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venerdì 24 marzo 2023

CLUB ITALIA: IL 2022 SPERIMENTALE HA PARTORITO IL TOPOLINO. DOVE SONO FINITI I NUOVI? L'INGHILTERRA NON ERA INSUPERABILE

 Ultimamente non riesco più a comprenderti, caro Mancio. Poi, possiamo riempire paginate sulla crisi  profonda del nostro calcio, un calcio campione d'Europa in carica ed estromesso dai Mondiali anche in virtù di una concatenazione forse irripetibile di circostanze negative. Ma tanto è inutile, perché se ne parla più o meno dai tempi di Sudafrica 2010 e non si è trovato uno straccio di soluzione veramente efficace (né ci si è tanto sbattuti per trovarla). E allora, forse, bisognerebbe parlare un po' di più della gestione della squadra dalla panchina, perché dal post Euro 2020 troppe cose non tornano. 

LE INDICAZIONI CONCRETE DELLA FASE DI "SETACCIO" - La Nazionale che, ieri sera, è stata infilata e battuta da un'Inghilterra non irresistibile, è una Nazionale senza fondamento tecnico e storico. Soprattutto alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi dodici mesi, dopo la nefasta sconfitta con la Macedonia del Nord. Un 2022 segnato da uno sperimentalismo spinto, estremo, a volte persino di difficile interpretazione, penso alle chiamate estemporanee di Zerbin o Cancellieri, o a quella di Esposito, primi nomi che mi vengono in mente. Un censimento delle forze disponibili condotto in stile "bernardiniano", per chi ricorda le convocazioni fiume dell'anziano cittì (Fulvio Bernardini, appunto) all'indomani del fiasco alla Coppa del Mondo del 1974. Necessario, certo, perché dopo le battute d'arresto epocali è sempre opportuno fare il punto per capire da chi e con chi ripartire. E va detto che, nel mucchio sovrabbondante di azzurrabili, qualche indicazione concreta era pur emersa, soprattutto nelle gare di Nations League, tanto da ottenere una qualificazione alla Final Four in un gruppo in cui i sedicenti esperti ci consideravano la Cenerentola, inferiore anche all'Ungheria. E su quelle indicazioni ci si doveva basare per iniziare la difesa del titolo conquistato a Wembley. 

IL TRIO CENTRALE AFFONDA - Invece, al Maradona abbiamo visto un'Azzurra già vecchia, sorpassata, dal presente grigio e senza futuro. Era, in larga parte, la squadra che ci ha fatto sognare due estati fa. Una squadra che, dopo tanti esperimenti, è tornata ad affidarsi al trio centrale Verratti-Jorginho-Barella, e che in difesa, con Bonucci acciaccato, ha puntato sui vecchi draghi Acerbi e Toloi, oltre al ripescaggio di Spinazzola, questo sì benemerito. E in avanti Berardi, che ha esaurito la sua girandola con le buone prestazioni che gli hanno dato la titolarità fino alle prime gare dell'ultimo Europeo, per poi cedere giustamente il proscenio a Chiesa. Antiche certezze, che certezze non sono più. E' una Selezione che ha già ampiamente mostrato la corda dal settembre 2021 in poi, che non è più affidabile. I tre della zona nevralgica, califfi e trascinatori nella prima fase della gestione Mancini, nel primo tempo di ieri hanno toccato il fondo: nulli in impostazione, nulli in contenimento, hanno esposto alle facili folate inglesi una terza linea già di per sé non formata da fulmini di guerra. 

A CHE E' SERVITO SPERIMENTARE? - Perché? Perché continuare a insistere? Non c'è neanche la giustificazione classica utilizzata dagli allenatori in questi casi: siamo a inizio stagione, meglio andare sul sicuro senza azzardi. Invece, no, siamo nel pieno dell'annata calcistica, alle soglie delle fasi decisive del campionato e delle coppe, gerarchie cristallizzate e valori ben delineati. Ma non è nemmeno questo il punto. La sperimentazione, dicevamo. Sacrosanta, giustissima: e dunque? Possibile che in questa Nazionale gente come Scalvini, Tonali, Gnonto, Politano non abbia ancora accumulato i giusti titoli per partire titolare? Un discorso che prescinde volontariamente da altri elementi, giovani e meno giovani, che il campionato ha indicato come in ottima forma e meritevoli di una chance, da Casale a Udogie, da Fagioli a Zaccagni fino ad Orsolini, perché qui siamo nel campo delle valutazioni del cittì legate al momento, sindacabili e discutibili, molto discutibili a parer mio, e purtuttavia plausibili. Ma sono le valutazioni di lungo periodo, quelle scaturite, ripeto, da un anno di sperimentazione, a destare perplessità. 

ERA UN'INGHILTERRA ALLA PORTATA - Un'Italia impostata sui suddetti nomi più o meno nuovi forse avrebbe perso ugualmente, ma almeno avrebbe messo in cassaforte novanta minuti di preziosa esperienza, laddove ormai i vecchi draghi non hanno più nulla da imparare. E se non si svecchia ora, quando? Siamo nella condizione ideale, un girone eliminatorio con un'avversaria terribile ma che mette in palio due posti per Germania 2024: i margini di manovra sono ampi. Ma poi, chi dice che avremmo perso comunque? Il team di Southgate, nel primo tempo di Napoli, è stato ingigantito dai nostri colossali limiti di circostanza, ma ormai sappiamo quanto vale, se non diverranno veramente decisivi fuoriclasse o presunti tali come Bellingham, Saka, Foden e il "tutto fumo e niente arrosto" Grealish. E' la compagine che abbiamo battuto nella finale continentale con pieno merito, "ai punti", ben prima della lotteria dei rigori, la rappresentativa a cui abbiamo tolto quattro punti su sei nell'ultima Nations League, costringendola alla retrocessione; la squadra che, in Qatar, è volata fino ai quarti grazie a un tabellone benevolo per poi cedere di fronte al primo ostacolo vero, quello francese. Nella ripresa, è bastato alzare un attimo i ritmi, migliorare la rapidità e la precisione in fase di costruzione, mettere in campo la rabbia dei campioni in carica, per costringere i nostri rivali ad acute sofferenze. Segno che, con gli uomini giusti fin dall'inizio, con gli elementi più in forma e più motivati, questa Italia, pur con i suoi difetti, ha i mezzi per mostrare più degli imbarazzanti primi 45 minuti dell'ex San Paolo. 

ASSENZE CONTINGENTI E LACUNE DI SETTORE - Poi, chiaro, in molti settori gli uomini sono contati e allora è giusto dire, senza passare per piagnucoloni, che se ci mancano Dimarco e Raspadori, le maggiori nuove certezze emerse dalle prove effettuate da Mancini nel 2022, si parte già ad handicap. Così come mancavano all'appello Bastoni e Frattesi, altri emergenti che, al di là dei momentanei scadimenti di forma, saranno presenze fisse nelle convocazioni future. Quello dell'attacco è un discorso a parte. La carenza di elementi di statura internazionale non è frutto di un semplice vuoto generazionale come tanti ne abbiamo avuti in passato, ad esempio prima dell'incredibile fioritura dei vari Vieri, Filippo Inzaghi, Del Piero, Montella e compagnia. Si è equivocato su certi modelli tattici vincenti che hanno cambiato la concezione del gioco d'attacco, portando alla costruzione di atleti polivalenti chiamati a svolgere molteplici funzioni dalla cintola in su, ma con pochi calciatori che vivono esclusivamente per il gol. Il problema è quasi mondiale, da noi è ovviamente più acuto perché va a innestarsi su una sofferenza dei vivai dovuta alla miopia di chi gestisce i club, dirigenti e allenatori. 

LA GESTIONE DEI CASI RETEGUI E PAFUNDI - Dopodiché, avessimo avuto a disposizione il citato Raspadori, il vecchio Immobile, Chiesa in piena forma (ma la ritroverà, la piena forma?), la musica sarebbe stata diversa. Per cui, inutile scandalizzarsi per la chiamata di Retegui: non è il primo oriundo, non sarà l'ultimo, e questi pedatori di fuorivia sono comunque una risorsa legittima alla quale è lecito ricorrere, tanto più in epoca di vacche magre. Casomai, lascia perplessi, anche in questo caso, il modo in cui la convocazione è stata gestita. Un ragazzo a digiuno di calcio italiano ed europeo, sconosciuto anche ai suoi compagni, gettato nella mischia da titolare dopo appena tre allenamenti col gruppo. Un azzardo autentico, che ha pagato con un gol inutile ma che ha anche prodotto l'inevitabile, ossia una prestazione per larghi tratti impalpabile e non per limiti di talento del singolo, ma, è parso evidente, per mancanza di affiatamento e non perfetto inserimento nei meccanismi. Però ci sembra il caso di insistere, a questo punto. Hai visto mai che ci si ritrovi fra le mani il jolly quasi senza accorgersene?

Ancor più perplessi lascia la gestione della situazione Pafundi, e posso permettermi di dirlo perché pochi, più di me, nell'ultimo decennio hanno spinto per la necessità di dare fiducia alle nuove leve, casomai forzando la mano ai tecnici di club e chiamando chi non gioca titolare, come aveva iniziato a fare Prandelli e come sta ora facendo il Mancio. Con il giovanissimo udinese però si sta esagerando: minutaggio scarsissimo, quasi inesistente, in Serie A, il salto dalle selezioni giovanili alla maggiore senza meriti evidenti se non agli esperti di settore, e una pressione mediatica quasi opprimente, con la frase del commissario tecnico "prima Pafundi e poi tutti gli altri". Termini che si utilizzano solo di fronte a fenomeni in pectore: ma io non voglio, né mi aspetto il novello Messi, vorrei solo che il ragazzino crescesse senza aspettative abnormi, e vorrei soprattutto vederlo all'opera in qualche partita intera o parzialmente intera, perché qui stiamo andando letteralmente sulla fiducia, il vero salto nel buio, ben più di quello già notevole compiuto con Retegui. 

