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mercoledì 7 luglio 2021

EURO 2020: LA SPAGNA VINCE AI PUNTI, MA IN FINALE VA UN'ITALIA ALL'ANTICA, IN SOFFERENZA MA NON PASSIVA. PURCHE' NON DIVENTI UN'ABITUDINE... BRAVI DONNARUMMA, DI LORENZO, EMERSON E CHIESA

 I paradossi del calcio. L'ItalMancio ha cambiato radicalmente volto, obtorto collo, proprio nella serata fin qui più gloriosa della sua ancor breve parabola, la notte che la consegna a una finalissima europea assolutamente inattesa, imprevedibile, pazzesca. Ebbene sì, la nuova Azzurra, la Nazionale del palleggio preciso e raffinato, dell'iniziativa costante, della qualità anche estetica della manovra, alla fine si è dovuta snaturare totalmente. Non per disegno tattico preordinato, ripetiamo: vi è stata costretta una volta messa con le spalle al muro dalla Spagna, rivista infine, dopo un torneo fatto di chiaroscuri piuttosto netti, ai livelli di brillantezza che più le sono consoni, secondo la sua recente tradizione. 

SQUADRE GEMELLE - Ne avevo fatto cenno, in chiusura di commento al match col Belgio. L'Italia e le Furie Rosse annata 2021 sono due squadre quasi gemelle: stesso progetto di prospettiva costruito attorno ai giovani, simili nel modo di stare in campo, con valori più o meno analoghi sul piano della... dotazione di piedi buoni. Quando si trovano di fronte due compagini che fanno del possesso palla e del dominio del gioco il loro marchio di fabbrica, può benissimo accadere che, se una di esse prende il pallino, poi non lo molli più. Malauguratamente per noi, ieri sera, le redini del match se le sono prese i ragazzi terribili del galantuomo Luis Enrique, dopo un inizio illusorio in cui eravamo parsi in grado di imporre, con autorevolezza, la consueta possanza tecnica del lavoro del nostro centrocampo. 

PER LA PRIMA VOLTA "IN BARCA" - Illusione, appunto: gli iberici hanno cominciato a tessere le loro trame e non hanno più smesso. Scambi in velocità, pressing, ritmo elevato, palle recuperate a go go, rapidità di esecuzione: per la prima volta il nostro reparto di  mezzo, fiore all'occhiello di questo Club Italia, è andato completamente in barca. Era già accaduto contro il Belgio ma per periodi di tempo assai limitati, dopodiché i tre della zona nevralgica riuscivano sistematicamente a ribaltare l'inerzia e a salire in cattedra. A Wembley non ce l'hanno fatta, giostrando per almeno cento minuti su centoventi controcorrente, in grande sofferenza, tagliati fuori dai meneurs de jeu spagnoli che disegnavano traiettorie sempre precise ed efficaci. 

OCCASIONI ANCHE PER NOI - Efficaci quantomeno fino alla trequarti, perché nei sedici metri finali la musica era un po' diversa. Diciamola tutta: per volume di gioco e capacità di tenere in soggezione gli avversari, la Roja ha senz'altro vinto ai punti, ma il football ha altre regole, deo gratias. Non date retta ai sentenziatori da bar sport che già eccepiscono sulla nostra vittoria, parlando di fortuna e di trionfo immeritato: la gara di Wembley è stata molto variegata e complessa, tatticamente ricca di spunti e di non facile lettura a posteriori, al di là della evidente ma tutto sommato sterile supremazia territoriale iberica. 

