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martedì 11 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: ITALIA ALL'ANNO ZERO DOPO IL KO IN PORTOGALLO. SI SALVANO SOLO DONNARUMMA, CALDARA E ROMAGNOLI


Mettiamola così: la difesa parrebbe (grosso modo) a posto almeno in tre elementi su cinque, il centrocampo è inesistente, l'attacco velleitario e inconsistente. Ci troviamo dunque quasi a un terzo del lavoro di ricostruzione della Nazionale. Non male, dopo appena cinque gare della gestione Mancini. C'è un pizzico di amaro sarcasmo in queste parole, lo ammetto, ma anche un fondo di verità. Perché, al punto in cui siamo, bisogna accontentarsi dei piccoli passi, dei progressi quasi impercettibili che, partita dopo partita, emergono dal grigiore di prestazioni globalmente insufficienti. Siamo all'anno zero, inutile negarlo. Il Club Italia è nel mezzo del tunnel, ben lontano dall'uscita. Ripropongo il paragone, azzardato nel precedente post, con l'era Bernardini (la più ardita, rivoluzionaria e fruttuosa rivoluzione azzurra che si ricordi) e col "buco nero" di risultati seguito alla mancata ammissione al Mondiale '58. Cosa vuol dire? Vuol dire che, salvo improbabili impennate, ci attende una lunga fase interlocutoria, con la Nazionale in "laboratorio" o, come scritto sabato, in bacino di carenaggio. 
SCONFITTE PER MATURARE - Delle difficoltà cui deve far fronte Bobby Gol per affrontare questa delicatissima congiuntura abbiamo già detto: aggiungiamoci la necessità di sperimentare e far ruotare uomini, alla ricerca della formula giusta, nel bel mezzo di un torneo ufficiale che prevede addirittura la retrocessione in una "Serie B" europea, eventualità niente affatto remota, per noi, dal basso del nostro unico punticino in due incontri. La Nations League, han detto tutti, è nata soprattutto per ridurre al minimo le amichevoli, considerate perlopiù inutili. E invece proprio di amichevoli, dei cari vecchi test match di una volta, avrebbe bisogno oggi questa squadra senza identità, per rigenerarsi gradualmente, riacquistare coraggio, assumere una certa quadratura, trovare un blocco fisso attorno al quale ruotare di volta in volta le restanti pedine. Ma tant'è, nulla ci si può fare, e allora prepariamoci a inanellare sconfitte ed esperienza, come la pallida Azzurra del '74/75, quella di Fuffo, per l'appunto: un'Italia nuova di zecca che inevitabilmente fallì la qualificazione agli Europei '76, sciorinò prestazioni sconcertanti quanto quelle attuali, ma lanciò giovanotti come Gentile, Rocca, Antognoni e Graziani, bollati da implacabili giudizi critici come elementi non all'altezza del glorioso passato della rappresentativa. Consultare gli archivi online dei quotidiani per credere. 
DA BROCCHI A CAMPIONI? - Nessun paragone irriverente, da parte mia, fra quei super atleti e gli spauriti nazionali d'oggidì, beninteso. Era solo per dire che anche fuoriclasse di statura internazionale, molti dei quali destinati al trionfo mondiale dell'82, hanno avuto esordi balbettanti, tanto da sembrare pallide controfigure di campioni. È l'unica luce di ottimismo in mezzo a tanto grigiore. Forse alla fine rimarrò solo a urlare che queste nostre nuove leve non sono così scarse come sembrano, ma ne sono convinto, così come sono convinto che il problema vero sia un altro, cioè l'impossibilità, per l'ultima covata azzurra, di maturare minutaggio nelle sfide di alto ed altissimo livello. Perché non si diventa brocchi dopo aver furoreggiato in tutte le selezioni giovanili (ci può essere semmai una crisi di crescita, un ritardo nella maturazione), non si può esser brocchi se, prima di far fiasco nella Maggiore, si gioca alla grande col club (un esempio per tutti, il Cristante dell'anno passato, per non parlare del Jorginho delle ultime stagioni, o del Verratti del Paris Saint Germain). Ci sono, probabilmente, anche problemi di adattamento tattico, per via delle differenze fra i ruoli ricoperti nelle società di appartenenza e quelli assegnati in Nazionale, ma anche questo è un tributo da pagare alla fase sperimentale avviata dal nuovo cittì, da non prolungare però oltre il dovuto.
DALLA DIFESA LE NOTE POSITIVE - Pazienza ci vuole, tanta pazienza, lo ripeterò fino alla noia. La Nazionale italiana, quella vera, quella con le quattro stelle, al momento non c'è, né potrebbe essere altrimenti dopo lo schiaffo mondiale e dopo il depauperamento del vivaio degli ultimi due lustri. È in corso un casting dagli esiti incerti, ma il Mancio ha del buon materiale: deve solo far quadrare il cerchio. Fosse facile... Guardiamo allora, come detto all'inizio, alle cose da salvare, perché un'analisi del rendimento complessivo della squadra al Da Luz sarebbe sconfortante. Il commento è presto fatto: qualche sporadico lampo, qualche manovra di discreta fattura nella prima frazione (ma le migliori occasioni per i portoghesi), il nulla o quasi nella ripresa, con Andrè Silva a siglare il gol della giusta vittoria rossoverde. Di buono, da parte nostra, c'è stata la conferma ad alti livelli di Donnarumma, con una prestazione anche più convincente rispetto a quella, già positiva, di Bologna. Davanti a lui, Caldara e Romagnoli, pur fra qualche sbavatura, hanno mostrato discreta sicurezza e buon tempismo, chiudendo molte delle falle che si sono aperte davanti alla difesa. Da promuovere, il duo centrale, anche perché chiamato a un compito improbo, com'era capitato ai veterani Bonucci e Chiellini contro la Polonia: esposti a tutte le intemperie da un centrocampo che non filtra, non rilancia, non costruisce. 
SENZA CENTROCAMPO, CONDANNATI ALLA MEDIOCRITÀ - È lì, nella zona nevralgica, il vero dramma dell'Italia, ciò che la pone a distanza siderale dalle migliori espressioni del calcio continentale (lasciamo stare il resto del mondo, per il momento...). In queste prime due uscite stagionali, il reparto si è sciolto come neve al sole: dai citati Jorginho e Cristante a Pellegrini e Bonaventura, fino a Gagliardini, nessuno si è espresso a livelli accettabili. Non si tratta di fuoriclasse, ma di buoni giocatori che hanno in canna colpi sicuramente migliori del pochissimo fin qui mostrato con la casacca tricolore. Palle perse, banali errori di tocco, poche idee, corse a vuoto: è chiaro che su queste basi non si può costruire un gioco plausibile, un complesso compatto e ordinato. Il male azzurro è lì, ben più che in un attacco asfittico.
ATTACCO, QUESTO SCONOSCIUTO - Certo la prima linea non è esente da colpe: manca totalmente di forza penetrativa. In 180 minuti fra Immobile, Belotti, Balotelli e Zaza nessuno si è mai preso la responsabilità della conclusione, del tentativo anche ardito: nel primo tempo i nostri sono anche giunti pericolosamente in area con alcune belle trame in velocità, ma nei sedici metri hanno tentennato, temporeggiato, ceduto il pallone alla ricerca di soluzioni migliori che non esistevano, consentendo alla difesa di casa di piazzarsi con modesto affanno. Quante vere occasioni ci sono state, per i nostri, ieri sera, intendo di quelle che ti fanno gridare al "quasi gol"? La risposta è imbarazzante: potrei metterci il colpo di testa di Zaza nel finale, e poi? 
PROBLEMI ANCHE SULLE FASCE - L'unico a tentare sempre il tiro, a conferma della sua visione "verticale" del campo di cui ho già più volte scritto, è Chiesa junior, incappato però in una serata di scarsa vena, con una conclusione centrale e una ciabattata: ma almeno ci ha provato, senza esitare. A questo siamo ridotti: a plaudire ai tentativi... Dopodiché, lo ripeto, una prima linea, per essere efficiente, ha anche bisogno di una rampa di lancio dietro di sé, e questa Italia al momento non ce l'ha. Latita pure una figura di gioco che sarebbe fondamentale per ampliare il ventaglio di soluzioni offensive e portarci più frequentemente in zona pericolosa, ossia la spinta sulle fasce: Zappacosta e Biraghi a Bologna erano stati troppo timidi, non hanno fatto meglio a Lisbona Lazzari, che ha alternato qualche discreta incursione a troppi blackout soprattutto in fase di contenimento, e Criscito, assai frenato in propulsione e spesso falloso dietro (c'era probabilmente il rigore su Pizzi). 
ULTIMI ESPERIMENTI E POI UN UNDICI BASE - In sintesi: ripartiamo da Donnarumma, Caldara e Romagnoli, aggiungiamoci Bernardeschi e Chiesa visti su buoni standard coi polacchi. Il resto è da inventare. Ci sono ancora ragazzi da sperimentare, i nomi li ho fatti nel precedente post, e gente come Barella, Benassi, Mandragora e Cutrone non potrà fare anticamera ancora a lungo. Sussiste poi la fondata speranza che a ottobre cresca la condizione atletica, tradizionale tallone d'Achille azzurro in settembre e più che mai vitale per una compagine come la nostra, senza picchi di classe a cui aggrapparsi nei momenti no. Li si provi, dunque, dopodiché occorrerà cominciare a tirare le somme, creare uno zoccolo duro e mettere minuti, minuti, minuti di calcio internazionale nelle gambe dei prescelti. Cambiare nove undicesimi di formazione a quattro giorni di distanza lo si può fare adesso, con i conseguenti scompensi, ma le gerarchie andranno chiarite al più presto. 

mercoledì 28 marzo 2018

CLUB ITALIA: DI BIAGIO GIA' AL PASSO D'ADDIO, MALGRADO IL PARI DI WEMBLEY. LA NAZIONALE NECESSITA DI UN COACH DI ESPERIENZA E CARISMA


Di tutto aveva bisogno, la Nazionale italiana, fuorché di questo breve e grigio limbo in cui l'ha precipitata, ancora più del fallimento Mondiale, il caos politico in federazione che ha condotto al commissariamento. A meno di clamorosi sconvolgimenti, al momento impensabili, il fugace interregno di Di Biagio dovrebbe essersi concluso già ieri sera, col pareggio strappato a Wembley, che consentirà forse al gruppo di superare l'impasse psicologico che lo blocca fin dalla fatale sconfitta in Spagna del settembre scorso, e al cittì ad interim di uscire di scena con un risultato indubbiamente di prestigio. 
UN PAREGGIO CHE CAMBIA POCO - Ma la mini - impresa londinese non sposta più di tanto i termini della questione azzurra: sotto molti punti di vista, siamo ancora fermi all'autunno nero, al gioco espresso nella parte finale della gestione Ventura. Basta ricordare partite come quelle con Israele e soprattutto Svezia: allora come oggi, il nostro undici non è un complesso in balìa degli eventi, a tratti sa difendere bene, a tratti sa pure creare occasioni ghiotte in fase offensiva, ma le spreca immancabilmente tutte, o quasi. Come Insigne poteva portare in vantaggio l'Italia a Manchester e raggiungere il pari a Londra ben prima di trasformare il rigore, così Immobile ha mancato più di una palla gol in entrambi i match. Dopodiché, non appena caliamo di intensità, gli altri immancabilmente ci castigano, per due motivi: compagini come Argentina e Inghilterra hanno il killer instinct delle grandi storiche, riuscendo a capitalizzare al meglio il lavoro svolto, e hanno picchi di classe superiori a quelli che possiamo gettare noi sul tappeto (soprattutto i sudamericani). Così, agli avversari di rango basta veramente poco per infilarci, mentre i nostri continuano a fare una fatica bestiale nei sedici metri finali. 
INSIGNE, IMMOBILE, VERRATTI: MISTERI TECNICI - Non è cambiato nulla, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Di Biagio ha deciso di giocarsi le sue scarse chances innovando il giusto e puntando ancora su molti elementi del nucleo "venturiano", che è andato incontro a una disfatta storica per demeriti da ascrivere principalmente al trainer di Cornigliano, non mi stancherò mai di ripeterlo. Dopodiché, occorre farsi qualche domanda sulla metamorfosi  che subiscono in azzurro pedatori del calibro dei citati Immobile e Insigne, nonché Verratti: quest'ultimo si fa costantemente apprezzare quando giostra nel suo club di appartenenza, un club dell'élite europea, per gli altri due l'alibi del crollo di competitività della Serie A nostrana continua a non convincermi, perché non saremo più i capofila, ma abbiamo pur sempre uno dei primi cinque - sei campionati del continente, per validità tecnica; non siamo ancora diventati la Finlandia o la Lettonia, insomma. Possibile che il torneo nazionale sia attualmente così poco allenante?
LAVORARE SU UN PROGETTO BEN DEFINITO - Non è cambiato niente, né poteva cambiare, perché non ha senso un allenatore "a tempo" in questa fase: mai come oggi c'è un disperato bisogno di un trainer coi fiocchi, uno di prima fascia, con le abilità e la personalità necessarie a prendere decisioni anche drastiche, se necessario. Invece si sono gettate al vento due amichevoli enormemente probanti per dare spazio a un piccolo cabotaggio che non porterà da nessuna parte. Non è stato solo un problema di materiale umano: neanche la presenza immediata del condottiero ufficiale, colui che dovrà sperabilmente farci fare bella figura in Nations League per poi qualificarci ad Euro 2020, avrebbe portato a sconvolgimenti totali della rosa, ma una cosa è lavorare su un progetto definito e definitivo, un'altra essere alle prese con due impegni di transizione, utili solo per riprendere confidenza col calcio internazionale e per qualche riscatto personale.
UN GIUGNO "GIOVANE", CON IN PIU' BALOTELLI - Come scrivevo l'altra volta, pretendere rivoluzioni radicali al primo colpo non aveva senso prima di questa settimana azzurra, e non ha senso nemmeno oggi: nell'attesa dei rientri di Caldara e Romagnoli, lasciamo che i Calabria e i Barella portino a termine la loro convincente stagione, che Bernardeschi confermi le buone cose mostrate anche in un contesto più impegnativo come quello della Juventus; poi, magari, potremo vedere all'opera questi ragazzi già nelle ultime gare pre Mondiali (per gli altri...) con Francia e Olanda a giugno, quando già dovremmo avere in panca il nuovo coach. Un coach che abbia il coraggio di operare scelte all'apparenza "controcorrente", in realtà assolutamente logiche come, per dirne una, il recupero di Balotelli, più che mai imprescindibile per rinvigorire le esangui risorse offensive della nostra rappresentativa. 
DA SUBITO ASTICELLA TROPPO ALTA - A proposito di Mario, rispolvero una massima mai passata di moda: ci servono gol, non buone maniere, e la punta del Nizza sa ancora come farli, così come li ha sempre fatti in azzurro, anche di pregevole fattura, e soprattutto quasi sempre decisivi. Con lui, in attesa delle conferme di Cutrone e di Chiesa, potremo superare questa sterilità. Per ovviare alla quale, nel frattempo, sarebbe forse stato opportuno iniziare con rivali un tantino più abbordabili: giocando con una Danimarca o un'Austria, un'Ungheria o un'Irlanda, tanto per fare degli esempi, forse (e sottolineo forse) avremmo trovato la via della rete con maggiore facilità, ma sarebbe stato utile per riconquistare un minimo di autostima, dopo un'intera stagione spesa a incassare schiaffi e pugni metaforici.
CONTO ALLA ROVESCIA PER I REDUCI VENTURIANI - Di questi due test, oltre alle difficoltà di gioco evidenziate, ci restano se non altro alcune prestazioni individuali incoraggianti, da Rugani a Chiesa, il quale con un'iniziativa personale ha illuminato il buio azzurro procurandosi il rigore dell'1-1, un ragazzo che per atteggiamento e incisività è già pronto per una maglia da titolare; poi, tutto sommato, anche De Sciglio, Zappacosta e Pellegrini, pur fra luci e ombre. Per i reduci come Parolo, Verratti, Insigne e Immobile il tempo stringe: rimarranno in gruppo, perché il bacino in cui pescare è assai ristretto e non si può rinunciare a cuor leggero a uomini che stanno comunque maturando esperienza internazionale; ma già da giugno dovranno dimostrare di poter avere un impatto diverso sul rendimento del Club Italia. Se non ci riusciranno nemmeno col nuovo allenatore, allora sì che ci sarà il repulisti.  

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco, e che a gennaio si è preso pure Pavoletti: il quale Pavoletti è passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti assi stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, per una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri.