Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Rugani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rugani. Mostra tutti i post

mercoledì 28 marzo 2018

CLUB ITALIA: DI BIAGIO GIA' AL PASSO D'ADDIO, MALGRADO IL PARI DI WEMBLEY. LA NAZIONALE NECESSITA DI UN COACH DI ESPERIENZA E CARISMA


Di tutto aveva bisogno, la Nazionale italiana, fuorché di questo breve e grigio limbo in cui l'ha precipitata, ancora più del fallimento Mondiale, il caos politico in federazione che ha condotto al commissariamento. A meno di clamorosi sconvolgimenti, al momento impensabili, il fugace interregno di Di Biagio dovrebbe essersi concluso già ieri sera, col pareggio strappato a Wembley, che consentirà forse al gruppo di superare l'impasse psicologico che lo blocca fin dalla fatale sconfitta in Spagna del settembre scorso, e al cittì ad interim di uscire di scena con un risultato indubbiamente di prestigio. 
UN PAREGGIO CHE CAMBIA POCO - Ma la mini - impresa londinese non sposta più di tanto i termini della questione azzurra: sotto molti punti di vista, siamo ancora fermi all'autunno nero, al gioco espresso nella parte finale della gestione Ventura. Basta ricordare partite come quelle con Israele e soprattutto Svezia: allora come oggi, il nostro undici non è un complesso in balìa degli eventi, a tratti sa difendere bene, a tratti sa pure creare occasioni ghiotte in fase offensiva, ma le spreca immancabilmente tutte, o quasi. Come Insigne poteva portare in vantaggio l'Italia a Manchester e raggiungere il pari a Londra ben prima di trasformare il rigore, così Immobile ha mancato più di una palla gol in entrambi i match. Dopodiché, non appena caliamo di intensità, gli altri immancabilmente ci castigano, per due motivi: compagini come Argentina e Inghilterra hanno il killer instinct delle grandi storiche, riuscendo a capitalizzare al meglio il lavoro svolto, e hanno picchi di classe superiori a quelli che possiamo gettare noi sul tappeto (soprattutto i sudamericani). Così, agli avversari di rango basta veramente poco per infilarci, mentre i nostri continuano a fare una fatica bestiale nei sedici metri finali. 
INSIGNE, IMMOBILE, VERRATTI: MISTERI TECNICI - Non è cambiato nulla, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Di Biagio ha deciso di giocarsi le sue scarse chances innovando il giusto e puntando ancora su molti elementi del nucleo "venturiano", che è andato incontro a una disfatta storica per demeriti da ascrivere principalmente al trainer di Cornigliano, non mi stancherò mai di ripeterlo. Dopodiché, occorre farsi qualche domanda sulla metamorfosi  che subiscono in azzurro pedatori del calibro dei citati Immobile e Insigne, nonché Verratti: quest'ultimo si fa costantemente apprezzare quando giostra nel suo club di appartenenza, un club dell'élite europea, per gli altri due l'alibi del crollo di competitività della Serie A nostrana continua a non convincermi, perché non saremo più i capofila, ma abbiamo pur sempre uno dei primi cinque - sei campionati del continente, per validità tecnica; non siamo ancora diventati la Finlandia o la Lettonia, insomma. Possibile che il torneo nazionale sia attualmente così poco allenante?
LAVORARE SU UN PROGETTO BEN DEFINITO - Non è cambiato niente, né poteva cambiare, perché non ha senso un allenatore "a tempo" in questa fase: mai come oggi c'è un disperato bisogno di un trainer coi fiocchi, uno di prima fascia, con le abilità e la personalità necessarie a prendere decisioni anche drastiche, se necessario. Invece si sono gettate al vento due amichevoli enormemente probanti per dare spazio a un piccolo cabotaggio che non porterà da nessuna parte. Non è stato solo un problema di materiale umano: neanche la presenza immediata del condottiero ufficiale, colui che dovrà sperabilmente farci fare bella figura in Nations League per poi qualificarci ad Euro 2020, avrebbe portato a sconvolgimenti totali della rosa, ma una cosa è lavorare su un progetto definito e definitivo, un'altra essere alle prese con due impegni di transizione, utili solo per riprendere confidenza col calcio internazionale e per qualche riscatto personale.
UN GIUGNO "GIOVANE", CON IN PIU' BALOTELLI - Come scrivevo l'altra volta, pretendere rivoluzioni radicali al primo colpo non aveva senso prima di questa settimana azzurra, e non ha senso nemmeno oggi: nell'attesa dei rientri di Caldara e Romagnoli, lasciamo che i Calabria e i Barella portino a termine la loro convincente stagione, che Bernardeschi confermi le buone cose mostrate anche in un contesto più impegnativo come quello della Juventus; poi, magari, potremo vedere all'opera questi ragazzi già nelle ultime gare pre Mondiali (per gli altri...) con Francia e Olanda a giugno, quando già dovremmo avere in panca il nuovo coach. Un coach che abbia il coraggio di operare scelte all'apparenza "controcorrente", in realtà assolutamente logiche come, per dirne una, il recupero di Balotelli, più che mai imprescindibile per rinvigorire le esangui risorse offensive della nostra rappresentativa. 
DA SUBITO ASTICELLA TROPPO ALTA - A proposito di Mario, rispolvero una massima mai passata di moda: ci servono gol, non buone maniere, e la punta del Nizza sa ancora come farli, così come li ha sempre fatti in azzurro, anche di pregevole fattura, e soprattutto quasi sempre decisivi. Con lui, in attesa delle conferme di Cutrone e di Chiesa, potremo superare questa sterilità. Per ovviare alla quale, nel frattempo, sarebbe forse stato opportuno iniziare con rivali un tantino più abbordabili: giocando con una Danimarca o un'Austria, un'Ungheria o un'Irlanda, tanto per fare degli esempi, forse (e sottolineo forse) avremmo trovato la via della rete con maggiore facilità, ma sarebbe stato utile per riconquistare un minimo di autostima, dopo un'intera stagione spesa a incassare schiaffi e pugni metaforici.
CONTO ALLA ROVESCIA PER I REDUCI VENTURIANI - Di questi due test, oltre alle difficoltà di gioco evidenziate, ci restano se non altro alcune prestazioni individuali incoraggianti, da Rugani a Chiesa, il quale con un'iniziativa personale ha illuminato il buio azzurro procurandosi il rigore dell'1-1, un ragazzo che per atteggiamento e incisività è già pronto per una maglia da titolare; poi, tutto sommato, anche De Sciglio, Zappacosta e Pellegrini, pur fra luci e ombre. Per i reduci come Parolo, Verratti, Insigne e Immobile il tempo stringe: rimarranno in gruppo, perché il bacino in cui pescare è assai ristretto e non si può rinunciare a cuor leggero a uomini che stanno comunque maturando esperienza internazionale; ma già da giugno dovranno dimostrare di poter avere un impatto diverso sul rendimento del Club Italia. Se non ci riusciranno nemmeno col nuovo allenatore, allora sì che ci sarà il repulisti.  

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

mercoledì 16 novembre 2016

DOPO ITALIA - GERMANIA: GIOVANI AZZURRI CRESCONO, PER LAPADULA C'E' TEMPO...

