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lunedì 12 luglio 2021

EURO 2020: L'ITALIA SBANCA WEMBLEY, E' CAMPIONE D'EUROPA SULLE ALI DEL GIOCO. UN TRIONFO CRISTALLINO E UN FUTURO CHE FINALMENTE CI SORRIDE

 "Un'estate italiana" di Nannini-Bennato può finalmente risuonare, nel catino di Wembley, a sottolineare una serata azzurra memorabile, e non un cumulo di rimpianti. Non eravamo più nessuno, il nulla cosmico calcistico, e oggi ci ritroviamo sul tetto del Vecchio Continente. Siamo usciti dal tunnel con una velocità che era difficile prevedere anche per chi, come me, ha sempre accompagnato questa nostra Nazionale con parole di fiducia e ottimismo. Dall'inferno al paradiso in meno di quattro anni. Campioni d'Europa, e scriverlo suscita perfino un effetto straniante. L'emozione è enorme, da groppo in gola che non passa dopo una notte quasi insonne. Si dice che in casi come questo risulti superfluo avventurarsi in analisi tecniche dell'evento in sé, perché conta il fattore sociale, l'entusiasmo che l'ItalMancio ha trasmesso al Paese, facendolo scendere in piazza a folleggiare dopo oltre un anno da incubo. 

TRIONFO SENZA OMBRE - Invece no, perché proprio l'aspetto sportivo della finale di ieri ne esalta ancor più i contorni di impresa. Si è trattato di un successo limpido, cristallino, meritato. Nessun dubbio è lecito sulla legittimità di un titolo che ritorna nello Stivale dopo 53 anni, un'eternità. Non vale mai la pena dover aspettare così tanto per assaporare la gioia della vittoria, ma possiamo dire che, perlomeno, l'attesa sia stata ripagata da un Club Italia pienamente all'altezza della situazione. Migliore di tutti per continuità di rendimento, ad alto livello, dalla prima alla settima partita. Pochi i momenti di cedimento: le difficoltà nel secondo tempo con l'Austria, la semifinale con la Spagna, la prima frazione della finalissima. L'avevo scritto dopo il soffertissimo successo sugli iberici, nel mio piccolo: giocando in quel modo, old style tricolore, si possono vincere le singole battaglie, non le guerre. Per prevalere in un atto conclusivo così impervio, da disputare in casa dell'avversaria, di fronte a un pubblico di oltre 60mila persone quasi interamente ostile, ci sarebbe voluta la vera Azzurra, quella che mi ha fatto innamorare in questo triennio manciniano, quella propositiva e brillante, col gusto della manovra, quella dal palleggio inesorabile e preciso al millimetro. 

IL NOSTRO "SECONDO INIZIO" - Ebbene, quell'Italia non si è vista, nella prima mezz'ora allo stadio Imperiale. I nostri hanno stranamente impiegato più del lecito ad entrare nel clima rovente del match e hanno pagato il loro "cuore freddo" con lo sbandamento difensivo che li ha visti in versione "belle statuine" sul cross di Trippier da destra e sull'appoggio in rete di Shaw dopo meno di due minuti. La classica mazzata che potrebbe abbattere un toro. Ma già nell'ultimo quarto d'ora della frazione si è cominciata a intravedere una Nazionale diversa, una squadra che si era ripresa di prepotenza l'iniziativa e la gestione della palla. La nostra... seconda finale era iniziata: certo, in partenza il possesso pareva un po' fine a se stesso, una lunga serie di trame che però non producevano granché, nei sedici metri finali, anche se ottenevano il non trascurabile risultato di schiacciare sempre più gli inglesi sulla loro trequarti. 

INGLESI SOLIDI DALLA CINTOLA IN GIU', KANE RIFINISCE MA NON TIRA - Diamo qualche merito anche alla truppa di Southgate, per diana: compagine che raramente ruba lo sguardo, che produce scariche elettriche soltanto con le improvvise accelerazioni di uno Sterling il quale peraltro, nella circostanza, è parso velleitario e nervoso. Ma, anche, una compagine di invidiabile solidità dalla cintola in giù, perfetta nei sincronismi difensivi che sono davvero difficili da forzare, mentre in avanti fa reparto quasi da solo Kane che ieri si è esaltato però solo nel lavoro di rifinitura, come sapevano mirabilmente fare il Rossi e il Bettega della prima Italia bearzottiana, mentre in zona tiro non è stato in grado di incidere come ci si attendeva. 

Un collettivo granitico che però forse si è specchiato un po' troppo nella sua presunta superiorità, o che semplicemente non è riuscito a chiudere l'incontro, quando ne ha avuto la possibilità, perché i nostri, passato lo shock d'apertura, hanno assunto l'assetto più funzionale e adatto alla bisogna. Non si doveva soffrire come contro la Spagna, si è detto, e così è stato: disinnescate le offensive britanniche, rimaneva da trovare il modo di penetrare nella retroguardia. Nel primo tempo, quando il nostro ritmo era ancora troppo basso per mandare in tilt il loro dispositivo di copertura, occorreva un'iniziativa personale, una scossa d'estro, e l'ha tirata fuori dal cilindro Chiesa, con una poderosa progressione chiusa con un sinistro a lato di pochissimo. 

LA SERATA DIFFICILE DI BARELLA E IMMOBILE - Un buon inizio, ma, come detto, non sarebbe bastato se la manovra non fosse lievitata ai consueti livelli "manciniani". E' ciò che è accaduto dopo l'intervallo, complici anche due intuizioni del nostro citti. In queste settimane europee c'è stato perfino chi è riuscito a sostenere, senza vergogna, che, insomma, non è il massimo della vita dover ricorrere sempre alla panchina per correggere errori iniziali di formazione. A parte che la panchina è una ricchezza, se ben sfruttata (e la nostra offre ampie varianti, tutte di grande affidamento ed efficacia), ma non è stato comunque il caso dell'ultimo match di Wembley. Mancini non ha sbagliato l'undici di partenza, semplicemente Barella non ne aveva più e non è riuscito a offrire quegli strappi centrali, quelle idee e quegli inserimenti che spesso sono stati una delle armi in più della nuova Italia, mentre Immobile confermava la sua parabola discendente nel torneo, anche se aveva provato una girata da centro area contrata alla bell'e meglio dalla difesa. E tuttavia, l'ingresso di Cristante portava peso e sostanza nel mezzo, mentre Berardi, col suo movimento e la sua imprevedibilità, era senz'altro meno controllabile del buon Ciro. 

CAMBIO DI  MARCIA E DOMINIO AZZURRO - Anche grazie a queste due novità, la gestione della palla e la solita precisione di tocco venivano puntellate da una maggiore velocità di esecuzione, mentre mutava totalmente anche l'atteggiamento di base: passata la paura iniziale, messa da parte anche la successiva prudenza, rimaneva solo la voglia di provarci, in ogni modo, perché loro non erano marziani e "si poteva fare".  Insigne mancava di poco il bersaglio su punizione dopo averci già provato con un tiro da posizione defilata su assist di Chiesa, un'altra accelerazione di Federico portava lo juventino alla battuta, stavolta di destro, con ottima deviazione in tuffo di Pickford. Il pareggio era maturo e giungeva sugli sviluppi di un corner da destra di Emerson: dopo una torre di Cristante, un tentativo di intervento di Chiellini arginato da Stones (poteva starci il rigore) e un tocco di testa di Verratti deviato dal portiere sul palo, interveniva Bonucci per il facile tap in di sinistro: un gol vero, dopo quello cancellatogli per fuorigioco contro il Belgio. A quel punto, per venti minuti abbondanti, siamo diventati letteralmente padroni del campo, e qui sta il grande cruccio: potevamo chiuderla prima, evitando perfino i supplementari, e su lancio dello stesso Bonucci Berardi quasi pescava il jolly, scavalcando Pickford con un sinistro al volo che però terminava di poco alto. In tutto questo carosello azzurro, l'Inghilterra solo una volta tornava a rendersi pericolosa, con una inzuccata di Stones su angolo alzata sopra la traversa da Donnarumma. 

FOSSE RIMASTO IN CAMPO CHIESA... - L'uscita per infortunio di Chiesa (ah, la famosa "fortuna" italiana...) poneva fine a questo periodo azzurro sontuoso. L'inerzia del match era ormai ribaltata, fatti salvi alcuni brevi break dei bianchi, ma ci mancavano le energie e, soprattutto, lo stoccatore per completare il capolavoro. Poteva esserlo il figlio d'arte, per l'appunto, protagonista della migliore prova in assoluto, pur senza trovare il gol, fra le ottime già fornite in questa competizione, e col piede palesemente "caldo". Nei supplementari accadeva poco, ma, tanto per gradire, una percussione di Emerson sulla sinistra mandava Bernardeschi, proprio il sostituto di Chiesa, a un passo dalla deviazione vincente sotto misura, mentre i locali ci provavano con un destro da fuori di Phillips. Ai rigori di spareggio erano tutti meno precisi del solito: per noi sbagliava Belotti e un terribile contrappasso sembrava dover colpire Jorginho, neutralizzato da Pickford con rimpallo sul palo, errore beffardo come beffardo era stato il penalty decisivo alla Spagna, ma Donnarumma, che già aveva respinto il tiro di Sancho, effettuava identica parata su Saka e non esultava, lasciandoci per un attimo con il cuore in gola davanti ai teleschermi. In realtà era fatta, e per Gigio era anche la consacrazione a miglior portiere del continente. Chissà che il Pallone d'oro... 

TUTTI DA ELOGIARE - Non solo il portierone nella conquista azzurra, comunque, e non è retorica dire che tutti, con diverse sfumature, siano da elogiare. Anche Di Lorenzo, qualche responsabilità sul gol inglese (come tutto il reparto, del resto) ma rialzatosi alla distanza, i monumentali Bonucci e Chiellini, ed Emerson quasi in versione Spinazzola, costante e incisivo nella spinta sulla sinistra. Al centro, Verratti, da leader autentico, ha tenuto a galla la squadra quando, nel primo tempo, rischiava di disunirsi, l'ammaccato Jorginho ha stretto i denti ed entrambi hanno alternato con apprezzabili risultati fioretto e sciabola, mentre Cristante è entrato col piglio giusto, scattando e proponendosi in avanti. Non sempre preciso Insigne, ma la sua presenza nel vivo dell'azione offensiva non è mai venuta meno, anche se, come detto, il migliore dei nostri per distacco, in prima linea, è risultato Chiesa, che prima di questo Euro 2020 non si era mai visto in azzurro così "sul pezzo", decisivo, trascinatore. Comunque il napoletano, pur fra alti e bassi, esce decisamente ingigantito da questa esperienza, avendo messo in curriculum gol pesanti, vivacità e generosità nei ripiegamenti.

NAZIONALE CHE UNISCE - Ribadisco: abbiamo vinto sulle ali del gioco e persino col parziale rimpianto di aver dovuto attendere la giostra finale dei penalty. Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, non oggi. L'Italia ha conquistato Londra, ha strappato ai padroni di casa un Europeo che sembrava disegnato su misura per loro, un England 2020 camuffato da torneo itinerante, costringendoli alla patetica scena conclusiva delle medaglie d'argento tolte una frazione di secondo dopo averle indossate (non sono stati i primi a farlo, intendiamoci, ma è un'abitudine pessima). Che impresa, per Mancio e Vialli. E che tristezza, consentitemelo, per i genoani che non esultano in virtù della presenza in panchina dei due ex dioscuri blucerchiati. Santo Iddio, la Nazionale è un fattore unificante, non divisivo. Non ci furono tanti contestatari nell'82 a schifare un'Italia a vistose tinte bianconere, e non ci sono stati nemmeno questa notte, deo gratias, perché alla fine la ragionevolezza vince sempre. Vince come questa splendida Azzurra, che ha meravigliosamente messo a tacere critici ad oltranza, disfattisti in servizio permanente effettivo, e quelli per cui il calcio italiano è sistematicamente peggiore degli altri. 

LA DISFATTA DEI CRITICI DELLA DOMENICA - Dovevano metterci sotto tutti, dicevano, pure i turchi. Quando abbiamo cominciato (anzi, continuato, come nei tre anni precedenti) a vincere e convincere, l'ultimo labile argomento dei bastian contrari era la debolezza degli avversari (fra cui la Svizzera che ha poi fatto fuori la Francia e sfiorato il bis con la Spagna). Ma alla fine sono arrivati anche i crash test terribili così pedantemente richiesti da chi, nonostante tutto, non credeva in questa truppa: e sono stati tre splendidi esami di maturità superati. Con sofferenza e abnegazione contro le Furie Rosse, con svettante autorità contro il Belgio e, dopo la prima mezz'ora, con l'Inghilterra. Per me è una scommessa vinta: metto da parte per un attimo l'umiltà dell'osservatore e mi sento di poter stare a pieno titolo sul carro del vincitore, dove sono salito già nell'autunno 2018, quando intuii le straordinarie potenzialità di una Nazionale allora ancora in abbozzo. Del resto, bastava guardare e giudicare... 

IL FUTURO, IN QUALCHE MODO, E' NOSTRO - Prima e durante questa kermesse, per la verità, ho anche scritto più volte che l'Italia di Bobby gol sembrava strutturata e pensata per dare il meglio dopo l'Europeo, pensavo cioè fosse già validissima ma non ancora pronta per un simile, straordinario traguardo. Ho sbagliato? Forse, ma non è neanche detto... Perché al contrario di quanto avvenne nel 2012, quando non si riuscì a dare un seguito al brillante argento conquistato a Kiev, stavolta ci sono le premesse per continuare a sognare. Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente). Inutile parlare della possibilità di aprire un ciclo, è prematuro e sicuramente presuntuoso pensarlo, ma di certo il futuro, in termini di competitività sui grandi palcoscenici, è nostro, quantomeno "anche" nostro. Non so se vinceremo altre coppe a breve, la concorrenza è sempre terribile, ma saremo lì a giocarcela. L'Italia è tornata, signori. 

sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

martedì 8 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: AD AMSTERDAM IL SUCCESSO PIÚ PESANTE DEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI AZZURRI. LA GRAN SERATA DI SPINAZZOLA E LOCATELLI. E ZANIOLO TORNERÀ


La vittoria di Amsterdam è la più "pesante", oltreché prestigiosa e importante, degli ultimi quattro anni azzurri, diciamo a far data dallo strepitoso 2-0 inflitto alla Spagna negli ottavi di Euro 2016. Di sicuro un significativo esame universitario superato, perché dalla prova di maturità delle qualificazioni continentali l'Italia era già uscita a pieni voti, mentre una prova del nove sulla competitività di questa squadra serviva più che altro agli ipercritici, agli scettici ad oltranza, ai San Tommaso calcistici (della serie "se non li vedo battere una grande, non credo alla loro forza"). Discorso che personalmente non mi ha mai riguardato, e l'ho scritto tante volte su queste pagine, anche nei giorni scorsi: al di là della relativa caratura degli avversari, undici vittorie consecutive non si ottengono mai, e sottolineo mai, per caso. Nello specifico, dietro il filotto dei Mancini boys, interrotto venerdì dalla Bosnia, c'era qualcosa di estremamente concreto e sostanzioso, sol che lo si volesse vedere senza abbandonarsi alle trite tiritere sui calciatori italiani che non sono più quelli di una volta: c'era un progetto tattico ben definito, c'erano giocatori con doti di palleggio e personalità in sboccio, c'era uno spirito sbarazzino, aggressivo, propositivo. 
AUTORITARI ALL'ESTERO, NON ACCADE SPESSO - Queste doti si erano intraviste anche al Franchi, pur nelle difficoltà di quella serata, dal ritorno all'impegno agonistico dopo dieci mesi alla condizione fisica approssimativa e all'assenza di uomini chiave. Queste doti son tornate ad emergere nitidamente nell'Arena intitolata a Cruijff. Il Club Italia post disastro Mondiale è un team che non ha paura di prendere l'iniziativa e che sa impadronirsi del gioco anche su campi difficili e contro rivali di rango. In senso assoluto, in quasi quarant'anni che seguo il calcio non mi è capitato spessissimo di vedere la nostra Nazionale andare all'estero a imporsi in maniera così autoritaria, perentoria, senza eccedere in gherminelle difensive. E' una rarità storica, credetemi, e questa giovane Azzurra manciniana l'ha fatto già ripetutamente, a partire da quella esibizione in punta di tecnica in Polonia, nell'autunno 2018, che segnò di fatto la nascita della nuova Selezione. 
OCCASIONI A GO GO E MANOVRE DI PREGIO - Cito spesso la vittoria di Chorzow siglata in extremis da Biraghi, perché è l'esempio plastico di quelle partite che incidono più di altre nel percorso di costruzione e di crescita di una rappresentativa. Da lì è iniziato tutto, da lì si è vista la luce in fondo al tunnel. Da Chorzow 2018 ad Amsterdam 2020 un fil rouge ben definito, fatto di bel gioco e di piedi buoni in quantità persino inaspettata. Recuperato Jorginho e con più benzina nel motore, il che vuol dire maggior velocità di esecuzione e rapidità nel disegnare le azioni, l'Italia ha ripreso a giostrare come sa, prendendo letteralmente a pallonate i Paesi Bassi nel primo tempo per poi controllare con discreta sicurezza nella ripresa almeno fino alla mezz'ora, quando ha rinculato sotto l'ovvia pressione dei locali restando però pericolosissima nelle ripartenze. La splendida girata di Zaniolo alta di poco, i tiri ad effetto di Insigne ed Immobile a sfiorare il palo, infine la perentoria inzuccata di Barella su assist della Scarpa d'oro al culmine di una vertiginosa azione offensiva di ubriacante bellezza; e, nel secondo tempo, altre opportunità per Insigne (con prodezza di Cilessen) e due volte per Kean, che ha sprecato incredibilmente un contropiede ma che va nel complesso elogiato, perché si è calato nella parte con grande disponibilità al sacrificio, rientrando a tamponare nella zona di mezzo. 
SUPER SPINAZZOLA, KEAN IN RIALZO - Kean pare avviato sulla strada del recupero a misure degne del suo talento, ma il discorso va allargato, perché questa Nazionale sta facendo del bene a tanti nostri calciatori e quindi a tutto il movimento. Il Donnarumma azzurro, ad esempio, non sbaglia un colpo, e ieri ha sventato, in avvio di secondo tempo, una clamorosa palla gol deviando in corner una conclusione ravvicinata di Van de Beek; uno dei pochi interventi difficili a cui è stato chiamato il milanista, che però sa mantenere alta la concentrazione anche quando non è sottoposto a "bombardamenti" avversari. E che dire di Spinazzola? Continuo, propositivo, ficcante: batte la corsia sinistra con inesausto furore, sa anche saltare l'uomo oltreché crossare, è un punto di riferimento per i compagni che lo cercano a ripetizione: visto che si indugia spesso in arbitrari accostamenti, spesso figli di nostalgia fine a se stessa, fra gli azzurri di oggi e quelli di ieri, bene, mi sento di poter dire che questo ragazzo sarebbe stato titolare fisso in molti club italiani di alta classifica degli anni Ottanta - Novanta, la nostra età dell'oro, e che al momento, in Nazionale, può giocarsi tranquillamente il posto con Emerson. Meno convincente è stato sull'altro versante D'Ambrosio, i cui limiti tecnici peraltro sono noti, ma ha raggiunto comunque la sufficienza e nel finale ha sbrogliato una situazione spinosa nell'area piccola. Continuo a pensare che, a destra, soluzioni più attendibili siano rappresentate da Di Lorenzo e anche dall'impeccabile Lazzari dell'ultima stagione laziale.  
LOCATELLI, GRANDE "ACQUISTO" - Nel mezzo, come detto, fondamentale è stato il rientro di Jorginho, con la sua paziente tessitura e alcune verticalizzazioni di prima che hanno incrementato l'efficacia della manovra azzurra. Barella è andato più a corrente alternata rispetto a Firenze, ha fornito un contributo più di spada che di fioretto, confermando peraltro la sua straordinaria efficacia negli inserimenti in area, siglando il gol vittoria con un colpo di testa da centravanti vero. Senz'altro più cospicuo è stato l'apporto alla manovra di Locatelli, esemplare nelle due fasi, capace di lavorare una gran quantità di palloni con grande costrutto e pochissime sbavature: un acquisto importante e definitivo, per un reparto che da anni non avevamo così ricco di fosforo e di piedi educati. 
IL PROBLEMA DEL GOL E L'ANNO NERO DI ZANIOLO - Rimane il problema dell'attacco: problema, perché dalla gran mole di gioco e occasioni prodotte è uscita la miseria di un golletto, realizzato per di più da un centrocampista. Intendiamoci: non si può non promuovere la prova di Insigne e Immobile, che hanno martellato la difesa arancione, hanno concluso direttamente, confezionato assist, aperto varchi, ma continua a latitare il killer instinct. Soprattutto Ciro, ora che è cannoniere principe europeo, ha una responsabilità in più e, in accordo con Mancini e coi compagni, deve trovare il modo di diventare una freccia acuminata anche in rappresentativa, così come devono al più presto raddrizzare la mira Kean e Chiesa, che hanno il gol nelle loro corde. Nell'immediato ci si potrebbe anche affidare a Caputo, peraltro tutto da scoprire sui palcoscenici internazionali: un salto nel buio, insomma. Infine, Zaniolo, evidentemente nel suo anno più buio. Si consoli: pagato il tributo alla malasorte, tanti campionissimi del passato sono tornati ai massimi livelli, in primis Roby Baggio, anche lui martoriato non poco nel primo periodo della carriera (e purtroppo anche in seguito). Coi suoi strappi, le sue incursioni, le sue accelerazioni, può diventare elemento chiave del gioco azzurro: la sua presenza è fondamentale nel futuro del progetto Mancini, ma ora occorrono calma, prudenza e circospezione nel percorso di recupero, senza forzare i tempi, e pazienza se dovrà rinunciare all'Europeo. Il ragazzo è ancora un talento in erba, non ha bisogno di bruciare le tappe.  

lunedì 31 agosto 2020

FINALMENTE TORNA LA NAZIONALE. IL CLUB ITALIA È IL MODELLO DA CUI RIPARTIRE DOPO IL DECENNIO ORRIBILE DEL NOSTRO CALCIO: VEDIAMO PERCHÉ

                              Chiesa e Jorginho, simboli del nuovo corso azzurro (foto Guerin Sportivo)

Finalmente il cielo del calcio italiano torna a tingersi d'azzurro. Sarà anche una metafora un po' usurata, ma sentir di nuovo parlare di Nazionale dopo dieci mesi è una boccata d'aria fresca. Era tempo, anche per la salvaguardia di uno dei pochi patrimoni tecnici rimasti al nostro movimento: l'atmosfera attorno alla Selezione stava infatti cominciando a farsi pesante, per via di certe voci riguardanti un raffreddamento di Mancini in seguito ai contatti Gravina - Lippi (contatti incauti e intempestivi, si può dire?). Meglio quindi che si ritorni a ragionare di cose di campo, e a giocare... La Nations League bussa alle porte: un test importante, per quanto svalutato da surreali modifiche regolamentari che hanno cancellato le retrocessioni della prima edizione, cioè il vero "sale" della neonata manifestazione. 

DECENNIO DA INCUBO - Ma non importa, perché, per noi, in ballo c'è molto di più dell'esito finale del torneo. Siamo agli sgoccioli del decennio più orribile della storia calcistica italiana: dieci anni senza che un club tricolore sia riuscito a portare a casa uno straccio di coppa europea; dieci anni costellati di magre figure azzurre, col culmine della mancata qualificazione al Mondiale russo; dieci anni di regressione non tanto in termini di qualità del materiale umano (che c'è stata, ma non così netta come direbbero i risultati) quanto economica, progettuale e organizzativa, col crimine della assoluta trascuratezza dei vivai coniugata con l'esterofilia più ottusa di sempre: ottusa e controproducente, non è un'opinione ma un dato di fatto, vista la perdita di competitività internazionale del sistema calcio - Italia. 

I QUATTRO ESEMPI DA SEGUIRE - Ebbene, al termine di questa decade da incubo, abbiamo un disperato bisogno di ripartire, e una ripartenza seria non può che prendere le mosse dagli unici esempi sani proposti dall'italico football agli alti livelli: l'Atalanta come modello di programmazione complessiva a lungo termine; il Milan per il coraggio di puntare sulla gioventù nostrana (Donnarumma, Conti, Romagnoli, l'ultimo arrivato Gabbia, e ora l'enfant prodige Tonali, se l'acquisto andrà in porto); la tanto bistrattata Inter, ebbene sì, se non altro perché ha raggiunto la finale di Europa League con un gruppo in cui ha assunto un'importanza notevole un mini nucleo di giocatori indigeni (Bastoni e Barella soprattutto, ormai consolidate certezze, con contributi importanti anche di Gagliardini e D'Ambrosio); e la Nazionale, appunto, che deve tornare a essere il principale volano dello sviluppo del nostro football. Anche perché fra 2018 e 2019 Mancini ha posto basi importanti, con una politica che ha concretamente sposato la linea verde e un modo più moderno di concepire il gioco. In pochi mesi abbiamo visto sbocciare una squadra nuova di zecca, capace di cercare il risultato attraverso una manovra piacevole e propositiva. Dell'abbordabilità del girone di qualificazione europeo si è già ampiamente parlato: indiscutibile, così come è innegabile che, in un passato anche recente, selezioni azzurre ben più referenziate abbiano penosamente stentato contro avversarie altrettanto se non più modeste. 

CONVOCAZIONI FIUME: I PRECEDENTI - La verità è che si riparte da un filotto di dieci sonanti vittorie (più una in amichevole) e da un progetto credibile. Si discute in queste ore delle convocazioni-fiume del Mancio, ben trentasette i chiamati, e non mancano le perplessità in merito. Un modus operandi che invece, personalmente, mi trova assolutamente d'accordo. Facciamo un po' di storia: il primo a percorrere questa via fu Arrigo Sacchi negli anni Novanta, ma, più che altro, per una affannosa e tormentata ricerca di uomini che si adattassero il meglio possibile ai suoi rigorosi disegni tattici. In seguito, invece, la Nazionale "allargata" è divenuta quasi una necessità, dettata da varie motivazioni. Dopo il fiasco nippo-coreano del 2002, Trapattoni decise di aprire le porte di Coverciano a seconde e terze linee: entrarono in gruppo fra gli altri Legrottaglie e Nervo, Perrotta e Camoranesi, Corradi e Di Natale, gente fin lì trascurata nonostante un rendimento sempre elevato, magari con la sola colpa di non militare nelle big metropolitane. Il Trap lo fece perché i titolarissimi extra lusso stavano segnando il passo, e la sua squadra, dopo aver fallito l'appuntamento iridato, rischiava di restare fuori anche dall'Europeo portoghese. I nuovi arrivati portarono voglia di emergere e indubbie qualità, e furono anche un pungolo per i "grandi", che ripresero ad esprimersi al meglio delle loro potenzialità. 

In seguito, nelle sue due gestioni, Marcello Lippi schierò più volte delle Nazionali "sperimentali", con largo utilizzo di emergenti e di esponenti  delle cosiddette "provinciali" (Mesto, Langella, Brienza, Di Michele, Foggia, Pellissier...) affinché il maggior numero possibile di calciatori di Serie A potesse sognare l'azzurro, accentuando così la voglia di migliorarsi dei singoli e il clima competitivo fra di loro, con benéfici effetti sia sul livello tecnico del campionato sia sul ventaglio di scelte a disposizione del cittì, che poteva pescare in un bacino sempre più ampio di elementi all'altezza dei palcoscenici importanti. 

Esempio che fu poi seguito anche da Prandelli, ma in un'ottica diversa: con le formazioni dei club già ingolfate di stranieri, si rendeva necessario offrire spazio in azzurro a ragazzi validi che quello spazio faticavano a trovarlo nelle società di appartenenza. Giovanissimi convocati prima di aver maturato un cospicuo minutaggio con il club (ricordo Perin e De Sciglio), al fine di forzarne la maturazione: una situazione per certi versi paradossale, che in tempi normali sarebbe stata inaccettabile ma che da allora è divenuta essenziale per costruire la caratura internazionale di tanti giovani di casa nostra, ricchi di talento ma impossibilitati a crescere in un campionato malato di esterofilia. E qui si torna al decennio terrificante che ci stiamo lasciando alle spalle: quanti ragazzi di assoluto valore ed enormi prospettive sono stati bruciati verdi per mancanza di pazienza da parte di tecnici e dirigenti! 

IL PIANO: PAZIENZA COI BABIES E SPAZI AZZURRI CONTRO L'OSTRACISMO DEI CLUB - Ecco dunque perché Mancini sta lavorando su una base azzurra così larga. Questi i concetti essenziali: vivere la rappresentativa e i suoi impegni per diventare giocatori da ribalta europea e mondiale, ciò che non potrà mai accadere giocando (a volte anche poco, oltretutto) in squadre di club dagli orizzonti limitati, e che pagano le loro poco lungimiranti politiche con ripetute figuracce fuori dei confini. Dei titolari o semi-titolari delle compagini di massima divisione, diciamo 15-16 elementi per squadra, gli italiani sono attorno al 40 per cento (calcolo fatto un po' a spanne, ma non lontano dalla realtà): il campo di scelta è risicatissimo, tenendo conto che difficilmente è convocabile chi milita in formazioni di bassa classifica (nelle quali si concentrano in massima parte i calciatori indigeni), e in una situazione del genere gli azzurrabili bisogna un po' anche costruirseli, valutando un ampio numero di uomini e azzardando su verdi speranze dal curriculum ancora scarno... 

E poi la pazienza coi giovani, da aspettare, costruire, perfezionare, e non da buttare via dopo i primi passi falsi: ecco dunque la rinnovata fiducia a Kean, reduce da una stagione fallimentare ma che deve solo essere disciplinato sul piano caratteriale, "smussato", perché ha classe da vendere e lo aveva già dimostrato nel suo perentorio esordio in Nazionale; ecco il coraggioso lancio di Luca Pellegrini; e riecco Zaniolo, che, secondo alcuni, dopo l'incidente... comportamentale dell'Euro Under 21 casalingo era già un calciatore finito, e che invece è ritornato più forte che mai, pronto anzi a diventare uno dei simboli di questa nuova generazione all'insegna della speranza. E ancora l'imberbe Tonali, su cui è giusto continuare a insistere nonostante qualche battuta a vuoto in campionato (comprensibile in un Brescia allo sbando), il ritrovato Caldara dell'ultima Atalanta, gli strepitosi Bastoni e Barella offerti dalla stagione interista, la giusta considerazione per Sensi, bruscamente frenato da guai fisici ma meritevole di attesa per quanto di buono, anzi ottimo, fatto vedere in azzurro l'anno passato. Il CT ha avuto anche la giusta attenzione alle indicazioni di una Serie A pur anomala come quella da poco finita: la conferma di Lasagna, attaccante fra i più positivi del dopo lockdown, l'esordio di Ciccio Caputo e uno Spinazzola dalle quotazioni in rialzo, alla luce degli ultimi confortanti mesi romanisti, senza dimenticare Locatelli, regista affidabile, continuo e dai piedi buoni; mancano Pessina e un Berardi che sembra finalmente essersi lasciato alle spalle i suoi irritanti alti e bassi, ma arriverà anche il loro momento.  

I NUOVI PUNTI FERMI DEL CLUB ITALIA - Parliamoci chiaro: questo Club Italia è un piccolo miracolo. Merito del caro vecchio Bobby-gol sampdoriano, certo, ma anche delle potenzialità inesauribili di un vivaio storicamente di prim'ordine, che può vivere fisiologiche fasi di stanca ma che, nonostante la mancanza di investimenti, il disinteresse, l'ostracismo verso le nuove generazioni, anche in questi ultimi sventurati anni ha saputo sfornare prospetti di livello. Perché non si perdano per strada, il ruolo della Nazionale sarà fondamentale, come lo è già stato per la crescita di Donnarumma, Di Lorenzo, Lollo Pellegrini, Barella (pluri-citato in questo articolo, ma è uno degli azzurri del momento), ormai punti fermi come un Acerbi non più di primo pelo ma all'apice della carriera, come Jorginho, Verratti e Insigne, campioncini fatti e finiti. Ricominciamo, dunque, con la massima fiducia. 

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà. 

domenica 18 novembre 2018

NATIONS LEAGUE: PASSA IL PORTOGALLO MA L'ITALIA C'È, ECCOME. DIFESA SOLIDA E CENTROCAMPO DI LUSSO, MANCA IL BOMBERONE

                                                   
                                                                         Verratti, fra i migliori

Delusione? Suvvia, non scherziamo. Solo gli ottimisti a oltranza potevano sperare in un aggancio in extremis della final four di Nations League: il vero obiettivo di questo primo scorcio di stagione, per l'Italia, era la salvezza, ed è stato ottenuto brillantemente in Polonia. Non un'impresa da poco, se pensiamo ai balbettii di inizio torneo e se vediamo la fine che ha fatto la Germania, passata in pochi mesi dagli altari planetari alla polvere della Serie B europea. È ancora una Nazionale in cantiere, la nostra, e solo nell'ottica della ricostruzione in corso vanno interpretati i segnali giunti dalla sfida di San Siro col Portogallo (il quale anche in caso di sconfitta avrebbe poi avuto un bel match point contro Piatek e compagni). 
OCCASIONI A GO GO - Segnali positivi e bicchiere mezzo pieno, senza alcun dubbio. In settembre, i nostri ragazzi naufragavano a Lisbona dopo una recita all'insegna dell'impotenza offensiva e del disagio tattico: ebbene, sembra passato un secolo. Ieri sera, per un'ora abbondante, la squadra di Mancini ha confermato gli enormi progressi già emersi a Genova e in terra polacca. Il ritrovato gusto per il gioco manovrato, la precisione nel tocco di palla e nei passaggi, la volontà di tenere sempre e comunque pallino, di aggredire. I campioni d'Europa in carica sono stati totalmente in balìa degli azzurri: incapaci di imporre la loro classica ragnatela, impossibilitati a ripartire, costretti ad armare una mera difesa passiva. Ai punti, in quei due terzi di gara, la vittoria italiana è stata schiacciante, con occasioni in serie: Insigne dalla distanza ha chiamato Rui Patricio a una difficile parata, e sulla ribattuta Immobile ha calciato alto; Florenzi ha sfiorato il palo con un destro dal limite; ancora Immobile, splendidamente liberato davanti al portiere da Verratti, si è fatto respingere la conclusione dall'estremo portoghese; Bonucci di testa, su punizione di Insigne, ha mandato sull'esterno della rete; e dulcis in fundo, in avvio di ripresa, Chiesa ha mancato il bersaglio da pochi metri (tiro deviato in corner) dopo una bella combinazione Verratti - Biraghi. 
CENTROCAMPO DI QUALITÀ, INSIGNE OK, IMMOBILE DOUBLE FACE - Il problema del Club Italia del Mancio, a ben vedere, è tutto qui: manca il killer instinct, manca la capacità di finalizzare. Non è poco, sicuramente, ma il quadro complessivo pare decisamente roseo: incredibilmente roseo, direi, se si pensa a come eravamo ridotti. Il centrocampo, che aveva fatto naufragio nelle prime uscite stagionali, ha ormai trovato una buona quadratura: Verratti si è reso protagonista della sua prova più autorevole in maglia tricolore, impadronendosi delle redini del gioco e non limitandosi, come spesso gli è capitato, a dare il meglio in interdizione; accanto a lui, anche Jorginho è lievitato a ottimi livelli di rendimento, mostrando inoltre una personalità che raramente si era vista nelle sue apparizioni pre Chorzow; Barella si è confermato giocatore coraggioso e utile nelle due fasi, deve solo trovare continuità nell'arco dei novanta minuti.
Purtroppo, l'ottima tessitura del reparto di mezzo si è scontrata con l'evanescenza della prima linea, in cui il solo Insigne ha mostrato vivacità e intraprendenza (anche per lui, la migliore prestazione di sempre in rappresentativa), mentre Chiesa si è dannato l'anima con scarsi risultati (e a volte scarsa collaborazione dei compagni); quanto a Immobile, polveri bagnate come troppo spesso gli capita quando è chiamato a indossare la casacca nazionale: clamoroso, in particolare, il gol mancato in avvio dopo la staffilata di Lorenzino.
GAP FISICO - Oltre all'incapacità di pungere, il campanello d'allarme è giunto dal netto calo fisico dell'ultima mezz'ora, che ha consentito a un Portogallo fin lì annichilito di assumere il controllo delle operazioni arrivando persino a sfiorare un'immeritata vittoria, con un velenoso tiro di William Carvalho sul quale Donnarumma si è esibito in un intervento sensazionale, confermando il buon rendimento recente in azzurro. La scarsa resistenza atletica sulla lunga distanza è un limite che caratterizza molte formazioni nostrane nei confronti internazionali, da diversi anni a questa parte, ma ci si può lavorare, e del resto il problema del Meazza è stato a monte: cioè arrivare a quella fase finale col fiato corto, senza aver prima concretizzato l'enorme mole di pregevole lavoro svolto. 
DILEMMA OFFENSIVO: CUTRONE È LA SOLUZIONE? - Torniamo dunque al problema - base: non c'è il bomber, il Vieri o l'Inzaghi della situazione, capace di trasformare in gol anche la palla più sporca (fermo restando che un po' tutti debbono aggiustare la mira...). Con Balotelli di nuovo in... purgatorio, con Belotti che solo ora sta uscendo da un periodo opaco, con Immobile Dottor Jekyll e Mister Hyde, rimane da provare Cutrone, e fossimo nel cittì non staremmo più tanto a pensarci su: il ragazzino sciorina fiuto del gol e capacità realizzative fin dai primissimi passi mossi in Serie A, ha doti tecniche e sfrontatezza giuste per ben figurare anche in un contesto di elevata competitività. In alternativa, bisogna sperare in una "operazione Napoli", ossia inventarsi un fromboliere dal nulla come riuscì a Sarri con Mertens quando si vide privato di Higuain, suo naturale terminale offensivo, oppure creare una cooperativa del gol come fece Lippi con la sua Italia mondiale 2006. Operazioni difficili che richiedono tempo, applicazione ed esercitazioni ripetute: e il tempo è poco per questa Nazionale, che nel 2019 si vedrà proiettata nelle qualificazioni all'Europeo itinerante, un obiettivo che non possiamo mancare. 
PIU' CONFERME CHE SMENTITE - Detto questo, il paragone fra le due "delusioni milanesi" a distanza di un anno, Svezia e Portogallo, non regge, checché ne dicano certi commentatori: nel novembre 2017 eravamo azzerati, avevamo toccato il fondo. Oggi, l'opera di ricostruzione della selezione ha raggiunto un grado insperato: centrocampo qualitativo, difesa dal rendimento ottimale (con un Chiellini che ha onorato al meglio la sua centesima maglia azzurra), "movimentatori offensivi" in palla (non solo Insigne ma anche Bernardeschi, la cui assenza si è avvertita non poco contro i lusitani), occorre trovare chi la "sbatta" dentro. Ma il bicchiere, lo ripetiamo, resta mezzo pieno: l'Italia c'è, c'è di nuovo, e un mese dopo, contro un avversario più forte della Polonia, ha fornito più conferme che smentite. Guardiamo avanti con moderata fiducia. 

lunedì 15 ottobre 2018

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DA STROPICCIARSI GLI OCCHI. GIOCO DI GRANA FINISSIMA, MA URGE PESO IN ATTACCO


