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lunedì 1 luglio 2019

EURO UNDER 21: TRIONFO SPAGNA, VINCONO I MIGLIORI. VISTE LE SEMIFINALISTE, L'ITALIA POTEVA STARCI...

                       Fabian Ruiz, una delle grandi figure dell'Europeo (foto Guerin Sportivo)

La Spagna trova sempre il modo di entrare nei nostri incubi. Anche dopo averla nettamente battuta, all'inizio di quello che poteva essere il "nostro" Europeo Under 21. E invece, ieri sera, sono state le Furie Rosse a riprendersi il titolo che avevano conquistato l'ultima volta sei anni fa. Un epilogo corretto e lineare, per ciò che si è visto sul campo, ma che non può non alimentare ulteriormente rimpianti che già erano in in crescita esponenziale dal giorno dell'imprevista e precoce eliminazione azzurra. Era un torneo alla portata del team di Di Biagio, è evidente: averlo gettato alle ortiche rimane una colpa imperdonabile, per di più dopo un esordio che avrebbe dovuto rappresentare un carburante formidabile per giungere quantomeno fra le prime quattro. Chi parla di bilancio positivo forse non ha ben chiaro il quadro della situazione: con una squadra competitiva, col fattore campo a favore, col vento in poppa del trionfo sulla Roja, aver fallito rasenta l'assurdo. Il calo di tensione alla seconda partita e/o contro l'avversario sulla carta più abbordabile, se n'è già parlato da queste parti qualche giorno fa: un vizio che ha ormai ampiamente stufato e sul quale dovrà essere compiuto un lavoro particolarmente approfondito, da parte dello staff azzurro a tutti i suoi livelli, dalla Maggiore alle varie Under. E poi, un trainer che ha mostrato scarsa lungimiranza tattica e poco polso nella gestione di un gruppo che infatti, in un paio di elementi, gli è sfuggito di mano. L'augurio è che il successore sappia fare di meglio, e col materiale in arrivo dalla squadra "sub20" non dovrebbe essere difficile. Forse l'ex grande centrocampista azzurro ha fatto un biennio di troppo. Saprà rifarsi, scommetto, ma dovrà migliorarsi sotto molti aspetti.
SPAGNA CON MERITO - Mi scuso per la lunga introduzione azzurra al commento di una finale che gli azzurri li ha avuti invece solo come spettatori, ma il ko dei nostri ha rappresentato la vera sensazione di un torneo che per il resto, exploit della Romania a parte, ha fornito solo una secca conferma di Cracovia 2017, tanto da proporre lo stesso atto conclusivo. A Udine gli spagnoli hanno mantenuto l'eccellente livello di rendimento raggiunto a partire dalla goleada con la Polonia. Un'altra prova di gran spessore, certo diversa rispetto al dominio assoluto esercitato nelle precedenti due gare, perché la Germania ben altra consistenza aveva rispetto a polacchi e francesi. Ma alla fine i rischi corsi da Ceballos e compagni sono stati più teorici che reali, legati essenzialmente a un paio di eventi casuali (deviazione fortuita di testa di Vallejo e Sivera mal posizionato, sul tiro ad effetto di Amiri dalla lunga distanza che ha fruttato l'1-2): il 2-0 che stava maturando fino a un paio di minuti dal termine rispecchiava assai più fedelmente la differenza di valori e di prestazione fra le due rivali.
