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martedì 20 marzo 2018

RIPARTE L'AVVENTURA AZZURRA. IL "RINNOVAMENTO CON GIUDIZIO" DI DI BIAGIO, CT AD INTERIM


Sta per tornare in campo la Nazionale. Dopo il disastro svedese di novembre, dovrebbe essere uno dei momenti clou della stagione: l'inizio della rinascita, della ricostruzione, per porre le basi di un futuro che pretendiamo migliore e che già bussa alla porta, con la nuova Nations League che partirà a settembre. Invece, il nuovo corso azzurro è iniziato a fari spenti, messo in secondo piano dall'attesa per il derby italo - spagnolo in Champions e dalla lotta scudetto riapertasi nel fine settimana. Si dirà: in fondo sono solo amichevoli, quelle che attendono i nostri prodi. Già, ma a parte che si tratta di amichevoli extralusso (Argentina venerdì e Inghilterra martedì), rappresentano comunque il primo passo di un nuovo capitolo, il più oscuro e intricato di sempre, del romanzo calcistico nostrano. 
STAGIONE CAOTICA E TRAGICA - Nulla di cui sorprendersi, del resto. Dall'eliminazione dai Mondiali a oggi, il pallone nostrano è stato travolto dal caos e da eventi persino tragici, che hanno confinato il derelitto Club Italia a ultimo dei pensieri dei media e degli appassionati tricolori. Prima le dimissioni di Tavecchio, poi il commissariamento della federazione, e già ce n'era abbastanza. Poi è arrivata la disgrazia vera, la morte assurda e incomprensibile di Davide Astori, un azzurro, un volto amico e familiare. Anche in suo nome e nel suo ricordo, urge riannodare i fili agonistici di un discorso innaturalmente interrotto a San Siro nell'autunno scorso.
Certo le premesse tecniche non sono le migliori: c'è infatti da chiedersi come possa essere messo in cantiere un rinnovamento effettivo, se nei primi test in programma in quest'ultimo scorcio di stagione la rappresentativa sarà guidata da un cittì "a tempo". L'impegno primario di Di Biagio, in questi mesi, sarebbe dovuto essere la preparazione dell'Under 21 all'Europeo casalingo in programma nel 2019, e invece si trova a dover gestire una fase di transizione fra le più delicate di tutta la storia della Nazionale maggiore. Una fase in cui non ci si può permettere di traccheggiare, occorrendo invece gettare semi che possano dare frutti duraturi.
DI BIAGIO E' SOLO DI PASSAGGIO? - Un traghettatore? Probabile, ma non certo. Del resto, ricordiamo che anche l'avventura di Enzo Bearzot era cominciata in forma "precaria", come collaboratore del grande Fulvio Bernardini, e già pochi mesi dopo il suo debutto, anche a causa di una infelice prestazione casalinga contro la modesta Finlandia, in molti iniziarono a chiederne la testa, invocando l'ingaggio di allenatori "veri" come Vinicio, Liedholm e Giagnoni, allora sulla cresta dell'onda. E invece, passo dopo passo, il vecio prima conquistò la guida tecnica in solitaria e poi dimostrò le sue capacità di trainer di statura planetaria, costruendo quel capolavoro di squadra che trovò la sua sublimazione ad Argentina '78 e a Spagna '82. Altri tempi, certo, e soprattutto altro serbatoio di talenti a disposizione, ma, insomma, certe sorprese nel football sono all'ordine del giorno: se il buon  Gigi dovesse ottenere risultati insperati in queste prime uscite, metterlo poi da parte a giugno per far spazio a un coach di altissimo profilo (Mancini? Conte? Ranieri? Ancelotti?) potrebbe non esser facile per i vertici federali. 
QUALCHE VOLTO NUOVO E I GIOVANI "NON CAPITI" DA VENTURA - Leggo che da più parti ci si attendeva una vera e propria rivoluzione nelle convocazioni, rivoluzione che invece non vi è stata. Le novità o "quasi novità", si badi bene, ci sono: Cristante (che aveva già fatto capolino), Cutrone e Chiesa, senza dubbio i migliori prospetti giovani espressi dall'attuale Serie A assieme a Barella, quest'ultimo per il momento costretto ancora all'anticamera come i difensori Romagnoli e Caldara, che sarebbero di certo stati della partita se non fossero alle prese con fastidiosi malanni. Poteva starci il milanista Calabria, per il quale tuttavia sono attese ulteriori conferme dell'attuale buon rendimento, e avrebbe meritato anche l'ottimo El Shaarawy di questa annata, ma è stato chiamato Ferrari, valido rappresentante della Samp rivelazione di Giampaolo (almeno fino a due settimane fa), e ritorna giustamente l'indemoniato Bonavenura ammirato negli ultimi mesi rossoneri.
Per il resto, c'è ben poco da criticare, perché gli emergenti su cui lavorare non mancano, ma quelli già totalmente pronti per i confronti sul palcoscenico internazionale sono... quelli che sono. E poi, come era possibile non ripartire anche dai vari Darmian e Florenzi, Rugani e Zappacosta, Pellegrini e Verratti, e dal trio Insigne - Immobile - Belotti? E' vero, erano tutti parte integrante del gruppo affondato con Ventura, ma si tratta di elementi di indiscutibile valore, non certo i principali responsabili della disfatta mondiale: in un contesto diverso, con una guida diversa, con nuove motivazioni e la mente serena, potranno senz'altro fornire un miglior contributo alla causa. 
I VETERANI: SITUAZIONI DIVERSE - Riguardo ai veterani e agli anziani rimasti in gruppo, ci si potrà accapigliare all'infinito, ma la verità in tasca non ce l'ha nessuno. Un coach carismatico forse avrebbe avuto meno remore e operato un restyling pressoché totale, mentre Di Biagio, conscio della sua posizione in un indefinibile limbo tecnico, non ha voluto rinunciare al collante dello spogliatoio. Ma per Buffon si è trattato probabilmente solo di un gesto di riconoscenza per uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che non poteva chiudere la sua storia azzurra con le lacrime post Svezia (ma Zoff chiuse con lo 0-2, proprio in Svezia, che nell'83 sancì l'eliminazione dei campioni del mondo dall'Euro '84, e nessuno ebbe da ridire...), Bonucci e Chiellini resteranno probabilmente le uniche chiocce dello spogliatoio nel futuro prossimo, mentre sarà da definire la posizione di Candreva, spesso contestato nell'Inter ma che, anche nei mesi nefasti che hanno condotto all'eliminazione iridata, è stato uno dei pochi a saper movimentare il gioco offensivo della nostra selezione. 
FUTURO CON BALOTELLI E RINNOVAMENTO SENZA FRETTA - Sullo sfondo, c'è sempre il discorso Balotelli: il CT ha spiegato la sua esclusione con motivazioni legate al gioco e non al comportamento, ma un elemento che ha ritrovato se stesso dopo alcuni anni bui, che sa inventare gol quasi dal nulla e che nel Club Italia ha quasi sempre fornito prestazioni all'altezza, condite da gol belli e importanti, non potrà restare a lungo ai margini, piaccia o non piaccia come personaggio. Per il resto, il passato insegna che certi rinnovamenti non possono essere fulminei e totali, neppure in epoche di vacche grasse (dopo Mexico '86, Azeglio Vicini inserì i ragazzi d'oro della sua memorabile Under a poco a poco, col contagocce), e che non bisogna mai fare di tutta l'erba un fascio, ossia buttare tutto a mare dopo un fallimento, senza ben distinguere le responsabilità. Fallimento che, nel caso di Russia 2018, ha un nome e un cognome precisi, perché rimango convinto che, con un altro allenatore, non solo lo spareggio sarebbe stato vinto, ma avremmo persino conservato qualche possibilità di prevalere nel girone sulla Spagna (che Conte aveva sonoramente battuto all'Europeo francese, non dimentichiamolo mai). Ora basta, dunque: cerchiamo di lasciarci definitivamente alle spalle questa brutta avventura e di ripartire verso orizzonti meno nebbiosi. Si comincia venerdì sera a Manchester, contro l'Albiceleste. 

martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

mercoledì 15 giugno 2016

EURO 2016: DOPO IL TRIONFO SUL BELGIO, L'ITALIA PUO' SFUGGIRE ALLA MALEDIZIONE DEL SECONDO MATCH


E adesso riusciranno, i nostri eroi, a non rovinare tutto? Dopo il più imprevedibile trionfo della storia recente del calcio azzurro, si staglia nitido all'orizzonte il fantasma della "sindrome della seconda partita", quell'improvviso black out che spesso ha colto la nostra Nazionale nei grandi tornei, vanificando con inopinati scivoloni partenze belle e promettenti. I casi più eclatanti? Euro 1996, con vittoria all'esordio sulla Russia, poi assurdo turn over di Sacchi che cambia mezza formazione rivoluzionando difesa e attacco, sconfitta con la Repubblica Ceca e successiva uscita al primo turno dopo il pari con la Germania; per non parlare di Brasile 2014: inglesi castigati al vernissage, e il nostro Mondiale finisce praticamente lì, la squadra si sfalda in mano a Prandelli (il più colpevole di tutti), cammina in campo senza birra e senza idee, e si fa infilare in scioltezza da Costarica e Uruguay, salutando la compagnia iridata dopo soli tre match. 
TRIONFO DI SPESSORE - Certo, la situazione che sta vivendo il Club Italia di oggi pare decisamente diversa rispetto a quei due inquietanti precedenti. Il cittì Conte è un "martello", sul piano psicologico, e cali di tensione non dovrebbero essercene. Preferiamo allora pensare che il sensazionale debutto contro il Belgio rappresenti l'apertura di una porta di cui pensavamo di non possedere le chiavi, perché è un trionfo di ben altro spessore rispetto a tante illusorie vittorie iniziali del passato: due anni fa crocifiggemmo un'Inghilterra tutto sommato modesta, questa volta abbiam fatto fuori un concentrato di classe pura, gioventù ruggente ed esperienza ai massimi livelli, la squadra del futuro e forse anche del presente, nonostante il passo falso. E magari, chissà, il paragone più calzante potrebbe essere per noi quello con il '78, quando il team di Bearzot era destinato, secondo i sedicenti esperti, a finire stritolato nel girone di Francia, Ungheria ed Argentina e invece infilò un successo dopo l'altro, brillando anche sul piano del gioco. I tempi sono cambiati, l'Italia che ha bocciato il Belgio, uno degli acclamati "primi della classe" di questo Europeo, non ha regalato spettacolo, né una manovra scintillante e aggressiva. Ha vinto all'italiana, ma nel senso più nobile del termine, nel segno di una parte del nostro DNA calcistico che ci insegna a saper soffrire in trincea, a difendere con puntiglio ma senza mai rinunciare alla controffensiva, sganciandoci spesso e volentieri per micidiali puntate nell'area avversaria. Tutt'altra cosa rispetto al catenaccio che ancora molti miopi osservatori ci attribuiscono. 
VINCITORI IMPERFETTI - I ragazzi di Conte hanno vinto con pieno merito, grazie a una compattezza, un ordine tattico, un'organizzazione che ha consentito loro di venire fuori anche dai momenti più infelici della gara. Ce ne sono stati, di questi momenti, e ciò rende ancora più incredibile il 2 a 0 rifilato ai Diavoli Rossi; si pensava tutti, me compreso, che per fare la festa ad Hazard e compagni ci sarebbe voluta una prestazione da dieci e lode, invece ne è bastata una da... sette e mezzo, con più di un lato oscuro: gli errori di palleggio che ormai, purtroppo, sono consueti alle nostre latitudini, e la conseguente abnorme quantità di palloni persi anche ingenuamente, in situazioni di assoluta tranquillità, senza forcing avversario; le tante palle gol sprecate che ci avrebbero consentito di chiudere prima il match; i quattro ammoniti, troppi decisamente in una sola partita, con la speranza che questi cartellini vengano adeguatamente gestiti per non perdere uomini chiave al momento topico. Del resto, che sia un'Azzurra colma di difetti lo si sa da tempo, ma si sapeva anche, e qui lo si è sempre scritto, che non è proprio l'ultima della schiera, che ha pochi ma notevoli mezzi per poter compiere un cammino dignitoso. 
E' SEMPRE UN GRAN BEL BELGIO - Pur subendo per lunghi tratti la pressione del Belgio, i nostri hanno alla fine creato più occasioni di quelle concesse ai rivali; e pur lamentando la défaillance di diversi uomini chiave, il timido Darmian in primis, han gettato il cuore oltre l'ostacolo, colmando i vuoti di gioco grazie alla corsa e all'abnegazione di tutti: sintomatico di questo strano e un po' illogico sviluppo della gara il fatto che, a sbloccare il risultato, sia stato Giaccherini, fino a quel momento fra i peggiori in campo. Una vittoria di un italico calcio che si riscopre più artigiano e meno ricco (di classe), ma che sa far girare in folle reputate macchine da football. A proposito, non credete a chi dice che il grande Belgio sia un bluff. Il talento infinito dei suoi verdi astri emerge ogni singola settimana della stagione calcistica di club; e questa Nazionale, alla sua prima vera esperienza di rilievo sulla ribalta internazionale, due anni fa in Brasile, si è spinta fino ai quarti di finale, estromessa a fatica dall'Argentina di Messi e Higuain, lasciando la sensazione di aver espresso solo in parte il suo valore. Poi, insomma, c'è un ranking FIFA che parla chiaro, sulla potenza di fuoco e sul rendimento della rappresentativa guidata da Wilmots: può darsi che resti un'eterna incompiuta, ma è avversario terribile, che anche in una serata storta come quella di  Lione ha comunque mostrato in diversi frangenti la sua statura tecnica senz'altro superiore a quella  dei nostri baldi rappresentanti.

                                                   Il monumentale Bonucci

NON SOLO DIFESA - Ciononostante, lo ripetiamo, la vittoria di Buffon e compagni è stata limpida: i nostri le hanno prese e le hanno date, soffrendo come da copione e uscendo indenni da ogni tempesta. Si è concluso molto verso la porta, dopo una prima mezz'ora sterile, e questo è confortante; Pellè ha sfiorato il bersaglio due volte di testa prima di cogliere il meritato successo in chiusura di partita, Immobile nel finale è stato continuo e incisivo, Candreva non sempre ha mostrato lucidità ma si ascrive comunque una gran botta respinta da Courtois e l'assist del 2-0. Di Giaccherini si è detto: nella prima frazione a lungo fuori gara, confusionario e impreciso, è risorto siglando con uno splendido destro la rete che ha segnato la riscossa di questa selezione finora pallida, e  ha fornito la conferma che la sua utilità risiede nel mortifero talento da incursore, mentre nel cuore del gioco altri potrebbero fare meglio di lui.
L'ENORME BONUCCI - L'hombre del partido è stato Bonucci, a cui riconosciamo da tempo uno spessore internazionale che molti si ostinano a non vedere, ma questa partita dovrebbe aver fatto cadere ogni dubbio, lanciandolo definitivamente nell'arengo dei big continentali: non ha sbagliato un colpo in difesa (e al suo fianco Chiellini è parso persino più nitido e meno "spiccio" del solito nel chiudere ogni varco), è stato ancora una volta il vero regista della formazione, una sorta di centromediano metodista anni Trenta, abile a spezzare le trame altrui e a impostare la manovra con lanci secchi, potenti, lunghi e precisi, come quello che ha mandato in porta il buon Giack. Insomma, c'è da lavorare ma il materiale è migliore di come era stato dipinto. E c'è al nostro attivo un successo che vale oro per i motivi detti in apertura, uno di quei successi che, in genere, fanno crescere autostima, personalità, capacità di reggere le grandi ribalte. A occhio e croce, non è una rondine che non farà primavera, a patto che Conte tenga ben salde le briglie al gruppo.
LA PRIMA GIORNATA - Il passo falso del Belgio, in fondo, si inquadra nell'andazzo generale della prima tornata di gare di Euro 2016. L'allargamento a 24 squadre non sembra, per il momento, aver abbassato il livello tecnico della competizione e allargato la forbice fra grandi e medie. C'è un equilibrio esasperato, solo Germania, Italia e Ungheria sono riuscite a vincere con più di due gol di scarto, e fa piacere sottolineare il fragoroso ritorno dei magiari, che dopo un'inaccettabile assenza di trent'anni dai massimi palcoscenici (Mondiali ed Europei visti solo in tv dopo Mexico '86) si sono ripresentati imponendosi nel derby danubiano sui favoritissimi cugini austriaci. La Francia, altra big designata non solo in qualità di anfitriona, non è parsa al momento una grande squadra, esprimendosi a strappi e cogliendo il successo nell'ouverture grazie a un'isolata prodezza di Payet; gli stessi tedeschi hanno corso più rischi del previsto contro la non trascendentale Ucraina, il Portogallo è apparso fin troppo compassato e ha mostrato un Ronaldo simile a quello che sferragliò a vuoto nella recente finale Champions milanese, pasticcione (ahi, quel destro al volo ciccato nel primo tempo davanti al portiere...) e inconcludente: incredibile la segnalazione Rai di CR7 fra i tre migliori del match. L'undici ammazza torneo, insomma, non sembra esserci, ma questo avvio all'insegna del livellamento promette se non altro un prosieguo del primo turno sul filo delle emozioni.

giovedì 9 giugno 2016

VERSO EURO 2016: LO STRANO CASO DELL'ITALIA CON LA PANCHINA A DUE PIAZZE. VENTURA E' UN SALTO NEL BUIO, A MENO CHE...

                                      Ventura: il cittì più "dimesso" della storia azzurra

Un Europeo carico di incognite e di difficoltà alle porte, un Commissario Tecnico già allenatore in pectore del Chelsea e il suo sostituto in azzurro di fatto già nominato (manca solo la presentazione in pompa magna, che avverrà in occasione del Consiglio federale di luglio). Sarò ripetitivo, ma non si sottolineerà mai abbastanza come, per il Club Italia, questa sia una situazione del tutto inedita e straniante. La nostra rappresentativa ha affrontato ogni grande appuntamento internazionale con il trainer di turno saldamente in sella, e le scelte sulle successive guide tecniche son sempre avvenute, ufficialmente, a giochi fatti, a tornei conclusi, a trionfi o, più spesso, fallimenti compiuti. Abbiamo dunque, in questa vigilia di Euro 2016, quasi una panchina a due piazze, un caso talmente unico e bizzarro che potrebbe addirittura fungere da stimolo e volano per le nostre ambizioni. Altrimenti, non ci resterebbe che aggrapparci alle pallide speranze suscitate dall'ultimo provino veronese con la Finlandia, un galoppo appena dignitoso esaltato oltre ogni pudore da una stampa che sembra aver definitivamente smarrito qualsivoglia senso critico. 
PIU' FUMO CHE ARROSTO A VERONA - Per carità, non è stata una prestazione da dimenticare, ma mi ha trasmesso la sensazione del "tanto fumo e poco arrosto": cioè buonissima volontà, gran movimento dalla trequarti in avanti, ma, al tirar delle somme, a parte i due gol (Candreva su rigore e De Rossi) quante volte si è concluso pericolosamente verso la porta avversaria? Per tacer dell'esasperante lentezza in fase di impostazione, zavorra inevitabile del resto, per chi ancora decide di affidarsi, nella zona nevralgica, a un Thiago Motta in riserva di energie fisiche e mentali. Troppe incognite, troppe scommesse davvero, in questa Azzurra che pure non sarebbe affatto da buttare: bisogna sperare che l'italo - brasiliano del PSG recuperi brillantezza atletica, che Eder torni l'inesorabile cecchino della prima parte di stagione, che Zaza, oltre a correre e fare "caos organizzato" in prima linea, impari finalmente a inquadrare il bersaglio con continuità, che Immobile si ricordi di essere stato "pichichi" in Serie A, nel 2014... Siamo nelle condizioni di permetterceli, tutti questi azzardi? Ho già scritto negli ultimi post delle certezze a cui invece possiamo aggrapparci, e non posso che ribadirle: i magnifici quattro della difesa juventina, che Iddio ce li conservi sani, e la batteria di incursori laterali, il rivitalizzato Candreva visto al Bentegodi e soprattutto i furetti Insigne ed El Shaarawy che potrebbero portare imprevedibilità e quel pizzico di lucida follia, più che mai fondamentale per provare a superare i nostri attuali limiti di produttività offensiva. 
VENTURA: SCELTA DI BASSO PROFILO - Dopodiché, in questo assurdo limbo in cui si è cacciato il Club Italia, mentre il Belgio delle stelle già si staglia all'orizzonte c'è un ingombrante "convitato di pietra" a incombere sull'imperturbabile Conte: il nuovo cittì Giampiero Ventura. Oddio, ingombrante neanche tanto, a ben vedere: si stratta forse della scelta più di basso profilo mai compiuta dalla nostra Federazione, in materia di selezionatori della massima rappresentativa. L'unico precedente in qualche misura paragonabile è quello, ebbene sì, di Enzo Bearzot, che arrivò sulla panchina più importante con un curriculum scarno, quasi inesistente come allenatore di club, diciamo pure peggiore di quello dell'ex coach granata. Il grande Vecio, peraltro, una volta entrato nei ranghi azzurri incrementò in pochi anni il suo bagaglio di cultura calcistica, girando per il mondo, osservando e studiando squadre, atleti, metodi di preparazione, diventando uno dei trainer più preparati del globo, come tutta la stampa estera gli riconosceva, mentre in Italia veniva trattato a pesci in faccia, quasi come un minus habens (ah, il grande giornalismo di casa nostra...). 
CURRICULUM INQUIETANTE - I paragoni, peraltro, si fermano qui. Bearzot giunse a guidare l'Italia attorno ai cinquant'anni, il trainer di Genova Cornigliano va per i settanta e sciorina un "albo d'oro" che desta non poca inquietudine. Esperienza internazionale al di sotto del minimo sindacale (poco da segnalare, al di là di una storica vittoria a Bilbao in Europa League col suo Toro), e, fra i patrii confini, buone prestazioni con squadre medio piccole, promozioni in A con Lecce e Cagliari (che peraltro si perdono nella notte dei tempi, risalendo all'ultima decade del secolo scorso), ma anche un ritorno nella massima serie fallito clamorosamente alla guida della corazzata Sampdoria nel torneo cadetto 1999/2000. A seguire, il bel Bari di Ranocchia e Bonucci del 2009/10 e l'ultimo lustro a Torino, con piazzamenti onorevolissimi ma non esaltanti, a parte la qualificazione europea del 2014 (giunta però anche grazie ai gravissimi problemi del Parma, che lo aveva preceduto in classifica), e però, soprattutto, un buon lavoro come talent scout: il rilancio di un Cerci che pareva bruciato, un Immobile elevato in vetta alla classifica dei cannonieri, la scoperta di Darmian e il lancio coraggioso di tanti giovani nostrani altrimenti destinati a intristirsi nelle serie inferiori o, nella migliore delle ipotesi, a fare tribuna o panchina nei grandi club: Baselli, Benassi, Zappacosta, tutti in rampa di lancio azzurra. 
FINALMENTE LINEA VERDE? - Ecco, la speranza è che questa scelta così minimalista sia proprio legata al particolare feeling di Ventura con la linea verde: uno dei pochi allenatori di Serie A a puntare ancora sul "prodotto italiano", meglio se di fresco conio. Il nostro movimento calcistico ha un disperato bisogno di ridare spazio e fiducia ai ragazzi emergenti, altrimenti rischia di bruciare un'intera generazione di calciatori potenzialmente validissimi (perché non è vero, non ancora perlomeno, che sulla Penisola di buoni pedatori non ne nascano più). Certo. bisognava pensarci ben prima: negli ultimi quattro anni il calendario internazionale, gli avversari nelle qualificazioni mondiali ed europee avrebbero consentito ampi spazi di sperimentazione a Prandelli e Conte, i quali, dopo gli inizi spavaldi, sono rientrati nei ranghi mettendo da parte il coraggio nelle convocazioni. Ventura, invece, da settembre si troverà di fronte a un'impresa titanica: contendere l'accesso a Russia 2018 alla Spagna (spareggi di salvataggio a parte). Eppure non ha alternative, se non quella di spremere fino all'inverosimile determinati veterani (ma, Buffon a parte, chi fra i vari Barzagli, De Rossi, Motta e compagnia potrà reggere dopo l'avventura in Francia?) e imbottire la selezione di nuovi oriundi, Dio ce ne scampi, e comunque sono discretamente sicuro che non accadrà. 
VENTURA COME FUFFO? - Ecco allora un altro paragone solo all'apparenza irriverente: Ventura potrebbe essere il Fulvio Bernardini del 21esimo secolo. Coach ormai in età avanzata ma ancora vispo, brillante, lucido, scritturato per fare piazza pulita dei colossi del passato e per portare una ventata d'aria fresca, come fece il mitico Fuffo allorché, dopo il Mondiale del 1974, si incaricò di congedare i mostri sacri di Mexico '70, i Mazzola e i Rivera, i Burgnich e i Riva, lanciando, in collaborazione con Bearzot, i vari Gentile, Tardelli, Scirea, Antognoni, Bettega, Rocca, Sala, Pecci, Zaccarelli, Graziani, gente che avrebbe segnato un'epoca del pallone tricolore. Oggi, forse, certi fenomeni non li abbiamo più, ma se a Rugani, Romagnoli, Baselli, Benassi, Sturaro, Bernardeschi, Belotti non diamo qualche chance, non consentiamo loro di accumulare minutaggio, di sbagliare e di imparare dai loro errori, di migliorare giocando, non sapremo mai se possono essere fenomeni, campioni o solo normali atleti di medio livello. Ventura potrebbe aiutarci a capirlo. 

martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico. 

venerdì 4 marzo 2016

VERSO EURO 2016: IL PUNTO SUGLI AZZURRABILI. CHE ITALIA SARA'? CERCASI ATTACCO DISPERATAMENTE

                                       Bernardeschi: nome nuovo per l'Italia di Conte? 

48 ore fa è scattato il "-100" a Euro 2016. Mancano cioè poco più di tre mesi alla rassegna continentale in Francia, un torneo che si annuncia blindatissimo e avvolto da inquietudini e tensioni, per via dell'allarme terrorismo: le ultime notizie raccontano della possibilità di giocare alcune gare a porte chiuse e di cambi di sede in extremis per certe partite particolarmente a rischio, ipotesi mai nemmeno paventate in tante edizioni passate di Mondiali ed Europei. Avremo modo di riparlarne, ma un altro più modesto countdown è nel frattempo partito in casa nostra: meno di tre settimane al ritorno in campo dell'Italia di Antonio Conte, oltre quattro mesi dopo l'ultima uscita, il pari di Bologna con la Romania. Un letargo lunghissimo, frutto di un calendario internazionale malamente concepito, perché in questo lasso di tempo si sarebbero potute tranquillamente inserire un paio di date per qualche test match. 
TEST PROBANTI - Gli impegni contro Spagna (a Udine) e Germania (a Monaco di Baviera) sono se non altro il non plus ultra, in questa fase di preparazione al grande appuntamento: due esami durissimi, che affrontare con spirito "amichevole" sarebbe delittuoso. Ricordiamo come il 4-1 rifilato ai tedeschi a Firenze, giusto una decina d'anni fa, diede sicurezza e consapevolezza al gruppo di Lippi, che da team comprimario si trasformò progressivamente in protagonista, ensemble concreto e "tripallico", fino a cogliere un inatteso ma meritato alloro iridato in quel di Berlino. E, in misura minore, non dimentichiamoci neanche del 2-1 inflitto alla Spagna (allora campione del mondo in carica) a Bari nel 2011, exploit che fece definitivamente decollare la giovane Italia di Prandelli sul piano del gioco e della personalità. Questo per dire che certi appuntamenti sono occasioni imperdibili, se le si sanno sfruttare in tutte le loro sfaccettature: occasione di confronto con realtà più competitive, occasione per sbagliare e per migliorarsi, e quindi per crescere, occasione per sperimentare ma anche per acquisire la mentalità necessaria nei confronti internazionali, per imparare a giocare con carattere e senza timori reverenziali. 
I due big match serviranno anche a tirare le somme sul listone dei 23 per la spedizione in Francia. Certo, poi ci sarà lo scorcio finale della stagione di club, ma provocherà minimi spostamenti, le valutazioni principali si fanno in queste settimane. Il girone eliminatorio ha partorito un'idea di squadra, un abbozzo plausibile che però al momento non risulta totalmente plasmato: ci sono ancora dei punti interrogativi, delle caselle da riempire, delle rivalità da dirimere, perché il materiale umano è scarso solo in alcuni settori, soprattutto al centro della difesa e in attacco, mentre ad esempio fra centrocampo, fasce e trequarti c'è una discreta ressa. Scelte che sembravano cristallizzate sono ora da rimettere in discussione. 
PORTIERI: IL CASO SIRIGU - Pensiamo ai portieri: al momento l'unica sicurezza, e ci mancherebbe, si chiama Buffon, ma dietro di lui? Perin quasi certamente sarà della partita, anche se, nella Serie A in corso, sta pagando l'inaffidabilità della retroguardia genoana e qualche pecca ha finito per mostrarla pure lui, pur mantenendo il suo rendimento su livelli di assoluto decoro. Però è scoppiato un caso Sirigu. Era il secondo designato di Gigi, poi a Parigi si è imbattuto nella feroce concorrenza di Trapp ed è finito ai margini, giocando pochissimo, quasi nulla: avrebbe senso portarlo in Francia, carico di ruggine com'è? Certo le alternative dotate d'esperienza non sono il massimo: Padelli, più volte convocato, non ha la statura tecnica idonea per reggere sfide di così alto spessore come quelle di un Europeo, Marchetti potrebbe averla ma è soggetto a troppi alti e bassi. Un atto di coraggio potrebbe spingere Conte a lanciare, come terzo della lista, il valente giovanotto del Milan Donnarumma: non sarebbe uno scandalo, se poi pensiamo che un paio d'anni fa qualche buontempone propose addirittura, per i Mondiali in Brasile, il ragazzino dell'Udinese Scuffet, dopo solo qualche partita ben giocata in campionato. 
LA DIFESA IN MANO AI VETERANI - Nel cuore della terza linea, come detto, il piatto piange. Che il dio del pallone conservi a lungo Bonucci (elemento chiave di tutto il complesso, visto anche il contributo che sa dare in impostazione e perfino in fase conclusiva) e Chiellini, mentre non dovrebbe mancare uno spazio per Barzagli, chioccia nello spogliatoio ma, ci scommettiamo, utile anche in campo. Il resto non solleva entusiasmi: Astori dovrebbe riuscire a timbrare il cartellino, meno probabile che ce la faccia Ranocchia, invischiato in una stagione da incubo, fra l'addio all'Inter e troppe incertezze in maglia Samp. Come sicurezze "di scorta" si potrebbe puntare su Acerbi e Moretti, un azzardo calcolato sarebbe rappresentato da Romagnoli, che sta uscendo dal guscio parallelamente alla crescita del Milan, mentre è ancora presto per l'ottimo Rugani, che gioca poco e ha bisogno di accumulare minutaggio, di temprarsi al calor bianco delle grandi partite in Italia e all'estero. 
LATERALI BASSI: FLORENZI "INTRUSO"? - Maggiori carte da giocare in tema di laterali bassi: sicurissimi Darmian e De Sciglio, oltretutto intercambiabili, Antonelli sta ben figurando nel ringalluzzito team rossonero anche se con la rappresentativa raramente ha convinto, c'è sempre la carta Criscito da giocare, mentre a destra paiono momentaneamente in ribasso le azioni di Zappacosta, coinvolto nell'involuzione complessiva del Torino ma comunque pur sempre prospetto su cui contare; da non dimenticare Abate, altro "miracolato" dalla cura Mihajlovic. Ad ogni modo, c'è un Florenzi buono per tutti gli usi, un eclettico e dinamico tuttofare dai piedi pregiati che può adattarsi anche a operare da terzino, sia pur con caratteristiche particolarmente offensive. Convocarlo in quel ruolo aprirebbe una casella in più a centrocampo, dove, come detto, la concorrenza è notevole. 
FOLLA NEL MEZZO - Nella zona nevralgica il "caso" degli ultimi giorni è rappresentato dalla ventilata giubilazione di Pirlo e De Rossi. Caso fino a un certo punto: perché l'ex Juve va per i 37 ed è ormai ai margini del calcio che conta, mentre il romanista, anche lui non più di primo pelo, sta vivendo la prima stagione da comprimario in maglia giallorossa; per lui potrebbe comunque esserci spazio, essendo riciclabile anche da centrale difensivo, come avvenuto a volte durante la gestione Prandelli. Ma Conte dovrebbe partire da un terzetto ben definito: Verratti, Marchisio, e quel Bonaventura ormai leader milanista. Un altro quasi certo della chiamata è Soriano, fra i pochi a brillare nella tormentata "temporada" blucerchiata, mentre Bertolacci, elemento di indubbio spessore e già protagonista di buone prove in azzurro, non sta mostrando mirabilie a Milano, forse gravato da eccessive responsabilità. Qualche chances anche per Parolo, sempre utile per la sua duttilità e l'efficacia negli inserimenti, nonché per i rampanti Cataldi e Sturaro, un po' più indietro Baselli e Benassi, che entreranno verosimilmente in lizza dopo l'avventura francese. 
INCURSORI DI CLASSE - Poi c'è la pattuglia dei trequartisti - incursori - laterali d'attacco, sempre più decisivi nel calcio d'oggidì, a maggior ragione per una squadra come la nostra, a corto di elementi di autentica caratura europea in prima linea. Bernardeschi, Insigne e il ritrovato (finalmente!) El Shaarawy stan facendo un campionato monstre e mi sorprenderei molto se non comparissero nell'elenco definitivo; ci sarà di sicuro un posto per Candreva, che non vive la sua annata migliore ma in azzurro è sempre stato una garanzia. Da tenere in considerazione Giaccherini, indemoniata anima tuttofare del bel Bologna di Donadoni, e per di più già con un discreto bagaglio di presenze in Nazionale (partì titolare nell'ultimo Europeo), e Berardi, che ha numeri sensazionali ma deve trovare continuità e stabilità di carattere. Un'occhiata la meriterebbe anche il vispo Saponara. Però, ripetiamo, il bacino in cui pescare è ampio e di buon livello. 
PRIMA LINEA SGUARNITA - Altre dolenti note, invece: problemi nel cuore della difesa, si diceva, e problemi grossi anche in attacco. Il biennio era partito con la coppia Immobile - Zaza: il primo, ritornato a Torino dopo la doppia infelice parentesi tedesco - spagnola, è ancora lontanissimo dai fasti del titolo di capocannoniere 2014, e difficilmente farà parte del gruppo; il secondo, invece, dopo tanta anticamera e qualche passaggio a vuoto si sta pazientemente ritagliando scampoli di gloria juventina (nella semifinale di ritorno di Coppitalia ha giocato una mezz'oretta di grana finissima per caparbietà e presenza nel vivo dell'azione, anche se il gol non è arrivato); potrebbe entrare nei 23, anche se partirebbe in svantaggio rispetto ai due punti fermi: Eder, l'unico oriundo, peraltro con le polveri bagnate da quando ha lasciato Genova, e Pellè, imprescindibile per grinta e capacità di far reparto da solo, anche se deve incrementare la sua prolificità sotto porta. Come tutti, del resto, visto che la media gol della gestione Conte è piuttosto modesta (nemmeno una rete e mezza a partita). 
OKAKA E PALOSCHI, EMIGRANTI DI LUSSO - Per il resto, il convento non passa granché: Gabbiadini sarebbe in potenza una discreta carta da giocare, ma quest'anno nel Napoli Sarri l'ha visto pochissimo, infortuni a parte; Pavoletti è l'ultimo grido degli attaccanti nostrani, media reti / presenze sensazionale, ma al Genoa sta vivendo un'esperienza strana, fra giornate in cui sembra toccato dalla grazia e tante, troppe, vissute da spettatore (ricordiamo la lunga squalifica dopo l'espulsione col Carpi e l'attuale sosta ai box per guai muscolari); portarlo potrebbe essere un azzardo, anche perché è tutto da scoprire ai massimi livelli. La candidatura Destro ha perso autorevolezza da tempo, rimangono due espatriati di lusso, Okaka, che sta facendo molto bene all'Anderlecht, e Paloschi, appena emigrato allo Swansea, da anni puntualissimo all'appuntamento con la porta avversaria ma sempre poco considerato a livello di Nazionale. Altro "straniero" da non dimenticare è Giovinco, che agisce in un torneo non particolarmente "allenante" ma che nelle ultime apparizioni in rappresentativa non era dispiaciuto.
Questo è il quadro. Come già avevo detto spesso per l'Azzurra di Prandelli, anche quella attuale non è certamente una delle migliori versioni dell'Italia, ma è squadra che ha buoni numeri, qualche elemento di classe sicura e altri che hanno le carte in regola per scalare ancora gradini nelle gerarchie europee. I margini di miglioramento esistono, pur se non enormi: bisognerà soprattutto vedere se dalle retrovie dello schieramento arriverà il necessario apporto per rinvigorire un attacco asfittico, perché se là davanti sei evanescente non c'è domani contro i colossi del Continente; urge più che mai una "cooperativa del gol", tipo quella che Lippi approntò nel 2006. Spagna e Germania forniranno le prime risposte. 

mercoledì 18 novembre 2015

CLUB ITALIA VERSO EURO 2016: BELGIO E ROMANIA RIDIMENSIONANO GLI AZZURRI

                                         Marchisio: gol su rigore contro la Romania

E' stato il più tragico intermezzo internazionale calcistico che io ricordi. E scrivo "calcistico" perché il pallone, questa volta, ne è stato suo malgrado protagonista diretto. Prima la strage sventata allo Stade de France, poi la non ancora chiarita minaccia di ieri ad Hannover. Due amichevoli di lusso, Belgio - Spagna e Germania - Olanda, cancellate: la speranza è che certi provvedimenti drastici siano frutto del momento particolare, dei giorni post attentati in cui il quadro della situazione non ha ancora contorni definiti e si devono mettere a punto i nuovi parametri di sicurezza, che saranno ovviamente, d'ora in poi, particolarmente rigorosi. Lo spero, perché se si comincia a sospendere e annullare eventi sportivi ad ogni pié sospinto ci si incammina su una strada pericolosa e piena di incognite. Chiaramente la vita umana viene prima di ogni cosa, e del resto tutti noi nei mesi a venire dovremo essere più attenti e prudenti in ogni fase delle nostre giornate, ma senza concedere troppo campo a chi fa del terrore la propria filosofia di vita. So che a parole sembra tutto facile, ma è l'unica via: a giugno, proprio in Francia, ci sarà Euro 2016, e quella kermesse non potrà trasformarsi in un corollario di partite non disputate. Sarebbe la fine, anche se non si deve nemmeno giungere all'eccesso opposto, agli incontri di calcio disputati poche ore dopo i bombardamenti, come accadeva in Italia durante la Seconda guerra mondiale. 
Proviamo dunque a parlare di football. La nostra Nazionale, in fondo, è stata fortunata, riuscendo a portare a termine entrambi gli impegni in calendario. Non era scontato, e il fatto che ieri a Bologna il minuto di silenzio, forse per la prima volta, sia stato finalmente un minuto di silenzio autentico, senza i consueti, fastidiosi applausi per le vittime di turno, dimostra quanto i luttuosi eventi di Parigi abbiamo lasciato un segno veramente profondo in tutta la comunità internazionale. I calciatori, dal canto loro, si sono comportati da professionisti seri, facendo il loro dovere in campo e regalando momenti di serenità al pubblico: non altro gli si chiede, in fondo. 
TEST PROBANTI CON ESITO DELUDENTE - Le risultanze tecniche e gli spunti di riflessione non sono mancati. Quale peso attribuirgli è il problema che, da sempre, pongono le gare senza posta concreta in palio. Per il Club Italia, forse, sarebbe stato meglio restare al felice esito, di gioco e di risultati, delle ultime due uscite ufficiali, contro Azerbaigian e Norvegia. Ma non si può, perché Belgio e Romania erano due test estremamente probanti, e i nostri mentalmente erano presenti a loro stessi, hanno affrontato entrambe le gare con lo spirito giusto e non con la testa al campionato. Proprio per questo, i troppi campanelli d'allarme suonati vanno tenuti nella massima considerazione. Il bilancio complessivo è ampiamente in rosso: è vero, potevamo uscire imbattuti dall'Heysel (sempre quello è, anche se ha cambiato nome e si è rifatto il trucco) e battere la Romania. 
Due risultati che ci stavano, per il livello delle nostre prestazioni: non averli conseguiti torna a nostro esclusivo demerito. Per circa settanta minuti gli azzurri hanno tenuto bellamente testa, in campo avverso, alla rappresentativa numero uno al mondo (ranking FIFA alla mano), legittimando ampiamente il fulmineo vantaggio di Candreva; poco prima e poco dopo l'1 a 2 hanno avuto, con Eder e Pellè, palle gol nitidissime; hanno giocato con buona disinvoltura, in particolare percuotendo le corsie laterali con apprezzabile efficacia, e mostrando persino una precisione di palleggio che è sovente mancata, negli ultimi anni; c'è stata sofferenza autentica solo nella parte iniziale della ripresa, prima del crollo in dirittura d'arrivo che ha consegnato agli almanacchi un 1-3 bugiardo e oltremodo severo. Invece a Bologna, dopo un primo tempo da arrossire, è arrivato un provvidenziale cambio di marcia che ha portato i nostri a capovolgere meritatamente il risultato, ma per l'ennesima volta è stato fallito il colpo del ko, con immancabile beffa finale fra il tripudio degli oltre 4mila romeni del Dall'Ara. 
TENUTA FISICA, POCA CONCRETEZZA ED ERRORI DIETRO - I problemi emersi, a ben guardare, sono quelli di sempre. Sul piano atletico, l'incapacità di mantenere ritmi alti con continuità, e il verificarsi di troppo frequenti cedimenti fisici alla distanza (a Bruxelles, nel finale, gli uomini di Conte sono letteralmente spariti e il punteggio poteva diventare addirittura più pesante); sul piano del gioco, alla ormai cronica prodigalità offensiva si è aggiunto il ritorno di quei tremori in terza linea che avevano macchiato la fase conclusiva della gestione Prandelli. Alla Romania, tanto per dire, i ragazzi di Conte hanno concesso due gol su quattro conclusioni pericolose, e in entrambe le circostanze i tentennamenti dei nostri difensori sono stati esiziali: scontro Darmian - Barzagli che ha dato il via libera a Stancu per lo 0-1, goffo tentativo di parata di Sirigu per la ribattuta decisiva di Andone. 
Quattro giorni prima, i Diavoli Rossi avevano pareggiato con Vertonghen lasciato libero di colpire di testa a centro area (su calcio d'angolo!), per poi mettere la freccia con De Bruyne, in seguito a un pasticcio di Bonucci, che dovrebbe essere il punto cardine della nostra retroguardia. Ce n'è abbastanza per essere preoccupati. Soprattutto dal momento che, lo ripetiamo, in avanti la concretezza è ancora un miraggio. A Bologna El Shaarawy ha avuto due occasioni clamorose, Marchisio ci ha provato con una bella fiondata da fuori in chiusura di prima frazione (per poi cogliere su rigore il meritato successo personale), imitato nella ripresa da Parolo; delle occasioni di Pellè ed Eder in Belgio si è già detto, e non sono state le uniche, se pensiamo ad altri tentativi andati a vuoto di Candreva, Florenzi e dello stesso Faraone. 
TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE - Proprio per questo non c'è da stare tranquilli: quando si gioca tutto sommato su livelli apprezzabili e si torna a casa con un pugno di mosche, vuol dire che i margini di miglioramento, per quanto esistenti, non sono poi enormi. In ogni caso, qualche certezza questi due test l'hanno pur lasciata: Florenzi e Candreva al top, ad esempio, non possono assolutamente restare fuori dall'undici titolare, ed El Shaarawy si sta lentamente riappropriando delle misure di un tempo, quantomeno come capacità di movimentare la manovra offensiva (la precisione sotto porta è invece ancora uno sbiadito ricordo di quella fulminante parentesi rossonera). Davanti a Buffon, sperando che quello di Bonucci sia solo un momentaneo appannamento, Chiellini continua a non brillare, e tutto il movimento calcistico italiano deve mordersi le mani nel vedere Rugani, il più dotato dei giovani difensori nostrani, ai margini di una Juventus in cui, vista la stagione ormai chiaramente di transizione, potrebbe e dovrebbe esserci lo spazio per qualche sperimentazione (nemmeno troppo ardita perché, lo ripetiamo, il ragazzo ex Empoli è una certezza). Speriamo in una ulteriore crescita di Romagnoli e in un ritorno in auge di Astori: altre alternative in mezzo non ve ne sono, puntare ancora su Ranocchia sarebbe davvero un salto nel buio. 
PEPITO E MANOLO - Nella fascia centrale, Verratti è diventato ormai indispensabile, Bonaventura reclama una chance, mentre qualche metro più avanti si tratterà di trovare spazio per Insigne, Berardi (che all'azzurro ci tengono eccome) e Bernardeschi. Sempre più lontana l'eventualità di una rinascita sul breve periodo di Balotelli, rimane la speranza di un recupero alla causa di Pepito Rossi, ipotesi tutt'altro che peregrina, mentre merita senz'altro un più ampio minutaggio l'inesorabile Gabbiadini (ieri in gol poco dopo l'ingresso in campo): affrontare Euro 2016 con la coppia di punta Pellè - Eder, dignitosa e nulla più, ci escluderebbe a priori dal grosso giro, a meno di non trovare più puntuali rifornitori di palle gol e incrementare al massimo l'efficacia sotto porta della nostra nutrita batteria di potenziali incursori. 