                                   Rugani: una sicurezza per la difesa azzurra del futuro

Ci siamo arrivati quasi per sfinimento. Sono stati necessari i tempi di attesa elefantiaci tipici dell'Italia, Paese "vecchio" per eccellenza, restio al cambiamento in tutti i settori; ci si è messo di mezzo anche qualche doloroso incidente di percorso, leggasi i gravi infortuni di Barzagli e Montolivo e la squalifica (preceduta da un netto calo di rendimento) di Chiellini, eventi imprevisti che hanno reso improcrastinabile le iniezioni di linfa verde nel tessuto azzurro. Fatto sta che, alla fine, il tanto atteso rinnovamento dei ranghi, su queste pagine invocato da tempo immemore, si è manifestato. Così, dopo il bicchiere mezzo vuoto di Vaduz, il terzo confronto con la Germania dell'anno solare ha visto in campo un'Italia sperimentale e con lo sguardo rivolto decisamente al futuro. 
I GIOVANI MOSTRANO GLI ARTIGLI - Ventura ha rotto gli indugi, ed era tempo: il conservatorismo degli esordi, la prudenza nello sperimentare nuove soluzioni, tattiche e di uomini, non ha pagato, riportandoci in stato di soggezione nei confronti della Spagna e mettendoci in posizione di svantaggio nella corsa alla qualificazione mondiale diretta, che ad oggi sembra poter passare solo attraverso una storica impresa in terra iberica, dove la nostra rappresentativa non vince dal 1949 (c'era ancora il Grande Torino in campo, poche settimane prima della sciagura di Superga). Ci sarà modo di riparlarne nei prossimi mesi: al momento, conta il fatto che si sia finalmente allargato il bacino di azzurrabili. 
Certo, rispetto a due - tre anni fa è anche cambiato, seppur impercettibilmente, il contesto generale in cui il cittì deve operare. Certi giovani perennemente condannati all'anticamera della panchina, o magari preda di eccessivi sbalzi di rendimento a causa di un utilizzo col contagocce, oggi sono finalmente delle realtà, più o meno solide. Se prima l'attacco azzurro aveva nel solo Pellè l'unica pedina di statura internazionale, condannandoci ad auspicare un ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi, ora ci sono Belotti e Immobile che nei rispettivi club giocano bene, con continuità, e timbrano regolarmente il cartellino del gol; e dietro di loro c'è un Pavoletti che rimane sempre una valida alternativa, anche se la sensazione è che il suo magic moment azzurro potesse essere Euro 2016 (ma Conte la pensò diversamente), mentre ora le gerarchie sono diverse e ben delineate. 
GLI EREDI DEL "TRIO" - Ma anche la retroguardia sembra aver trovato finalmente un paio di attendibili eredi del trio delle meraviglie juventino: a San Siro, Rugani ha fornito una prestazione di assoluto spessore, sicuro e tempista dietro e sempre pronto ad appoggiare la manovra offensiva, proiettandosi spesso e volentieri in avanti; e Romagnoli, già bene in evidenza in precedenti uscite, lo ha spalleggiato con maestria, mostrandosi attento e concentrato. Da mesi "Note d'azzurro" batteva sul tasto Rugani - Romagnoli: era inevitabile approdare a questa soluzione, e si è facili profeti ipotizzando che i due metteranno in bacheca un bel gruzzolo di presenze azzurre. 
ANCORA PROBLEMI IN FASE CREATIVA - Contro la Germania il canovaccio tattico dei nostri è stato incentrato soprattutto sul continuo sfruttamento delle fasce laterali, e in quest'ottica va segnalata un'altra nota lieta, la buona prova di Zappacosta, che già aveva mostrato notevole brillantezza contro il Lichtenstein, e che ieri, chiamato a una prova assai più impegnativa, ha confermato il suo slancio e la sua intraprendenza, sganciandosi ogni volta che se ne presentava l'occasione, anche se non sempre è stato sostenuto dalla necessaria precisione di tocco. Parlando di svecchiamento, siamo ancora a metà del guado a centrocampo, dove in assenza di Verratti è stato il veterano De Rossi a menare le danze. Non abbastanza, però, da dare la necessaria continuità in fase di costruzione del gioco, e questo spiega anche la sostanziale penuria di palle gol italiane: in pratica, il taccuino racconta del clamoroso palo colpito, quasi in finale di match, da Belotti su splendida tessitura di Bernardeschi, il quale poco prima aveva concluso debolmente fra le braccia di Leno da posizione favorevolissima; in precedenza una bella incursione di Immobile nel primo tempo (ma tiro sballato), un affondo dello scatenato Belotti chiuso con una caduta e un rigore inutilmente invocato, un destro a giro impreciso di Immobile su passaggio filtrante ancora di Bernardeschi. Il fatto che il talentino viola abbia portato un pizzico di brio in più indica ulteriormente la via: per aumentare le chances offensive di questa squadra, occorre puntare forte sulla nostra batteria di incursori, trequartisti ed esterni alti, visto che a parte Verratti non abbiamo ancora, nella zona nevralgica, centrali in grado di verticalizzare con efficacia. 
TEDESCHI MINACCIOSI "CON PARSIMONIA" - Il bilancio del martedì milanese è comunque sostanzialmente positivo: sarà anche vero che i tedeschi non hanno mostrato particolare animus pugnandi, ma nemmeno hanno tirato indietro la gamba: potevano castigarci nel primo tempo con Gundogan (tiro telefonato dopo una bella triangolazione), Goretzka (salvataggio di Buffon) e Muller (respinta di Zappacosta), han fatto centro nella ripresa con un tocco sotto misura di Volland a beffare Donnarumma, ma l'arbitro ha annullato per offside. Dunque, la Mannschaft riveduta e corretta di Low ha fatto il suo, pur senza strafare. Per i nostri "nuovi" è stata un'utile esperienza contro avversari di gran classe, l'unica cosa che davvero conti in confronti sperimentali come questo. 
I FISCHI? GENERAZIONE IRRECUPERABILE - E' l'eredità più importante e positiva lasciata dal Meazza, mentre quella negativa è rappresentata dai soliti fischi all'inno degli avversari, problema irrisolvibile perché, sul piano dell'educazione civica e della cultura, la generazione attuale, quella che in larga maggioranza frequenta oggi gli stadi italiani, è ormai perduta e irrecuperabile; occorrerebbe lavorare fin dalle scuole elementari sui giovanissimi, ma i ragazzini vanno già adesso alle partite e magari ridono, o partecipano attivamente, quando il pubblico grida "ohhhhh, merda!" al portiere avversario che rilancia il pallone, una tiritera che ieri sera ha raggiunto livelli insopportabili e che è ormai uno squallido tormentone in molti impianti della Penisola. 
VADUZ E LAPADULA - Altri spunti di questa parentesi azzurra novembrina: inutile ritornare sulla nostra tradizionale idiosincrasia alle goleade, confermata sabato scorso dopo un ottimo primo tempo: solo che questa volta si gioca davvero col fuoco, visto che le reti segnate potrebbero risultare decisive per l'ammissione a Russia 2018. Di buono c'è che, in attesa di sciogliere il nodo - Albania in primavera, nel "girone di ritorno" l'Italia giocherà in casa con Israele, Macedonia e Lichtenstein, tutti confronti da risolvere, una volta per tutte, portandosi il pallottoliere. 
Altra "pillola critica" sulla convocazione di Lapadula, tecnicamente incomprensibile. Anni fa, su queste stesse pagine, auspicai che i cittì di volta in volta in carica forzassero la mano ai colleghi di club, convocando i giovani più promettenti quando ancora non erano titolari nelle società di appartenenza, per superare l'impasse determinato dall'esterofilia dilagante nelle formazioni titolari della nostra Serie A. In quel contesto, una chiamata come quella riservata all'attaccante ex Pescara avrebbe avuto senso. Oggi no, per i motivi già detti in apertura: oggi qualcosa si sta muovendo, l'emergenza sembra essere in fase di rientro (ma non diciamolo troppo forte...), qualche nuovo virgulto si sta ritagliando importanti spazi di gloria, e soprattutto in prima linea è aumentato il numero di elementi in grado di ambire legittimamente alla maglia azzurra: per questo, chiamare Lapadula dopo poche presenze e un solo gol in Serie A è scelta priva di fondamento. Che il ragazzo si faccia strada nel Milan e confermi nella massima categoria l'inesorabilità sotto porta sciorinata in B, poi ne riparleremo. 

martedì 6 settembre 2016

DOPO ISRAELE - ITALIA: E' LA NAZIONALE DI VERRATTI, DI PELLE' E DI NUOVE RISORSE OFFENSIVE. MA CHIELLINI...

                                                 Verratti: il futuro azzurro è suo

L'Italia torna da Israele con un bicchiere pieno ben oltre la metà. Al di là del risultato, Ventura ha acquisito due certezze definitive e assolute: la Nazionale in cammino verso Russia 2018 dovrà essere la Nazionale di Verratti, e per il momento è sempre più la Nazionale di Pellè. Quest'ultimo dato è forse il più incoraggiante, sul piano della stretta attualità, se pensiamo al limite tecnico che maggiormente ha frenato la nostra rappresentativa negli ultimi anni, ossia la drammatica latitanza di punte di autentico spessore internazionale. Ecco, ora almeno un attaccante di stampo europeo ce l'abbiamo: il... neo cinese sta timbrando il cartellino con regolarità impressionante fin da prima dell'estate, si è fatto scivolare addosso senza cedimenti psicologici le polemiche per la sceneggiata in occasione del famigerato rigore contro Neuer. Segna e fa segnare: ieri ha aperto le marcature e ha mandato in gol nel finale Immobile, con un assist di testa preciso al millimetro; e nel mezzo, un impegno costante e un'altra occasionissima, sempre di testa, sventata mirabilmente dal portiere di casa. 
RIFIORISCONO LE PUNTE? - Serviva come il pane, uno così là davanti, continuo ed efficace ad alti livelli in questo 2016 da favola; e attorno a lui sembra fiorire una generazione di giovanotti di nuovo in sintonia col gol: il neo laziale Ciro ha ritrovato la via della rete azzurra dopo tempo immemorabile, alle spalle premono Belotti e Pavoletti, indemoniati con le casacche di club, altre alternative potrebbe fornirle una stagione monstre di qualcuno fra i vari Gabbiadini, Paloschi, Zaza, Rossi, senza dimenticare Balotelli che deve recuperare un'infinità di strada, ma che non considero del tutto perduto per il calcio che conta. Con la collaborazione dei nostri incursori, da Candreva a Insigne, da El Shaarawy al Berardi che verrà, allo splendido Giaccherini di Euro 2016, potrebbero fare impennare la potenza di fuoco della nostra selezione. 
L'IMPORTANZA DEL PALLOTTOLIERE - E' un discorso, quello sulla prima linea azzurra, che assume importanza primaria, visto che l'obsoleto regolamento delle qualificazioni mondiali costringe a fare i conti con la differenza reti totale, quindi qualche gol in più o in meno rifilato ai "vasi di coccio" del girone potrebbe diventare determinante: anche per questo, ad esempio, ieri saremmo stati tutti grati a Immobile se non avesse fallito il 4 a 1 solo davanti a Goresh, ma non si può avere tutto dalla vita...Certo, non è detto che si arrivi a pari punti con la Spagna, ma nel caso capitasse, le Furie Rosse hanno già dato una bella sistemata al loro score grazie all'8-0 al malcapitato Lichtenstein, dimostrando che sbaglia chi dice che "non esistono più le squadre materasso". Esistono invero solo per qualcuno: l'Italia, ad esempio, contro queste rappresentative di bassissima statura qualitativa ha sempre inspiegabilmente sofferto le pene dell'inferno. Pensiamo anche alle eliminatorie dell'ultimo Europeo e al doppio 1-0 con Malta: contro il Lichtenstein, una simile "parsimonia" sotto porta ci creerebbe non pochi imbarazzi in sede di classifica.
VERRATTI LEADER - L'Italia di Pellè e degli attaccanti ritrovati, si diceva, e anche l'Italia di Verratti. Lo avevo scritto nel precedente post, ma sinceramente non ci voleva una grande fantasia: il genietto del Paris Saint Germain sarà l'uomo di Ventura, il leader della sua Azzurra, il califfo del centrocampo. Ad Haifa ha dettato legge per un'ora abbondante, prima che una condizione approssimativa e qualche acciacco prendessero il sopravvento. Fondamentale in interdizione, tranquillo e ordinato nella tessitura, incisivo in fase creativa: suo il lancio per Antonelli che ha innescato Pellè per l'1-0, suo l'assist a Bonaventura che è andato poi a conquistarsi un rigore non clamoroso ma assolutamente legittimo. Il posto là in mezzo è definitivamente suo, continuare a tenerlo costantemente sotto esame sarebbe deleterio per le sicurezze sue e della squadra. 
FARE A MENO DI CHIELLINI? SI PUO' - Sono altri, semmai, gli uomini dai quali va sollevato il velo dell'intoccabilità. Non è bello sparare su un bersaglio già vulnerabile, ma ad esempio Chiellini, in queste prime due gare targate Ventura, ne ha combinate più di Carlo in Francia, come recitava un vecchio adagio, fra svarioni difensivi e l'espulsione che, ieri, ha lasciato i suoi in inferiorità numerica per quasi tutta la ripresa. Attenuanti e aggravanti: consideriamo che un periodo negativo può capitare a tutti, e teniamo conto di una brillantezza atletica che in questa fase della stagione è appannaggio di pochi; non dimentichiamo però che il ragazzo non è più di primo pelo, e che comunque, nelle sfide fuori dai nostri confini, ha sempre alternato cose egregie a momenti di grossa difficoltà (con prevalenza delle prime, va detto). Anche in questo settore, sia pur in maniera minore rispetto al reparto avanzato, qualche alternativa c'è, e, sempre in riferimento a quanto scritto pochi giorni fa, è il caso di lanciare con decisione il bravo Rugani, magari in un assetto difensivo riadattato, perché non si può restare avvinghiati in eterno al 3-5-2, soprattutto se non hai il trio juventino in piena efficienza, mentre la difesa a quattro è senz'altro più adatta a innescare un football propositivo. 
CLASSICA ELIMINATORIA - Per il resto, quella in Israele è stata una gara di qualificazione come tante se ne sono viste in passato e tante se ne vedranno, da parte dei nostri alfieri. Di quelle gare che la nostra rappresentativa difficilmente riesce a giocare esprimendosi al massimo delle proprie potenzialità; e tuttavia, non vi fosse stato il duplice sbandamento di Chiellini, i nostri avrebbero verosimilmente condotto in porto il successo magari senza squilli, senza miracol mostrare, ma in sostanziale tranquillità, tanto è vero che anche dopo la stilettata di Ben Chaim per l'1-2 l'Italia è andata vicinissima al tris con la citata inzuccata di Pellè.
ECLETTISMO - Nella prima mezz'ora la superiorità è stata netta: due affondi pericolosi, due reti per noi. Poi, le solite paturnie azzurre, in primis la maligna capacità di rimettere in corsa avversari già groggy, un deficit di cui, temo, non ci libereremo mai. Di buono, una concretezza sotto porta non comune per le abitudini nostrane, e un certo eclettismo da parte di molti: Verratti ha giocato a tutto campo, Bonaventura e lo stesso Pellè sono stati visti spesso arretrare a dar manforte a una difesa preda di inusuali tremori, e Parolo, a lungo ai margini, è venuto fuori nel periodo di inferiorità, guadagnandosi la pagnotta in fase di copertura. 
DOPPIO CERVELLO - Ancora: discreto Antonelli, troppo sulle sue Candreva, rigore del 2 a 0 a parte (un elemento di tale spessore tecnico dovrebbe essere uno dei trascinatori della squadra, invece in azzurro troppo spesso spegne la luce) e la conferma che una cosa è giocare con una... classe dirigente (Bonucci e Verratti), un'altra con una formazione sostanzialmente "acefala" quale quella vista a Bari. Proprio per questo, per la presenza di un ben definito asse centrale dal quale si dipanava la manovra, si sono avvertiti i primi segni di una certa discontinuità nei confronti dell'ultima Italia targata Conte, che in Francia ha dovuto fare a meno dell'ex Pescara e di Marchisio, sviluppando quindi il suo gioco per altre vie. Poi, certo, tutto va tarato sulle particolari caratteristiche di questo match, prima la necessità di fare punti e poi le complicazioni tattiche dovute all'espulsione. In ogni caso, l'auspicato "scollinamento", come scritto nel precedente articolo, c'è stato. A ottobre arriva la Spagna a Torino, e forse l'Azzurra made in Ventura comincerà ad emergere più nitidamente. 

venerdì 2 settembre 2016

ITALIA DOPO IL KO CON LA FRANCIA: VENTURA VERSO ISRAELE, ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO FRA CONTINUITA' COL PASSATO E PRIME INNOVAZIONI

                                        Rugani: il futuro azzurro ha anche il suo volto

Certo sarebbe stato più semplice avviare il nuovo ciclo azzurro con un approccio soft, vittoria in scioltezza contro una rappresentativa ai margini del calcio che conta e applausi facili strappati al pubblico di Bari (a proposito, sentiti i fischi assordanti all'inizio dell'inno francese, ho pensato a cosa accadrebbe se per entrare allo stadio si dovesse prima superare un test d'intelligenza e di cultura generale: probabilmente i nostri impianti si svuoterebbero ulteriormente). Merita dunque un apprezzamento almeno il coraggio mostrato dalla Figc e dall'esordiente cittì Ventura per aver scelto un autentico battesimo del fuoco.  
POCHI SPRAZZI NEL PRIMO TEMPO - Per il resto, il netto ko contro i galletti di Deschamps è il classico risultato interlocutorio tipico di tante amichevoli, ancor più se disputate quando la stagione calcistica è appena agli inizi: in linea di massima non c'è da disperarsi, perché finché si è giocato ad armi atletiche pari (nel primo tempo) l'Italia è tutto sommato rimasta in partita; quando si è manifestato il puntuale crollo fisico da condizione ancora approssimativa, e quando il tessuto tecnico della squadra è stato rimescolato dalla girandola di sei cambi, fino a sfaldarsi, la luce si è spenta e la barchetta azzurra è andata definitivamente alla deriva, priva di qualsiasi identità. Ma non c'è neanche da stare troppo sereni, perché chi cita certi esordi negativi del passato poi smentiti dal prosieguo (il primo Lippi sconfitto in Islanda, Prandelli battuto dalla Costa d'Avorio), dimentica che allora ci furono diverse settimane di tempo per raddrizzare la rotta prima del successivo impegno, mentre adesso non ci sono che pochi giorni a disposizione, dietro l'angolo si staglia già Israele, qualificazioni mondiali, in un girone in cui contro le avversarie "minori" non possiamo permetterci passi falsi, visto che la nostra rivale principale è la Spagna. 
DE SCIGLIO, CANDREVA, PELLE': CONFERME - Tutto ciò premesso, vediamo in breve cosa va e cosa non va in questo nuovo Club Italia, sulla base delle parzialissime indicazioni di ieri. Partendo dal presupposto che i Bleus in questo momento storico ci sono superiori, sul piano del talento puro (anche se non di molto, parere personalissimo) e sul piano dell'esperienza internazionale (nettamente, per l'annoso problema dello scarso minutaggio riservato dai club ai giocatori nostrani), nella prima frazione, come si diceva, rari ma intensi sprazzi di gioco a livello Euro 2016, benché non sostenuti dalla medesima continuità e precisione di palleggio. Ci sono state importanti conferme: il De Sciglio rigenerato visto all'opera nel torneo francese, pur se intermittente e comunque calato alla distanza, un Candreva che si è elevato nettamente una spanna sopra tutti i compagni, per brillantezza, fervore, classe ed efficacia, un Pellè che ha sollecitamente rotto l'imbarazzo del nefasto duello con Neuer facendo pace con se stesso e coi tifosi, con uno splendido sinistro in girata che ha fulminato Mandanda; e fra i pochissimi volti nuovi, un Bonaventura che si è battuto con intelligenza e ardore, pur senza miracol mostrare. Nulla di più: rispetto all'Italia europea, mancavano due elementi assolutamente fondamentali come Bonucci, vero regista della formazione, e l'indiavolato Giaccherini che nella kermesse continentale fu uno dei top player assoluti. E mancava la pienezza delle risorse fisiche e mentali, una lacuna che ha fatto smarrire certi automatismi e portato a commettere errori banali in fase di copertura, come quello di Chiellini che ha dato il là allo 0-1 firmato da Martial. 
I CAMBI: BENE RUGANI - Poco da dire sui cambi: Montolivo si è confermato discreto tiratore dalla distanza, ma non è più il buon centrocampista (spesso utilissimo alla Nazionale) ammirato fino al nefasto infortunio pre Brasile 2014 e mi risulta difficile pensare che questo nuovo ciclo possa avere nel milanista uno dei perni; Donnarumma ha ben figurato, pur facendosi beffare dalla stilettata di Kurzawa per il 3 a 1 definitivo; Rugani ha mostrato le sue doti soprattutto in fase di rilancio dell'azione, ed è un elemento del quale presto la nostra selezione non potrà fare a meno; gli altri, anche gli attesi Verratti e Belotti, sono rimasti ai margini del gioco, ma ormai la gara era visibilmente compromessa e la manovra viaggiava sui binari della più schietta improvvisazione. 
SCOLLINARE ALLA MENO PEGGIO.. - Male la prima, dunque, ma cosa c'è da fare? Il messaggio lanciato da Italia - Francia  ha una valenza di medio periodo, perché per la sfida israeliana non è che si possano mettere a posto molte cose, e ci sta che in questi albori dell'era Ventura rimanga intatto il cordone ombelicale che lega la nuova "Azzurra" all'era Conte: per l'esordio Mondiale servono soprattutto certezze, quelle certezze che, a inizio settembre, possono arrivare solo dall'incoraggiante Euro 2016. E' un traguardo esclusivamente da "scollinare", come disse Dino Zoff all'inizio della sua avventura da CT nel 1998; ciò non toglie che il relativo valore dell'avversario dovrà dare la stura a una sperimentazione meno timida di quella vista in Puglia. 
RINNOVAMENTO PROGRESSIVO - Questa è una squadra che, partita dopo partita, dovrà cambiare pelle tattica e svecchiarsi progressivamente: perché insistere su un De Rossi in mezzo non ha più un grande senso tecnico e di prospettiva, perché in avanti la nostra Serie A propone già da diversi mesi soluzioni assai migliori di Eder, perché, come lo stesso Ventura ha più volte sottolineato, bisognerà pur trovare una strategia che consenta di sfruttare il filone aureo degli esterni offensivi, unico ruolo risparmiato dalla "crescita zero" dei nostri vivai; perché i citati Rugani e Verratti non possono più essere dei titolari a mezzo servizio; perché Berardi, al centro di polemiche forse un po' troppo sopra le righe in questi giorni, arriverà, dovrà arrivare. Per ora, auguriamoci che una compagine più "sul pezzo", più sulle gambe, innervata da un paio di iniezioni di freschezza giovanile, sia sufficiente a sbancare Haifa. 

domenica 28 agosto 2016

NAZIONALE, SI RIPARTE. CLUB ITALIA VERSO FRANCIA E ISRAELE CON UN PO' PIU' DI GIOVENTU'...

                                        Ventura: inizia il viaggio verso il Mondiale 2018

Fra pochi giorni è già Nazionale, nel pieno rispetto dei ritmi frenetici del calcio d'oggidì. Iniziare un ciclo nuovo di zecca in queste condizioni, con la preparazione concentrata in pochi giorni e con un numero esiguo di vere partite nelle gambe dei convocati, non è il massimo della vita, anche perché gli impegni saranno subito probanti: vernissage a Bari contro la Francia, deludente vicecampione europea, e poi si farà sul serio in Israele, dove prenderà il via la nostra corsa al Mondiale. Su Giampiero Ventura CT ho già esposto le mie perplessità in un post pubblicato in tempi non sospetti, ossia nel giugno scorso. Va qui ribadito che dalla sua gestione ci si aspetta soprattutto quell'attenzione ai giovani che i suoi due predecessori, Prandelli e Conte, hanno lasciato in gran parte inattuata, dopo buone premesse.
BACINO RISTRETTISSIMO - Certo, la stagione calcistica italiana appena partita non rappresenta il brodo di coltura ideale per sviluppare un progetto simile. Dando uno sguardo ai teorici titolari delle grandi e delle medie della nostra Serie A, il quadro è al solito desolante: vedere tre - quattro italiani fra gli undici è già un miracolo, il più delle volte sono anche meno, con le sparute eccezioni di Milan, Sassuolo e Toro, che continuano con pervicacia a puntare sul "prodotto interno". Il bacino in cui pescare è dunque ancora ristretto, troppo ristretto. E' pur vero che chi ha guidato le rappresentative azzurre in questi oscuri anni di esterofilia spinta ha saputo davvero trarre il massimo da una situazione di emergenza, mantenendo la Nazionale maggiore e l'Under 21 su standard tutto sommato decorosi. 
DECORO E NULLA PIU' - Decoro, per la storia calcistica dell'Italia, significa quantomeno non fallire la qualificazione alle fasi finali di Europei e Mondiali, cercando poi di farvi bella figura. Ma è chiaro che oltre un certo limite non si possa andare, se manca non tanto la qualità (il nostro vivaio, nonostante tutto, continua a produrre ragazzi ben impostati tecnicamente, perché la tradizione di una scuola è dura a morire), quanto l'esperienza di alto profilo, il minutaggio nelle gare internazionali, l'abituale frequentazione delle zone nobili del massimo campionato, delle sfide di vertice. Quello è il punto di rottura, l'incrocio in cui la strada del football italiano diverge da quelle percorse dai movimenti calcistici più aperti al lancio di forze fresche. 
Per questo ho valutato positivamente l'esperienza azzurra in terra francese di un paio di mesi fa: con quella squadra, buona ma non eccelsa, Conte ha centrato un ottimo traguardo, e poco ci mancava che entrasse addirittura fra le prime quattro del Vecchio continente. L'elevata professionalità di uomini di campo come il neo coach del Chelsea e come Di Biagio, tatticamente all'avanguardia ma eccellenti anche in tema di preparazione atletica e doti motivazionali, sta consentendo al nostro malandato pallone di restare a galla in condizioni proibitive, grazie alla valorizzazione di bravi giocatori costretti a giostrare nelle retrovie del calcio che conta, chiusi da stranieri spesso di dubbio valore; ma tutto ciò può servire a cogliere risultati parziali, intermedi (come il superamento di una fase eliminatoria, per l'appunto), o exploit isolati (come l'eliminazione ai rigori per mano tedesca nell'Exagone), non a costruire cicli vincenti di lunga durata.
VENTURA IN PRIMA LINEA - Auspicare un cambio di tendenza nel modus operandi dei nostri grandi club è pura utopia, quantomeno nel breve periodo. Ergo, il neo cittì dovrà arrangiarsi e forzare la mano ai colleghi allenatori di società, imponendo in rappresentativa giovani che faticano a farsi largo nelle squadre di appartenenza e pescando poi abbondantemente fra le "medie", dando spazio e minuti di gioco ai vari Benassi, Berardi e Belotti, assumendosi in prima persona l'onere di formarne  lo spessore internazionale che mai potranno acquisire in altra maniera; e dovrà tenere almeno un occhio costantemente all'estero, guardato spesso con freddezza da altri selezionatori prima di lui: ricordiamo che quest'estate sono partiti per lidi stranieri, fra gli azzurrabili, Soriano, Zaza e Pepito Rossi, né si potrà trascurare Pellè solo perché si è spinto in un campionato lontano e non irresistibile come quello cinese. 
LINEA VERDE? QUALCOSA SI MUOVE... - Per intanto, ci sono da valutare le prime convocazioni, e mi pare che fra luci ed ombre i segnali dell'apertura di un effettivo nuovo corso si intravedano distintamente, tra le righe: le chiamate di Donnarumma, Romagnoli e del citato Belotti, la fiducia data a chi fece inutilmente anticamera per la spedizione parigina, ossia Rugani e Pavoletti, il provvidenziale ripescaggio degli ottimi Bonaventura e Gabbiadini vanno nitidamente in questa direzione. Possono suscitare perplessità le rinunce a Insigne ed El Shaarawy, ma avranno indubbiamente pesato i responsi delle prime uscite di Napoli e Roma, mentre mi risulta difficile pensare che i due non possano avere un ruolo di primo piano nel biennio in cui si dovrà sgomitare con la Spagna per un posto a Russia 2018. 
ATTESE CONFERME DA DE SCIGLIO E PELLE' - Per il resto, come lo stesso Ventura aveva anticipato nella conferenza stampa di presentazione in luglio, non si poteva che ripartire dal tanto di buono lasciato in eredità da Euro 2016, sia per l'esito complessivamente felice di quel torneo, sia per la mancanza di tempo a disposizione per le sperimentazioni. In particolare De Sciglio e Pellè dovranno definitivamente consolidare la continuità di rendimento ad alto livello sciorinata nella kermesse continentale; giusto il premio ad Ogbonna, che nella sfortunata (e inutile) gara con l'Irlanda si era dimostrato difensore affidabile, per quanto senza lampi particolari ed esclusivamente dedito a compiti di pura copertura; in quella stessa gara Bernardeschi fece male, ma si trovò ad operare in un contesto estremamente problematico (formazione rifatta da capo a piedi, un mosaico autentico), e ha il talento per diventare una sicurezza del gruppo. 
RINNOVAMENTO DI RANGHI E CONTINUITA' DI SPIRITO - Poi, chiaro, come per ogni nuovo selezionatore, non mancano le scelte che dividono: Montolivo da tempo poco convincente in azzurro come in maglia rossonera, il De Rossi protagonista dell'ennesima alzata di ingegno comportamentale nel preliminare di Champions, un Marchetti che non riesce a scollarsi di dosso i suoi alti e bassi. Poca roba, in fondo: al momento le impressioni sono positive, il resto verrà. Con Verratti, il Club Italia recupera il punto di riferimento a centrocampo e il potenziale leader del futuro, tornerà Giaccherini, fra i migliori azzurri in assoluto a Euro 2016 (strepitosa in particolare la sua gara contro le Furie Rosse) e al momento fermato da acciacchi fisici, tornerà Perin, arriveranno, fra gli altri, Benassi e soprattutto Berardi, scatenato in questo avvio di stagione ma lasciato all'Under per le sfide decisive dell'Europeo. Ancora una volta, nonostante un campionato sempre più... globalizzato, si riparte da una buona base: al valorizzatore Ventura il compito di far sbocciare le forze nuove, toccando poi i giusti tasti psicologici per non disperdere il patrimonio di compattezza e di convinzione che animò il gruppo di Conte, per mantenere almeno in parte, nel rispetto della propria idea di football, il filo della continuità con una squadra che, in estate, aveva trovato una precisa identità tecnica, tattica e morale. 

domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

giovedì 9 giugno 2016

VERSO EURO 2016: LO STRANO CASO DELL'ITALIA CON LA PANCHINA A DUE PIAZZE. VENTURA E' UN SALTO NEL BUIO, A MENO CHE...

                                      Ventura: il cittì più "dimesso" della storia azzurra

Un Europeo carico di incognite e di difficoltà alle porte, un Commissario Tecnico già allenatore in pectore del Chelsea e il suo sostituto in azzurro di fatto già nominato (manca solo la presentazione in pompa magna, che avverrà in occasione del Consiglio federale di luglio). Sarò ripetitivo, ma non si sottolineerà mai abbastanza come, per il Club Italia, questa sia una situazione del tutto inedita e straniante. La nostra rappresentativa ha affrontato ogni grande appuntamento internazionale con il trainer di turno saldamente in sella, e le scelte sulle successive guide tecniche son sempre avvenute, ufficialmente, a giochi fatti, a tornei conclusi, a trionfi o, più spesso, fallimenti compiuti. Abbiamo dunque, in questa vigilia di Euro 2016, quasi una panchina a due piazze, un caso talmente unico e bizzarro che potrebbe addirittura fungere da stimolo e volano per le nostre ambizioni. Altrimenti, non ci resterebbe che aggrapparci alle pallide speranze suscitate dall'ultimo provino veronese con la Finlandia, un galoppo appena dignitoso esaltato oltre ogni pudore da una stampa che sembra aver definitivamente smarrito qualsivoglia senso critico. 
PIU' FUMO CHE ARROSTO A VERONA - Per carità, non è stata una prestazione da dimenticare, ma mi ha trasmesso la sensazione del "tanto fumo e poco arrosto": cioè buonissima volontà, gran movimento dalla trequarti in avanti, ma, al tirar delle somme, a parte i due gol (Candreva su rigore e De Rossi) quante volte si è concluso pericolosamente verso la porta avversaria? Per tacer dell'esasperante lentezza in fase di impostazione, zavorra inevitabile del resto, per chi ancora decide di affidarsi, nella zona nevralgica, a un Thiago Motta in riserva di energie fisiche e mentali. Troppe incognite, troppe scommesse davvero, in questa Azzurra che pure non sarebbe affatto da buttare: bisogna sperare che l'italo - brasiliano del PSG recuperi brillantezza atletica, che Eder torni l'inesorabile cecchino della prima parte di stagione, che Zaza, oltre a correre e fare "caos organizzato" in prima linea, impari finalmente a inquadrare il bersaglio con continuità, che Immobile si ricordi di essere stato "pichichi" in Serie A, nel 2014... Siamo nelle condizioni di permetterceli, tutti questi azzardi? Ho già scritto negli ultimi post delle certezze a cui invece possiamo aggrapparci, e non posso che ribadirle: i magnifici quattro della difesa juventina, che Iddio ce li conservi sani, e la batteria di incursori laterali, il rivitalizzato Candreva visto al Bentegodi e soprattutto i furetti Insigne ed El Shaarawy che potrebbero portare imprevedibilità e quel pizzico di lucida follia, più che mai fondamentale per provare a superare i nostri attuali limiti di produttività offensiva. 
VENTURA: SCELTA DI BASSO PROFILO - Dopodiché, in questo assurdo limbo in cui si è cacciato il Club Italia, mentre il Belgio delle stelle già si staglia all'orizzonte c'è un ingombrante "convitato di pietra" a incombere sull'imperturbabile Conte: il nuovo cittì Giampiero Ventura. Oddio, ingombrante neanche tanto, a ben vedere: si stratta forse della scelta più di basso profilo mai compiuta dalla nostra Federazione, in materia di selezionatori della massima rappresentativa. L'unico precedente in qualche misura paragonabile è quello, ebbene sì, di Enzo Bearzot, che arrivò sulla panchina più importante con un curriculum scarno, quasi inesistente come allenatore di club, diciamo pure peggiore di quello dell'ex coach granata. Il grande Vecio, peraltro, una volta entrato nei ranghi azzurri incrementò in pochi anni il suo bagaglio di cultura calcistica, girando per il mondo, osservando e studiando squadre, atleti, metodi di preparazione, diventando uno dei trainer più preparati del globo, come tutta la stampa estera gli riconosceva, mentre in Italia veniva trattato a pesci in faccia, quasi come un minus habens (ah, il grande giornalismo di casa nostra...). 
CURRICULUM INQUIETANTE - I paragoni, peraltro, si fermano qui. Bearzot giunse a guidare l'Italia attorno ai cinquant'anni, il trainer di Genova Cornigliano va per i settanta e sciorina un "albo d'oro" che desta non poca inquietudine. Esperienza internazionale al di sotto del minimo sindacale (poco da segnalare, al di là di una storica vittoria a Bilbao in Europa League col suo Toro), e, fra i patrii confini, buone prestazioni con squadre medio piccole, promozioni in A con Lecce e Cagliari (che peraltro si perdono nella notte dei tempi, risalendo all'ultima decade del secolo scorso), ma anche un ritorno nella massima serie fallito clamorosamente alla guida della corazzata Sampdoria nel torneo cadetto 1999/2000. A seguire, il bel Bari di Ranocchia e Bonucci del 2009/10 e l'ultimo lustro a Torino, con piazzamenti onorevolissimi ma non esaltanti, a parte la qualificazione europea del 2014 (giunta però anche grazie ai gravissimi problemi del Parma, che lo aveva preceduto in classifica), e però, soprattutto, un buon lavoro come talent scout: il rilancio di un Cerci che pareva bruciato, un Immobile elevato in vetta alla classifica dei cannonieri, la scoperta di Darmian e il lancio coraggioso di tanti giovani nostrani altrimenti destinati a intristirsi nelle serie inferiori o, nella migliore delle ipotesi, a fare tribuna o panchina nei grandi club: Baselli, Benassi, Zappacosta, tutti in rampa di lancio azzurra. 
FINALMENTE LINEA VERDE? - Ecco, la speranza è che questa scelta così minimalista sia proprio legata al particolare feeling di Ventura con la linea verde: uno dei pochi allenatori di Serie A a puntare ancora sul "prodotto italiano", meglio se di fresco conio. Il nostro movimento calcistico ha un disperato bisogno di ridare spazio e fiducia ai ragazzi emergenti, altrimenti rischia di bruciare un'intera generazione di calciatori potenzialmente validissimi (perché non è vero, non ancora perlomeno, che sulla Penisola di buoni pedatori non ne nascano più). Certo. bisognava pensarci ben prima: negli ultimi quattro anni il calendario internazionale, gli avversari nelle qualificazioni mondiali ed europee avrebbero consentito ampi spazi di sperimentazione a Prandelli e Conte, i quali, dopo gli inizi spavaldi, sono rientrati nei ranghi mettendo da parte il coraggio nelle convocazioni. Ventura, invece, da settembre si troverà di fronte a un'impresa titanica: contendere l'accesso a Russia 2018 alla Spagna (spareggi di salvataggio a parte). Eppure non ha alternative, se non quella di spremere fino all'inverosimile determinati veterani (ma, Buffon a parte, chi fra i vari Barzagli, De Rossi, Motta e compagnia potrà reggere dopo l'avventura in Francia?) e imbottire la selezione di nuovi oriundi, Dio ce ne scampi, e comunque sono discretamente sicuro che non accadrà. 
VENTURA COME FUFFO? - Ecco allora un altro paragone solo all'apparenza irriverente: Ventura potrebbe essere il Fulvio Bernardini del 21esimo secolo. Coach ormai in età avanzata ma ancora vispo, brillante, lucido, scritturato per fare piazza pulita dei colossi del passato e per portare una ventata d'aria fresca, come fece il mitico Fuffo allorché, dopo il Mondiale del 1974, si incaricò di congedare i mostri sacri di Mexico '70, i Mazzola e i Rivera, i Burgnich e i Riva, lanciando, in collaborazione con Bearzot, i vari Gentile, Tardelli, Scirea, Antognoni, Bettega, Rocca, Sala, Pecci, Zaccarelli, Graziani, gente che avrebbe segnato un'epoca del pallone tricolore. Oggi, forse, certi fenomeni non li abbiamo più, ma se a Rugani, Romagnoli, Baselli, Benassi, Sturaro, Bernardeschi, Belotti non diamo qualche chance, non consentiamo loro di accumulare minutaggio, di sbagliare e di imparare dai loro errori, di migliorare giocando, non sapremo mai se possono essere fenomeni, campioni o solo normali atleti di medio livello. Ventura potrebbe aiutarci a capirlo. 

venerdì 4 settembre 2015

CLUB ITALIA: CONTRO MALTA UNA VITTORIA IMBARAZZANTE. DENTRO I GIOVANI, SUBITO

                                             Pellè: terzo gol azzurro per lui

Ha ancora senso usare un termine impegnativo come "vergogna", per una mancata goleada contro una delle rappresentative più deboli del globo, piegata oltretutto solo grazie a una rete irregolare? Lo si è già scritto più volte su questo blog, negli ultimi anni: l'Italia non è più squadra da larghi punteggi. Gli ultimi quattro confronti con Malta, tutti giocati dal 2012 a ieri, hanno portato due successi per 2 a 0 e altrettanti per 1 a 0. E i più fedeli tifosi azzurri ricorderanno pure l'indecorosa vittoria in casa delle Far Oer, nel 2011, altro 1 a 0 sancito, anche quello, da un punto non valido (fuorigioco di Cassano). Sorvolerei invece sulla ormai proverbiale crescita fatta registrare da alcune nazionali "deboli". 
GLI INSEGNAMENTI DEI TRAINER ITALIANI... - Abbiamo visto a Firenze, in cosa consiste questa crescita: ancorati a una mediocrità tecnica sostanzialmente immutabile nel tempo, gli isolani hanno fatto mucchio difendendosi in undici nella loro metà campo e intasando gli spazi, sganciando sporadicamente il velocista Effiong in qualche pericoloso contropiede. Se questo è il progresso tattico, se questi sono gli insegnamenti che i nostri allenatori portano nei Paesi calcisticamente depressi, beh, molto si spiega sulla inarrestabile decadenza del pallone tricolore: dopodiché, ci tocca anche sentire il "nuovo" commentatore tecnico Rai, Giovanni Trapattoni, tessere le lodi del suo ex collaboratore Pietro Ghedin, ora cittì maltese (insieme firmarono uno dei periodi più disastrosi nella storia della nostra Nazionale). 
AZZURRI CON GROSSI LIMITI - Contro queste "squadre - ammucchiata" è difficile giocare da sempre, lo si sa, ma non dovrebbe esserlo al punto di dover inseguire il prezioso vantaggio fin quasi alla fine del match, e ottenerlo per di più con un colpo di mano. Vergogna no, dunque, ma un bel po' di imbarazzo sì, senza dubbio. Illudiamoci ancora per qualche giorno che l'alibi del "siamo ancora a inizio stagione" sia valido, ma vedere l'Italia, ormai ex grande potenza mondiale, ruminare football di discutibile qualità al cospetto di una selezione di quarta schiera non può che mettere tristezza. 
Del resto cosa può esserci di più triste di una compagine che, proprio quando avrebbe bisogno di una radicale rinfrescata di organico, rimane aggrappata alla compassata regia del decadente Pirlo? L'undici sceso in campo ieri era appesantito da limiti tecnici e dinamici evidenti: ormai non desta nemmeno più scandalo la quantità esorbitante di lanci e passaggi mal calibrati, di controlli sbagliati, di agganci mancati, di tiri sballati, oltre alla lentezza nell'elaborazione della manovra, all'incapacità di dar via la palla rapidamente, trovando in pochi secondi la soluzione giusta; sotto quest'ultimo profilo ha particolarmente deluso Bertolacci, mentre è lampante che l'Italia attuale non possa assolutamente prescindere da elementi come Florenzi e Candreva. Triste anche la continua ricerca di improbabili rigori, alfine punita dall'arbitro col cartellino giallo per l'incursore laziale, che ci ha provato in maniera un po' troppo plateale.
ATTACCO DISASTRO - Le idee continuano a latitare dalla trequarti in su, e la messa a punto di una funzionale formula offensiva è ancora di là da venire: Gabbiadini si è svegliato solo per mostrare quel meraviglioso sinistro a giro finito sotto l'incrocio dei pali, Eder si è mosso tanto e male, sbagliando anche un paio di facili conclusioni, Pellè ha cercato di essere sempre nel vivo dell'azione mostrando però grande imprecisione, rete (irregolare) a parte. Si diceva della mancata goleada: sarebbe tollerabile, fosse il frutto di una serie di opportunità mancate, ma non è stato purtroppo il caso dell'Italia di ieri. Che alla fine sei - sette palle gol le ha messe insieme, più che altro per inerzia, ma che non è mai riuscita, se non per brevissimi break di cinque minuti o poco più, a mettere in affanno i maltesi, a stringerli d'assedio, che sarebbe stato il minimo sindacale. Per questo, quella di ieri è stata sostanzialmente una prestazione da mani nei capelli. 
LINEA VERDE IMPRESCINDIBILE - E' un'Azzurra, si diceva, che ha un disperato bisogno di svecchiarsi, per trovare nuove risorse tecniche e nuove soluzioni tattiche. Non è più differibile l'inserimento di ragazzi come Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Baselli, Berardi (quando guarirà) e Sturaro (a patto che smussi quegli angoli caratteriali che sono costati, a lui e a noi, l'Euro Under 21); l'Insigne di queste prime giornate di Serie A, poi, non meriterebbe una maglia da titolare? E si faccia un pensierino anche a Balotelli, bistrattato oltre i suoi demeriti: anche al 50 per cento della condizione, è in grado di garantire da solo il potenziale offensivo offerto dai tre schierati al Franchi. Dice Conte che chi gioca poco nei club non può pensare di andare in Nazionale: si ricordi del suo predecessore Prandelli, che diede un segnale forte convocando gente come Perin e De Sciglio, giovanotti all'asciutto o quasi di esperienze in campionato. E basandosi sul criterio enunciato nei giorni scorsi dal CT in conferenza stampa, uno come Rugani, di certo il migliore in assoluto dell'ultima leva per classe e personalità, rischierebbe di non vedere l'azzurro per tanto, troppo tempo.
NAZIONALI: MA QUALE CRISI? - Dopodiché, qualche riflessione generale: certi opinionisti di grana grossa asseriscono da anni che il calcio delle Nazionali sia in declino, senza portare prove che lo dimostrino e ignorando il clamoroso successo di pubblico e di sponsor delle ultime edizioni di Mondiali ed Europei. Dato uno sguardo fugace agli highlights delle gare di qualificazione europee di ieri sera, ho visto discrete quantità di spettatori in molti stadi del continente, anche per incontri non propriamente di cartello. Ad essere in crisi, dunque, crisi tecnica e di credibilità, non è il calcio delle Nazionali, ma la Nazionale italiana, che ieri, come tante altre volte nel recente passato, ha giocato in un impianto vuoto per tre quarti. Certo non è stata proprio da volpi la scelta di Firenze per un match di scarsissimo appeal: il Club Italia dovrebbe tornare a battere i campi di provincia, senza vergogna, e i dirigenti federali mostrare maggiore fantasia nella scelta delle sedi (ancora Firenze, e domenica ancora Palermo: perché?). 

giovedì 25 giugno 2015

EURO UNDER 21: VA A CASA UN'ITALIA IN CRESCITA E DI PROSPETTIVA, VITTIMA DI ERRORI PROPRI E CONVENIENZE ALTRUI

                                          Belotti, fra i migliori azzurrini in Rep. Ceca

Tre sole partite e già l'Italia è fuori dell'Europeo Under 21. Un altro passo falso per il calcio azzurro, che da un paio d'anni a questa parte sembra aver smarrito la strada maestra dei risultati (quelli pesanti, nelle fasi finali dei tornei). Premesso che ci faremo rapidamente una ragione della seconda esclusione consecutiva dai Giochi Olimpici (manifestazione di scarsa attendibilità tecnica, per come è concepita attualmente), non è da questo scivolone che si possono trarre auspici nefasti sul futuro del pallone tricolore: anche volendo sorvolare sui tristi spunti che fornisce la cronaca in tal senso (gli ultimi: Parma fallito, Catania invischiato fino al collo in una storiaccia di presunti illeciti), chi segue da un po' di tempo questo blog sa bene quali siano le criticità del sistema football Italia, qui puntualmente sottolineate fin quasi alla noia. Fra queste, certo, c'è anche la fiducia ridottissima concessa ai giovani del nostro vivaio, dal che in molti hanno già tratto la più scontata delle equazioni: pochi ragazzi di valore, Under mediocre e risultati deludenti inevitabili.
GIOCATORI CHE VALGONO - Però stavolta la storia è un po' diversa. Preso atto del fatto che quella presentata in Repubblica Ceca da Gigi Di Biagio non è stata la migliore selezione di azzurrini della storia (sicuramente inferiore, è chiaro, a quella seconda in Europa nel 2013), non si può non ricordare che in passato si è visto di peggio, pensiamo alla modesta rappresentativa del biennio 2009 - 2011 (fatta fuori ai playoff dalla Bielorussia). Scendendo nel dettaglio, questa Italia eliminata con onore ha potuto mettere sul tavolo valori non indifferenti. Ad esempio, dire che Rugani sia già pronto per la Nazionale maggiore è persino riduttivo: contro il Portogallo ha fatto praticamente reparto da solo, e più in generale ha sciorinato un repertorio completo, costanza, precisione negli interventi, sicurezza e personalità svettante; a mio modesto parere, siamo davanti a qualcosa di più di un ottimo difensore, vedremo se il tempo mi darà ragione o meno. 
Anche Romagnoli e Zappacosta sono sulla strada buona per convincere Antonio Conte, mentre Berardi in queste due settimane ha mostrato solo in minima parte le doti che, invece, ha più volte messo a disposizione del Sassuolo, penalizzato forse da un modulo che ha cercato di valorizzarne le qualità di rifinitore, più che quelle di stoccatore puro: ma una promozione al... piano superiore la si potrebbe tranquillamente azzardare, visto anche il mal di gol che affligge l'Italia "adulta". Altri ragazzi, in primis Cataldi e Benassi, hanno bisogno di ancora un po' di esperienza agli alti livelli, ma il talento è evidente; Belotti, che ha oggettivamente fatto un buonissimo Europeo, spesso costretto a lotte impari contro le soverchianti difese avversarie, deve invece ottenere maggiore spazio nel suo club, giocare e accumulare minutaggio, insomma. 
TITOLARI NEI CLUB - Minutaggio che invece non è mancato, a molti esponenti di questa Under: se spesso, nell'attuale delicata congiuntura storica, i nostri migliori giovani si intristiscono confinati in panchina o in tribuna, o sono costretti a scendere di categoria per poter vedere il campo, stavolta avevamo un buon lotto di titolari in squadre di A, sebbene in buona parte di secondo piano: pensiamo ai citati Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Cataldi, Berardi, ma anche a Crisetig e Benassi. Certo, si potrà obiettare che diversi ragazzi delle altre rappresentative vantano invece già corpose esperienze nelle competizioni europee (fra gli azzurrini solo Sturaro può mettere in curriculum questa voce), ma già il fatto che molti dei nostri siano riusciti a farsi spazio in una massima serie votata all'esterofilia è un passo avanti, rispetto al recente passato. 
PROSPETTIVE NOTEVOLI - E dunque, non è per abbracciare la filosofia della volpe e dell'uva, ma, per una volta, cerchiamo di guardare la situazione in prospettiva, senza rimanere legati al risultato immediato. Del resto, quanti elementi di Under 21 azzurre vincenti abbiamo visto, poi, perdersi nei meandri del calcio professionistico senza riuscire ad emergere? Viceversa, ricordiamo che una delle selezioni giovanili più deludenti in quanto a traguardi raggiunti, quella del biennio 1996 - 98, eliminata nella fase di qualificazione dall'Inghilterra dopo aver perso anche con la Georgia, annoverava nelle sue file gente come Buffon, Iaquinta (campioni del mondo 2006), Fiore, Ambrosini (vicecampioni d'Europa nel 2000), Cristiano Lucarelli e Tacchinardi. La funzione dell'Under dovrebbe essere questa: rendere i giovani competitivi per i palcoscenici dei grandi. Sotto questo aspetto, il gruppo di Di Biagio potrebbe rivelarsi molto più prolifico di quanto adesso si sia indotti a pensare. 
DISASTRO IN AVVIO - In Repubblica Ceca la nostra sorte è stata inevitabilmente subordinata alla falsa partenza con la Svezia: un'ora giocata con sufficiente autorità, in perfetto controllo della situazione, ma con una gestione troppo passiva dell'esiguo vantaggio, quando si sarebbe potuto tranquillamente affondare i colpi su un avversario ridotto in dieci; poi, l'inopinato pareggio su corner e la follia di Sturaro: è sempre sgradevole gettare la croce addosso a un solo elemento, ma non si può negare che le colpe della sconfitta con gli scandinavi ricadano in larga parte sullo juventino, che per la sua esperienza agli alti livelli mai avrebbe dovuto lasciarsi andare a una reazione del genere. 
Giornata infelice anche per il cittì, quella: una formazione sbagliata, come evidenziato anche dalla girandola di cambi nella gara successiva. Troppi "pretoriani" in campo, gente come Bianchetti e Battocchio la cui "titolarità" azzurra è stata in questi mesi superata dagli eventi, nel senso che la stagione di club ha messo in evidenza giocatori più pronti e più meritevoli, ma il buon Gigi ha avuto se non altro il merito di accorgersi dell'errore e di tornare sui propri passi, anche se certi abbagli generalmente si pagano, in una competizione breve come questo Europeo. 
CRESCITA NELLE ULTIME DUE GARE - Con il Portogallo le cose sono andate decisamente meglio: non c'è stato il dominio assoluto del campo descritto da alcuni cronisti in estasi, ma una gara di grana buona, purtroppo caratterizzata dall'eccessiva prodigalità in zona d'attacco, con almeno sei occasioni nitide sprecate: e il fatto che l'ultima, quella che poteva dare una svolta al nostro cammino, sia capitata sui piedi di Biraghi, non certo un bomber, è stato forse il segnale che questa manifestazione sarebbe stata stregata fino in fondo, per noi. I gol sono poi arrivati tutti insieme ieri sera, con l'Inghilterra, che al contrario dei lusitani ha accettato la sfida in campo aperto (per esigenze di classifica) e ci ha consentito una più ampia libertà di manovra. Insomma, un'Italia in vistoso crescendo, con prestazioni che hanno confermato le buone doti della rappresentativa, sia come singoli sia come meccanismi di squadra. 
NESSUN BISCOTTO, MA MENTALITA' "ADULTA" - E' poi vero che bisogna mettersi nelle condizioni di non dipendere dai risultati degli altri, però si può anche sbagliare il primo match e poi recuperare: il fatto che anche a livello giovanile prevalgano atteggiamenti sparagnini volti a salvaguardare l'utilità del pari piuttosto che a giocarsi comunque la partita, come accaduto ieri fra Portogallo e Svezia, è oltremodo triste. La storia parla chiaro, e dice che, nelle grandi competizioni internazionali, la tanto bistrattata Italia certe situazioni quasi sempre le ha subite, mentre quando si è trovata a disputare l'ultima partita del girone in condizioni di privilegio (già qualificata, se non già sicura del primo posto), mai ha "sbracato" ma si è sempre giocata la partita (penso ad Argentina '78 o a Euro 2000, i primi due esempi che mi vengono in mente). Si badi bene, qui non si vuole accusare lusitani e scandinavi di disonestà, così come in fondo non fu disonesto nemmeno quello che i grandi media ribattezzarono "biscottone", il famigerato Svezia (ops) - Danimarca del 2004: si tratta semplicemente di un adattamento alla mentalità più deteriore del football adulto, la convenienza che  porta ad accontentarsi di un determinato risultato. Nessuna irregolarità, ma sia chiaro che lezioni, in tal senso, nessuno ce ne potrà più dare. 

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, PRIMA PARTE: FINALE SPETTACOLO GRAZIE ALLA CORSA EUROPEA. JUVE, LAZIO, GENOA, EMPOLI E FIORENTINA LE SQUADRE PIU' "BELLE"

                                 Parolo, uno degli artefici della splendida stagione laziale

Ma sì, alla fine questa Serie A 2014/15, nata in abiti dimessi dalle ceneri del Mondiale brasiliano e sviluppatasi lungo sei - sette mesi all'insegna della povertà di gioco e di emozioni, senza pathos in testa come in coda, specchio fedele della relativa modestia del movimento calcistico italiano, ha trovato in dirittura d'arrivo nuove risorse vivificatrici. Il rush finale ha proposto un campionato nuovo, vestito (quasi) a festa: lotta serrata per la conquista di un posto nelle due manifestazioni europee, espressioni di gioco imprevedibilmente brillanti da parte di alcune compagini (non tutte di primissimo piano), qualche giovane rampante offerto alla causa azzurra prossima ventura e, di converso, un ultra - veterano scatenatosi in zona gol fino ad artigliare il trono della classifica marcatori. 
RILANCIO EUROPEO - Insomma, in sede di bilancio della "temporada" appena conclusasi, non c'è di che lamentarsi più di tanto, visti i chiari di luna. E a nobilitare il torneo, a renderlo più credibile agli occhi di esperti ed appassionati, è arrivato anche il risveglio nelle Coppe: l'ottimo cammino di Fiorentina e Napoli fino alle semifinali di Europa League (con grossissimi rimpianti per i partenopei: la finale era ampiamente alla portata) e soprattutto la splendida cavalcata della Juventus fino all'ultimo atto di Champions, hanno dimostrato che il nostro football è sì malato, ma non ridotto così male secondo il messaggio che in troppi vogliono lasciar passare (qualcuno parla della Serie A come fosse la lega finlandese, con tutto il rispetto: suvvia, tornate sulla Terra...). 
Finale brioso, si diceva, due mesetti godibili a compensare la totale prevedibilità della corsa scudetto, con Madama troppo superiore agli avversari, ulteriormente rafforzata da una rinnovata dimensione internazionale, e la bagarre salvezza risoltasi in maniera sollecita, anche qui per evidente disparità di forze: Cesena non attrezzato per la massima categoria, Parma alle prese con ben più gravi problemi, Cagliari raso al suolo dalla mancanza di una chiara bussola tecnica (Zeman sì, Zeman no, Zeman... ripristinato, Zeman di nuovo via), con "anziani" non più all'altezza e non in grado di far da chioccia a prospetti interessanti ma mandati allo sbaraglio. 
LAZIO TERZA, MA ARGENTO "MORALE" - Non è il caso di fare pagelle e pagelloni, altre firme ben più quotate e preparate ci penseranno ed è inutile intasare l'offerta di articoli di tal genere; segnalo, a tal proposito, l'ottimo lavoro dell'amico Gianni Gardon, a questo link. Mi limiterò, come l'anno passato, a qualche flash su squadre e protagonisti parsi più meritevoli. Corsa europea entusiasmante, si diceva, anche se a vivacizzarla è stata, va detto, l'inconstanza di squadre che non sono mai state in grado di assumere un andatura lineare su livelli elevati. Penso a Roma e Napoli, innanzitutto. Può sembrare paradossale inserire i giallorossi fra le delusioni del torneo, visto il secondo posto artigliato quasi in extremis: a chi storce il naso di fronte a questa valutazione, consiglio di dare un occhio al rendimento del team di Garcia da dicembre in poi. Roba da mettersi le mani nei capelli: per lunghe settimane la Lupa è stata una nave che imbarcava acqua senza sosta, con difficoltà insormontabili nel produrre una manovra appena apprezzabile, vittima di debolezze mentali e di una campagna acquisti invernale da matita blu (incredibile che qualche buontempone avesse considerato positivi gli acquisti di Ibarbo e di Doumbia). 
Riguardo ai partenopei, che fossero usciti indeboliti dal mercato estivo era stato ampiamente sottolineato, e per una volta il campo ha fornito inappuntabili riscontri tecnici ai giudizi sulla carta. Amnesie difensive, alti e bassi ingovernabili, rendimento inaccettabile con le medio - piccole (sconfitte con Chievo, Udinese, Palermo, Torino, Verona, Empoli, per non parlare dei tanti pareggi, in ultimo quello col Parma già retrocesso e in enormi guai societari). La speranza Champions coltivata fino all'ultimo è stata sostanzialmente un cadeau della Lazio, che ha parzialmente tirato il fiato in dirittura d'arrivo (sconfitte interne con Inter e Roma), ma che nello spareggio del San Paolo ha colto il giusto premio alla sua straordinaria stagione, in cui per continuità, solidità, piacevolezza e qualità di manovra avrebbe anzi meritato la medaglia d'argento dietro agli inarrivabili bianconeri. 
QUELLE CHE HANNO DATO SPETTACOLO - Il discorso sulla Lazio introduce quello sui "vincitori morali" della stagione, ossia sui club portatori di aria nuova e inebriante, fautori di un gioco di alto spessore. Candreva e compagni, certo, mentre non mi fa certo velo la passione tifoidea se nel gruppo metto il Genoa, lo splendido Genoa che, pur cambiando in parte volto fra andata e ritorno, si è mantenuto su alti livelli di rendimento e sciorinato sovente, soprattutto negli ultimi due mesi, un football di caratura quasi europea, aggressivo e ad alti ritmi, inizialmente tendente troppo al ricamo per poi trovare gradatamente la dovuta efficacia sotto porta. Ha colto un sesto posto che è fra i migliori risultati del dopoguerra, e si è ripreso la supremazia cittadina (quarta volta dal ritorno in massima divisione), traguardi che nessuno potrà togliere al Grifo: rimane il nodo della effettiva partecipazione all'Europa League, appesa al filo di ricorsi e controricorsi cavillosi, talmente intricati che entrare nel dettaglio sarebbe ingiusto nei confronti dei miei pochi lettori, non essendo il sottoscritto a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. 
LE MAGAGNE EUROPEE DEL GRIFO - Han voluto invece entrare nel dettaglio tanti, troppi giornalisti, diffondendo notizie incomplete quando non palesemente infondate, e palesando una crassa impreparazione in campo giuridico. Sconcerta e amareggia, in tal senso, soprattutto l'atteggiamento ostile di larga parte dell'informazione locale, critica e distruttiva a prescindere nei confronti del sodalizio rossoblù. C'è chi, dalle colonne di un giornale in gravissima difficoltà (si parla di imminente chiusura: del resto, se la qualità media dell'informazione è questa...), ha addirittura avuto l'ardire di sostenere che questa storia sia probabilmente peggiore di quella della "valigetta" (ossia il controverso illecito di Genoa - Venezia 2005, tralasciando il fatto che la fantomatica "valigetta" di Preziosi di fatto non sia mai esistita, altra invenzione giornalistica). Vada come vada, rimane il grave passo falso iniziale della società (la licenza UEFA doveva essere ottenuta subito), ma i chiarimenti sul processo di risanamento dei conti del Genoa (forniti dalla dirigenza e dal legale Grassani) meritano fiducia, e i continui accostamenti al caso Parma sono del tutto arbitrari. 
EMPOLI E VIOLA DA APPLAUSI - Tornando alle "belle" della Serie A, altra citazione è di diritto per l'Empoli: un collettivo perfettamente organizzato, col gusto del gioco offensivo, grazie anche a un centrocampo e ad esterni martellanti. E anche qui, come per il Genoa, gran ritmo, elemento imprescindibile per farsi strada nel pallone d'oggidì. Sarri ha lanciato sulla ribalta  che conta Valdifiori, cervello fino, ottimo orchestratore della manovra giunto fino alla Nazionale; Rugani non ha patito l'impatto con la massima categoria, e l'azzurro dovrebbe conquistarlo a strettissimo giro di posta; Tonelli, Verdi, Pucciarelli e l'eterno Maccarone si sono espressi su standard di eccellenza. Bene tutto sommato anche la Fiorentina, nonostante quel breve ma disastroso black out primaverile che ha prodotto ben quattro sconfitte consecutive, di cui due in casa con Verona e Cagliari. Colpa del logoramento fisico e mentale causato dal cumulo di impegni? Di certo, quando la Viola ha girato al massimo delle potenzialità è parsa una delle squadre più piacevoli da guardare: gioco di pregio, pochissimi palloni sprecati grazie all'abbondanza di piedi buoni, manovra avvolgente e agile, costante iniziativa: unico limite, emerso in maniera lampante soprattutto in EL, la scarsa concretezza. Troppo pochi i gol rispetto alla mole di lavoro creata. Alla fine, comunque,sono arrivate la conferma europea e addirittura un quarto posto, col Napoli scavalcato sul filo di lana: ed è in fondo positivo che a rappresentare l'Italia nella seconda coppa continentale siano i due team arrivati quasi in fondo all'ultima edizione, è un segno di continuità, con la possibilità di riprovarci con una maggiore abitudine alle incognite di questa competizione non amatissima dalle nostre parti. (1 - CONTINUA).