POCHI RISCHI PER LA ROJA - Prima del punto della bandiera teutonico, il team di De La Fuente era in totale controllo del match, magari col solo limite di aver mancato in due occasioni la rete dell'assoluta sicurezza: un diagonale di Fabian Ruiz al culmine di una meravigliosa azione corale finito a lato di un soffio, e una traversa colpita da Soler con un tiro da fuori. Poi, dopo un bel duetto nell'area piccola fra Nmecha e Waldschmidt che portava quest'ultimo a concludere pericolosamente sull'esterno della rete, giungeva il citato e rocambolesco gol di Amiri, ma nei minuti finali la Spagna controllava con sufficiente disinvoltura e conduceva in porto il successo. Un trionfo le cui basi erano state poste in un primo tempo di grana fine: in particolare, una prima mezz'ora tutta "in rosso", col risultato sbloccato all'8' da un'incursione solitaria di Fabian Ruiz, chiusa con un sinistro dalla distanza al contempo morbido e potente, imprendibile per Nubel. Una buona Germania, ma sostanzialmente sterile, fra la fine della prima frazione e la prima metà della ripresa, una reazione fiaccata però dal 2-0 che ha visto ancora il napoletano Ruiz protagonista: altra botta da fuori, palla non trattenuta da Nubel e pallonetto vincente di Olmo. 
LE DOTI BALISTICHE DEI TEDESCHI - Ripetiamo, vittoria legittima per quanto gli iberici hanno mostrato negli ultimi tre incontri disputati, quelli decisivi: grande prolificità offensiva accompagnata però da un gioco corale fluido, elegante, bello a vedersi: una squadra che strada facendo ha ritrovato la propria identità... manovriera, dopo che al vernissage con l'Italia era parsa essere tornata indietro ai tempi pre tiqui taca, quelli della Spagna dai modi spicci sul piano agonistico e con un approccio a tratti più diretto ed essenziale all'area avversaria. Nella parte conclusiva della kermesse, De La Fuente ha saputo fondere le due anime della sua compagine, quella giocoliera e quella pratica, creando un mix esplosivo contro cui né Francia né Germania avevano probabilità di spuntarla. I tedeschi, comunque degni secondi, hanno meno impressionato sul piano della qualità del gioco, sapendo trovare altre vie per perforare ripetutamente le altrui difese: fondamentali, in tal senso, le doti balistiche a lunga gittata di Waldschmidt e Amiri. 
RIMPIANTI AZZURRI E SUCCESSO ORGANIZZATIVO - Già tessute nei giorni scorsi le lodi della brillante Romania, rimane il rimpianto per la presenza fra le quattro finaliste, e quindi fra le qualificate olimpiche, di una Francia grigia e modesta, mentre mi tocca ripetere il concetto con cui ho aperto l'articolo: l'Italia aveva tutti i titoli tecnici per arrivare alle ultime sfide. Altro che ragazzotti viziati e sopravvalutati, come si legge in giro: Di Biagio poteva contare su talenti veri; non essere riuscito a valorizzarli appieno, e a incanalarne le esuberanze giovanili, è una sua evidente colpa. Chiesa, Barella, Mancini, Pellegrini, Meret sono già da categoria superiore, e lo si sapeva, ma lo hanno dimostrato anche nelle poche partite disputate in questo giugno. Del resto, il buongiorno si vedeva dal mattino di due stagioni fatte di amichevoli quasi mai convincenti: non è vero, quantomeno non sempre, che i test match non siano attendibili... 
Peccato, peccato davvero: senza esagerare, questa rimarrà una delle più grandi occasioni gettate alle ortiche dal calcio azzurro, a tutti i livelli, sullo stesso piano di altre nostre epiche disfatte da favoriti. Ci consola il successo organizzativo: le gare dell'Europeo hanno richiamato negli impianti un buon numero di spettatori. Chiaro che il tutto esaurito sia stato registrato solo per le partite dei nostri, ma in linea di massima il pubblico non è mai mancato, e anche la finale di Udine ha avuto una cornice assolutamente degna. Non è poco, anzi, per confronti fra squadre giovanili straniere. E allora, diciamolo sommessamente: il Paese è pronto ad ospitare di nuovo eventi calcistici più lunghi e complessi. Rivedremo nella Penisola, prima o poi, un Europeo o un Mondiale dei grandi? Gli incontri dell'Euro 2020 itinerante saranno un ultima, decisiva prova del fuoco.

