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domenica 9 ottobre 2011

UN'ITALIA "QUASI" EUROPEA

Per mezz'oretta, è stata già un'Italia da Europeo: spietata, autoritaria, sicura di sé, in poche parole "adulta". Partite come quella di venerdì sera al Marakanà rappresentano la dimostrazione di quali ancora siano, nonostante la cattiva gestione politica e finanziaria, i disagi dei vivai e l'invasione straniera che sta soffocando le nuove leve nostrane, le enormi potenzialità del nostro movimento calcistico, della nostra scuola. Si badi, non si sta parlando qui della caratura tecnica della squadra azzurra: ho già scritto, e lo ribadisco, che abbiamo avuto, eccome, Nazionali più forti di questa. Il riferimento è alle risorse di talento e di classe in dote al nostro calcio, che in una congiuntura così critica come quella attuale hanno comunque permesso un rinnovamento dei ranghi tale da portarci a una resurrezione fragorosa, a poco più di un anno da uno dei più colossali disastri nella storia della nostra rappresentativa. 
Quindici mesi fa, subito dopo il Mondiale, i più pessimisti parlavano di anno zero per il nostro calcio, i più ottimisti dicevano che, pur dovendosi attendere un miglioramento, sarebbe stato difficile rivedere l'Italia su livelli decenti in tempi brevi. La squadra di Prandelli, invece, ha bruciato le tappe. Il 2011 è stato un anno di esami superati: c'era quello, fondamentale, della qualificazione europea, perché puoi crescere finché vuoi ma se non ottieni risultati tutto viene vanificato; e poi c'era quello, ben più importante in prospettiva, della valutazione della caratura internazionale del gruppo azzurro. Caratura internazionale ridotta ai minimi storici dalla seconda, sciagurata gestione Lippi.
Dopo gli impacci della prima fase della nuova era, culminata nell'orrida amichevole di Klagenfurt con la Romania (saggio di non gioco all'ennesima potenza), il test di febbraio a Dortmund con i tedeschi ha fatto scattare la scintilla: al cospetto di una delle Nazionali al momento più forti al mondo (dopo il Mondiale, la conferma nello strepitoso ruolino di marcia nel girone di qualificazione europeo, fatto di sole vittorie), i nostri hanno sfoderato gli artigli, giocando a testa alta e senza paura e strappando un meritato pareggio in rimonta. Il gruppo ha assunto una fisionomia tecnica e tattica definita e ha visto sbocciare prepotentemente la propria personalità, liberandosi nel contempo dell'enorme carico psicologico ereditato dai disastri mondiali: dopo, tutto è venuto di conseguenza. Le vittorie in Slovenia e Ucraina, l'affermazione agostana sulla Spagna, il successo qualificazione ostinatamente inseguito e alfine raggiunto nel retour match con gli sloveni a Firenze e, a coronamento, il pari di Belgrado. Tutti risultati ottenuti mai rinunciando al gioco, che magari procede a strappi e non sempre attinge vette di eccellenza, ma c'è, si vede, e si vede la volontà della squadra di voler manovrare, costruire, senza più affidarsi a soluzioni caotiche ed estemporanee. 
Torniamo dunque al punto di partenza: al Marakanà, la prima mezz'ora è stata giocata su livelli che, già da ora, ci consentirebbero di affrontare il viaggio in Polonia e Ucraina con legittime speranze. Autorevolezza, concretezza, carattere. Giocatori senza più tremarella al cospetto dei grandi impegni internazionali (la crescita impetuosa di Marchisio ne è il miglior emblema), capaci di reggere alla pressione di un ambiente caldo e ostile con la forza dei nervi distesi. Si dirà: con la qualificazione in tasca si gioca più tranquilli. Già, ma con la qualificazione in tasca si può anche andare su certi campi a sbracare e a prendere sonori ceffoni. In circostanze ambientali oggettivamente sfavorevoli e contro una compagine comunque di buona grana tecnica, i nostri hanno esercitato un predominio tattico e di manovra evidente, a tratti irretendo perfino l'avversario. 
Poi, non essendo ancora al livello delle grandi, è chiaro che non potesse durare. Germania  e Spagna, già qualificate, hanno vinto sui campi di grosse squadre che si giocavano tutto o quasi, Turchia  e Repubblica Ceca. A noi, questo killer instinct ancora manca, ma la sensazione è che stia prendendo forma. Il resto l'ha fatto la furia serba, di fronte alla quale del resto sono andate in difficoltà, in passato, anche compagini azzurre più scafate di quella attuale (penso all'Italia del Trap del 2003, evocata nel mio precedente post, o a quella bearzottiana che nell'81, da quelle parti, soffrì le pene dell'inferno, uscendo indenne grazie alle prodezze di Zoff). 
Rimane, a parte il punto, un patrimonio prezioso da salvaguardare. Un patrimonio di mentalità e personalità. E qualche problema tattico e tecnico da risolvere: Chiellini, ad esempio, è meglio che ritorni al centro, perché sulla fascia non è più in grado di fornire quello sprint nelle proiezioni che sanno dare Criscito e Balzaretti. Il centrocampo si sta rivelando la sorpresa più piacevole di questa Italia: è necessario però che gravi meno lavoro sulle spalle di questo splendido Pirlo,  e che Montolivo si assuma più responsabilità e lavori più palloni: ha le doti per diventare un autentico califfo della zona nevralgica, è cresciuto molto ma da lui è lecito attendersi ancora di più. Detto di un Marchisio cursore e incursore devastante, c'è un attacco che deve concretizzare di più: a Belgrado si poteva andare sul 2-0, Rossi in azzurro continua a sbagliare troppo sotto porta, ma il suo contributo di vivacità e di soluzioni offensive resta fondamentale. Abbinarlo ad attaccanti leggeri come Cassano però non è il massimo, secondo me: Pazzini e Balotelli meritano la maglia da titolare, Matri rimane una eccellente alternativa e il cittì crede molto in Osvaldo, a proposito del quale non si comprendono le perplessità sulle sue origini: il ragazzo è italo - argentino e ha già fatto parte della nostra Under 21, perché mai non potrebbe giocare nella rappresentativa maggiore? 
In vista di Pescara, ha ragione il tecnico a non voler rivoluzionare la formazione, per non rischiare l'effetto Cipro (l'ultima partite delle ultime eliminatorie mondiali, che Lippi, già qualificato, affrontò con un undici inedito rischiando una sconfitta storica, prima che Gilardino gli togliesse le castagne dal fuoco), ma c'è la necessità di far crescere l'esperienza internazionale di giocatori che potranno venir utili, come Sirigu, Astori, Aquiliani e Giovinco. 

mercoledì 5 ottobre 2011

AMARCORD: SERBIA - ITALIA DEL 2003, L'ILLUSIONE AZZURRA DEL TRAP

Serbia - Italia è una sfida quasi inedita. Chiariamo subito: di precedenti, con la vecchia Jugoslavia unita, ce ne sono a bizzeffe, quasi tutti storicamente significativi, alcuni di grandissima rilevanza (pensiamo solo alla doppia finale dell'Europeo '68 a Roma, l'unico finora vinto dagli azzurri). Ma, tutti lo sapranno però è sempre meglio ribadirlo, la mitica selezione plava, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta, era un'altra cosa: c'erano dentro serbi, croati, bosniaci, sloveni, macedoni, montenegrini, insomma, tutte le etnìe di quel martoriato Paese. Dal '91 in poi, in seguito ad eventi politici e bellici che sarebbe lungo e anche improprio rievocare in questa sede, le varie realtà hanno via via acquisito autonomia anche sportiva, prima la Slovenia e a seguire tutte le altre. 
La Jugoslavia, pur ridotta in pratica alle sole Serbia e Montenegro,  mantenne comunque il suo nome, anche calcisticamente, fino al 4 febbraio del 2003, e in tale veste iniziò le qualificazioni a Euro 2004: il confronto con l'Italia giocato a Napoli nell'ottobre del 2002, e chiusosi sull'1-1 (Mijatovic e Del Piero in gol, quest'ultimo con una deviazione avversaria), rappresentò di fatto l'ultimo confronto fra la nostra rappresentativa e quella slava. 
NASCE LA SERBIA - MONTENEGRO - Poco meno di un anno dopo, settembre 2003, gli azzurri trovarono in campo, per il retour match di Belgrado, la nuova rappresentativa della Federazione di Serbia e Montenegro. Ed è questo l'unico precedente ufficiale (ossia coi tre punti in palio) autentico fra le due squadre, al quale fece seguito, nel giugno 2005, un'amichevole disputata a Toronto, nell'ambito di una tournée della selezione di Lippi, e chiusasi sull'1 a 1 (Lucarelli a segno per noi). Si tratta comunque di due precedenti "spuri", perché ben presto anche i montenegrini acquisiranno totale indipendenza anche sui campi di football, e avranno proprio con noi uno dei primi confronti ufficiali, nell'ambito del girone eliminatorio per la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ma questa è un'altra storia... 
LA SECONDA ITALIA DEL TRAP - Torniamo dunque a quel confronto di otto anni fa. Era la... seconda Italia targata Trapattoni. La prima, nata e cresciuta fra l'entusiasmo generale, aveva affrontato il Mondiale del 2002 nel ristretto novero delle grandi favorite, ma ne era uscita con le ossa rotte agli ottavi, per fattori esterni (alcuni arbitraggi furono effettivamente vergognosi, e il più scandaloso non fu certo quello famigerato di Byron Moreno nel confronto con la Sud Corea) ma anche interni, ossia rendimento nettamente sotto le attese di diversi protagonisti (in primis Totti, che doveva essere una delle grandi figure del torneo) e clamorosi errori e incertezze di gestione, da parte dei uno dei tecnici più vincenti nella storia del calcio italiano e internazionale. Insomma, si cadde dall'alto e ci si fece malissimo, tanto che la squadra continuò per mesi a portare i segni di quella traumatica esperienza: il dopo - Mondiale, apertosi con una sconfitta con la Slovenia già rievocata su questo blog, proseguì con un incerto avvio nelle eliminatorie europee culminato con la sconfitta in Galles. A quel punto, e si era nel tardo autunno del 2002, la qualificazione per il torneo continentale pareva compromessa, e la panchina del Trap, a cui il presidente federale Carraro aveva rinnovato la fiducia dopo la Corea (non si è mai capito se per convinzione autentica o per... mancanza di alternative immediate) terribilmente traballante. 
Fu a quel punto che ci fu una piccola svolta: il tecnico decise di smuovere l'ambiente aprendo le porte della squadra a giocatori non di primissimo piano, sul piano della militanza di club e dello spessore tecnico, eppure meritevoli di una considerazione che, fino a quel momento, era stata loro negata. A partire dall'amichevole novembrina con la Turchia a Pescara, ecco immessa nel serbatoio azzurro la benzina di gente come Nervo, Di Natale, Corradi, Legrottaglie, Perrotta, Camoranesi, Miccoli. L'intento di Trap era duplice: allargare la rosa dei giocatori con esperienza internazionale, e scuotere alcune grandi figure azzurre che, a partire dal Mondiale, sembravano essere sprofondate nel torpore, forse per mancanza di concorrenza. 
UN 2003 MEMORABILE - L'effetto fu dirompente: la squadra riacquistò brio, molti dei nuovi fornirono un contributo talmente sostanzioso da entrare in pianta stabile nel giro, e la loro presenza servì da stimolo ai vecchi (nel senso di militanza) azzurri, che ritrovarono motivazioni e rendimento. Ne nacque un 2003 sensazionale, con la bellezza di sette vittorie consecutive (una addirittura in Germania, con splendido gol di Vieri) e l'impetuosa risalita nel girone di qualificazione europeo, culminata con il trionfo milanese sul Galles (che aveva inizialmente preso la vetta grazie a una partenza strepitosa): tripletta di Inzaghi e prestazione scintillante, pochi giorni prima della trasferta belgradese. 
Gli slavi, dal canto loro, erano una delle delusioni della fase eliminatoria, essendo incappati in passi falsi incredibili (quattro punti su sei lasciati all'Azerbaigian!), e in quel momento avevano come unico, difficile obiettivo quello del secondo posto nel girone, che avrebbe dato loro l'accesso ai playoff. 
LA SFIDA DI BELGRADO - Ecco, è questo il quadro d'assieme in cui le due squadre, in quel settembre 2003, scesero in campo nel maestoso Marakanà, per la verità mezzo vuoto. Per la nostra squadra era e rimane uno dei campi tradizionalmente più ostici, eppure partimmo favoriti, sull'onda dello straordinario filotto di risultati di cui si è detto e del gioco scintillante mostrato coi britannici. 
La gara dei nostri deluse invece le attese, e rischiò di tramutarsi in un nuovo scivolone trapattoniano. I padroni di casa, consapevoli di essere all'ultimissima spiaggia, ci schiacciarono fin dall'inizio, e fu subito sofferenza. Centrocampo tagliato fuori, ma la difesa resse egregiamente e davanti c'era un Inzaghi in stato di grazia: dopo alcune occasioni fallite dai serbi, Pippo sfruttò un lungo lancio dalla retroguardia incuneandosi nella stranita difesa avversaria e freddando Jevric di sinistro. Quel gol cambiò la partita fino all'intervallo, l'Italia prese possesso delle redini del match, sfiorò il raddoppio con Vieri e si vide negare un rigore ancora sullo scatenato Superpippo. Ma nella ripresa i locali tornarono a caricare col sangue agli occhi, e gli uomini del Trap non riuscirono più a ripartire con i loro contropiede mortiferi: nel finale giunse dunque, meritato, il pari di Ilic.
LO "STELLONE AZZURRO" - Serviva a poco ai serbi, ma era anche un mezzo buco nell'acqua per l'Italia, che avrebbe rischiato di dover andare agli spareggi fra le seconde se non fosse giunto in aiuto il classico italico stellone: il Galles si fece clamorosamente fermare sul pari interno dalla Finlandia, in caso di vittoria si sarebbe presentato al turno finale (da giocare ancora in casa di fronte agli slavi ormai fuori dei giochi) con un punto di vantaggio sui nostri. Così non fu, nell'ultima gara l'Italia dispose con facilità dell'Azerbaigian a Reggio Calabria e volò in Portogallo. Dove il secondo fallimento, dopo quello coreano, consegnò alla storia azzurra Trapattoni come il peggior commissario tecnico del dopoguerra, in rapporto alla qualità del materiale umano avuto a disposizione. 

mercoledì 7 settembre 2011

IN FONDO AL TUNNEL, UNA LUCE AZZURRA

In una fase storica così delicata, diciamo pure critica, per il calcio italiano, è bello scoprire di potersi riaggrappare alla maglia azzurra. E' bello ritrovare, nella Nazionale, il simbolo più pulito e, vivaddio, vincente di un movimento che ha un disperato bisogno di risanarsi, ristrutturarsi, modernizzarsi, recuperare competitività e credibilità a livello internazionale. 
AZZURRI IN UN CANTUCCIO - Il nostro football, più che in altri Paesi, ha da tempo imboccato la via più biecamente commerciale, privilegiando l'attività di club con tutti gli introiti che essa è in grado di garantire (salvo, poi, ritrovarsi in rosso continuo, per non saper sfruttare le nuove fonti di guadagno offerte dal calcio del Duemila, non ultima il merchandising: ma questo è un altro discorso). La Nazionale viene da tempo vissuta più che altro come un fastidio, un intervallo noioso e mal sopportato fra una giornata di campionato e un turno di Champions. Ma quelle maglie color cielo, con la loro storia, la loro magia, le leggendarie imprese che hanno saputo realizzare, i valori autentici che da centouno anni portano in giro per il mondo, sanno sempre prendersi la rivincita. 
Lo scempio sudafricano sembrava destinato, nella generalità delle previsioni, ad aprire una lunga fase di grigiore per la nostra rappresentativa, seguendo a ruota il crollo di tutto il nostro carrozzone calcistico. 
E invece no: fra mille difficoltà e scetticismo quasi unanime, mister Cesare Prandelli si è messo di buzzo buono, ha lavorato con pazienza certosina sul materiale umano a disposizione (che non è eccezionale, ma nemmeno così scadente come viene dipinto da tantissimi, sia addetti ai lavori, sia, ed è la cosa più grave, tifosi, che pare godano nel dipingere il nostro football come uno dei peggiori del mondo), et voilà, in poco più di dodici mesi ci ha restituito una squadra decorosa e, cosa ancor più importante, una qualificazione europea conquistata con due turni d'anticipo. 
IL CAMMINO DI UN ANNO - Quelli di cui sopra, quelli che sminuiscono per professione, diranno che il girone non era granché. Sarà: c'era di peggio, ma Serbia, Slovenia e Irlanda del Nord non sono clienti comodi per quasi nessuno, senza contare che, al di là della diversa caratura tecnica delle tre, si tratta proprio del tipo di squadre che, agonisticamente e tatticamente, riesce maggiormente indigesto alla nostra Nazionale. 
Prandelli ha innovato dove poteva, lanciando con decisione tutti i giovani pronti a simili ribalte; ha dato fiducia a gente ignorata (Balzaretti) o sottoutilizzata (Maggio, Cassani, Pazzini) dall'illustre predecessore; ha ricaricato alcuni reduci del Mondiale che, in Sudafrica, erano parsi talmente brutti da non sembrare nemmeno calciatori di Serie A (Marchisio). Ha puntato con decisione sull'unico oriundo plausibile, Motta, dopo gli esperimenti abortiti di Amauri (inadatto a giocare in qualsiasi Nazionale di alto livello) e Ledesma (che forse è capitato nel momento peggiore, con la squadra ancora priva di una identità tattica). 
Certo, ha anche commesso degli errori: come quando, per la non - partita di Genova coi serbi, pensò bene di ripescare uno Zambrotta che ormai alla causa azzurra non poteva più dare granché; o come quando ha deciso, all'inizio del mandato, di fare di Cassano uno dei cardini del suo progetto di ricostruzione, quando è evidente, dimostrato dalla storia e dalla cronaca (vedasi partita di questa sera) che il pugliese non è assolutamente in grado di essere risolutivo, in campo internazionale, quando il livello degli avversari si alza. Ma rimane il grande merito di aver ridato un volto dignitoso a una squadra rasa al suolo. 
Si può dire che questa nuova Nazionale abbia cominciato a prendere forma a Dortmund, in febbraio. Quel pareggio con la Germania ha dato convinzione e fiducia in quantità, ma ha anche fatto capire al mondo che il gruppo così scarso non era.  Da allora, una confortante continuità di rendimento su livelli medio - alti, con alcuni sprazzi di gioco veramente notevoli (come nell'amichevole di Bari con la Spagna) e poche autentiche cadute di tono (con l'Eire in giugno, poco significativa amichevole di fine stagione, e con le Far Oer alcuni giorni fa). 
IL MATCH CON LA SLOVENIA - Questa sera, in una Firenze che alla fine è riuscita a portare allo stadio circa 20mila persone (meglio che niente, coi tempi che corrono), la conferma di un trend moderatamente positivo, quello di una compagine che sa superare immediatamente i momenti difficili e aggiungere qualcosina in più ad ogni uscita. La prova è stata più che sufficiente: mancano sovente continuità nell'azione,  ritmo e rapidità a sostenere la manovra di una squadra che troppo spesso si perde in una ragnatela di inconcludenti passaggi. Ma alla fine le palle gol arrivano: ne ha avute parecchie sui piedi un De Rossi su livelli di rendimento che dovrebbero confortare i tifosi della Roma: onnipresente in campo, non ha saputo sfruttare due sontuosi assist di Montolivo, il secondo a pochi centimetri dalla porta. Già, Montolivo: pure a lui manca la continuità, ma la sensazione è che si stia calando nella parte con una personalità via via più in rilievo, e che senta questa Nazionale sempre più sua (oltre agli assist, rapide verticalizzazioni a sveltire l'azione, da segnalare un colpo di testa con palla di poco a lato nella prima frazione). 
 Rossi il solito furetto, ma al solito troppe volte impreciso nelle conclusioni: un diagonale a lato nel primo tempo, una gran botta al volo da distanza ravvicinata alta di poco nel secondo, dopo che ancora De Rossi, in mischia sotto porta, aveva mancato altre due opportunità. Pochi lampi di Cassano (un insidioso tiro da lontano nel finale di primo tempo), come detto, mentre Pazzini ha fatto il suo dovere, segnando un gol da grande opportunista (rimpallo favorevole sfruttato e botta fulminea nel sette) e Balotelli ha mostrato finalmente voglia e cuore, sfiorando nel finale, con un gran destro dalla distanza, un gol che avrebbe meritato. 
Si è sofferto un po' dietro, perché la Slovenia ha qualità, sa difendersi e sfruttare i varchi che le si aprono davanti: una serie di conclusioni dalla distanza respinte da Buffon, pericolose quelle di Koren e Kirm, e un contropiede che, a metà ripresa, poteva avere conseguenze devastanti, se Ilicic, al momento di involarsi solitario verso il nostro portierone, non avesse ciccato malamente il pallone. In terza linea, Ranocchia sempre più disinvolto, classe e tempismo negli interventi con la giusta durezza,  Balzaretti a tratti devastante nelle sue discese (come anche all'andata), Cassani più "trattenuto" ma sempre propositivo. 
Insomma, l'Azzurra c'è, è migliorabile ma viva e vitale, e noi le affidiamo con piacere il compito di ridare dignità a un calcio malato e in crisi di immagine. 
CARLO CALABRO'

martedì 6 settembre 2011

ITALIA - SLOVENIA: I PRECEDENTI

Italia - Slovenia è, in chiave storica, un confronto "in fasce", ovvia conseguenza della giovane età della nazione ex jugoslava, per cui il romanzo dei precedenti è forzatamente ridotto all'osso. Rimanendo ai confronti disputati in casa azzurra, la prima volta fu nel settembre 1995, a Udine, ed era gara di qualificazione agli Europei come quella che andrà in scena stasera a Firenze. Vicecampioni del mondo contro una delle ultime rappresentative arrivate nel grande arengo internazionale: eppure si sapeva che non sarebbe stata sfida impari, perché già all'andata i nostri avevano sofferto le pene dell'inferno, rimediando un 1-1 con legittime proteste slovene per una rete non concessa dall'arbitro (tiro di Milanic, palla sulla traversa e poi oltre la linea bianca). In Friuli le cose andarono un po' meglio, sul piano del risultato: 1-0, decise Ravanelli con un bel sinistro dal basso verso l'alto nelle battute iniziali del confronto. Per il resto, gioco di livello modesto, come troppo spesso accadde durante la gestione Sacchi: pali di Albertini e Di Matteo a legittimare il successo, ma anche sbandate paurose di Tacchinardi, schierato come centrale difensivo, un ruolo chiaramente a lui non congeniale, e un paio di decisivi prodigi di Peruzzi, in quel periodo all'apice della carriera. 
Per il secondo appuntamento casalingo occorre fare un salto di sette anni, ed eccoci all'agosto 2002. Per il vernissage di una stagione che avrebbe proposto il girone di accesso a Euro 2004, si giocò in amichevole a Trieste: la Nazionale azzurra era ancora in piena crisi post Corea, il caos tecnico e tattico regnava sovrano, Trapattoni era stato confermato alla guida della squadra ma la sua panchina traballava più che mai. Aggiungiamoci la forma fisica veramente precaria (si inaugurava allora la consuetudine delle amichevoli agostane, fino ad allora per noi sconosciute) e il fatto che quella slovena fosse una rappresentativa nel frattempo cresciuta, cresciuta tanto in fretta da aver centrato, negli anni precedenti, una qualificazione europea e una mondiale. Il risultato fu che la stagione iniziò come si era concluso il Mondiale: con una sconfitta, un 1-0 firmato dal "leccese" Cimirotic. Sul campo, un'Italia involuta e poco ispirata, sfortunata in Doni (palo) e in Inzaghi (rigore negato), esordio senza tracce di Brighi, gioiellino bolognese, e poco altro. Animosità eccessiva in campo, con i nostri avversari pronti ad alzare fin troppo il tono agonistico e gli azzurri che alla lunga non si tirarono indietro, ma soprattutto scenario desolante sugli spalti, con incidenti provocati da ultras sloveni e gara a rischio sospensione. Una serataccia, con in più un'altra nota di tristezza: fu l'ultima telecronaca azzurra di Bruno Pizzul, che tuttavia, con l'umiltà che da sempre lo contraddistingue, sminuì la portata dell'evento: "Ringrazio tutti per gli attestati di stima - disse in diretta tv - ma non è la fine del mondo: a Dio piacendo, la vita continua...".  
L'ultimo rendez - vous è sicuramente il più significativo: ottobre 2005, Italia e Slovenia di fronte a Palermo, città che, in quel periodo, diciamo anni Novanta e primi Duemila, fu una delle sedi azzurre più gettonate dalla Federazione. Partita significativa, dicevamo, perché il successo per 1 a 0 (punteggio assai ricorrente, come si è visto, nei confronti fra i due Paesi) significò per noi la conquista con un turno di anticipo del pass per Germania 2006, dove poi accadde quel che sappiamo. Il match in sé non fu nulla di trascendentale, così come poco memorabile fu la cornice: una Palermo insolitamente fredda e stadio ben lontano dal tutto esaurito. La gara, dicevamo: azzurri col pallino costantemente in mano, ma a corto di idee e piuttosto prevedibili e monotoni nella loro azione offensiva. Nel primo tempo solo un gol annullato a Gilardino, per oscuri motivi, un bel destro di Totti e qualche errore di misura da parte di Toni. Nella ripresa, più brillantezza, ancora un'occasionissima di testa per Toni (appena passato dal Palermo alla Fiorentina e per questo accolto con freddezza alla Favorita) e infine il gol decisivo, siglato in mischia, di testa in tuffo e probabilmente non senza l'ausilio di una deviazione, da Zaccardo, da poco entrato in campo e non sempre fortunatissimo nelle sue apparizioni azzurre. 
CARLO CALABRO'

sabato 3 settembre 2011

LE GOLEADE NON FANNO PER NOI

Primo o poi qualcuno dovrà spiegarci quale sia la tara tattica o psicologica che impedisce alla Nazionale italiana  di fare ciò che riesce quasi sempre a tutte le grandi storiche, allorquando sono opposte a squadre modestissime: goleare, goleare senza pietà. Gli ultimi esempi sono di questa stessa sera: l'11 a 0 dell'Olanda contro San Marino, o il 4 a 0 (esterno) del Portogallo a Cipro, squadra che oltretutto, pur rimanendo su livelli qualitativi piuttosto bassi, non è più il materasso di qualche anno fa. La Germania, poi, ne ha fatti 6 (a 2) all'Austria, che è in gravissimo declino ma non può ancora considerarsi una delle Cenerentole d'Europa. 
NIENTE VENDEMMIATE - L'Italia fa storia a sé. L'Italia va a far visita ai dopolavoristi (non è considerazione spregiativa, ma semplice realtà dei fatti) delle Far Oer, che all'andata ha superato nettamente per 5 a 0 (chiamiamola una mini - goleada, comunque soddisfacente): è lanciata verso la qualificazione, è galvanizzata dal successo in amichevole sulla Spagna, dovrebbe fare un sol boccone degli avversari. Invece, dopo un avvio promettente, 1 a 0 e ringraziare, con scene di patetica sofferenza nel finale del match. Tutto già visto, già vissuto. Qui infatti non c'entra la delicata fase tecnica che sta attraversando il nostro movimento calcistico. Questa misteriosa "tara" è transgenerazionale, colpisce le rappresentative azzurre più qualitative come quelle un po' più povere di talento. Proprio contro le Far Oer, squadra da sempre fra le meno competitive del globo terracqueo, vide i sorci verdi addirittura l'ultima Italia campione del mondo, nel 2007, prima vincendo di misura a Torshavn (addirittura subendo un gol e rischiando il pari) e poi limitandosi, a Modena, a uno striminzito 3 a 1. 
UN FILM GIA' VISTO - Il copione è quasi sempre lo stesso: si comincia pieni di buone intenzioni, si fa gioco e si creano occasioni, ma i gol non arrivano, o ne arriva uno solo. Così, a lungo andare, la squadra si innervosisce, perde brillantezza, consente agli avversari di organizzarsi e di fare mucchio dietro, e, se le cose si mettono male, va addirittura in affanno. E' la sintesi del match di questa sera: gli azzurri sembravano voler riprendere il discorso da dove l'avevano interrotto con la Spagna, e hanno iniziato aggredendo in velocità, tante iniziative, tante conclusioni pericolose, il gol di Cassano (seppur con qualche dubbio sulla posizione del milanista) come giusto premio per una superiorità schiacciante. 
Era il viatico ideale verso la tanto sospirata vendemmiata. Macché: il copione sopra citato è stato fedelmente rispettato. In sintesi: il secondo gol non è arrivato, la squadra ha smarrito lo sprint iniziale, si è fatta lenta, prevedibile e imprecisa nei passaggi. Ora, sia detto senza offesa, formazioni come quella isolana, benché cresciute rispetto a dieci - quindici anni fa sul piano tattico, non possono permettersi di fare troppe sperimentazioni strategiche: per loro, lo schema ideale, e quasi sempre l'unico applicabile, non può che esser quello di chiudersi a riccio e tentare di sorprendere gli avversari in contropiede. Il segreto è di non lasciarglielo fare, di non dar loro respiro sul piano del ritmo e delle giocate. Certo, si potrà dire che ai primi di settembre, col campionato non ancora iniziato, non è propriamente facile mettere in atto tutto ciò. D'accordo, questa è forse l'unica attenuante accettabile per noi. Solo attenuante, però, perché la classe infinitamente superiore, la miglior preparazione atletica di base, l'esperienza agli alti livelli e la superiorità tattica dovrebbero comunque consentire a una compagine come la nostra di fare il vuoto in gare di questo tipo. 
I TRE PUNTI E POCO ALTRO - Invece, si è detto, la solita solfa: i nostri hanno continuato a tener pallino, ma senza brio, senza iniziative veramente ficcanti. Hanno provato, come del resto è saggio in partite che si fanno ispide, il tiro da fuori o dal limite (Criscito, De Rossi due volte, Montolivo) trovando un portiere obiettivamente in serata di grazia; Pazzini ha mancato un aggancio sotto misura, un paio di spunti in area sono sfumati per mancanza di precisione e lucidità in quegli spazi stretti e affollati. Insomma, le occasioni sono anche arrivate, ma troppo poche per un match del genere, e soprattutto non sono arrivati i tanti gol che si attendevano. Il tutto è stato accompagnato da una manovra faticosa, "involuta", come dicevano un tempo i critici: la flemma eccessiva in fase di costruzione ha consentito ai nordici di ammucchiarsi dietro rendendo ulteriormente difficoltoso il gioco azzurro, e gli errori in zona nevralgica hanno dato il là a più di una ripartenza pericolosa. Un solo gol all'attivo e due pali subìti a portiere impotente non sono un bel bilancio: rimane la quasi certezza dell'Europeo, ma a questo punto è d'obbligo chiedere a Prandelli e ai suoi di legittimare la qualificazione con un gran finale di girone, a partire dall'incontro di Firenze con la Slovenia. 
IN FONDO, MEGLIO COSI'... - Intendiamoci, nulla di male in tutto ciò che si è detto: non sono le goleade contro i dilettanti o i semiprofessionisti a fare la vera storia di una Nazionale. La nostra Italia ne è uno splendido esempio: così tante volte in difficoltà contro le deboli o debolissime, tante volte splendida contro le grandi nelle partite che contano. Altre squadre di alto lignaggio si divertono ad umiliare avversarie modeste,  salvo poi cadere di fronte agli ostacoli veri. Ricordo la Spagna di qualche anno fa, in particolare una edizione della Furie Rosse allenata da Camacho: nelle qualificazioni a Euro 2000, mise in fila un 9 a 0 e un 6 a 0 a San Marino, un 8 a 0 a Cipro e persino un 9 a 0 all'Austria. Ma, quando si trattò di far sul serio, nelle fasi finali, non cavò un ragno dal buco. Ergo, rinuncio decisamente a qualche vendemmiata in cambio di qualche coppa o di qualche piazzamento in più, ci mancherebbe. E tuttavia, di fronte a partite come quella di stasera, il senso di fastidio e l'amaro in bocca rimangono. 
CARLO CALABRO'