Così, pur non riuscendo a dispiegare le consuete, ariose offensive fin qui sistematicamente prodotte, anche l'Italia si costruiva, con pazienza e passando attraverso lunghe fasi di trincea, le sue opportunità: nel primo tempo poteva andare a segno Barella, che ha perso l'attimo per concludere dal limite dopo bella azione sulla sinistra di Emerson e primo tentativo di Immobile andato a vuoto, e poco prima dell'intervallo proprio il sostituto di Spinazzola sfiorava la prodezza su millimetrico assist di Insigne, con un sinistro che andava a scheggiare la traversa. Nella ripresa Chiesa, già pericolosamente al tiro poco prima, siglava il momentaneo 1-0 finalizzando con un destro chirurgico un fulmineo contropiede avviato da Donnarumma e portato avanti dal "trio Pescara" Verratti, Insigne e Immobile, e poco dopo ci provava due volte Berardi, prima con un destro su imbeccata di Chiesa respinto di piede da Unai Simon, e poi con un sinistro appena dentro l'area al quale però l'esterno del Sassuolo non riusciva a dare angolazione e potenza opportune. 

SPAGNOLI PIU' PERICOLOSI, MA SULL'1-0 IL PEGGIO PAREVA PASSATO - Insomma, in soggezione sì, ma non completamente passivi. La Spagna, certo, ha mancato grossolanamente due ghiotte palle gol con Oyarzabal, una in ciascuno dei due tempi regolamentari, una botta da fuori dell'anziano Busquets ha sorvolato di poco la traversa, mentre Donnarumma ha salvato nella parte iniziale dell'incontro su un tiro da centro area di Dani Olmo ed è capitolato solo sulla bella triangolazione Olmo-Morata che ha perforato centralmente la nostra retroguardia. Quindi gli ultimi, autentici momenti di paura nel primo extratime, su una punizione bassa del solito Olmo respinta dal nostro guardiano con successiva mischia senza esito, e un tentativo di Marcos Llorente con ribattuta di Bonucci. Va anche detto che i nostri hanno incassato il pari nel momento in cui, raggiunto un vantaggio quasi improvviso, davano la netta sensazione di aver superato indenni la parte peggiore della tempesta: erano ancora sulla difensiva, questo sì, ma ripartivano e, come detto, sfioravano il bis con le citate occasioni di Berardi, che è mancato in fase di finalizzazione ma il cui ingresso è stato vitale per alzare il baricentro di una squadra che aveva troppo rinculato fin sulla propria trequarti, sotto la pressione a tratti forsennata dei rivali.  

NON SI PUO' SEMPRE DOMINARE - Un'altra Italia, insomma. Per la prima volta in tre anni, l'abbiamo vista soffrire davvero con continuità. Doveva succedere, prima o poi. Del resto, quasi nessuna rappresentativa ha mai raggiunto finali europee e mondiali impartendo a tutti, sistematicamente, lezioni di calcio, se non alcune lontane edizioni del Brasile, o compagini mito come l'Ungheria '54 e l'Olanda '74, ma stiamo parlando di eccellenze assolute e difficilmente eguagliabili. Ultimamente è di moda, soprattutto nelle cloache social, sminuire le poche, grandi affermazioni italiane in ambito calcistico di questo millennio. Dal trionfo iridato del 2006 a questa, ripetiamo, inattesa campagna continentale, tutti a eccepire su meriti e demeriti. Molti di loro sono i perennemente nostalgici, quelli per i quali esiste solo il mito intoccabile del Mundial '82. Affermazione del tutto legittima quella di 39 anni fa, intendiamoci, ma sarebbe onesto, per par condicio, andare a rivedere alcune delle partite che servirono ad arrivare alla Coppa, ad esempio quella contro l'Argentina e come venne vinta, prima di esaltare e mortificare sulla base del nulla. 

CHE NON DIVENTI UN'ABITUDINE... - Fra le critiche che venivano rivolte, fino a ieri, al Club Italia di Mancini, una riguardava tra l'altro l'incapacità di cambiare pelle, l'essere legata a un solo modulo, un solo tipo di football. Qualcuno, con supremo sprezzo del ridicolo, l'aveva detto e scritto dopo l'ottavo con l'Austria: "Visto? La prima squadra che è riuscita a neutralizzare in parte il nostro gioco ci ha quasi eliminati". Ecco, ieri sera, a Londra, la Nazionale è stata diversa e lontana da quella che, dal 2018 a oggi, si è guadagnata ammirazione incondizionata (da chi sa di calcio, ovvio) per il suo spirito, la sua aggressività, il suo dare del tu al pallone: ha preso atto dell'impossibilità di rubare il pallino alla Spagna e ha scoperto il suo lato umile, il suo cuore antico, quello della chiusura a riccio e degli sporadici ma punzecchianti sganciamenti in contropiede. 