NUOVI PROTAGONISTI NEI CLUB - Dunque, ritengo doveroso concentrarsi sulle lacune di una conduzione tecnica che ultimamente sta suscitando più di una perplessità. Ripeto: urlare alla luna per lo scempio dei nostri vivai serve a poco. Io lo faccio grosso modo dal 2012, e mi sono decisamente stufato, anche perché non vedo risposte. Oltretutto, questa è forse la stagione meno indicata per farlo, visto che è aumentato il numero di italiani titolari, o spesso in campo, schierati dalle grandi (l'Inter e le romane soprattutto), e visto che si stanno mettendo in evidenza molti nomi nuovi: non Pafundi, che non gioca e che spero di vedere presto, ma i citati Casale e Udogie, così come Parisi, Vicario, Baldanzi, Carnesecchi, Ruggeri, o meno giovani come Baschirotto, e perfino Kean sta dando un buon contributo alla Juve (mettesse la testa a posto...). 

Teniamo conto di queste forze in sboccio,  degli "esaminati" nel 2022, e salviamo il salvabile fra i totem, perché ad esempio, l'avevo accennato in apertura, il ritorno in auge di Spinazzola è una buonissima notizia, anche se il laterale non ha ancora la continuità e l'efficacia nell'appoggio alla prima linea che ne avevano fatto uno dei punti di forza dell'Italia 2021. Avremo così poche, ma notevoli certezze: da queste ripartiamo, innanzitutto per imporre la nostra superiorità agli altri rivali del girone, e poi per cercare di riavvicinarci a un'Inghilterra avvicinabilissima. Questa è l'unica lezione che deve giungere da una serata napoletana ricca di cose da dimenticare, da quel terribile primo tempo dei nostri all'inno di D'Alessio e Clementino. 

mercoledì 15 giugno 2022

NATIONS LEAGUE: IN GERMANIA CROLLA UN'ITALIA-CANTIERE, DE PROFUNDIS INGIUSTI E SUPERFICIALI. IL PROGETTO CONTINUA E HA BUONE BASI


C'è chi già non crede più nel nuovo corso azzurro inaugurato da appena quattro partite, con colpevole ritardo, dal cittì Mancini. Forse perché non ci ha mai davvero creduto, se basta una serata nerissima per consegnarsi mani e piedi al disfattismo più spinto. Liberissimi, ci mancherebbe, ma sarebbe opportuno, almeno, ancorare il proprio pessimismo cosmico ad argomenti tecnici sostanziosi, piuttosto che a luoghi comuni ripetuti come un mantra e a falsi storici evidenti. 
Già è dura sopportare lo scempio che è stato fatto del titolo europeo 2021: il primo a non rispettare quell'impresa, intendiamoci, è stato lo stesso Club Italia, ma oggi è in atto addirittura una colossale opera di minimizzazione del trionfo, derubricato ad evento casuale o impresa in stile Grecia 2004 (roba da querela, per chi mastica un po' di calcio). Del resto, chi ha buona memoria ricorderà che casuale venne considerato da molti anche il mitologico successo spagnolo dell'82, di cui in questi giorni si celebra il quarantennale: quattro vittorie epiche precedute e seguite da sequele di partite brutte, pareggi e sconfitte, così si scriveva. Non cambia mai nulla e, soprattutto, non si impara mai nulla: è avvilente. 
OTTIMISMO - Personalmente, quei pochi che mi leggono l'avranno capito, ho sposato la causa dell'ottimismo: cauto e realista, sì, ma pur sempre ottimismo. Un po' perché le fasi di ricostruzione azzurra mi affascinano e mi appassionano da sempre, un po' perché la fiducia è ben riposta, in un trainer che ha già creato una volta una Nazionale vincente dalle macerie lasciate da altri, e in un bacino di giocatori numericamente esiguo ma tutt'altro che malvagio sul piano qualitativo, in fin dei conti lo stesso dal quale sono usciti i campioni continentali, nonché un altro drappello di validissimi elementi non compresi nel listone dei 26 dell'estate scorsa (ne ho parlato nel post di pochi giorni fa); un bacino che oltretutto, nonostante i colossali ostacoli strutturali, si sta allargando, grazie a nuove, credibili leve che si stanno facendo onore in Serie B, nelle Under azzurre e, ora, persino nella massima rappresentativa. 
PARTITA PER PARTITA - Era ciò che chiedevamo, no? A casa chi si è sentito precocemente appagato, e ha chiuso ingloriosamente il suo ciclo con la "finalissima" di cartapesta contro l'Argentina, e vigorose iniezioni di benzina verde. E invece, ecco ancora minimizzazioni e capovolgimenti di realtà; perché qui bisogna davvero cominciare a intendersi: il k.o. in Germania è l'unica, attendibile cartina di tornasole dello stato pietoso del nostro calcio? Il brillante pari di Wolverhampton è stato ottenuto contro un'Inghilterra carica di problemi, tanto da essere poi asfaltata dall'Ungheria? Benissimo, ma allora che si esalti il  nostro bel successo, in dominio quasi assoluto, contro gli stessi ungheresi, senza dimenticare la buona prova nell'andata contro i tedeschi. Non se ne può davvero più di questo strabismo critico volto, sempre e comunque, al tafazzismo, "Oh come siamo brutti, oh come siamo messi male". 
La verità è che ogni partita fa storia a sé, sempre, a maggior ragione quando si parla di partite ravvicinate buttate lì a fine stagione, da affrontare senza preparazione specifica come accade per Mondiali ed Europei, ai quali si arriva dopo settimane di ritiro e con progetti tecnici ben definiti. Certo, quella di ieri sera è stata una brutta, bruttissima storia, che però, personalmente, non mi ha sorpreso, come non mi aveva sorpreso la disfatta londinese, per altri motivi. 
COME FUNZIONA UNA RICOSTRUZIONE - Lo ha detto a più riprese il nostro trainer, molto più modestamente l'ho scritto io pochi giorni fa: nelle fasi iniziali di ricostruzione di una Nazionale non può esserci continuità di risultati e di prestazioni. Basta andare indietro di pochi anni, alle prime, timide uscite della nuova Selezione manciniana nel 2018. Ma, per i tanti nostalgici in servizio permanente effettivo, quelli per i quali la storia del calcio si è fermata all'82, non sarà difficile ricordare i vagiti dell'Italia di Bernardini e Bearzot, dallo 0-0 casalingo contro l'allora materasso Finlandia all'1-4 incassato dal Brasile nell'iconico torneo del Bicentenario americano, con gente che già chiedeva le dimissioni del Vecio proponendo candidature più o meno improbabili, da Vinicio a Giagnoni. 
E' assolutamente normale: gli undici titolari cambiano di partita in partita, non c'è amalgama, le formazioni vengono spesso stravolte a gare in corso, vengono immessi in gruppo giovanissimi alle prime armi, tutti privi di esperienza internazionale, alcuni persino digiuni di partite in  Serie A. Ma davvero, e scusate se mi altero: che cavolo pretendete da questa Italia che ancora non è squadra, ma solo un laboratorio in fermento, e che lotta contro i mulini a vento di campionati nazionali votati alla più ottusa esterofilia, totalmente chiusi alla valorizzazione degli emergenti nostrani? 
PERCHE' HA VINTO LA GERMANIA - Chiaro che poi occorra fare dei distinguo. Perché ad esempio in queste congiunture storiche si può vincere e perdere, brillare o deludere, ma non bisogna mai scendere al di sotto della soglia della decenza, cosa che invece gli azzurri ieri hanno fatto per larghissimi tratti dell'incontro di Moenchengladbach. La Germania ha vinto perché ci è stata superiore come atteggiamento mentale, come convinzione, come organizzazione, come tenuta fisica. L'aspetto della classe pura lo lascerei un attimo da parte: affermare perentoriamente "la Germania è più forte" vuol dire tutto e niente; precisare che "in questo momento è più forte" ha già più senso, ma è più forte perché è una squadra, se non proprio fatta e finita, più avanti di noi nell'opera di parziale riedificazione, con una fisionomia chiara e con leader tecnici ben definiti; l'Italia di un anno fa, nel pieno delle sue potenzialità, era superiore a questa Nationalmannschaft, anche come risorse complessive di talento e piedi buoni. 
Tutto cambia, nel calcio, perfino nel giro di pochi mesi, e comunque non è certo questo il momento per stilare graduatorie del valore effettivo di ogni singola rappresentativa: se tenessimo conto dei responsi di questo giugno calcistico un po' pazzerello, la Francia sarebbe relegata a compagine di seconda schiera, la stessa Inghilterra a mediocre formazione allo sbando. Capite che non è credibile, e che per questo la cosa migliore sarebbe giudicare e valutare le risultanze di ogni singolo match, prendendo il buono e il meno buono cercando poi di tracciare un quadro complessivo.
DA BOLOGNA A WOLVERHAMPTON - Questa sequenza di gare a tambur battente ci ha detto che un primo step è stato compiuto, quello più doloroso: l'accantonamento di alcuni mostri sacri non più competitivi, il ripescaggio di eccellenti professionisti rimasti fuori dal gruppone dei campionissimi 2021, e il lancio di una manciata di interessanti virgulti ai quali da settembre, ci scommetto, se ne aggiungeranno altri. 
Abbiamo visto un'Azzurra coriacea a Bologna nel primo rendez vous col team di Flick, poi dominante contro i magiari a Cesena (bugiardissimo il 2-1 finale), coraggiosa e propositiva al Molineux, ove si è mostrata sostanzialmente sicura dietro, agile e manovriera dalla cintola in su, più vicina alla vittoria di quanto non lo siano stati i padroni di casa, soprattutto in un  primo tempo di grana finissima, con opportunità clamorose per Frattesi, Tonali e Pessina e un buono spunto sprecato da Scamacca nell'area piccola, il tutto solo parzialmente bilanciato dal tiro di Mount deviato sulla traversa da Donnarumma, dal salvataggio in corner di Locatelli su passaggio avventato dello stesso portiere e dall'errore di Sterling davanti alla porta, perché contro i grandi avversari (e l'Inghilerra ancora lo è, o no?) ci sta di concedere occasioni, meno scontato è crearle, e per giunta crearle nitide. 
NON C'E' ANCORA UN'ITALIA TITOLARE - Di ieri c'è poco da dire e poca voglia di parlare: non si può neanche sostenere che con i titolari avremmo fatto miglior figura, semplicemente perché la nuova formazione titolare ancora non c'è, mentre quella dell'Europeo, lo abbiamo detto e ridetto, si è addormentata sugli allori e non è più in grado di darci alcunché. Ribadisco: la sconfitta, al di là della provvisorietà della nostra Selezione, è stata soprattutto di testa e di gambe. Ed è mancato un po' di amor proprio, quello sì, perché l'Italia cinque gol non dovrebbe permettersi di prenderli da nessuno, e la concentrazione deve rimanere alta anche sullo 0-3 per limitare i danni: spero lo capisca soprattutto Donnarumma, che ha chiuso una stagione per tanti versi disgraziata e che ora deve resettare, lavorando sui suoi pochi limiti, che però ci sono e che rischiano di essere esiziali (e Tiziana Alla della Rai aveva tutto il diritto di sottolinearlo: ci lamentiamo sempre di giornalisti che fanno domande  accomodanti, e una volta che ne troviamo una un po' "puntuta" la crocifiggiamo?). 
PUNTI FERMI DA CUI RIPARTIRE - Fatto un deferente ringraziamento a Gnonto e Bastoni, che coi loro gol hanno reso il tonfo meno pesante sul piano strettamente numerico (anche le statistiche contano), aggrappiamoci ad alcuni punti fermi: questa sessione di Nations League ha detto che l'Italia attuale non può fare a meno, nel reparto centrale e sulla trequarti, di Cristante, Tonali e soprattutto Lorenzo Pellegrini, che secondo me è un fior di campione, abile in tutte le fasi di gioco e utilissimo anche sotto porta, mentre Pessina è parso in crescendo e Frattesi rappresenta un'alternativa da coltivare accuratamente; che, in retroguardia, il citato Bastoni è comunque una certezza ma occorre lavorare sull'intesa con Mancini, mentre ci è spuntata quasi dal nulla una soluzione fresca e credibile come Gatti, preciso e autorevole in Inghilterra, e risulterà sicuramente utile anche Scalvini, che ha debuttato in una serata orribile come quella di ieri senza macchiarsi di colpe specifiche. Rimanendo in terza linea, Calabria ha avanzato una candidatura prepotente, mentre Dimarco, pur sottoutilizzato nell'Inter, si è messo in mostra con buoni spunti e intraprendenza (ieri, tanto per gradire, ha anche costretto al miracolo Neuer su punizione, anche se non sarebbe servito a nulla). 
IMMOBILE, GLI INFORTUNATI E LE FUTURE NEW ENTRY - I problemi davanti permangono: al di là delle sportellate e del palo colpito nell'andata coi tedeschi, Scamacca non incide, così come Raspadori, che lavora bene in rifinitura e in appoggio ma conclude poco, troppo poco. Meglio Gnonto, che fra alti e bassi ha dato un contributo perfino inaspettato: generosità, tanta esuberanza (a tratti eccessiva), buoni movimenti, un assist e un gol; e tuttavia, rimango del parere che si imponga un rilancio di Immobile, come del resto si puntò sullo stagionato Quagliarella all'inizio del primo ciclo manciniano. No, non possiamo proprio permetterci di rinunciare a un bottino di gol potenzialmente elevatissimo per mere questioni di adattabilità tattica: non sarà più un'Italia ancorata a un solo schema, si è provata la difesa a tre e si possono pertanto provare strade offensive diverse.
 Dopodiché, recuperiamo Spinazzola alla piena efficienza fisica, attendiamo con ansia il ritorno di Verratti e Chiesa, speriamo che Zaniolo confermi i recenti progressi, e vedremo incrementarsi nettamente le vie di accesso alla porta avversaria. Altri baby arriveranno, si diceva: Carnesecchi, Bellanova e Udogie i primi che mi vengono in mente, ma non solo. Poche ore prima del crollo dei grandi in Germania, i fratellini minori della sub-21 hanno conquistato trionfalmente la qualificazione nel torneo europeo. Non è vero, dunque, che c'è il vuoto generazionale assoluto: ci sarà se si continuerà a non far nulla per evitarlo e si continuerà a bloccare la crescita di chi esce dal nostro vivaio, ma questo è un discorso fatto e rifatto un milione di volte qui sul blog. 