venerdì 28 giugno 2019

EURO UNDER 21: GERMANIA E SPAGNA FANNO IL BIS DUE ANNI DOPO. ROJA PIÙ BELLA, MANNSCHAFT SUPER CONCRETA: CHI LA SPUNTERÀ?

                             Il tedesco Dahoud: su di lui il rigore del 2-2 (foto Guerin Sportivo)

In due anni non sono mutati i valori di vertice del calcio europeo Under 21. A  Udine, domenica prossima, andrà in scena la medesima finale di Cracovia 2017, Germania - Spagna. E' il verdetto più lineare, sulla base di quanto mostrato dal complesso delle rappresentative in gara: poteva forse starci la Romania e non sarebbe stato uno scandalo, ma comunque le due reginette sono arrivate in fondo sostanzialmente meritandolo. Se un'intrusa c'era, fra le quattro semifinaliste, questa era la Francia, nettamente inferiore alle altre superstiti e trovatasi nel gruppo per una serie di circostanze fortunate, dalla rocambolesca vittoria in zona Cesarini sull'Inghilterra al placido pareggio proprio coi romeni, approfittando nella circostanza di una situazione di punteggio che stava benissimo a lei come all'avversaria; ma torneremo sull'argomento, così indigesto ai nostri azzurri, magari in sede di bilancio conclusivo del torneo.
FRANCIA, LA FIAMMA SI SPEGNE PRESTO - La sfida serale di Reggio Emilia tra i transalpini e i ragazzi di De La Fuente è stata quasi senza storia. Quasi, perché nel primo quarto di gara i galletti per poco non facevano il colpaccio, col loro gioco al risparmio, teso unicamente ad attendere la Roja per cercare di sorprenderla d'infilata: rigore trasformato da Mateta per un fallo di Firpo, e pochissimo dopo ancora Mateta sfiora il bis in contropiede, calciando addosso a Sivera da posizione favorevolissima. I Bleus, in pratica, finiscono qui: dopo, è solo Spagna, una Spagna di nuovo bella a vedersi (al contrario di come era parsa nell'infelice esordio con gli azzurri), produttiva ed efficace in fase propositiva. Bernardoni, portiere già pronto per le grandi ribalte, salva miracolosamente su una conclusione a colpo sicuro di Oyarzabal da pochi passi, poi si ripete sul susseguente corner respingendo una girata di Roca, abile però a riconquistare il pallone e a mettere dentro. E' solo l'1-1, ma nell'aria si avverte chiara la sensazione che sia finita: la Spagna manovra al centro con abilità e verticalizza celermente, Junior Firpo sulla sinistra è devastante e buca ripetutamente la muraglia francese, così prima dell'intervallo Oyarzabal si procura un penalty e lo trasforma. 
SCHIACCIANTE SUPERIORITÀ - Come se non bastasse, Ceballos e compagni aumentano ancora i giri del motore in avvio di ripresa e prendono il largo, fornendo un saggio della verticalità ed essenzialità di un gioco meno manovriero di un tempo ma estremamente redditizio: perentorio affondo di Fabian Ruiz che mette al centro per Olmo, il quale non imita Mateta nell'errore del primo tempo e insacca. Di lì in poi è solo accademia iberica, interrotta da una bella punizione di Ikoné che Silvera toglie dal sette; solo che, prima, era già arrivato il 4-1 di Mayoral, abile a raccogliere un traversone da sinistra e a scaraventare in rete libero da marcature. Altre occasioni sono state mancate di un soffio, e a tutti gli spettatori, da casa e presenti in loco, è rimasto alla fine un unico dubbio: che diavolo ci faceva la Francia in semifinale? 
