, determinante anche in fase di filtro, perno imprescindibile della manovra ed esempio per carattere, calma e dedizione alla causa. Fra i "nuovi" si segnala la crescita di Abate e Bonucci e il riscatto di Balzaretti e Montolivo, partiti ingiustamente fra le riserve. Cassano più incisivo del solito nei momenti che contavano, Marchisio, centrocampista polivalente e "guastatore" delle linee difensive avversarie, ad alti livelli fino alla semifinale e poi naufragato come tutti nell'atto conclusivo. Balotelli boom, ma Super Mario ora deve confermarsi. Per il Brasile, e per ciò che ci sarà dopo, ci vogliono nomi nuovi e una nuova mentalità in tutto il movimento calcistico nostrano. VOTO: 8. 
GERMANIA: Una possente macchina da gioco e da gol che ha trovato sulla sua strada un'Italia all'apice della propria parabola, artefice della classica partita perfetta. Come per il Brasile dell'82, solo così si può spiegare il tramonto improvviso delle speranze di Coppa dei teutonici. Che lasciano comunque l'impressione di un complesso ad elevato tasso di competitività, ancora giovane e in grado di poter cogliere, in futuro, gli allori che tutto sommato merita, per sé e per il calcio tedesco tutto, che continua a rappresentare un esempio per il nostro, sia sul piano logistico sia per il coraggio che ha avuto nell'investire massicciamente sui settori giovanili. Il solito impagabile Lahm, efficace sia dietro che in avanti, Badstuber - Hummels cerniera centrale di ampia affidabilità, almeno fin quando non si è trovata davanti Super Mario e l'ispirato Cassano (più meriti dei nostri che demeriti loro), Khedira tuttofare in gran spolvero, in ombra Ozil, spesso indolente, e l'atteso Mueller, bomber di Sudafrica 2010. Per Gomez un avvio fulminante, poi la solita, progressiva emarginazione e il ripescaggio in semifinale, quando i muscoli si erano ormai intorpiditi e il feeling col gol raffreddato. VOTO: 7,5. 
PORTOGALLO: quando Cristiano Ronaldo ha cominciato a travolgere le retroguardie avversarie, sembrava che potesse diventare per i suoi ciò che Maradona era stato per l'Argentina '86. Illusione: il fascino emanato dalla Spagna ha... intorpidito i lusitani in semifinale, piegandoli a una gara di pura attesa e mortificando un gioco offensivo che, al di là di CR7, aveva mostrato in precedenza sviluppi apprezzabilissimi. Resta la continuità agli alti livelli ormai acquisita, restano elementi di assoluta statura internazionale come l'inesauribile Coentrao e il geometrico Meireles, e un Pepe sempre sicuro e ringhiante dietro, ma non più preda di certi eccessi caratteriali del passato. VOTO: 7. 
INGHILTERRA: senza una precisa bussola tecnica a guidarla (cambiare allenatore, e che allenatore, a pochi mesi da una kermesse come questa non è mai evento foriero di buon risultati), piena di troppi elementi di non grandissimo spessore internazionale, fra piedi operai e buoni giocatori che non hanno la statura del campione. La perdita di Lampard è un'attenuante, ma non può bastare a giustificare tutto. Fra i nomi nuovi, Lescott è un difensore di stampo tradizionale ma alquanto efficace, Milner è cresciuto strada facendo con un gran lavoro, quantità e qualità, sul versante destro, Welbeck è una punta ancora in sboccio ma che ha buoni margini di miglioramento, così come Carroll, mento dotato in fatto di classe ma tipico centravanti boa in grado di lavorare soprattutto per i compagni. Urge il recupero completo di Walcott. Inverecondo il catenaccio nel quarto con l'Italia. VOTO: 5,5. 
REP. CECA: ha probabilmente raggiunto il massimo, in rapporto alle potenzialità buone ma non eccelse, rialzando la testa con grande forza d'animo dopo la batosta iniziale con la Russia. Sono piaciuti l'instancabile laterale destro Gebre Selassie, a proprio agio nelle due fasi, il centrale Sibok, il ragionatore Hubschman e gli incursori Pilar e Jiracek, due schegge impazzite che hanno allargato il ventaglio delle soluzioni offensive. In declino Baros, ex cannoniere europeo. VOTO: 6,5. 