Non è vergogna, è anzi una dote sapersi adattare a circostanze mai sperimentate prima. Da parte mia posso però aggiungere una postilla: che non diventi un'abitudine, perché per provare a centrare il traguardo massimo, domenica prossima, poi in autunno in Nations League e ai Mondiali, se ci arriveremo, occorrerà recitare al meglio il copione principale, interpretare alla perfezione la filosofia con la quale si è nati e cresciuti. Nella fattispecie, quell'attitudine di costante ed elegante iniziativa che, come già detto nei giorni scorsi, è l'unico modus operandi a sposarsi mirabilmente con le caratteristiche degli uomini del Mancio, e quindi ad esaltarle. Giocando come contro le Furie Rosse si possono vincere le battaglie, non le guerre. 

LA SERATA DIFFICILE DI VERRATTI E JORGINHO - Ma perché, dunque, non siamo riusciti a riprenderci il pallino, ieri, dopo averlo perso? Dati i giusti meriti ai frizzanti eredi di Xavi e Iniesta, da parte nostra ci sono stati un Barella e un Jorginho in serata no, forse prostrati da un Euro in cui hanno sovente cantato e portato la croce. Si è quindi fatto carico del lavoro di centrocampo soprattutto Verratti, in copertura e in costruzione, ma era troppo solo e quando sono entrati Pessina e Locatelli certi automatismi non erano più ripristinabili, ormai il quadro tattico del match era saldamente delineato. Una delle nostre migliori soluzioni offensive è stata alfine rappresentata da Emerson, che ha rimpiazzato "Spina" alla bell'e meglio per un tempo: un assist per Barella, il tiro sulla traversa di cui si è detto e, in avvio di match, un salvataggio su Oyarzabal; poi, certo, la continuità di spinta e l'appoggio all'attacco del romanista sono un'altra cosa, e la sua assenza ha avuto un certo peso nella prestazione difficoltosa dei nostri. Bonucci e Chiellini hanno spazzato e chiuso varchi da centrali old style, mentre Di Lorenzo ha confermato il suo ottimo momento con una gara di grande applicazione e la chicca dell'anticipo su Ferran Torres a pochi passi da Donnarumma. Il quale Gigio ha convinto ancora una volta, con le due parate in partita su Dani Olmo e il rigore neutralizzato a Morata nella giostra finale. Pochi interventi ma sostanziosi, come deve fare un portiere di razza.

LA GIOSTRA E LO SBERLEFFO DEL "BRASILIANO" - Già, i rigori: quella che per me rimarrà sempre una lotteria di scarsa attendibilità tecnica, e che, in sede di bilancio storico, continua a presentare per noi un saldo negativo, se è vero che dall'80 a oggi abbiamo vinto cinque volte e perso sette. Giusto che ogni tanto questa pazza giostra ci sorrida: contro la Spagna eravamo reduci da due sconfitte ai penalty, all'Euro 2008 e in Confederations 2013, stavolta abbiamo prevalso con la forza dei nervi distesi (ah, il sorriso di Chiellini al momento della scelta della porta in cui tirare...) e la consapevolezza di non aver più nulla da perdere, perché, nelle condizioni che si erano create, era stato un successo riuscire a superare senza danni i 120': partite simili, in altri tempi, altri contesti, con altri giocatori e altri trainer, le avremmo perse senza bisogno dei tiri di spareggio. 