ROMANIA: OCCASIONE SPRECATA - Maggiormente combattuto il duello pomeridiano di Bologna, con più di un rimpianto per la Romania, protagonista di un gran primo tempo chiuso con un vantaggio che poteva anche essere più ampio del 2-1, se il portiere tedesco Nubel non avesse letteralmente tolto dalla porta uno splendido colpo di testa di Puscas. Proprio l'attaccante del Palermo è stato una autentica Iradiddio, toccato dalla grazia: suo il rigore del pari concesso per fallo su Hagi, suo il punto del sorpasso realizzato con una precisa inzuccata su cross da sinistra. I bianchi avevano sbloccato il risultato con un'iniziativa personale di Amiri, partito in percussione centrale e bravo a trafiggere Radu con un destro dal limite. Ma era stato un lampo nel buio: a fare la partita erano quasi costantemente i gialli, trascinati dai tanti sostenitori che affollavano gli spalti del Dall'Ara. E anche il secondo tempo mostrava gli uomini di Radoi in perfetto controllo del match, fin quando una "follia" di Hagi junior ha rimesso tutto in discussione: una inutile strattonata su Dahoud, a bordo area e con l'avversario spalle alla porta. Frittata fatta, rigore e trasformazione di Waldschmidt.
Mai elargire certi regali alla Germania, che sa approfittarne anche quando, come in questo caso, non l'avrebbe affatto meritato. Fatto sta che il 2-2 toglie baldanza ai rumeni, i campioni in carica alzano il baricentro ma falliscono il sorpasso con due "scempi" sotto porta dello stesso Waldschimdt e di Nmecha, che svirgolano in maniera improbabile a tu per tu con Radu. Il quale tuttavia deve inchinarsi due volte nei minuti conclusivi, quando già si prospettavano quei supplementari che sarebbero stati la conclusione moralmente più giusta; sono due punizioni a far pendere la bilancia dalla parte teutonica: quella del 3-2 la realizza l'implacabile Waldschmidt anche con un po' di fortuna, riuscendo a far passare il suo rasoterra fra una selva di gambe, la seconda è una palombella stilisticamente impeccabile di Amiri. 
GERMANIA CONCRETA, MA... - Ripeto: qualificazione non certo immeritata, quella del team di Kuntz, ma formazione convincente solo per l'estrema praticità in fase realizzativa (a parte i due "orrori" sopra citati): rimane il fatto che, su quattro gol, due sono venuti su tiro piazzato, uno su rigore gratuito e uno grazie a un'improvvisa alzata d'ingegno di Amiri. Insomma, nessuna azione elaborata, ma quattro spunti singoli, e ciò deve far riflettere su una squadra che potrebbe terribilmente patire il confronto con le Furie Rosse, le quali hanno invece proprio nel naturale fluire della manovra la chiave di volta per scardinare le difese avversarie. Ma fa comunque paura, una Mannschaft forse poco brillante ma con tre armi letali quali concretezza, abilità nei tiri da fermo e buona sorte, perché sì, anche gli "irriducibili" per antonomasia ogni tanto hanno bisogno di qualche aiuto della Dea Bendata: dove sarebbero, infatti, senza la prodezza di Nubel a evitare il 3-1 (quasi un colpo di grazia, a pochi istanti dalla pausa) e senza il black out mentale di Hagi che ha portato al 2-2, in una fase in cui la Germania era in totale stallo? Domande con poco senso, in un mondo in cui coi se e con i ma non si va lontano, ma servono comunque a inquadrare le circostanze in cui la conquista della finale è maturata. Così come è altrettanto certo che difficilmente gli spagnoli troveranno, domenica prossima, un'opposizione così labile come quella offerta da Mateta e compagni. Alla Romania rimane la soddisfazione di un Europeo oltre le aspettative, all'insegna della produttività offensiva e con la consacrazione di un drappello di ragazzi (Radu, Manea, Ivan, Cicaldau, Puscas) che potranno diventare protagonisti anche nella Selezione A. 