Da stropicciarsi gli occhi. Non è ancora giunto il momento di celebrare la rinascita della Nazionale italiana: la strada è lunga e occorre pazienza, lo ha sottolineato a più riprese lo stesso cittì Mancini. Però due indizi possono cominciare a fare qualcosa che si avvicina a una prova: se già nell'amichevole genovese con l'Ucraina si erano visti quarantacinque minuti di buone trame, aggressività e ripetuti pericoli per la porta avversaria, in un test più difficile e probante, quello di Nations League in casa della Polonia, ultimativo scontro salvezza, abbiamo assistito a una crescita ulteriore e persino insperata, nelle proporzioni. 
I BIDONI SONO ALTRI... - Piccolo promemoria: quella attuale, secondo molti esperti e appassionati (non secondo me, e il blog lo testimonia) è una generazione azzurra di scarti, scarponi, mezze calzette. Ebbene, non penso che calciatori di modeste qualità siano in grado di giocare gare come quella di Chorzow. Le squadre mediocri possono cavarsela, spesso ma non sempre, gettando il cuore oltre l'ostacolo, puntando su "garra" e applicazione ferrea delle consegne tattiche. Ma ieri sera in Slesia è accaduto qualcosa di diverso: ha preso forma un undici capace di far gioco, e di farlo bene. Da stropicciarsi gli occhi, sì: idee chiare e abilità nel metterle in pratica, precisione quasi assoluta nel tocco di palla e nei passaggi (cosa che in azzurro non si vedeva da anni, davvero), manovre in velocità condotte con disinvoltura e fluidità, un controllo del match pressoché costante, contro una Polonia che aveva le nostre stesse necessità di classifica, che giocava in casa e che è comunque una formazione già fatta e finita al contrario della nostra, e tuttavia si è vista costretta a difendersi a oltranza affidandosi a sporadici contropiede, nati spesso dai rari errori del nostro pacchetto di mezzo. 
CRESCITA ESPONENZIALE - Una squadra di calcio. Con una manovra razionale, lineare ma al contempo bella a vedersi. Sinceramente, alla luce del dignitosissimo materiale umano a disposizione, auspicavo sì un sensibile progresso a breve termine, ma non mi aspettavo di vedere così presto, in questa difficilissima gestione manciniana, espressioni di gioco a tal punto elevate. Poi possiamo dire tutto e il contrario di tutto per sminuire la prova dei nostri, come è tipico degli incontentabili tifosi e critici di casa nostra: potremmo ad esempio parlare della selezione biancorossa in parabola discendente già dal grigio Mondiale russo, e quindi non propriamente una potenza di primo piano del football europeo. Sarà, ma è la stessa rappresentativa che, senza strafare, ci aveva agevolmente bloccati a Bologna, sfiorando il trionfo. E allora, prendiamo almeno atto del fatto che la crescita è in corso, che i bagliori del Ferraris non erano fatti isolati e legati alla mancanza di una tangibile posta in palio. E aggiungiamo che per catalogare i Florenzi e i Verratti, i Chiesa e i Bernardeschi come mediocri, forse bisognerebbe attendere qualche prova ulteriore e sospendere il giudizio. 
RISOLTO IL REBUS DEL CENTROCAMPO? - Poteva finire zero a zero, certo: sarebbero rimaste l'amarezza per una vittoria sacrosanta mancata per questione di centimetri, ma anche la soddisfazione di aver finalmente cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel. Una cosa per volta: il rebus del centrocampo, per esempio, pare esser stato risolto, anche se il pallone può smentire domani quello che dice oggi. Il ritorno di Verratti e l'innesto di Barella hanno rivitalizzato anche Jorginho. Ciò vuol dire che il talento, soprattutto nel settore nevralgico, è importantissimo, ma non è tutto: perché ad esempio i Pellegrini e i Cristante visti a inizio stagione sono fior di virgulti su cui si potrà continuare a contare, ma la "chimica", l'alchimia giusta è sbocciata fra i tre che hanno occupato la fascia mediana nelle ultime due uscite. Sono tre ragazzi che posseggono personalità e che, ognuno in percentuali diverse, sanno abbinare qualità e quantità, sanno giocare di fino (e a Chorzow l'hanno fatto ripetutamente) ma anche mulinare la clava, e a tal proposito ha compiuto grossi passi avanti rispetto a Genova soprattutto il giovane cagliaritano, a tratti persino troppo deciso in interdizione. 
FLORENZI TORNA UNA SICUREZZA, BIRAGHI SI RISCATTA - Nelle retrovie, Bonucci e Chiellini hanno chiuso a doppia mandata la porta davanti a un Donnarumma sempre convincente nelle poche occasioni in cui è dovuto intervenire (due volte su Grosicki, sostanzialmente). Le due "chiocce" tengono caldo il posto per Rugani, Caldara e Romagnoli, che avranno modo di inserirsi con serenità in una compagine non più provvisoria ma già delineata in buona parte, e quindi ben sicura sulle proprie gambe. Sulle fasce, Florenzi è tornato una risorsa fondamentale per il Club Italia, davvero inesauribile nelle due fasi e puntuale negli inserimenti offensivi; meno continuo e preciso Biraghi, il cui gol finale in spaccata su corner "monda" comunque tutti i peccati. Già, il gol: se dovessimo giudicare solo sulla scorta delle ultime partite, sembra rimasto l'unico problema grave della selezione azzurra. In realtà altri aspetti sono da mettere a punto, ed è giusto essere preparati fin da ora ai probabili sbalzi di rendimento che potranno caratterizzare, com'è normale che sia, la maturazione di un gruppo giovane e non molto esperto a livello internazionale. Ma è un dato di fatto che, se non la metti dentro, in certe competizioni non si va lontano. Abbiamo dovuto aspettare il raro acuto di un terzino nei minuti di recupero per incamerare un successo che, ai punti, avevamo strameritato molto prima. 
LE OCCASIONI CI SONO, I GOL ARRIVERANNO - Ribadisco tuttavia quanto avevo scritto dopo l'Ucraina: creare occasioni, concludere a rete con frequenza, essere presenti nell'area avversaria in maniera sempre e comunque insidiosa, è un'eccellente base di partenza per costruire qualcosa di importante. E in Polonia l'Italia ha tirato pericolosamente con una frequenza che, al cospetto di avversari di una certa statura, non faceva registrare probabilmente dall'Europeo del 2016, dalle splendide sfide con Belgio e Spagna: nel primo tempo, ci hanno provato due volte ciascuno Jorginho e Insigne (con un legno a testa), e Szczesny, che già aveva sventato uno splendido diagonale del nostro italo-brasiliano, ha tolto dalla porta un'inzuccata di Chiellini e un destro di Florenzi, giunto al culmine di uno dei tanti scambi in velocità condotti dai nostri fra trequarti e sedici metri.
Nella ripresa, un tiro alto di Biraghi su traversone da destra e due tentativi di Bernardeschi, con un bel sinistro da fuori e, prima, con un colpo di testa da posizione favorevolissima su cross di Chiesa, mandato sciaguratamente a lato. Non vincere una gara così, con una tale messe di palle - gol, sarebbe stato da guinness dei primati... È bene che anche chi arriva da dietro sia incisivo sotto porta, come ha saputo fare il laterale della Fiorentina, ma gli attaccanti devono finalizzare. Il trio davanti ha confermato quanto di buono e di meno buono mostrato a Marassi: ottimo tourbillon, prontezza nel proporsi, caparbietà, ma manca ancora il killer instinct. Con un Vieri o un Pippo Inzaghi al centro, la vittoria avrebbe potuto assumere proporzioni clamorose. Vieri e Inzaghi non li abbiamo più, ma forse potrebbe bastare un Belotti nuovamente al top, o magari un Cutrone che, parere mio, è già da Nazionale maggiore... 

sabato 8 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: LA NUOVA ITALIA ANCORA NON È NATA. BUONE NUOVE DA BERNARDESCHI E CHIESA


No, ancora non ci siamo. E del resto era prevedibile. Non si supera con disinvoltura un evento sportivamente drammatico come quello di poco più di un anno fa. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, vergogna inaccettabile per un movimento calcistico fra i più prestigiosi del globo, sui campi italiani si è ripreso a giocare quasi come se nulla fosse, si è tornati ad occuparsi delle faccenduole dei club, del mercato, delle schermaglie politiche in Federazione. Tutto è proseguito secondo il solito tran tran, mentre si sarebbe dovuto approntare un organico piano di emergenza per superare il momento storicamente più delicato del nostro football. 
Invece, la stagione è cominciata all'insegna dei soliti problemi, anzi, peggio. Bene ha fatto il cittì Mancini a sottolineare il minutaggio sempre più ridotto a disposizione dei calciatori di casa nostra, bene ha fatto a diramare una lista di convocati fra le più rivoluzionarie di sempre, nel non nascosto tentativo di "forzare la mano" ai colleghi della Serie A. Forzare la mano: anche se non è elegante citarsi (ma chi se ne frega...), è un ragionamento che feci qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti, sia dopo Euro 2012 (quando alla guida della Nazionale c'era un Prandelli ben disposto verso le nuove leve, al punto di convocare gente come Perin e De Sciglio che avevano poca o nulla esperienza in campionato), sia agli albori dell'era Ventura. Allora come oggi, si trattava di mettere i tecnici dei club di fronte al fatto compiuto, chiamando e facendo giocare emergenti di valore costretti invece in panchina o in tribuna nelle società di appartenenza. Pare proprio essere l'unica via, se è vero che, rispetto ai due precedenti sopra citati, la situazione è tutt'altro che migliorata. 
MALEDETTA ESTEROFILIA - Bobby gol è un selezionatore che merita rispetto, fiducia e soprattutto pazienza, tanta pazienza, molta più di quella che fu riservata ai predecessori. Lavora in condizioni terribili: costruire una compagine decente pescando in un massimo torneo iper affollato da pedatori d'oltrefrontiera, buona parte dei quali di dubbia qualità, è impresa titanica. Non fidatevi di chi dice che "tanto non cambia niente, i migliori emergono comunque, italiani o stranieri che siano". I fatti dicono che non è così: difficile, per un giovanotto che si affaccia al calcio professionistico, dimostrare di essere migliore di altri, se viene sistematicamente tenuto ai margini per ovvia mancanza di esperienza. Abbiamo i Cutrone, per dire, che segnano gol a raffica, risolvono le partite, ma si sente comunque il bisogno di acquistare un Higuain che ha probabilmente già dato il meglio, costringendo il ragazzino di turno a masticare amaro nelle retrovie e a sbattersi il doppio, il triplo, per conquistarsi scampoli di gloria. Quello rossonero è un caso limite, la punta dell'iceberg di un fenomeno che sta radendo al suolo il nostro vivaio. Un vivaio che però continua incredibilmente a sfornare talenti, come dimostrano certi ottimi risultati recenti delle nostre rappresentative giovanili, ma non è neanche questo il vero problema: il dramma è che poi la crescita, e quindi il miglioramento, l'affinamento, di queste nuove leve viene brutalmente arrestato da un calcio italiano malato di esterofilia perniciosa.  
BACINO DI CARENAGGIO - Questa lunga premessa per dire che, vista la difficile congiuntura, il balbettante esordio in Nations League degli azzurri non deve né sorprendere né destare scandalo. È bastata una Polonia compatta ma con pochi picchi di classe (Lewandowski, Zielinski, e poi?), per metterci in ambasce. Inutile ragionare su eventuali errori di formazione del coach, che, pure, secondo me ci sono stati: giusto che compia il suo giro d'orizzonte provando più uomini possibile, giusto che conceda di mettere minuti nelle gambe a un Balotelli che, se in forma, rimane di gran lunga la bocca da fuoco più efficace, esperta, smaliziata a sua disposizione. È inevitabile che questo nuovo torneo debba rappresentare solo una sorta di bacino di carenaggio, per il Club Italia: a vincere coppe ci si penserà, si spera, più avanti.
DUE CHE SALTANO L'UOMO: INCREDIBILE! - Di buono, la gara di Bologna ci ha mostrato un Donnarumma finalmente sicuro e decisivo con almeno due interventi salva risultato, e due peperini che saltano l'uomo, cosa che in azzurro non si vedeva da tempo: Bernardeschi, che pure ha commesso i suoi errori ma li ha compensati con una presenza costante nel vivo del gioco offensivo (suoi sono stati i tiri più pericolosi indirizzati verso la porta polacca) e un grande coraggio nel tentare soluzioni ardite; e poi quel Chiesa ancora una volta rivelatosi fondamentale, arrivando dalla panchina a vivacizzare una prima linea sterile con le sue accelerazioni e con la sua visione verticale del campo, col suo puntare sempre verso la porta avversaria senza troppo cincischiare. 
REBUS ATTACCO, CON INSIGNE SOTTO LA LENTE - Ecco, cominciamo col dire che, giocando col 4-3-3, due così devono essere titolari fissi. Al servizio del vero Supermario, non della pallida e acciaccata controfigura di ieri sera, o di una punta che sappia sbatterla dentro, una buona volta. Potrebbe essere proprio il Cutrone di turno, a meno che Belotti e Immobile, implacabili con le maglie di Toro e Lazio, non vadano oltre i limiti che ne hanno troppo spesso caratterizzato le prove in rappresentativa. A tal proposito, e sempre rimanendo in,,, zona d'attacco, uno che sta esaurendo i suoi bonus, spiace dirlo, è Insigne. Il ragazzo ha classe, brillantezza, piedi buoni, ma troppo grande continua a essere la differenza di rendimento fra Napoli e Club Italia, né è pensabile di poter costruire la squadra attorno a lui: stiamo parlando di un buonissimo giocatore, a tratti ottimo se inserito in un determinato contesto tattico, ma non di un fuoriclasse che risolve le partite da solo. 
CENTROCAMPO DA RIFARE - Altro elemento per il quale il tempo stringe è Gagliardini, che del resto anche in maglia Inter ha solo in parte mantenuto le promesse degli esordi post atalantini. Al Dall'Ara è naufragato assieme ai compagni del centrocampo: il reparto è stato il vero tallone d'Achille della squadra, deficitario in entrambe le fasi, prigioniero di una mediocrità tecnica inaccettabile per una compagne del nostro lignaggio. In una zona nevralgica che ha prodotto solo errori e confusione, non ha convinto neppure Jorginho, rigore a parte: ma c'è almeno la speranza che l'esperienza ad altissimo livello col Chelsea serva ad accrescerne personalità e caratura internazionale. Per intanto, nel mezzo sarebbe il caso di dare chances a talenti in vorticosa ascesa come Barella, Benassi, Cristante, Mandragora, il cui rendimento recente li mette ai vertici nel campo di scelta a disposizione del trainer. 
LE ALTERNATIVE PER LA DIFESA - La difesa, infine, ha discretamente lavorato, facendosi carico anche del lavoro di chi avrebbe dovuto "schermarla": ma sulle fasce troppo timido è parso l'apporto di Zappacosta e Biraghi, che meritano comunque altri test, anche se pure ai lati non mancano le scelte alternative: da Calabria a Barreca, da Lazzari (intuizione del coach) a quel Piccini assurdamente "dimenticato" all'estero, sperando soprattutto in un recupero dell'ottimo Conti (forse il migliore della compagnia). Nel frattempo sarebbe forse il caso di insistere su Criscito, che in questa prima fase di ricostruzione può essere un'utile chioccia, mentre la sensazione è che sia di troppo un veterano fra Bonucci e Chiellini (entrambi, ricordiamolo, protagonisti del fallimento dell'autunno scorso), con Caldara e Romagnoli (più Rugani, se troverà spazio nella Juve) che premono alle spalle. 
URGE UNA VITTORIA DI PESO - Non è un momento come tanti: forse mai come ora sarebbe lecito e giusto rivoluzionare totalmente (salvando giusto un paio di "totem" per la continuità di spogliatoio e l'esperienza), buttare i babies nella mischia senza remore. Chi potrebbe mai rimproverare a Mancini di aver messo da parte coloro che si sono fatti sbattere fuori da Russia 2018? Siamo in una fase storica in cui bisogna agire con la mano pesante, come fece Fulvio Bernardini al termine dell'era dei messicani. Dopodiché, ripeto, occorrerà anche armarsi di santa pazienza, perché una Nazionale competitiva non si ricostruisce in quattro e quattr'otto, soprattutto quando il bacino in cui scegliere gli uomini giusti è così assurdamente ridotto.
Del resto, il passato ci insegna che dopo la prima mancata qualificazione mondiale, nel 1958, trascorsero anni prima di rivedere un barlume di luce. Anni di partite, di girandole di formazioni, di presunti astri sorti e tramontati nel giro di pochi match. Anni senza vittorie. Dopo la sconfitta con l'Irlanda del Nord che ci costò l'estromissione da Svezia '58, ci vollero 24 mesi prima che la nostra selezione tornasse a battere qualcuno (la Svizzera). Di una vittoria di spessore avrebbero bisogno il Mancio e la sua truppa: non poteva esserla quella del maggio scorso con l'Arabia, ma strappare i tre punti alla Polonia avrebbe potuto darci una mano a superare anche quell'impasse mentale che si è impadronito dei nostri dopo il tonfo svedese. 

lunedì 8 gennaio 2018

GENOA 2018: FINALMENTE SQUARCI DI SERENO. SI RIPARTE DA BALLARDINI, PERINETTI E PEPITO


Ballardini, Perinetti, Pepito Rossi. Sono le tre facce nuove (o quasi, pensando al mister... di ritorno) che hanno traghettato il Genoa nel 2018, aprendo squarci di sereno in un cielo rimasto a lungo plumbeo. E' un Vecchio Balordo dai nervi finalmente distesi, quello che arriva alla bizzarra sosta invernale post natalizia. D'accordo, la salvezza è ancora tutta da conquistare, ma gli ultimi due mesi hanno rappresentato un'autentica boccata d'ossigeno, al termine di un anno solare terribile. Un 2017 in cui il Grifone, più spelacchiato che mai, dopo aver toccato il fondo ha cominciato alacremente a scavare, e sembrava non volersi fermare più.
Numeri da far strabuzzare gli occhi: fino all'inizio di novembre, fino al terzo derby consecutivo perso (un'onta), in campionato ventuno (ventuno!) sconfitte (di cui quattro subite con Mandorlini trainer), sette pareggi e la bellezza di quattro (quattro!) vittorie. Un incubo, un vero incubo sportivo, disseminato di prestazioni sconsolanti e di alcune impennate di risultati (successo a Cagliari) e di gioco (primo tempo con la Juve a inizio stagione, partita intera a Milano con l'Inter prima della beffa finale) che hanno avuto effetti nefasti, illudendo Preziosi che Juric fosse comunque l'uomo giusto per la panchina rossoblù, che avesse il pieno controllo della situazione e che la squadra fosse vicina ad esprimere compiutamente le proprie doti, discrete pur se non eccezionali. 
2017: SQUADRA IN PICCHIATA - Illusioni, appunto: onestamente, non si vede cos'altro dovesse fare, il buon Ivan, per ricevere il benservito. Con tutto il bene che si può volere a una storica bandiera del recente passato genoano, con tutta la fiducia che aveva meritato dopo la promozione miracolo alla guida del Crotone, numeri e dati tecnici lo condannavano da ben prima dell'ultimo boccone amaro, la caduta autunnale nella stracittadina. Una compagine in difficoltà fisica e tattica, fragilissima dietro e nel mezzo, inconsistente davanti, e psicologicamente non del tutto consapevole del baratro che le si stava spalancando davanti, alla luce degli endorsement indirizzati al coach croato da parte dei giocatori. Un cocktail micidiale, tale da abbattere la resistenza di un toro.
MA NON E' UN GENOA SCARSO... - Onestamente, non si poteva andare avanti così. Ripeto qui quanto già scritto quest'estate in sede di presentazione del nuovo Genoa: rosa non eccelsa, costruita in maniera non razionale in alcuni ruoli, ma dotata di uomini di classe ed esperienza in misura sufficiente per guadagnarsi una salvezza più tranquilla di quella del precedente torneo. Pareva una bestemmia, la mia: era la semplice verità. Bastavano pochi ingredienti: un allenatore più esperto e (si può dire?) migliore del precedente sotto tutti i punti di vista; un dirigente in grado di riportare fiducia e linearità in società e di riavvicinarla al pubblico, dopo mesi sfiancanti in cui i vertici del club sono apparsi colpevolmente lontani e distratti, fin troppo concentrati su una trattativa di cessione finita poi in una bolla di sapone (almeno momentaneamente...). 
TORNA IL PRIMATO DELLA DIFESA - Ballardini e Perinetti hanno ristabilito la realtà delle cose: la squadra c'era, pur se lacunosa, aveva solo bisogno di lavorare in tranquillità e di essere guidata all'insegna della massima concretezza, senza voli pindarici. Un buon team di calcio si costruisce a partire dalla solidità in retroguardia, si è sempre detto in Italia: può essere vero anche oggi che l'arte nostrana del saper difendere si è impoverita, lasciando spazio a fortunati frombolieri che trovano vita fin troppo facile in terze linee dalle maglie larghissime (si veda ad esempio Spal - Lazio di sabato scorso). Da quando "zio Balla" è tornato sotto la Lanterna, in otto gare di campionato il Genoa ha segnato appena sei gol, ma ne ha subiti tre, di cui due nella stessa, sfortunata gara con l'Atalanta; Perin, il ritrovato, splendido Perin, non viene infilato da quattro partite; una squadra che ha conquistato una compattezza impensabile, e che si è portata a casa ben quindici punti, dopo averne fatti sei nelle prime dodici giornate. 
L'IMPENNATA DI FINE AUTUNNO - Certi numeri parlano da soli: dopo il derby, scommettere sulla salvezza rossoblù era azzardo da ottimisti; oggi, con sei punti di vantaggio sulla terzultima, si respira tutta un'altra aria, anche se non si può certo abbassare la guardia, visto che le avversarie sul fondo paiono tutte molto più combattive rispetto alle retrocesse dell'anno passato. Ma anche su questo versante il Genoa del new deal ha messo in cassaforte risultati importanti: quattro vittorie contro quattro rivali dirette (Crotone, Verona, il ringalluzzito Benevento e il Sassuolo che, come dicono in tanti, sarà anche là sotto per caso, ma intanto c'è, e quindi...), vittorie che al momento lo avvantaggiano in caso di arrivo a pari punti. Il Grifo ballardiniano ha trovato una sua identità: non è bello a vedersi, è sovente sparagnino, ma subisce poco, sa resistere agli assalti di squadre più qualitative come Fiorentina, Roma e Torino, e fa punti: onestamente non si poteva desiderare di meglio, impantanato com'era nei bassifondi. Il livello della manovra lieviterà, si spera, quando la classifica sarà messa in sicurezza e alcuni big sottotono raggiungeranno la migliore forma.
ROSSI LA GEMMA, LAPADULA IN RIPRESA? - E poi, ciliegina sulla torta, è arrivato Pepito: se dopo la sosta si ripresentasse almeno al 70 per cento delle sue effettive potenzialità, il Grifo avrebbe risolto buona parte dei suoi problemi. Rossi è un fuoriclasse del calcio del ventunesimo secolo, un professionista esemplare che non ha potuto toccare le massime vette della gloria perché bersagliato dalla malasorte: meritava questa chance, anche perché per lui "non può piovere per sempre". Così come merita fiducia Lapadula, sulle cui grigie prove (e sullo scarso minutaggio) ha pesato la preparazione ridotta per via della fascite estiva, a cui si è aggiunto l'infortunio al ginocchio alla terza di campionato. Nelle ultime uscite è parso in crescita, in fatto di sacrificio e partecipazione al gioco: deve ritrovare la mira, che non è poco, deve essere ancor più presente in fase conclusiva, ma ora ha due settimane di tempo per migliorare il tono fisico e ritrovare fiducia nei suoi mezzi. I due ex nazionali azzurri sono, sulla carta, due pezzi da novanta, che potrebbero tirare fuori in quattro e quattr'otto i liguri dalle sabbie mobili, a maggior ragione se coadiuvati dai guizzi di un Taraabt a cui si chiede solo più continuità. 
SPOLLI E PERIN RITROVATI - Ecco perché dico che il Genoa, così com'è, ha ancora margini di miglioramento: la risalita delle ultime gare è stata costruita sull'impenetrabilità, sulla razionale organizzazione del collettivo, sulla scorza coriacea dei recuperati Spolli e Rigoni, su un Perin che, riappropriatosi delle sue misure di campione, è al momento superiore a Donnarumma, su un Izzo sempre affidabile e su un Galabinov che ha potenza e colpi da dignitoso attaccante di categoria; se questa compagine troverà la quadra anche là davanti, se riuscirà a costruire di più e a concretizzare le occasioni che comunque sa creare, la salvezza anticipata non sarà un'impresa impossibile. 
MERCATO: UN PREZIOSI PIU' TRANQUILLO? - Il che non toglie che sul mercato appena apertosi bisognerà comunque intervenire: occorre un altro puntello per la difesa, e soprattutto un forte incontrista nel mezzo, chimera inseguita da oltre un anno; se arrivasse qualcosa anche per le corsie esterne sarebbe l'ideale, pur se Biraschi (soprattutto) e Migliore hanno fin qui dimostrato di essere qualcosa di più di alternative ai titolari. E riguardo alla prima linea, bisognerà sciogliere il nodo Lapadula: puntare ancora su di lui, come auspicato sopra (anche per valorizzare l'importante investimento fatto sull'italo-peruviano), o cercare subito una punta pronta all'uso?
MANTENERE LA CATEGORIA: OBIETTIVO IMPRESCINDIBILE - E ancora: partirà qualche big? Possibile, perché il risanamento finanziario della società rimane prioritario e per portarlo a compimento è fondamentale mantenere la massima categoria. E' questo il punto chiave della stagione: una retrocessione, pur amarissima, sarebbe comunque un boccone digeribile sul piano tecnico (anche se è un'esperienza che nessun genoano vorrebbe di nuovo provare...); in fondo ci sono passate un po' tutte le medio-piccole in tempi più o meno recenti, dalla Samp al Toro, dall'Atalanta al Bologna: è un'eventualità che rientra fra i pericoli di un campionato "storto". Ma il declassamento comporterebbe, probabilmente, rischi incalcolabili sul versante economico e gestionale. E' dunque una iattura da evitare a ogni costo. Per questo, ritengo che Preziosi, ben... indirizzato da Perinetti, quest'anno non commetterà gli errori di dodici mesi fa, quando si privò di Rincon e Pavoletti mettendo in enormi ambasce il già insicuro Juric. Ora come non mai, è il momento giusto per essere ottimisti, il che non vuol dire volare troppo con la fantasia: ma si riparte dall'impagabile Balla, dal saggio Perinetti e dai piedi fatati di un Pepito che vuole finalmente prendere a calci la sfortuna. Tre carte vincenti: non è poco, per il Grifo di questi avventurosi anni. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole.