Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

mercoledì 11 gennaio 2017

LA FIFA ANNUNCIA: MONDIALE 2026 A 48 SQUADRE. TUTTI I LIMITI DEL GIGANTISMO CALCISTICO

                                          Gianni Infantino, presidente della FIFA

Il cambio di format del Mondiale di calcio è sempre un evento epocale, e sempre è destinato a suscitare perplessità, come puntualmente sta avvenendo anche in queste ore, dopo l'ufficializzazione, da parte del neo presidente FIFA Gianni Infantino, dell'allargamento del torneo a ben 48 squadre, a partire dall'edizione del 2026. Non è questione di voler essere costantemente ipercritici a prescindere: il fatto è che queste periodiche modifiche hanno come minimo comun denominatore il gigantismo, cosa fra l'altro riscontrabile anche nell'evoluzione che hanno avuto le strutture del Campionato europeo di football, della Champions League e dell'Europa League. 
QUANDO IL GIGANTISMO AVEVA UN SENSO - Questa manifesta voglia, da parte dei vertici del pallone mondiale, di allargare continuamente i confini del gioco, di aprire le porte a un sempre maggior numero di nazioni, in linea di principio non sarebbe negativa, a prescindere da tutte le considerazioni di carattere politico ed economico che spesso, si dice, stanno alla base di tali scelte. C'è però un limite a tutto: ampliare il campo dei partecipanti alla rassegna iridata poteva essere giusto, anzi sacrosanto, in un determinato periodo storico, quello in cui si superò la quota fissa, e apparentemente immutabile, di 16 finaliste, in vigore praticamente dal 1934 al 1978 (con un paio di eccezioni). Aveva un senso, perché il rischio era quello di ridurre la Coppa del Mondo a un torneo riservato a una ristrettissima élite, con i paesi calcisticamente più "depressi" a far da comparse o, nella maggior parte dei casi, da semplici spettatori. Si passò così alle 24 squadre, a partire da Spagna '82 (ma con uno squilibrio enorme fra le partecipanti, ben 14 europee e agli altri le briciole) e poi, nel '98, si arrivò a 32 (e da allora si assiste a uno squilibrio opposto, visto che alle ultime due edizioni hanno preso parte appena 13 rappresentanti del Vecchio Continente). Formula a 32 che aveva se non altro una discreta funzionalità, in quanto consentiva di evitare i ripescaggi delle terze alla fine della fase a gironi.
OGGI SERVE DAVVERO ALLARGARE? - Il fondamento sportivo di tali allargamenti era soprattutto il tentativo di favorire un progresso dei movimenti calcistici più arretrati, segnatamente quelli dei continenti africano, asiatico, oceanico e del nord - centro America. Lodevole, anche se si potrebbe dire che tale obiettivo sia minato da un vizio di fondo: il primo Mondiale a 24 squadre, infatti, vide una serie di rappresentative del cosiddetto "Terzo mondo" battersi con gagliardia e validissimi argomenti tecnici, pur essendo esordienti assolute sul massimo palcoscenico. Camerun e Algeria sfiorarono la qualificazione al secondo turno mettendo in gravi difficoltà alcune grandi storiche (o addirittura battendole, come i nordafricani fecero con la Germania Ovest), l'Honduras fermò sul pari la Spagna padrona di casa e l'Irlanda del Nord, il Kuwait fece 1-1 con la Cecoslovacchia mancando una vittoria che avrebbe meritato... Insomma, la nobiltà del calcio si accorse, di punto in bianco, che il resto del mondo non era rimasto fermo ed arretrato, ma aveva compiuto enormi progressi pur essendo stato lasciato ai margini e non avendo partecipato, se non sporadicamente, al grande summit del pallone mondiale.
LA CRESCITA DEL CALCIO "POVERO" PASSA DAI CLUB - In sintesi: la crescita dei paesi calcisticamente ancora "indietro" può avvenire anche a prescindere dalla loro inclusione fra le finaliste di un Mondiale, specie se questa inclusione è ottenuta tramite innaturali allargamenti del "tabellone". Avveniva all'epoca, lo abbiamo visto nel caso dell'82, e a maggior ragione può avvenire oggi. Perché tale crescita passa, prima di ogni altra cosa, dalla crescita dei singoli calciatori, e oggi i calciatori del "Terzo mondo" popolano in larga quantità i campionati delle varie nazioni europee. Ed è qui, nei club di Francia, Germania, Italia e via discorrendo, che "vanno a scuola", diventano calciatori veri, a tutto tondo, portando poi questo bagaglio di know how nelle loro rappresentative. 
UN RISCHIO: ABBASSAMENTO DEL LIVELLO TECNICO - Certo, anche i confronti fra selezioni nazionali servono a migliorare, eccome: ma le fasi finali di Mondiali ed Europei non possono diventare le palestre per la crescita di chi è ancora indietro. Anzi, qui tocchiamo un altro punto dolente: immettere innaturalmente nel gruppone della gran festa quadriennale squadre che, col format attuale, il Mondiale se lo sognerebbero, significa prima di tutto abbassare notevolmente il livello tecnico della kermesse. Cosa che, per dire, avvenne in occasione del passaggio da 24 a 32 finaliste, a Francia '98, secondo quanto scrissero alcuni commentatori dell'epoca. E anche l'ultimo Europeo dovrebbe rappresentare un segnale d'allarme, in tal senso: il nuovo format a 24 squadre ha prodotto spettacoli in linea di massima di qualità modesta, poche partite memorabili o prestazioni di alto spessore (fra queste, diciamolo con orgoglio, quelle azzurre contro Belgio e Spagna). Fra le "nuove arrivate", solo Islanda e Galles si son fatte autenticamente onore: ma erano comunque già nitidamente emerse nel biennio di qualificazione, guidando anche per diverse giornate le classifiche dei rispettivi gironi, e nel torneo finale in Francia non hanno fatto altro che confermare la loro acquisita caratura internazionale, casomai andando oltre le previsioni di partenza. 
TROPPE PARTITE, PROBLEMI LOGISTICI - Ecco perché oggi, quando mancano nove anni alla data fissata, una Coppa del mondo a 48 squadre pare un non senso tecnico, una forzatura. Si indora la pillola dicendo che chi arriverà fino in fondo dovrà comunque disputare sette partite, proprio come adesso, e va bene; e si sottolinea che il tutto si potrà svolgere in poco più di un mese, proprio come oggi, e questo va un po' meno bene, perché ci sarebbe un incremento notevole di partite, passando da 64 a 80, con tutti i problemi logistici del caso, anche legati alle potenzialità del Paese che si assumerà l'onere dell'organizzazione. La formula in alcuni dettagli deve ancora essere messa a punto: di certo ci sono i sedici gironi da tre nella prima fase, con qualificazione delle prime due di ogni gruppo; in pratica, 48 gare per mandare a casa appena 16 rappresentative. Poi eliminazione diretta dai sedicesimi di finale in avanti. 
I MONDIALI COME LE OLIMPIADI? - Fra le innovazioni proposte, si parla di cancellazione dei supplementari per passare subito ai rigori. Nelle quote di partecipazione assegnate ad ogni continente, all'Europa andrebbero solo sedici posti, ed è un assurdo (soprattutto se messi in relazione con i 9,5 per l'Africa e gli 8,5 per l'Asia), così come è assurdo che, a partire dal passaggio al format a 32, si sia progressivamente ridotto lo spazio riservato al Vecchio Continente, nonostante i risultati degli ultimi Mondiali abbiano dimostrato incontrovertibilmente l'assoluto dominio del football europeo sul resto del globo. Così diventa una Coppa del Mondo pericolosamente simile al torneo olimpico, dove non si tiene conto, o se ne tiene troppo poco, dei valori calcistici su scala planetaria, attenendosi più che altro a un criterio di equa distribuzione geografica dei posti disponibili.
DIFFICILE TORNARE INDIETRO - Vedremo. La contrarietà di fondo al progetto non significa che non si possa sperimentare il tutto. Così come sono curioso di vedere come sarà un Mondiale quasi "natalizio" come quello del '22 (con tutti i problemi legati alla sospensione dei campionati nazionali, che potrebbe gettare nel caos il calcio di club), sono altrettanto ansioso di vedere questo ipertrofico torneo '26. L'avranno comunque vinta loro, quelli della FIFA: perché nel calcio raramente si torna indietro (come per la nostra Serie A: sembra sempre più difficile poter vedere una riduzione dell'organico del massimo torneo, decaduto sotto tutti i punti di vista da quando si gioca fra venti squadre); perché gli introiti probabilmente aumenteranno, e perché, se qualche Nazionale rivelazione ci sarà, si potrà sempre dire che è stato merito del nuovo format, che ha dato tanto spazio ai "peones" del pallone. I quali però, Mondiali  od Europei che fossero, alla fine si son spesso fatti valere, magari non vincendo mai nulla ma compiendo imprese clamorose (dal Camerun al Ghana, dalla Nigeria alla Costarica). E lo hanno fatto, finora, dovendo superare grandissimi ostacoli, percorrendo strade più probanti e maturando nel tempo. Ora avranno forse vita più facile, ma arrivare più velocemente alla vetta non è detto che sia un bene, anzi. Il patrimonio delle grandi potenze calcistiche non si costruisce in quattro e quattr'otto e passando attraverso varchi fin troppo larghi.  

giovedì 23 giugno 2016

EURO 2016: CONTRO l'IRLANDA L'ITALIA NON ERA UNA SQUADRA, IMPOSSIBILE FARE RISULTATO. E CON LA SPAGNA...