domenica 23 giugno 2019

EURO UNDER 21: BASTERA' IL 3-1 AL BELGIO? QUESTA ITALIA RISCHIA DI ESSERE L'ENNESIMA INCOMPIUTA TARGATA DI BIAGIO


                                         Cutrone, autore del 2-0 (foto Guerin Sportivo)

L'Europeo azzurro è finito ieri sera a Reggio Emilia? Temo di sì, anche se mai come in questo caso sarei felicissimo di essere smentito. Ma il fatto di doverci aggrappare, ancora una volta, ad astrusi calcoli matematici e a più o meno improbabili risultati favorevoli su altri campi, è già una mezza sconfitta per un torneo casalingo che si era affrontato col chiaro obiettivo di arrivare fino in fondo. La Spagna ha vinto il girone nonostante la netta sconfitta patita contro di noi all'esordio; l'ha fatto sommergendo sotto un imbarazzante pokerissimo (o manita, come si dice da quelle parti e purtroppo anche da noi) quella Polonia alla quale i nostri baldi giovanotti non sono stati in grado di fare lo straccio di un gol. Un risultato che ha fatto giustizia del non gioco praticato dai biancorossi snudandone gli enormi limiti tecnici, ma che ha nel contempo messo ancor più in risalto l'assoluta mediocrità della nostra prova contro i medesimi avversari, qualche giorno fa. 
COL BELGIO? BENE MA NON BENISSIMO... - Dopodiché, certo, l'Italia ha chiuso il primo turno battendo il Belgio, e lo ha fatto tutto sommato bene. Bene, ma non benissimo, ecco. Sono stato forse un po' severo fin dall'inizio con questa nostra Under, ma sto limitandomi a giudicare prestazioni mai del tutto convincenti. Anche contro i Diavoli Rossi, per dire, il rendimento complessivo è stato all'altezza sono in alcuni momenti della gara. Una partenza bruciante, con un gol sfiorato di testa in tuffo da Barella su cross di Pezzella e un diagonale di Chiesa di poco alto, poi una lunga fase centrale di stanca, con ritmi bassi e poche idee, fino al provvidenziale gol del citato Barella, bravo a riprendere una respinta del portiere su sua precedente conclusione. L'1-0 ha sbloccato i nostri anche psicologicamente, la manovra ha preso a fluire con maggiore continuità, grazie al buon lavoro del pacchetto di mezzo, in primis il cagliaritano già perno della Maggiore e Locatelli, che ha giocato molti palloni con intelligenza e proprietà e dato a Pellegrini maggior libertà di spaziare più a ridosso della prima linea. 
DOPO IL 2-0 LA MIGLIORE ITALIA - All'8' della ripresa Cutrone ha raddoppiato con una deviazione di testa su cross dello scatenato Pezzella, dai cui piedi era già partito il traversone per il vantaggio, poi ci sono state occasioni per Mandragora (gran sinistro e gran risposta del portiere De Wolf), ancora Cutrone e Locatelli. E' stato, quello, il miglior momento della nostra selezione, che poi è incappata in un nuovo black out (forse per le notizie che giungevano da Bologna?) permettendo ai belgi di accorciare le distanze grazie a una prodezza balistica di Verschaeren, prima di un ritorno di fiamma nel finale, con Mancini che colpiva il palo con un'inzuccata sugli sviluppi di un corner e Chiesa che andava a sigillare il risultato con uno splendido destro che, senza l'aiuto del Var, l'arbitro avrebbe incautamente annullato per fuorigioco: questione di centimetri, forse millimetri, in questo caso come in quello di Orsolini contro la Polonia. 
BARELLA LEADER, PEZZELLA RIVELAZIONE - Al di là della vittoria, comunque meritata, restano alcune risultanze inquietanti. Una difesa che, come nella precedente partita, ha di fatto concesso agli avversari uno stupefacente 50 per cento di percentuale realizzativa (due palle gol create, una finalizzata: l'altra l'aveva salvata Meret in respinta su Lukebakio, nella fase iniziale del match). Poi, un gioco troppo discontinuo e intermittente, quando si è manifestato, o più spesso improvvisato (e mi riferisco soprattutto alle prime due gare), affidato agli spunti degli uomini di maggior classe distribuiti fra seconda e prima linea. Ieri Barella si è preso sulle spalle la squadra, lottando nel mezzo, inserendosi, tirando, ben coadiuvato da Locatelli e da un Mandragora più in vena rispetto all'infausta serata polacca. In compenso, in avanti si è un po' eclissato Chiesa, che ha giocato la peggiore delle sue tre partite in questo Europeo riscattandosi parzialmente in chiusura con la perla del 3-1. Degli altri azzurri, è piaciuto soprattutto Pezzella, abile a fare ciò che non ha fatto Dimarco nelle precedenti uscite: spingere con costanza sulla sinistra e mettere palloni precisi nel mezzo. C'è semmai da chiedersi dove l'avessero nascosto, Udinese e Genoa, nel corso dell'ultima stagione, un'annata che il giocatore ha vissuto quasi interamente da spettatore. 
I LIMITI DELLA GESTIONE DI BIAGIO - Ma la sensazione che lascia questa Under è quella di essere l'ennesima incompiuta targata Di Biagio. Ottimo calciatore in passato, bravissimo ragazzo da sempre, come allenatore non ha ancora mostrato di valere la panchina di una Nazionale, ancorché giovanile. Gli auguriamo di prendersi le sue rivincite già nei prossimi giorni, se la Dea bendata gli offrirà la chance di un ripescaggio, ma non si può non sottolineare come certe défaillance si siano puntualmente ripresentate, nel corso dei suoi tre bienni azzurri. Difficoltà a correggere la squadra in corsa durante un match, evidente soprattutto nel ko con la Polonia, quando si è continuato fino alla fine con un approccio offensivo monocorde, prevedibile e innocuo; e poi il puntuale calo nella seconda partita, incidente in cui gli azzurrini incapparono già due anni fa, riuscendo all'epoca a salvare perlomeno la semifinale (che però non valeva come qualificazione olimpica). Quest'ultima pare peraltro una tara ereditaria per il Club Italia nel suo complesso, un handicap che mette a rischio o vanifica del tutto qualificazioni in apparenza ipotecate con partenze brucianti. Succede da decenni anche a livello di selezione maggiore: ricordiamo Euro '96, o i Mondiali del 2002 e del 2014. Troppi indizi per non costituire una prova: prova solida di una errata gestione del gruppo quantomeno sul piano psicologico, caratteriale. 
IL PROBLEMA DELLA SECONDA PARTITA - Questo è un punto su cui si dovrà lavorare molto in futuro, in tutte le nostre Nazionali: è impensabile che dei professionisti... mollino i pappafichi dopo appena novanta minuti, senza rimanere mentalmente sul pezzo. In questo stesso torneo, Francia e Germania hanno cominciato vincendo e hanno proseguito nella stessa maniera, dimostrandoci per l'ennesima volta come si fa. Non dovrebbe essere difficile: tanto meno lo era quest'anno, perché il roster con cui ci siamo presentati al via era davvero di primo piano. Forse non la migliore Under di tutti i tempi (cosa già scritta a vanvera da certa stampa nel 2017, fra l'altro), perché le differenze qualitative fra la difesa e gli altri reparti sono stridenti, ma sicuramente una squadra ricca di talento dalla cintola in su e soprattutto con elementi di buona esperienza, non più i ragazzi costretti a fare panchina nei club, come spesso accadeva nel recente passato. E qualche dubbio sulla gestione del gruppo viene, quando si apprende del ritardo all'allenamento da parte di Kean e Zaniolo alla vigilia di un match decisivo, con conseguente punizione che è l'unico aspetto positivo della vicenda, perché se certi "pulcini" alzano troppo presto la cresta, è bene richiamarli severamente all'ordine prima che il loro patrimonio di classe venga dilapidato da comportamenti sopra le righe. Questo per dire che, al di là di eventuali, ennesimi biscottoni confezionati da altre squadre (ma si sa, poi i furbetti sono sempre gli italiani...), una eventuale eliminazione peserebbe questa volta esclusivamente sulle spalle del Club Italia, giocatori e tecnici.

