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lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

giovedì 23 maggio 2013

BILANCIO TECNICO DELLA SERIE A, PARTE SECONDA: RIMANDATI E BOCCIATI. MILAN IN CHIAROSCURO, DISASTRO INTER E PESCARA


                                    Balotelli: il terzo posto del Milan è soprattutto suo

Sulla nostra immaginaria lavagna della Serie A appena conclusa, dopo i "buoni" è il momento dei "cattivi". Prima di loro, però, c'è una "terra di mezzo" ove collocare le squadre che male non hanno fatto, ma che per i più svariati motivi hanno chiuso la stagione lasciandoci un retrogusto amarognolo. E prima ancora dell'analisi delle singole compagini, fra gli aspetti controversi di natura generale vorrei inserire, e la cosa non deve sorprendere, il superamento di quota mille nel numero di gol totali realizzati in stagione (1003, per l'esattezza): un limite stratosferico che mai era stato varcato dal ritorno della massima divisone a 20 partecipanti, ossia dall'annata 2004/05.
LA QUALITA' E' UN'ALTRA COSA - Mi preme qui ribadire un concetto già espresso in passato: tanti gol non significano in automatico grande spettacolo e buon calcio. Del resto, basta osservare buona parte dei match del nostro svalutatissimo torneo per rendersene conto. Chi ama  davvero il football, non può gioire assistendo a partite da pallottoliere frutto di svarioni tattici collettivi o di errori singoli, questi ultimi dettati da carenze tecniche e di tenuta mentale. La storia non dice bugie, e racconta che il pallone nostrano era più competitivo quando si segnava meno, non perché gli attaccanti fossero più scarsi (anzi...), ma perché c'erano difensori "educati al mestiere", frutti copiosi di una scuola che era il nostro vanto e che invece negli anni Duemila si è inaridita, anche se non del tutto prosciugata. 
MILAN - Torniamo alla lavagna e alla citata terra di mezzo, nella quale non può non trovare posto il Milan. Che ha artigliato in extremis il posto per i preliminari Champions e, soprattutto, si è reso protagonista di una formidabile risalita, dai margini della zona pericolo al podio. Ma è stata una stagione fatta più di scuri che di chiari: il gioco raramente ha raggiunto vette degne di nota, i rossoneri sono stati molto operai nel cuore della manovra (anche perché di fini palleggiatori e di autentici creativi là in mezzo c'è il solo Montolivo, artefice peraltro di una eccellente stagione), e la riscossa è stata affidata, ancor più che ai tempi di Ibrahimovic, agli spunti dei campioni della prima linea. La nota lieta è che si è trattato di campioni giovani e italiani, la potenziale coppia di golden boy della Nazionale per molti anni a venire: di El Shaarawy, del suo devastante impatto sul torneo, del suo calarsi con totale disinvoltura in un ambiente complicato ed esigente come quello rossonero, scrissi già in sede di bilancio del girone di andata; nel ritorno, il Faraone è parzialmente rientrato nei ranghi, vuoi perché per un giovanotto non dev'essere facile cantare e portare la croce da solo per mezzo campionato, vuoi per l'irruzione di Balotelli che ha preteso la scena ed è diventato l'ovvia primadonna. Chi ancora ne discute la statura di campione assoluto farebbe meglio a guardare i fatti: senza i suoi guizzi da implacabile terminale offensivo, senza la sua freddezza nei momenti decisivi e dal dischetto, la Champions il Milan l'avrebbe guardata col binocolo. 
A proposito di rigori, non si può nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alla messe di penalty che, nella seconda parte del torneo, hanno sorretto i rossoneri nei momenti difficili: penalty a volte estremamente discutibili come quelli, decisivi, con Udinese e Siena, a fronte di altri... non dati gli avversari, come i due (e forse tre) negati a Marassi al Genoa, nel grottesco match di cui parlai in questo post. Ripeto quanto già scritto allora e in precedenti circostanze: in mancanza di prove contrarie, assurdo avanzare dubbi sulla buona fede degli arbitri, ma doveroso sottolinearne sia la scarsa preparazione sia la sudditanza psicologica nei confronti delle grandi, giunta ormai a livelli inaccettabili, perché di mezzo c'è l'attendibilità tecnica del torneo. Insomma, rossoneri in... chiaroscuro: fra le note liete, da aggiungere l'esplosione di De Sciglio, versatile laterale sinistro già a suo agio in azzurro, e il citato Montolivo che finalmente è uscito dal guscio indossando i panni del califfo della fascia centrale, con personalità, sostanza, intuizioni decisive e gol pesanti. Da questi due campioni, dai due dell'attacco e dal sempre convincente Abate dovrà ripartire un Milan più italiano, ancor più "verde" e con un ulteriore iniezione di talento. 
CAGLIARI - Limitandoci alle vicende agonistiche, il campionato del Cagliari meriterebbe solo lodi sperticate. Dopo i black out prolungati della fase ascendente, dopo le voci di smobilitazione a gennaio subito rientrate, il girone di ritorno ha proposto i rossoblù in versione indiavolata: Daniele Conti è tornato a prendere per mano la squadra nei momenti delicati, Astori si è riappropriato delle sue ormai consuete misure di fondamentale pedina difensiva, Pinilla si è confermato bomber puntale ancorché poco reclamizzato, Sau ha incantato per brillantezza ed inesorabilità sotto porta e Ibarbo ha regalato accelerazioni e scatti poderosi e fruttuosi. Persino il portiere Agazzi è giunto a toccare la Nazionale, anche se, crediamo, in maniera effimera. Però il pasticciaccio Is Arenas è qualcosa che non può essere cancellato: giocare quasi l'intero campionato  davanti a spalti vuoti o semivuoti per ragioni... burocratiche, o addirittura in campi lontani trasformati in terreni casalinghi sempre e solo sul piano burocratico, è una sconfitta, una delle tante sconfitte recenti del calcio italiano. Non può, non deve esistere un football senza pubblico "dal vivo". Poi, sul modo in cui è stata gestita la situazione sul piano regolamentare sia dalla società che dagli organi istituzionali, il giudizio lo lasciamo ai posteri, ma rimane un senso di improvvisazione che non fa onore a nessuna delle parti in causa. 
ROMA - Continuo a considerare quello dei giallorossi come uno dei migliori organici allineatisi ai nastri di partenza, ecco perché il sesto posto finale non può esser considerato positivo. Oltretutto è stato centrato in rimonta, ai danni di una Lazio che ha di certo lasciato un segno più profondo nella storia positiva di questo torneo, in quanto a vivacità di manovra e a momenti di spettacolo. Zeman, che stimo, ha fatto danni, inutile negarlo. Col suo calcio portato all'eccesso, fatto di luminarie offensive non protette da adeguata copertura, e di un rapporto difficoltoso coi big di spogliatoio, ha vistosamente trapanato l'acqua. Andreazzoli ha fatto il possibile per raddrizzare la baracca, ma questa Roma è rimasta una sostanziale incompiuta, pur avendo i mezzi per poter ambire almeno a un terzo posto.

                                         Cerci: la Serie A ha trovato un campione vero
       
INTER E PESCARA, MATITA... BLU ELETTRICO - Da nerazzurri e biancazzurri le pagine più tristi di questa Serie A. Fallimento su tutta la linea per l'Inter, mai così brutta da quasi vent'anni a questa parte. La sequenza di sconfitte del girone di ritorno resterà un marchio indelebile, e i continui riferimenti di Stramaccioni ai bei tempi della vittoria sulla Juve e del quasi aggancio alla vetta sono risibili: perché quella fiammata è durata non più di due mesi, essendo stata preceduta da un altro periodo non propriamente brillante. Gli infortuni in serie, è vero: qui non c'entra il tecnico, ma va anche detto che se così tanti giocatori finiscono ko e per periodi così lunghi, non può essere solo colpa della malasorte. Rimane un interrogativo sportivamente drammatico: Mourinho o non Mourinho, il cui abbandono a triplete conquistato è per me un falso problema, come è stato possibile, da parte di professionisti strapagati, attuare un così repentino depauperamento tecnico di una rosa che si era issata sul tetto d'Italia, d'Europa e del mondo? Come è stato possibile vendere così male e comprare ancora peggio? La ricostruzione dovrà essere radicale, costerà denaro ma necessiterà anche di tanto acume in sede di scelte e di valutazioni di mercato plausibili, acume che in questi tre anni è stato usato in maniera molto parsimoniosa.
E che dire del Pescara? No, nessuna indulgenza verso la piccola realtà di provincia che, dopo tanti anni di assenza, si è ritrovata in un contesto troppo più grande di lei. Il girone di ritorno è stato uno spettacolo triste e imbarazzante, con diciassette sconfitte (!), gol incassati in quantità industriale, resa incondizionata di fronte a quasi tutti gli avversari, partite che alla fine sembravano le galoppate di allenamento infrasettimanali. La squadra non era competitiva, ma qualcosa di più di questo bottino ridotto all'osso era alla portata, giovani rampanti come Perin e Caprari e stranieri di spessore come Weiss non meritavano di affondare in una situazione simile. I dirigenti pescaresi dovranno inventarsi qualcosa di clamoroso per far dimenticare questa pagina nera come la pece, l'iscrizione al campionato di Serie A di una squadra materasso come pochissime altre volte era accaduto nella storia del girone unico (forse solo l'Ancona 2003/04 su livelli più bassi). 
SGUARDO D'ASSIEME SULLA ZONA PERICOLO - Poche annotazioni sui bassifondi. Il Toro ha ritardato fin quasi all'estremo limite una salvezza che ad un certo punto pareva scontata. Strano campionato, il suo: quando ha giocato più sulla forza e sul pragmatismo che sulla classe pura, che pure in prima linea non gli mancava, ha messo in cascina fieno decisivo; quando ha trovato anche il filo di un gioco plausibile e gradevole, con recite di grana fine anche contro molte grandi, ha cominciato a uscire dal campo con le pive nel sacco. Per sua fortuna, il vantaggio accumulato  era tale che son bastati alcuni pareggini nel finale per assestare la graduatoria. Di positivo, oltre alle già citate espressioni di gioco (le gare di ritorno contro Napoli, Juve e Milan), la consacrazione di Cerci: il calcio italiano ha trovato un campione vero, da Nazionale. Arrivato tardi alla ribalta, come Diamanti, del quale si spera possa ripercorrere in pieno le orme, senza più disperdere il suo cristallino talento.
Detto che del Genoa scriveremo a parte in questi giorni, pollice verso per il Palermo, la cui retrocessione porta a chiare lettere la firma di Zamparini. Beffardo persino il ripescaggio in extremis di Sannino, che per qualche settimana aveva riacceso una fioca luce rosanero in una stagione all'insegna dell'oscurità più totale: beffardo e controproducente sul piano societario, perché ha finito con lo sconfessare il mastodontico impegno profuso dal club in sede di mercato invernale, quando i siculi avevano dato vita, analogamente ai rivali del Genoa, a un sostanzioso potenziamento in tutti i reparti.
Bene, andate a rivedervi le formazioni delle partite giocate durante il Sannino bis, e valutate quanti dei rinforzi di gennaio, e per quanto tempo, sono stati schierati in campo. Vedrete che il mister rientrante ha preferito puntare in larga parte, salvo alcune eccezioni, sui suoi fedelissimi, sui giocatori che si era ritrovato in ritiro l'estate scorsa. La verità è che non basta giocar bene un mesetto per riscattare i disastri di un anno intero: il verdetto finale è ineccepibile, e dispiace che colpisca una delle più belle realtà "alternative" alle grandi, fra quelle emerse nell'ultimo quinquennio di A.
In chiusura, una Sampdoria modestissima quanto a espressioni tecniche, dimostrazione plastica di come un allenatore possa davvero portare un quid in più e fare impennare il rendimento di una squadra: con Rossi in panca, è arrivata una mini striscia positiva, all'inizio del girone di ritorno, durante la quale i blucerchiati hanno sfoderato una praticità di gioco, una capacità di trarre il massimo dalle non numerose occasioni create (l'apoteosi, in tale senso, nella gara con la Roma), che hanno consentito loro di portarsi fuori dalle secche. Poi, i nodi son tornati al pettine e nel finale Gastaldello e compagni han giocato col fuoco, con prestazioni di rara mollezza (in primis quella col Palermo), fallendo l'obiettivo della vendetta sul Genoa dopo la retrocessione di due anni fa, e mettendosi in sicurezza matematica solo a due turni dalla fine. Ma, nonostante i patetici peana di tanta stampa locale, l'organico era davvero lacunoso, di più era difficile fare. Quanto a Icardi, ha tutte le caratteristiche del mezzo bluff: averlo issato a nuovo fenomeno grazie a un gol regalatogli da Buffon e a una quaterna rifilata all'improponibile Pescara è persino irritante, per il lettore / spettatore neutrale. Vedremo cosa gli riserverà il futuro, ma al momento non ci sentiremmo di pronosticargli una carriera che non sia quella di un buon attaccante o poco più. 

lunedì 8 aprile 2013

GENOA AL RUSH FINALE, FRA SERIE A E B: E' ANCORA IL CASO DI ESSERE OTTIMISTI?