Locatelli avrà modo di rifarsi, Bonucci, Bernardeschi e Jorginho ci hanno regalato un sogno: il tocco leggero e irridente del nostro oriundo potrebbe entrare nell'immaginario collettivo quasi al pari del famoso scavetto di Totti.  Ed è pur innegabile che sì, brava la nuova Roja, ma non si può nemmeno pretendere di arrivare in fondo a queste competizioni giocando giusto un paio di gare ad alto livello. Ricordiamo il primo turno di Koke e compagni in un girone assai semplice, due partite deludenti prima di sbloccarsi con la Slovacchia, poi la prestazione zemaniana negli ottavi a darle e prenderle con la Croazia, infine la macchina inceppata contro una Svizzera che ha lasciato campo solo in inferiorità numerica, per poi suicidarsi ai rigori. Gli azzurri hanno avuto più continuità di rendimento nell'arco del torneo, è oggettivo, e hanno festeggiato tutto sommato con merito, nella serata dedicata anche al mito incrollabile della nostra amata Raffaella, idolo latino. Passiamo oltre: ribadisco che in finale, che sia Danimarca o Inghilterra, ci vorrà l'Italia che abbiamo ammirato fino a Monaco di Baviera, quella verace, quella col gusto della manovra elaborata e al contempo ficcante, e capace di comandare. Cinque giorni dovranno essere sufficienti per recuperare energie e sicurezza. 

giovedì 3 giugno 2021

VERSO EURO 2020/21: COSA C'E' DIETRO LE SCELTE "CONSERVATIVE" DI MANCINI


E così, dopo aver indorato la pillola agli "esaminandi" facendo discreta bisboccia in tv da Amadeus (fra un'Arisa e un Clementino, un Colapesce Dimartino e un Coma_Cose, questi ultimi cantati a squarciagola da buona parte degli azzurrabili), il cittì Mancini ha diramato i nomi dei 26 prescelti per Euro 2020/21. Dico subito che, per quanto mi riguarda, si tratta di un elenco plausibile, con una sua logica. Credo non esista, nella storia del calcio, un listone per Mondiali od Europei che non abbia suscitato furenti discussioni, da noi come nelle altre nazioni: ci fu da eccepire persino sulle scelte compiute nel 1982, e anche oggi, pur davanti alla constatazione che i risultati alla fine diedero pienamente ragione a Bearzot, si può sommessamente affermare che un posticino in quel memorabile gruppone l'avrebbe meritato anche gente come Di Bartolomei, Pruzzo o Beccalossi, e cito solo alcuni degli esclusi eccellenti di allora: questo per dire che il calcio non offre realtà tecniche granitiche e incontestabili nemmeno in presenta di dati oggettivi come, in quel caso specifico, uno squadrone che conquistò il massimo alloro planetario.

ESPERTI D'OCCASIONE - Si dice sia un bene che il Club Italia faccia ancora accapigliare su convocati e non convocati. Boh, non saprei dire. Sarebbe forse positivo se si trattasse di discussioni che scaturiscono da una conoscenza almeno discreta di ciò di cui si parla. La sensazione di queste ore è opposta, ossia che chi lancia accuse anche pesanti al Mancio si sia svegliato per incanto solo adesso, non abbia seguito nemmeno un minuto del percorso azzurro di questi tre anni, e ragioni solo in base a ciò che ha visto (magari con le fette di prosciutto del tifo sugli occhi) durante la stagione di club. Del resto, è un fenomeno tipico, un effetto collaterale delle grandi manifestazioni calcistiche, che creano interesse occasionale per la rappresentativa, ossia per quella squadra che nei bienni di qualificazione viene sistematicamente vista come un fastidio, un intralcio, e non a caso è ormai diffusissima l'opinione che gli impegni delle nazionali dovrebbero essere relegati in un angusto spazio temporale, magari un mesetto scarso a fine stagione e ringraziare, sia mai che le società ricche e meno ricche vedano intralciati i loro più o meno gloriosi cammini.