giovedì 2 giugno 2022

CLUB ITALIA: DA WEMBLEY NESSUNA SORPRESA, RIPETUTI GLI ERRORI FATALI DEI MESI SCORSI. CONTROCORRENTE: IL MATERIALE PER RIPARTIRE NON MANCA, MA...

 

                                          Chiesa e Tonali, due da cui ripartire (foto Guerin Sportivo) 

Invece di denigrarlo, sminuirlo e infangarlo stupidamente a ogni piè sospinto, fareste bene a riservare un posto speciale, nel vostro cuore, al trionfo azzurro di Euro 2021, a conservarlo fra i ricordi più belli e cari della vostra vita sportiva. Perché mi pare chiaro che dovranno passare parecchi anni prima di rivedere una Nazionale  italiana vincente, capace di alzare una qualsiasi coppa. Prepariamoci ad altri momenti difficili: le battute d'arresto, quando non le batoste, sono storicamente numerose nelle fasi iniziali di ogni ricostruzione (è stato così anche agli albori di questo ciclo ormai chiuso), e tanto più bisogna attendersi il peggio al momento di approcciarsi a questa rifondazione, nello specifico, che si preannuncia come una delle più difficili della storia calcistica nostrana. 

IL SECONDO TEMPO DELL'IMPOTENZA - La disfatta nella cosiddetta "Finalissima" londinese mi ha avvilito ma non sorpreso: è stata semplicemente il cascame di una ben nota situazione deteriorata, colpevolmente portata avanti dal settembre scorso senza correttivi apprezzabili. Poi, chiaro, i passi falsi nel girone mondiale e nel playoff furono frutto anche di  contingenze sfortunate e irripetibili, il k.o. con la Macedonia talmente assurdo da poter essere assimilato a un Roma-Lecce '86, per intendersi, mentre è ovvio che il confronto con una superpotenza mondiale, in stato di grazia tecnica e con una prima linea da podio iridato, abbia snudato le nostre attuali carenze oltre il limite del sopportabile. L'Argentina è grande, ma noi l'abbiamo resa grandissima, non prima di aver giocato una quarantina di minuti più che dignitosi, nei quali eravamo anzi stati noi a manovrare con buon palleggio e a tentare la via della rete (conclusioni di Raspadori e Belotti, pericoloso cross in mezzo di Bernardeschi), pur con le consuete deficienze in fase conclusiva. Dopo la prodezza di Di Maria, a pochi minuti dall'intervallo, si è spenta la luce, e nella ripresa è andata in scena la non-partita della nostra umiliazione e dell'impotenza manciniana, che ha cambiato formazione e modulo schierando un improbabile undici, fragile e senza riferimenti, ed esponendo a una inutile brutta figura alcuni degli elementi che dovrebbero essere i pilastri della nuova era. 

ERA MEGLIO AFFONDARE COI FEDELISSIMI - Voglio dire: se proprio si vuol essere coerenti, occorre esserlo fino in fondo. Il cittì ha voluto proseguire su una strada già dimostratasi nefasta in stagione, quella della riconoscenza, e affrontare l'Intercontinentale con gli uomini del trionfo europeo, esclusi ovviamente gli acciaccati. E allora, invece di improvvisare la squadra nella ripresa, mandando Scamacca e compagni al massacro in un contesto tattico caotico, avrebbe potuto affondare con i suoi fedelissimi, perché tanto dietro ci pensava un ritrovato Donnarumma, unica nota lieta della serata, ad evitarci il cappotto con prodigi su prodigi. Personalmente, ma non sono nessuno, l'operazione rinnovamento l'avrei iniziata subito,  essendo di evidente urgenza da mesi. Per tutta una serie di motivi, per i meriti accumulati in tre anni, è stato giusto confermare Bobby gol sulla panca azzurra, ma non si può nemmeno pensare che un'eliminazione mondiale possa scorrere via liscia senza lasciare tracce, per quanto, l'ho scritto in altra sede e lo ribadisco qui, qualificarsi in Europa per il torneo iridato, oggi, sia molto più difficile rispetto a quanto accadeva nel secolo scorso, "è fattuale", direbbe Crozza-Feltri. 

LA FINALISSIMA... POMPATISSIMA - Alle corte: la sperimentazione poteva già iniziare ieri sera, perché tanto, figuraccia per figuraccia, tanto valeva consentire ai nuovi e semi-nuovi di accumulare subito esperienza e minutaggio in un confronto di altissimo spessore. Fosse stato un impegno di prestigio e importanza autentiche, poi... Un evento inventato, anzi ripescato dai meandri calcistici degli anni Ottanta e Novanta (ricordate la Coppa Franchi?), e pompato all'inverosimile a livello mediatico. Da onorare, certo, ma non come fosse davvero "la sfida delle sfide" per la supremazia planetaria: per sancire quella, bastano e avanzano i mondiali, quelli a cui noi non parteciperemo per la seconda volta consecutiva. 

GIOVANI PROMETTENTI, STRADE SBARRATE, PROBLEMA POLITICO - Così, ora, è tutto ancor più difficile di quanto già non fosse. La nuova fase comincia sabato  a Bologna, si è detto, e impostare di punto in bianco una formazione nuova in un paio di giorni, con la prospettiva di affrontare la ringalluzzita Germania, non è proprio il massimo della vita, né della programmazione. Detto questo, il quadro della situazione è chiaro. Il vivaio italiano, pur messo nelle peggiori condizioni operative possibili, continua a produrre diversi talenti, anche se non tanti come avveniva fino a qualche lustro fa. Lo stage dei giovani di interesse nazionale organizzato nei giorni scorsi è stato emblematico in tal senso. I nomi su cui puntare a medio termine ci sono: Carnesecchi, Bellanova, Lovato, Gatti, Zanoli, Parisi, Miretti, Okoli, Scalvini, Casale, Fagioli, Rovella, Udogie, Ricci, Vignato, Pafundi, Oristanio, Esposito, Gnonto, Gaetano... La base c'è tutta, e se anche solo la metà dei sopracitati diventassero elementi di caratura internazionale ci sarebbe di che leccarsi i baffi: il problema "di sistema" dell'ultimo decennio è che, ad un certo punto, la crescita dei migliori prospetti si blocca, non perché siano scarsi e inadeguati, ma perché non viene dato loro spazio. La favoletta del "se sono bravi giocano" ormai non se la beve più nessuno, il problema è politico e legislativo, e occorre un intervento, che non credo impossibile, per consentire ai virgulti di casa nostra di emergere adeguatamente. 

COVERCIANO ULTIMO FORTINO - E qui il Commissario Tecnico ha quasi le mani legate, e può fare solo ciò che ha fatto finora: in primis "forzare la mano" agli allenatori dl club, dando lui per primo fiducia agli emergenti, un modus operandi inaugurato da Prandelli e che, dal 2011 a oggi, ha garantito la sopravvivenza della Nazionale maggiore a livelli decenti, al netto delle due gravi disfatte mondiali (un primo e un secondo posto agli Europei, e un'eliminazione ai quarti, dopo i rigori, nel 2016: poteva andare peggio). E ora questi stage, appunto, che i soliti commentatori da bar social hanno accolto con sorrisini sprezzanti ma che rappresentano, al momento, l'unico modo per cominciare a inserire i giovanissimi in un progetto azzurro a lunga scadenza. 

SERIE A STRANIERA, VERGOGNA NAZIONALE - Restano, sullo sfondo, le gravissime lacune organizzative e di mentalità, che hanno trasformato la Serie A in un campionato "straniero" sbarrando la strada ai nostri. Da parte di addetti ai lavori e tifosi (questi ultimi hanno anche doveri, non solo diritti) sarebbe auspicabile una maggiore maturità, che nella fattispecie vuol dire maggior sostegno, fiducia e pazienza per il "prodotto interno" e minori... orgasmi quando si legge dell'arrivo di improbabili calciatori di fuorivia. Da parte delle istituzioni, sportive e politiche, ci vorrebbero le riforme tanto attese, ma mi rendo conto che è come aspettare l'arrivo degli alieni: quasi tutte le grandi nazioni europee, Francia, Spagna e Germania, hanno investito forte nell'allevamento dei calciatori di casa, noi proprio non riusciamo, forse non vogliamo, e allora ci meritiamo tutto il peggio, compresa la vergogna da parte mia, in questo momento, di sentirmi un calciofilo italiano innamorato della Nazionale. 

PER RIPARTIRE SUBITO: PESCARE NEL GRUPPO EUROPEO... - Sul piano strettamente contingente, è chiaro fin dall'autunno scorso che molti "califfi" di questa squadra non siano più all'altezza del compito, a causa di esaurimento fisico e/o psicologico: onestamente, non vedo più un'Azzurra aggrappata a Emerson, Bonucci (sempre più in difficoltà, sempre più falloso), Jorginho, Bernardeschi, Belotti e Insigne, per tacere di Chiellini che lascia per raggiunti limiti di età. Continuo a sostenere che i nomi per ripartire non manchino. Innanzitutto sarà fondamentale il recupero di un drappello di "lungodegenti", parlo di uomini chiave dell'Europeo vinto come Spinazzola (che si sta finalmente riaffacciando in campo) e Chiesa, senza dimenticare il giovane Castrovilli, che era nei 26 dell'estate scorsa ed è stato spazzato via da un grave infortunio. Bastoni sarà promosso d'autorità, per valore suo e mancanza di alternative immediate al centro della difesa, Pessina si è appena affacciato al calcio che conta e si ritroverà dopo una stagione in chiaroscuro, Cristante è un leader della Roma e merita più spazio, Berardi è sempre in gran forma, sempre più prolifico, sa saltare l'uomo, certe sue défaillance in rappresentativa sono state più occasionali che frutto di un evidente logorio, Raspadori sta crescendo e ieri è stato uno dei pochi a rendersi sporadicamente pericoloso dalle parti dell'area argentina.

... E ALLARGARLO - Poi c'è chi non ha fatto parte della vittoriosa spedizione continentale ma era già nel giro, e va provato con più convinzione. Calabria, Lazzari e Mancini in difesa, Tonali, Pobega e Frattesi nel mezzo, Zaniolo, Pellegrini, Zaccagni, Politano, Pinamonti e Scamacca davanti. Non è molto? Forse, ma è comunque sufficiente per fare punto e a capo, se unito al graduale inserimento di alcune delle verdi speranze sopra citate, perché qualcuno, tipo Udogie ma non solo, è già pronto per i primi approcci, e l'atto di coraggio manciniano su Gnonto non deve rimanere un episodio isolato. Certo, è lampante la più grave lacuna tecnica che affligge il nostro calcio: non eravamo mai stati così poveri di attaccanti di razza, disperati al punto che, nell'autunno scorso, in molti (non io) si sono aggrappati alle prime prodezze cadette di Lucca, poi sollecitamente rientrato nei ranghi, forse schiacciato dal peso di responsabilità precoci ed eccessive, oltreché da problemi fisici. 

COME GESTIRE IL CASO IMMOBILE - La situazione è drammatica: i rampanti Scamacca, Raspadori e Pinamonti meritano fiducia, si spera in una risalita di Kean, ma Belotti, come detto, si è involuto e, lo ha dimostrato anche ieri, non pare più proponibile sui massimi palcoscenici, mentre, guardando ai vertici della classifica cannonieri di A, siamo ancora tristemente fermi a Immobile. Il quale ha bisogno di un gioco "su misura" per rendere al meglio come, da anni, sa fare nella Lazio. Ma Mancini ha intrapreso una strada radicalmente diversa sul piano tattico,  una strada che gli ha dato pienamente ragione fino all'11 luglio scorso. L'alternativa sarebbe rimodellare profondamente le concezioni di gioco della sua Italia, costruendo una manovra fondata totalmente su Ciro. 

PER CIRO, MODULO ALTERNATIVO - La domanda è: ne vale la pena? Stiamo parlando di un validissimo elemento, non più di primo pelo, che in campionato fa il diavolo a quattro, ma in Nazionale, anche prima del Mancio, ha sempre segnato col contagocce. Voglio dire: si poteva anche costruire, ai bei tempi andati, una Nazionale Baggio-dipendente, con tutti i rischi del caso, ma Immobile-dipendente, ecco, ci penserei due volte. Ci vorrebbe un po' di elasticità, semplicemente, perché non è detto che una squadra debba giocare sempre allo stesso modo, e forse in tutti questi mesi, i mesi in cui il palleggio azzurro, l'avvolgente gioco di iniziativa marchio di fabbrica manciniano, ha perso via via brillantezza, precisione, efficacia, velocità, sarebbe stato opportuno sposare un modo di stare in campo più prosaico e "verticale", terreno di coltura ideale per il bomber biancoceleste. Che, solo in questo contesto, potrebbe avere ancora qualche anno di utilità nella Selezione. E sarebbe il caso di pensarci, perché non siamo nella condizione di gettare alle ortiche il potenziale bottino di gol che ci garantirebbe il napoletano. 

martedì 16 novembre 2021

CLUB ITALIA: 0-0 IN NORD IRLANDA, UN INNO ALL'IMPOTENZA E ALLA STERILITA', LONTANO ANNI LUCE IL MANCIO STYLE, E LONTANO ANCHE IL QATAR. CRISI VERA, NON MOMENTO NEGATIVO

Forse, nel calcio, hanno ragione i rivoluzionari. Forse, dopo un grande trionfo internazionale, bisognerebbe davvero voltare pagina e ripartire da zero, con volti e idee nuove. Certo, non lo si può fare né lo si deve, per tutta una serie di motivi che chi conosce a fondo i meccanismi di questo sport può benissimo comprendere. Ed è a maggior ragione un'ipotesi balzana, se riferita a una Nazionale vincente eppur sostanzialmente giovane, con ancora un promettente futuro davanti. E però, al momento, il quadro è da allarme rosso e potrebbe indurre a pensieri così estremi: l'ho già dolorosamente scritto pochi giorni fa, l'ItalMancio campione continentale non c'è più, si è dissolta, o forse è rimasta inchiodata piedi e testa sul campo di Londra, a cantare, brindare e discettare di pastasciutta. 

ERA SVIZZERO IL VERO VANTAGGIO - L'orripilante post Europeo azzurro ha toccato un nuovo fondo ieri sera, in maniera persino prevedibile. Rabbia relativa, da parte mia, al termine della pallida prova di Belfast, nella consapevolezza che l'ultimo, vero bonus ce lo fossimo giocati venerdì a Roma: i playoff ce li siamo guadagnati quella sera, il risicato vantaggio numerico che ancora ci offriva la classifica era solo uno scherzo della matematica, la realtà diceva tutt'altro, ossia che l'inerzia era passata saldamente nelle mani della Svizzera, lanciatissima, col morale a mille, sicura dei propri mezzi e con un ultimo impegno casalingo più che abbordabile. Chi si aggrappava ancora alla differenza reti mentiva a se stesso, già il solo fatto che la qualificazione non dipendesse più solo dal nostro risultato ci poneva in una posizione di disagio: quello che è accaduto poi è stata solo una logica conseguenza, lo sviluppo più naturale. 