GRECIA: i soliti ellenici, maestri di difesa, controgioco e ripartenze fulminee in contropiede. L'unica strategia concessa loro dai limitati mezzi tecnici, ma, come già sottolineato, per andare avanti in un Europeo ci vuole ben altro, anche perché il miracolo, con il medesimo sistema, lo si era già fatto otto anni fa, ed era già stata troppa grazia. Papadopoulos e Sokratis "pignatte" in retroguardia, Karagounis trascinatore nel mezzo, qualcosa di più di un semplice leader carismatico, Samaras cavallone dai grandi slanci offensivi, ancorché non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. VOTO: 6. 
FRANCIA: per i transalpini, è come se l'Europeo non fosse mai iniziato. Una sola partita vera, quella vinta sull'Ucraina che di fatto è valsa il superamento del turno; prima, il "nascondino" con l'Inghilterra, e dopo, il crollo contro la Svezia già eliminata e una recita all'insegna dell'impotenza contro i campioni uscenti (e poi... entranti).  Non un guizzo, non una trovata tattica dalla panchina, due anni di ricostruzione gettati alle ortiche con una spedizione all'insegna del bassissimo profilo, una modestia generale, la sensazione di potenzialità notevoli rimaste inespresse: Blanc, il cittì del futuro, già al capolinea, gran confusione nell'Esagono. Tanto fumo e poco arrosto per Ribery, esplosione mancata per Nasri, il nulla offensivo da parte di Benzema (in rapporto alle attese, forse, la delusione singola più grossa). Son piaciuti il versatile difensore Debuchy, il prezioso Cabaye, continuo e sostanzioso fervore nel mezzo e pericolosi inserimenti, e il sicuro portiere Lloris. Troppo poco. VOTO: 4,5. 
RUSSIA: forse è entrata in forma troppo presto. Travolgente successo in amichevole sull'Italia, lezione di gioco e vittoria schiacciante sui cechi al debutto. Poi si è trovata di fronte la miglior Polonia del suo deficitario torneo, e una Grecia ripresentatasi per una volta in versione 2004. Una serata non irresistibile, quella, per i russi, ma anche sfortunata, con grandi occasioni mancate e Dzagoev a un passo dal gol qualificazione nel finale. Euro 2012 avrebbe guadagnato parecchio, in termini di qualità di gioco e spettacolarità, dal passaggio del turno del team di Advocaat: sugli scudi i poderosi affondo del laterale sinistro Zhirkov, la paziente tessitura di Denisov, le percussioni di Kerzhakov e i guizzi sotto porta della citata rivelazione Dzagoev. Meritavano di più. VOTO: 6+. 
CROAZIA: biscotto o non biscotto, ha fatto il suo e alla fine, nel suo girone, è passato chi lo meritava di più (Spagna e Italia). Una buona gara d'esordio con l'Eire, ingigantita dai grossi limiti degli avversari e da qualche decisione arbitrale favorevole, poi un'ora a subire l'iniziativa di una brillante Italia, che ha avuto il solo demerito di non raddoppiare, come avrebbe potuto; infine, una recita fondamentalmente in soggezione di fronte  alle Furie Rosse, ancorché condita da un paio di occasioni clamorose che avrebbero potuto cambiare la storia  dell'Europeo (non solo del nostro, ma magari anche di quello iberico). Il vecchio Pletikosa è sempre un discreto numero uno, Corluka e Schildenfeld hanno fatto buona guardia dietro, con qualche sbavatura legata anche al notevolissimo valore degli attaccanti affrontati; Modric e Rakitic ispirati assai in fase di produzione del gioco. VOTO: 6-. 
SVEZIA: squadra non irresistibile, aggrappata alle troppo alterne lune di Ibrahimovic. Ha scontato al debutto il furore casalingo dell'Ucraina e l'ultima recita da campione del sublime Shevchenko, ha gettato il cuore oltre l'ostacolo con gli inglesi, ha letteralmente dominato i francesi, ma a eliminazione già maturata. Insomma, la solita Svezia, non in grado di andare oltre qualche exploit isolato. Si è rivisto su livelli di eccellenza Mellberg, califfo dietro e incisivo in avanti, Wilhelmsson inafferrabile movimentatore offensivo nell'ultima gara. VOTO: 5,5. 
UCRAINA: lo slancio del primo match aveva addirittura fatto pensare a un cammino lungo e fruttuoso. Il fattore campo sembrava averne moltiplicato le risorse, Sheva era risorto a nuova vita, castigando gli svedesi. La sfida con la Francia è stato l'esame di maturità internazionale mancato: troppo timidi e a corto di soluzioni tattiche, praticamente impotenti, gli uomini di Blokhin. Generosa e sfortunata la prova con gli inglesi, ma, al di là del gol non visto dal giudice di linea, troppe incertezze in fase conclusiva: la mancanza di lucidità e precisione a tu per tu col portiere è uno dei fattori che determinano lo stacco fra discrete, buone e grandi squadre. Cosa rimane: l'applicazione difensiva di Kacheridi, le vertiginose percussioni di Konoplyanka, i buoni mezzi tecnici di Garmash, regista ancora discontinuo, l'irriducibilità dei veterani Voronin e Tymoshchuk. VOTO: 6. 
DANIMARCA: di più non poteva fare, e col successo (diciamo la verità, un po' fortunoso) sull'Olanda ha comunque realizzato una piccola impresa, di quelle che impreziosiscono l'Europeo di certe Nazionali di livello medio. Rabbiosa ma inutile rimonta col Portogallo, tenace resistenza di fronte alla Germania dalle mille risorse. Simon Poulsen è un difensore di cui sentiremo parlare, Kvist un generoso gregario, Khron - Dehli una punta di discreta affidabilità. VOTO: 6--. 
POLONIA: l'appuntamento era di quelli storici, ma è stato miseramente fallito, complice una pochezza tecnica che, del resto, dava ben poche prospettive alla squadra di Smuda. Eppure, sarebbe bastato vincere il non impossibile esordio con la Grecia, rovinato da clamorose incertezze difensive, per incanalare l'Europeo su binari forse diversi. Non molto da salvare: l'impetuoso incursore Blaszcsykowski, gran movimento e piedi buoni, gli ordinati tessitori Murawski e Polanski. Sotto le attese Lewandowski, che spesso ha dovuto fare per tre, agendo anche in rifinitura, perdendo così lucidità e killer instinct sotto porta. VOTO: 4,5. 
OLANDA: era attesa fra le prime quattro, ha chiuso con l'avvilente bilancio di tre sconfitte. La delusione più grossa: condizione atletica e psicologica precaria per troppi uomini chiave, manovra non sorretta da adeguati dinamismo e brillantezza, scelte tattiche discutibili soprattutto per la difesa, Van Persie divoratore di gol, Robben alla lunga un po' monocorde nelle sue azioni. Eppure, nonostante il motore quasi spento, una gragnuola di palle gol, segno che le potenzialità della squadra, se gestite nella maniera giusta e se sfrondate da certe imperfezioni, sono ancora notevolissime. Qualcosa da cambiare (e da svecchiare) c'è, ma molti di questi giocatori possono arrivare a Rio de Janeiro. VOTO: 4. 
EIRE: ai precedenti appuntamenti internazionali, purtroppo lontani nel tempo (l'ultimo prima di questo, il mondiale nippo - coreano del 2002) si era presentata con ben altri mezzi tecnici. Una formazione davvero povera di classe, cui non ha giovato la mentalità sparagnina di Trapattoni, che può senz'altro andare bene per superare i turni eliminatori, ma è destinata a insuccesso sicuro nelle fasi finali, come già ampiamente sperimentato in passato anche con formazioni assai più qualitative (l'Italia del 2002 e quella del 2004, disastri targati Trap). Incredibilmente involuto il portiere Given. VOTO. 4+.