CONSERVAZIONE - Non in altro modo, se non appunto con questa ignoranza dei fatti, si può spiegare l'accanimento contro certi nomi inseriti dal trainer azzurro nel suo elenco. Perché una cosa balza subito gli occhi di chi, come me ad esempio, ha seguito vita, morte e miracoli di questa "selecciòn": le convocazioni di Bobby gol rispondono a un criterio ben preciso. Sono convocazioni prettamente conservative, che tendono a premiare e valorizzare chi, in questo triennio, ha fatto sistematicamente parte del gruppo e ha contribuito a farlo crescere sia come spirito di squadra, sia come collettivo sul campo, con prestazioni di livello che hanno avuto la loro parte nell'ottenimento di risultati eccellenti. Perché, giova sempre ricordarlo, la nuova Italia post Svezia '17 ha fatto cose incredibili in così poco tempo: una qualificazione europea, una final four di Nations League, l'ottimo avvio nelle eliminatorie mondiali, il ritorno nella top ten del ranking FIFA, che dopo l'estromissione da Russia 2018 pareva una chimera.

BERNARDESCHI E GLI ALTRI "ACCUSATI" - Era lecito buttare a mare parte degli uomini che erano stati perlomeno coprotagonisti di queste piccole grandi imprese? Beh, lo sarebbe stato se nel frattempo il loro rendimento azzurro si fosse drammaticamente abbassato. Ma non è stato così: il casus belli è rappresentato soprattutto da Bernardeschi. Certo, sulla base del ruolino di marcia con la Juventus, è una convocazione che non sta né in cielo né in terra, ma la rappresentativa non è una All Stars in stile basket, da assemblare in base allo stato di forma del momento: fosse questo il criterio, non sarebbe mai possibile plasmare una base fissa di uomini azzurri attorno alla quale strutturare l'organico. Certi uomini "devono" restare in gruppo a prescindere dagli alti e bassi nel club di appartenenza. Se Bernardeschi in bianconero risulta oltremodo impalpabile, con la maglia della Nazionale si trasforma: raramente delude, a volte diventa perfino decisivo segnando o facendo segnare, comunque creando pericoli: e lo fa più o meno dall'inizio della gestione Mancini. Il quale sarà stato sicuramente combattuto sul destino da riservargli, ma alla fine ha preso una decisione per la quale onestamente non mi sento di crocifiggerlo. Stesso discorso, in misura minore, si può fare per gente come Belotti e Sirigu, che sono stati coinvolti nell'annata tremenda del Toro ma che di questa Italia sono sempre stati colonne portanti, come collanti dello spogliatoio e il primo, soprattutto, come buon terminale offensivo. E poi Emerson Palmieri: gioca pochino nel Chelsea, ma in azzurro ha sempre fatto il suo (anche se ora parte in subordine allo straripante Spinazzola di questa annata) e ha comunque una certa abitudine alla sfide internazionali che non può essere trascurata.

ACCUSE RISIBILI - Tutto questo, sorvolando su altre accuse sostanzialmente risibili lanciate al nostro trainer. Tipo quella di essere schiavo di presunti poteri forti, o più concretamente dei grandi club: solo questo spiegherebbe la presenza in rosa del solito Bernardeschi e non quella di Politano, obiettivamente protagonista di un ottimo torneo col Napoli. Napoli che peraltro ha fra i 26 Meret, che non meritava di esserci più dell'ottimo Cragno, forse artefice principe di una salvezza cagliaritana imprevedibilmente sofferta, il bravissimo Di Lorenzo, che invece lo merita ma il cui posto poteva venir minacciato dal fantasmagorico Lazzari ammirato in campionato, una forza della natura che stranamente Mancio non "vede", e infine Insigne, che forse non ha disputato la sua annata migliore, quantomeno per certe défaillance nei momenti cruciali (Supercoppa e ultima giornata), ma che è giusto che ci sia, essendo stato uno degli attori principali della ricostruzione azzurra, e anche lui, come "Berna", quasi sempre all'altezza della situazione col Club Italia. E poi ci sono Locatelli, Raspadori e Berardi del Sassuolo, che avrebbe avuto anche Caputo non fosse stato tormentato dagli infortuni, e insomma, tutto si può dire del Sassuolo, che sia una società facoltosa e bene organizzata, ma che possa perfino essere annoverata fra i "potenti" del nostro football, suvvia...