NON CI SI RICOSTRUISCE IN TRE GIORNI - Nutrivo seri dubbi, e l'avevo scritto, sul fatto che l'Italia potesse imporsi nitidamente in Nord Irlanda; per farlo, dicevo, occorreva rinfrescare la formazione e ritrovare gli antichi standard di gioco, quelli del primo triennio manciniano. Mission impossibile, in tre giorni, perché quegli standard sono quasi sistematicamente mancati, da settembre a oggi. Certo, il primo tempo aveva parzialmente illuso: notevole aggressività, un po' di velocità, ma manovra non esente da errori di tocco e di misura e, soprattutto, ancora una produzione offensiva troppo scarsa, troppo inferiore alle medie di questa gestione, perché al tirar delle somme solo Di Lorenzo con un tiro cross e Insigne, conclusione debole su assist di Berardi che l'aveva messo davanti al portiere, sono andati davvero vicini alla segnatura, e la situazione è ulteriormente peggiorata nella ripresa: nulla, a parte un sinistro di Chiesa di poco a lato e un bel diagonale dalla distanza di Emerson deviato in angolo. E anzi, se andiamo a vedere, i britannici hanno qualche motivo in più per recriminare, perché Donnarumma ha ben salvato su Saville poco dopo l'intervallo e in chiusura, nel marasma tattico in cui era precipitata l'Italia, Washington ha calciato a porta vuota trovando la fortunosa opposizione di Bonucci. 

TORNA LA STERILITA' - E' stata, in buona sostanza, una recita all'insegna dell'impotenza, un inno alla sterilità. La prima Azzurra del Mancio aveva piacevolmente stupito tutti anche perché, ponendo fine a un andazzo ormai cronico, sapeva trovare il gol con frequenza, riuscendo alfine a stanare anche avversari che facevano mucchio davanti e dentro l'area. L'ha fatto, lo ripeto per l'ultima volta, per tre anni, non solo ad Euro 2020, ma tanto è inutile cercare di tacitare chi, sfidando il pudore e l'evidenza, torna fuori in questi giorni a sottolineare la mediocrità di questo gruppo e la casualità dei suoi successi. Che sia chiaro una volta per tutte: questo gruppo non è scarso, del resto basta aver visto giocare la Nazionale una manciata di volte, anche prima dell'Europeo. Ma che lo dico a fare? 

Ebbene, quella capacità di sfinire i rivali, di lavorarli ai fianchi e poi di affondare i colpi con trame efficaci e persino pregevoli, sembra essersi dissolta. Anche a Belfast tanto possesso, tanti tentativi di costruire, ma al limitar dell'area mancava sempre qualcosa: idee, giocate individuali, visione d'insieme che permettesse di fare le più idonee scelte di passaggio e smarcamento. E anche poca precisione e poca cattiveria al tiro: perché, oltre alle sparute occasioni prima citate, Insigne un paio di volte e Barella ci sono pure arrivati alla conclusione, ma in maniera così innocua da fare solo il solletico a Peacock-Farrell. 

CRISI VERA, NON "MOMENTO NO" - Ripeto: se parlo di Italia europea prematuramente dissoltasi, non lo faccio per amarezza (che pure c'è, ed è tanta) o per gusto dell'enfasi. Si dice che sia solo un momento negativo, che a inizio primavera, per gli spareggi, staranno tutti meglio (perché dovrebbero stare meglio di adesso con circa due terzi di stagione di club sulle spalle? E perché ora sono così a terra, in quello che storicamente è uno dei periodi dell'anno migliori per il Club Italia?), ma sette partite spalmate su tre mesi, con due vittorie di scarso rilievo, una sconfitta che ci è costata la Nations League in casa e quattro pareggi equivalenti ad altrettanti ko per gli effetti nefasti che hanno prodotto, non possono essere liquidate come "un momento negativo". E' una crisi vera e propria, risolvibile, certo, ma da affrontare di petto prima che la situazione precipiti definitivamente. 

GLI ERRORI DELLA PANCHINA - Per inciso, risulta stucchevole chi ricomincia a parlare di discese dal carro dei vincitori. C'è questa fissazione della discesa e della risalita dal fantomatico carro, quando in realtà si esercita solo il sacrosanto diritto alla critica. Siccome personalmente ho la coscienza più che a posto riguardo all'avventura azzurra di Bobby Gol, allo stesso modo mi sento più che mai libero di suonare la sveglia di fronte a una palese involuzione che altri, non me, hanno colpevolmente preso sottogamba fin dai due passi falsi settembrini, l'inizio dell'incubo. Ed è giusto ribadire, visto che già l'ho scritto, quanto sia stata discutibile la gestione di questo disgraziato finale di girone. Dalle formazioni iniziali alle scelte in corso d'opera, sorvolando su episodi come quello del terzo rigore decisivo lasciato battere a Jorginho. Ieri, nell'ultimo quarto di gara, in campo c'era il caos, con una quantità abnorme di punte ed esterni offensivi che sono andati a intrupparsi nell'affollata terza linea verde, partorendo il nulla: non è certo questo il modo di aiutare Scamacca a crescere (come poteva realizzare un qualche exploit in quel contesto?), né si fa un favore a Belotti continuando a riproporlo in un momento in cui fa fatica, per questioni prettamente fisiche, anche in Serie A. Ma soprattutto, intasare lo schieramento con punte a go go è la classica mossa della disperazione di chi non riesce a trovare il bandolo della matassa, e da Mancini mi aspetto ben altro. 

POCO GENIO E IL FALLIMENTO DELL'ATTACCO LEGGERO - Nemmeno l'innesto di Cristante per Tonali è stato una genialata. Il milanista era gravato da un'ammonizione, d'accordo, ma con lui in campo il reparto di mezzo ha girato discretamente, pur se non ai livelli pre e durante Europei, mentre col romanista si è sposata una scelta muscolare che ha ulteriormente tolto linearità e imprevedibilità a una fase di impostazione già asfittica. Insomma, la sensazione è che latitino le intuizioni anche nella guida tecnica, come dimostra la cocciutaggine nell'insistere sul modulo senza punte "pesanti" che sta infilando fallimenti in serie, partita dopo partita. In questo clima crepuscolare si è intristito perfino Chiesa, poco ficcante, poco ispirato, troppo fumoso. Che sta succedendo? 

CRESCITA MENTALE MANCATA, IL FALLIMENTO PIU' GRANDE - Non crisetta ma crisi vera, ripeto: un malessere che ha radici profonde, nella testa dei giocatori, nell'impostazione tattica, nella capacità di produrre gioco, in un "manico" non più tanto sul pezzo. Ma l'aspetto più grave, la sconfitta più dolorosa, è che il trionfo continentale, ottenuto in maniera assolutamente meritata, non abbia fornito ai campioni quel'autorevolezza internazionale, quella cattiveria, quel "pelo sullo stomaco" che porta le grandi squadre a cavarsi d'impaccio nelle situazioni più intricate, a far risultato anche senza meritarlo; sono bastate le prime contrarietà per creare sofferenza psicologica, ansia da prestazione, paura di non farcela. Inaccettabile. 

I NOMI PER USCIRNE - Si è liberi di pensare che a marzo Jorginho, Insigne e Chiesa, per citare alcuni dei più deludenti nelle ultime uscite, come d'incanto possano rifiorire fino a portarci in Qatar. Personalmente penso sia meglio pararsi le spalle e fare scelte più coraggiose. E torniamo al discorso iniziale: non repulisti da rivoluzionari, ma nemmeno deleterio immobilismo. Rinnovamento nella continuità ci vuole, qualche ritocco da apportare pescando in un mazzo di carte che già sono affidabili o lo saranno presto: insistere su Tonali, lanciare Calabria e magari Dimarco, incrementare la fiducia nei confronti di Lollo Pellegrini e di Gianluca Mancini, riscoprire Zappacosta, Pessina, il fragile Sensi, Politano, dare un palcoscenico europeo a Bastoni, Castrovilli, Zaniolo, Scamacca, Kean e Raspadori. Come si vede, non si tratta di salti nel buio, ma di elementi il cui valore è ben noto a Mancini, alcuni di essi già da tempo nel giro azzurro. E, fra i "grandi vecchi", recuperare Spinazzola e Verratti, queste sì assenze pesanti, come sta pesando, piaccia o no, quella di Immobile, che ad esempio in Irlanda sarebbe servito come il pane. Una manata di bianco, una rinfrescata che servirebbe anche da stimolo per alcuni titolarissimi forse troppo sicuri del posto. 

IL SORTEGGIO NON CONTA - Ma il tempo stringe, i test match a disposizione saranno giusto un paio, a gennaio, e i playoff nuova formula sono una roulette russa. Una cosa deve essere ben chiara: non sarà un problema di sorteggio e di abbinamenti. La vera Italia targata Mancio, anche solo l'80 per cento di quella che ci ha fatto stropicciare gli occhi all'Europeo, può farcela benissimo pure contro Russia e Portogallo; l'Italia degli ultimi incontri è destinata a patire anche contro Austria (già successo a Wembley, peraltro), Ucraina, Galles e Macedonia. Il problema siamo noi, non chi ci troveremo davanti. Ripartiamo da questa consapevolezza e da un'analisi spietata dei nostri errori a cui nessuno dovrà sottrarsi, cittì in testa. Il quale, se mi è consentito, potrebbe anche evitare di sottolineare che, comunque, "Noi ai Mondiali ci andremo". A parte che certe uscite ricordano sinistramente il peggior Ventura, siamo tutti adulti e vaccinati e non abbiamo bisogno di rassicurazioni che oltretutto non rassicurano per nulla, visti gli esiti del campo. Ci vogliono fatti, perché il secondo Mondiale consecutivo mancato sarebbe la fine di "questo" calcio italiano. 

sabato 13 novembre 2021

QUALIFICAZIONI MONDIALI: ITALIA-SVIZZERA 1-1. GLI AZZURRI E MANCINI SONO RIMASTI A WEMBLEY, GESTIONE INACCETTABILE DEI MOMENTI TOPICI. URGE RINFRESCARE LA FORMAZIONE

Tradimento azzurro. Non avrei mai pensato di dover usare espressioni così forti nei confronti dell'Italia di Mancini. Non così presto almeno. Ma anche le storie più belle prima o poi finiscono. Perché la realtà dei fatti questo dice: la Nazionale europea si è dissolta in questo freddo e grigio autunno, non esiste più, ed è opportuno prenderne atto prima che sia troppo tardi. Il dopo Wembley è stato fin qui una via crucis, un viaggio doloroso attraverso tappe opache, deludenti, discutibili: tolti il 5-0 alla Lituania, che fa relativamente testo, e l'acuto col Belgio, in quella che qui ho definito poco più di un'amichevole di prestigio, abbiamo assistito al ko interno con la Spagna, contraddistinto da fasi di gioco quasi umilianti, e a tre pareggini che equivalgono ad altrettante mezze sconfitte, se è vero che hanno fatto pericolosamente impennare la strada verso il Qatar. 

Già i due passi falsi settembrini di Firenze e Basilea avevano fatto suonare chiari allarmi, che su queste pagine erano stati prontamente sottolineati ma che troppi avevano preso sottogamba. Ora, se è vero che tre indizi fanno una prova, qui di indizi ne sono stati accumulati decisamente di più, fino all'abisso di ieri sera, alla "partita dell'anno", così l'aveva pomposamente battezzata il CT (dimenticando che  le nostre partite dell'anno si sono giocate in luglio), approcciata in maniera che definisco soltanto approssimativa, per carità di patria, e che si è sviluppata sotto i nostri occhi come sappiamo. 

COME BEARZOT - La sensazione, da parte mia, è netta: il Mancini post Londra somiglia pericolosamente al Bearzot post Mundial '82. Bobby-gol è rimasto fermo a quell'impresa, la sua foga opportunamente innovatrice si è placata, la sindrome della riconoscenza e della fedeltà al gruppo storico lo hanno incatenato come accaduto al suo mitico predecessore. Non saprei spiegare in altra maniera il surreale schieramento iniziale di Roma, con un Barella uscito malconcio dal derby, con Belotti a scartamento ridotto dopo il lungo infortunio e sì e no al 30 per cento delle proprie possibilità, con un Insigne che in questa prima parte di stagione si è costantemente dimostrato poco "a fuoco" in rappresentativa. 

Non è un caso che i pochi sprazzi degni di nota, all'altezza di una compagine campione continentale, si siano manifestati all'ingresso in campo di Tonali, svettante nel reparto di mezzo, e Berardi, guizzante e propositivo. Due che dovevano essere dentro da subito, come Calabria e Raspadori, entrati a giochi ormai fatti: e se è vero che la minuscola punta del Sassuolo continua a incidere poco nei match di alto livello con la Selezione, è altresì innegabile che forse bisognerebbe puntare su di lui (o su Kean, o su Scamacca) fin dall'inizio, perché giocando pezzettini di partita risulta giocoforza più impervio l'inserimento in un meccanismo tattico comunque complesso come il nostro. E, stante la penuria drammatica di attaccanti di peso, non possiamo permetterci di vivacchiare nell'attesa della maturazione di Lucca, che promette tantissimo ma al momento è soltanto al primo anno di Serie B. 

IL POLSO DELLA SITUAZIONE - Il cittì, lo ribadisco, sembra prigioniero di un sogno, il nostro bellissimo sogno estivo. E' rimasto inchiodato sulla panchina londinese. Perché un allenatore che abbia il polso della situazione, all'89esimo minuto, o urla a squarciagola o entra in campo per strappare il pallone dalle braccia di Jorginho e affidarlo a qualcun altro, che sia Berardi, Bonucci, Chiesa o addirittura Tonali. "Si sentiva di tirarlo", quel rigore, si è detto a fine gara. Già: in genere i calciatori si sentono di fare tutto, anche l'impresentabile Barella di ieri si sentiva di restare in campo, e del resto la storia è piena di pugili che si sentivano di restare sul ring e poi sono finiti all'ospedale massacrati di pugni. Un trainer, a questi livelli, non può affidarsi mani e piedi al "sentiment" dei suoi atleti. E non mi si venga a dire, per favore, che comunque l'italobrasiliano resterà il rigorista principale della squadra. Sono convinto che così non sarà, perché le gerarchie non sono immutabili, e in tal caso potevano essere cambiate con congruo anticipo; se invece così sarà, attendo con curiosità di vedere cosa accadrà dopo un eventuale quarto penalty decisivo sbagliato. Come se dare un paio di turni di riposo sulle massime punizioni fosse un'offesa o una diminutio. 

PASSI INDIETRO RADICALI - Chiaro, poi, che l'episodio del tiro dal dischetto mandato alle stelle rappresenti solo la punta dell'iceberg, però è sintomatico di uno stato di disagio che parte dalla panchina per trasferirsi a tutta la squadra. Ed è evidente che, al ritorno in campo dopo l'indimenticabile trionfo di pochi mesi fa, il Club Italia abbia fatto passi indietro sotto ogni profilo: tecnico, tattico, atletico, e soprattutto mentale. Ritmo, brillantezza, precisione, ferocia, continuità non sono più quelli dei primi tre anni di questa gestione. Le ragioni? Onestamente non saprei. Se è vero che si è già manifestato un qualche appagamento inconscio, il tradimento sta soprattutto qui, perché l'Italia europea, al contrario di quella mundialista del 1982, non è una compagine al capolinea, sulle soglie dell'anzianità, ma, a parte pochi elementi (Bonucci e Chiellini soprattutto) ancora sostanzialmente giovane e quindi, in teoria, con la fame giusta per poter inseguire altri traguardi. Anche perché dopo l'Euro ci sarebbe il Mondiale, non proprio un torneo di dopolavoristi, e gli stimoli dovrebbero sorgere in automatico. 

RINFRESCARE LA FORMAZIONE: SI PUO' - Ma tant'è, ripeto: l'ItalMancio, l'Azzurra d'assalto che abbiamo conosciuto e apprezzato dall'autunno 2018 in poi, non c'è più. Forse è solo un momento, forse i Jorginho e gli Insigne ritroveranno l'inesorabilità di un tempo, ma al momento la cruda realtà è questa. E quando all'inizio ho detto che "è opportuno prenderne atto prima che sia troppo tardi" non mi riferivo certo a soluzioni drastiche, a repulisti vari, ci mancherebbe: Mancini è saldo in sella e merita il nostro appoggio (non incondizionato, però), la rosa da lui costruita fornisce ancora, in larga parte, buone garanzie. Semplicemente, si chiedono quei correttivi di formazione che l'attuale bacino azzurro consente: nonostante gli ultimi rovesci abbiano ridato fiato ai boccheggianti contestatori a oltranza, quelli per cui i calciatori italiani sono scarsi a prescindere (incredibile: nemmeno un meritato titolo europeo li ha tacitati), dietro ai campionissimi c'è una manciata di elementi in grado di sostituire (momentaneamente o definitivamente) certi abulici titolari senza farli troppo rimpiangere, e i nomi per il ricambio graduale, personalmente, ho cominciato a farli addirittura nel commento post Inghilterra-Italia, quindi personalmente la coscienza l'ho a posto. 

VANTAGGIO NOSTRO? SOLO SULLA CARTA - Restando all'attualità stringente, non sono indotto a ragionare sul futuro immediato con troppo ottimismo. Sarà per la rabbia che ha suscitato in me la prestazione di ieri, rabbia che, giuro, non provavo da Italia-Svezia, ma non mi sento di dar troppo credito a chi dice che abbiamo ancora il coltello dalla parte del manico, grazie ai due golletti di vantaggio nella differenza reti. I numeri dicono questo, certo, ma il campo sta dicendo altro: ossia che la squadra in vantaggio di classifica e psicologico, ossia la nostra, sta mostrando enorme disagio, come se fosse lei a dover rincorrere, mentre gli svizzeri inseguitori giocano in scioltezza e con atteggiamento positivo. Anche questo si è detto: un'Italia schiacciata dalla responsabilità di dover vincere. A parte che un'affermazione del genere è risibile, se applicata a una rappresentativa campione continentale, se fosse vero sarebbe un ulteriore tradimento, perché vorrebbe dire che Euro 2020/21 non ha dato a questo gruppo quella personalità internazionale che serve anche per tirarsi fuori dai guai nelle serate peggiori, e per vincere partite pur senza meritarlo, come quella di ieri. 

Quindi: per la classifica siamo ancora avanti noi, mentalmente la situazione in mano, piaccia o meno, l'hanno gli uomini di Yakin. Che hanno strappato due punti ai rivali freschi di gloria, hanno segnato in casa loro (anche questo potrebbe contare, alla fine), hanno evitato due sconfitte in maniera anche rocambolesca e ora si trovano di fronte a un impegno casalingo tutto sommato semplice, contro la modestissima Bulgaria che noi non siamo riusciti a piegare. E' vero, l'Italia vola a Belfast ad affrontare un team anch'esso di mediocre qualità, ma gioca in trasferta, fatto non trascurabile, e dovrebbe imporsi con un discreto scarto di reti (almeno tre, mi vien da dire) per mettersi al riparo da eventuali goleade elvetiche che purtroppo, al momento, non mi sento di escludere. 

OTTIMISMO? DI FRONTE A CERTE PRESTAZIONI... - Il punto è questo: l'Italia attuale è in grado di vincere nitidamente in Nord Irlanda? Sinceramente ho i miei dubbi. Il match di ieri non ha offerto spunti incoraggianti. Già si è detto dei momenti topici gestiti in maniera superficiale: non solo il rigore, ma anche il contropiede "infantilmente" preso, che ha poi prodotto la rete di Widmer. Ma in quel terrificante primo tempo, i rossocrociati hanno scherzato col centrocampo azzurro, facendolo quasi a fette con le loro veloci incursioni, recuperando palloni e manovrando in velocità, ciò che noi non sembriamo più in grado di fare. Sono naufragati tutti, lì in mezzo, e anche peggio sono andate le cose in avanti, con il trio di punta assente ingiustificato, non un guizzo, non una conclusione pericolosa; uniche occasioni per Barella, che non ha saputo ribadire in gol da pochi passi dopo un tiro di Jorginho smorzato da Zakaria, e per Di Lorenzo, che ha messo dentro di testa su punizione di Insigne. Schema elementare, da preistoria del calcio, utilizzato più o meno da tutti in ogni epoca, ma che ieri qualcuno ha esaltato come capolavoro covercianese. Mah...