domenica 11 ottobre 2015

VERSO EURO 2016: L'ITALIA SI QUALIFICA. FINALMENTE PERSONALITA' E POCA SOFFERENZA

                                               Per Darmian primo gol in azzurro

Qualificarsi per la fase finale di un grande torneo è sempre impresa degna di nota. Certo, non va dimenticato quanto più volte ripetuto negli ultimi dodici mesi, qui sul blog: non arrivare a Francia 2016, a quell'orrendo maxi Europeo allargato a 24 squadre, era un'impresa quasi irrealizzabile, anche impegnandosi a fondo. La logica diceva questo, poi la realtà e il campo parlano sovente altri linguaggi. E il campo, da settembre 2014 a oggi, ha proposto alla nuova Italia di Antonio Conte un girone che, come da tradizione, si è complicato strada facendo, non tanto per défaillance nostre (sei vittorie e tre pari sono un ruolino di marcia accettabilissimo, anche se non entusiasmante per come è maturato) quanto per la puntuale resurrezione di una rappresentativa, in questo caso la Norvegia, ritenuta alla vigilia non particolarmente pericolosa, e poi salita talmente di tono da poter ancora ambire, in caso di vittoria a Roma martedì prossimo, al primo posto nel raggruppamento. Ma è stata una tendenza generale di queste strane eliminatorie, che hanno riportato alla ribalta selezioni da tempo silenti come Irlanda del Nord, Austria (graditissimo ritorno, in attesa dell'Ungheria) e Galles, e fatto impennare le quotazioni di piccole realtà come l'Albania e soprattutto la stupefacente Islanda. Quanto alla... impossibilità di non qualificarsi, gli azzurri sono maestri nel complicarsi la vita anche nei percorsi più favorevoli, ma in questo caso c'è chi ci ha superati, e parliamo dell'insospettabile Olanda, terza nel mondo, spesso e volentieri rullo compressore nei gironi di qualificazione e oggi, invece, addirittura a un passo dall'eliminazione. 
NONOSTANTE LA CRISI - Così girano le cose del pallone, e allora brindiamo pure a questo primo, parziale traguardo centrato dalla nostra Nazionale. Non a champagne, magari, un vinello leggero è più che sufficiente... Brindiamo, perché la qualificazione europea giunge nel bel mezzo di una congiuntura fra le più sfavorevoli che il nostro movimento abbia mai attraversato, dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Provateci voi a mettere insieme una rappresentativa a discreto tasso di competitività, quando le big della Serie A (e spesso anche le medie e medio - piccole) hanno roster e formazioni titolari intasate da stranieri, il più delle volte di dubbio valore, coi nostri ragazzi a intristirsi in panchina, in tribuna o nelle serie inferiori. 
Prandelli prima e Conte dopo hanno già fatto miracoli, in tal senso, riuscendo a formare gruppi azzurri assolutamente decorosi; e hanno anche dimostrato che la presunta crisi del nostro vivaio è una realtà sicuramente esistente, ma parziale, cioè non così terrificante come dipinta da qualcuno. Perché se è innegabile che in prima linea stiamo pagando lo scotto di un vuoto generazionale preoccupante (o più probabilmente del ritardo di maturazione di alcuni elementi di buonissime potenzialità, come Immobile e Zaza), in altri reparti gli uomini affidabili non mancano. Nella zona nevralgica e sulla trequarti abbiamo validissime alternative, e dietro stanno timidamente affacciandosi ragazzini che conquisteranno presto la ribalta: soprattutto Rugani, se guadagnerà fiducia in maglia Juve, e Romagnoli, che non è il nuovo Nesta ma che di certo supererà i primi impacci rossoneri, dovuti anche a una situazione tecnica generale del club che certo non favorisce l'inserimento dei giovani (ne sta pagando lo scotto, per inciso, anche il buon Bertolacci, che ha ampiamente dimostrato le sue doti nelle ultime stagioni e certo non può essersi imbrocchito in un paio di mesi). 
LA CARATURA INTERNAZIONALE NON MANCA - Insomma, forse il nostro cittì volutamente esagera, quando dice di voler andare nell'Exagone, in giugno, per puntare al bersaglio grosso, ma non gli si può dare torto. In primis perché non servono undici fenomeni per fare strada in una competizione (vincere è un altro discorso): bastano cinque - sei elementi di statura internazionale, e noi li abbiamo, dall'eterno Buffon a Bonucci, da Verratti a Candreva e a Darmian, nell'attesa del ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi e dello "svezzamento" di qualche altro virgulto. In secondo luogo, perché piangersi addosso imprecando alla carenza di nuove leve non fa che minare ulteriormente il carattere di una squadra che invece, per tradizione storica e per risorse di talento, ha il dovere  e le capacità di andare a giocare su tutti i campi con personalità e piglio moderatamente aggressivo, come finalmente i nostri han saputo fare ieri in Azerbaigian. 
PARTITA BEN INTERPRETATA - Certo, l'ostacolo non era di quelli insormontabili, ma anche questa è una considerazione che lascia un po' il tempo che trova, parlando dell'Italia degli ultimi anni: una squadra che ha incontrato enormi difficoltà anche solo per incassare i tre punti contro avversari come Malta e Far Oer, o contro gli stessi azeri all'andata a Palermo (soffertissimo 2-1). Questa volta, invece, tutto è filato abbastanza liscio: unico momento down, il parziale abbassamento di ritmo giunto poco dopo la stilettata di Eder, anche se va detto che il pari di Nazarov è stato frutto di una momentanea défaillance del reparto arretrato, e non certo il naturale prodotto di una lunga fase di predominio dei padroni di casa; e comunque, in precedenza Pellè aveva sfiorato il raddoppio con una conclusione da centro area. Superata l'impasse per l'incidente di percorso, i nostri hanno continuato a macinare gioco con discreta continuità, e con una rapidità che sovente, purtroppo, è andata a discapito della precisione. Ma il pallino è sempre rimasto nelle mani degli azzurri, che hanno sollecitamente trovato il 2-1  e nella ripresa altre segnature avrebbero potuto mettere in carniere, prima e dopo la fiondata di Darmian per il 3-1 finale. 
VERRATTI, DARMIAN E IL FARAONE SUGLI SCUDI - Insomma, fatta la tara ai competitors, è stata una delle gare del biennio che più ha lasciato un dolce sapore in bocca, per le risultanze positive in tema di approccio mentale e di rendimento dei singoli. Verratti ha mostrato un buon campionario delle sue doti: concretezza in fase di filtro, buon palleggio per dettare i ritmi nel mezzo, lancio millimetrico a tranciare le linee difensive nemiche. Il citato Darmian ha regalato il consueto buon contributo nelle due fasi e trovato il primo successo personale in rappresentativa, El Shaarawy è stato il più vivace e generoso in fase propositiva, tentando più volte la conclusione e siglando un gol facile facile ma meritato, Parolo ha inciso poco ma è cresciuto nel finale, luci e ombre per un Candreva che deve decidersi a gettare la maschera, riversando anche in azzurro l'esplosività di tante sue gare con la maglia della Lazio. Ma la sostanza generale del match, lo ripetiamo, è stata assolutamente incoraggiante. Già il fatto di non aver sofferto che per pochi minuti, fra l'1-1 e l'1-2, è una conquista, se pensiamo agli stenti di tante prove recenti. Un solo consiglio in vista di Roma: si lascino da parte i gratuiti lamenti sui meccanismi che regolano il ranking FIFA e si batta la Norvegia, come già si è fatto all'andata: il terzo torneo consecutivo senza il ruolo di testa di serie sarebbe inaccettabile, per il blasone del nostro calcio.