PIANO A LUNGO TERMINE E IN PIU' FASI - Il piano del cittì mi pare chiaro: Euro 2020/21 come punto di arrivo di una prima, importantissima fase del suo complesso lavoro, e come tale non potevano mancare tutti quelli che lo hanno aiutato a raggiungere questo primo step, beninteso se in condizione di giocare e offrire un rendimento all'altezza di un palcoscenico così prestigioso. Ma il progetto di questa Italia manciniana (ebbene sì, esiste un progetto, cosa rara nell'improvvisato mondo del pallone tricolore) è a più ampio respiro. Dopo il disastro brasiliano del 2014, Antonio Conte impostò un'operazione a breve termine e dagli orizzonti limitati: salvare il salvabile della gestione precedente, inserire pochi elementi nuovi per cercare di arrivare all'Euro 2016 e ben figurarvi. Ci riuscì (ricordiamo che nell'ultimo torneo continentale siamo usciti ai quarti con la Germania iridata solo dopo i rigori, e dopo aver dato lezioni di calcio ai colossi Belgio e Spagna), ma la cosa finì lì, senza alcuna eredità plausibile lasciata al successore Ventura, che dal canto suo sbagliò quasi tutto quel che si poteva, ma perlomeno ebbe il merito di avviare quell'opera di ringiovanimento dei ranghi poi ripresa in mano con maggior decisione dall'attuale tecnico, che ne ha fatto la principale linea guida del suo operato.

IL MEGLIO ARRIVERA' DOPO L'EURO? - Mancini, invece, si trova davanti a un complesso di impegni di cui, piaccia o meno, l'Euro rappresenta solo il primo passaggio. Un passaggio che va affrontato con serietà e con la voglia di arrivare il più lontano possibile, soprattutto sulla spinta di un girone iniziale da giocare in casa, ma che, inutile nasconderlo, dovrà essere anche e soprattutto banco di prova, occasione per misurarsi con grossissime realtà internazionali, e quindi crescere, purtroppo anche attraverso amare delusioni, se sarà il caso, perché è così che si diventa grandi. Dopo, ci sarà una Nations League da ospitare contro tre colossi del Vecchio Continente, e poi ci sarà ancora da conquistare l'accesso al Mondiale invernale del 2022. E' opportuno precisare ciò, perché credo che l'attuale roster azzurro possa raggiungere l'apice delle sue potenzialità proprio dopo questo Europeo, che arriva forse troppo presto ma che ci sarà in ogni caso utilissimo. Quindi, dispiace molto per gli esclusi dell'ultima ora, gli ottimi Cragno, Gianluca Mancini, Pessina e Politano. Dispiace anche per il citato Lazzari, per il "tedesco" Grifo, altro fedelissimo del Mancio, e per Kean che ha fatto assai bene in un contesto di altissimo livello come il PSG. Ma si tratta di elementi che, sicuramente, torneranno utilissimi dopo l'estate, e in qualche caso, penso sopratutto a Mancini, Pessina e Kean, finiranno col diventare fondamentali.

GLI AZZARDI, DA SENSI A RASPADORI - Con tutto ciò, non voglio dire che la "convocatoria" dell'altroieri sia esente da rischi, tutt'altro. Proprio la chiamata di uomini che hanno comunque giocato poco in stagione porta con sé un elemento di pericolo, perché il Bernardeschi di turno potrebbe finire presto in debito d'ossigeno, mentre un Sensi è costantemente sul filo del rasoio per il suo fisico di cristallo. Eppure anche il centrocampista interista ci sta eccome, nel listone, essendo un altro di quelli che nel triennio hanno offerto prove sempre convincenti e anche gol pesanti (l'ultimo, quello che ha sbloccato in Lituania una partita oltremodo "ispida"). Su un altro versante, è un rischio anche la convocazione di Raspadori. Paragoni con innovazioni passate dell'ultimo minuto, ad esempio Cabrini e Rossi del '78, sono fuori luogo: in quel caso si trattava di giovani con un curriculum notevole (Pablito capocannoniere di A, il bell'Antonio con una sia pur scarna esperienza internazionale juventina), qui siamo di fronte a un salto nel buio completo, una "fiche" puntata su un elemento interessantissimo ma che può mettere sulla bilancia solo alcuni exploit in campionato col Sassuolo. Forse l'unica vera scommessa tentata dal cittì nell'ambito di una serie di scelte, lo ripeto, nel segno della conservazione. L'ha fatto solo perché il reparto d'attacco, in questi tre anni, non ha portato alla ribalta frombolieri giovani, continui, "cattivi" sotto porta. Potrà esserlo il neroverde? Per ora è solo un auspicio e nulla più.

giovedì 1 aprile 2021

LITUANIA-ITALIA 0-2: BENE (FINO A UN CERTO PUNTO) SOLO IL RISULTATO. TROPPI GOL SBAGLIATI, E IMMOBILE CONTINUA A ESSERE UN REBUS

Più vuoto che pieno, il bicchiere di Vilnius. Visto che su questo blog non sono mai mancate le sottolineature dei (tanti) elementi positivi emersi in quasi tre anni di gestione Mancini, penso di poter dire, in assoluta libertà, che la terza sfida azzurra sulla strada di Qatar 2022 non mi ha soddisfatto, risultato a parte che peraltro, visto l'obiettivo "vitale" da raggiungere, assume rilevanza decisiva, tale da far passare in secondo piano ogni altra considerazione. E però, finora, non mi era mai capitato di concludere la visione di un match del nuovo Club Italia con un deciso sapore amaro in bocca, coi nervi a fior di pelle, con una sensazione di sollievo più che di soddisfazione per il terzo 2-0 consecutivo nel girone, percorso simile a quello che aveva compiuto Bearzot nelle eliminatorie per Spagna '82, che iniziarono proprio con quattro 2-0 su Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Grecia. 

EL SHAARAWY: ALTRA DELUSIONE - Il rilievo statistico-scaramantico, per chi ci crede (io no), è una delle poche cose da salvare della nostra serata lituana. Alle corte: il primo tempo dei ragazzi del Mancio è stato da matita blu. Possesso palla sterile, pressione fin troppo compassata, pericoli zero o quasi per la grintosa, serrata, ma modesta difesa locale. E la triste, ennesima conferma della totale idiosincrasia di El Shaarawy alle importanti sfide internazionali: parliamo di un altro talento mai del tutto sbocciato, fra i tanti di quella generazione che ci aveva illuso di poterci regalare qualche pur minima soddisfazione, dopo il tramonto degli eroi di Berlino '06. Il Faraone ha giocato una prima frazione indisponente per mancanza di incisività, facendosi notare giusto per un gol clamorosamente fallito con una mancata deviazione sotto misura su assist di Pessina. 

ALTERNATIVE SONTUOSE - Come scritto in coda al commento sul match con la Nord Irlanda, la rosa azzurra attuale è così ampia e qualitativa ("profonda", direbbero i giovani che fanno cronaca calcistica oggi) da consentire al trainer di pescare dalla panchina, in ogni momento, ragazzi in grado di imprimere alla squadra il necessario cambio di marcia. Ieri è avvenuto in avvio di ripresa, con l'ingresso di Chiesa e di Sensi, entrambi decisivi nell'azione che ha portato al gol il centrocampista dell'Inter con un sinistro dal limite. Poi lo juventino è nuovamente scivolato fuori dal match, cosa che avviene un po' troppo spesso in rappresentativa e che deve far riflettere, perché sul suo lato le alternative più convincenti al momento non mancano (un nome su tutti: Berardi), mentre Sensi è rimasto su ottimi livelli dando solidità al reparto di mezzo, e consentendo a Locatelli di dedicarsi alla costruzione con l'ormai assidua perizia. Il riassetto tattico elaborato dal cittì, oltretutto, ha dato nuova linfa a un Bernardeschi fin lì velleitario, e invece continuo e preciso nelle sue incursioni per buona parte del secondo tempo. 