TONALI E BERARDI SEMPRE DENTRO - Qualcosa di più si è visto nella ripresa, soprattutto, lo si è detto, dopo gli ingressi di Tonali e di Berardi, che ora come ora dovrebbero essere sempre nell'undici titolare. Un bel tiro di Insigne deviato da un difensore, sul quale Sommer si è salvato neanche lui sa come (il portiere elvetico è bravo ma, va detto, anche molto fortunato, e prima o poi la fortuna gira...), un'occasionissima per Chiesa che si è trovato nelle condizioni migliori per battere a rete ma ha orrendamente alzato sulla traversa, e poi lo sciagurato rigore che si era procurato abilmente l'ispirato Berardi. Non molto, come si vede. Dove è finita l'abbondante produzione offensiva del Club Italia? Ora i nostri manovrano e toccheggiano senza trovare sbocchi, si muovono attorno all'area avversaria senza riuscire a mettere nei sedici metri finali palloni davvero insidiosi, cincischiano, concludono poco, e mancano anche di precisione, facendo morire sul nascere costruzioni potenzialmente ricche di sviluppi. Tutto questo, senza dimenticare che gli ospiti avrebbero potuto piazzare il ko con Okafor subito dopo lo 0-1, e mandarci anticipatamente agli spareggi nel finale, con il mancato tocco in rete di Zeqiri dopo svarione di Donnarumma. 

Ecco, questo è  accaduto in una gara affrontata in buonissime condizioni di partenza, se non proprio ideali, con il destino serenamente nelle nostre mani. Dopo una prova del genere si può essere ottimisti? Insomma... Ricordiamo che, se siamo ancora primi per una strettissima incollatura, lo dobbiamo ai tre 2-0 consecutivi di inizio anno, mentre il trend recente fa tremar le vene ai polsi. L'Italia può vincere largo, lunedì, se ritrova le antiche misure di gioco: ritmo, rapidità, continuità di azione e velocità di esecuzione, precisione nei passaggi e nella battuta a rete. Ovvero, tutto quello che da settembre ad oggi non è stato quasi mai fatto. Si può cambiare pelle in tre giorni? Sì, ma solo rinfrescando la formazione. Nel momento attuale, sperare in reazioni d'orgoglio dei leoni feriti mi pare esercizio puramente fideistico, senza fondamento tecnico. 

lunedì 31 agosto 2020

FINALMENTE TORNA LA NAZIONALE. IL CLUB ITALIA È IL MODELLO DA CUI RIPARTIRE DOPO IL DECENNIO ORRIBILE DEL NOSTRO CALCIO: VEDIAMO PERCHÉ

                              Chiesa e Jorginho, simboli del nuovo corso azzurro (foto Guerin Sportivo)

Finalmente il cielo del calcio italiano torna a tingersi d'azzurro. Sarà anche una metafora un po' usurata, ma sentir di nuovo parlare di Nazionale dopo dieci mesi è una boccata d'aria fresca. Era tempo, anche per la salvaguardia di uno dei pochi patrimoni tecnici rimasti al nostro movimento: l'atmosfera attorno alla Selezione stava infatti cominciando a farsi pesante, per via di certe voci riguardanti un raffreddamento di Mancini in seguito ai contatti Gravina - Lippi (contatti incauti e intempestivi, si può dire?). Meglio quindi che si ritorni a ragionare di cose di campo, e a giocare... La Nations League bussa alle porte: un test importante, per quanto svalutato da surreali modifiche regolamentari che hanno cancellato le retrocessioni della prima edizione, cioè il vero "sale" della neonata manifestazione. 

DECENNIO DA INCUBO - Ma non importa, perché, per noi, in ballo c'è molto di più dell'esito finale del torneo. Siamo agli sgoccioli del decennio più orribile della storia calcistica italiana: dieci anni senza che un club tricolore sia riuscito a portare a casa uno straccio di coppa europea; dieci anni costellati di magre figure azzurre, col culmine della mancata qualificazione al Mondiale russo; dieci anni di regressione non tanto in termini di qualità del materiale umano (che c'è stata, ma non così netta come direbbero i risultati) quanto economica, progettuale e organizzativa, col crimine della assoluta trascuratezza dei vivai coniugata con l'esterofilia più ottusa di sempre: ottusa e controproducente, non è un'opinione ma un dato di fatto, vista la perdita di competitività internazionale del sistema calcio - Italia. 

I QUATTRO ESEMPI DA SEGUIRE - Ebbene, al termine di questa decade da incubo, abbiamo un disperato bisogno di ripartire, e una ripartenza seria non può che prendere le mosse dagli unici esempi sani proposti dall'italico football agli alti livelli: l'Atalanta come modello di programmazione complessiva a lungo termine; il Milan per il coraggio di puntare sulla gioventù nostrana (Donnarumma, Conti, Romagnoli, l'ultimo arrivato Gabbia, e ora l'enfant prodige Tonali, se l'acquisto andrà in porto); la tanto bistrattata Inter, ebbene sì, se non altro perché ha raggiunto la finale di Europa League con un gruppo in cui ha assunto un'importanza notevole un mini nucleo di giocatori indigeni (Bastoni e Barella soprattutto, ormai consolidate certezze, con contributi importanti anche di Gagliardini e D'Ambrosio); e la Nazionale, appunto, che deve tornare a essere il principale volano dello sviluppo del nostro football. Anche perché fra 2018 e 2019 Mancini ha posto basi importanti, con una politica che ha concretamente sposato la linea verde e un modo più moderno di concepire il gioco. In pochi mesi abbiamo visto sbocciare una squadra nuova di zecca, capace di cercare il risultato attraverso una manovra piacevole e propositiva. Dell'abbordabilità del girone di qualificazione europeo si è già ampiamente parlato: indiscutibile, così come è innegabile che, in un passato anche recente, selezioni azzurre ben più referenziate abbiano penosamente stentato contro avversarie altrettanto se non più modeste. 

CONVOCAZIONI FIUME: I PRECEDENTI - La verità è che si riparte da un filotto di dieci sonanti vittorie (più una in amichevole) e da un progetto credibile. Si discute in queste ore delle convocazioni-fiume del Mancio, ben trentasette i chiamati, e non mancano le perplessità in merito. Un modus operandi che invece, personalmente, mi trova assolutamente d'accordo. Facciamo un po' di storia: il primo a percorrere questa via fu Arrigo Sacchi negli anni Novanta, ma, più che altro, per una affannosa e tormentata ricerca di uomini che si adattassero il meglio possibile ai suoi rigorosi disegni tattici. In seguito, invece, la Nazionale "allargata" è divenuta quasi una necessità, dettata da varie motivazioni. Dopo il fiasco nippo-coreano del 2002, Trapattoni decise di aprire le porte di Coverciano a seconde e terze linee: entrarono in gruppo fra gli altri Legrottaglie e Nervo, Perrotta e Camoranesi, Corradi e Di Natale, gente fin lì trascurata nonostante un rendimento sempre elevato, magari con la sola colpa di non militare nelle big metropolitane. Il Trap lo fece perché i titolarissimi extra lusso stavano segnando il passo, e la sua squadra, dopo aver fallito l'appuntamento iridato, rischiava di restare fuori anche dall'Europeo portoghese. I nuovi arrivati portarono voglia di emergere e indubbie qualità, e furono anche un pungolo per i "grandi", che ripresero ad esprimersi al meglio delle loro potenzialità. 

In seguito, nelle sue due gestioni, Marcello Lippi schierò più volte delle Nazionali "sperimentali", con largo utilizzo di emergenti e di esponenti  delle cosiddette "provinciali" (Mesto, Langella, Brienza, Di Michele, Foggia, Pellissier...) affinché il maggior numero possibile di calciatori di Serie A potesse sognare l'azzurro, accentuando così la voglia di migliorarsi dei singoli e il clima competitivo fra di loro, con benéfici effetti sia sul livello tecnico del campionato sia sul ventaglio di scelte a disposizione del cittì, che poteva pescare in un bacino sempre più ampio di elementi all'altezza dei palcoscenici importanti. 

Esempio che fu poi seguito anche da Prandelli, ma in un'ottica diversa: con le formazioni dei club già ingolfate di stranieri, si rendeva necessario offrire spazio in azzurro a ragazzi validi che quello spazio faticavano a trovarlo nelle società di appartenenza. Giovanissimi convocati prima di aver maturato un cospicuo minutaggio con il club (ricordo Perin e De Sciglio), al fine di forzarne la maturazione: una situazione per certi versi paradossale, che in tempi normali sarebbe stata inaccettabile ma che da allora è divenuta essenziale per costruire la caratura internazionale di tanti giovani di casa nostra, ricchi di talento ma impossibilitati a crescere in un campionato malato di esterofilia. E qui si torna al decennio terrificante che ci stiamo lasciando alle spalle: quanti ragazzi di assoluto valore ed enormi prospettive sono stati bruciati verdi per mancanza di pazienza da parte di tecnici e dirigenti! 

IL PIANO: PAZIENZA COI BABIES E SPAZI AZZURRI CONTRO L'OSTRACISMO DEI CLUB - Ecco dunque perché Mancini sta lavorando su una base azzurra così larga. Questi i concetti essenziali: vivere la rappresentativa e i suoi impegni per diventare giocatori da ribalta europea e mondiale, ciò che non potrà mai accadere giocando (a volte anche poco, oltretutto) in squadre di club dagli orizzonti limitati, e che pagano le loro poco lungimiranti politiche con ripetute figuracce fuori dei confini. Dei titolari o semi-titolari delle compagini di massima divisione, diciamo 15-16 elementi per squadra, gli italiani sono attorno al 40 per cento (calcolo fatto un po' a spanne, ma non lontano dalla realtà): il campo di scelta è risicatissimo, tenendo conto che difficilmente è convocabile chi milita in formazioni di bassa classifica (nelle quali si concentrano in massima parte i calciatori indigeni), e in una situazione del genere gli azzurrabili bisogna un po' anche costruirseli, valutando un ampio numero di uomini e azzardando su verdi speranze dal curriculum ancora scarno... 

E poi la pazienza coi giovani, da aspettare, costruire, perfezionare, e non da buttare via dopo i primi passi falsi: ecco dunque la rinnovata fiducia a Kean, reduce da una stagione fallimentare ma che deve solo essere disciplinato sul piano caratteriale, "smussato", perché ha classe da vendere e lo aveva già dimostrato nel suo perentorio esordio in Nazionale; ecco il coraggioso lancio di Luca Pellegrini; e riecco Zaniolo, che, secondo alcuni, dopo l'incidente... comportamentale dell'Euro Under 21 casalingo era già un calciatore finito, e che invece è ritornato più forte che mai, pronto anzi a diventare uno dei simboli di questa nuova generazione all'insegna della speranza. E ancora l'imberbe Tonali, su cui è giusto continuare a insistere nonostante qualche battuta a vuoto in campionato (comprensibile in un Brescia allo sbando), il ritrovato Caldara dell'ultima Atalanta, gli strepitosi Bastoni e Barella offerti dalla stagione interista, la giusta considerazione per Sensi, bruscamente frenato da guai fisici ma meritevole di attesa per quanto di buono, anzi ottimo, fatto vedere in azzurro l'anno passato. Il CT ha avuto anche la giusta attenzione alle indicazioni di una Serie A pur anomala come quella da poco finita: la conferma di Lasagna, attaccante fra i più positivi del dopo lockdown, l'esordio di Ciccio Caputo e uno Spinazzola dalle quotazioni in rialzo, alla luce degli ultimi confortanti mesi romanisti, senza dimenticare Locatelli, regista affidabile, continuo e dai piedi buoni; mancano Pessina e un Berardi che sembra finalmente essersi lasciato alle spalle i suoi irritanti alti e bassi, ma arriverà anche il loro momento.  

I NUOVI PUNTI FERMI DEL CLUB ITALIA - Parliamoci chiaro: questo Club Italia è un piccolo miracolo. Merito del caro vecchio Bobby-gol sampdoriano, certo, ma anche delle potenzialità inesauribili di un vivaio storicamente di prim'ordine, che può vivere fisiologiche fasi di stanca ma che, nonostante la mancanza di investimenti, il disinteresse, l'ostracismo verso le nuove generazioni, anche in questi ultimi sventurati anni ha saputo sfornare prospetti di livello. Perché non si perdano per strada, il ruolo della Nazionale sarà fondamentale, come lo è già stato per la crescita di Donnarumma, Di Lorenzo, Lollo Pellegrini, Barella (pluri-citato in questo articolo, ma è uno degli azzurri del momento), ormai punti fermi come un Acerbi non più di primo pelo ma all'apice della carriera, come Jorginho, Verratti e Insigne, campioncini fatti e finiti. Ricominciamo, dunque, con la massima fiducia. 

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà. 

giovedì 20 giugno 2019

EURO UNDER 21: ITALIA SFORTUNATA E OPACA CONTRO UNA POLONIA CHIUSA A RICCIO. ORA TUTTO SI COMPLICA

                                        Zaniolo, ieri deludente (foto Guerin Sportivo)

Siamo alle solite. La sindrome azzurra della seconda partita ha colpito ancora, ormai più prevedibile dell'uscita di un tormentone estivo di J-Ax o di Takagi & Ketra. Ciò non toglie che ogni volta faccia rabbia, terribilmente rabbia. Si era superato, in qualche modo, l'ostacolo di gran lunga più insidioso del girone per qualità tecniche e tradizione, e si crolla di fronte a una Polonia poco più che mediocre. Di certo c'è che la nostra Under 21 sta seguendo, in questo Europeo casalingo, un sentiero quantomai bizzarro: ha distanziato di due gol la forte Spagna senza brillare sul piano del gioco, anzi, poggiandosi in gran parte sullo stato di grazia di Chiesa e su quella rabbia agonistica che le nostre rappresentative sanno spesso tirare fuori nei momenti difficili; sull'onda dell'entusiasmo, è riuscita a perdere una gara che i polacchi non hanno comunque meritato di vincere, giocando un calcio vecchio e persino irritante, un catenaccio estremo e insistito, con la squadra abbarbicata a ridosso della difesa, gli spazi intasati, perdite di tempo plateali che l'arbitro è riuscito solo in parte a frenare. 
POCO GIOCO, TANTE OCCASIONI - I biancorossi hanno vinto sfruttando una palla gol sulle due costruite in totale, profittando di un rimpallo fortunoso su punizione con susseguente tiro di Bielik carambolato sul palo prima di finire in fondo al sacco. Parlare dunque di fortuna è doveroso, e non deve suonare offensivo per i nostri avversari, perché in questi tornei brevi la Dea bendata recita spesso un ruolo decisivo. La sliding door dell'incontro c'è stata pochi minuti prima dell'intervallo, quando Orsolini ha finalizzato un bello spunto personale col sinistro del pareggio: disdetta, metà del suo corpo era in fuorigioco e annullamento ineccepibile, certo, ma c'è di che mordersi le mani, perché con l'1-1 ottenuto in quel momento avremmo di certo assistito a un secondo tempo diverso. 
Prima e dopo quell'episodio, i ragazzi di Di Biagio hanno costruito paradossalmente più di quanto fatto nel match d'esordio: ci sono state due occasioni d'oro per Chiesa, neutralizzate da Grabara con tuffi da campione, Mandragora ha sprecato clamorosamente una sorta di rigore in movimento su assist dello scatenato Federico,  e nella ripresa hanno avuto buone opportunità Bastoni e Pellegrini su azioni susseguenti ad angolo; a corollario, una sequela di tiri dalla distanza quasi sempre fuori bersaglio, i più pericolosi dei quali da parte del subentrato Tonali, di poco alto, e del citato Pellegrini, che ha colpito il palo. 
CI SONO I GIOCATORI, LA SQUADRA LATITA - Ribadiamo, dunque, che per la mole di opportunità prodotta dai nostri e per la pericolosità, al cospetto di quanto fatto da Jagiello e compagni, il pari ci stava tutto. Ciò non toglie che, sul piano della qualità della manovra, la prova dell'Italia sia stata del tutto incolore, così come lo era stata, e l'avevo sottolineato, nel pur vittorioso vernissage. Del resto, lo si sapeva: questa Nazionale era un'incognita, in quanto reduce da due anni di amichevoli con risultati non certo rassicuranti. Ha classe, talento ed esperienza in dosi che da tempo non si vedevano, ma rimane, al momento, un insieme di ottimi prospetti, non una somma di valori. E' un team che va a folate, che si regge molto sugli spunti personali degli elementi più dotati (ed è già un progresso, ci mancherebbe, rispetto a certe edizioni recenti dell'Under drammaticamente a corto di argomenti tecnici), ma non mi pare di scorgere un filo logico, un'idea di gioco costante, un canovaccio tattico a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. 
NON TUTTI SONO DI LIVELLO INTERNAZIONALE - Latita anche la capacità di cambiare in corsa, una volta preso atto dell'atteggiamento dell'avversario e dei propri limiti: si è continuato pervicacemente a crossare nel mezzo, per la felicità dei difensori e del portiere polacchi. Strategia ancor più suicida se si pensa che, fin dall'inizio, si era palesata l'enorme difficoltà dei nostri esterni bassi nel mettere palloni giocabili in area. E qui si aprirebbe un altro capitolo: la mole di traversoni sbagliati, soprattutto da Dimarco, ha mostrato che non tutti, in questa selezione, sono all'altezza sul piano della... bontà dei piedi: ragazzi come il citato Dimarco e Adjapong non sono ancora di statura internazionale, e non c'è nulla di male perché hanno tutto il tempo per diventarlo, ma scoprirlo nella fase finale del torneo preparato da due anni fa abbastanza male, perché non c'è più il tempo per sperimentare soluzioni alternative. 
CERCASI KEAN E ZANIOLO - Prova inquietante anche sotto gli aspetti psicologico e fisico, perché nell'ultimo quarto d'ora dell'incontro, dopo il legno colpito da Pellegrini, cioè proprio quando vi era la necessità di alzare i ritmi e di portare il forcing per stringere i tempi, gli azzurrini si sono come dissolti, andando al passo e non dando più, fino al termine, l'impressione di poter raddrizzare la situazione. Visto che manca il collettivo, ci vorrebbero prestazioni sopra le righe dei nostri big per fare strada, ma finora il solo Chiesa ha fatto in pieno il suo dovere; Pellegrini e Barella sono andati a corrente alternata, pur facendo balenare il loro talento e l'intelligenza tattica, mentre deve di fatto ancora iniziare il torneo di Kean e, soprattutto, Zaniolo, il cui ingresso in campo ieri ha addirittura abbassato l''incisività di una manovra già faticosa. Insomma, è incredibile scriverlo dopo il successo sulla Spagna, ma il quadro si è fatto fosco: si può ancora passare il turno, ma a questo punto, oltre al fatto che il successo sul Belgio è tutt'altro che scontato, siamo in balìa di complicati calcoli algebrici (frutto di una formula cervellotica, ma lo si sapeva dall'inizio e occorreva regolarsi di conseguenza) e dei risultati degli altri, quanto di più frustrante possa esistere nello sport. Non era questo che sognavamo, per l'Europeo sui campi di casa.