Scrivere un post come questo potrebbe suonare un tantinello pessimistico, stasera. In fondo, il Genoa torna da Napoli con un k.o. che non era difficile prevedere: larghissimo il divario qualitativo, abissale quello di punti in classifica, e in più i partenopei tornati di recente in gran spolvero dopo un prolungato periodo di appannamento, ben decisi a sfruttare il mezzo passo falso del Milan a Firenze per consolidare il secondo posto in ottica Champions. Tutto giusto, tutto logico. Il guaio è che il campionato rossoblù sta diventando fin troppo logico, banale, scontato, nell'ineluttabilità delle sconfitte contro squadre più forti, ma chi pronuncia la classica frase "non è in queste partite che bisogna conquistare la salvezza" sa benissimo di prendere in giro se stesso, di raccontarsi una pietosa bugia cercando un effimero effetto autoconsolatorio. 
ILLUSIONI IN DISFACIMENTO - Bugia, sì, perché al punto in cui è giunto il Grifone, ragionamenti del genere non hanno più senso alcuno. Ed è a un punto morto, il Vecchio Balordo, proprio nel momento in cui i margini di errore sono ridotti al minimo, anzi, sono quasi azzerati. Le illusioni generate dal "dopo mercato di gennaio" si stanno dissolvendo settimana dopo settimana. Il Genoa "di riparazione" costruito da Preziosi e Foschi a inizio 2013 e le prime battute della gestione Ballardini sembravano avere avviato verso una felice soluzione la drammatica situazione creatasi nel breve, sciagurato interregno di Del Neri. I nuovi arrivi, in primis Manfredini, Portanova e Matuzalem, avevano portato esperienza, personalità e la giusta dose di cattiveria agonistica, e tutto il gruppo ne aveva tratto beneficio, incrementando il proprio rendimento; al resto aveva pensato il pragmatismo di un mister straordinariamente motivato. Erano arrivati i risultati, cinque gare imbattuti con due vittorie e tre pari, e aveva di nuovo fatto capolino un barlume di gioco razionale, a tratti persino piacevole, dopo il vuoto spinto del triste autunno 2012. 
OSTILITA' ARBITRALE - La squadra ha continuato a giocar bene anche nel tris terribile di impegni contro Roma, Milan e Fiorentina, ma si è ritrovata con un pugno di mosche in mano (leggasi: zero punti) non solo e non tanto per demeriti propri, quanto per fattori "esterni", ossia l'innegabile ostilità arbitrale (rigore inventato pro giallorossi la sera del record di cartapesta di Totti, almeno due rigori a favore negati coi rossoneri, vantaggio viola realizzato da Aquilani dopo aver spintonato via di forza Granqvist, sotto gli occhi impassibili del folto drappello di giacchette nere), le cui avvisaglie si erano del resto già manifestate nello scontro diretto di Palermo con un clamoroso penalty non concesso a Marco Rossi. 
E' chiaro che, di fronte a una serie di avversità così continue, così sistematiche, mantenere serenità e saldezza di nervi sia difficile per chiunque, figurarsi per una squadra nata comunque sbagliata, l'estate scorsa, e rattoppata in corsa, certo dignitosamente ma senza cancellare del tutto gli innumerevoli difetti creatisi in fase di impostazione della stagione; una squadra che, pur battendosi al meglio e mai demeritando, è uscita dal campo sconfitta per tre volte di seguito e ha visto progressivamente deteriorarsi una classifica da mesi deficitaria, ma che nei turni precedenti era andata parzialmente migliorando. In situazioni del genere, quando hai l'acqua alla gola e vedi che, nonostante il tuo impegno, tutto attorno a te crolla, è facile che possa subentrare il proverbiale "braccino". Ancor più facile se, nonostante tutte le migliorie, si rimane una compagine mediocre, sul piano della classe e su quello della tenuta mentale. 
MEDIOCRI - Ecco, nell'ultima settimana abbiamo scoperto amaramente, anche se un po' in cuor nostro già lo temevamo, che il nuovo Genoa targato Ballardini è rimasto un team mediocre, che si sta afflosciando come un soufflé mal riuscito, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto raccogliere i frutti del buon lavoro sciorinato anche contro le tre grandi affrontate in successione. E qui si ritorna al discorso iniziale: non è vero che il Genoa non avesse nulla da perdere al San Paolo. Anzi, nell'equilibrio esasperato che regna attualmente in zona retrocessione, vincere o restare imbattuti negli scontri diretti è certo importante, ma conta ugualmente il colpaccio inatteso, l'impresa che porta a conquistare punti anche in gare all'apparenza proibitive. Di recente, laggiù nei bassifondi, ci son riuscite tutte: ultima in ordine di tempo, l'Atalanta vittoriosa sull'Inter, che sarà anche in mezzo disarmo ma in settimana, per dire, aveva battuto la Samp a domicilio. Ma persino il modestissimo Siena ha sconfitto la stessa Inter e la Lazio ed è andata a vincere a Palermo, il quale Palermo prima di Pasqua si è preso lo sfizio di rifilare un 2 a 0 alla Roma. E la malmessa Fiorentina dell'anno passato strappò la permanenza vincendo a Lecce e, soprattutto, a Roma coi giallorossi e a Milano col Milan. 
OFFENSIVO - Il Genoa, da questo punto di vista, non batte chiodo da tempo. Il modo in cui ha affrontato la trasferta di Napoli ha in sé un qualcosa di profondamente offensivo per chi ancora, nonostante tutto, si ostina a seguire quella caricatura di calcio che è, oggi, la Serie A italiana. Testa alla stracittadina? Va bene, ma perdere non ha mai rappresentato il viatico migliore per preparare le sfide importanti, a maggior ragione se si perde facendosi surclassare sul piano del gioco e dello spirito. 

                                    Borriello: troverà i gol salvezza per il Genoa?

INVOLUZIONE AL MOMENTO DEL DECOLLO - In Campania si doveva almeno provare a far punti, cosi come si doveva vincere otto giorni prima col Siena. La gara della vita, quella coi toscani, preparata apparentemente in maniera certosina, in un clima di concentrazione e tranquillità (anche con momenti conviviali, come la grigliata al campo di allenamento) che sembrava aver creato il "brodo di coltura" ideale per l'attesa riscossa. Un match che invece il Grifo ha rischiato seriamente di perdere, nonostante la botta di fortuna (la prima dell'anno?) del sollecito vantaggio su autogol. Certo, ci son state, nel sabato di Pasqua, tante occasioni, c'è stato il solito portiere normale che contro i rossoblù diventa un... simil Buffon (Pegolo), ma c'è stato anche affanno, difficoltà nel manovrare, una fragilità tattica pericolosamente simile a quella che per troppe settimane ci mostrò Del Neri, con una formazione che non sapeva gestire le (rare) situazioni di vantaggio e che subiva costanti rimonte, concedendo agli avversari percentuali elevatissime di realizzazione. Un'involuzione inattesa, quando sembrava che il peggio fosse passato, quando sembrava che comunque Ballardini avesse saldamente preso in mano la situazione. 
IL CAMMINO DELLA SPERANZA - Il risultato è che ora c'è poco da stare allegri: atteso che questa squadra non è stata finora in grado di piazzare exploit "sopra le righe" come quelli cui si accennava prima, per artigliare una salvezza sempre più difficile le resta l'ordinaria amministrazione. Che tuttavia le basterebbe, calendario alla mano: rimangono da affrontare Samp, Atalanta, Pescara e Inter in casa, e Chievo, Torino e Bologna fuori. Percorso non semplice ma, diciamocelo, nemmeno da far tremar le vene ai polsi. Il fatto è che, per questo Genoa, la fatidica quota 40 sembra al momento proibitiva, ammesso che sia strettamente necessaria, visto che la media punti delle tre pericolanti è davvero bassissima. 
Ho sempre odiato le tabelle, quindi limitiamoci a uno sguardo generale: tre vittorie e un pari in casa e un successo esterno dovrebbero bastare, nella maniera più assoluta, ma non mi sento di dire che sia un bottino alla portata. Più realisticamente, due vittorie e due pari in casa, ferma restando la necessità di un altro successo lontano da Marassi e di almeno un altro punticino da racimolare nelle altre due trasferte: sarebbe pur sempre una dozzina di punti, e quota 39 negli ultimi anni è sempre stata più che sufficiente per restare in A. 
Ma sarebbe un ruolino di marcia extralusso, perché possiamo raccontarcene finché vogliamo, ma questo Genoa, anche nella versione parzialmente rivitalizzata di Ballardini, ha sempre incontrato difficoltà enormi nel conseguire l'intera posta. E' realistico, pertanto, pretendere un en plein nelle gare casalinghe, o comunque un poker di successi in sette match, da una compagine che ne ha conseguiti appena sei (sei!) nei primi trentuno incontri? Ecco, qui sta soprattutto il mio pessimismo, accentuato da un Grifone che oggi, nuovamente, non offre più alcuna garanzia, proprio nel momento in cui , come si evince dalla "mini tabella" sopra esposta, non può davvero più sbagliare partite, essendosi giocato forse l'ultimo bonus nella notte del San Paolo, una notte da arrossire di vergogna. La speranza è che il derby, come spesso curiosamente accade nelle stracittadine, rivitalizzi in extremis la contendente più male in arnese: altrimenti, non varranno a nulla nemmeno le recriminazioni per l'atteggiamento dei cugini blucerchiati, che hanno rilanciato le chances salvezza del Palermo con una gara di rara mollezza tattica, atletica e psicologica. 

venerdì 1 febbraio 2013

GENOA E PALERMO, OVVERO COME SI PUO' FARE UN MERCATO INTELLIGENTE ANCHE A GENNAIO

                             Cassani, dalla Fiorentina al Genoa: ultimo colpo rossoblù

Considero la lunga finestra di mercato di gennaio una delle poche novità positive introdotte dal tanto esecrato (giustamente) "calcio moderno". E' giusto che, a metà di un percorso agonistico lungo un anno, venga data alle società la possibilità di rimediare agli errori commessi in estate, di colmare le lacune emerse nell'arco di sei mesi, di sistemare altrove atleti che, per i più svariati motivi, non si sono integrati o non si sono rivelati funzionali al progetto tecnico, rimpiazzandoli con altri più in linea con le esigenze della squadra e, perché no, con i dettami tattici degli allenatori nel frattempo subentrati. Certo, questo secondo round della campagna trasferimenti ha anche i  suoi lati negativi: uno su tutti, le squadre vanno impostate durante il mercato estivo, in inverno intervenire per aggiustare il tiro è decisamente difficile, le occasioni autentiche (nel senso di nomi altisonanti e di primo livello) sono pochissime e spesso si deve puntare su giocatori che nelle compagini di provenienza erano relegati ai margini del campo (anche se finire in panchina non è sempre sinonimo di carenza di doti: c'è chi fa da comparsa in un club e diventa protagonista in un altro). In seconda battuta, cambiare diversi elementi dell'organico in pieno inverno significa poi dover trovare l'amalgama e inserire i nuovi in tempi strettissimi, perché se si è cambiato molto vuol dire che la classifica piange e, quando si è con l'acqua alla gola, il tempo passa ancora più velocemente... 
MERCATO INTELLIGENTE - E', quest'ultimo, il caso del Genoa e del Palermo. Che però, in queste settimane, hanno anche fornito la dimostrazione di come, in quello che un tempo veniva chiamato mercato di riparazione, sia possibile operare con oculatezza ed efficacia. Rossoblù e rosanero si erano presentati ai nastri di partenza del torneo come due delle squadre più indebolite rispetto all'ultima stagione, fiaccate da un depauperamento tecnico che, oltre a metterne a repentaglio gli immediati destini in campionato, non faceva onore a un passato recentissimo che ha visto i due sodalizi emergere come due delle realtà più intriganti del nostro football, capaci di lanciare calciatori giovani di altissima qualità, di rilanciarne altri prima confinati in un cono di mediocrità, e di avvicinare spesso i quartieri nobili della massima serie (Genoa in lotta per un posto Champions nel 2009, come il Palermo nel 2010). Il campo, che solo di rado mente, si era incaricato di confermare le perplessità emerse in agosto, relegando i due team nei bassifondi. 
GENOA, FINALMENTE GLI INNESTI GIUSTI - Zamparini e Preziosi, per tanti motivi al centro delle contestazioni delle rispettive tifoserie, non sono rimasti insensibili ai campanelli d'allarme. E ciò deve andare a merito soprattutto del Joker, che, ricordiamolo, è proprietario disamorato in attesa di qualcuno di affidabile che gli subentri alla guida del Grifone (figura di imprenditore che, peraltro, non sembra volersi stagliare all'orizzonte). Da anni, il Genoa aveva la lacuna principale in una difesa colabrodo, e sei mesi fa, incredibilmente, non vi si era posto rimedio, se non con un Canini che sulla carta si presentava come un elemento di grana buona (il curriculum non mentiva) ma che, alla prova dei fatti, ha trapanato vistosamente l'acqua. Ebbene, sotto la Lanterna sono arrivati Manfredini, perno della terza linea atalantina, e Portanova, bandiera del Bologna e già al Genoa ai grigi tempi della gestione Scerni (ma era un ragazzino e nessuno ne avrebbe potuto pronosticare una carriera così lunga e fruttuosa). In più è rimasto Granqvist, nonostante le tante sirene, e anche questo rappresenta un bel cambio di rotta rispetto ai tempi recenti:  "Lo svedese, Borriello e Immobile non si muoveranno", aveva detto Prez pochi giorni fa, ed è quello che è successo. Pensando a certe cessioni repentine del passato, molti supporters non credono ai loro occhi...
RIECCO FLORO - Ancora: la fascia destra difensiva era rimasta completamente sguarnita a causa di infelicissime scelte di mercato, e in pratica affidata al solo Sampirisi, buon prospetto ma in evidenti difficoltà nel caos tecnico e tattico di questi primi mesi: ebbene, sono approdati in rossoblù prima Eros Pisano e, in extremis, nientemeno che Cassani, fino al 2011 nazionale azzurro e spesso titolare con Prandelli, comprimario nella nuova Fiorentina dei giovani e degli stranieri ma di certo ancora in grado di dire la sua. Mancava un centrocampista con fosforo, uno che dettasse geometrie e desse organizzazione, ed ecco arrivare i piedi buoni e il cervello fino di Matuzalem, "anziano ma sempre valido", come si diceva un tempo. Infine, serviva una pedina alternativa per l'attacco, ed è stato riportato in patria Floro Flores, mai abbastanza rimpianto da queste parti dopo l'exploit del 2011 sotto la guida di Ballardini (peccato per l'immediato infortunio, comunque non grave, dopodiché dovrà recuperare al più presto una condizione parsa finora assai approssimativa). Se entrambi, all'epoca, fossero restati in rossoblù, forse la storia recente del Grifone sarebbe stata diversa e più tranquilla: il napoletano aveva trovato in Liguria l'habitat ideale sul piano umano e calcistico, il trainer romagnolo aveva dato alla squadra un gioco senza fronzoli, non divertentissimo ma concreto ed essenziale, equilibrato, capace di produrre ottimi risultati soprattutto in casa. Infine, ciliegina sulla torta, un Marco Rigoni che a Chievo ha fallito, ma che rimane mezzala dalle intuizioni folgoranti, e che rappresenta un'alternativa di lusso, un asso nella manica per risolvere partite intricate. Il tutto, senza dimenticare l'eclettico ancorché discontinuo Olivera, altro cavallo di ritorno.

                                   Boselli e il suo famoso gol alla Samp, anno 2011

QUALITA' E... ARGENTINA PER IL NUOVO PALERMO - Il Palermo, adesso: dopo aver incautamente fondato la stagione su elementi gloriosamente retrocessi con la maglia del Novara, come Ujkani e Morganella, e su altri giocatori di scarso peso a livello di Serie A come Giorgi, in Sicilia si sono resi conto che occorreva rimpolpare l'organico sul piano della classe pura: lo stesso Gasperini, che pure è tecnico capace di trarre il 110 per cento dai suoi giocatori e di impostare squadre anche belle a vedersi, non poteva fare le nozze coi fichi secchi. Ebbene, ecco arrivare fra i pali Sorrentino, portiere completo, spesso decisivo, per continuità di rendimento e doti tecniche uno dei migliori numeri uno del torneo, e non da oggi, e per la terza linea c'è pure un Aronica che per anni ha fatto bene al Napoli e che ora è ansioso di riscatto, dopo le incertezze che ne hanno macchiato questi mesi in azzurro. 
Per la fascia sinistra è approdato in rosanero un Dossena che fino all'anno scorso era considerato uno dei tre migliori italiani nel ruolo, assieme a Criscito e Balzaretti, più volte provato anche in azzurro (già dai tempi di Lippi CT) per poi perdere considerazione in casa partenopea, scalzato da Zuniga. Magari può destare qualche perplessità l'arrivo, proprio dal Genoa, del centrocampista di quantità Anselmo, deludentissimo nella sua esperienza ligure, mentre oltremodo stuzzicanti risultano i "colpi" Formica, referenziatissimo centrocampista argentino di classe e sostanza, e di quel Boselli anch'esso legato a filo doppio ai destini recenti del Genoa: un suo gol in pieno recupero nel derby sancì virtualmente la retrocessione dei cugini sampdoriani, e gli guadagnò imperitura gratitudine da parte dei sostenitori del Grifo. Al di là di queste storie  di rivalità cittadine, è un attaccante coi piedi buoni, tecnico e potente, che a occhio e croce dovrebbe integrarsi a meraviglia con lo sgusciante e fantasioso Miccoli. Un Palermo molto argentino, in pieno stile Lo Monaco, contando anche l'arrivo di Sperduti e le incoraggianti prove fin qui fornite dal giovanissimo Dybala. E in chiusura, l'innesto di Fabbrini, che ad Udine fra la fine dello scorso torneo e la prima parte di quello in corso non stava facendo male, pur nell'ambito di un impiego contingentato, ma in Sicilia dovrebbe trovare più spazio per esprimere il suo talento e la sua fantasia di jolly offensivo. Nel suo caso, la continuità nello scendere in campo dovrebbe far rima con maggiore continuità di rendimento, perché le doti le ha e le ha già in parte mostrate. 
DALLA TEORIA ALLA PRATICA... - Non è poco. Chiaro che sono tutti discorsi sulla carta: le difficoltà non mancano, soprattutto, lo ripetiamo, quelle di inserimento dei nuovi in tempi limitatissimi, e a ciò va aggiunta una classifica che, per entrambe, è stata resa drammatica da una prima parte di cammino del tutto fallimentare, e che quindi consente ridottissimi margini di errore e moltiplica l'ansia di far risultato, che non è mai positiva. Però lo sforzo compiuto è stato grande da parte di entrambe le dirigenze, non lo si può negare, così come non si può negare che, stante il materiale non sempre esaltante proposto dal mercato invernale, gli elementi acquisiti siano di tutto rispetto, per qualità, esperienza, personalità e garanzia di rendimento. Ciò non vuol dire che Genoa e Palermo riusciranno a salvarsi, ma, a leggerne i nuovi organici, non paiono proprio due candidate alla retrocessione. 
IL MERCATO DELLE ALTRE - In breve le altre: nei quartieri alti, bene hanno fatto Milan (oltre Balotelli, Zaccardo è rinforzo di spessore per la difesa, e Salamon un buon investimento sul futuro) e Napoli (Armero è una garanzia, Calaiò il rincalzo che ci voleva in attacco, Rolando un difensore di statura internazionale); sufficiente il mercato dell'Inter (Kuzmanovic e soprattutto Schelotto sono due buoni colpi), mentre per la Juve più fumo che arrosto (Peluso è solo una buona alternativa, Anelka un giocatore in declino, oltretutto da sempre sopravvalutato). Nelle retrovie, incredibilmente indebolita pare l'Atalanta, soprattutto in difesa (via Manfredini e il citato Peluso, dentro il poco convincente Canini, di cui è si detto poco sopra, e due elementi del Siena ultimo in classifica, Contini e Del Grosso: auguri), mentre il Chievo si è mosso con oculatezza (Sampirisi e Acerbi, scottati dalle traumatiche esperienze a Genova e Milano, possono ritemprarsi nella tranquillità veronese, frutto anche di una classifica sorprendentemente solida, e in mezzo una roccia come Seymour può sempre servire); discrete mosse per il Siena: Uvini e il da sempre sottovalutato Terlizzi dietro (oltre alla conferma del ricercatissimo Neto), Della Rocca in mezzo e il fragile Pozzi in avanti, ma la perdita di D'Agostino è pesante, un D'Agostino su cui invece punta forte il Pescara: l'estro dell'ex nazionale è però un po' da riverniciare. 
Fra le squadre della fascia centrale, infine, da segnalare il Parma, che registra la grave perdita di Zaccardo ma che tutto sommato può consolarsi con elementi di sostanza come Coda, Mariga e Mesbah, soprattutto quest'ultimo in grado di innalzare ulteriormente il tasso qualitativo della bella compagine di Donadoni. I colpi migliori in assoluto? L'ho già fatto capire sul blog in queste settimane, Balotelli e Giuseppe Rossi, anche se quest'ultimo in prospettiva più che per il presente. E ora, la parola torna, definitivamente, al rettangolo verde. 

domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - SECONDA PARTE: DALL'INTER AL PALERMO

                                       Palacio, subito protagonista nell'Inter

INTER - Indecifrabile. Doveva cambiare molto e l'ha fatto, ma non sempre nella maniera giusta: era proprio necessario disfarsi di Julio Cesar per affidarsi a un portiere buono ma che non vale il brasiliano, come Handanovic? Bene l'innesto dell'impeccabile Silvestre in terza linea (dove si spera possa riavere una chance Ranocchia, ingiustamente emarginato dopo le prime incertezze, destino di tanti giovani italiani: ricordiamo che il ragazzo è stato, fino a pochi mesi fa, nel giro della Nazionale), Alvaro Pereira è un buon difensore, ma è uno di quei giocatori destinati a non spostare più di tanto gli equilibri ai massimi livelli. Centrocampo molto fisico con Guarin e Gargano ad affiancare l'eterno Cambiasso, con in più il coriaceo Mudingayi (che però non pare giocatore da grandissime ribalte). Le cose migliori dovrebbero arrivare dalla trequarti in su: Snejder diventerà ancor più il fulcro della manovra, chiamato a fabbricare palle gol e a inserirsi per conclusioni micidiali, Cassano è pronto ad accendere saltuarie luminarie, Milito e il guizzante Palacio assicurano gol in quantità, Coutinho, dopo i timidi approcci del passato, reclama spiccioli di gloria non effimeri. In definitiva, una buona squadra, ma che non mi pare attrezzata per puntare al bersaglio grosso. 
JUVENTUS - i Campioni d'Italia hanno aumentato il vantaggio nei confronti delle concorrenti. Sull'inaffondabile telaio dell'anno passato, gli innesti degli ex friulani Isla e Asamoah accrescono ulteriormente il tasso tecnico della squadra e il ventaglio di soluzioni tattiche, così come la straripante vitalità di Giovinco rappresenterà un'arma offensiva di notevole importanza, ancor più dal momento che il tanto sospirato top player in avanti non è arrivato e ci si è dovuti accontentare del danese Bendtner, discreto attaccante ma non certo l'uomo in grado di far fare il salto di qualità a un team in cerca di gloria internazionale. Per il resto, poco da dire: la squadra non ha punti deboli e in Italia può fare il vuoto, col suo gioco aggressivo e propositivo sostenuto da interpreti di livello assoluto: da Buffon a Lichtsteiner, da Marchisio a Pirlo, da Chiellini a Vidal. Bastano i nomi...  
LAZIO - Ha iniziato bene, ma è una squadra che non suscita in me grandi entusiasmi. Si affida, soprattutto in retroguardia, a giocatori buoni ma non eccelsi, che nelle ultime due stagioni si sono costantemente espressi molto al di sopra delle rispettive potenzialità: penso ai vari Dias, Diakitè, Biava, Konko; Marchetti è invece una garanzia, ed è pronto a sfoderare prodezze per tornare nel gruppo della Nazionale. Centrocampo di spessore grazie al collaudato regista Ledesma, alla lucida applicazione e al contributo in fase creativa di Candreva, alle giocate di alta classe di Hernanes e ai mortiferi inserimenti di Mauri, mentre c'è attesa attorno al talentuoso brasiliano Ederson. L'attacco è ben attrezzato solo sulla carta: nella realtà, dovrà sperare che Klose non avverta troppo l'usura degli anni e gli acciacchi, così come Rocchi, che Zarate acquisisca un minimo di costanza di rendimento in più (giocatore dalle possibilità enormi ma sfruttate sin qui non più del 10 - 20 per cento) e che Floccari e Kozak si mostrino un po' più incisivi rispetto ai loro standard (soprattutto il secondo). Insomma, non scommetterei sull'ennesimo torneo di alto livello dei romani...


                              Miro Klose: la Lazio affida a lui le sue chance offensive

MILAN - Perdere Thiago Silva, Nesta e Ibra in un sol colpo significa ridimensionamento, poche storie. Comunque, qualcosa di buono è arrivato: soprattutto là dove il gioco prende forma, con la possanza di De Jong che va ad aggiungersi a quella dei vari Ambrosini, Nocerino e Boateng, per un reparto fisicatissimo in grado di incidere anche in zona gol con tiri dalla distanza e incursioni devastanti. A portare classe e inventiva dovrà pensare Montolivo, reduce da un buon Europeo e finalmente chiamato alla prova su un grande palcoscenico metropolitano.
Difesa, invece, un po' ridotta all'osso: Acerbi è difensore di sicuro avvenire, ma inizialmente il paragone con gli illustri partenti rischierà di essere impietoso. Abate torna da Euro 2012 più maturo e sicuro di sé, c'è il giovanissimo De Sciglio in rampa di lancio (e già beneficiato di una convocazione prandelliana) e Bonera, la cui dedizione alla causa è encomiabile ma che ha il sapore del ripiego. L'attacco, si diceva, parte senza lo svedesone capriccioso: sul piano dei comportamenti e dell'educazione, non mancherà di certo al campionato italiano. Allegri dovrà inventarsi nuovi schemi di attacco, e il materiale per farlo non gli manca: dai frombolieri Pato, Robinho e Pazzini, ai tecnicissimi e poliedrici El Shaarawy e Bojan, due ragazzi in grado di sparigliare le carte offensive con una varietà di movimenti e soluzioni da far impazzire gli avversari (ma il secondo è ancora troppo intermittente). Insomma, un Milan, tutto sommato, più modesto ma non così dimesso come potrebbe sembrare. 
NAPOLI - Un mercato intelligente, che ha accresciuto le alternative per dare fiato agli elementi chiave della rosa, costantemente a rischio spremitura (con conseguenti drastici cali fisici sul finire di stagione), aumentando di fatto la cerchia dei "titolari". Ecco quindi, per la difesa, il contesissimo brasiliano Uvini e la sicurezza rappresentata dall'esperto Gamberini (con in più l'ex genoano Mesto, non sempre preciso ma in grado di offrire corsa, polmoni, sgroppate su e giù per il campo e qualche buona incursione in area), Behrami e la promessa El Kaddouri per il centrocampo e, soprattutto, Insigne, l'uomo che dovrebbe rendere indolore la partenza del bravo ma sopravvalutato Lavezzi, un concentrato di classe, fantasia e concretezza per lanciare i compagni e concludere egli stesso, un potenziale fuoriclasse che andrà atteso con la pazienza che meritano i veri talenti. E' un Napoli in grado, più di Inter e Milan, di entrare in competizione diretta con la Juve per il titolo, e di cercare un'affermazione in Europa League che sarebbe importante per tutto il calcio italiano.

                                          Insigne: dal Pescara al Napoli

PALERMO - Organico vistosamente indebolito rispetto alla passata stagione, ma con un Sannino in più nel motore, uno di quei tecnici in grado di portare un autentico valore aggiunto con le sue idee e la capacità di metterle in pratica. La difesa ha trovato in Ujkani un portiere di buon rendimento, ma ha perso due grossi calibri come Silvestre e Balzaretti, mentre Von Bergen e Morganella sono elementi di profilo medio - basso che ad occhio e croce faranno acutamente rimpiangere i partenti. Il centrocampo si affida alla sostanza di Arevalo Rios, abile a rompere e a costruire, e di Donati, che cercherà di portare generosità e geometrie nel cuore del gioco. Ci si attende molto dai giovani Viola, piedi buoni e grinta a tutto campo, e dal classico Ilicic, devastante agli esordi italiani e poi via via ridimensionatosi, meno dal cavallo di ritorno Brienza, che ci pare in fase discendente. L'attacco è aggrappato ai soliti estri di Miccoli, che dovrà cantare e portare la croce sperando che Hernandez esca dal bozzolo e regali gol e apporto offensivo all'altezza delle sue doti. Ma per restare su livelli dignitosi ci sarà da soffrire... (2 - CONTINUA). 

venerdì 9 settembre 2011

SERIE A: BILANCIO DEL MERCATO (TERZA PARTE)

NOVARA - Ci sarà da soffrire fino in fondo, e la squadra non pare essersi attrezzata adeguatamente per una simile prospettiva. Rimane la certezza Ujkani in porta, mentre la rinuncia al duo delle meraviglie Gonzalez - Bertani potrebbe risultare suicida.
Difesa innervata da Paci e Dellafiore, onesti mestieranti di categoria che però non rappresentano autentiche garanzie, a centrocampo il talento mai del tutto espresso di Pinardi e la promessa Mazzarani, bene l'anno scorso a Modena. Attacco pletorico, ma fra Granoche, Morimoto, Jeda e Meggiorini nessuno sembra in grado di "bollare" con continuità nella massima serie (a parte qualche exploit del brasiliano, risalente però a qualche campionato fa). La sicurezza è Tesser, tecnico pragmatico e voglioso di emergere: basterà?

PALERMO - Poche storie, Zamparini ha quasi rotto il giocattolo. Perdere in un colpo solo cinque pezzi da novanta, cinque colonne della squadra come Sirigu, Cassani, Bovo, Nocerino e Pastore può causare un contraccolpo terrificante anche a squadre di più alto lignaggio, soprattutto se queste colonne non vengono rimpiazzate in maniera dignitosa. A parte Silvestre e Della Rocca, il piatto del mercato piange. Aggiungiamoci l’incertezza societaria legata alla posizione di Sogliano e il benservito dato a Pioli: d’accordo la grave eliminazione in Coppa, ma si trattava di calcio d’estate e di una squadra appena all’inizio del suo percorso, oltretutto già turbata da gravi incertezze tecniche e da continui terremoti dirigenziali. Lavorare in certe condizioni è disumano anche per tecnici più scafati (vedasi Rossi), figuriamoci per un bravo emergente come Pioli.
In porta, fra Benussi e lo svalutato Rubinho, non c'è da stare molto allegri, a meno di sorprese da parte del greco Tzorvas. Meglio la difesa dove, a parte l'ex catanese, rimangono comunque Munoz e super Balzaretti, uno dei migliori atleti espressi dal calcio italiano negli ultimi dieci anni. Al centro le certezze sono Migliaccio e Della Rocca, Zahavi e Aguirregaray scommesse affascinanti, mentre Acquah, Bacinovic e soprattutto Ilicic dovranno bruciare le tappe della maturazione. Barreto porta buona tecnica e versatilità, anche se non è uno che possa farti fare il salto di qualità. In attacco si resta appesi  ai guizzi e alla velocità di Hernandez e alla classe di Miccoli, mentre Pinilla dovrà essere più concreto e continuo. Nessun allarmismo perché la squadra c'è comunque, ma al momento l'Europa League sembra un obiettivo tutt'altro che facile da raggiungere e il rischio è quello di rimanere intruppati nel gruppone di centroclassifica.

PARMA - Si riparte da Colomba, che è già una garanzia di assoluta affidabilità. In difesa, i punti di forza sono Mirante, ormai assestatosi su di un livello di buona continuità verso l'alto, e l'ottimo Zaccardo, difensore goleador. Occhio a Rubin, mentre l'operazione rilancio di Santacroce, ex (per ora?) grande promessa del nostro calcio, è affascinante ma anche rischiosa. Al centro, in bocca al lupo a Galloppa, che si spera abbia del tutto superato il gravissimo infortunio di un anno fa, mentre molto dipenderà dalla concretezza e dall'esperienza del combattente Blasi e dalle scorribande sulla fascia sinistra di Modesto. Ad occhio e croce, però, si avvertirà parecchio la mancanza di Candreva, cervello e ispiratore.
In attacco non c'è più Amauri, l'anno scorso spesso decisivo, però è arrivato Floccari, e ci si può stare. Crespo sparerà le ultime cartucce e ci si attende qualcosa in più da Palladino, gran talento ma fragilissimo sia fisicamente sia mentalmente, meno da Biabiany, confusionario e inconcludente nell'annus horribilis della Samp. Dove può arrivare questo Parma? Il termometro delle sue ambizioni sarà Giovinco: ormai stabilmente nel giro azzurro, se il traguardo dell'Europeo lo ispirerà al punto giusto potrebbe portare il Parma ben oltre una salvezza tranquilla, magari assegnandogli il ruolo di mina vagante.

ROMA - Le incertezze societarie hanno fatto passare in secondo piano un mercato assolutamente degno di nota. Il portiere della Nazionale vicecampione del mondo, Stekelenburg; uno dei giovani centrali difensivi più apprezzati a livello europeo, Kjaer; uno dei difensori di più alto rendimento al mondo negli ultimi anni, l'eclettico Heinze. E ancora, Gago e Lamela, giovani argentini cercati un po' da tutti, Bojan, gioiellino scuola Barcellona, Osvaldo, l'italo - argentino che si è fatto onore nella Liga, la speranza Borini... In più sono rimaste certezze come Cassetti, Burdisso, Perrotta, Pizarro, De Rossi, che se è quello delle ultime apparizioni in Nazionale, buon per i tifosi della Roma. Per non parlare di Borriello, che pure sembrava destinato alla partenza.
Sopra tutti c'è, come sempre, Totti: è in parabola discendente, d'accordo, ma l'anno scorso è stato ancora decisivo. Non credo sia un problema per la società giallorossa: deve sapersi gestire bene lui, con umiltà, e deve saperlo gestire bene Luis Enrique, la vera, autentica scommessa di Di Benedetto. Potenzialmente, se l'allenatore spagnolo saprà vederci chiaro nel bel mix a disposizione e se l'ambiente si calmerà, è una "Magica" da primissimi posti.

SIENA - Un anno di purgatorio e si riparte, con l'obiettivo di sempre: la permanenza in categoria. Sarà dura, ma i toscani sono abituati a lottare fino all'ultima giornata. Le frecce al loro arco non mancano: il punto di forza è il centrocampo, che ha trovato in D'Agostino uno potenzialmente in grado di sparigliare le carte sul grande tavolo della corsa alla salvezza. Se ne avrà voglia, l'ex Udinese può far girare l'attacco a mille, inventare e risolvere lui stesso più di una partita. Poi è arrivato Mannini: "sfiduciato" da Napoli e Sampdoria, porta in dote, a parte l'ovvia voglia di riscatto, corsa, polmoni, agonismo e inserimenti micidiali, ma anche una discontinuità che finora ne ha frenato l'ascesa verso livelli che pure sarebbero alla sua portata. Occhio al giovane Bolzoni, centrale d'ordine e di sostanza.
La difesa si avvale del rientro in Italia, dopo la discreta esperienza spagnola, di Contini, un'iniezione di qualità in un reparto che appare un po' fragilino, anche se i vari Terzi e Del Grosso garantiscono grinta e applicazione. In attacco il solito Calaiò, che deve dimostrarsi bomber da A e non solo da B, la scommessa Gonzalez, reduce dagli exploit novaresi, e il promettentissimo Destro, che alle prime apparizioni in massima serie col Genoa ha convinto (subito in gol al debutto col Chievo). Tre incognite per la categoria, un bel rischio.

UDINESE - I Pozzo hanno scelto l'anno sbagliato per monetizzare il tanto lavoro di crescita di talenti svolto negli ultimi anni. Via Zapata, Inler e Sanchez, tre pesanti menomazioni. Si può anche comprendere che in un calcio come il nostro, caratterizzato da una assurda disparità di risorse finanziarie fra le poche grandi e tutte le altre, le società medie e piccole non possano che seguire una politica di tale genere, ma, ecco, forse almeno uno dei magnifici tre lo si poteva tenere, cercando un importantissimo approdo ai gironi di Champions che, come si è visto, non era fuori portata.
Rimane comunque una signora squadra. Le certezze: il portiere pararigori Handanovic, la roccia difensiva Domizzi, i generosi terzini Pasquale e Armero, gli eclettici centrocampisti Pinzi e Isla, il tecnico e veloce Asamoah, un Floro Flores reduce da una mezza stagione, al Genoa, che è stata la migliore della carriera, e l'intramontabile Di Natale, fuoriclasse (almeno a livello nazionale) per il quale sono ormai finiti gli aggettivi. La scommessa è Fabbrini, giocatore che può svariare su tutto il fronte offensivo, suggeritore e finalizzatore, uno dei talenti più puri delle nostri bistrattate ultime leve. Guidolin può mantenere l'Udinese a livelli di tutto rispetto.
CARLO CALABRO'