giovedì 20 giugno 2019

EURO UNDER 21: ITALIA SFORTUNATA E OPACA CONTRO UNA POLONIA CHIUSA A RICCIO. ORA TUTTO SI COMPLICA

                                        Zaniolo, ieri deludente (foto Guerin Sportivo)

Siamo alle solite. La sindrome azzurra della seconda partita ha colpito ancora, ormai più prevedibile dell'uscita di un tormentone estivo di J-Ax o di Takagi & Ketra. Ciò non toglie che ogni volta faccia rabbia, terribilmente rabbia. Si era superato, in qualche modo, l'ostacolo di gran lunga più insidioso del girone per qualità tecniche e tradizione, e si crolla di fronte a una Polonia poco più che mediocre. Di certo c'è che la nostra Under 21 sta seguendo, in questo Europeo casalingo, un sentiero quantomai bizzarro: ha distanziato di due gol la forte Spagna senza brillare sul piano del gioco, anzi, poggiandosi in gran parte sullo stato di grazia di Chiesa e su quella rabbia agonistica che le nostre rappresentative sanno spesso tirare fuori nei momenti difficili; sull'onda dell'entusiasmo, è riuscita a perdere una gara che i polacchi non hanno comunque meritato di vincere, giocando un calcio vecchio e persino irritante, un catenaccio estremo e insistito, con la squadra abbarbicata a ridosso della difesa, gli spazi intasati, perdite di tempo plateali che l'arbitro è riuscito solo in parte a frenare. 
POCO GIOCO, TANTE OCCASIONI - I biancorossi hanno vinto sfruttando una palla gol sulle due costruite in totale, profittando di un rimpallo fortunoso su punizione con susseguente tiro di Bielik carambolato sul palo prima di finire in fondo al sacco. Parlare dunque di fortuna è doveroso, e non deve suonare offensivo per i nostri avversari, perché in questi tornei brevi la Dea bendata recita spesso un ruolo decisivo. La sliding door dell'incontro c'è stata pochi minuti prima dell'intervallo, quando Orsolini ha finalizzato un bello spunto personale col sinistro del pareggio: disdetta, metà del suo corpo era in fuorigioco e annullamento ineccepibile, certo, ma c'è di che mordersi le mani, perché con l'1-1 ottenuto in quel momento avremmo di certo assistito a un secondo tempo diverso. 
Prima e dopo quell'episodio, i ragazzi di Di Biagio hanno costruito paradossalmente più di quanto fatto nel match d'esordio: ci sono state due occasioni d'oro per Chiesa, neutralizzate da Grabara con tuffi da campione, Mandragora ha sprecato clamorosamente una sorta di rigore in movimento su assist dello scatenato Federico,  e nella ripresa hanno avuto buone opportunità Bastoni e Pellegrini su azioni susseguenti ad angolo; a corollario, una sequela di tiri dalla distanza quasi sempre fuori bersaglio, i più pericolosi dei quali da parte del subentrato Tonali, di poco alto, e del citato Pellegrini, che ha colpito il palo. 
CI SONO I GIOCATORI, LA SQUADRA LATITA - Ribadiamo, dunque, che per la mole di opportunità prodotta dai nostri e per la pericolosità, al cospetto di quanto fatto da Jagiello e compagni, il pari ci stava tutto. Ciò non toglie che, sul piano della qualità della manovra, la prova dell'Italia sia stata del tutto incolore, così come lo era stata, e l'avevo sottolineato, nel pur vittorioso vernissage. Del resto, lo si sapeva: questa Nazionale era un'incognita, in quanto reduce da due anni di amichevoli con risultati non certo rassicuranti. Ha classe, talento ed esperienza in dosi che da tempo non si vedevano, ma rimane, al momento, un insieme di ottimi prospetti, non una somma di valori. E' un team che va a folate, che si regge molto sugli spunti personali degli elementi più dotati (ed è già un progresso, ci mancherebbe, rispetto a certe edizioni recenti dell'Under drammaticamente a corto di argomenti tecnici), ma non mi pare di scorgere un filo logico, un'idea di gioco costante, un canovaccio tattico a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. 
NON TUTTI SONO DI LIVELLO INTERNAZIONALE - Latita anche la capacità di cambiare in corsa, una volta preso atto dell'atteggiamento dell'avversario e dei propri limiti: si è continuato pervicacemente a crossare nel mezzo, per la felicità dei difensori e del portiere polacchi. Strategia ancor più suicida se si pensa che, fin dall'inizio, si era palesata l'enorme difficoltà dei nostri esterni bassi nel mettere palloni giocabili in area. E qui si aprirebbe un altro capitolo: la mole di traversoni sbagliati, soprattutto da Dimarco, ha mostrato che non tutti, in questa selezione, sono all'altezza sul piano della... bontà dei piedi: ragazzi come il citato Dimarco e Adjapong non sono ancora di statura internazionale, e non c'è nulla di male perché hanno tutto il tempo per diventarlo, ma scoprirlo nella fase finale del torneo preparato da due anni fa abbastanza male, perché non c'è più il tempo per sperimentare soluzioni alternative. 
CERCASI KEAN E ZANIOLO - Prova inquietante anche sotto gli aspetti psicologico e fisico, perché nell'ultimo quarto d'ora dell'incontro, dopo il legno colpito da Pellegrini, cioè proprio quando vi era la necessità di alzare i ritmi e di portare il forcing per stringere i tempi, gli azzurrini si sono come dissolti, andando al passo e non dando più, fino al termine, l'impressione di poter raddrizzare la situazione. Visto che manca il collettivo, ci vorrebbero prestazioni sopra le righe dei nostri big per fare strada, ma finora il solo Chiesa ha fatto in pieno il suo dovere; Pellegrini e Barella sono andati a corrente alternata, pur facendo balenare il loro talento e l'intelligenza tattica, mentre deve di fatto ancora iniziare il torneo di Kean e, soprattutto, Zaniolo, il cui ingresso in campo ieri ha addirittura abbassato l''incisività di una manovra già faticosa. Insomma, è incredibile scriverlo dopo il successo sulla Spagna, ma il quadro si è fatto fosco: si può ancora passare il turno, ma a questo punto, oltre al fatto che il successo sul Belgio è tutt'altro che scontato, siamo in balìa di complicati calcoli algebrici (frutto di una formula cervellotica, ma lo si sapeva dall'inizio e occorreva regolarsi di conseguenza) e dei risultati degli altri, quanto di più frustrante possa esistere nello sport. Non era questo che sognavamo, per l'Europeo sui campi di casa. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole.