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sabato 7 settembre 2013

DOPO ITALIA - BULGARIA: CON BUFFON E' QUASI BRASILE, MA IL "MINIMALISMO AZZURRO" COMINCIA A STUFARE...

                                 Gilardino: lui e Buffon protagonisti assoluti a Palermo

Al termine della Confederations Cup, Buffon era considerato in declino irreversibile da alcuni critici un po' troppo inclini alle sentenze inappellabili, sulla scorta di tre - quattro incertezze (non papere, attenzione) disseminate principalmente nelle sfide contro Brasile e Uruguay. Il calcio fa parlare e tacere nel giro di poche settimane, e proprio per questo sarebbe bene evitare giudizi tranchant su atleti e squadre, in positivo o in negativo. Facciamo un attimo mente locale: senza la strepitosa serie di prodezze sfoderate dal numero uno juventino negli ultimi due impegni di qualificazione mondiale, in Repubblica Ceca a giugno e ieri sera a Palermo con la Bulgaria, dei quattro punti raccolti dall'Italia ne sarebbe rimasto a malapena uno, con il Brasile ancora tutto da conquistare e il fiato sul collo di un agguerrito drappello di avversarie. 
BUFFON FRA I GRANDI DI SEMPRE - Guardando la classifica del girone, la differenza fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere balza agli occhi: abbiamo quasi in tasca il biglietto per il viaggio in Sudamerica. Lo abbiamo virtualmente conquistato perché i fuoriclasse non li hanno in dotazione solo gli altri, e non sono solo quelli, reclamizzatissimi, del calcio d'attacco, i Messi e i Cristiano Ronaldo. E' fuoriclasse anche chi toglie dalla porta palloni pesanti come pietre, chi evita gol già fatti o quasi, e l'estremo difensore azzurro coi bulgari ne ha evitati tre, nel secondo tempo: tre salvataggi a base di istinto, riflessi felini, insomma classe allo stato puro. Che il Gigi nazionale sia uno campione di quelli epocali, destinato a entrare nel mito una volta appese scarpe e guanti al chiodo, è fatto assodato almeno dai tempi di Germania 2006, ma è sempre meglio rinfrescare la memoria agli incontentabili, ogni tanto. Lunga vita a Buffon, dunque, e del resto su questo blog lo si è sempre scritto. 
TRE FUORICLASSE (E FORSE QUATTRO) - Lo stato di grazia del nostro "guardameta" è il dato più incoraggiante emerso dall'affannosa serata siciliana, assieme alla constatazione che, non da oggi, l'Azzurra di Prandelli può contare su almeno un fuoriclasse per reparto, e di questi tempi non è poco: oltre a Gigi, Pirlo nel mezzo, anche se la tentazione di mettere sullo stesso piano De Rossi è forte, visto il suo eccezionale rendimento in Nazionale, da uomo ovunque stile Olanda anni Settanta (non ieri, comunque...), e Balotelli in avanti. Basta per andare in Brasile con una discreta dose di fiducia, non per considerarsi una grande squadra a tutto tondo e, di conseguenza, puntare al bersaglio grosso. L'ho già scritto più volte, e con accenti particolarmente accorati dopo l'amichevole agostana con l'Argentina: questa Italia non riesce più a salire gli ultimi, decisivi gradini nel suo bel percorso di crescita e di riavvicinamento ai valori di vertice del football planetario. In nessuna gara delle qualificazioni mondiali sono state toccate le vette di bel gioco raggiunte spesso nel corso del 2011 e fino alla semifinale europea coi tedeschi; qualche sprazzo discreto, sì (ad esempio con la Danimarca a Milano) ma nessuna prestazione convincente al cento per cento. 
IL REGALO DI GILA - Contro la Bulgaria pareva finalmente la volta buona: un primo tempo non eccezionale ma giocato di buona lena, in costante iniziativa seppur con eccessive difficoltà nell'aggirare la ragnatela mobile sapientemente disposta dal grande Lubo Penev. Ha funzionato a intermittenza il gioco sulle fasce laterali, con Abate e Antonelli quasi inappuntabili in fase difensiva ma parsimoniosi assai negli sganciamenti. Insigne non si è ancora inserito appieno nei meccanismi di gioco del Club Italia ma ha spirito di iniziativa, velocità di esecuzione e dinamismo, e da un suo destro è partito il pericolo maggiore per Mihaylov nella prima mezz'ora di gara; sull'altro versante, Candreva ha confermato il suo buon momento atletico ma deve anche migliorare l'incisività delle sue giocate, soprattutto quando decide di portarsi al tiro: ha un buon bottino potenziale di gol nelle sue corde, e finora l'ha espresso solo in parte, anche con la maglia della Lazio. Da una sua azione insistita chiusa con un calibrato cross è nato comunque il gol di testa di Gilardino, ideale regalo di compleanno per i 120 anni del suo Genoa. 
QUASI CATENACCIO - A questo punto, la solita Italia del dopo Europeo: incapace di portare il colpo del ko, si incaponisce nel gestire il risultato minimo fallendo quasi sistematicamente l'obiettivo (perché non ne ha la forma mentis, è compagine nata per aggredire, imporre l'iniziativa) e consegnando le chiavi del match agli avversari, i quali fra l'altro si trovano sempre in condizioni fisiche migliori dei nostri e possono quindi regolarmente scatenarsi in sarabande d'attacco devastanti per le coronarie del tifoso. Così, detto e stradetto di Buffon, nel deprimente secondo tempo dei nostri si è visto calcio all'italiana nel senso deteriore del termine, ossia qualcosa di molto vicino al catenaccio che, per dire, io per primo rimproverai all'Inghilterra nel confronto con gli azzurri ad Euro 2012. 
Si sono guadagnati la pagnotta un Bonucci sicuro ed efficace, un Chiellini capace di ridurre al minimo rudezze e fallosità, un Thiago Motta  in versione "minimo indispensabile" ma comunque abile nel filtro e nel rallentare il gioco per dare respiro alla squadra, persino lo stesso Gila, rientrato più volte in area a difendere. Tutto bene se il risultato finale è l'1 a 0 che vale quasi un... Brasile, ma sappiamo tutti, e lo sa ovviamente anche Prandelli, che quest'Italia ha nel Dna i mezzi tecnici e di personalità per fare molto, molto di più. Pirlo e De Rossi, ad esempio, devono ricominciare a tessere trame più fluide e precise: a proposito di centrocampo, e nell'attesa di veder finalmente sbocciare Verratti e Florenzi, partite come quella del Barbera chiariscono l'importanza assunta nel meccanismo di gioco azzurro da Montolivo, equilibratore della manovra e ispiratore offensivo, fermo restando che un Balotelli davanti è in grado di cambiare totalmente prospettive, per la sua capacità di fare reparto da solo, di inventare giocate e di creare spazi, di trovare costantemente strade inedite in direzione della porta avversaria, di ispirare e "guidare" i movimenti dei compagni di reparto  e dei centrocampisti. . 
BASTA COL TRAN TRAN - Insomma, teniamo per il momento buona la scusante della precarietà fisica, frutto di una stagione ancora agli albori. E consideriamo che la Bulgaria (comunque fuori dalle prime cinquanta squadre del ranking Fifa, ricordiamolo...) è il ritratto perfetto del tipo di squadra che da sempre, in tutte le epoche, mette in serie difficoltà la nostra rappresentativa: buon livello medio ma senza grossi picchi di classe, organizzazione ferrea, esuberanza atletica, sagacia tattica mirabile e capacità di far giocare male anche l'avversaria più dotata. Ora, però, è il momento di... scollinare: martedì a Torino, contro la Repubblica Ceca, si dovrà inseguire la qualificazione matematica, e lo si dovrà fare cercando di mettere da parte questo... "minimalismo azzurro" per riprendere un discorso da troppo tempo lasciato a metà, quello col gioco brillante e di iniziativa che i nostri non hanno certo dimenticato di saper fare, se la memoria torna all'amichevole di marzo col Brasile e alla semifinale di Confederations con la Spagna: si sono semplicemente consegnati a un banale tran tran, avvitati in un piccolo cabotaggio noioso e stucchevole che però, se prolungato ulteriormente, potrebbe diventare un pericoloso vulnus per la definitiva maturazione di una squadra di ottima caratura ma ad elevato rischio di incompiutezza. 

sabato 8 giugno 2013

A PRAGA L'ITALIA PIU' BRUTTA. NON FUNZIONA QUASI NULLA, MONDIALE ANCORA DA CONQUISTARE

                                       Buffon: intramontabile. Se non c'era lui... 

Raramente, in passato, avevo visto la Nazionale azzurra approcciarsi a un impegno importante con la spavalderia e la sicumera verbali mostrate nei giorni scorsi. Prandelli voleva i tre punti a Praga per mettere in fresco la qualificazione ai Mondiali, e voleva una squadra che stazionasse nella metà campo avversaria, tenendo costantemente in mano il pallino del gioco. Ma nello sport la spavalderia gratuita e il parlarsi addosso non portano risultati concreti, e francamente mi aveva anche un po' stupito questa scarsa considerazione per una Repubblica Ceca che sarà pure attardata nella classifica del girone, che non sarà una banda di fenomeni del pallone, che starà vivendo un momento di declino dopo un decennio di cospicue soddisfazioni, ma rimane una onesta e discreta squadra di medio livello europeo, come ha mostrato lo scorso anno alla kermesse continentale e come ha confermato nella sfortunata prova di ieri sera. 
PARTITA - DISASTRO - Parole, parole, parole. Forse un espediente per mascherare i deficit psicofisici che il cittì non poteva non aver visto nel suo gruppo, e per caricare mentalmente giocatori che erano scarichi più di quanto egli potesse prevedere. Ma sono giochetti che non portano lontano, quando manca la sostanza  agonistica. Così, nella Mitteleuropa, l'Italia ha regalato la prova più avvilente dell'intera era Prandelli, se si escludono le prime timide gare del dopo Sudafrica 2010. Dire che cosa abbia funzionato è arduo. Volendo essere cinici, solo due cose: un Buffon al solito monumentale (come già scritto ripetutamente su questo blog: che Iddio lo conservi ancora a lungo in condizioni di piena efficienza), e quel fattore C che, ogni tanto, non guasta mai. I cechi, questi sottostimatissimi cechi, si sono visti tre conclusioni a colpo sicuro ribattute dall'immarcescibile Gigi, hanno colpito un palo, reclamato un rigore e mancato altre due occasioni di pochi centimetri. Meritavano la vittoria, senza se e senza ma, anche perché, dall'altra parte, l'Italia ha fatto poco o nulla per giustificare la conquista di questo 0 a 0 che è, davvero, tutto grasso che cola: in difficoltà in tutti i reparti, presa spesso di infilata in difesa, macchinosa a centrocampo, evanescente in prima linea. Lentezza di pensiero e di esecuzione in ogni fase del gioco, errori nella misura dei passaggi che sarebbero stati inaccettabili anche per una nostra compagine di bassa Serie B. 
MARCHISIO E PIRLO, CHI LI HA VISTI? - Una squadra in evidentissimo disagio atletico e che ha via via smarrito anche la bussola tattica, senza che, peraltro, dalla panchina giungessero correttivi apprezzabili in tal senso. Chiaro che il calendario di questo giugno, insolitamente pieno per essere il giugno di un anno dispari, un anno di attesa del "big event" dell'anno prossimo, non ha aiutato lo staff della Nazionale, in particolare con questo fondamentale impegno sulla strada di Brasile 2014 posto a ridosso della Confederations. Personalmente, non ho dedicato nemmeno una riga alla amichevole esibizione della settimana scorsa con San Marino, trattandosi di gara di palese inattendibilità tecnica per via della assoluta inconsistenza dell'avversario, però forse una qualche indicazione da essa poteva essere tratta, perlomeno in rapporto alla salute di alcuni giocatori che avrebbero meritato una chance a Praga. 
Ma in seno alla Nazionale vale sempre, da decenni, la sacralità del gruppo titolare: quando si fa sul serio, quando ci si gioca qualcosa di concreto, guai a cambiare la formazione tipo cristallizzatasi nel tempo, e pazienza se alcuni di questi intoccabili sono passati di cottura. Quanto questo atteggiamento sia produttivo, lo abbiamo purtroppo constatato  in occasione della finale europea persa con la Spagna; e ieri sera, solo io ho visto Marchisio camminare per il campo senza costrutto e Pirlo giochicchiare  a ritmi da ex? Nel poco tempo in cui è stato in campo, Aquilani ha perlomeno mostrato un pizzico di brio in più degli altri, mentre forse gli indemoniati Cerci e Diamanti degli ultimi tempi sarebbero serviti a tenere un po' più sul chi va là il team di Bilek che invece, non avendo nulla di cui preoccuparsi nelle retrovie, si è potuto distendere a discrezione, soprattutto avvalendosi delle sgroppate di un Jiracek che si è confermato imprendibile movimentatore del gioco d'attacco, nella stessa versione ammirata a Euro 2012. 

                         Jiracek (il 19, qui con Limbersky agli ultimi Europei): migliore in campo

BARZAGLI SU, CHIELLINI GIU' - Parlare di gioco, per l'Italia, sarebbe eccessivo. Gioco non se ne è visto, solo improvvisazione, sofferenza continua e qualche prova personale un po' più... saporita di altre: detto di Buffon, Barzagli ha confermato di essere ormai un califfo imprescindibile per la nostra retroguardia, tempista e inappuntabile nelle chiusure e nel tappare le tante falle in area, mentre Bonucci ha tentato costantemente di dare respiro alla manovra cercando di farla ripartire, ma ha pagato questa sua generosità con qualche affanno e ritardo di troppo in copertura. Chiellini, infine, ha mostrato ciò che già si sapeva: a sinistra non ha più l'efficacia degli esordi, ha spinto con scarsa convinzione e in maniera del tutto prevedibile, è un centrale e tale deve rimanere. 
NON SPARATE SU MARIO. E NEMMENO SUL FARAONE... - Al centro il solo Montolivo, a sprazzi, ha cercato di accendere la luce, mentre in avanti Balotelli ha avuto un assaggio di ciò che lo aspetterà in Confederations e al Mondiale, se ci arriveremo: il controllo nei suoi confronti diverrà sempre più asfissiante, e da tale controllo sarà difficile affrancarsi se non si troverà in condizione ottimale sia sul piano fisico sia su quello mentale. Il Mario di ieri, come del resto tutti i compagni, era in difficoltà su entrambi i versanti: come spiegare altrimenti l'atto di egoismo sul finale del primo tempo, quando si è intestardito in un gratuito dribbling evitando di servire il liberissimo Montolivo a centro area? 
Sorvolerei invece sui due gialli che gli son costati l'espulsione, entrambi decisamente eccessivi, ma che fotografano comunque un certo nervosismo del ragazzo, direi peraltro comprensibile per un fuoriclasse che  sente di non essere al massimo e di non riuscire a fare la partita che desiderava. Insomma, per il... tiro al Balo direi di ripassare, la sua uscita di scena non è stata sicuramente una di quelle sue alzate di ingegno che l'hanno reso tristemente famoso. E non è nemmeno il caso di insistere troppo nel sottolineare il momento delicato di El Shaarawy, il primo ad essere bocciato dalla panchina in una serata in cui, francamente, tutta la squadra avrebbe dovuto essere rivoltata come un calzino nell'intervallo. Ma il Faraone ha regalato l'unico spunto in velocità del nostro attacco in tutto il primo tempo, con una incursione sul versante sinistro dell'area chiusa con un cross al centro non sfruttato da nessuno; nella ripresa, si è preferito dare spazio a Giovinco, con esiti che, nonostante l'impegno e l'intraprendenza,  non era difficile prevedere, sia per la nota "efficacia" dello scricciolo juventino a livello internazionale, sia per il suo disagio nel confrontarsi con difese un tantino muscolari. Per lui, un bell'assolo con cross sbagliato e nulla più.
INIZIO GIUGNO? SI SOFFRE SPESSO... - Rimane il punticino, gran cosa. Rimarrà nel gruppo azzurro, si spera, l'imbarazzo per lo spettacolo offerto, indegno di una squadra vicecampione d'Europa con la non nascosta ambizione di crescere ulteriormente nelle gerarchie del calcio mondiale. Rimarrà anche, è l'auspicio, l'insegnamento che è inutile straparlare alla vigilia di gloriose conquiste e di ferrea volontà di vittoria se non esistono i presupposti per esercitare una tale, assoluta, sicurezza nei propri mezzi: l'umiltà è la via migliore per andare lontano, nello sport come nella vita. 
Rimane anche la considerazione che, comunque, nel giudicare con severità eccessiva prove così avvilenti occorre andare coi piedi di piombo, perché la storia, recente e meno recente, insegna che questo è il periodo dell'anno meno indicato per epiche imprese dell'italica Nazionale di football: dodici mesi fa la disfatta con la Russia fu il preludio a un ottimo Europeo, nel 2005 il team di Lippi faticò terribilmente in Norvegia, cogliendo un pari in bianco per molti versi simile a questo (forse un po' meno stentato), e, allora come oggi, mancava un anno al Mondiale e lo sconforto dilagava; lo stesso dicasi per l'azzurra di Bearzot che, nel giugno 1981, andò incontro a una secca sconfitta senza attenuanti in Danimarca, dodici mesi prima che Zoff alzasse la Coppa del Mondo al cielo di Madrid. 
OCCHIO ALLE ALTERNATIVE - Insomma, se tanto mi dà tanto, ci attende quantomeno una Confederations Cup di primo piano... Possibile, ma occhio: certi segnali di allarme non vanno sottovalutati, così come non va sottovalutato il non indifferente potenziale tecnico che staziona dietro gli "intoccabili" e che lo stesso Prandelli ha scovato, dando a queste "riserve" dignità di calciatori internazionali. Fermo restando che almeno un paio di ragazzi lasciati a disposizione di Devis Mangia, nel gruppo della Maggiore dovevano starci: che senso ha relegare all'Euro Under 21 giovanotti come Verratti e Florenzi, che in Nazionale A ci hanno già giocato con discreto profitto, che avrebbero potuto trovare nella trasferta brasiliana l'opportunità per integrarsi in un gruppo di cui verosimilmente diventeranno a breve dei cardini e che, anche nella contingenza di Praga, avrebbero potuto portare fiato e freschezza di idee in un centrocampo boccheggiante? 