Solo il più ingenuo dei tifosi poteva credere in una vittoria sull'Eire (ripeto la domanda del precedente post: perché quasi nessuno la chiama più così?), o comunque in un risultato positivo, magari accompagnato da una brillante prestazione dei nostri. Ieri sera non esistevano le condizioni perché tali auspici si avverassero. Per far bene a livelli così alti, dicasi la fase finale di un campionato d'Europa, bisogna essere innanzitutto una squadra nel senso più pieno del termine, e l'Italia di Lille non lo era, né lo poteva essere. Non puoi cambiare otto undicesimi della formazione - tipo e farla franca, sperando che sul campo, come d'incanto, si creino in pochi minuti amalgama, intesa, organizzazione, automatismi. Difficile che avvenga in un club, coi suoi tempi di lavoro più dilatati, figuriamoci in una rappresentativa, ricostruita da zero in pochi giorni. 
RIVOLUZIONE ECCESSIVA - Proprio per questo, nel pezzo di commento alla stentata vittoria sulla Svezia, avevo auspicato quattro - cinque cambi, non una rivoluzione: un mix tra titolari e "riserve" (anche se nel calcio di oggi, votato al buonismo, è vietato chiamarle così), il "brodo di coltura" ideale per consentire ai nuovi di esprimersi al meglio delle loro potenzialità, venendo inseriti in un meccanismo già collaudato. In una squadra, per l'appunto. Conte ha invece costruito, per la pleonastica terza uscita azzurra a Euro 2016, una formazione raccogliticcia, composta da elementi che mai avevano giocato assieme.
Una cosa del genere la fece Lippi durante il suo secondo mandato, nel 2009: titolarissimi in campo a Dublino, nell'autunno 2009, per strappare proprio agli irlandesi il punto necessario per la qualificazione a Sudafrica 2010, e squadra totalmente rinnovata per l'impegno di pochi giorni dopo con Cipro a Parma, scaduto a livello di amichevole. Risultato: Italia in bambola per un'ora e addirittura sotto di due gol contro i modesti isolani, fino al risveglio finale, con assalto all'arma bianca e risultato capovolto da un Gilardino scatenato, autore di una tripletta. Ecco: ieri, giusto qualche guizzo dei singoli più dotati avrebbe potuto evitarci la figuraccia, quantomeno sul piano del punteggio. Ci stava quasi riuscendo Insigne, che ha chiuso con un palo schioccante un'azione personale simile a quella che aveva portato in gol Eder pochi giorni fa. Ma non sarebbe stato un premio meritato, ed è infine giunto un ko poco meno che inevitabile, con Brady e compagni che avrebbero potuto passare anche prima. 
NON ERA IL VERO BERNARDESCHI - Compagine raccogliticcia e improvvisata, si diceva, fatta apposta per mettere tutti nella condizione di dare il peggio. Avete visto Bernardeschi? E' uno dei talenti più fulgidi dell'ultima generazione nostrana, ma ieri ha giocato una partita francamente imbarazzante: timido, confusionario, impreciso persino nel tocco di palla, che dovrebbe essere una delle sue doti più cristalline. Lo stesso giocatore, visto a Udine in una squadra vera, aveva invece portato brio, freschezza, imprevedibilità in fase offensiva. E anche Sturaro non è certo il cieco cursore messosi in mostra ieri.. Nulla di sorprendente, invece, negli errori di Thiago Motta, che da due anni è un corpo estraneo alla Nazionale eppure continua a godere di credito largamente superiore ai meriti acquisiti. Hai un bel dire che ha esperienza internazionale, gioca in una big del calcio europeo e amenità simili, ma poi questa caratura va dimostrata sul campo, e l'ultimo Thiago di livello, in azzurro, lo si è visto forse ai tempi della rassegna continentale 2012. 
BONUCCI IN CAMPO, PERCHE'? - Partita difficile da analizzare tecnicamente e tatticamente, quella di poche ore fa: l'Italia non è stata in grado di togliere l'iniziativa a un avversario aggressivo ma modesto, ha da subito lasciato il pallino ai verdi, rattrappendosi in una difesa esclusivamente passiva, che si limitava a chiudere o a respingere di testa (molto efficace in questo senso Ogbonna, un'alternativa che potrebbe tornare utile se l'Europeo si allungasse e se qualche diffida si tramutasse in squalifica, come temo prima o poi avverrà), senza però far ripartire l'azione. Cosa di cui di solito si occupa Bonucci, sul quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte: per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare una giustificazione alla sua presenza in campo. Già gravato da un'ammonizione, un altro cartellino può essere dietro l'angolo in qualunque partita, può arrivare anche in modo casuale, o per una svista dell'arbitro: non è successo, ma il cittì si è preso un rischio veramente assurdo, mettendo a repentaglio la presenza di uno dei nostri uomini cardine nel durissimo match contro la Spagna. La formazione era talmente improbabile, talmente slegata e priva di equilibri, che un giocatore  nuovo in più in aggiunta agli otto già schierati non avrebbe spostato alcunché. E allora, perché? 

                                             Da Insigne gli unici lampi di Lille

RANKING FIFA E SCARSA FORZA PENETRATIVA - E' stata una delle gare più inutili nella storia degli azzurri alle grandi manifestazioni, sullo stesso piano di Italia - Paraguay (Mondiale 1950) e Italia - Svizzera (Mondiale 1962), due confronti che i nostri affrontarono sapendo già di essere eliminati. Comunque un peccato: spezzare una serie positiva, addirittura perdendo, insinua pur sempre qualche dubbio, qualche incertezza in un morale fino al giorno prima granitico. E poi la nostra rappresentativa non si trova nelle condizioni di negarsi la possibilità di provare a vincere anche quando la posta in palio immediata non è altissima, come ha fatto questa volta per un mero eccesso di sperimentalismo: accumulare vittorie è necessario, molto banalmente, anche per il ranking FIFA, e certi punti persi nel recente passato in partite abbordabilissime ci sono costati cari, negandoci il titolo di testa di serie nei sorteggi per la fase finale di Brasile 2014 e per le eliminatorie di Russia 2018. Senza dimenticare che, fra Svezia ed Eire, con due undici diversi abbiamo mostrato gli stessi difetti: incapacità di praticare un gioco di iniziativa, assurdo attendismo al cospetto di rivali non eccezionali, clamorosa sterilità offensiva. Sentivo ieri in tv che questa è l'Italia che crea meno, in avanti, dai tempi di Euro '80, e non mi sorprende: ricordo selezioni azzurre, anche in versioni non particolarmente scintillanti, che sapevano premere, concludere, impegnare le difese avversarie, come quella del biennio 2010 - 2012, che affrontava senza paura anche "squadroni" certamente più dotati. Questa lo fa molto raramente, troppo raramente. 
SERVE UN'ITALIA MIGLIORE DI QUELLA DI LIONE - Certo, contro gli iberici il problema non dovrebbe porsi. Il copione in apparenza è scritto: i magnifici di Del Bosque a fare la partita, noi a rispondere con difesa ferrea ma propositiva e ripartenze a tambur battente. In parole povere, potremmo sfangarla ripetendo la medesima impostazione di gara che ci ha premiati col Belgio, solo che questa volta dovranno essere davvero tutti sul pezzo, dovranno rasentare la perfezione, cosa che al debutto di Lione non si verificò, con qualche prestazione singola non all'altezza del collettivo. Poi può essere pure che invece, come avvenne nella semifinale di Confederations Cup 2013, il team di Conte sorprenda tutti e prenda pallino: quel giorno l'Azzurra di Prandelli, in una delle sue ultime versioni di grana buona, tenne in scacco le Furie Rosse e minacciò ripetutamente Casillas, per poi cedere ingiustamente ai calci di rigore. Ma per avere autentica vivacità dalla trequarti in su bisognerebbe dare più fiducia ai nostri ragazzini terribili, Insigne ed El Shaarawy in primis, che finora invece hanno visto il campo col contagocce. 
NON PIU' EXTRATERRESTRI, MA FORTISSIMI - Non è per fare gli schizzinosi, ma la sfida contro i campioni in carica sarebbe stato meglio averla più avanti. La Roja non è più, in senso assoluto, la macchina perfetta che passò come un rullo compressore su Euro 2008. Sudafrica 2010 ed Euro 2012. Due anni fa in Brasile fu bruscamente ridimensionata, ma era evidente che, con l'organico a disposizione, non fosse giunta al capolinea. Era semplicemente divenuta più "umana", ecco tutto. E la Spagna di oggi è una squadra umana, che nei momenti migliori palleggia che è un piacere (ma il tiqui taca esasperante del passato si è attenuato, a vantaggio di un gioco spesso più verticale), avvolge gli avversari e li "mata" grazie alla precisione nel tocco, nei passaggi, nelle conclusioni dei suoi campioni. Ma ha anche qualche momentanea défaillance e presa in velocità può andare in crisi. Speriamo... 
BENTORNATA, UNGHERIA! - Rimane comunque una delle realtà migliori espresse da un primo turno molto equilibrato e raramente spettacolare (fragorosa eccezione, il 3 a 3 di ieri fra Ungheria e Portogallo). Come da tradizione di questi grandi tornei, alcune fra le squadre più attese hanno steccato totalmente (vedi Austria, la delusione più clamorosa) o parzialmente (lo stesso Portogallo, che non è andato al di là di tre pareggi, l'ultimo soffertissimo). Francia e Germania hanno lasciato intravedere solo in minima parte le loro grandi potenzialità (ma i tedeschi sono parsi in netta crescita nel terzo match coi nordirlandesi). L'Islanda ha confermato l'eccellente trend delle qualificazioni, dove aveva fatto fuori nientemeno che l'Olanda terza nel mondo, il Galles ha sorpreso solo i superficiali, visto che attorno al fuoriclasse Bale, pienamente all'altezza del compito, ha costruito una compagine solida e di discreto talento. A destare clamore è soprattutto l'exploit dell'Ungheria, poco considerata, forse poco dotata tecnicamente, ma scaltra e motivata. I magiari erano in debito con tutti gli amanti del calcio: trent'anni di assenza totale dai grandi palcoscenici (mancavano da Mexico '86) sono imperdonabili per quella che è stata una delle migliori scuole di football di sempre, ma si è in tempo per rimediare, e questo boom è già un primo passo per riassaporare scampoli di gloria.  

mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico. 

giovedì 19 giugno 2014

MONDIALI 2014: SPAGNA ADIÓS, TRAMONTA LA ROJA PIGLIATUTTO. QUALE FUTURO PER IL TIQUI TACA?

                        Del Bosque scuro in volto: un altro CT prigioniero della riconoscenza

Stai a vedere che gli unici ad aver capito tutto erano stati gli organizzatori della Coppa del Mondo. Vecchie volpi, autentiche lenze, capaci di intuire con ben sette mesi di anticipo (sorteggio dei gironi nel dicembre scorso) il repentino tramonto della leggenda spagnola. Sennò chi glielo faceva fare di inserire il Brasile "cocco di casa" e gli iberici nella medesima parte di tabellone e, anzi, di abbinarne addirittura i raggruppamenti, creando i presupposti per un pericolosissimo rendez - vous fra la Seleçao e la Roja già negli ottavi di finale? Si scherza, ovvio: della Fifa si possono dire tante cose, ma fra le sue prerogative non c'è (ancora) la preveggenza... E' un fatto che l'incrocio "arrischiato" non ci sarà: il nuovo Maracanà, grigio e spoetizzato, uguale a mille altri stadi moderni edificati di recente in mille altre parti del globo, mantiene pur sempre un alone di leggenda, e diventa teatro e testimone di un'altra pagina storica del football: l'abdicazione dei monarchi assoluti degli ultimi sei anni di calcio mondiale. 
L'1-5 CON L'OLANDA, SEGNALE INEQUIVOCABILE - Si era stati fin troppo facili profeti nel sostenere che il disastro in salsa Oranje avrebbe lasciato scorie pesantissime e che, soprattutto, una disfatta di tali proporzioni non poteva essere archiviata come un semplice passaggio a vuoto, una di quelle serate storte cancellabili con un colpo di spugna. Alle corte: se una squadra pluridecorata e campione iridata in carica cede così fragorosamente al debutto, è evidente che qualcosa si è rotto, che la "magia" alla base dei tanti trionfi è in via di dissolvimento, che si tratta solo di capire quando la luce si spegnerà del tutto. Di solito, è questione di due o tre partite, non di più: la Francia del 2002 e l'Italia del 2010, fra mille affanni, rimasero in corsa fino all'ultima gara del girone, questa Spagna ha ceduto prima: vorrebbe tornare subito a casa, e invece, suprema umiliazione, sarà costretta a bere fino in fondo l'amaro calice di questa fallimentare spedizione, giocando l'inutile confronto con l'Australia. 
COME L'ITALIA '86: ABIURA TATTICA - Il paragone più adatto per le Furie Rosse in disarmo è con la pallida Azzurra '86, ma non per il modo di uscire di scena: quella nostra Nazionale, seppur logora e non all'altezza della squadra "mundialista" del 1982, riuscì comunque a superare le colonne d'ercole della fase iniziale, prima di arrendersi alla Francia negli ottavi. No, ciò che accomuna le due compagini è l'aver abiurato a certi incrollabili princìpi tattici proprio nel momento di massima difficoltà, sull'orlo del precipizio. Enzo Bearzot, nei due anni precedenti, aveva costruito pazientemente la squadra attorno a un regista, il bravo (e storicamente sottovalutato) Di Gennaro del Verona: era il modulo d'elezione, quasi l'unico su cui si puntava, e nel listone per il Messico non vennero inseriti ricambi testuali per il costruttore di gioco prescelto: tutto doveva ruotare attorno a lui. Ebbene, il giorno dell'ultima sfida contro i galletti campioni d'Europa, il cittì (secondo il giornalista Italo Cucci su infelice imbeccata del suo vice Cesare Maldini) decise di togliere di squadra il buon Di Gennaro, per affidarsi a un modulo di puro contenimento e fare spazio a un marcatore fisso da appiccicare a Platini, il malcapitato Beppe Baresi. Come dire: due anni di lavoro gettati alle ortiche, ammissione di inferiorità rispetto all'avversario, e inevitabile sconfitta. 
IL RIDIMENSIONAMENTO DEL TIQUI TACA - Così ieri la Spagna: nel primo tempo col Cile, il tiqui - taca sembrava un lontano ricordo. Il solito gioco elaborato e fitto di passaggi ricompariva solo a tratti, e aveva più che altro l'aspetto di una triste melina, per allentare la pressione di avversari baldanzosi o traccheggiare nella vana attesa di trovare una degna soluzione offensiva. Per il resto, la Roja cercava di imbastire un gioco un po' più scarno, essenziale, sbrigativo, ma non ci si reinventa così, in pochi giorni: e infatti regnavano approssimazione e squilibrio tattico, e chi in ultima battuta doveva creare, impostare e ispirare appariva costantemente fuori fase: il più inconcludente era Xabi Alonso (anche in zona tiro, sinistro a botta sicura addosso al portiere Bravo), ma personalmente non avevo mai visto un Iniesta così impreciso e falloso. 
Nella ripresa si vedeva persino una bella Spagna, aggressiva, dinamica e volitiva, ma quando devi remare controcorrente per annullare un doppio svantaggio tutto diventa difficile: così, se premi con continuità e metti in piedi un gioco d'attacco decente, devi riaprire subito la gara, altrimenti alla lunga ti esponi alle micidiali ripartenze avversarie. E' ciò che è accaduto: Diego Costa, che già nel primo tempo aveva ciabattato a lato da buona posizione, falliva un'occasionissima facendosi contrare il tiro a tu per tu col guardiano sudamericano, Busquets sciaguratamente lisciava a porta vuota, poi arrivavano altre opportunità, ma dall'altra parte del campo anche il Cile mancava in almeno tre occasioni la possibilità di chiudere il conto. 
MALEDETTA RICONOSCENZA - Spagna adiòs, dunque. Rimane un interrogativo: quale assurdo e malinteso senso di riconoscenza spinge ogni cittì, in ogni epoca, a puntare pervicacemente su giocatori copertisi di gloria nel passato ma che sono già in pieno declino o, nella migliore delle ipotesi, vicinissimi alla parabola discendente? Spesso sono proprio loro, i tecnici, i primi a dire che nello sport non bisogna mai voltarsi indietro, che si ricomincia sempre daccapo. E allora, perché non metter mano al ricambio, perché andare sistematicamente incontro a brutte figure? Bearzot nell'86, Del Bosque nel 2014, ma anche Lippi nel 2010 o Menotti con l'Argentina nell'82: tutti hanno preferito limitare al minimo il ricorso a forze nuove e affondare con la loro truppa di spompati fedelissimi. Non li capirò mai. 
RINNOVAMENTO? DA SETTEMBRE... - Il "marchese" spagnolo, poi, era nelle condizioni ideali per cominciare a innovare con mano morbida ma inesorabile: un mondiale e un europeo in saccoccia (e in più il titolo continentale di Aragonés, nel 2008), una posizione di enorme potere, inattaccabile, che gli dava ampi margini di azione: si trattava semplicemente di fare qualcosa di inevitabile, ossia rinfrescare i quadri, prevenendo il disastro. Da settembre avverrà comunque, entreranno i vari Koke (già visto stasera, pesce fuor d'acqua in un tessuto di squadra che forse avvertiva come estraneo), Isco, Thiago Alcantara e altri ancora (magari qualche "italiano" non più di primo pelo ma che in Nazionale non sarebbe scandaloso, penso a Borja Valero, Callejon e Llorente); e la Roja tornerà, chissà, ancora col tiqui taca e col falso nueve, invenzioni tattiche che si sono... ribellate ai loro creatori mandandoli in bianco ma che altrove, sia pur mitigate e rivedute, stanno mostrandosi ancora valide (si vedano le prestazioni di Germania e Italia in questo torneo). Intanto però la Spagna euromondiale è entrata nell'altra storia, quella alla rovescia: peggior difesa del titolo di sempre, e score da squadra materasso. 

sabato 14 giugno 2014

MONDIALI 2014: IL MITO DELLA ROJA DOMINATRICE VA IN FRANTUMI, RESTA UNA SPAGNA "UMANA" E PERICOLOSA

                                                 Van Persie tira, Piquè osserva

Nulla sarà più come prima. Certo, l'imprevedibilità innata del calcio e la storia stessa della Coppa del mondo inducono alla prudenza; molte volte (ma non sempre...) inciampi clamorosi delle big nella partita d'esordio hanno assunto le sembianze della classica rondine che non fa primavera: pensiamo alla favoritissima Italia di Sacchi sconfitta dall'Eire nel '94 e poi volata in finale, o all'Argentina messa ko dal Camerun nel '90 e tuttavia in grado di arrampicarsi, con molta fortuna e pochi meriti, fino all'atto conclusivo della kermesse. E allora diciamolo subito: la Spagna è ancora in corsa, anche se fa un effetto strano dirlo dopo aver assistito allo scempio che ne ha fatto l'Olanda poche ora fa; eppure a Casillas e compagnia dovrebbe bastare, a rigor di logica, battere Cile e Australia per andare avanti, e si tratta di "imprese" ampiamente alla portata di una selezione iberica almeno al 70 per cento delle proprie potenzialità.
CESURA STORICA - Ma il punto è proprio questo: la gara di ieri sera, comunque vada a finire questo torneo, entrerà nella leggenda dei Mondiali perché ha segnato una cesura storica. C'è ancora, malgrado la batosta, una Spagna ricca di risorse, di talento, di personalità, in grado di fare un po' di strada in Brasile (non una strada lunghissima, a sensazione); ma il mito della Roja euromondiale, l'Invincibile armata che ogni ostacolo ha travolto dal 2008 in poi, non esiste più. Frantumato, cancellato, spazzato via nella piovosa  e umidiccia serata di Salvador. Perché i cocci possono essere rimessi faticosamente insieme, si può tentare una correzione di rotta per tornare avventurosamente in carreggiata, ma un crollo come quello al cospetto dei Tulipani non può scorrere addosso come acqua fresca.
SCONFITTA EPOCALE - In un Mondiale ci sono fattori che pesano assai più delle contingenze del campo: c'è la tradizione, innanzitutto, che significa un sacco di cose. Significa, per le grandi squadre, il prestigio da difendere ad ogni costo, significa una dignità da conservare anche nelle circostanze più infelici, anche quando la decadenza comincia a far malinconicamente capolino. Ecco, tutto ciò è stato tradito dalla Spagna di ieri sera. Non si può iniziare la difesa di un titolo iridato in questa maniera: nessun altro campione in carica del passato è mai arrivato a tanto. Poi, certo, altri detentori prima di Xavi e compagni sono usciti nel girone iniziale (Brasile '66, Francia 2002, Italia 2010), e magari le (ex?) Furie Rosse almeno questo scoglio invece lo supereranno, ma la Nazionale che ha dettato legge in ogni angolo del globo da sei anni a questa parte ha dei doveri, degli oneri a cui tenere fede sempre e comunque. Ecco perché un tale avvio da brividi, un 1 a 5 all'ingresso nel massimo consesso calcistico internazionale, è uno di quegli eventi che segnano indelebilmente la storia di una squadra, e che, nella fattispecie, non può che chiudere l'epoca degli iberici extraterrestri aprendo quella, ben più carica di incognite, degli iberici umani, sempre forti ma battibilissimi.
EPPURE, NEL PRIMO TEMPO... - E' finito il mito, dunque, ma non la Spagna. Perché se si analizza nel dettaglio il cappotto in salsa (o succo) Oranje emerge una partita per certi versi "assurda"; si può quasi dire che siano state due gare in una, con l'intervallo a tracciare un confine ben definito fra due film diversi, anzi tre: nel primo tempo una placida commedia in slow motion, nella ripresa un action movie dal ritmo incalzante per l'Olanda e un horror per i campionissimi. I primi 45' di gioco avevano, in fondo, mostrato la Spagna di tante altre occasioni: sorniona, palleggiatrice, capace di non sprecare che pochissimi palloni (i nostri azzurri, da questo punto di vista, possono continuare a invidiarli...) e di accendersi con verticalizzazioni improvvise e devastanti, pilotate principalmente da un Iniesta ancora ad altissimi livelli, prima di scomparire anche lui nei gorghi di quella ripresa da incubo. 
E' pur vero che Sneijder in apertura aveva incredibilmente calciato su Casillas in uscita disperata, ma poi erano stati i rossi (in tenuta bianca) a tenere pallino. Diego Costa, macchinosissimo, era stato favolosamente lanciato per due volte in area, in identica posizione, sul versante sinistro: la prima aveva cincischiato all'inverosimile, la seconda... pure, trovando però un rigore cercatissimo e generoso (ma che si può dare, come anche no...). E dopo la trasformazione di Xabi Alonso, Silva, uno dei più vivaci sul versante offensivo, aveva clamorosamente mancato il raddoppio su splendido assist di Iniesta, mentre nelle retrovie si metteva in luce un Jordi Alba ispirato soprattutto nei recuperi difensivi. Insomma, nulla di trascendentale ma neppure sintomi di un crollo imminente: solo un ritmo ancor più basso del solito, ma ci poteva stare in una partita d'esordio (quindi con un torneo presumibilmente lungo davanti) e con un vantaggio da gestire.

                                             Robben esulta: vendetta consumata

VENDETTA ROBBEN - La poderosa inzuccata di Van Persie che ha fruttato il pari è stata lo spartiacque. Al ritorno in campo, si diceva, un altro match, eppure non mi è parso di vedere un'Olanda fenomenale, una di quelle macchine da calcio in grado di dare inizio a una nuova egemonia. Difesa serrata, manovra assai scarna con Blind junior abilissimo a chiudere e rilanciare, però, va detto, grande rapidità complessiva e uomini d'attacco maestri nel palleggio, capaci di animare vertiginosi dialoghi e di arrivare in zona  - pericolo con irrisoria facilità. Robben ha consumato l'attesa vendetta, dopo i gol falliti nella finalissima sudafricana: la doppietta di ieri non gli ridarà la Coppa persa nel 2010, ma, lo si è scritto in apertura, resterà comunque negli annali, perché ha sancito il tramonto di una compagine che pareva immortale. 
SUPPONENZA E ALTRO... - Ecco, torniamo alla Spagna: il crollo non è stato solo fisico: sì, la condizione atletica è parsa assai approssimativa, ma Del Bosque e i suoi pretoriani hanno costruito i loro trionfi fondamentalmente su altre basi. Alcuni fattori che hanno prodotto la disfatta si possono comunque individuare: una sensazione generalizzata di supponenza, in primis. Nel primo tempo si è vista la Roja "ammirata", si fa per dire, nella fase centrale di Euro 2012, contro Francia e Portogallo: una squadra che andava col pilota automatico, talmente convinta (non a torto...) della propria superiorità da dare la sensazione di non dannarsi più di tanto, di risparmiare energie e di giocare come il gatto col topo. Solo che nel frattempo qualcosa è cambiato: molte Nazionali hanno trovato il modo di disinnescare il tiqui taca, lo si era detto qui pochi giorni fa. 
Ancora: è un team troppo monocorde tatticamente. Sì, lo so, parrebbe una bestemmia dirlo di una Spagna che è entrata nella leggenda insistendo su pochi capisaldi strategici: il suddetto tiqui taca, la ragnatela di passaggi precisa al millimetro fino a che non si riesce a stanare l'avversario, e il famoso "falso nueve". Eppure resto convinto che l'eclettismo, la capacità di adottare diverse formule anche a partita in corso, rimanga una risorsa fondamentale, anche se è necessario disporre di un modulo "di base", sul quale eventualmente operare variazioni. A proposito di "nueve", il naturalizzato Diego Costa è parso un pesce fuor d'acqua, poco reattivo e poco pungente pur avendo ricevuto, nel primo tempo, alcuni assist pregevolissimi. Meglio Villa, allora, che negli ultimi anni in rappresentativa è stato ingiustamente sottoutilizzato. 
ENTRA L'ITALIA - Stanotte, intanto, si alza il sipario sul "mistero Italia". Mistero perché, l'ho scritto giorni fa, la nostra è squadra di impossibile collocazione sulla griglia di partenza: può fare tutto e niente. Ha dalla sua due buonissimi piazzamenti nei due tornei a cui ha finora partecipato, e alcune risorse di classe non indifferenti; ma pesano due colossali incognite: il rendimento non esaltante nelle ultime due stagioni e la generale involuzione del nostro movimento calcistico, di cui la Nazionale rischia di essere lo specchio. L'ultima amichevole non ufficiale con la Fluminense ha mostrato Insigne e Immobile in apparente stato di grazia (apparente, perché il match, giocato in pratica con la formazione riserve, era di scarsissima attendibilità tecnica): entrambi possono tornare utilissimi, il talentino di Benitez perché è uno scricciolo in grado di dare del tu al pallone e di sconvolgere il fronte offensivo con invenzioni improvvise e una innata rapidità, l'ex granata perché è il classico bomber toccato dagli Dei del calcio proprio nel momento più opportuno (in.. zona Mondiale), e oltretutto poco conosciuto dagli avversari, una di quelle risorse dell'ultimo momento di cui tante volte l'Italia ha potuto usufruire. E personalmente non sono sicuro sia incompatibile con Balotelli. Certo, esordire con l'Inghilterra è un po' come cominciare il Mundial dagli ottavi, o dai quarti: l'avvio più impegnativo di sempre, e le premesse non sono buonissime: prima fuori De Sciglio, ora a rischio Buffon. In bocca al lupo ai nostri. 

giovedì 6 marzo 2014

VERSO IL MONDIALE: ITALIA, LA GRANDE BRUTTEZZA. AZZURRI UMILIATI DALLA SPAGNA

                           Prandelli pensieroso: poco tempo e tanto da fare per il Mondiale...

Spagna - Italia di ieri sera va ad arricchire la già abbondante collezione di "amichevoli horror" che, praticamente da sempre e con poche eccezioni, caratterizzano le vigilie mondiali azzurre. Dal test match con la Jugoslavia a Roma prima di Argentina '78, uno 0 a 0 con "generose" dosi di fischi per i nostri, alla resa parigina con la Francia di Platini nel febbraio '82, quattro mesi prima della gloriosa avventura spagnola; dal ko napoletano contro gli stessi francesi nel febbraio '94, in una serata all'insegna del non gioco nostrano, a quello in Repubblica Ceca nel maggio 2002, presagio nefasto dell'amara esperienza nippo - coreana. Seguo la Nazionale da quasi trent'anni, e oramai ci ho fatto il callo, a queste dimostrazioni di... impotenza pre iridata dei nostri baldi rappresentanti. Però non mi rassegno: otto anni fa, giusto di questi tempi, lo scintillante 4 a 1 rifilato alla Germania in quel di Firenze dimostrò che è possibile, nel bel mezzo della stagione di club, interpretare una gara senza punti in palio col piglio giusto, perché le fondamenta di una buona Coppa del Mondo vanno gettate con largo anticipo e anche perché "vincere aiuta a vincere", mentre questa pallida Italia non fa bottino pieno da sei mesi e cinque partite, non proprio il massimo per approcciarsi a Brasile 2014. 
ITALIETTA - Ecco, magari non si pretendeva una vittoria azzurra al Vicente Calderon, ma qualcosa di più del vuoto pneumatico messo in mostra sì. L'ultimo confronto vero con la Spagna, quello della Confederations Cup nel giugno scorso, aveva dimostrato che le distanze fra le due rappresentative si erano un tantino accorciate. La sfida di poche ore fa non poteva fornire altri ragguagli in tal senso, soprattutto perché Prandelli l'ha affrontata con una formazione che, sicuramente, non sarà quella titolare destinata a esordire al Mundial (e meno male). Ciò non toglie che il complesso messo in campo avesse il dovere tecnico e morale di dare di più. 
I novanta minuti di Madrid hanno mostrato al mondo intero un'Italia piccola piccola: costantemente in sofferenza di fronte alle folate offensive iberiche, incapace di sfoderare manovre e palleggio efficaci a centrocampo, evanescente o quasi in attacco, a parte un paio di soluzioni estemporanee dovute all'estro dei singoli: il palo di Cerci in apertura al culmine di un'azione personale del torinista, e il bel sinistro alto di poco di Osvaldo su splendido assist di tacco di Marchisio. Poi il nulla, fino a un tentativo di Immobile a una manciata di minuti dal termine. Nel mezzo, tanta Spagna, una Spagna che ci ha inflitto una lezione per certi versi anche più umiliante di quella di Kiev 2012: perché ha disposto del nostro undici in scioltezza, quasi in souplesse, e avrebbe potuto ottenere un altro largo punteggio se non avesse sprecato l'impossibile in fase conclusiva: clamorosi soprattutto gli errori di Fabregas e David Silva, per il resto Buffon ci ha messo tre pezze provvidenziali ma ha anche "ciccato" l'intervento sulla botta decisiva di Pedro. 
PALETTA E POCO ALTRO - E' parso un confronto fra una big e una rappresentativa di calibro medio - basso, e ciò è inaccettabile, anche per una sfida amichevole. Impotenza e vacuità tattica: non una trama degna di tal nome; imprecisione a go go in ogni fase del gioco, con errori di misura nei passaggi quasi da bassa Serie A, tanto che persino il subentrante Pirlo si è ben presto intristito in un contesto tecnico desolante; spinta sulle fasce inesistente. Un pianto, nel quale è fin troppo facile individuare i pochi da salvare: diciamo in primis Paletta, che ha fatto il difensore vecchio stampo, bravo a francobollare, spietato nell'anticipo, il che però non ha impedito alla nostra retroguardia di ballare costantemente (d'accordo, zero protezione da parte del centrocampo) e di incassare un gol risultato alla fine decisivo. 
Di certo, con l'italo - argentino, si è scoperto un buon ricambio per un reparto i cui titolari, Barzagli, Bonucci e Chiellini, se in forma e ben sostenuti dal collettivo garantiscono comunque già adeguata copertura. Meritevole di segnalazione anche il buon rientro di De Sciglio, attento dietro e determinato nel tentare di appoggiare una manovra offensiva quasi inesistente (ma non certo per colpa sua); e infine, come detto, qualche buona accelerazione di Cerci, che ha brillato solo a sprazzi ma che è uno che sa saltare l'uomo, merce sempre più rara, ahimé, nel nostro calcio. 
FISICAMENTE A TERRA, PERCHE'? - Non basta, non può bastare, per quello che era l'ultimo test prima delle convocazioni per il Mondiale brasiliano. "Il divario fra le due squadre è stato soprattutto fisico, in questo momento loro stanno meglio", ha più o meno detto Prandelli a caldo. Ma ha senso, tutto questo? Ha senso che i giocatori di due Paesi calcisticamente avanzati, nel momento clou delle rispettive stagioni agonistiche di club, si trovino in condizioni atletiche così lontane fra di loro? No, e del resto appena dodici mesi fa eravamo qui a glorificare un'altra amichevole dei nostri, di segno totalmente opposto, quel 2 a 2 col Brasile conquistato da un Club Italia fisicamente pimpante e voglioso di far gioco, al punto da averci fatto credere che avesse imboccato la strada della definitiva maturazione.

                                  Verratti: lui e altri giovani meriterebbero più fiducia

TEST UTILE - Non mi si venga a dire, però, che quella con la Spagna è stata un'amichevole "inutile e forse dannosa", come si poteva leggere ieri sul sito - blog del glorioso Guerin Sportivo. Prima di un Mondiale (o di un Europeo) ogni amichevole è fondamentale, perché aggiunge sempre qualcosa, anche quando sembra aver solo tolto: quest'ultima ha fatto venir meno qualche incrollabile certezza del nostro gruppo, perché perdere e subire una lezione di gioco così pesante non fa bene all'autostima;  il discorso ritorna, ancora una volta, a quel trionfale Italia - Germania del 2006 e all'importanza che ebbe (assieme alla precedente vittoria in terra olandese) per far crescere personalità internazionale e voglia di ben figurare della truppa lippiana. Ma, mettiamola così, è meglio avere consapevolezza dei propri limiti e cercare di correggerli piuttosto che andare avanti con false certezze che del resto, nei quasi due anni post Europeo, si sono spesso scontrate con la dura realtà dei fatti.
FLORENZI, INSIGNE E VERRATTI, ALTRO CHE THIAGO MOTTA... - E cosa ha aggiunto invece, Spagna - Italia, al bagaglio di esperienze azzurre? In primis la solare evidenza che senza De Rossi, Pirlo e Balotelli (ma aggiungiamoci anche il Bonucci spesso autoritario in rappresentativa) questa squadra perde una larghissima percentuale delle proprie potenzialità; in seconda battuta, la constatazione di quanto sia doveroso discutere sull'effettiva utilità, per la Nazionale, della presenza in campo di Thiago Motta, il cui contributo è quasi sempre impalpabile. Rimane anche l'amarezza nell'osservare una prudenza sempre più marcata, da parte di Prandelli, nel ricorso ai giovani.
"Spazio alla linea verde" era stata la filosofia del primo biennio del cittì, mentre ora che sarebbe il momento di alzare il tiro dello svecchiamento, di puntare ancor più la prua verso l'avvenire, di sfidare un calcio italiano sempre più rivolto agli stranieri e ai "grandi vecchi", ecco che Destro e Immobile vengono gettati nella mischia quando ormai raddrizzare la partita era pura utopia, Verratti e Insigne rimangono malinconicamente ai margini, Florenzi (fra i migliori centrocampisti della Serie A) non figura nemmeno nella lista dei convocati. E' una Nazionale che, dopo gli slanci del periodo 2010-2012, sembra essersi convertita al piccolo cabotaggio, ho scritto spesso nei mesi scorsi, e lo dimostra anche questo atteggiamento oltremodo sparagnino, il puntare su soldatini senza lampi come Thiago  o su esperti oriundi come Paletta, mostrando nei confronti dei suddetti ragazzini terribili la poca pazienza che viene spesso (e giustamente) rimproverata ai tecnici dl club. 

sabato 7 dicembre 2013

BRASILE 2014, IL SORTEGGIO: GIRONE DI FERRO PER L'ITALIA, SCANDALO FRANCIA MA... GLORIA A CHI VINCE!

                               Argentina '78: allora come oggi, girone di ferro per gli azzurri

E' lecito discutere della bontà o della crudeltà di un sorteggio mondiale, quando quattro anni fa la spompatissima Italia di Lippi, da campione in carica, riuscì nella stratosferica impresa di arrivare ultima in un girone di pasta frolla con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, col riprovevole ruolino di marcia di due pareggi e un ko? Ragionevolmente no, così come non sono ammesse troppe recriminazioni sulla qualifica di testa di serie negata alla nostra rappresentativa: bastava battere l'Armenia, ciò che una Nazionale come quella di Prandelli, per caratura tecnica (lasciamo perdere il blasone) dovrebbe essere in grado di fare sempre, quasi per dovere morale. E dunque, non è il girone di ferro toccatoci in sorte (Uruguay e Inghilterra, con la novità Costarica) a fare rabbia, quanto l'odiosa mossa geopolitica che ha consentito alla Francia di reinserirsi in una fascia di squadre che non le spettava, essendo risultata la peggiore europea sulla base del ranking FIFA di ottobre (considerato invece Vangelo assoluto per la designazione delle teste di serie): per ripescare i transalpini, due giorni prima della composizione dei gironi, si sono inventati un'urna europea di nove squadre (dovevano invece essere otto), con conseguente pre - sorteggio per escluderne una e spedirla nella fascia più debole, quella che sarebbe dovuta toccare "di diritto" ai Bleus; l'ulteriore giro di bussolotti ha penalizzato gli azzurri, costretti a scendere di un'altra posizione nelle gerarchie non per proprio demerito, ma per una forzatura senza alcun fondamento logico che dovrebbe destare scandalo e indignazione fra gli amanti di questo sport. 
COME NEL '78 - Alla Francia, arrivata al Mundial brasiliano per il rotto della cuffia dopo un affannoso playoff con l'Ucraina, è così toccata in sorte una partenza soft con Svizzera, Ecuador e Honduras. Per l'Italia, l'atmosfera al calor bianco di un girone di ferro che da tempo, in sede iridata, non respiravamo. Era stato piuttosto duro l'avvio di Germania 2006, contro Ghana, Stati Uniti e Repubblica Ceca (soprattutto africani e cechi all'epoca schieravano formazioni di altissimo spessore), ma per trovare una prima fase così impegnativa occorre risalire, nientemeno, ad Argentina '78, quando l'urna ci recapitò assieme alla Francia dell'astro nascente Platini, all'Ungheria degli spauracchi Nyilasi e Torocsik e ai padroni di casa, predestinati al trionfo. All'indomani di quel verdetto, all'apparenza infausto, il Guerin Sportivo titolò: "Gloria a chi vince - Un girone difficile ma anche affascinante", schierando in copertina una Gloria Guida vestita d'azzurro. Le cose andarono decisamente bene, ed è giusto ripetere oggi l'auspicio, anche se cullarsi sulla convinzione che l'Italia dia sempre il meglio contro le squadre forti potrebbe essere pericoloso: del gruppo di Prandelli abbiamo diffusamente parlato in questi anni, "Note d'azzurro" ne ha a lungo esaltato i pregi e ne ha dovuto registrare, negli ultimi mesi, il progressivo appannamento. 
MOLTO DA LAVORARE - Ci sarà ampiamente modo, nei prossimi mesi, di tornarvi sopra, ora vale solo la pena sottolineare che la squadra ha manifestato limiti di varia natura (squilibri tattici, difesa esposta alle intemperie, scarsa tenuta fisica e psicologica, discontinuità nella manovra, regresso sul piano della qualità di gioco) tali da non poterci far dormire sonni tranquilli: allo stato delle cose, un esordio contro l'Inghilterra è una delle cose peggiori che potessero capitarci, così come va sottolineato che, se i nostri sapranno recuperare la brillantezza messa in mostra fino a Euro 2012 (quando gli inglesi li prendemmo letteralmente a pallonate, passando però solo ai rigori) e in qualche sporadica occasione nell'ultimo anno e mezzo, il girone D lo si potrebbe addirittura vincere, perché le risorse di spirito, classe e personalità internazionale non ci fanno difetto. Dopodiché, superate queste terribili forche caudine, potrebbe toccarci un ottavo teoricamente morbido (proprio come in occasione del nostro ultimo alloro iridato, sette anni fa), andando a incrociare il gruppo C con Colombia, Grecia, Costa d'Avorio e Giappone (anche se i sudamericani si presenteranno con una delle formazioni più scintillanti della loro storia, e potrebbero essere una delle sensazioni della Coppa, assieme al rifiorito Belgio).  
POCO RIGUARDO PER LE GRANDI - Sul resto del quadro uscito dall'inutilmente lunga cerimonia brasiliana, sorprende il trattamento riservato a tre delle quattro favorite della vigilia: la Spagna campione in carica dovrà addirittura esordire ripetendo la finalissima di quattro anni fa con l'Olanda, schiacciasassi in fase di qualificazione, mentre Cile e Australia non possono certo considerarsi comodi materassi. La Germania aprirà le danze col Portogallo di un Cristiano Ronaldo all'apice della carriera (meglio avere lui che il sopravvalutato Ibra al Mondiale, non ci sono dubbi) e poi dovrà vedersela con Stati Uniti e Ghana, mine vaganti che negli ultimi tornei sono state capaci di regalare exploit clamorosi anche contro avversarie più reputate. E lo stesso Brasile non ha la strada spianata verso il secondo turno, perché Croazia, Messico e Camerun non vanno a formare un percorso cosparso di rose: squadre solide ma non eccezionali, del tipo di quelle che, consapevoli dei loro limiti, danno il massimo nelle prime gare, rischiando di far saltare il banco (l'Italia ne sa qualcosa, basti ricordare le sofferenze patite proprio contro croati e messicani al mondiale nippo - coreano del 2002). 
Insomma, sulla carta ci è andata male ma siamo in buona compagnia e la sensazione è che nessuna delle grandi (la Francia, al momento, non lo è) possa sentirsi totalmente al sicuro. Ecco, l'unico aspetto positivo di questo sorteggio rivoluzionato, con teste di serie del tutto inedite, è forse questo: non ci sono più intoccabili, non basta più cullarsi sugli allori passati, bisogna stare sempre "sul pezzo", dare il massimo anche nelle partite di qualificazione in apparenza scontate, e nelle amichevoli (quelli che scrivevano "non servono a niente, se non per interrompere il campionato" ora sono serviti). Metodo discutibile e non privo di controindicazioni (vedasi il generale squilibrio nei giorni di questa Coppa del Mondo, con il citato gruppo C, il gruppo E della Francia o l'H con Belgio, Algeria, Russia e Corea del Sud, o ancora l'Argentina alle prese con Bosnia, Iran e Nigeria), però almeno quello del ranking è un criterio che si fonda su parametri oggettivi, laddove in passato le teste di serie venivano designate secondo criteri piuttosto ballerini: l'albo d'oro, il piazzamento nel precedente Mondiale, i risultati nelle qualificazioni... Il Brasile, per dire, ha continuato ad essere testa di serie ininterrottamente anche nei 24 anni, dal '70 al '94, in cui non ha più vinto la Coppa: non il massimo della giustizia. Solo che il ranking è stato tradito col discutibile trattamento riservato alla Francia, e allora... 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL BRASILE E' GIA' UNA SQUADRA DA MONDIALE

                                   Neymar, protagonista assoluto della Confederations

Il Brasile si è tenuto l'abito buono per la recita più importante. Come la Spagna di Euro 2012, che arrivò all'atto conclusivo della kermesse quasi camminando, per poi deflagrare proprio a Kiev contro gli stremati azzurri, la Seleçao ha trovato la quadratura del cerchio solo sulla dirittura d'arrivo di questa tormentata (per motivi extrasportivi) Confederations Cup 2013. Quella che ha schiantato le Furie Rosse, completando il... lavoro ai fianchi operato dall'Italia di Prandelli, è una squadra diventata finalmente adulta, e che ha ora in sé le stimmate della grande favorita della Coppa del Mondo prossima ventura. 
UNA SQUADRA DA... MONDIALE - Ho scritto più volte, nei giorni scorsi, di Brasile buono ma non trascendentale, soprattutto in riferimento alla qualità del football proposto. Un undici che stava costruendo le sue fortune su una difesa scolpita nel granito eppure manovriera assai, tanto da prevalere, in fase di costruzione del gioco, su di un centrocampo assai povero di genio e di inventiva; quanto all'attacco, bastava che Neymar accendesse la luce del suo fiammeggiante talento per far saltare il banco, con accecanti prodezze individuali o con movenze, intuizioni, giocate in appoggio ai compagni di reparto. Così è stato, fino alla semifinale, ma al Maracanà, al cospetto degli iberici pluridecorati, si è visto un Brasile diverso: una "squadra" con tutti i crismi, per l'appunto. Un Brasile dinamico, dal palleggio agile ed essenziale, capace di travolgere, con avanzate in rapidità, prima il centrocampo del tiki taka e poi una terza linea solitamente impermeabile nelle competizioni ufficiali (due gol subiti al Mondiale 2010, uno all'Europeo dell'anno scorso, uno in Confederations prima di questa notte). Una compagine corta, compatta, che si difendeva in blocco ma poi sapeva scatenarsi in avanti con controffensive imbastite a velocità vertiginosa, senza che ciò andasse a scapito della precisione. Scolari ha costruito, in pochi mesi, una formazione che non sarà la quintessenza della spettacolarità, ma che nelle serate di vena, come quella che ha chiuso questo torneo, sa comunque esprimere un calcio gradevole, abbinandolo a una spietata efficacia. 
SENZA STORIA - Non è, lo giuro, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa rispetto a dodici mesi fa, ma l'equilibrio delle forze in campo a Rio non è stato tanto diverso rispetto alla famigerata finale europea fra Spagna - Italia, eterno e ingiusto metro di misurazione dei limiti dell'Azzurra di Prandelli. Fred e compagni, ieri sera, potevano vincere con uno scarto anche maggiore, e dopo nemmeno un quarto di gara sarebbero potuti essere sul 3 a 0, se Oscar non avesse sfiorato il palo di destro e se Fred non avesse sciaguratamente calciato addosso a Casillas in uscita disperata. Poi, è vero, prima del raddoppio di Neymar David Luiz, straordinario giocatore universale, difensore di rara efficacia e abile costruttore di gioco, ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del pari calciato da Pedro, ma rientra nella logica che una grande squadra, anche nella sua versione più dimessa, ogni tanto si accenda e rischi di fare l'immeritato colpaccio con l'unico guizzo degno di nota in novanta minuti. 
DECLINO IBERICO? FORSE SI', MA... - Non è accaduto, ed è stato giusto così, anche se ora non è il caso di farsi soverchie illusioni sulla fine del ciclo spagnolo. E tuttavia, attenzione... La Confederations non è né il Mondiale né l'Europeo, d'accordo, ma non se ne possono nemmeno minimizzare gli esiti: questa Seleccion, tre giorni prima, aveva rischiato seriamente la ghirba anche contro un'Italia in emergenza fisica e di uomini, e priva del suo più micidiale terminale offensivo. E' pur vero che dietro i colossi di ieri e di oggi premono gli Isco e gli Alcantara, ma occhio: non è scontato che le stelle del calcio giovanile possano essere trapiantate con efficacia immediata nel tessuto di una Nazionale adulta reduce, oltretutto, da un ciclo leggendario, quindi con equilibri e dinamiche interne consolidate e delicatissime; e, anche se fosse, attorno ai ragazzi che fioriscono ci sarebbero gli "anziani", o i meno giovani, che cominciano a declinare. Voglio dire che questa Spagna è ormai bloccata da anni sul medesimo gruppo storico, con poche new entry periodiche: il giorno che il calo diventasse acclarato, confermando i verdetti di queste ultime gare, occorrerebbe rifondare la squadra, non basterebbe modificarla con pochi innesti, sia pure di qualità sopraffina. E le rifondazioni si compiono con grande dispendio di tempo, e passando anche attraverso delusioni ed amarezze. 

venerdì 28 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ABBIAMO UNA NAZIONALE. DAGLI AZZURRI UN MESSAGGIO: LA SPAGNA NON E' IMBATTIBILE!

                                 Iniesta: fenomenale anche ieri, in una Spagna "minore"

Spagna - Italia 2013, al di là dell'amarezza per il verdetto della giostra dei penalty che premia gli iberici ben oltre i loro meriti, è un'altra gemma che va ad aggiungersi allo speciale "scrigno azzurro" di Cesare Prandelli. Uno scrigno piccolo, contenente giusto una manciata di partite: non perché questa Nazionale ne abbia giocate così poche in maniera decente, anzi; qui si sta semplicemente parlando di quelle sfide che, fra qualche anno, saranno più che sufficienti allorché, a ciclo concluso, si vorrà tracciare un ritratto a tutto tondo dell'Italia concepita e modellata dall'ex trainer della Fiorentina. Sette match: le amichevoli con Germania e Spagna del 2011, le sfide di Euro 2012 ancora con la Spagna (gara d'esordio), con l'Inghilterra e coi tedeschi, il "gala" svizzero col Brasile nel marzo scorso e, infine, questo ennesimo rendez - vous con le Furie Rosse. Sette tappe fondamentali nel processo di crescita della squadra, sette esami di maturità superati a pieni voti; sette incontri che bastano a dare la dimensione del progetto griffato Prandelli. Riguardandoli, questi incontri, vi si ritrovano tutti gli elementi che sono diventati tratti distintivi della  rappresentativa nata dalle ceneri sudafricane.  
IL GUSTO DEL GIOCO - L'ho scritto talmente tante volte sul blog, fin dal primo post in assoluto, che rischio di diventare pedante. Ma questa Italia, l'Azzurra degli anni Dieci, è una compagine con un'anima tecnica ben precisa, un'idea di football moderna e sbarazzina: una squadra che ha restituito al calcio italiano il gusto del gioco, che cerca sempre di tenere pallino, di essere propositiva e aggressiva, che rifugge gli attendismi, le speculazioni, la mentalità sparagnina. Lo ha sempre fatto, beninteso quando aveva le risorse fisiche necessarie a reggere un copione così impegnativo; per questo, la bella prova contro la Spagna euromondiale non mi ha sorpreso che in parte: nel post di ieri, scritto in gran parte di getto, avevo sottolineato come i nostri ragazzi avessero già dimostrato, in due dei tre precedenti incroci con gli iberici, di potere tener loro bellamente testa, a patto di poter avvalersi di una condizione atletica ottimale. 
Così è stato: forse qualcuno dovrà ammettere di aver ecceduto nel considerare Kiev 2012 come il più attendibile metro per misurare il divario fra le due selezioni, dimenticando che i nostri vi arrivarono in totale riserva di benzina (aggiungendovi gli errori di formazione del cittì, che non diede lo spazio necessario a  gente fresca per puntare sugli stanchi eroi spremuti nelle gare precedenti). Perché l'Italia rimane, al momento, uno (e forse due) gradini sotto la Spagna, ma non è a distanza siderale come in molti la considerano, lasciandosi traviare dall'impressione dell'ultimo momento, dagli inciampi con haitiani e giapponesi. E' vero, i nostri nell'ultimo mese hanno offerto alcune prove imbarazzanti, ma già nell'ultima parte del confronto col Brasile si erano mostrati in netta crescita. 
CAPOLAVORO INCOMPIUTO - L'incontro di ieri sera è uno di quelli che marchiano a fuoco il Dna di una squadra, che ne fanno la storia in positivo pur non essendo stati vinti. Un capolavoro tattico, tecnico e agonistico... incompiuto, nel senso che gli è mancata "solo" la pennellata del gol. Pazienza, davvero: è stata un'Italia, lo si è detto, che non ha rinnegato se stessa, la propria filosofia, e il percorso fin qui compiuto, nonostante le tentazioni, giunte da più parti (anche dall'autorevole Gazzetta) di predisporre una gara di puro contenimento per scongiurare una nuova goleada che qualcuno, alla vigilia, riteneva assai probabile. 
Sulle ali di una interpretazione impeccabile del disegno strategico e grazie a prestazioni individuali di altissimo livello, i nostri  hanno dimostrato che gli spagnoli non sono rimasti gli unici depositari del saper giocare a calcio. Hanno attaccato con ritmo e baldanza, gli azzurri, soprattutto in un primo tempo scintillante, con una manovra ariosa che sfruttava alla perfezione le fasce laterali, con un Gilardino che si prodigava a fare ciò che, per poche settimane, fece nel Genoa l'anno scorso, mostrandosi cioè attaccante in grado di giocare per il collettivo, di creare varchi, di lavorare in appoggio ai compagni, e liberando in tal modo alla conclusione elementi provenienti dalle retrovie: ci hanno provato Maggio, con due occasionissime di testa sventate da un super Casillas, e Marchisio, anche lui di testa, così come con un'inzuccata, sugli sviluppi di una punizione di Pirlo, ha sfiorato il vantaggio De Rossi.

                                                  De Rossi: pilastro azzurro
                                                     
PRIMA DOMINIO, POI IN TRINCEA - Un'Italia che agiva in velocità ma che sapeva anche dosare gli sforzi con un palleggio a centrocampo quasi... spagnoleggiante. La percentuale di palle perse e di passaggi sbagliati, rispetto alle precedenti partite, è scesa drasticamente, in tutti i reparti: sì, non ci eravamo imbrocchiti, era la gamba che mancava. Non a caso il team di Del Bosque ha cominciato a prendere piede, a riavvicinarsi in parte ai suoi standard di gioco, quando la fatica ha cominciato a fare capolino nelle nostre file, e del resto giova ricordare che gli iberici sono arrivati a questo incontro avendo, di fatto, giocato una partita in meno, visto che tale non può essere considerata il galop di allenamento con Tahiti.
LOTTERIA E NULLA PIU' - In quei momenti è venuta fuori la nostra capacità di soffrire in trincea, che rappresenta un retaggio storico del calcio azzurro e di cui non bisogna quindi vergognarsi (salvo non se ne faccia un abuso, come l'Italia maldiniana di Francia '98...), ma che questa squadra non annovera fra i suoi assi nella manica abituali, facendovi ricorso solo in casi di estrema necessità. Il divino Iniesta e i suoi han preso il largo nei supplementari (aperti peraltro da uno schioccante palo di  Giaccherini), avventandosi senza concretizzare su un'Italia stanca, ma nei novanta canonici il verdetto ai punti era stato chiaramente dalla nostra parte. Sulla giostra finale dei penalty poco da dire: la considero da sempre una lotteria tecnicamente poco attendibile e affidata in larga parte a fattori psicologici e di tenuta fisica, altrimenti la storia del calcio non annovererebbe, in tale fase di gioco, gli errori illustri di gente come Platini, Maradona e Roberto Baggio...  Comunque ha deciso, per noi, un solo errore su sette tiri, ci può stare, e anche questa è in fondo la conferma di un aspetto positivo, ossia gli italiani si sono scrollati di dosso i tremori e i blocchi mentali degli anni Novanta e hanno imparato a tirare i rigori di spareggio. Casomai ci sarebbe da discutere sulla... imperturbabilità di un Buffon che non ha battuto chiodo (come del resto Casillas), ma il buon Gigi, salvo alcune prodezze isolate, non è mai stato un drago sui tiri finali dagli undici metri, è bene farsene una ragione... 
MAGGIO E CANDREVA SU, AQUILANI E GIOVINCO GIU' - Sul piano dei singoli, svettanti Maggio e Candreva, straripanti per continuità, dinamismo, incisività (e per il laziale la chicca del cucchiaio, patente di maturità internazionale). Retroguardia da promuovere in blocco come reparto, perfetta nei sincronismi e tempista nel rimediare con efficacia ai rari momenti di défaillance. De Rossi, come previsto, ha giostrato sopratutto in copertura, come recupera - palloni e diga, per poi retrocedere definitivamente in terza linea dopo il forfait di Barzagli, ma ha anche trovato il modo di sfiorare la rete in apertura, confermandosi fondamentale "uomo - ovunque" di questa formazione. Giaccherini meno appariscente del solito eppure ugualmente prezioso nel tenere alta la squadra garantendo un ulteriore sbocco offensivo alla manovra.
Della gara di sacrificio di Gila si è detto, anche se ha pagato il suo lavoro con una certa lentezza di riflessi nei sedici metri finali che gli ha fatto perdere un paio di occasioni potenzialmente pericolosissime. Pirlo non al meglio e non ispiratissimo nella tessitura del gioco, che peraltro ieri sera ha percorso altre vie tattiche, mentre la delusione è arrivata, a parer mio, dai tre innesti in corsa, che non hanno rinfrescato la verve offensiva mostrata dai nostri nella prima parte. Soprattutto Aquilani e Giovinco, al di là dei rigori impeccabilmente segnati, continuano a non convincere: il primo si limita al compitino in una zona che richiederebbe ben altre presenza e personalità, il secondo non sembra proprio avere la statura per incidere sul serio a livello internazionale (il gol a porta vuota col Giappone, parliamoci chiaro, non può far testo).
LA SUERTE SPAGNOLA - Certo, al di là di tutto, non si può negare la rabbia per un esito che, ancora una volta, ha premiato chi vince ininterrottamente da anni. Ma bisogna farsi una ragione del fatto che le grandi squadre, nei loro percorsi di gloria, sono sempre scortate da una massiccia dose di fortuna. Cosa sarebbe accaduto, nel 2010, se Robben non avesse fallito un paio di clamorose palle gol a tu per tu con Iker? E cosa sarebbe accaduto, l'anno scorso, se il Portogallo avesse giocato la semifinale con un pizzico di coraggio in più e si fosse comunque imposto ai rigori, cosa possibilissima?  Di certo, mai nessuno, da quando è nato il mito spagnolo, era andato così vicino a superare l'Invincibile Armada, per punteggio e qualità di gioco, come l'Italia di Prandelli. I pessimisti si chiederanno: ma se non ci si è riusciti nemmeno stavolta che si è giocato così bene, quando potrà accadere? Occhio: l'Italia che ha sfiorato il colpaccio non era affatto la migliore Italia: condizione non al top, diversi elementi chiave fuori fase o addirittura indisponibili, la nostra arma letale, Balotelli, costretta a tornare a casa in anticipo. Eppure siamo arrivati a un passo dal sogno: no, non siamo davvero così scarsi. Ma ora, per favore, andiamo a prenderci la medaglia di bronzo. 

mercoledì 19 giugno 2013

DA KIEV A GERUSALEMME, SPAGNA SEMPRE TROPPO FORTE. MA CHE BELLA LA GIOVANE ITALIA DI MANGIA!

                                            Borini: gol all'Olanda e alla Spagna

Una dolcissima maledizione. E' quella che ha perseguitato il calcio azzurro negli ultimi due anni: essere sempre l'ultimo ostacolo a frapporsi fra la Spagna e un trofeo. Essere gli ultimi a cedere, gli ultimi irriducibili avversari delle Furie Rosse... più furiose che mai: essere i più bravi in Europa, dopo di loro, sia fra i giovani sia fra gli... adulti. Da Kiev 2012 a Gerusalemme 2013 la musica, in buona sostanza, non è cambiata: il problema è che quando arrivi fino in fondo, e ti guadagni il diritto a sfidare gli "stratosferici", è altissimo il rischio di incorrere in piccole grandi figuracce.
L'anno scorso, per i ragazzi di Prandelli, la figuraccia fu soprattutto nel punteggio, per una squadra che aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare arrampicandosi fino alla finale continentale, e che però si approcciò male a quel fascinoso impegno, e lo gestì ancor peggio in corso d'opera (ai tempi, ne scrissi così). Oggi, lo smacco per la nostra Under 21 è stato più che altro sul piano del gioco, e a tal proposito non devono... esaltare più di tanto i soli due gol di differenza maturati alla fine fra le due rappresentative, visto che nelle battute conclusive i fenomeni di Lopetegui han rallentato il ritmo e sposato una sterile accademia, consentendo ai nostri di farsi sotto e di chiudere comunque con sommo onore la loro avventura. 
DUE ARGENTI ONOREVOLI - Vicecampioni: c'è chi, in passato, ha deriso questa espressione ("Chi sarebbero i vicecampioni? Quelli che fanno gli onori di casa quando i campioni vanno in bagno?", scrisse un bel dì un celeberrimo opinionista). La realtà è chiaramente diversa: in certi tornei, raggiungere la semifinale è un grossissimo successo, e tutto ciò che viene in più, dopo, è tanto di guadagnato. Una medaglia d'argento vale tantissimo, perché in finale ci si è comunque arrivati, e una finale può essere decisa anche da eventi aleatori, che c'entrano solo in parte con i meriti e i valori tecnici. I due argenti azzurri 2012 - 2013, poi, valgono ancora di più: i nostri rappresentanti di ieri e di oggi hanno ceduto contro due compagini che sono espressione del momento in assoluto più felice, prospero, efficace di sempre del football spagnolo. Non è una questione di sistemi di gioco, di modo di stare in campo, di ragnatele di passaggi e di tiki taka: è il materiale umano che è di prim'ordine. Classe sopraffina, palleggio ai limiti della perfezione, intelligenza tattica, velocità, capacità di far correre il pallone. Un esempio di cosa voglia dire plasmare con sapienza i campioni  del domani. Certo, poi ci vuole anche fortuna, perché i grandi cicli, nello sport, li fanno i fuoriclasse: ma se è vero che gli Iniesta e gli Xavi non nascono tutti i giorni, forse il calcio spagnolo rappresenterà un'eccezione anche in questo, visto che i Thiago Alcantara e gli Isco che stanno emergendo sembrano avviati a ripercorrere le orme degli illustri e pluridecorati colleghi. 
UNA DELLE PIU' BELLE UNDER AZZURRE - Recriminazioni per l'Italia, dunque? Beh, la sensazione, al di là delle piccole défaillance contingenti, degli errori difensivi, dei cali atletici e via dicendo,  è che, a Gerusalemme come a Kiev, fosse impossibile capovolgere il rapporto di forza. La Nazionale di Mangia, come un anno fa quella di Prandelli, aveva, questo sì, i mezzi per rendere meno netta la sconfitta (il 2 a 4, lo ripetiamo, è comunque dignitosissimo), meno evidente la differenza di valori, ma sempre sconfitta sarebbe stata. L'unico rimpianto è, semmai, di carattere storico: questa Under azzurra, lo dico senza tema di smentite, è una delle più forti di tutti i tempi. Forse solo la splendida compagine del grande Azeglio Vicini, biennio 1984 - '86, si può considerare superiore a questa, sul piano del tasso di classe, della personalità, della quantità di elementi di valore assoluto. E' una squadra, questa, che avrebbe stravinto buona parte degli Europei di categoria disputatisi fino al 2009, ossia prima della deflagrazione di questa generazione di fenomeni in maglia rossa, con la quale ha avuto la sfortuna di condividere la sua traiettoria agonistica. 
Il team impostato da Ciro Ferrara (che errore abbandonare il lavoro coi giovani!) e perfezionato dall'ex tecnico del Palermo ha comunque segnato una cesura importante, nell'accidentato percorso recente del calcio italiano: perché ha imposto ai nostri club di prima fascia una parziale inversione di tendenza, dopo anni di ostracismo ai prodotti del nostro vivaio in favore dell'esperienza di ultratrentenni imbolsiti o del dubbio talento di stranieri improbabili. Sono talmente validi, questi ragazzi, che alcuni di loro sono riusciti a ritagliarsi, pur fra mille diffidenze, posti da titolare in Serie A (per non parlare degli "emigranti di lusso" Verratti e Borini). Hanno giocato molto, nelle ultime due stagioni, ma ancora non abbastanza, se si pensa invece all'esperienza addirittura internazionale già maturata da diversi elementi delle Furie Rosse. Ma nella prossima stagione, ad esempio, come potrà Insigne non diventare un uomo cardine del nuovo Napoli di Benitez?

                                      Mangia: ottimo lavoro alla guida dell'Under 21 

BARDI, BIANCHETTI, VERRATTI E... - La classe pura, il dinamismo, l'estro messo al servizio della squadra: doti che il folletto napoletano ha nitidamente fatto balenare nel corso della spedizione israeliana, fin quando le condizione fisica lo ha sorretto. E l'Euro Under 21 ci ha fatto scoprire anche un Bardi reattivo e capace di decisive prodezze (soprattutto contro l'Inghilterra e poi ieri, a limitare il passivo). La difesa, che veniva considerata la parte debole della fuoriserie azzurra, ha mostrato ieri un Bianchetti inesauribile, tempista, sempre presente a coprire le falle che la manovra spagnola inevitabilmente apriva nel tessuto della nostra squadra, mentre nelle gare precedenti Donati e Caldirola avevano sfoderato puntualità e autorevolezza nelle due fasi. Nel mezzo, per un Florenzi onnipresente (anche ieri, prima di cedere alla fatica, è stato fra i più continui e aggressivi, tanto da ritrovarsi sui piedi due palle gol) e un Marrone visto sciorinare visione di gioco, precisione e predisposizione al sacrificio prima di essere cancellato da un infortunio nel match iniziale, qualche perplessità ha destato Verratti: intendiamoci, Europeo sufficiente, ma lo si è visto sempre troppo "rintanato" a ridosso della difesa, troppo preso a fare filtro, mentre lui è un centrocampista completo che dovrebbe caricarsi sulle spalle il peso della manovra anche in fase di impostazione. Per un lavoro di pura quantità bastano anche elementi con piedi meno "nobili". 
Rimango del parere che per il campioncino del Paris Saint Germain, come per Florenzi, come per lo stesso Insigne, avrebbe avuto più logica la partecipazione alla spedizione della Maggiore per la Confederations: un'esperienza essenziale per cominciare a inserirsi nel gruppo dei grandi, e vivere atmosfere, problematiche  e situazioni tecniche simili a quelle di un Mondiale, osservando da vicino campioni fatti e finiti e cominciando a ritagliarsi spazi preziosi sul terreno di gioco. Comunque per loro è solo questione di settimane, così come dovrebbe presto rientrare nel giro prandelliano quel Borini già parte della rosa azzurra a Euro 2012 e in lenta risalita dopo i tanti infortuni: per lui, due gol nelle ultime due gare in Israele, pur con un'autonomia ridotta. Altri seguiranno: occhio a quelli già citati e anche al guizzante e fantasioso Saponara, che avrà l'occasione Milan, e a Gabbiadini, dalla sventola mancina potente e mortifera. 
SPAGNA, DITTATURA DEL GIOCO - In definitiva, un'Italia che trova nel secondo posto continentale la sua collocazione ideale, al momento il massimo a cui potesse aspirare. Per capire come fosse impossibile salire sul gradino più alto, una semplice riflessione: il team di Devis Mangia ha quasi sempre giocato, in questo biennio, un calcio frizzante, gradevole, di iniziativa, ha attaccato e creato occasioni (emblematica la sfida con l'Inghilterra in questa fase finale della competizione, o, andando indietro, i due spareggi con la Svezia o la trionfale amichevole in Olanda). Ebbene, contro la Spagna è stato costretto a disporsi secondo l'antica tradizione italiana, lavorando in copertura e cercando di ripartire con fulminei contropiede, gioco riuscito pienamente solo due volte e che ha fruttato il gol di Immobile e l'occasionissima di Florenzi. Nulla di disdicevole, anzi, ma comunque una forzatura, la necessità di adattarsi al tipo di partita imposta da avversari superiori, contro i quali fare calcio aggressivo e d'attacco è pressoché impossibile, per il semplice fatto che lo attuano loro ed eseguono lo spartito in modo tale da prendersi in toto la scena, tenendo salde in mano le redini e lasciando ai dirimpettai pochi spiragli, limitati nel tempo e nello spazio d'azione, per imbastire frettolosamente una qualche manovra diversiva. Avidi di gioco e di gol, gli iberici, desiderosi di occupare quasi... militarmente il campo, di menare le danze dall'inizio alla fine. Per disinnescarli occorre essere perfetti, e sperare che, per una volta, loro non lo siano. Ma verrà il tempo.