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mercoledì 18 maggio 2022

DOSSIER GENOA: I PERCHE' DI UNA RETROCESSIONE. LE PROBLEMATICHE PRESENTI E FUTURE E LE SALVEZZE "IMMERITATE" DEL PASSATO

 

       Portanova segna e il Genoa batte il Toro: uno dei pochi momenti felici della stagione (foto Guerin Sportivo)

La retrocessione più logica, e al contempo la più illogica. Il Genoa torna in Serie B dopo quindici anni, e nessuno  può dire che non fosse un finale ampiamente prevedibile. Perché il quadro tecnico della rosa rossoblù 2021/22 era quello che era, ossia desolante, e perché nel calcio c'è anche una cosa, un'entità sfuggente e intangibile eppur terribilmente concreta, che si chiama "inerzia", difficile da correggere, quasi impossibile da ribaltare. Ecco, l'inerzia di questa stagione è stata definitivamente chiara fin dai mesi invernali e di inizio primavera: la dieta punti della sciagurata gestione Shevchenko, le sconfitte casalinghe con Samp e Spezia, e poi, nonostante la cura rivitalizzante operata da mister Blessin, gol che arrivavano col contagocce e mancate vittorie in scontri diretti decisivi, sempre fra le mura amiche, con Salernitana, Udinese ed Empoli. Lì la tela è calata definitivamente, e solo chi vive fra le nuvole poteva sperare in improbabili rimonte e, addirittura, in una vittoria sul campo di un Napoli che è perfino eufemistico definire fuori portata. 

QUOTA SALVEZZA IRRISORIA - Tutto nella norma, dunque? Non poteva esserci una miglior sorte per il peggior Genoa dal 2007 ad oggi? Ed eccola, l'illogicità di questa retrocessione. Perché nonostante tutto, nonostante la drammatica assenza di classe, gli errori marchiani nella costruzione della squadra e quelli, meno gravi ma comunque pesanti, in fase di aggiustamento nel mercato di riparazione, la quota salvezza di quest'anno è talmente bassa, e le rivali così modeste, che la permanenza non era un sogno, sarebbe bastata davvero una piccola manciata di punti in più, non da fare al Maradona, però, ma nelle occasioni suddette, alla portata e però gettate alle ortiche. Ecco, diciamo che il Grifone è stato tenuto in corsa dagli altri, ma in fin dei conti non lo meritava. Non perché non ci abbia messo cuore e voglia, soprattutto nel girone di ritorno, ma perché proprio non ci arrivava, non aveva i mezzi per arrivarci. Per fare risultato può bastare una difesa di ferro che inchioda gli altri sullo 0-0, e negli ultimi mesi è capitato spesso: per vincere bisogna fare gol, ed è stato un evento raro, troppo raro. 

IN ESTATE LE BASI DEL DISASTRO - Il succo è tutto qui, al netto di discorsi deliranti (di tifosi altrui, e passi; della stampa nazionale, e questo è un po' più grave) su una giustizia che si è finalmente compiuta, dopo anni di salvezze immeritate. Vedremo più avanti un excursus su queste presunte salvezze più o meno rubacchiate, ma per il momento ciò che conta è l'attualità, le macerie che restano e sulle quali si dovrà ricostruire. La storia di questo campionato, ormai, la conosce qualsiasi genoano: e se la si conosce, non si potranno avere dubbi sulle origini del disastro. Estate 2021: lo smembramento della squadra precedente,  costruita su fondamenta di cartapesta, ossia sui prestiti, quelli di Perin e di Zappacosta, di Strootman e di Scamacca, fino alla cessione dell'unico, piccolo talento di proprietà, Shomurodov, seguita da un mercato all'insegna del piccolo cabotaggio quando non dell'immobilismo (Sabelli, Hernani e poco altro), con annessi malumori del confermato Ballardini che, col senno di poi, avrebbe forse fatto meglio a togliere subito le tende. 

ACQUISTI LAST MINUTE, POCA RESA - Un ultimo giorno di campagna acquisti surreale, con l'arrivo in extremis di alcuni giocatori di nome ma dalla discutibile utilità specifica e pieni comunque di controindicazioni: l'ottimo Maksimovic tormentato da problemi fisici, il discontinuo Fares, che vinse quasi da solo la partita di Cagliari per poi sparire, l'indisponente Caicedo, sul quale è meglio evitare qualsiasi commento, per tacere dell'oscuro Galdames, da qualcuno definito "top player" con notevole senso dell'umorismo: operazioni che confermavano la stanchezza e il distacco con cui Preziosi guardava ormai alla sua creatura un tempo prediletta. Il tutto mentre Destro, dopo l'ottimo torneo precedente e dopo un avvio incoraggiante in questo, tornava il Destro troppe volte "ammirato" in carriera: un attaccante dai buoni mezzi ma dal rendimento troppo altalenante per poter ambire al definitivo salto di qualità che, in effetti, non è mai arrivato, nonostante qualche apparizione anche in azzurro. 

PROCLAMI INUTILI, SOGNI FOLLI - Poi venne l'autunno, ed era nel frattempo arrivata la svolta societaria attesa da lustri, col cambio di proprietà e il passaggio di consegne fra il Joker e gli americani 777 Partners. Tutto, in quei giorni, sembrava bellissimo, e meraviglioso il futuro che si spalancava davanti ai colori rossoblù. Ma la realtà è sempre più complessa di quel che sembra: certo, gli stessi neo proprietari ci hanno messo del loro. Hanno parlato tanto, hanno parlato troppo e non coi toni giusti, questo è stato secondo me il loro principale errore: discorsi su orizzonti di gloria che, guardando alle miserie tecniche del presente, lasciano il tempo che trovano. Certo, colpa anche di certi tifosi che, nonostante anni di amarezze (o forse proprio per quello), continuano a farsi accecare dai proclami che, nello sport, sono parole scritte sulla sabbia; e che hanno creduto a fantascientifici colpi di mercato, a nomi di campioni della Premier League che nella svalutata Serie A non ci verrebbero nemmeno per giocare nei club di vertice, non dico in un Genoa con un piede e mezzo in B: ma di queste voci folli e irrazionali, perlomeno, gli statunitensi non avevano responsabilità alcuna. 

SPORS: TROPPI AZZARDI - Poi, chiaro, fra Yarmolenko e il mercato di giovani promesse nordiche portato avanti dal nuovo manager Spors c'era l'oceano di mezzo, ma qui il discorso rischia di farsi antipatico e di non portare da nessuna parte. Ogni dirigente ha il suo modo di concepire la costruzione di un team: il tedesco, spalleggiato dai nuovi padroni, ha puntato forte su emergenti sconosciuti dalle nostre parti, nella speranza che avessero la freschezza e la personalità per impattare subito nel campionato nostrano, svalutato sì, come detto, ma pur sempre duro, ispido, competitivo. Gli ha detto male: a parte Ostigard e parzialmente Hefti, i vari Gudmundsson e Frendrup hanno lasciato pochi segni, così come Yeboah, promessa del calcio italiano che doveva portare in dote un gruzzoletto di gol da far pesare sulla bilancia della salvezza, e invece non ha battuto chiodo: nessuna rete, poche conclusioni, pericolosità a tasso zero. Ma più di lui, che in fondo ha tutto il tempo per dimostrare il suo ipotetico valore, ha fallito Amiri, ennesimo straniero sopravvalutato arrivato in queste desolate lande (penso ancora con raccapriccio all'accoglienza trionfale riservata al danese Schone al suo arrivo all'aeroporto genovese: non impareremo mai). 

IL FANTASMATICO BOMBER SALVEZZA - E qui torniamo al problema principale di questa lunga via crucis: l'attacco che non punge, l'inoffensività della nostra manovra offensiva, gioco di parole più che mai voluto. Nullo Yeboah, nullo Amiri, Ekuban che ha fatto quel che poteva, cioè molto poco, Piccoli non pervenuto, e Destro entrato in sciopero del gol. Dice: mercato di gennaio fallimentare soprattutto perché occorreva rinforzare la prima linea. Già, ma io ancora non ho capito, in tutti questi mesi, quale fosse questa famosa punta da doppia cifra acquistabile dal Genoa, cioè alla portata delle casse societarie e disposto a venire in una squadra con una situazione di classifica già gravissima, pur se non compromessa. Ecco, questo nome non me l'ha fatto ancora nessuno. Forse perché non esiste, e se esiste non era possibile arrivarci: il riferimento alle casse societarie non è casuale, perché poche settimane dopo la fine del mercato di riparazione è emerso in tutta la sua crudezza, con la pubblicazione dell'ultimo bilancio, lo stato da allarme rosso dei conti del Genoa. 

FINANZE DA INCUBO E POCHI MARGINI DI MANOVRA - Lì si sono capite molte cose, o almeno credo di averle capite, ma magari mi sbaglio, eh? Il Grifone, a gennaio, era in una situazione in cui i margini di manovra erano estremamente limitati: le primi iniezioni di denaro fresco operate da Wander, Blazquez e compagnia sono servite a mettere una toppa alle finanze e a consentire al Genoa di operare in sede di campagna trasferimenti, ma gli ingaggi faraonici vagheggiati da qualcuno erano fuori portata, e forse lo erano anche quelli di medio livello. Oltretutto, il processo di risanamento dei conti e di ristrutturazione gestionale è appena iniziato, temo quindi che ancora per un po' di tempo i soldi, tanti, nella disponibilità di 777 dovranno essere utilizzati per altri e più impellenti scopi che non per scritturare campioni. Di tutto ciò non si può non tenere conto, a mio avviso, nel valutare l'infelice piano di rafforzamento messo faticosamente in piedi da Spors dopo Natale. Si può semmai dire che non abbia avuto mano felicissima nello scegliere i giovani, dovrebbe essere più semplice scovarne altri che possano imporsi in cadetteria, dove peraltro i virgulti prima citati sicuramente troverebbero più spazio per esplodere ed affermarsi, Yeboah su tutti. 

ROTTURA COL PASSATO - Ecco, forse, in questa prima fase della nuova era, non si poteva fare di più, sul piano delle operazioni spicciole, dei singoli acquisti. E sul piano delle strategie societarie, delle linee da seguire, meglio così se la scelta è stata quella di tagliare i ponti con un certo passato, il passato dei prestiti, delle porte girevoli, dei giocatori che andavano e venivano con la necessità di ricostruire ogni volta da zero. All'instant team in stile Salernitana (cit. Iervolino) si è preferito un progetto di prospettiva, nel quale alcune pedine possono anche risultare fuori posto e si possono rimpiazzare, mentre altre vanno doverosamente attese al riscatto con la consapevolezza che sono, comunque patrimonio vero e concreto del Genoa. Dulcis in fundo, oltre ai debiti societari non va dimenticata l'altra, enorme, spada di Damocle che grava sul Grifo: un parco giocatori extralarge, assurdamente sovradimensionato; già a gennaio ne sono stati piazzati alcuni in giro per l'Italia, ne restano altri, e sono situazioni che pesano ed impediscono maggiore libertà di movimento in fase di acquisizione di nuovi elementi. 

I MESTIERANTI? C'ERANO, MA... - Tutto  ciò, beninteso, non esclude lacune e mancanze dei nuovi gestori: dalla scelta suicida di Shevchenko a quella di assumerlo prima di avere un general manager, fino alla scarsa attenzione per il panorama calcistico nostrano: un eccesso di esterofilia laddove sarebbe meglio guardare un po' anche al bacino calciatori italico. Ma, anche qui, non era questione di inserire "mestieranti che conoscono il campionato e abituati a lottare per la salvezza". Li avevamo già, da Criscito a Sturaro, da Masiello a Destro, ma tutti hanno parzialmente o totalmente deluso le attese per larghi tratti di torneo e per motivi diversi. Ergo, non sono mancati né il mestiere, né la gioventù: è mancata la qualità, semplicemente. 

BLESSIN SI' O NO? - Il "manico" giusto, quello era stato forse trovato. I discorsi su ritorni di fiamma con Gasperini, per ora del tutto ipotetici, rischiano di bruciare l'esperienza Blessin che secondo me andrebbe invece portata avanti con coraggio. In fondo, con lui, qualcosa è cambiato: sono arrivate tre vittorie (poche, ma sempre meglio del quasi nulla precedente), sono arrivate prove di sostanza e punti contro le grandi, si è rivista la "garra" rossoblù, ha fatto capolino una parvenza di organizzazione di gioco, certo appiattita eccessivamente sulla fase difensiva, ma forse il tedesco ha fatto due conti una volta resosi conto dell'assenza di attaccanti competitivi, e ha scelto di battere altre strade tattiche, più prudenti e conservative. Vorrei rivederlo all'opera con delle bocche da fuoco attendibili in prima linea, e con elementi nel mezzo, ai lati e sulla trequarti in grado di assisterle ed alimentarle adeguatamente. Sono convinto che potrebbe fare meglio di quanto già non abbia fatto. 

CREDITO FINITO? ANCHE NO - E' la scelta più difficile e delicata di questo immediato post retrocessione, da cui dipendono tutte le scelte future. Dovrà essere fatta in fretta, e la società sembra orientata in questo senso, nonostante lo sfogo napoletano di Zangrillo, più da tifoso che da presidente. Ci sta tutto, ma divisioni e malumori interni a pochi mesi dall'acquisizione del pacchetto societario anche no, dai: per quelli ci sarà eventualmente tempo in futuro, così come, dalla parte dei tifosi, ci sarà tempo per gli ultimatum. Capisco l'amarezza per  il declassamento, ma cominciare già con frasi del tipo "credito finito", quando per anni si è dato credito a chi non lo meritava, mi pare un atto di profonda irriconoscenza, vuol dire aver capito poco del tentativo di cambiamento in atto. L'importante è che sia ben chiaro che in B si va per vincere, non per provarci. Magari spendendo di più oggi per risparmiare domani, ossia allestendo una formazione che potrebbe discretamente figurare anche in  A, e di esempi il campionato cadetto in passato ne ha forniti tanti, senza necessariamente risalire alle due corazzate milaniste dei primi anni Ottanta. 

LE FAMOSE SALVEZZE RUBATE - Chiudo con un doveroso post scriptum. Dicevo prima della leggenda metropolitana di un Genoa che "da anni meritava di retrocedere, ce l'ha sempre fatta immeritatamente e per il rotto della cuffia". Bene, guardiamo i dieci campionati che hanno preceduto questo. 2012: effettivamente la salvezza giunge all'ultima giornata dopo vittoria sul Palermo, ma va detto che quel Genoa mai si viene a trovare nelle ultime tre posizioni di classifica, e la paura viene dettata più che altro dalla poderosa rimonta del Lecce, peraltro fermatasi nell'ultimo mese di torneo. 2013: salvezza con un turno di anticipo grazie a Ballardini, che aveva preso in mano la squadra dopo la disastrosa parentesi Delneri. 2014: salvi con tre turni di anticipo, ma squadra mai concretamente in pericolo, se non nelle prime giornate sotto la guida di Liverani. 2015: il Genoa si qualifica addirittura per l'Europa League, che però non disputa a causa del mancato ottenimento della licenza Uefa. 2016: parlare di salvezza è improprio, anche se aritmeticamente viene ottenuta con un mese di anticipo; in realtà è un torneo di sostanziale relax. 2017: salvezza con una giornata di anticipo. Come nel 2012, il Genoa non finisce mai in zona retrocessione, ossia negli ultimi tre posti in graduatoria: la sua sofferenza è dovuta più che altro al netto calo di rendimento dopo il mercato di gennaio e alla contemporanea rimontona del Crotone. 

2018: salvezza conquistata alla 35esima, e ultimi  tre turni di "svacco", mentalmente già in vacanza. Mai in zona B nel girone di ritorno. 2019: è la più sofferta, ottenuta in extremis grazie allo 0-0 non giocato di Firenze. Che però non è "torta", in quanto conviene solo ai viola. Per il Grifo di Prandelli è un azzardo, che funziona unicamente perché l'Empoli, rivale diretto, perde con l'Inter. A pari punti coi toscani di Andreazzoli, genovesi salvi per aver vinto entrambi gli scontri diretti, e anche questo conta. O no? 2020: altra salvezza col fiatone, conquistata grazie alla rimonta firmata dallo specialista Nicola, che vince il derby di ritorno e poi chiude la pratica con un facile successo su un Verona vacanziero, partita che scandalizza i benpensanti, i quali non ricordano come la rivale Lecce, nel turno precedente, avesse vinto sul campo di un'Udinese anch'essa con la testa all'ombrellone. 2021: permanenza archiviata con due turni di anticipo, e anche in questo caso rischi assai relativi: in tutto il girone di ritorno, Grifone mai in zona B. E allora: dove sono tutte queste salvezze rubacchiate e immeritate? 

lunedì 27 maggio 2019

GENOA: BILANCIO DI UNA STAGIONE RACCAPRICCIANTE. E NON SI VEDE LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL


A campionato finito, torno dunque a parlare di Genoa. Non l'ho più fatto da gennaio, sul blog e sui miei social, per una lunga serie di motivi, calcistici e non. A monte di tutto, mai come quest'anno ho avuto ben chiaro il senso delle proporzioni e delle priorità della vita (non che prima mi sfuggisse, ma...): nella stagione sportiva post Ponte Morandi, sinceramente non mi andava di accalorarmi in infinite polemiche o discussioni frivole attorno al pallone. Ciascuno di noi vive certe tragedie come si sente di viverle, a prescindere dal fatto che ne sia stato coinvolto o meno: io l'ho vissuta come uno shock, ancora oggi ci penso ogni giorno, una ferita troppo grande perché, nei nove mesi successivi, mi potessi anche appassionare con pienezza alle vicende di una Serie A oltretutto fiacca e nel complesso avvitata su se stessa, di certo non salvata dalle luminarie finali regalate dalle corse alla Champions e alla salvezza (uniche eccezioni positive, la meravigliosa Atalanta e la crescita di tanti giovani di casa nostra). E' il mio punto di vista ovviamente, c'è chi ha la capacità di guardare da subito avanti, io questa volta non ce l'ho fatta.
LE TAPPE DI UNA VIA CRUCIS CALCISTICA - Ci sono poi stati, come detto, anche i motivi calcistici. Il Genoa l'ho comunque seguito sottotraccia, nella via crucis di questa orrida "temporada", ma onestamente non mi ha mai emozionato. Tanto che nemmeno i drammatici novanta minuti finali mi hanno inchiodato al pathos di prammatica, che pure sarebbe stato d'obbligo per una squadra rimasta a lungo pericolosamente in bilico sul baratro della Serie B. E comunque questo Grifo 2018/19 non meritava troppa partecipazione emotiva: una squadra prima sopravvalutata (anche da me l'estate scorsa, lo ammetto), poi smontata pezzo a pezzo, indebolita, male assemblata, mandata allo sbaraglio senza mezzi di rilievo per ottenere neppure il risultato minimo della salvezza, se non grazie a esiti favorevoli su altri campi o al fieno messo in cascina prima dei rigori invernali. Una società gestita in maniera incommentabile da una dirigenza giunta al capolinea, palesemente non più motivata a restare sotto la Lanterna, ostracizzata (giustamente) da tutta o quasi la tifoseria. Tornando al mio silenzio, e chiudendo la parentesi: per me il sipario è calato dopo la cessione di Piatek in gennaio. Non posso aggiungere altro che già non sia stato detto e scritto, arrivo buon ultimo e c'è poco da inventar giri di parole: una delle vendite più incomprensibili e intempestive nella storia del calcio italiano, ma alla quale ha fatto seguito un mercato di riparazione ancor più incomprensibile. In quelle settimane, l'ascendente di Preziosi, evidentemente ancora in parte funzionante, portò taluni aficionados a parlare perfino di organico rafforzato (!), con elogi sperticati a  nuovi arrivi dal talento molto relativo quali Lerager e Sanabria. 
DEPAUPERAMENTO E MERCATO FALLIMENTARE - Il risultato è stato simile a quello già visto altre volte in passato, soprattutto un paio di stagioni fa: una rosa ingolfata da giocatori tecnicamente non all'altezza della massima serie nostrana, oppure tatticamente inadatti alla bisogna, o, ancora, fisicamente alle corde (pazzesca, incredibile l'operazione Sturaro). Anche qui, nulla di sorprendente: il depauperamento qualitativo del gruppo rossoblù è in atto da anni, ed è diventato talmente profondo da aver reso impossibile qualsiasi tentativo di aggiustamento in corsa. Perché finché andavano via certi grossi calibri, ma rimanevano pur sempre i Perin, i Laxalt, gli Izzo, qualcosa nelle alte sfere societarie ci si riusciva pure a inventare per rimettere in linea di galleggiamento una barca che faceva acqua. Ma quando non rimane proprio nulla, quando il tasso di classe è sceso sotto il livello di guardia, le strade sono due: o spendi pesantemente e bene per ricostruire una squadra degna di tal nome, oppure resti in balia degli eventi, sperando che la grinta di chi resta e i risultati delle avversarie producano il miracolo salvezza. Non ci sono altre vie, e se poi ti complichi ulteriormente la vita allontanando le uniche tre pedine che avrebbero potuto tenere in piedi la baracca (il bomber polacco, l'ex nazionale Romulo, mister Ballardini col suo pragmatismo), beh, un po' le disgrazie sportive te le cerchi... 
LA LISTA DELLE DELUSIONI, DA PRANDELLI IN GIU' - Non c'è stato nulla di ben fatto, nulla di azzeccato in questa stagione genoana: si è detto dell'esonero del Balla, ma vogliamo parlare dell'ennesima fiducia concessa a uno Juric che aveva già ampiamente dimostrato di non essere coach da Serie A? Quanto a Prandelli, piange il cuore, perché è un signore e un ottimo professionista: ma non era stata cattiveria, la mia, se già all'indomani di Brasile 2014 ne avevo purtroppo pronosticato un rapido declino; troppi erano stati gli errori commessi nella preparazione e nella conduzione di quella che, al momento, rimane l'ultima spedizione iridata degli azzurri. L'ex cittì dell'Italia aveva iniziato bene, nella sua nuova esperienza, poi si è visto sfiorire rapidamente Sanabria fra le mani e ha perso il controllo della situazione: poco gioco, incisività quasi nulla, bassa intensità, fragilità e amnesie in tutti i reparti. Non ha portato, dunque, il quid in più che si chiederebbe a un ex big della panchina, ma c'è da dire che i suoi margini di manovra erano strettissimi, per l'impoverimento e le lacune nella rosa di cui si è detto. Né è stato aiutato dai veterani: al solito velleitario il contributo di Veloso nella zona nevralgica, Marchetti ha rappresentato un prezioso collante nello spogliatoio, ma in campo è diventato subito marginale (troppo frettoloso il suo accantonamento, si può dire senza passare per blasfemi?), Criscito, pur generoso e attaccato alla maglia, sul piano squisitamente tecnico non è stato determinante e carismatico come era lecito attendersi da un "ragazzo di casa" oltretutto teoricamente ancora nel giro della Nazionale (il rigore al Cagliari sul filo del rasoio, decisivo alla resa dei conti, lo assolve solo in parte). 
FINALMENTE UN PO' DI SORTE... - Dopodiché, si parla di salvezza fortunosa e immeritata. Fortunosa è evidente, immeritata... mah. Il Genoa è finito in zona retrocessione solo al termine della penultima giornata, e per una frazione di gioco e... spiccioli nella serata di ieri; oltreché dei suoi enormi limiti, è stato anche vittima dei soliti risultati scarsamente attendibili di fine campionato; nulla di illecito, ci mancherebbe e che sia ben chiaro, ma le impennate che portano alla effimera nascita dei "Bayern Empoli" e dei "Real Crotone" di turno, instancabili macinatori di punti e vittorie entusiasmanti negli ultimi mesi del torneo, lasciano il tempo che trovano, tanto che risultano fuori luogo articoli scandalizzati come quello letto stamane sulla Gazzetta a proposito del pari quasi non giocato dello stadio Franchi... Conta di più la continuità sul lungo periodo, e conta il regolamento: i rossoblù hanno vinto entrambe le sfide coi toscani di Andreazzoli, ed era ciò che valeva ai fini della salvezza. Quante volte in passato il Grifone è stato beffato in identica e anche più crudele maniera, in punta di "legge"? Ricordiamole: nel '78 chiude alla pari con la Fiorentina e in vantaggio nei confronti diretti, ma si tiene conto della differenza reti che condanna i liguri; nell'84, pari merito con la Lazio e in vantaggio per differenza reti, ma questa volta contano i confronti diretti, che premiano i romani; nel '95, pari punti col Padova, Genoa in vantaggio sia per scontri diretti sia per differenza reti, ma le regole sono di nuovo cambiate ed è previsto lo spareggio in gara secca, che finisce in parità e vede prevalere i patavini ai rigori... Non può piovere per sempre, giusto? E in questo 2019 certi tabù storici sono caduti: il citato spareggio salvezza si disputò proprio a Firenze, che già, con due 0-0 analoghi a quello di poche ore fa, ci condannò alla discesa in due occasioni (stagioni '77/78 e '83/84, come detto). Quest'anno il trend si è invertito ed è sacrosanto che la Dea Bendata abbia per una volta guardato con benevolenza al tartassatissimo Grifone spelacchiato.
IL FUTURO E' UN'IPOTESI - Giusto questo ci resta, ed è ben poco. Il Genoa 2019/20 riparte dal nulla, o quasi. I pochi elementi di valore sono virtualmente già lontani: Radu in prestito dall'Inter, Romero promesso alla Juve. Poi cosa rimane? Questa politica della vendita continua, instancabile, cocciuta, ha portato all'anno zero; e ha portato anche, fattore non trascurabile, alla perdita di appeal del club più antico d'Italia, non più punto di arrivo ma neanche di partenza, bensì solo porto di mare e di transito per giocatori che ambiscono al grande salto, o parcheggio per onesti pedatori senza apprezzabili prospettive. Anche per ridare nuovo credito, nuovo spessore al sodalizio, ci vorranno anni. L'unica soluzione è un cambio di proprietà che porti un qualche progetto un minimo, ma giusto un minimo, ambizioso, perché la retrocessione miracolosamente evitata questa volta attende comunque dietro l'angolo. Ma per riportare a galla questa società occorrono investimenti importanti e sostanziosi, non la ricerca del meno peggio e il tirare a campare delle ultime stagioni.

sabato 25 agosto 2018

GENOA: RITORNO IN CAMPO COL LUTTO NEL CUORE E SULLE MAGLIE. PROSPETTIVE DELLA SQUADRA DOPO IL MERCATO


Proviamo a ricominciare. Non è facile, perché l'angoscia, lo sgomento, riempiono ancora il cuore. La vita continua per chi resta, funziona così e lo sappiamo, ma Genova è ancora una città immersa nel dramma, e parlare di calcio, della nuova Serie A, risulta arduo. Quasi fastidioso, direi, dopo aver assistito con amarezza a quanto avvenuto sabato scorso, con la disputa dei due anticipi il giorno stesso dei funerali di Stato delle vittime di Ponte Morandi, il giorno del lutto nazionale. Qualcosa di offensivo verso chi è morto, verso le famiglie distrutte, verso una città e un Paese che hanno subìto una delle più gravi sciagure del dopoguerra. 
CHI SI È FERMATO E CHI NO - Certo, non c'erano precedenti univoci in fatto di sospensione di eventi sportivi, e in passato ho visto di peggio: penso ai match di Champions League giocati tranquillamente l'11 settembre 2001, penso alle tre-partite-tre della Nazionale azzurra disputate in Messico nei giorni immediatamente successivi alla strage dell'Heysel (anzi, una addirittura la sera stessa, il 29 maggio 1985), senza andare indietro al secondo conflitto mondiale, quando si giocava a pallone anche dopo i bombardamenti. Per questo mi rendevo conto delle difficoltà, anche organizzative oltreché economiche, che si frapponevano al rinvio di tutta la prima giornata: mi sarebbe bastato che Chievo - Juventus e Lazio - Napoli si disputassero il giorno dopo, e invece si è persa un'altra occasione per avvicinare alla vita reale il dorato mondo parallelo del calcio milionario. Per cui, avanti pure, ma poi non si lamentino, i padroni del vapore, se sempre più persone, anche tifosi un tempo caldissimi, guarderanno con sempre maggior sospetto e distacco al football e ai suoi protagonisti. Le due genovesi invece si sono fermate, e ci mancava pure. Ora però tocca anche a loro, e sarà il Genoa ad aprire la stagione del Ferraris, domani sera contro l'Empoli, con le maglie listate a lutto e con 43 minuti di silenzio della Gradinata Nord, uno per ciascuna delle vittime del ponte maledetto. 
IL NUOVO GENOA SENZA TRE ASSI - Guardiamo dunque avanti e dedichiamo qualche riga alla rituale analisi della nuova rosa rossoblù. Un Grifone rivoltato come un calzino, come è spesso avvenuto nella gestione Preziosi, e in quanto tale sostanzialmente non giudicabile. Gli stessi supporters sono un po' disorientati, e non nascondono la loro perplessità di fronte ai tanti stranieri - scommessa e al pressoché totale annullamento del gruppo storico. Partiamo proprio da qui: il Genoa ha perso Perin, Izzo, Laxalt, tre pezzi da novanta, tre colonne della squadra da lungo tempo. Aggiungiamoci l'addio a Rigoni, che nell'ultima stagione ha avuto qualche problema ma il cui contributo di sostanza, di cuore e di gol alla causa non può essere dimenticato; e mettiamoci pure Bertolacci, a lungo in altalena fra Genova e Milano e alla fine rimasto in rossonero. Manca quindi totalmente il cosiddetto collante dello spogliatoio, con la continuità "morale" affidata in pratica al solo Pandev. 
RIECCO LA BANDIERA CRISCITO - Però c'è stato il ritorno più gradito e atteso: quello di Mimmo Criscito, vecchia bandiera e nuovo capitano (e salvatosi per un soffio dalla strage del 14 agosto: era transitato sul viadotto poco prima). Un veterano non certo stracotto e che ha ancora molto da dare, tanto che il nuovo cittì Mancini gli ha subito affidato le chiavi della fascia sinistra azzurra. Ad occhio e croce è un acquisto che vale doppio, se non triplo: esperienza anche internazionale, grazie alla lunga e proficua militanza russa, carisma, strettissimo legame con l'universo Genoa e ottimo livello tecnico. L'unica riserva è sulla sua capacità atletica di reggere un campionato intero, e per questo la società aveva tentato di prendere l'ex Palermo Lazaar, trattativa che sembrava già giunta a buon fine e poi sfumata in dirittura d'arrivo. Ma il confermatissimo Ballardini potrà nel caso supplire con soluzioni di emergenza, come il dirottamento di Pedro Pereira o, ancor meglio, del più adattabile Lazovic su quel lato del campo. La corsia di destra dovrebbe invece essere territorio di caccia dell'ottimo Romulo, oriundo che ai tempi di Prandelli approdò addirittura alla Nazionale, arrivando a un passo da Brasile 2014, e che comunque potrà rendersi molto utile anche nella zona mediana.  
DA PERIN A MARCHETTI - Saracinesca Perin ha ritenuto opportuno andare a giocarsi il posto con Szczesny alla Juve: non sarà facile, anche se credo che, a fine stagione, l'italiano sarà comunque riuscito a mettere insieme un buon numero di presenze. Al suo posto ecco Marchetti, numero uno con un grande passato alle spalle ma reduce da un paio di stagioni laziali disgraziate, fra problemi fisici e di ambiente. Se recuperato al cento per cento, è un portiere ben più che sufficiente per le ambizioni del Grifo, però ricordiamoci cos'era il suo predecessore: uno dei pochi "guardiani" in Italia in grado di garantire punti extra, con le sue prodezze fra i pali. L'alternativa è Radu, che ha colpito positivamente il tecnico durante il ritiro.
ECCO LISANDRO E GUNTER - La retroguardia potrà ancora contare sul califfo Spolli, monumentale l'anno passato, sull'affidabile Zukanovic, sul prospetto Biraschi, assai positivo nel 2017/18, e sul "colpaccio" Lisandro Lopez, lungamente inseguito e artigliato fra non poche sofferenze, altro elemento maturo che deve solo ritrovare confidenza col terreno di gioco, visto col binocolo nei sei mesi all'Inter; senza dimenticare quel Gunter che in precampionato ha mostrato una apprezzabile solidità. 
LE INCOGNITE, LE CERTEZZE E I TANTI "UNIVERSALI" - Criscito, Romulo, Marchetti, Lisandro: sulla carta quattro assi in grado di far compiere il salto di qualità alla squadra. In pratica, due di loro, il portiere e il centrale difensivo, accompagnati da qualche incognita di troppo. Così come Sandro, rinforzo per il centrocampo, che nei voti di zio Balla dovrebbe essere quell'uomo di sostanza e di generosità mancato nelle ultime stagioni, ma che è giunto sotto la Lanterna gravato da acciacchi non di poco conto. La zona nevralgica può comunque contare su uomini che sono garanzia di rendimento, come il quadrato, lucido ed eclettico Hiljemark e il talentuoso creatore di gioco Bessa, oltre al jolly Omeonga. Tutto da scoprire Rolon, già cercato in passato, mentre Mazzitelli è un giovane con ampi margini di crescita, nel frattempo in grado di assicurare lavoro oscuro  e un buon contributo in fase propositiva. Altro tuttofare, dunque, in un Genoa che nella ricchezza di giocatori universali potrebbe trovare l'arma vincente per scardinare situazioni tattiche difficili. 
L'ATTACCO: I REDUCI... - Veniamo al reparto "costruisci palle gol e finalizzale", un po' il tallone d'Achille dell'ultimo Genoa, salvatosi in anticipo grazie a praticità e impermeabilità difensiva, in un'annata disgraziata per chi doveva "sbatterla" dentro. Tanti sono i pretendenti alle maglie da titolari: c'è un Pandev che nel girone di ritorno dell'ultimo torneo ha mostrato di avere ancora qualche ottima freccia al proprio arco, se usato con parsimonia; c'è Lapadula che parte un po' da "sopportato", visto che per tutta l'estate si è parlato di varie possibili destinazioni lontano dalla Liguria, ma al tirar delle somme è rimasto e allora è chiamato a fare molto, molto di più rispetto al deludente score della prima stagione rossoblù. E ancora, Medeiros dovrà continuare sul suo ottimo trend, fornendo assist e tirando fuori dal cilindro sciccherie come quelle messe a segno nella primavera scorsa contro Cagliari e Verona. Spiace per Pepito Rossi, ma è stato giusto almeno tentare una scommessa che già dall'inizio si annunciava difficilissima.
... E I NUOVI - Ma le attese sono concentrate tutte sui nuovi. Il polacco Piatek si è subito calato nella parte come meglio non poteva: ottimo nelle amichevoli precampionato, stratosferico in Coppitalia col Lecce, travolto con un suo poker. Non sarà sempre festa, ma il ragazzo pare non essere un bluff. Se si conferma almeno in parte sullo stesso standard, potremmo vederne delle belle, soprattutto se troverà spazio e gloria anche il pulcino Favilli, novello Vieri quantomeno per caratteristiche fisiche e tecniche, anche lui in grande evidenza nell'estate calcistica con la maglia juventina. E dalla B arriva Kouamè, giovanissimo, rapido e mortifero in cadetteria: la A è tutt'altra cosa, lo sappiamo, ma è comunque da seguire attentamente. Tre scommesse, d'accordo, ma ora più che mai è necessario puntare sui giovani; se poi sono italiani, ancora meglio, e Favilli è una speranza vera. 
PROSPETTIVE - La sintesi? I nomi, sia quelli dei veterani sia quelli degli emergenti, sono da centroclassifica senza patemi, lontano dalle sofferenze che accompagnarono la squadra per tre quarti dell'ultima stagione. Poi, chiaro, certi tasselli dovranno andare a posto, e l'abbiamo detto: il recupero alle antiche misure di Marchetti e Sandro, l'auspicata esplosione della linea verde in avanti, la tenuta di veterani come Spolli, la conferma di Bessa e Medeiros. Se è vero che si è monetizzato, Preziosi e Perinetti non hanno risparmiato risorse ed energie per rinnovare la squadra con elementi all'altezza della categoria, nei limiti concessi dal budget. Perinetti, appunto, rappresenta una garanzia per la tenuta della società a tutti i livelli, e lo si è visto l'anno scorso; sul campo, la sicurezza numero uno è invece Ballardini, finalmente non più "tappabuchi" ma trainer dall'inizio, come meritava dopo la terza eccezionale salvezza genoana. Allenatore concreto ma in grado anche di tirare fuori scampoli di calcio godibile, se con gli uomini adatti a disposizione. Dovrebbe bastare per rimediare all'addio delle vecchie bandiere. 

martedì 5 giugno 2018

CLUB ITALIA: I SETTE PUNTI SU CUI LAVORARE DA SETTEMBRE E I FUTURI AZZURRABILI


Siamo ancora alla fase del "cantiere aperto". Per cui, al momento, tentare dotte analisi tecnico - tattiche sulla nuova Italia di Mancini risulterebbe esercizio puramente accademico. Tre partite giocate in una settimana, con pochissimi giorni di lavoro alle spalle: così, da San Gallo a Torino passando per Nizza, si è visto di tutto e di più, indicazioni contraddittorie, prestazioni singole incoraggianti e altre un po' meno, sprazzi di buon gioco e altri (ma pochi, onestamente) che ci hanno riportato alla mente gli ultimi, tristi mesi della gestione Ventura. Tutto normale. Ricostruire una squadra nazionale quasi da zero, dopo un fallimento tremendo come quello dell'autunno scorso, non è cosa che si possa portare a compimento in tempi ristretti.
IL PRECEDENTE DEL '74 - Torno a fare, come nel precedente post, l'esempio della rifondazione post Monaco '74: il CT Fulvio Bernardini, prima da solo e poi assieme a Bearzot, impiegò più di due anni per trovare una minima quadratura del cerchio, per dare caratura internazionale ai tanti giovani che in quella metà dei Seventies stavano emergendo, da Gentile a Scirea, da Antognoni a Graziani, da Tardelli a Bettega, fino allo sfortunatissimo Rocca. Giovani che all'epoca avevano ampio spazio per giocare e fare esperienza, in una Serie A a frontiere chiuse e con le rose dei club totalmente italiane (a parte gli ultimi scampoli di carriera di Clerici e di Altafini, quest'ultimo in realtà brasiliano "oriundo" italiano, tanto da aver giocato con la nostra selezione il Mondiale cileno del 1962).
Oggi non è più così e, dunque, ci vuole tanta pazienza, ma, se vogliamo dar credito ai corsi e ricorsi storici, la recente sconfitta con la Francia somiglia tanto a quella che proprio la giovane Italia del grande "Fuffo" rimediò a Rotterdam con l'Olanda di Cruijff, in una delle prime uscite dopo la delusione al Mondiale tedesco: stesso punteggio (1-3) e stesso confronto improponibile, perché quell'Italia era a distanza siderale dalla splendida Arancia meccanica, così come questa, allo stato attuale, non può competere con i rampanti transalpini che puntano dritti al titolo iridato. Vediamo ora per sommi capi alcuni spunti offerti da questa settimana azzurra.
1) Sto diventando noioso, me ne rendo conto, ma non posso che ripetermi: questa Italia in fasce non può assolutamente prescindere, al momento, da Balotelli. L'unico della batteria d'attacco a non avere le polveri bagnate, uno dei pochi a giocare sempre "in verticale", a cercare la conclusione non appena ne trova la possibilità, peccando a volte anche di egoismo, giustificabile (per ora...) con la fame di gol nata dai quattro anni di assenza in rappresentativa. Oltre a questo, c'è anche il lavoro sporco fatto per per la squadra, la capacità di far reparto da solo che già c'era nel primo Supermario ma che ora appare ulteriormente affinata.
2) Altro elemento da cui è impossibile prescindere in fase propositiva è Federico Chiesa. Lo si era già intuito dai tempi dell'acuto di Wembley a marzo, la sera del pari conquistato in rimonta dalla squadra provvisoriamente affidata a Di Biagio (fu lui a procurare il rigore dell'1-1). Il figlio d'arte, come Balo, ha sempre il portiere avversario nel mirino, punta la rete con avanzate in velocità che portano scompiglio e creano varchi e opportunità anche per i compagni: la dinamica del gol di Zaza a Torino, con fuga sulla destra del fiorentino e cross al centro, è lampante, in tal senso. Gli manca ancora un po' di precisione al tiro, ma non ci sono dubbi che arriverà, una volta che tutto il meccanismo di squadra sarà andato a punto. 
3) A proposito di precisione nei sedici metri finali: è questa una delle più grosse lacune della Nazionale convalescente. Una squadra che crea, a volte lo fa anche con belle manovre in velocità e in punta di tecnica, ma che continua a sprecare troppo, pure in questa versione parzialmente rivitalizzata. Ieri sera, contro l'Olanda, il primo tempo poteva concludersi con un vantaggio persino insperato, ma Belotti (una volta) e Verdi (due) hanno mancato occasioni clamorose, mentre Criscito, di testa su angolo, si è visto respingere il pallone sulla linea di porta. Il gol è paradossalmente arrivato nella ripresa, quando sono stati i tulipani a mostrarsi più brillanti, cogliendo in extremis un pareggio non scandaloso. Al di là del livello qualitativo della rosa che Mancini sta allestendo, secondo me tutt'altro che malvagio, ciò che in questo momento ci tiene lontani da una accettabile competitività internazionale è proprio la mancanza di killer instinct, quello che consente alle grandi squadre di vincere anche in giornate di scarsa vena. 
4) L'apporto di Insigne al gioco azzurro continua ad essere sostanzialmente impalpabile. Poche luci e molte ombre anche ieri sera, pur se il tocco all'indietro per Verdi, sprecato poi dal bolognese con una conclusione alta, rimane una delle cose più pregevoli del match. Ma da uno come lui, iradiddio nel Napoli "sarriano", ci si aspetta molto di più. Avrà altre chances, perché rimane una delle pedine più talentuose dello scacchiere calcistico tricolore, ma si deve dare una mossa. 
5) Il decollo di questa Italia post disastro non potrà essere completo se non si risolverà l'enigma del centrocampo: Jorginho, sul quale il cittì ha puntato forte in questa prima fase, è sempre presente nel vivo del gioco ma non riesce a costruire azioni con apprezzabile continuità. Urge recuperare Verratti, insistere su Pellegrini, Mandragora e Baselli, provare anche l'indemoniato Benassi ammirato in quest'ultimo campionato, nonché il Barella impostosi come il centrocampista più efficace e completo dell'ultima leva, mentre sulla trequarti Cristante, pur non sempre preciso, ha mostrato a sprazzi quelle doti di "vivacizzatore" offensivo che ne hanno fatto un perno dell'Atalanta gasperiniana. La possibilità di scelta, come visto, non manca a Bobby Gol: a lui trovare il mix giusto. 
6) Prima Sirigu e poi Perin, nei novanta minuti avuti rispettivamente a disposizione contro Francia e Olanda, hanno ben figurato più di quanto sia riuscito a fare Donnarumma in tutte le sue uscite in azzurro. Nessun accanimento verso il giovanissimo milanista, ma al momento le cose stanno così: al di sotto della patina di visibilità mediatica, ci sono alternative più affidabili. Il rilievo vale in particolare per l'ormai ex genoano e neo juventino, che per età ha ancora margini di miglioramento e una carriera potenzialmente lunga davanti, e nel frattempo ha mostrato doti di reattività, coraggio e colpo d'occhio che lo rendono, parere mio, il più credibile aspirante alla maglia di "goleiro". 
7) Il ripescaggio di Criscito è andato a buon fine: nonostante la sbavatura nel finale di gara a San Gallo (senza conseguenze), nonostante l'espulsione esagerata di Torino, ha messo in mostra le qualità già note: buon rendimento difensivo, ottima propensione alla spinta e alla ricerca del gol. Un recupero fondamentale, dopo i sei anni di vuoto azzurro interrotti solo da due fugaci apparizioni a cavallo fra 2013 e 2014. Sarà una delle chiocce di questa delicata fase di incubazione, assieme a Bonucci. Intoccabile, anche perché le alternative sul suo versante, purtroppo, latitano: D'Ambrosio non pare da Nazionale, De Sciglio deve ritrovare le misure mostrate fino a Euro 2016, si potrebbe provare con Masina e Barreca. 
NATIONS LEAGUE -  Ieri sera allo Stadium si sono affrontate due selezioni malate, ma non moribonde. Già nelle versioni provvisorie messe in campo in questa amichevole, Italia e Olanda hanno mostrato di avere uomini, idee e carattere per risalire la china. Per loro la nuova Nations League potrebbe essere più che altro un apprendistato da vivere con pazienza e senza isterismi legati a eventuali insuccessi, visti i due gironi terribili in cui sono state inserite (Portogallo e Polonia per noi, Germania e Francia per gli arancioni), ma la voglia di riscatto e la qualità dei due trainer (il nostro Mancio e Ronald Koeman: i due rivali di Wembley '92...) potrebbero riservare qualche sorpresa.
SI RIPARTE DA LORO? - Il bacino da cui può pescare Mancini è ristretto, ma offre, credo, più alternative di quelle che si presentarono ad Antonio Conte e a Ventura. Ecco uno sguardo d'insieme sugli azzurrabili del momento e in prospettiva.
PORTIERI: Perin, Sirigu, Donnarumma, Meret. DIFENSORI DI FASCIA E CENTRALI: Zappacosta, Andrea Conti, Calabria, Darmian, Bonucci, Rugani, Caldara, Romagnoli, Criscito, De Sciglio, Barreca, Masina, Emerson. CENTROCAMPISTI E TREQUARTISTI: Verratti, Pellegrini, Barella, Jorginho, Mandragora, Benassi, Florenzi, Gagliardini, Baselli, Cristante, Insigne, El Shaarawy, Bernardeschi, Bonaventura, Berardi. ATTACCANTI: Balotelli, Chiesa, Cutrone, Belotti, Immobile, Zaza, Verdi.
Dopodiché, sicuramente il neo coach saprà tenere gli occhi bene aperti sull'Under 21 e su altre novità che il campionato gli prospetterà. Alcuni nomi "futuribili": Audero, Capradossi, Pezzella, Mancini, Biraschi, Bonifazi, Di Marco, Romagna, Sensi, Murgia, Cerri, Edera, Parigini, Orsolini, Favilli, Vido. Se son rose...

martedì 29 maggio 2018

NAZIONALE, IL DEBUTTO VINCENTE DI MANCINI: LA NUOVA ITALIA NON PUO' FARE A MENO DI BALOTELLI. COME VOLEVASI DIMOSTRARE


Balotelli in azzurro vuol dire gol, piaccia o meno. Lo dice chiaramente il suo stato di servizio con la Nazionale, lo ha ribadito la serata svizzera del debutto di coach Mancini. Prima di questa rentréè, l'ultima volta di Supermario in campo a difendere il tricolore fu al Mondiale brasiliano, nientemeno. Ora, passi per i due anni di crisi tecnica, psicologica e caratteriale che seguirono il fiasco iridato, ma aver rinunciato ai suoi servigi nelle ultime due stagioni è stata una scelta priva di qualsiasi fondamento, una delle tante colpe ascrivibili all'ex cittì Ventura, tornato fra l'altro a parlare in questi giorni senza che si avvertisse il bisogno di sue dichiarazioni.
Come già ricordato ieri, dal 2011 al 2014 Balotelli mise a segno 13 reti con l'Italia, in gran parte di pregevole fattura, quasi tutte decisive ai fini del risultato; dopo, in molti si sono avvicendati nel tentativo di rimpiazzarlo, ma nessuna altra punta è stata in grado di eguagliarne lo score. Per una squadra che, nella disgraziata annata dell'esclusione da Russia 2018, fra le tante sue lacune ha manifestato una esasperante sterilità realizzativa, il discusso attaccante avrebbe di certo tolto qualche castagna dal fuoco: pur senza trasformare l'Italia in uno squadrone, ci avrebbe magari consentito di superare il barrage con la Svezia, tutt'altro che proibitivo. E oggi, forse, staremmo in qualche località dal clima fresco a preparare la spedizione a Mosca e dintorni, invece di fare da sparring partner a chi, invece, la Coppa del Mondo la disputerà, come l'Arabia Saudita. 
MOMENTO "STORICO" - A proposito di Arabia: ci sarebbe da parlare della partita di ieri sera e lo faccio volentieri. Certo, è stata un'amichevole di fine stagione, contro un'avversaria di non trascendentale caratura (eufemismo). Ma era la prima gara col nuovo trainer in panca, era il vero inizio della rifondazione azzurra, dopo aver gettato alle ortiche i due probanti test match di marzo. Uno di quei passaggi storici che comunque si ricorderanno, perché rappresentano delle pietre miliari nel cammino della Nazionale. I grandi appassionati di calcio, ad esempio, probabilmente rammentano ancora come iniziò il percorso di Bearzot in azzurro, nel 1975: l'allenatore che ci avrebbe portati fin sul tetto del mondo, esordì con un pari casalingo contro la Finlandia, che la critica del tempo non esitò a definire scandaloso (e la prestazione fu in effetti sconfortante).  
SQUADRA PIMPANTE - Questo per dire che in qualche modo bisogna pur cominciare un capitolo nuovo, rompere il ghiaccio, e la nuova Italia l'ha fatto tutto sommato in maniera dignitosa. Non c'è solo il dato statistico del ritorno alla vittoria e al gol su azione, pur se significativo: entrambi gli eventi non si verificavano dalla cupa trasferta albanese dell'autunno scorso, quando già per il football nostrano iniziavano a palesarsi presagi di... sventura. A San Gallo, per un'oretta di gioco, si è vista una squadra pimpante, precisa nel tocco di palla come da tempo non le accadeva, rapida e ficcante negli scambi in velocità che tagliavano sistematicamente fuori la retroguardia asiatica. Con tale agilità di manovra, le occasioni sono giunte in quantità: Pellegrini, puntuale negli inserimenti in avanti, ha sprecato due volte calciando alto, Florenzi ha superato il portiere in uscita ma si è visto respingere il suo sinistro sulla linea di porta, Bonucci ha mancato di poco la deviazione da pochi passi sugli sviluppi di un corner, e il solito Balotelli ha prima sfiorato il gol di testa, per poi andare a segno con un destro dal limite al culmine di un'insistita azione personale. 
UN NUOVO INIZIO PER CRISCITO - Oltre a sbloccare il risultato, l'ex interista ha giocato molto anche per i compagni, facendo salire la squadra e smistando palloni: davvero non si poteva chiedere di più per questo suo ritorno in Nazionale. Stesso discorso che vale per Criscito, praticamente perfetto prima di calare alla distanza come tutti gli azzurri: poco impegnato in retroguardia, ha appoggiato costantemente la manovra offensiva e, quando si è presentato al tiro, ha sfoderato un poderoso sinistro stampatosi sulla traversa. Anche in questo caso, ribadisco quanto scritto ieri: almeno in questa prima fase, il genoano sarà un pilastro della nuova Italia, mentre a lui e a noi tutti rimarrà il rimpianto per i sei anni (sei anni!) di esilio dalla selezione: sappiamo chi dobbiamo ringraziare. 
ITALIA E ARABIA, PREPARAZIONE DIVERSA - Criscito e, dall'altro lato, Zappacosta, prima dell'ultima mezz'ora in affanno hanno spinto con costanza, rendendo ariose e quindi più incisive le trame del team tricolore. A ripresa inoltrata c'è stato anche il ritorno al gol (da grande opportunista d'area) di Belotti, ma a quel punto era già un'altra partita. Vuoi per l'inevitabile girandola di cambi operata da Mancini, vuoi per la crescita degli arabi, si è andati in sofferenza fino a concedere almeno tre tiri pericolosi agli avversari, che hanno trovato il gol della bandiera su una palla persa a centrocampo da Zappacosta e anche grazie a un'uscita fin troppo avventata del solito Donnarumma di questi tempi. Ma tutto rientra nella normalità; normale che i nostri siano calati alla distanza, normale che gli uomini di Juan Antonio Pizzi siano invece venuti fuori dopo un'ora in apnea: stanno preparando il Mondiale, sono verosimilmente imballati da notevoli carichi di lavoro che, però, consentono loro di emergere a match inoltrato. Stanno lavorando per essere al top in occasione del vernissage di Russia 2018, che li vedrà impegnati contro la squadra di casa. Per noi, una vittoria che fa morale e con gli aspetti positivi che prevalgono su quelli negativi, ma ovviamente tutto va rivisto alla prova di impegni più ardui, come i due dei prossimi giorni con Francia e Olanda. Lo spirito sembra quello giusto, anche se, probabilmente, la vera Italia la vedremo solo in autunno, in Nations League. 

lunedì 28 maggio 2018

CLUB ITALIA, INIZIA L'ERA MANCINI. TANTI GIOVANI E I RITORNI DI BALOTELLI E CRISCITO


Stavolta si riparte davvero. Dopo il grigio interregno del marzo scorso, utile soltanto a mettere in curriculum un pari di prestigio a Wembley, il Club Italia apre stasera un nuovo ciclo, con l'inedita sfida all'Arabia Saudita. Lo fa con un po' di magone: pensare di dover assistere alla ricostruzione di una Nazionale disastrata mentre gli altri si preparano al Mondiale russo fa venire un groppo in gola grande così, ma nulla ci si può fare. Bando dunque alle malinconie: il passato dovrebbe averci insegnato che certe fasi di "rifondazione azzurra" possono essere stimolanti ed entusiasmanti, come lo furono gli anni dei cittì Bernardini e Vicini. Perché sono occasioni per passare al setaccio in maniera seria il materiale umano più fresco e vigoroso messo a disposizione dal vivaio nostrano. Sono le fasi in cui lo svecchiamento, da vuoto proclama, diventa realtà: spazio ai giovani, finalmente, spazio e tempo messi a loro disposizione per crescere, sbagliare, correggersi e fare esperienza internazionale, la cui mancanza è oggi forse il limite tecnico più grande del pallone italico. 
MANCINI E' OK - E poi, finalmente, abbiamo un trainer. Nel lotto dei papabili, quello di Roberto Mancini era il nome che di gran lunga si faceva preferire. Qualche dubbio su Conte, che nel suo biennio fece benissimo ma non mancò di denunciare il suo disagio di fronte allo scarso tempo avuto a disposizione per gli allenamenti della squadra; forse l'ideale sarebbe stato Carletto Ancelotti, che però vuole ancora respirare aria di club. E allora, ben venga il buon vecchio Bobby Gol, che ha carisma, carattere e palmarés sufficientemente solidi per accollarsi una tal patata bollente. Sì, lo ammetto, sono fiducioso, e non solo perché credo che sia difficile far peggio di quanto si è visto fino allo scorso autunno, fino alla stramaledetta "doccia svedese": il Mancio è un trainer non schiavo di un modulo specifico, non ossessionato dalla tattica; è un uomo che ha vissuto calcio ai massimi livelli, che ha vinto tanto sia da calciatore che da tecnico. Ancora: ha sempre visto la Nazionale come un punto di arrivo, non come un diversivo; nei mesi scorsi ha più volte dichiarato il suo amore per la maglia azzurra, si è sempre detto lusingato di poter essere accostato alla panchina tricolore: sembrano banalità, ma per ripartire occorre anche l'entusiasmo autentico dell'uomo - guida, che di certo si trasmetterà a tutto l'ambiente. 
IL RITORNO DEI "BAD BOYS" - Un ultimo punto a favore dell'ex blucerchiato: non ha manifestato riserve di alcun genere verso giocatori che, nel passato recente, hanno avuto un rapporto problematico con la rappresentativa. Così, ecco il ritorno di Balotelli, ormai da due anni ripropostosi a livelli di rendimento più che soddisfacenti, un ragazzo che non poteva restare ai margini, soprattutto in un periodo di così scarsa vena realizzativa degli attaccanti di casa nostra: ricordiamo i tredici gol messi a segno nelle sue tre stagioni azzurre (dal 2011 al 2014), quasi tutti di pregevole fattura, molti decisivi. 
Forse ancor più clamorosa è la ricomparsa di Mimmo Criscito, che dalla vigilia di Euro 2012 in poi ha pagato un ostracismo azzurro davvero eccessivo e incomprensibile; ora può mettere sul piatto una considerevole esperienza europea, che almeno in questi primi mesi potrebbe farne uno dei perni della nuova "Azzurra", anche in virtù del suo ritorno in Serie A, nel Genoa che nel cuor gli sta, una rentréè che dovrebbe garantire un miglior monitoraggio del suo rendimento. Insomma, porte aperte a tutti, senza veti (parola tristemente all'ordine del giorno, in altri ambiti): sono quasi convinto che, se non fosse impegnato in un torneo scarsamente competitivo come quello cinese, ci sarebbe stato spazio perfino per un ripescaggio di Pellè, che del resto, prima dell'accantonamento da parte di Ventura, si stava affermando come il bomber più puntuale della squadra (nove gol in poco più di due anni). 
I GIOVANI CHE CI SONO E QUELLI CHE VERRANNO - Ma l'attenzione è soprattutto per gli emergenti: I nomi nuovi sono quelli di Caldara (un debutto a lungo atteso), Baselli, Mandragora, Berardi (premiato a dispetto di una stagione nel complesso negativa) e dell'oriundo Emerson Palmieri (quest'ultimo costretto al forfait per un infortunio), l'unico "straniero" assieme a Jorginho. Ovvia riconferma per tanti ex Under 21, da Rugani a Romagnoli, da Zappacosta a Bernardeschi (anche per lui rinuncia per problemi fisici), da Cristante a Pellegrini, da Belotti a Chiesa, ai quali presto dovrebbero aggiungersi i vari Calabria, Barella e Cutrone, soprattutto gli ultimi due reduci da un torneo di A scintillante.
Come si vede, a dispetto della crisi di sistema, dei vivai trascurati, dell'invasione straniera, gli elementi su cui lavorare in prospettiva non mancano, anche se c'è il sospetto che migliori generazioni di pedatori italiani potrebbero palesarsi negli anni a venire: pensiamo a certi nomi che fanno parte dell'U21 attuale (Romagna, Mancini, Bonifazi, Pezzella, Capradossi, Murgia, Locatelli, Orsolini, Parigini, Brignola) o, guardando ancor più lontano, all'U17 di Carmine Nunziata, splendida e sfortunata protagonista del recente Europeo di categoria chiuso in seconda posizione, dopo la solita, infausta lotteria dei rigori.
LA GENERAZIONE DI MEZZO E IL DOPO BUFFON - C'è futuro, dunque, se lo si saprà gestire e valorizzare per benino; ma anche il gruppo attuale ha valori di rilievo; oltre alle citate new entry, sono da rivedere quelli della generazione di mezzo, in primis Florenzi, Verratti (peraltro assente nel primo listone manciniano), Insigne e Immobile (anche lui acciaccato e costretto al ritorno a casa anticipato), certo non aiutati dalla tempestosa e incerta reggenza di Ventura, ma per i quali, come detto già in passato, il tempo stringe: o dimostrano al più presto di essere all'altezza del palcoscenico internazionale, o per loro le porte del Club Italia si chiuderanno. Ci sarà infine da mettere a fuoco il dopo Buffon, e si sa che quando lascia un mostro sacro, la successione è sempre problematica: si parte con Donnarumma, reduce da settimane da incubo. L'impressione è che, se Perin approderà alla Juve o comunque in una società di alto lignaggio, il duello per la maglia numero 1 dell'Italia sarà più feroce di quanto si pensi. I motivi di interesse, dunque, non mancano: ora la palla passa al Mancio e alla sua truppa. 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: AZZURRI, I PIU' E I MENO. LE COSE DA FARE DI QUI AI MONDIALI