mercoledì 27 marzo 2013

L'ITALIA DOPO MALTA: L'ENNESIMA GOLEADA MANCATA E LA SUGGESTIONE TOTTI

                                                   Esultanza azzurra a Malta

Fino agli anni Novanta, un risultato e una prestazione della Nazionale come quelli di ieri sera a Malta avrebbero destato scandalo e indignazione, presso la stampa specializzata. I lettori più... anziani ricorderanno l'impressionante coro di critiche che si sollevò dopo una vittoria, identica nel punteggio, del non ancora leggendario team di Bearzot in Lussemburgo nel 1980, e quello ancor più virulento in seguito a uno striminzitissimo 2 a 1 colto proprio a Malta a fine 1992 dagli uomini di Arrigo Sacchi. Altri tempi, davvero. Del resto, io stesso avevo intitolato uno dei primissimi articoli di questo blog "Le goleade non fanno per noi": mi riferii, all'epoca, al deludente, e per certi versi imbarazzante, 1 a 0 firmato da Cassano (oltretutto in dubbio offside) sul terreno dei semidilettanti delle isole Far Oer. 
IDIOSINCRASIA - Quel post lo potrei riscrivere oggi, pressoché identico. E' ormai acclarato che la nostra massima rappresentativa abbia una naturale idiosincrasia alle vendemmiate contro le compagini di basso livello. Quasi una tara ereditaria. Mentre le altre grandi d'Europa non perdono occasione, giustissimamente, per infierire su avversarie tecnicamente in ambasce (ultimo esempio, l'8 a 0 dell'Inghilterra a San Marino), i nostri prodi si limitano al compitino, allo stretto indispensabile per portar via i tre punti e, nella fattispecie, proseguire relativamente tranquilli la marcia di avvicinamento al Mondiale brasiliano. 
L'Italia, negli ultimi vent'anni, ne ha giocate un'infinità di partite del genere, contro formazioni modestissime. I critici si sono rassegnati e prendono atto, accettando persino dichiarazioni oltremodo discutibili come quelle che il cittì Prandelli rilasciò alla vigilia del match di andata coi maltesi a Modena (guarda caso, altro risicato 2 a 0): "Fare tanti gol non mi è mai piaciuto: preferisco vincere segnando poche reti, ma giocando bene". Quasi una giustificazione preventiva alla cronica incapacità dei nostri di far breccia nelle maglie, serrate quanto si vuole ma non certo insuperabili, di queste generose rappresentative che, nonostante gli innegabili progressi tecnici e soprattutto tattici, rimangono sostanzialmente impresentabili ad alto livello internazionale. 
NULLA OFFENSIVO - Il problema è che l'Italia non solo non riesce a goleare, ma nemmeno a giocar bene. E' vero che sfoderare del buon calcio è difficile contro compagini toste e copertissime, ma stiamo parlando di Malta, con tutto il rispetto. La prova dei nostri al Ta' Qali è stata di una povertà tale da doverci far arrossire. Lentezza esasperante nella manovra (emblematico l'atteggiamento di Pirlo che, nonostante il controllo non proprio asfissiante dei rivali, non ha saputo regalare una verticalizzazione o un passaggio illuminante degno della sua fama), a tratti permeata di una insopportabile sufficienza, errori banali in appoggio, scarsa o nulla incisività in avanti. Due gol e un paio di buone occasioni (sinistro dalla distanza di Balotelli, incursione di Montolivo con pallonetto sopra la traversa) nella prima frazione, il vuoto spinto o quasi nella ripresa, eccezion fatta per una bella progressione di Abate chiusa però con un cross fiacco. E produrre il nulla in attacco in 45 minuti, contro una squadra come quella di Pietro Ghedin, è francamente roba da far accapponare la pelle, così come rischiare l'inverosimile nelle prime battute, dal rigore neutralizzato da Buffon alla traversa, entrambe le occasioni firmate da Mifsud. 
COMPITINO - Queste cose penso di poterle dire in tutta libertà, perché "Note d'azzurro" è sempre stato vicino alla Nazionale di Prandelli, sottolineandone in tempi non sospetti i progressi, le belle prove, le qualità che in molti hanno scoperto in colpevole ritardo. Una prestazione come quella di poche ore fa sarebbe allarmante, ma in questo caso credo che le preoccupazioni vadano un po' stemperate. Si è visto infatti, in maniera piuttosto palese, che le difficoltà di manovra dei nostri sono state indotte da un approccio mentale totalmente sbagliato, e non da limiti di gioco. In parole povere, mi è parso di cogliere la palese volontà di non strafare, di limitarsi al compitino: pesava ancora lo stress mentale e atletico del durissimo, e gratificante, impegno col Brasile, mentre già bussa alle porte il turno di campionato anticipato al sabato di Pasqua. Non è il massimo della maturità, ma nel serratissimo calcio di oggi è diventato un atteggiamento comprensibile, e allora via così: sappiano però, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi. 
DA GINEVRA LA SQUADRA DEL FUTURO - Questa settimana azzurra lascia comunque frutti importanti: il più concreto è rappresentato dai tre punti maltesi, buonissimi per la classifica nel girone. E tuttavia, sono i paradossi del calcio, la sfida più importante tra le due affrontate è risultata quella senza alcuna posta in palio. Non era scontato, nonostante l'avversaria fosse il Brasile: i nostri erano infatti reduci da un'altra amichevole di lusso, quella contro l'Olanda, affrontata con ben altro spirito, e che su queste pagine non mi astenni dal condannare. Contro la Seleçao è stata invece gara vera, senza ritrosie e calcoli al risparmio che spesso emergono, più o meno inconsciamente, in partite di questa natura. E i nostri, l'abbiam già scritto qui, hanno superato l'esame più terribile a pieni voti, mostrando gioco, atteggiamento, personalità e mentalità da grande squadra, consacrando il talento di Supermario e lasciando intravedere le notevoli potenzialità di De Sciglio e Cerci. Un ricordo che non verrà certo annacquato dalla scialba prova della Valletta.

                                 Totti con Del Piero: coppia d'oro azzurra del passato                                         

TOTTI? PENSIAMOCI BENE... - La Nazionale del futuro è quella di Ginevra, e non ha certo bisogno di aggrapparsi alle suggestioni di un malinconico ripescaggio di Totti. Che in Brasile arriverebbe a 38 anni suonati, carico di usura e di acciacchi pregressi, un giocatore che non è quasi mai stato autenticamente decisivo per le sorti azzurre neppure nel suo periodo di maggior fulgore agonistico, ossia nella prima metà del decennio scorso, con la sola luminosa eccezione del'ottimo Europeo del 2000, roba che ormai si perde nella notte dei tempi dei ricordi. Un giocatore di valore assoluto ma sostanzialmente sopravvalutato: gli unici anni in cui ha goduto di autentica considerazione internazionale sono stati proprio quelli compresi fra il 2000 e il 2004: nel frattempo, però, era già arrivato il deludente Mondiale coreano, seguito dall'orrido Euro 2004, gettato via con lo sputo a Poulsen. Da allora, tante prodezze nel cortiletto di casa, ossia in un campionato italiano sempre meno competitivo, e sostanziale calma piatta fuori dei confini. In più, tanti gesti discutibili che non rientrano propriamente nel cliché del campione immenso ammannitoci nelle ultime settimane dalla stampa, anche da quella più insospettabile, come lo stimatissimo Guerin Sportivo. 
Oltre a questo, Totti è uscito volontariamente dal giro della Nazionale, più o meno sei anni fa: non è un reato e verosimilmente in quel momento aveva i suoi buoni motivi per fare delle scelte: era reduce da un infortunio gravissimo, che superò a malapena poco prima del vittorioso Mondiale in Germania, e gli va senz'altro riconosciuto che all'epoca forzò i tempi di recupero proprio per non mancare l'appuntamento con la kermesse iridata; ma la Nazionale mantiene ancora un valore che va al di là, molto al di là di quello di una normale squadra di club, e da essa non dovrebbe essere concesso fare dentro e fuori secondo le proprie esigenze. Rifletta su questo Prandelli, ricordandosi che nel suo gruppo esistono già le risorse offensive per fare un torneo più che dignitoso in Sudamerica, e ricordando che proprio questo nostalgismo a oltranza, questo voler ritornare costantemente sui miti del passato, sull'usato neppure più tanto sicuro oltreché bolso, ha rappresentato per anni un freno enorme alla crescita della Nazionale. Un immobilismo che proprio la brillante e futuribile gestione azzurra dell'ex tecnico fiorentino ha spazzato via con ottimi risultati. Tornare al passato, in questo caso, non sarebbe affatto un progresso, oltre a rappresentare una contraddizione programmatica. 

giovedì 15 novembre 2012

GLI AZZURRI DOPO ITALIA - FRANCIA: "BRAVO CHI PERDE", MA...

                                            Montolivo: sempre più convincente

"Bravo chi perde": titolò così il Guerin Sportivo nel novembre 1985, ironizzando sulla quasi unanime beatificazione critica che accolse una sconfitta della Nazionale italiana in un'amichevole con la Polonia. Gli azzurri di Bearzot giocarono piuttosto bene, a tratti dominarono, colpirono tre legni, ma il successo finale arrise alla rappresentativa di Zibì Boniek e compagni. "Conquistare sconfitte immeritate è, in fondo, il destino dei mediocri", chiosò sconsolato nel suo commento il grande Adalberto Bortolotti, a lungo prima firma del Guerino. Quella circostanza mi è tornata in mente ieri sera, assistendo all'ennesimo ko in amichevole della selezione di Prandelli. Contro la Francia la serie si è allungata a cinque capitomboli consecutivi, dopo quelli con Uruguay, Stati Uniti, Russia e Inghilterra. Statisticamente è un dato da pugno nello stomaco, ma, si dirà, nel mezzo sono arrivati un secondo posto europeo e una partenza tutto sommato buona nelle qualificazioni mondiali, e allora lagnarsi sembrerebbe fuori luogo e anche vagamente ridicolo. 
Ecco, in larga parte è vero, ma con qualche riserva, che analizzeremo più avanti. Fermo restando che la situazione evocata a proposito degli azzurri del 1985 non può essere applicata al rovescio parmense di qualche ora fa. Diverso contesto storico - calcistico, con l'Italia di oggi che ha già felicemente verificato la sua competitività agli alti livelli e la sua notevole caratura complessiva. E' una squadra, la nostra, più che altro alla ricerca di giovani e valide alternative a quei titolarissimi consacratisi nel biennio 2010 - 2012, sfociato nella bella avventura polacco - ucraina. E, da questo punto di vista, le risultanze del confronto del Tardini, al di là dell'amarezza per il risultato numerico, non possono non essere considerate positive. Sì, questa volta dire "bravo chi perde" non è fare esercizio di sarcasmo. 
CHE MONTOLIVO! - Contro i galletti si è vista a sprazzi una bella Nazionale, al di là di quelle che erano le aspettative della vigilia, assai contenute alla luce del volto sperimentale dato dal cittì alla formazione. Quando si mette in campo una squadra nuova per metà e tatticamente rivoluzionata dal centrocampo in su, non ci si può attendere continuità assoluta nella produzione di gioco, e questo spiega e giustifica l'andazzo a corrente alternata degli azzurri, vissuti fra momenti a ritmi elevatissimi e pause peraltro neanche troppo prolungate. Un undici propositivo, il nostro, ben disposto ad assumere l'iniziativa, come nella migliore tradizione prandelliana. L'anima, il fulcro dell'azione è stato un Montolivo del quale avevo già sottolineato, nel recente articolo dedicato alle prime partite di qualificazione iridata (qui), i notevoli progressi sul piano della personalità e della costante presenza nel cuore della manovra. Ebbene, ieri il milanista è parso straripante, aggressivo sui portatori di palla avversari, ispirato nel reggere le file delle trame offensive: non a caso suo è stato l'assist per il battesimo del gol di El Shaarawy.  
TRIDENTE EFFICACE - Il Faraone è stato un'altra delle note liete, anche in questo caso senza che la cosa ci sorprendesse. In generale non ha strafatto, ma è stato incisivo e decisivo nei momenti topici, come un vero campione in pectore: bella sponda per Balotelli nell'azione dell'incrocio dei pali, perentorio affondo sul passaggio gol di Montolivo chiuso con un rasoterra vincente. E poi, altre iniziative a svariare in disinvolto palleggio sul fronte d'attacco, a confermare la sua vivacità e poliedricità, nonché la capacità di trovare celermente la giusta collocazione anche in un canovaccio tattico in abbozzo come era quello dell'Italia parmense. 
Nell'improvvisato tridente, ha fatto decorosa figura anche Candreva, sempre intraprendente, sempre pronto a proporsi in avanti, per quanto non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. E Balotelli ha confermato, sia pure in versione ridotta, quanto fatto vedere con la Danimarca, ossia una maggiore predisposizione al sacrificio e alla partecipazione alla manovra collettiva, anche se ciò, nella circostanza, è andato a scapito di una presenza più efficace nei sedici metri finali (una traversa e un colpo di testa di poco fuori sono comunque un bottino in assoluto non disprezzabile). 