giovedì 11 agosto 2011

AZZURRO SPERANZA - L'ITALIA DI PRANDELLI BATTE LA SPAGNA, SI AVVICINA L'USCITA DAL TUNNEL?

Nel mai abbastanza rimpianto "calcio di una volta", diciamo fino agli anni Ottanta, le amichevoli fra squadre nazionali avevano una loro altissima dignità, grande attendibilità tecnica e un seguito popolare vastissimo. Lo dimostra il fatto che alcune di queste partite sono rimaste nella memoria collettiva e hanno letteralmente fatto la storia di questo sport: pensiamo solo  alla mitica Inghilterra - Italia del novembre 1934, quella dei "Leoni di Highbury" di Vittorio Pozzo, o a un'altra sfida fra  inglesi e azzurri, sempre in novembre, ma nel 1973 a Wembley, prima nostra vittoria esterna sulla compagine coi tre leoni sul petto. 
Da un po' di  tempo non è più così, o comunque lo è solo in parte: coi calendari del club sempre più intasati, anche da impegni di puro  carattere promozionale (e perciò altamente remunerativi), e con le stesse rappresentative chiamate a sostenere gironi di qualificazione continentali e mondiali sempre più intensi, le amichevoli hanno perso carica attrattiva per gli appassionati e stimoli per gli atleti. Anche per questo, è tremendamente difficile giudicare gare come l'Italia - Spagna di questa sera a Bari: i giocatori l'hanno interpretata al massimo delle loro attuali possibilità? Ed è pertanto attendibile quanto emerso dal terreno di gioco, cioè risultato e prestazioni? 
LA PARTITA - Il mio parere: sì, lo è. Ho visto giocatori estremamente motivati da una parte e dall'altra. Come spesso capita in questi incontri, la credibilità tecnica va misurata sull'arco dei primi quarantacinque minuti, massimo un'oretta; poi, le sostituzioni a raffica snaturano il progetto originale di squadra: diventa un'altra partita, in cui tenuta atletica, fiammate individuali e fortuna finiscono col giocare un ruolo determinante. 
Ebbene, finché è stata partita vera, si è vista forse la più bella Italia della gestione Prandelli. Un giudizio che va rapportato al valore dell'avversario: questa nostra Nazionale ha giocato con esiti soddisfacenti altre sfide di alto livello, su tutte l'amichevole in Germania di inizio anno, ma stasera l'impegno era il più difficile che possa attualmente proporre il panorama internazionale. Ecco dunque un'Italia in vistosa crescita di personalità, capace di aggredire cotanto rivale senza timori reverenziali, di sfruttare le corsie laterali come i lanci lunghi centrali e gli scambi in velocità, il tiro da fuori  come i rapidi inserimenti in area. Bando alle ciance: nel primo tempo i nostri avrebbero meritato un vantaggio di almeno due gol, e invece si sono ritrovati con un pari beffardo e bugiardo. Si sono visti un Criscito con ben altro piglio rispetto agli ultimi tempi genoani, un Cassano mai così brillante nella sua seconda vita azzurra (esclusi i gol facili con le Far Oer), il solito Rossi guizzante ma un po' sprecone, un Montolivo a sprazzi ma più presente nel vivo del gioco e giustamente premiato col primo gol in Nazionale, un Chiellini ruvido quanto basta. 
GIUSTO PREMIO - Nella ripresa, vuoi per il naturale calo fisico, vuoi perché gli iberici avevano già nel primo tempo ripreso a tessere la loro ragnatela paralizzante (per gli avversari), la bilancia del gioco ha preso a pendere dalla parte dei campioni d'Europa e del mondo, e il tourbillon di cambi ha fatto il resto, opponendo una squadra dalla tecnica eccelsa e con una ben definita e solida identità, al di là delle rotazioni di uomini, a un'altra che sta ancora uscendo dal bozzolo e quindi non può vantare le sicurezze tattiche e caratteriali dei dirimpettai. Anche in questa fase di sostanziale dominio spagnolo, tuttavia, si è visto qualche ficcante contrattacco italiano, e si è vista soprattutto la capacità di lottare che ha portato i nostri ad armare una difesa paziente e tenace. Insomma, nonostante il classico "un tempo per uno", il... mezzo gol di Aquilani (tre segnature in azzurro di cui due... in comproprietà, ricordiamoci il punto della vittoria contro Montenegro nel 2008, con dinamica del tutto simile a quello di stasera) è giunto a premiare giustamente la squadra che, partendo da sfavorita, ha inseguito con più convinzione il risultato pieno e ha costruito palle gol più nitide. 
COSA C'E' ANCORA DA FARE - Vittorie come questa fanno morale, e possono dare la spinta per crescere ulteriormente e gettare il cuore oltre l'ostacolo rappresentato dai nostri limiti attuali, che non sono tanto tecnici (come tasso di classe questa squadra è inferiore a diverse rappresentative azzurre del passato, ma non è affatto da buttar via) quanto legati a una situazione contingente del calcio italiano, che rallenta o impedisce la crescita di nuovi talenti nostrani e costringe il Cittì ad avere un campo di scelta limitatissimo, a causa della presenza sempre più soffocante di stranieri perlopiù sopravvalutati. Anche per questo, ciò che è riuscito a fare in dodici mesi Prandelli, cioè restituire dignità internazionale a una squadra rasa al suolo ai Mondiali sudafricani, ha del miracoloso. E tale dignità non passa solo attraverso dati concreti (qualificazione europea quasi raggiunta e rientro nella top ten della classifica FIFA) ma anche attraverso il nuovo entusiasmo che il gruppo ha creato al suo interno e intorno a sé, entusiasmo che genera coraggio e positiva incoscienza e che porta a non affrontare più le grandi del calcio mondiale col "vitello nella pancia". Detto questo, la strada è ancora lunga, occorrono continuità di gioco, una ulteriore crescita di personalità e nuove valide alternative tecniche, leggasi lancio di altri giovani, e in quest'ultimo punto sta forse il compito più improbo per l'allenatore. 
TRIONFO... STATISTICO - Il 2 a 1 di Bari alla Spagna avalla la legge statistica dei grandi numeri, in quanto non superavamo gli iberici da ben 17 anni: fu un altro 2 a 1 e lo ricordiamo tutti, a USA '94. Altri tempi. Poi solo delusioni.. Tante amichevoli agrodolci o amare: il 2-2 di Salerno a fine '98, con l'esplosione di Inzaghi e una Spagna che con Camacho in panca stava risollevandosi perentoriamente dopo il triste crepuscolo dell'era Clemente (chiusasi con una clamorosa sconfitta a Cipro), un ko al Montjuich di Barcellona prima di Euro 2000 (0-2), il pari di Genova (1-1) nel 2004, in un match che doveva essere di preparazione all'Europeo e che si risolse essenzialmente in una celebrazione di Roby Baggio, alla sua ultima apparizione in azzurro, e infine la sconfitta ad Elche nel marzo 2008: fu David Villa a decidere un confronto giocato più che dignitosamente dai nostri. In gare ufficiali, persino superfluo ricordare il pari a reti bianche di Euro 2008, con la successiva infausta giostra dei rigori e la fine della gestione Donadoni. 
CARLO CALABRO'