                                               De Sciglio: promosso a pieni voti

Il bilancio azzurro della Confederations Cup tende decisamente più al chiaro che allo scuro. Eppure, Prandelli e i suoi ragazzi tornano a casa con una valigia zeppa di contraddizioni: perché se il terzo posto conclusivo può essere considerato il premio ideale, né troppo generoso né troppo avaro, alla luce dell'altalenante rendimento mostrato nelle cinque gare, è comunque un bronzo che lascia spazio a più di un rimpianto, guardando alle ultime tre uscite. Già, perché i nostri, le poche volte che si sono potuti avvalere di una discreta brillantezza atletica, hanno mostrato di essere molto vicini alle massime espressioni del football mondiale: l'ultima mezz'ora col Brasile giocata in lucido forcing e con piglio sbarazzino, la Spagna euromondiale presa a pallonate (mi si perdoni il gergo da bar sport...) per un tempo e poi controllata comunque agevolmente, prima del crollo fisico nei supplementari, e dulcis in fundo la prima frazione della finalina con l'Uruguay, giocata in maniera tatticamente impeccabile e con buona fluidità offensiva, tanto che un 2 a 0 all'intervallo ( si pensi alle occasioni mancate da Candreva ed El Shaarawy) non sarebbe stato bugiardo...
PREPARAZIONE DA RIVEDERE - Qui iniziano le dolenti note. Perché le eccellenti fasi di gioco prima descritte sono state quasi del tutto vanificate da troppo esigue riserve di energie. Ecco dunque l'interrogativo: dove saremmo potuti arrivare, con il serbatoio della benzina pieno? Sia la Spagna sia l'Uruguay si sono potute "riappropriare" di partite da cui l'Italia le aveva perentoriamente cacciate fuori solamente grazie al nostro calo nella seconda parte degli incontri. Il fatto che l'esito conclusivo sia stato diametralmente opposto nei due casi rientra nella...  logica illogica dei rigori di spareggio, che, lo ripeto, per me rimangono una colossale lotteria.
Il problema non è di poco conto: l'impressione è che la preparazione atletica azzurra di questa Confederations non sia stata condotta in maniera impeccabile, perché, parliamoci chiaro, il caldo torrido, l'umidità e la stagione fitta di impegni sono handicap che hanno accompagnato tutte le rappresentative più prestigiose in lizza, parse tutte enormemente più pimpanti della nostra, la quale, parole del cittì, ieri pomeriggio a partita inoltrata avrebbe avuto necessità di sette - otto cambi: inaccettabile. Qualcosa non ha funzionato, dunque, e guai se la cosa si ripetesse fra dodici mesi. 
MANCA SEMPRE IL KILLER INSTINCT - Al di là di questo, anche nei periodi di maggiore brillantezza fisica ha fatto capolino un limite congenito della Nazionale di Prandelli, già emerso troppe volte in passato: la mancanza di killer instinct, l'incapacità di chiudere il conto nel momento in cui si è in vantaggio (Messico, Uruguay), o di trarre almeno una rete dell'enorme mole di lavoro offensivo costruita (Spagna). Senza cattiveria, senza praticità, non si può essere considerati una grande squadra, e questa Azzurra ancora non lo è. Per diventarlo, deve dunque abbattere quest'ultima barriera, e deve anche, come avevo anticipato nei giorni scorsi, rinfrescare un po' i suoi ranghi.
Per quanto le indicazioni del torneo brasiliano debbano essere prese col beneficio d'inventario sul piano della valutazione dei singoli, stante lo stato atletico deficitario di molti, ci sono però delle posizioni da analizzare con attenzione: Maggio e Chiellini, ad esempio, hanno chiuso in vistoso crescendo, ma in precedenza si sono mostrati spesso impacciati, approssimativi in giocate anche semplici, e tale discontinuità di rendimento, sinonimo di inaffidabilità sulla lunga distanza, non è propriamente il massimo su cui puntare per un torneo articolato e complesso come il Mondiale. Aquilani, che pure ieri è parso dignitoso in un contesto, quello italiano della parte conclusiva della finalina, assolutamente dimesso, continua ad essere troppo timido nell'approccio, un "né carne né pesce" tattico e tecnico, un uomo che non sposta equilibri e non aggiunge alcun quid, così come, davanti, un Giovinco sempre velleitario, sempre avulso dal gioco. Anche Montolivo ha raramente brillato, limitandosi a un lavoro di quantità con pochi spunti in fase creativa, ma per lui il discorso è diverso: la lunga e positiva militanza azzurra e la buonissima annata rossonera depongono a suo favore, però guai ad abbassare la guardia... 
LARGO AGLI UNDER - Ma occhio anche alle indicazioni positive: perché ad esempio Giaccherini e Candreva, visti a tratti letteralmente straripanti, dovrebbero avere un posto garantito fra i 23 per Brasile 2014, ma sono giocatori che, essendo giunti solo di recente ai vertici del rendimento, dovranno fornire importanti conferme nel corso della prossima stagione. Discorso diverso per gente come Barzagli, De Rossi (straordinario uomo ovunque anche ieri, prima che le energie gli mancassero definitivamente) o Pirlo, che da dimostrare hanno ben poco e che fra un anno, a meno di imprevisti, saranno nel gruppo, ma hanno bisogno di alternative già pronte, anche per il logorio dovuto all'età non più verdissima. Per questo, continuo a pensare che almeno quattro o cinque degli Under di Mangia avrebbero dovuto essere in Sudamerica, e non in Israele, ma l'ingresso stabile in rosa di Verratti, Florenzi, Insigne, Borini, e, perché no, Donati, non è più rinviabile, così come saranno da tenere d'occhio alternative quali Ranocchia, Ogbonna, Poli, Bonaventura e Sau. Insomma, ampliare la rosa dei "titolari possibili" per evitare di cadere in certi pericolosi equivoci del passato, come quando, alla vigilia dei mondiali '74, si riteneva di avere un'Italia altamente competitiva, sulla scorta di alcuni illusori risultati conquistati nel 1973, mentre il declino degli eroi di Messico '70 era già in corso e non si provvide a rinfrescare drasticamente il telaio della formazione. 
BUFFON, EL SHAARAWY E... - Eccessiva la tempesta scatenatasi su Buffon, non impeccabile in alcuni interventi ma spesso decisivo nella stagione azzurra, per tacere dei tre penalty neutralizzati ieri. Però perché non dare spazio a Sirigu nemmeno nella finale per il terzo posto? Quando potranno fare minutaggio internazionale i successori designati di Gigi? De Sciglio ha confermato, al di là del rigore fallito che non fa testo, di avere acquisito personalità da veterano: difende con profitto e spinge con continuità, un pizzico di precisione in più sui cross e sarà quasi perfetto, fermo restando che col rientro di Criscito potrebbe essere dirottato a destra e formare una coppia di esterni bassi di assoluto valore.
Infine, El Shaarawy: inutile farsi domande su quale sia il suo effettivo problema, solo chi è all'interno degli staff di Milan e Nazionale può saperlo, le cose che si leggono in giro per il web sono solo squallide illazioni di gente che deve avere una vita ben triste.... Difficoltà di maturazione? Può succedere (come per Santon qualche anno fa, prima lanciatissimo e poi rientrato nei ranghi, salvo riemergere solo di recente), ma allora bisognerà lavorare di cesello soprattutto sul piano psicologico, perché il savonese è un talento dalle enormi potenzialità e va salvaguardato a qualsiasi costo. Contro l'Uruguay, ha mostrato inspiegabili deficit di concentrazione che gli hanno fatto sbagliare giocate elementari, ma anche qualche confortante ritorno di fiamma offensivo, con due occasionissime mancate di poco e l'ultimo rigore trasformato con freddezza. 

giovedì 8 novembre 2012

RETROSPETTIVA AZZURRA: I PRIMI PASSI VERSO BRASILE 2014

                                           El Shaarawy: il futuro azzurro è suo

La mia prolungata assenza dal blog, di cui ho fornito spiegazioni qualche post più sotto, mi ha impedito di commentare le prime quattro uscite della Nazionale azzurra nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano. Poiché la rappresentativa maggiore del nostro calcio è, da sempre, una delle tematiche principali di "Note d'azzurro", torno ora sull'argomento, con qualche riflessione a freddo e... scusandomi per il ritardo. 
FALSA PARTENZA, POI RISCATTO - Alle corte: per due partite e mezza, abbiamo visto una Nazionale francamente impresentabile, talmente brutta da insinuare il sospetto che il secondo posto all'Europeo fosse stato un illusorio fuoco di paglia. Chi aveva seguito il gruppo di Prandelli nel biennio precedente sapeva che non poteva essere così, sapeva che quell'insperata medaglia d'argento era stata il giusto premio per una compagine cresciuta e maturata cercando sempre di fare gioco, di aggredire con intelligenza, di prendere l'iniziativa. Una squadra con un progetto tattico ben definito, con una personalità via via emersa sempre più nitidamente, con una dotazione di classe pura non disprezzabile, che non poteva essersi dissolta nel giro di pochi mesi. E in effetti, a partire dal secondo tempo della gara con l'Armenia, De Rossi e compagni si sono riavvicinati ai loro abituali standard di rendimento. Pur senza miracol mostrare, si è rivista un'Italia più equilibrata, razionale, produttiva, in grado di far valere la legge del più forte.
L'ultima "azzurra", quella trionfatrice sulla Danimarca in un Meazza desolatamente mezzo vuoto (che bello quando anche le amichevoli facevano registrare il tutto esaurito o quasi: poi dicono che il calcio non sia peggiorato...) è stata la migliore, più per solidità del complesso e carattere che per qualità di manovra, in particolare con un Balotelli mai così bene inserito nel collettivo, disposto al sacrificio a tutto campo ben al di là delle proprie mansioni specifiche. Del resto, le grandi squadre, e questa di Prandelli ne ha le stimmate, devono avere nel Dna anche la capacità di imporsi giocando male, o comunque senza sciorinare football di finissima caratura, e allora... 
TOCCATO IL FONDO CON MALTA - Insomma, certi picchi spettacolari raggiunti a Euro 2012 permangono lontani, ma di certo con armeni e danesi un bel passo avanti è stato compiuto, rispetto alla pena provata osservando le prestazioni contro Bulgaria e Malta: fu, quella, un'Italia "ancien régime", l'Italia vista tante, troppe volte in passato, la squadra timorosa e sparagnina che, una volta andata in vantaggio, viene improvvisamente colta da "paura di vincere" e, invece di affondare i colpi, lascia progressivamente campo all'avversario, cercando di gestire il risultato senza averne (ancora) la capacità. Una défaillance pagata a caro prezzo coi bulgari (due preziosissimi punti persi sulla strada per il Brasile), mentre contro i maltesi la vittoria è stata salvata per oggettiva modestia dell'avversario, domato però definitivamente solo nel finale e dopo avergli concesso inusitate opportunità di andare alla conclusione. Insomma, qualcosa di peggiore della consueta idiosincrasia della nostra Selezione alle partite facili. 
EL SHAARAWY SU, GIOVINCO GIU' - Fra Nazionale e stagione di club, sono nel frattempo giunte a Prandelli indicazioni di una certa attendibilità, riguardanti l'effettivo spessore internazionale di taluni elementi da tempo sotto la lente di ingrandimento. Due nomi su tutti, uno in positivo e l'altro in negativo. Sugli altari El Shaarawy, senza alcun dubbio protagonista assoluto di questo primo scorcio di annata. Era dai tempi dell'esordio di Balotelli con l'Inter che non si assisteva a un impatto così devastante di un giovane italiano col calcio di altissimo livello. Stephan, coi suoi gol e con la sua classe, sta tenendo in piedi praticamente da solo un Milan molto male in arnese; e in azzurro, a Erevan, poco c'è mancato che trovasse la sua prima segnatura in Nazionale. Chiaro che il ragazzo non potrà restare a lungo fuori dalla formazione titolare: la concorrenza in prima linea è quantomai agguerrita, ma l'ex Genoa ha caratteristiche uniche (opportunismo, rapidità di movimenti e di esecuzione, fantasia, eclettismo) che potrebbero presto renderlo indispensabile.
Pollice verso invece per Giovinco. Sia con l'Italia, sia in maglia Juve, la "formica atomica" in questi primi mesi  di attività ha purtroppo confermato i dubbi emersi negli anni scorsi: è giocatore che immancabilmente si smarrisce nelle grandi sfide al di fuori dei confini nazionali, palesando scarsa personalità e incisività pressoché nulla; rimane invece un'arma spesso micidiale negli impegni... sul suolo patrio, ma al cittì serve ben altro...

                                              Balotelli: più maturo e altruista

CENTROCAMPO: FLORENZI PER IL FUTURO? - Il centrocampo è ormai cristallizzato sul poderoso asse De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo, con quest'ultimo in crescendo vistoso, più continuo nella sua azione di tessitura e sempre più deciso e convinto in zona tiro. Verratti, in leggero calo in Francia dopo un avvio al fulmicotone, rimane comunque una sicurezza per il futuro, mentre la nostra Serie A sta portando prepotentemente alla ribalta Florenzi, già diventato un perno della zona nevralgica romanista:  qualità, quantità, intelligenza tattica, corsa e gol.
DESTRO E INSIGNE IN STAND BY - Contro Malta, Destro ha trovato il suo (bel) primo gol in Nazionale, poi ha patito oltremisura la concorrenza in giallorosso di Osvaldo (efficacissimo anche con la maglia tricolore) e di Lamela, in gran forma, ma le qualità, sia pur da smussare, sono emerse e di certo il ragazzo è destinato a restare nel giro. Dovrà fare ancora un po' di anticamera Insigne, che nel Napoli, quando viene chiamato in causa, non si comporta affatto male (molti alti e qualche comprensibile basso), ma che viene giudicato dalla critica con eccessiva severità, quasi dovesse essere questo talentuoso ma imberbe ragazzino la panacea di tutti i mali partenopei... Il futuro farà giustizia dell'impazienza e dell'incontentabilità di certe "prime firme".
RIFIORISCONO CRISCITO E RANOCCHIA, CHIELLINI INVOLUTO - In difesa si sono rivisti Criscito e Ranocchia. Mimmo, in Armenia, ha fornito una delle sue prove più convincenti in azzurro, per efficacia nelle due fasi: la sua assurda esclusione dalla spedizione europea, mai giustificata in maniera esauriente dallo staff azzurro, grida e continuerà a gridare vendetta per anni, ma l'ex laterale del Genoa, pur privato di una così grande occasione professionale, non può non essere contento di essersi riappropriato di un posto che, per talento e rendimento, gli spetta di diritto da anni. Tramontata invece, come sospettavamo, la cometa Peluso, buon giocatore ma non più di primo pelo e non dello spessore tecnico necessario per reggere le luci della ribalta mondiale (gli resta comunque come ricordo azzurro il fortunoso gol ai maltesi).
Ranocchia, come auspicavamo, è riapparso in questa stagione letteralmente rigenerato, mentre nella prima metà del 2012 per molti era scaduto a livello di brocco, o poco più: la dimostrazione di come l'andazzo negativo di una squadra possa condizionare pesantemente anche il rendimento dei migliori, ma anche l'ennesima conferma della totale incapacità dell'italico calcio, in tutte le sue componenti,  di valorizzare e aspettare i giovani, che vengono messi alla berlina ai primi errori e ai primi cali di forma. Nel frattempo si attende il ritorno in pista di Ogbonna, perché l'unica sicurezza autentica nel "pacchetto centrale" della terza linea pare essere Barzagli: Chiellini è da mesi in fase involutiva e anche all'Europeo si era espresso nettamente al di sotto delle sue possibilità, Bonucci non si è ancora riappropriato delle misure di difensore completo sciorinate  in Polonia  e Ucraina, e alcune amnesie contro avversari non certo trascendentali hanno lasciato non poche inquietudini per l'avvenire. 

sabato 2 giugno 2012

VERSO EURO 2012: L'ITALIA S'E' SMARRITA?

                                        Bonucci, pietra dello scandalo azzurra

Ogni volta che ci si avvicina a Mondiali o Europei, l'interrogativo è sempre lo stesso: quale attendibilità hanno i test amichevoli disputati nelle settimane e nei giorni immediatamente precedenti? In genere, coloro che "ne hanno viste tante" dicono non contino alcunché, citando a mo' di incontrovertibili esempi i deludenti approcci della nostra Nazionale ai Mondiali del '78 e dell'82, poi invece risoltisi con esito positivo, nel secondo caso addirittura trionfalmente. 
In realtà, non ci sono regole fisse, costanti storiche acclarate. Pensiamo ad esempio a come, due anni fa, la disastrosa (nel gioco e nel punteggio) amichevole di Bruxelles col Messico annunciò agli azzurri un Mondiale sudafricano fallimentare. Ecco perché, a pelle, tenderei a non sottovalutare le brutture messe in mostra ieri dall'Italia di Prandelli. 
BELLA ITALIA SMARRITA? - Una speranza ci sorregge: la Nazionale brillante, propositiva, foriera di speranza per il futuro ammirata nel biennio di qualificazioni non può essere svanita nel nulla. La sostanza c'è, l'ho scritto diverse volte. E allora cos'è successo? E' successo che a  Zurigo, nello 0 a 3 con la Russia, si sono visti i riflessi, sul campo, di una situazione di estremo disagio che ha avvolto e quasi fagocitato la preparazione azzurra di questi giorni. 
Il ritiro preparatorio è una fase importante e delicatissima: è in queste settimane, spesso e volentieri, che si creano le basi per il trionfo o per il fallimento della spedizione europea o mondiale. Nel ritiro si smaltiscono le tossine del campionato e delle coppe, si ricaricano le pile fisiche e soprattutto nervose, si mettono a punto le varianti tattiche, si cementa il gruppo e si valutano le caratteristiche dei singoli, sia sul piano tecnico che su quello umano. Ebbene, tutto ciò non credo sia stato fatto, o è stato fatto in maniera molto superficiale, in questa settimana a Coverciano. Perché sul Club Italia si è abbattuta una vera e propria tempesta: fra avvisi di garanzie recapitati o solo ventilati, irruzioni mattutine delle forze dell'ordine, polemiche su scommesse e tabaccai, uscite fuori luogo di Presidenti del Consiglio, e aggiungiamoci anche il terribile dramma del terremoto, non c'è stato un attimo di pace. Le conferenze stampa di giocatori e tecnico sono state illuminanti, in proposito: il calcio, gli avversari, le formazioni sono rimasti in sottofondo, in lontananza.
RIFLESSI SUL CAMPO - Cosa ci si poteva aspettare, dopo tutto ciò? Esattamente ciò che si è visto: una squadra scarica mentalmente e in riserva fisicamente, tatticamente squilibrata, con vuoti di concentrazione paurosi. Perché, se ci si allena poco e male, non si va lontano, specie contro avversari di spessore come la Russia di oggi. Qualcosa di quel gioco aggressivo e di iniziativa che ne aveva accompagnato la marcia nelle eliminatorie continentali, l'Italia in realtà l'ha mostrata, in avvio dei due tempi: due palle gol per Balotelli nella prima frazione, poi il momento migliore dei nostri dopo l'intervallo, ancora con Balotelli, Cassano, Marchisio e Pirlo vicini alla rete. Ma, prima e dopo, una serie incredibile di disattenzioni in copertura che hanno prodotto, per i russi, occasioni sontuose, tanto che il gol dell'1-0 di Kerzhakov, giunto proprio quando Montolivo e compagni sembravano aver sbrogliato il bandolo della matassa, è stato in fin dei conti un premio meritato. Dopo, l'incapacità dei nostri di cambiare ritmo, svagatezze continue dietro, sfilacciamenti tattici e soprattutto forza di reazione inesistente hanno prodotto il disastro nel punteggio che sappiamo. 
Correre ai ripari in otto giorni? Forse si può, forse no, anche in questo caso regole precise non ce ne sono. Può certamente esserci una risposta furente e vincente come quella dei tempi del "Bearzot e i suoi ragazzi contro tutti", ad Argentina '78 e Spagna '82, o quella dei "leoni azzurri contro Calciopoli" del 2006. In realtà, la situazione odierna pare più complessa, più delicata: rispetto a sei anni fa, l'unica similitudine sta nell'uragano giudiziario abbattutosi sul nostro calcio. Ma all'epoca il gruppo azzurro ne rimase sostanzialmente estraneo, oggi ci sono giocatori, giustamente o meno, coinvolti in varia misura e a vario titolo. 
A tal proposito, la gestione della situazione da parte di Prandelli (mal coadiuvato da una Federazione da tempo in debito di ossigeno) sta mostrando la corda: se si può ritenere giusto l'allontanamento di Criscito, per ragioni di opportunità (non siamo i primi, tutti noi italiani, a chiedere le dimissioni ai politici quando vengono raggiunti da avvisi di garanzia?), altrettanto doveva avvenire nei confronti di Bonucci, indagato anch'egli ma senza il... "pezzo di carta": le spiegazioni fornite dallo staff azzurro in proposito sono arrampicate sugli specchi, né più né meno, che chiunque abbia un minimo di buon senso non può che ritenere inaccettabili. E che dire dello sfogo del cittì poche ore prima di scendere in campo con la Russia? Minacciare un ridicolo ritiro da Euro 2012 (impraticabile quasi come lo stop al calcio auspicato da Monti) non serve unicamente ad accrescere la tensione all'interno del clan e attorno ad esso? 
CATTIVI PENSIERI - Insomma, troppi cattivi pensieri attorno a questa spedizione in Polonia, nata sotto pessimi auspici. La terza sconfitta consecutiva in amichevole, in confronto a tutto il resto, è la cosa che in fondo preoccupa di meno, ma è ugualmente un brutto viatico: non tanto per la sequenza di risultati, che tutto sommato assume solo un rilievo statistico (ripetiamo che, quando doveva vincere, questa Italia ha vinto, superando anche prove difficili in amichevole), quanto perché non fare risultato e non segnare per tanto tempo può insinuare nel gruppo i germi dell'insicurezza e dell'impotenza, che vanno ad aggiungersi al clima di precarietà totale generato dalla tempesta giudiziaria. 
LA SQUADRA PER EURO 2012 - Sul piano tattico, rimangono problemi irrisolti. Personalmente, e lo avevo lasciato intuire nel post in cui azzardavo pronostici sulla lista dei ventitrè, rinunciare a un Ranocchia che ha giocato buona parte delle qualificazioni e che rimane il nostro difensore più "futuribile", quanto a valore assoluto e potenzialità di crescita ulteriore, non mi è parsa una grande alzata di genio: non si butta via un giocatore per una sola annata storta, Bearzot in questo è stato maestro. In parte, lo stesso discorso lo si potrebbe fare per Pazzini, semidisastroso in campionato ma che il suo contributo alla qualificazione e alla crescita di questa Nazionale lo aveva dato eccome. 
Comunque, gli uomini non mancano per fare una figura dignitosa: fondamentale la crescita di tono di Balzaretti, Marchisio, Pirlo e Montolivo, fra i più positivi nel biennio, dopodiché si valutino le presenze di Abate, Ogbonna e Nocerino, gente che per qualità e voglia di emergere sarebbe ingiusto confinare in un cono d'ombra: gente che potrebbe dare consistenza e maggiore protezione al reparto arretrato, ove si attende con ansia il rientro di Chiellini, assolutamente fondamentale per questa squadra. Ma soprattutto si mescoli bene il cocktail d'attacco: abbiamo tante armi, e tanti piedi di notevole classe, che vanno sfruttati. 
Si abbia il coraggio di lanciare Borini e di sciogliere le briglie a Giovinco, se è il caso. Balotelli pare animato da un positivo sacro fuoco, concentrato e determinato come raramente lo si è visto a questi livelli: le poche cose buone della sfida coi russi sono venute da lui. E anche Cassano sembra tutto sommato ispirato, pur con le inevitabili pause di una condizione ancora minata dalla lunga sosta.
Insomma, sul piano della qualità, tecnica e atletica, esistiamo ancora, eccome. Ma ora, se si tiene alla buona riuscita di questa spedizione, devono tutti moltiplicare gli sforzi: gli azzurri sul campo di allenamento e guardandosi dentro, per trovare quelle risorse "di testa" che tante volte hanno mostrato di avere, i dirigenti ergendo un cordone sanitario autentico attorno alla squadra, come sapevano fare bene, in passato, gli Artemio Franchi e i Federico Sordillo: perché la sensazione è che finora questo gruppo, in primis il suo giovane e inesperto tecnico, siano stati lasciati in balìa degli eventi avversi: il modo migliore per preparare una sconfitta... 

giovedì 3 maggio 2012

VERSO EURO 2012: QUALI SARANNO I CONVOCATI DI PRANDELLI?



Mentre sta spegnendosi nella tristezza una delle più squallide edizioni della Serie A, inquinata da veleni di ogni tipo, funestata da violenza, tensioni, scandali e quant'altro, con classifiche sub judice per via delle inchieste in corso, attendiamo come una boccata di ossigeno le prove della nostra Nazionale a Euro 2012, nella speranza che gli azzurri possano contribuire a dare una ripulita alla compromessa immagine internazionale del nostro calcio. Manca poco più di un mese all'evento, cerchiamo allora di... anticipare le mosse del CT Prandelli, azzardando qualche pronostico sui magnifici ventitré che saranno chiamati a difendere i colori italiani.
PORTIERI - Qui le scelte paiono già abbastanza delineate. Nonostante la paperissima col Lecce, roba da torneo amatoriale, Buffon rimane il numero uno indiscusso, anche se, complici gli infortuni e gli anni che passano, le prodezze da "miglior guardiano al mondo" sono ormai un ricordo. Dietro di lui c'è De Sanctis, affidabile dodicesimo, mentre il terzo a rigor di logica dovrebbe essere Sirigu, protagonista di un'ottima stagione nelle file del Paris Saint Germain e quindi arricchito anche da un'importante esperienza all'estero in una squadra di caratura internazionale. Marchetti, dopo l'anno di pausa forzata, è tornato ai livelli pre Sudafrica 2010 e ha tolto molte castagne dal fuoco alla Lazio, Viviano ha recuperato prima del previsto dal grave infortunio di inizio stagione e, passato al Palermo, a sprazzi ha fatto balenare le doti che gli avevano consentito di inserirsi con merito nel giro azzurro, ma per entrambi il tentativo di ritorno nel gruppo è rimandato alle qualificazioni mondiali. 
DIFENSORI - A destra Maggio, da anni uno dei migliori esterni europei per continuità di rendimento, pilastro del Napoli (non reclamizzato come il famoso trio delle meraviglie dell'attacco partenopeo), dovrà guardarsi dalla concorrenza dello straripante Abate, che col Milan ha trovato la stagione della consacrazione; a sinistra, nel biennio di eliminatorie continentali si è ottimamente distinto Balzaretti, inesauribile sul piano fisico e continuo in fase di spinta, ma il campionato russo dovrebbe restituire a Prandelli un Criscito (scudettato con lo Zenit San Pietroburgo) più maturo e determinato del ragazzino troppo spesso timido visto all'opera nel suo primo scorcio di carriera azzurra.
Al centro si dovrebbe partire con Ranocchia, che rimane il più talentuoso della nuova generazione di difensori italiani, anche se ha pagato con un brusco calo di rendimento la deludente stagione dell'Inter, e con Chiellini, che in mezzo rimane sempre una garanzia mentre ha perso l'abitudine a giostrare sulla fascia mancina. Dietro di loro, tre giocatori che si contendono verosimilmente due posti: Bonucci sembrava in ribasso, ma nella parte finale della stagione si è ripreso e ha ritrovato anche la micidiale efficacia sotto porta; c'è Barzagli che è tornato ai fasti palermitani, pedina imprevedibilmente fondamentale per la Juve, ma c'è anche l'emergente Ogbonna, perfettamente a proprio agio nel debutto di Genova contro gli States. Difficile dire chi la spunterà, ma il giovane torinista noi non lo lasceremmo a casa, può diventare un cardine del prossimo biennio e cominciare a fare esperienza all'Europeo non potrà che fargli bene. Non ci sarà spazio per Astori, ma rimane un buon prospetto: se tutto va bene, se ne riparlerà dopo l'estate.

                                          Marchisio, punto fermo del centrocampo azzurro

CENTROCAMPISTI - Gli intoccabili sono Pirlo (fenomenale la sua stagione juventina, la speranza è che non arrivi in Polonia eccessivamente spremuto), lo straripante Marchisio, prototipo del centrocampista moderno, dinamico, di buon fisico e ottima tecnica, generoso e abilissimo negli inserimenti, e un Montolivo che, nel tormentato torneo della Fiorentina, ha mostrato una personalità in crescendo, e nel ciclo azzurro di Prandelli ha raramente deluso. L'uomo nuovo è Nocerino, motorino inesauribile, uomo di quantità ma, quest'anno, anche formidabile realizzatore: impossibile rinunciarvi. Ci sarà spazio per Thiago Motta, pedina tattica di grande utilità, e per De Rossi, che se in forma e mentalmente libero può ritrovare le sue migliori misure.  Difficile, anche se non impossibile, possa trovare un angolino Aquiliani, che pure nelle sue presenze in azzurro non ha mai demeritato: la sua stagione milanista è stata tutto sommato discreta, d'accordo, ma ancora una volta ha mancato l'appuntamento col salto di qualità che, pure, i suoi mezzi tecnici gli consentirebbero. Non ci sembra abbia attualmente le potenzialità per incidere in una grande competizione come l'Europeo. Crede ancora nella convocazione Mauri, che pur fra mille triboli (infortuni e voci sul calcioscommesse) ha forse disputato il suo miglior campionato, condito di assist e gol.

                                             Il giovane Borini, rivelazione stagionale
                                             
ATTACCANTI - Gravissimo il forfait di Giuseppe Rossi, uno dei pochi giocatori in grado di dare alla manovra offensiva la classica marcia in più, oltretutto dall'alto di una già considerevole esperienza internazionale. Recuperato invece Cassano, il quale peraltro, una volta superato brillantemente il serio problema cardiaco, si trova davanti all'ultimo bivio della sua carriera: vista anche l'età non più verdissima, o svolta adesso, diventando finalmente decisivo e risolutivo (cosa che mai gli è successa, agli alti livelli), o mai più.
Stante l'indisponibilità di Pepito, e per scongiurare il rischio di doversi affidare solo alle mutevoli lune del barese, la speranza è che Prandelli non si lasci prendere troppo la mano dal "codice etico" rinunciando alla  convocazione di Balotelli, che, fra mattane e comportamenti da immaturo (peraltro sovente ingigantiti ad arte dai media), resta il nostro terminale offensivo potenzialmente più devastante: fisico che spacca, personalità in rilievo e colpi di classe e di istinto in grado di sbloccare le partite più spinose. Ad occhio e croce, dovrebbe rivelarsi assai utile lo splendido Giovinco, fantasista - fromboliere, protagonista di un'annata monstre che lo ha visto trascinatore del Parma, balzato soprattutto grazie a lui a livelli di rendimento impensabili, visti gli evidenti limiti tecnici della squadra gialloblù. E Pazzini? Ha sempre fatto parte del progetto prandelliano, ma la sua stagione è stata al limite dell'imbarazzante: nonostante ciò, sarebbe oltremodo sorprendente vederlo fuori dal listone dei ventitré.
Mentre pare prematuramente tramontata la stella di Osvaldo, l'uomo dell'ultima ora sarà quasi sicuramente Fabio Borini, la più grande rivelazione della Serie A 2011/12, fattosi trovare prontissimo al primo vero impatto col calcio che conta e assai positivo anche al primo assaggio di Nazionale, nell'amichevole di Marassi con gli americani. Non ci stupiremmo di vederlo addirittura schierato titolare, se non in avvio di torneo quantomeno nel prosieguo. Rimarrebbe un posto a disposizione, sempre che Prandelli non decida invece di allargare la schiera dei difensori e dei centrocampisti: se lo giocheranno, crediamo, Matri, spesso chiamato dal cittì ma declinante nella Juve del girone di ritorno, e l'impagabile Di Natale, cannoniere di classe e spaventosa prolificità, il quale peraltro non ha partecipato alle qualificazioni europee ("Lo conosco bene, so quanto vale", la spiegazione standard del tecnico per giustificarne le mancate convocazioni nel biennio) e inoltre, nei precedenti grandi tornei a cui ha preso parte (Euro 2008 e Sudafrica 2010), ha mostrato di non avere grandissimo spessore internazionale, quanto a personalità ed efficacia. E tuttavia, per quello che sta continuando a fare in patria un'ultima chance la meriterebbe. Staremo a vedere...