                                              Florenzi: buon esordio in azzurro

VERRATTI E FLORENZI ABILI E ARRUOLATI - Tornando nella zona nevralgica, mentre c'è da registrare la serata di scarsa vena di Marchisio, meno mobile e frizzante del solito, poco propenso a regalare i suoi consueti, mortiferi inserimenti, c'era grossa attesa attorno alla prova di Verratti. Il ragazzo non ha affatto deluso, anche se non ha mostrato miracoli: nel suo bottino azzurro, tante cose buone e qualcuna meno buona. Qualche difficoltà in copertura, mentre in fase di impostazione ha sciorinato, a tratti, un gioco essenziale, fatto di tocchi semplici e rapidi ma quasi sempre azzeccati. Deve migliorare come fisicità e continuità d'azione, ma è evidente la sua propensione a prendersi comunque delle responsabilità, a non nascondersi quando la partita si accende. 
Bene, secondo noi, anche l'esordiente assoluto Florenzi, bocciato da qualche critico frettoloso:  nel "precario" secondo tempo azzurro, col centrocampo rivoluzionato da tre cambi quasi contemporanei, ha alfine trovato la sua dimensione: dinamismo, buona efficacia nelle due fasi, grande sforzo in fase di ripiegamento e qualche tentativo in assist alle soglie dell'area avversaria. Pretendere di più sarebbe stato ingeneroso: rivediamolo all'opera in un contesto di squadra più solido e definito...
BENE MAGGIO E BARZAGLI -  Poco da dire invece sulla difesa, che era il reparto meno rivoluzionato: Sirigu è un buon portiere ma non un fenomeno come Buffon, che è in grado di indirizzare l'esito delle partite con autentiche prodezze. Una volta consapevoli di questo, possiamo dire che la sua prova è stata tutto sommato priva di sbavature, e nel finale ha pure evitato, su Menez, un 3 a 1 che per la Francia sarebbe stato un premio sproporzionato (già lo è stato la vittoria, se è per questo...). Maggio scattante e pieno di iniziativa anche più del solito, pur se la misura dei passaggi non è sempre perfetta, ma la partecipazione al gioco corale è stata assidua: smussasse certi eccessi agonistici, sarebbe un terzino di spinta di assoluto valore mondiale... Dall'altra parte, Balzaretti  un po' più sulle sue, mentre al centro Barzagli, pur beffato da Valbuena in occasione della prodezza dell'1 a 1, si è confermato guardiano d'area affidabilissimo, uno che migliora con gli anni e che ha anche imparato a uscire più frequentemente palla al piede per spostare in avanti il baricentro, allorquando ne intravede lo spazio. Per Chiellini una gara onesta, da mestierante, senza infamia e senza lode, ma l'impressione è che Prandelli potesse azzardare qualche esperimento in più là dietro, dove urgono nuove alternative: un po' di minutaggio per Santon e Astori non avrebbe fatto male alla crescita del gruppo.
L'ABITUDINE ALLA SCONFITTA - Tutto ciò detto, e tornando invece per un attimo alla riflessione da cui avevamo iniziato, d'accordo sul "bravo chi perde", ma senza esagerare. Perché l'abitudine alla vittoria, o quantomeno al risultato positivo, è sempre meglio conservarla anche nei confronti senza punti in palio, a maggior ragione in quelli contro rivali storiche come la Francia. Del resto, questa Nazionale di Prandelli si è formata, ha acquisito fiducia nei propri mezzi e statura internazionale, anche attraverso importanti affermazioni in amichevole: penso al bel successo di Bari con la Spagna, poco più di un anno fa, o al pareggio in Germania a inizio 2011, o, ancora, alle affermazioni in Ucraina e in Polonia. Insomma, contano, eccome, anche questi risultati, sebbene per qualcuno rimangano partite inutili. Pensiamo anche, ad esempio, alla prima Italia di Lippi: avrebbe affrontato con lo stesso piglio vincente il Mondiale 2006 senza i trionfi (in amichevole, per l'appunto) su Olanda e Germania dei mesi precedenti? Ribadiamo dunque che a questa nostra rappresentativa troppo spesso continua a far difetto il killer instinct, la capacità di chiudere i conti o comunque di saper gestire vantaggi anche minimi. Doti che hanno le grandi squadre: per potersi definire tale, l'Italia deve ancora abbattere questi ultimi ostacoli.  

giovedì 8 novembre 2012

RETROSPETTIVA AZZURRA: I PRIMI PASSI VERSO BRASILE 2014

                                           El Shaarawy: il futuro azzurro è suo

La mia prolungata assenza dal blog, di cui ho fornito spiegazioni qualche post più sotto, mi ha impedito di commentare le prime quattro uscite della Nazionale azzurra nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano. Poiché la rappresentativa maggiore del nostro calcio è, da sempre, una delle tematiche principali di "Note d'azzurro", torno ora sull'argomento, con qualche riflessione a freddo e... scusandomi per il ritardo. 
FALSA PARTENZA, POI RISCATTO - Alle corte: per due partite e mezza, abbiamo visto una Nazionale francamente impresentabile, talmente brutta da insinuare il sospetto che il secondo posto all'Europeo fosse stato un illusorio fuoco di paglia. Chi aveva seguito il gruppo di Prandelli nel biennio precedente sapeva che non poteva essere così, sapeva che quell'insperata medaglia d'argento era stata il giusto premio per una compagine cresciuta e maturata cercando sempre di fare gioco, di aggredire con intelligenza, di prendere l'iniziativa. Una squadra con un progetto tattico ben definito, con una personalità via via emersa sempre più nitidamente, con una dotazione di classe pura non disprezzabile, che non poteva essersi dissolta nel giro di pochi mesi. E in effetti, a partire dal secondo tempo della gara con l'Armenia, De Rossi e compagni si sono riavvicinati ai loro abituali standard di rendimento. Pur senza miracol mostrare, si è rivista un'Italia più equilibrata, razionale, produttiva, in grado di far valere la legge del più forte.
L'ultima "azzurra", quella trionfatrice sulla Danimarca in un Meazza desolatamente mezzo vuoto (che bello quando anche le amichevoli facevano registrare il tutto esaurito o quasi: poi dicono che il calcio non sia peggiorato...) è stata la migliore, più per solidità del complesso e carattere che per qualità di manovra, in particolare con un Balotelli mai così bene inserito nel collettivo, disposto al sacrificio a tutto campo ben al di là delle proprie mansioni specifiche. Del resto, le grandi squadre, e questa di Prandelli ne ha le stimmate, devono avere nel Dna anche la capacità di imporsi giocando male, o comunque senza sciorinare football di finissima caratura, e allora... 
TOCCATO IL FONDO CON MALTA - Insomma, certi picchi spettacolari raggiunti a Euro 2012 permangono lontani, ma di certo con armeni e danesi un bel passo avanti è stato compiuto, rispetto alla pena provata osservando le prestazioni contro Bulgaria e Malta: fu, quella, un'Italia "ancien régime", l'Italia vista tante, troppe volte in passato, la squadra timorosa e sparagnina che, una volta andata in vantaggio, viene improvvisamente colta da "paura di vincere" e, invece di affondare i colpi, lascia progressivamente campo all'avversario, cercando di gestire il risultato senza averne (ancora) la capacità. Una défaillance pagata a caro prezzo coi bulgari (due preziosissimi punti persi sulla strada per il Brasile), mentre contro i maltesi la vittoria è stata salvata per oggettiva modestia dell'avversario, domato però definitivamente solo nel finale e dopo avergli concesso inusitate opportunità di andare alla conclusione. Insomma, qualcosa di peggiore della consueta idiosincrasia della nostra Selezione alle partite facili. 
EL SHAARAWY SU, GIOVINCO GIU' - Fra Nazionale e stagione di club, sono nel frattempo giunte a Prandelli indicazioni di una certa attendibilità, riguardanti l'effettivo spessore internazionale di taluni elementi da tempo sotto la lente di ingrandimento. Due nomi su tutti, uno in positivo e l'altro in negativo. Sugli altari El Shaarawy, senza alcun dubbio protagonista assoluto di questo primo scorcio di annata. Era dai tempi dell'esordio di Balotelli con l'Inter che non si assisteva a un impatto così devastante di un giovane italiano col calcio di altissimo livello. Stephan, coi suoi gol e con la sua classe, sta tenendo in piedi praticamente da solo un Milan molto male in arnese; e in azzurro, a Erevan, poco c'è mancato che trovasse la sua prima segnatura in Nazionale. Chiaro che il ragazzo non potrà restare a lungo fuori dalla formazione titolare: la concorrenza in prima linea è quantomai agguerrita, ma l'ex Genoa ha caratteristiche uniche (opportunismo, rapidità di movimenti e di esecuzione, fantasia, eclettismo) che potrebbero presto renderlo indispensabile.
Pollice verso invece per Giovinco. Sia con l'Italia, sia in maglia Juve, la "formica atomica" in questi primi mesi  di attività ha purtroppo confermato i dubbi emersi negli anni scorsi: è giocatore che immancabilmente si smarrisce nelle grandi sfide al di fuori dei confini nazionali, palesando scarsa personalità e incisività pressoché nulla; rimane invece un'arma spesso micidiale negli impegni... sul suolo patrio, ma al cittì serve ben altro...

                                              Balotelli: più maturo e altruista

CENTROCAMPO: FLORENZI PER IL FUTURO? - Il centrocampo è ormai cristallizzato sul poderoso asse De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo, con quest'ultimo in crescendo vistoso, più continuo nella sua azione di tessitura e sempre più deciso e convinto in zona tiro. Verratti, in leggero calo in Francia dopo un avvio al fulmicotone, rimane comunque una sicurezza per il futuro, mentre la nostra Serie A sta portando prepotentemente alla ribalta Florenzi, già diventato un perno della zona nevralgica romanista:  qualità, quantità, intelligenza tattica, corsa e gol.
DESTRO E INSIGNE IN STAND BY - Contro Malta, Destro ha trovato il suo (bel) primo gol in Nazionale, poi ha patito oltremisura la concorrenza in giallorosso di Osvaldo (efficacissimo anche con la maglia tricolore) e di Lamela, in gran forma, ma le qualità, sia pur da smussare, sono emerse e di certo il ragazzo è destinato a restare nel giro. Dovrà fare ancora un po' di anticamera Insigne, che nel Napoli, quando viene chiamato in causa, non si comporta affatto male (molti alti e qualche comprensibile basso), ma che viene giudicato dalla critica con eccessiva severità, quasi dovesse essere questo talentuoso ma imberbe ragazzino la panacea di tutti i mali partenopei... Il futuro farà giustizia dell'impazienza e dell'incontentabilità di certe "prime firme".
RIFIORISCONO CRISCITO E RANOCCHIA, CHIELLINI INVOLUTO - In difesa si sono rivisti Criscito e Ranocchia. Mimmo, in Armenia, ha fornito una delle sue prove più convincenti in azzurro, per efficacia nelle due fasi: la sua assurda esclusione dalla spedizione europea, mai giustificata in maniera esauriente dallo staff azzurro, grida e continuerà a gridare vendetta per anni, ma l'ex laterale del Genoa, pur privato di una così grande occasione professionale, non può non essere contento di essersi riappropriato di un posto che, per talento e rendimento, gli spetta di diritto da anni. Tramontata invece, come sospettavamo, la cometa Peluso, buon giocatore ma non più di primo pelo e non dello spessore tecnico necessario per reggere le luci della ribalta mondiale (gli resta comunque come ricordo azzurro il fortunoso gol ai maltesi).
Ranocchia, come auspicavamo, è riapparso in questa stagione letteralmente rigenerato, mentre nella prima metà del 2012 per molti era scaduto a livello di brocco, o poco più: la dimostrazione di come l'andazzo negativo di una squadra possa condizionare pesantemente anche il rendimento dei migliori, ma anche l'ennesima conferma della totale incapacità dell'italico calcio, in tutte le sue componenti,  di valorizzare e aspettare i giovani, che vengono messi alla berlina ai primi errori e ai primi cali di forma. Nel frattempo si attende il ritorno in pista di Ogbonna, perché l'unica sicurezza autentica nel "pacchetto centrale" della terza linea pare essere Barzagli: Chiellini è da mesi in fase involutiva e anche all'Europeo si era espresso nettamente al di sotto delle sue possibilità, Bonucci non si è ancora riappropriato delle misure di difensore completo sciorinate  in Polonia  e Ucraina, e alcune amnesie contro avversari non certo trascendentali hanno lasciato non poche inquietudini per l'avvenire. 

domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - SECONDA PARTE: DALL'INTER AL PALERMO

                                       Palacio, subito protagonista nell'Inter

INTER - Indecifrabile. Doveva cambiare molto e l'ha fatto, ma non sempre nella maniera giusta: era proprio necessario disfarsi di Julio Cesar per affidarsi a un portiere buono ma che non vale il brasiliano, come Handanovic? Bene l'innesto dell'impeccabile Silvestre in terza linea (dove si spera possa riavere una chance Ranocchia, ingiustamente emarginato dopo le prime incertezze, destino di tanti giovani italiani: ricordiamo che il ragazzo è stato, fino a pochi mesi fa, nel giro della Nazionale), Alvaro Pereira è un buon difensore, ma è uno di quei giocatori destinati a non spostare più di tanto gli equilibri ai massimi livelli. Centrocampo molto fisico con Guarin e Gargano ad affiancare l'eterno Cambiasso, con in più il coriaceo Mudingayi (che però non pare giocatore da grandissime ribalte). Le cose migliori dovrebbero arrivare dalla trequarti in su: Snejder diventerà ancor più il fulcro della manovra, chiamato a fabbricare palle gol e a inserirsi per conclusioni micidiali, Cassano è pronto ad accendere saltuarie luminarie, Milito e il guizzante Palacio assicurano gol in quantità, Coutinho, dopo i timidi approcci del passato, reclama spiccioli di gloria non effimeri. In definitiva, una buona squadra, ma che non mi pare attrezzata per puntare al bersaglio grosso. 
JUVENTUS - i Campioni d'Italia hanno aumentato il vantaggio nei confronti delle concorrenti. Sull'inaffondabile telaio dell'anno passato, gli innesti degli ex friulani Isla e Asamoah accrescono ulteriormente il tasso tecnico della squadra e il ventaglio di soluzioni tattiche, così come la straripante vitalità di Giovinco rappresenterà un'arma offensiva di notevole importanza, ancor più dal momento che il tanto sospirato top player in avanti non è arrivato e ci si è dovuti accontentare del danese Bendtner, discreto attaccante ma non certo l'uomo in grado di far fare il salto di qualità a un team in cerca di gloria internazionale. Per il resto, poco da dire: la squadra non ha punti deboli e in Italia può fare il vuoto, col suo gioco aggressivo e propositivo sostenuto da interpreti di livello assoluto: da Buffon a Lichtsteiner, da Marchisio a Pirlo, da Chiellini a Vidal. Bastano i nomi...  
LAZIO - Ha iniziato bene, ma è una squadra che non suscita in me grandi entusiasmi. Si affida, soprattutto in retroguardia, a giocatori buoni ma non eccelsi, che nelle ultime due stagioni si sono costantemente espressi molto al di sopra delle rispettive potenzialità: penso ai vari Dias, Diakitè, Biava, Konko; Marchetti è invece una garanzia, ed è pronto a sfoderare prodezze per tornare nel gruppo della Nazionale. Centrocampo di spessore grazie al collaudato regista Ledesma, alla lucida applicazione e al contributo in fase creativa di Candreva, alle giocate di alta classe di Hernanes e ai mortiferi inserimenti di Mauri, mentre c'è attesa attorno al talentuoso brasiliano Ederson. L'attacco è ben attrezzato solo sulla carta: nella realtà, dovrà sperare che Klose non avverta troppo l'usura degli anni e gli acciacchi, così come Rocchi, che Zarate acquisisca un minimo di costanza di rendimento in più (giocatore dalle possibilità enormi ma sfruttate sin qui non più del 10 - 20 per cento) e che Floccari e Kozak si mostrino un po' più incisivi rispetto ai loro standard (soprattutto il secondo). Insomma, non scommetterei sull'ennesimo torneo di alto livello dei romani...


                              Miro Klose: la Lazio affida a lui le sue chance offensive

MILAN - Perdere Thiago Silva, Nesta e Ibra in un sol colpo significa ridimensionamento, poche storie. Comunque, qualcosa di buono è arrivato: soprattutto là dove il gioco prende forma, con la possanza di De Jong che va ad aggiungersi a quella dei vari Ambrosini, Nocerino e Boateng, per un reparto fisicatissimo in grado di incidere anche in zona gol con tiri dalla distanza e incursioni devastanti. A portare classe e inventiva dovrà pensare Montolivo, reduce da un buon Europeo e finalmente chiamato alla prova su un grande palcoscenico metropolitano.
Difesa, invece, un po' ridotta all'osso: Acerbi è difensore di sicuro avvenire, ma inizialmente il paragone con gli illustri partenti rischierà di essere impietoso. Abate torna da Euro 2012 più maturo e sicuro di sé, c'è il giovanissimo De Sciglio in rampa di lancio (e già beneficiato di una convocazione prandelliana) e Bonera, la cui dedizione alla causa è encomiabile ma che ha il sapore del ripiego. L'attacco, si diceva, parte senza lo svedesone capriccioso: sul piano dei comportamenti e dell'educazione, non mancherà di certo al campionato italiano. Allegri dovrà inventarsi nuovi schemi di attacco, e il materiale per farlo non gli manca: dai frombolieri Pato, Robinho e Pazzini, ai tecnicissimi e poliedrici El Shaarawy e Bojan, due ragazzi in grado di sparigliare le carte offensive con una varietà di movimenti e soluzioni da far impazzire gli avversari (ma il secondo è ancora troppo intermittente). Insomma, un Milan, tutto sommato, più modesto ma non così dimesso come potrebbe sembrare. 
NAPOLI - Un mercato intelligente, che ha accresciuto le alternative per dare fiato agli elementi chiave della rosa, costantemente a rischio spremitura (con conseguenti drastici cali fisici sul finire di stagione), aumentando di fatto la cerchia dei "titolari". Ecco quindi, per la difesa, il contesissimo brasiliano Uvini e la sicurezza rappresentata dall'esperto Gamberini (con in più l'ex genoano Mesto, non sempre preciso ma in grado di offrire corsa, polmoni, sgroppate su e giù per il campo e qualche buona incursione in area), Behrami e la promessa El Kaddouri per il centrocampo e, soprattutto, Insigne, l'uomo che dovrebbe rendere indolore la partenza del bravo ma sopravvalutato Lavezzi, un concentrato di classe, fantasia e concretezza per lanciare i compagni e concludere egli stesso, un potenziale fuoriclasse che andrà atteso con la pazienza che meritano i veri talenti. E' un Napoli in grado, più di Inter e Milan, di entrare in competizione diretta con la Juve per il titolo, e di cercare un'affermazione in Europa League che sarebbe importante per tutto il calcio italiano.

                                          Insigne: dal Pescara al Napoli

PALERMO - Organico vistosamente indebolito rispetto alla passata stagione, ma con un Sannino in più nel motore, uno di quei tecnici in grado di portare un autentico valore aggiunto con le sue idee e la capacità di metterle in pratica. La difesa ha trovato in Ujkani un portiere di buon rendimento, ma ha perso due grossi calibri come Silvestre e Balzaretti, mentre Von Bergen e Morganella sono elementi di profilo medio - basso che ad occhio e croce faranno acutamente rimpiangere i partenti. Il centrocampo si affida alla sostanza di Arevalo Rios, abile a rompere e a costruire, e di Donati, che cercherà di portare generosità e geometrie nel cuore del gioco. Ci si attende molto dai giovani Viola, piedi buoni e grinta a tutto campo, e dal classico Ilicic, devastante agli esordi italiani e poi via via ridimensionatosi, meno dal cavallo di ritorno Brienza, che ci pare in fase discendente. L'attacco è aggrappato ai soliti estri di Miccoli, che dovrà cantare e portare la croce sperando che Hernandez esca dal bozzolo e regali gol e apporto offensivo all'altezza delle sue doti. Ma per restare su livelli dignitosi ci sarà da soffrire... (2 - CONTINUA). 

lunedì 2 luglio 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: SPAGNA NELL'OLIMPO, MA IL CONGEDO AZZURRO POTEVA ESSERE MIGLIORE


                                           Spagna di nuovo sul tetto d'Europa

All’ultimo tuffo, i nodi sono impietosamente venuti al pettine. Del resto, due anni di duro e buon lavoro non potevano bastare a colmare un gap, quello fra calcio italiano e calcio spagnolo, formatosi in un arco di tempo ben più lungo, direi a partire dal 2004, dapprima silenziosamente, quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più netta e fragorosa. Fragorosa come il 4 a 0 che ha chiuso, nostro malgrado, l'Europeo polacco - ucraino. Il 2004, si diceva: l'anno in cui Luis Aragonès prese in mano le redini della Nazionale spagnola, fino a quel momento il grande bluff del football mondiale, l’eterna incompiuta, sempre candidata a cogliere i più prestigiosi allori e sempre costretta a tornare a casa con le pive nel sacco e la coda fra le gambe.
DA ARAGONES A DEL BOSQUE - Il buon vecchio Luis tracciò il solco: dovette passare attraverso le forche caudine dell’ennesima brutta figura, al Mondiale 2006, ma a Berlino e dintorni c’era già, nel bozzolo, la squadra che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé il mondo intero. Aragonès chiuse il suo ciclo col trionfo europeo di Vienna 2008, lasciando la panchina a Del Bosque, che ha completato il passaggio di questa Selecciòn dalla leggenda al mito, all’Olimpo degli Dei del pallone, come avevo scritto qualche post fa. 
Due titoli continentali e uno mondiale in cinque anni: nessuno era mai arrivato a tanto, fino ad ora, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che qualcuno possa imitare Xavi e compagni. Negli anni Trenta, la splendida Nazionale azzurra di Vittorio Pozzo riuscì a realizzare qualcosa del genere: dal 1934 al 1938, due Coppe del Mondo consecutive, inframezzate da una Coppa Internazionale (sorta di antenata in formato ridotto dell’Europeo) e da un torneo olimpico di calcio (a cui all’epoca veniva data, se non pari importanza, di certo pari dignità rispetto ai Mondiali).
IN FINALE PASSEGGIANDO - Forse ci hanno presi in giro, le Furie Rosse. Contro Francia e Portogallo, il loro tiki taka era parso arrugginito, a tratti involuto, addirittura sterile. La Spagna è arrivata in finale quasi passeggiando: raramente, prima dell’atto conclusivo, ha fatto girare i motori a pieno regime, forse solo nella prima partita,  quando, trovatasi sotto contro l’Italia, ha dovuto forzare i ritmi per non cominciare il torneo con un capitombolo. Da allora, è stato un trotterellare, quasi un rotolare per inerzia verso il traguardo, nella consapevolezza di una superiorità sul resto del lotto delle partecipanti che, gara dopo gara, nello spogliatoio iberico prendeva sempre più corpo. Quasi un allenamento contro l’imbarazzante Eire trapattoniana, il minimo sindacale con croati, francesi e portoghesi. Certo, in semifinale il rischio è stato grosso: bastava un Portogallo meno sulle sue e più in grado di assecondare gli estri di Cristiano Ronaldo, e bastava anche un pizzico di sfortuna in più nella giostra finale dei penalty.
Consapevoli di aver forzato troppo la mano alla buona sorte, gli uomini di Del Bosque hanno pensato che il tempo del “traccheggio” fosse finito. Eccoli, dunque, sul campo di Kiev, sciorinare il meglio del loro repertorio. La finalissima contro l’Italia è stata forse una delle espressioni più alte del leggendario ciclo quinquennale iberico: la sintesi ideale fra la Spagna bella, scintillante, vezzosa di Euro 2008 e quella oltremodo pragmatica di Sudafrica 2010. Ieri sera, Iniesta e compagni hanno lucidato e messo in bella mostra l’argenteria del loro gioco avvolgente  e dell’infinita classe racchiusa nei loro piedi; hanno indossato il vestito buono per l’occasione che valeva davvero, dopo essersi concessi con molta parsimonia nella fase d’approccio.
UNA SQUADRA DA SOGNO - Abbiamo visto all'opera la vera Selecciòn del mito: una squadra che fa correre il pallone irretendo e sfiancando gli avversari, con una manovra sincronizzata al secondo e perfetta al millimetro, una copertura capillare del terreno di gioco, una sublime capacità di gettarsi negli spazi che il “nemico” alfine le concede dopo un lungo lavoro ai fianchi. Ma come per l’Olanda degli anni Settanta, che seppe valorizzare al massimo il suo “calcio totale” perché era zeppa di fenomeni, il tiki taka giallorosso funziona perché a giocarlo sono calciatori che danno del tu alla palla, talenti dal palleggio privo di sbavature, impeccabili nel tocco, nel controllo, nei passaggi. E tutti, non solo i “cervelli” Xavi, Iniesta e Xabi Alonso, dalla visione di gioco geometrica. Quando poi a tutto ciò si aggiunge anche un pizzico di dinamismo in più, ecco che per chi sta loro davanti è notte fonda.
Siamo sinceri: dopo il primo gol, non c’è mai stata la sensazione che i nostri potessero in qualche modo rimettere in carreggiata la gara. Fabregas, letteralmente indiavolato, ha sottoposto la nostra difesa a ripetute, tremende sollecitazioni, Silva è tornato ai livelli delle sue prime apparizioni sul grande palcoscenico internazionale (non a caso i due hanno confezionato in comproprietà la prima segnatura); e Jordy Alba, l'ultimo arrivato, è già uno dei laterali mancini più impetuosi e affidabili del globo (stupendo, per tempismo nell'inserimento e rapidità di esecuzione, il gol del 2 a 0). 
Spiace dirlo, ma era dai tempi della finale mondiale del ’98 tra Francia e Brasile che non si vedeva, nell’atto conclusivo di un grande torneo, una tale disparità di forze in campo. Il momento migliore per noi, l’avvio della ripresa, ha fruttato solo due opportunità mancate da Di Natale, la prima di testa su cross di Abate, la seconda con un sinistro su Casillas in uscita. Poiché il sottoscritto non ha mai fatto mancare attestati di stima e di fiducia a questa nostra Nazionale (l’archivio del blog è una testimonianza inoppugnabile), oggi non ho scrupoli di coscienza e non sento il “dovere morale” di dover dire “grazie lo stesso”.

                                            All'Italia è mancato l'acuto finale

DOPO LA GERMANIA, SPINA STACCATA - Il bilancio di Euro 2012, per noi, è largamente positivo, perché siamo secondi in Europa dopo essere stati venticinquesimi, o ventiseiesimi, nel mondo, appena due anni fa. E perché abbiamo dato una immagine di gioco nuova, fresca, propositiva, facendo emozionare e divertire anche gli spettatori neutrali. E tuttavia, mai, per nessuna ragione, una finale può essere affrontata come l’hanno affrontata i nostri: totalmente sbagliato l’approccio e la gestione, prima e in corso d’opera.  
La sensazione è che il nostro Europeo si sia virtualmente chiuso giovedì, con il trionfo sulla Germania. Un'impresa troppo grande, una delle più belle nella storia del nostro calcio, per realizzare la quale si era dovuto dare fondo a tutto il bagaglio delle nostre risorse. Dopo, è stata solo una lunga celebrazione dei nostri rinnovati fasti, fra tanto riposo, poco allenamento, lettere del Presidente della Repubblica e dubbi del tecnico sul proprio futuro. Sembrava quasi che, a quel punto, dopo aver superato il colosso germanico nulla potesse impedirci di cogliere il massimo alloro, che sarebbe arrivato in automatico. Ma il calcio non è fatto di ineluttabilità, di corsi e ricorsi storici, di leggi dei grandi numeri.
CONDIZIONE FISICA - Imbarazzanti le condizioni fisiche dei nostri: e questa, perdonatemi, non può essere solo sfortuna. Così come il discorso  degli stage non concessi durante la stagione c’entra poco, in questo contesto: la Nazionale il suo ritiro preparatorio  l’ha fatto, ma qualcosa nella gestione atletica e medica degli uomini deve essere andata storta.  Le energie mentali possono bastare a sostenere un ultimo sforzo se quelle fisiche sono in riserva ma non al lumicino: ieri, invece, i nostri erano svuotati, completamente, nel corpo e nello spirito, al punto di rischiare una lezione ben più severa. 
La luce si era spenta anche per Prandelli: che ha mandato in campo senza alcuna ragione plausibile Chiellini, reduce da due infortuni ravvicinati, ormai disabituato a giocare con continuità in un ruolo nel quale Balzaretti aveva fatto il suo alla grande; ha richiamato in panca Cassano che era stato fra i meno peggio nella prima frazione (problemi al ginocchio? Ritorna il discorso fatto prima sulla condizione atletica e sanitaria generale, e comunque se sta male non lo fai nemmeno giocare...); ha tolto Montolivo, anche lui fra i più propositivi, pure come incontrista (dal milanista e dall’ex fiorentino, ricordiamolo, le uniche conclusioni pericolose della prima frazione, due tiri a lunga gittata respinti da Casillas). 
Per Chiellini, è il solito errore che sembra scritto nel dna dei tecnici azzurri: non si rinuncia mai ai grandi nomi del gruppo, anche quando questi sono fisicamente a terra, perché si pensa che la loro personalità, la loro esperienza, possa comunque essere utile: fu così per Roby Baggio nel ’94, per Del Piero nel ’98 e nel 2000, per Cannavaro nel 2010. I nostri cittì stanno sempre aggrappati ai loro miti, ai totem dello spogliatoio, anche quando non dovrebbero, e ne ricavano sistematicamente cocenti delusioni: impareranno mai la lezione? Ho i miei dubbi. Benedetto Lippi, che nel 2006 utilizzò quasi tutti i gli uomini a disposizione evitando di fossilizzarsi sui soliti 15-16... 
RIMPIANTI E FUTURO - I rimpianti sono tanti: la Spagna è forte, fortissima, ma noi stessi, meno di un mese fa, abbiamo dimostrato che non è inavvicinabile. Rimango convinto che un’Italia in condizioni decenti se la sarebbe giocata ben diversamente. Diciamo anche che il fatto di aver dovuto subito affrontare la “più bella”, nell'ouverture di Danzica, ci ha costretti a tenere fin dall'inizio dei ritmi elevati, ulteriormente accentuati nelle sfide a eliminazione con Inghilterra e Germania, che hanno comunque marchiato a fuoco questo torneo, regalando i momenti più intensi, ricchi di pathos e ben giocati di Euro 2012. 
Ecco, si riparta da qui: da questa nuova Italia, coraggiosa, aggressiva, desiderosa di produrre gioco e gol, almeno fin quando le energie gliel’hanno consentito. Un’Italia che può ancora farci sognare, ma a certe condizioni: che rimanga Prandelli, affinché non si ripeta il traumatico abbandono di Zoff nel 2000, dal quale derivò un quadriennio di disgrazie azzurre; occorre poi rassodare e rimpolpare tecnicamente la rosa, dando subito spazio ai giovani emersi a fatica, fra A e B, nell’ultima stagione, magari seguendo un percorso inverso rispetto a quello logico e consolidato, ossia cominciando a farli giocare in azzurro in modo da “stimolarne” l’utilizzo nei club, quasi una provocazione; da migliorare, inoltre, l'impostazione globale della preparazione  della Nazionale, ma questo rientra in un quadro complessivo di riassetto e riorganizzazione del Club Italia, dal quale non si potrà prescindere più, in alcun modo: altrimenti, l’argento di Kiev resterà un fatto isolato.

venerdì 29 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: BATTUTA UNA GRANDE GERMANIA. COME COL BRASILE NELL'82

                                                 Balotelli scocca il tiro del 2-0

Come Dortmund 2006? No, di più. Chiariamo subito: l'impresa degli azzurri iridati di Lippi nella tana dei   tedeschi, i rivali di tutte le stagioni, rimarrà per sempre una delle pagine più belle della storia del nostro calcio. Ma a Varsavia è accaduto qualcosa di diverso, di prezioso, di speciale, di inimmaginabile. Ieri sera i pronostici, ben più di sei anni fa, erano nettamente favorevoli alla Germania: una squadra giovane ma già ricca di esperienza internazionale, un complesso senza apparenti punti deboli, dal pragmatismo tipicamente teutonico. Una Germania ricca di alternative in tutti i ruoli dal centrocampo in su, una Germania che, dopo un secondo posto europeo e un terzo mondiale, era pronta a cogliere il massimo alloro continentale, e nel contempo a spazzare via il tabù italiano. 
CASTIGATA UNA "GRANDISSIMA" - Non erano esagerazioni giornalistiche, chi l'ha seguita a Euro 2012 non può che convenirne: era uno squadrone coi fiocchi, la Nationalmannschaft. Per questo, ribadisco ciò che avevo scritto in chiusura del mio precedente post: il successo di ieri sera è un capolavoro  paragonabile a quello realizzato da un'altra Italia partita Cenerentola e diventata via via la più bella di tutte, l'Italia del 1982, che stese il Brasile dei fenomeni sovvertendo ogni previsione: quella Seleçao, come i panzer di oggi, era lanciata da una sequela di vittorie condite di gol e spettacolo, pareva inavvicinabile, già destinata a gloria imperitura. E invece...  Allora come oggi, i nostri hanno accettato e vinto la sfida sul piano del gioco, senza ritrarsi e asserragliarsi dietro, e prendendosi anche i conseguenti rischi, perché al cospetto di certi formidabili "undici" subire palle gol è comunque inevitabile.
Non so cosa diavolo passi per la testa dei tedeschi ogni volta che ci affrontano. Ma non voglio nemmeno pensare che si tratti di un blocco psicologico: lo ripeto, questa Germania edizione 2012 non aveva motivi per sentirsi a disagio mentalmente, aveva tutti i mezzi per costruire un percorso vincente da chiudere domenica sera, con la Coppa alzata da Lahm al cielo di Kiev. Diciamo allora che se una schiacciasassi designata prende a girare in folle, il merito è anche di chi le sta davanti. Ed ecco l'Italia, dunque: per chi l'ha vista crescere in questo biennio, passando dai tentennamenti iniziali a prove via via sempre più convincenti e autoritarie, la sensazione di stupore è relativa. 
Il team modellato da Prandelli sta facendo quello che ha quasi sempre fatto, nelle eliminatorie e nelle amichevoli del 2010 e del 2011, certo con meno intensità e continuità rispetto a oggi: punta più sull'offesa che sulla difesa, cerca di manovrare e costruire, preferisce il gioco d'iniziativa. Lo aveva fatto bene per 70 minuti con la Spagna, per poco più di un tempo con la Croazia, solo a radi sprazzi con l'Eire. Contro l'Inghilterra ha gettato la maschera, dominando in lungo e in largo dopo qualche impaccio in avvio e mancando il successo nei tempi di gioco solo a causa dello scialo di palle gol, che continua ad essere il vero tallone d'Achille di questa rappresentativa. 
SUPER MARIO VERSO LA CONSACRAZIONE - Davanti agli uomini di Low, la crescita è continuata. Il nostro cittì è stato di parola: attaccheremo, aveva detto, sorprendendo solo chi non ha ancora capito a fondo la filosofia, lo spirito nuovo di questa nostra Nazionale, mai sparagnina, mai attendista, sempre protesa all'inseguimento del gol. Che a Varsavia è finalmente arrivato, perché, come avevo auspicato, Balotelli ha deciso infine di fare il Pablito Rossi: è entrato in sintonia col gol quando maggiormente serviva alla causa, ha saputo conquistarsi la scena nel momento topico come solo i grandi, già consacrati o "in pectore", sanno fare. Due reti pesanti in una semifinale internazionale, contro uno dei colossi del football mondiale: da queste prodezze, non da altro, si riconoscono i fuoriclasse dell'attacco. 
IL BELLO DEL CALCIO - Scrivere di tattica, di assetto delle squadre sul campo di gioco, dopo una serata come quella di ieri sembra persino sgradevole e superfluo. Per noi appassionati di calcio, questi Europei sono stati anche una lotta contro i negativisti ad ogni costo, contro quelli del "stupidi voi che vi appassionate ed entusiasmate per le false prodezze di miliardari in mutande e maglietta, mentre il Paese va a rotoli". Che palle, cambiate registro, sarebbe la risposta più sbrigativa: per essere educati, tuttavia, basta ricordare a costoro, gente che vede sempre e comunque nero, che il calcio da oltre un secolo conquista e sa mantenere la passione e il seguito delle folle, in ogni angolo del globo, e vi riesce anche perché ogni tanto regala eventi epocali e romanzeschi come quello di Varsavia, emozioni uniche che aggregano, che danno la possibilità di vivere qualche ora di gioia, di evasione dai terribili momenti del quotidiano. Grazie a serate come questa, io non rimpiangerò mai di aver dedicato tanto tempo della mia vita al football. 
AZZURRI SONTUOSI - Comunque, di calcio occorre parlare, perché questa ennesima Italia - Germania resterà consegnata agli annali: a pochi giorni dall'ottima prova contro gli inglesi, risolta solo ai calci di rigore quando poteva venir chiusa ben prima, i nostri sono riusciti a offrire un'altra prestazione di valore assoluto, una delle migliori dai tempi del vittorioso mondiale berlinese. Inizio fra mille patemi, con almeno due rischi concreti, poi l'uscita dal guscio a macinare calcio non più fittamente elaborato come altre volte, ma scarno e di sostanza.
La prestazione di Cassano vale, forse, più di tutte quelle finora offerte in maglia azzurra dal folletto barese: dopo un gran tiro da fuori neutralizzato in tuffo da Neuer, una prodezza da giocoliere autentico, a scivolare leggero in dribbling fra due difensori per poi mettere il pallone sulla testa di Balotelli, prontissimo all'appuntamento con la storia. Ma il primo a tentare la conclusione, spezzando l'iniziale assedio tedesco, era stato Montolivo con un destro da fuori: un Montolivo propositivo, dinamico, utile anche nel "lavoro "sporco", lucido e tempista al momento di azionare Super Mario per il contropiede del 2 a 0, facendosi perdonare l'incertezza fatale di pochi minuti prima, quando ha cincischiato davanti al portiere sprecando la palla del raddoppio. 
Gli altri? Pirlo al solito sontuoso, eccelso anche quando, come ieri, è chiamato a dare un contributo più cospicuo in copertura (con anche un salvataggio sulla linea nel convulso avvio), sempre pronto a ribaltare l'azione, a spostare in avanti il baricentro del gioco e a distribuire palloni con pazienza e perizia. Marchisio diesel, cresciuto impetuosamente alla distanza dopo aver anche lui dovuto mulinare i tacchetti in interdizione: nella ripresa, ecco alcuni dei suoi inserimenti micidiali, con due diagonali a lato di pochissimo, due occasionissime che avrebbero meritato miglior sorte.

                                                  Buffon esulta con Diamanti

BONUCCI - BARZAGLI, INVALICABILI - De Rossi ha fatto il difensore aggiunto quasi come in apertura di manifestazione, strappando palloni importanti e dando respiro a una retroguardia comunque assai sollecitata, ove hanno brillato un Bonucci alla miglior partita della sua carriera e un Barzagli che, dopo aver fatto la comparsa a Germania 2006, ora si prende in toto la ribalta: da entrambi, chiusure a go go, salvataggi in perentorio anticipo, palle alte calamitate sistematicamente, fino a generare un palese senso di impotenza fra gli avversari. 
Balzaretti, spostato dalla sua corsia preferita, è parso assai più contenuto, limitando al minimo gli sganciamenti, ma sempre attento, mentre ha al solito giganteggiato Buffon, con una serie di respinte e deviazioni su tiri di una Germania che, benché quasi... disinnescata dai nostri, ha comunque confermato il suo enorme potenziale offensivo, sfiorando il gol soprattutto con conclusioni a lunga gittata di Reus (entrato nel secondo tempo, ha dato più spessore agli approcci offensivi dei bianchi) e, nel primo tempo, di Khedira, che tuttavia alla lunga è calato non confermando quanto di buono mostrato nelle prime quattro gare, quando si era messo in mostra come uno dei centrocampisti più completi, attivi e incisivi visti all'opera nell'intero torneo. 
ANCORA TROPPI GOL SBAGLIATI - Tornando ai nostri, un po' giù di corda Chiellini (sulla sua fascia Boateng ha avuto fin troppa libertà), mentre l'ingresso di Di Natale è stato sostanzialmente infruttuoso, soprattutto per un contropiede mancato con un tiro terminato sull'esterno della rete, una di quelle palle gol  che uno come lui non dovrebbe mai sbagliare. Il suo errore, più clamoroso di quelli prima citati di Marchisio, ci ha impedito di chiudere un match che poteva andare sul 3 a 0 con largo anticipo e che è invece rimasto aperto fino all'ultimo secondo anche grazie a un generoso rigore concesso ai tedeschi, e trasformato da un Ozil fortemente ridimensionato dopo le luminarie di Sudafrica 2010, troppo discontinuo, spesso assente dal match (ieri come nelle gare precedenti). 
Siam sempre lì: abbiamo trovato in Balotelli il terminale in grado di far finalmente fruttare in buona misura il lavoro di produzione di opportunità di tiro, ma altri continuano a sprecare occasioni che nelle fasi finali di questi tornei vanno assolutamente concretizzate, se non si vuol fare la fine dell'Italia del 2000, sconfitta, più che dalla Francia, dagli "indimenticabili" svarioni sotto porta di un Del Piero ai minimi storici. E tuttavia, nonostante la sfuriata finale di Buffon contro le imprecisioni dei compagni, che hanno messo a repentaglio una vittoria ampiamente meritata, il passo avanti rispetto allo spreco delle gare precedenti c'è stato. Ha il nome di Super Mario e il volto tattico di una maggior capacità di verticalizzazione. 
VERSO KIEV - Contro la Spagna (che incontreremo per la terza volta in stagione!) basterà? Al momento è prematura qualsiasi risposta. Al momento, mentre gli azzurri già ricaricano le pile per la sfida conclusiva, noi possiamo permetterci di fermarci un attimo, chiudere gli occhi e godere di questa strepitosa impresa. L'Italia è in finale a Euro 2012, il traguardo è sensazionale ed è quello che conta, perché dà concretezza alla resurrezione del nostro movimento calcistico al di là di quanto accadrà nella  finalissima, che ci vedrà opposti a una super potenza e il cui esito, come tutti gli atti conclusivi di questi tornei, è legato a fattori anche aleatori e non schiettamente tecnici. Ma noi ci siamo, alla faccia di chi continua a considerare il nostro come un football brutto, mediocre, sorpassato. E intanto abbiamo un'altra Italia - Germania da raccontare ai bambini di domani. 

lunedì 25 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: GIUSTIZIA E' FATTA, L'ITALIA BASTONA UN'INGHILTERRA AVVILENTE

                                              Diamanti: suo il rigore decisivo

Poiché la giustizia non è di questo mondo, tantomeno del mondo del calcio, non era affatto scontato che gli azzurri, dopo aver dominato gli inglesi 110 minuti su 120, trovassero nella giostra finale dei penalty (che è una lotteria, sebbene qualcuno si ostini ad affermare il contrario) l'imprimatur ufficiale a un successo largamente meritato nei tempi di gioco. Eupalla, la dea del pallone secondo Gianni Brera, non si è girata dall'altra parte: del resto, la sua punizione ce l'aveva già inflitta trascinando la partita fino al penultimo tiro dal dischetto. Colpa nostra: il mal di gol continua ad essere devastante, e così i ragazzi di Prandelli hanno mancato di chiudere i conti con largo anticipo, come avrebbero dovuto, scialacquando occasioni su occasioni. 
INGHILTERRA, ANTICALCIO E BARRICATE - Insomma, si è sfiorata una beffa che sarebbe stata autenticamente epocale: sbattuti fuori da Euro 2012 dopo aver giocato forse la nostra miglior partita internazionale dell'ultimo quinquennio. Non è accaduto perché la decenza ha alfine reclamato i suoi diritti: quella decenza che gli inglesi hanno lasciato evidentemente in terra d'Albione, poiché indecente è stata la loro prestazione. Si è parlato spesso, anche su questo blog, della Grecia e del suo calcio difensivo, del contenimento come unica arma da opporre ad avversari ben più dotati sul piano della classe e dell'esperienza. Ma il team di Hodgson è andato oltre, praticando un catenaccio interpretato nella sua forma più deteriore (perché il catenaccio originario, il "verrou" nato negli anni Trenta, era modulo con una sua dignità e non necessariamente nemico dello spettacolo), retriva, quasi antisportiva. Una difesa di massa, tutti dietro al pallone, a fare mucchio, ostruzionismo, continuamente, senza altra idea se non quella di distruggere il gioco, di impedire agli avversari di  fare calcio, e rifiutandosi essi stessi di farlo. 
NON E' FOOTBALL ALL'ITALIANA - E' quasi offensivo, nei confronti del nostro movimento calcistico e della sua storia, dire che l'Inghilterra, soprattutto in seguito alla gestione Capello, abbia tratto insegnamento da noi. La rappresentativa azzurra non gioca un calcio di stampo difensivo da almeno trent'anni, se non di più (diciamo pure dall'inizio dell'era Bearzot). E se qualche volta (molto raramente, ma è accaduto) si è dovuta  rintanare dietro le barricate, lo ha fatto perché vi si è trovata costretta in corso d'opera dalle preponderanti forze nemiche (come contro l'Olanda, semifinale di Euro 2000), non certo per scelta premeditata. Ergo, non vengano a raccontarci fandonie, i sudditi di Sua Maestà: con la prestazione di ieri sera, tutta in trincea e quasi totalmente rinunciataria, hanno sporcato una gloriosissima tradizione calcistica, fatta di arrembaggi generosi anche se a volte scriteriati. 
AZZURRI BENE, MA IL MAL DI GOL CONTINUA - Va da sé che, contro compagini chiuse a riccio come questa triste Inghilterra 2012, giocare bene e produrre occasioni diventa estremamente difficile. Da questo punto di vista, l'Italia merita solo elogi: dopo un inizio folgorante (ah, quel palo di De Rossi su schioccante conclusione dalla distanza...), ci sono stati dieci minuti di sofferenza acuta e inspiegabile, con i britannici rapidi, pronti a ripartire e aggressivi, capaci di andare vicini al gol per due volte, prima con il difensore Johnson in mischia (prodezza di Buffon) e poi con un'inzuccata alta di Rooney.
Insomma,  i pronostici della vigilia, quelli che parlavano di un indecifrabile 50 e 50, sembravano dover essere rispettati in pieno, con continui scambi di colpi. Macché: l'Italia ha superato la buriana con personalità e maturità tattica, e ha avviato l'assedio: nonostante gli spazi si intasassero sempre di più, i nostri riuscivano ad arrivare un considerevole numero di volte nei pressi d Hart, e in questo brillava particolarmente Balotelli, propositivo e ficcante ma, ahinoi, ben poco preciso al momento di cogliere i frutti del buon lavoro svolto. 
Eccoci di nuovo al punto dolente: questa "Azzurra" versione Prandelli, l'ho scritto mille volte, è compagine che ha il gusto del gioco, manovriera a centrocampo, sostenuta da una discreta spinta sui lati, capace di assumere l'iniziativa anche contro avversarie di alto lignaggio e di creare un buon numero di palle gol. Ma non concretizza se non in minima parte la mole di lavoro prodotta. Mole di lavoro che ieri è stata davvero mastodontica, in rapporto alle difficoltà offerte da una compagine barricadera e ostruzionistica, nella quale ha se non altro brillato un Terry all'altezza della sua fama: ma con pazienza e con una circolazione di palla a tratti "spagnoleggiante", i nostri infine i varchi li hanno trovati: detto delle occasioni mancate da De Rossi e Supermario nel primo tempo, nella ripresa ancora De Rossi sprecava da pochi metri, poi il solito Balo non sfruttava una corta respinta di Hart e si faceva di nuovo deviare il tiro, prima che Montolivo si lanciasse sul pallone scagliandolo di poco al di sopra della traversa. E, nel finale, Johnson si produceva in un miracoloso recupero su Nocerino, contrandone un tiro diretto probabilmente in fondo al sacco. 
MONTOLIVO, PECCATO! - Alla lunga, la stanchezza per il lungo forcing e alcune impreviste défaillance fisiche (De Rossi, Abate) hanno appannato la manovra dei nostri, che comunque hanno continuato a premere e a cercare il gol della vittoria incessantemente, fino all'ultimo secondo dei supplementari. Ai rigori i rabbiosi Balotelli e Nocerino, un Pirlo che ha ritrovato il gusto per la follia dei fuoriclasse (gol in pallonetto come Totti nel 2000), un Buffon glaciale e un Diamanti niente affatto a disagio di fronte al momento più delicato e importante della sua quasi vergine carriera internazionale, hanno rimediato all'errore di Montolivo, che non meritava il peso della responsabilità di un'eventuale sconfitta, avendo interpretato la gara con grande umiltà e acume tattico, dannandosi l'anima per cercare spiragli in quell'ammucchiata umana dalle maglie bianche e sacrificandosi anche con puntuali rientri. 

                                              De Rossi e Buffon, due protagonisti

MESSAGGIO - Fra gli altri italiani, la coppia Bonucci - Barzagli ha avuto ben pochi cedimenti: tempista ed efficace sia di testa che di piede, con l'ex barese abile ad uscire a testa alta per cercare di riavviare l'azione. Abate ha brillato più in retroguardia che in fase di spinta, eccezion fatta per la mezz'ora precedente la sua uscita forzata, mentre Balzaretti è stato il consueto stantuffo, ma non sempre confortato da adeguata misura nei cross e nei passaggi.
De Rossi - Pirlo è tornata una cerniera di valore mondiale, incredibile il numero di palloni lavorati, il fervore nelle due fasi, l'agonismo, mentre Marchisio ha fatto un bel po' di "legna" nel mezzo, correndo per due, e spinto con continuità senza però trovare gli spunti giusti per sfondare le retrovie britanniche, e in attacco è parso sotto il suo standard Cassano, scarsamente ispirato nelle iniziative personali e un po' smarrito nella gabbia difensiva allestita da Hodgson. Ma, al di là delle valutazioni sui singoli, tutta la squadra ha fornito una prova da incorniciare, nel senso del messaggio lanciato all'Europa e al mondo del pallone: la vittoria va inseguita attraverso le vie del gioco, se se ne hanno le potenzialità tecniche e tattiche. L'Italia queste potenzialità le ha, e giustamente cerca di valorizzarle e sfruttarle; ma le ha, anche se forse leggermente meno rispetto a noi, anche l'Inghilterra, e per questo il suo atteggiamento "perdente" deve suscitare scandalo. 
E SE BALOTELLI... - Un messaggio di speranza che va al di là del valore effettivo della nostra rappresentativa e delle sue prospettive in questo Europeo: perché le lacune nella concretizzazione, diciamo pure la sterilità strisciante,  chiederanno il conto al cospetto di una Germania che, ora come ora, si para innanzi a Buffon e compagni come un baluardo oggettivamente insormontabile. Ma nelle battute conclusive di questi tornei, quando la qualità delle squadre non è più il solo valore di riferimento, ma ad esso vanno sovente a sommarsi altri parametri, altri fattori che determinano il risultato finale, non è il caso di fasciarsi la testa prima che sia rotta.
Un problema come quello del gol non si risolve in pochi giorni: mancano i Toni e i Gilardino dei bei tempi, tanto per restare ad esempi recenti. Scartata ormai  l'ipotesi del lancio di Borini,  e dopo aver preso seriamente in considerazione il ripescaggio di Di Natale o anche dello sgusciante Giovinco, che potrebbe far ammattire le panzerdivisionen, è chiaro che il perno attorno al quale ruotano tutte le nostre speranze offensive è Balotelli:  che nella settimana di Europeo rimasta il nostro golden boy possa finalmente riuscire a raddrizzare la mira, "annusando" il peso del grosso traguardo a portata di mano, è ipotesi tutt'altro che campata per aria. Al momento, però, le mie percentuali sono orientate verso un 65 Germania e 35 Italia: ma sono le stesse percentuali che, fossi stato già allora un appassionato di calcio, avrei dato per Italia - Brasile dell'82, a favore degli auriverdes. E anche all'epoca c'era un attacco che, inizialmente, faticava non poco a finalizzare, prima che esplodesse un certo Pablito Rossi...
A scanso di equivoci, comunque, il sottoscritto considera già un traguardo eccezionale l'ingresso nel ristrettissimo circolo delle quattro grandi d'Europa. Ricordiamoci da dove siamo partiti, ossia da Sudafrica 2010: e guardiamo dove siamo adesso. Il football nostrano non è poi tanto male, no? E, soprattutto, lo ripeterò fino alla noia, il difensivismo fine a se stesso non abita più qui. Se lo mettano bene in zucca, i giornalisti e tutti gli addetti ai lavori stranieri.