IL PROBLEMA IMMOBILE - Nei primi venti minuti dopo l'intervallo, in effetti, si è rivista un'Italia apprezzabile per continuità e rapidità degli approcci offensivi. Ma con un "ma" grosso come una casa: l'enorme, assurda quantità di occasioni mancate, che avrebbero potuto dare al punteggio proporzioni persino tennistiche, gettando acqua fredda sull'ossessione della differenza-gol che sta attanagliando buona parte della critica. Purtroppo, un rilievo si impone: cinque di queste opportunità sono capitate sui piedi e sulla testa di Immobile, e almeno un paio sono state fallite piuttosto banalmente. Fuori dai denti: una Nazionale che ambisce legittimamente a tornare nel gotha mondiale, e che ha tutto sommato buoni numeri per centrare l'obiettivo (è attualmente risalita al settimo posto del ranking FIFA, impensabile dopo il disastro di Italia - Svezia '17), non può avere un centravanti che fallisce quattro gol contro un avversario men che mediocre, e non può bastare il rigore in extremis a cancellare le colpe precedenti. Lo ha capito lo stesso Ciro, che dopo aver trasformato il penalty è uscito dal campo visibilmente contrariato, quasi in lacrime. 

CHI FA CATENACCIO E CHI NO - E' un fatto che la sua percentuale realizzativa in azzurro rimanga troppo bassa, e ciò è tanto più inaccettabile  per il detentore della Scarpa d'oro. Immobile è una punta di valore, e concediamogli pure l'attenuante di una condizione tutt'altro che ottimale, che sta influendo anche sull'attuale rendimento col club: ma non può esserci sempre una scusa a giustificare la latitanza sotto porta, perché il ragazzo, fra assenze e alterne vicende, milita in selezione dal 2014. Occorre metterla dentro, e se non lo si fa contro la Lituania, con tutto il rispetto, quando? Sì, perché la goleada, nonostante tutto, era alla portata, e sarebbe stata una novità rispetto alle precedenti trasferte da queste parti, tutte sofferte, addirittura con un pareggio a reti bianche ottenuto a fatica dalla selezione "all stars" di Trapattoni nel 2001 (in campo Totti, Vieri, Del Piero, per dire). 
Al netto delle nostre difficoltà ataviche nel produrre "vendemmiate" di gol (che però parevano essere state superate nel girone di qualificazione per Euro 2020), rilevo con curiosità che, contro di noi, difficilmente le avversarie più deboli assumono atteggiamenti remissivi: tutti a far mucchio dietro e a intasare gli spazi, per poi ripartire in contropiede quando possibile, come hanno fatto i lituani ieri in un paio di occasioni andando anche vicini alla clamorosa segnatura (prodezza di Donnarumma su Eliosius). Ventiquattr'ore prima, per dire, avevo visto una Bielorussia imbarazzante dare il via libera al Belgio: bravi i Diavoli rossi, per carità, implacabili sotto porta, ma i loro avversari hanno giocato su livelli amatoriali, fra belle statuine e maglie larghissime in retroguardia. Forse anche l'Immobile poco ispirato di ieri sera ci sarebbe andato a nozze... 

I PROMOSSI, SENSI A PARTE - Se è vero che dalla panchina sono arrivate soluzioni efficaci per sbloccare lo stallo della prima parte, è anche innegabile che rivoltare come un calzino la formazione rispetto alla partita precedente porta inevitabilmente con sé problemi di fluidità e sincronismo di manovra. Anche per questo, lo ripeto, la prova collettiva è parsa nel complesso grigia e priva di slanci, esclusa la citata parte iniziale dei secondi 45 minuti. Rimangono comunque alcune eccellenti prestazioni individuali: da un Donnarumma sempre reattivo anche quando, come ieri, è chiamato in causa una sola volta a partita, al solito Spinazzola ficcante e preciso nei cross, da Bastoni e Mancini senza sbavature in retroguardia, a Locatelli sempre nel vivo del gioco, abile a costruire e a concludere (altra segnatura sfiorata ieri con una botta al volo). Buono, come detto, anche il rendimento di Bernardeschi nelle vesti di movimentatore offensivo (anche per lui un gol mancato di un soffio, gran sinistro da fuori nella nostra fase di maggior forcing). Il guaio è che, purtroppo, certe prestazioni per lui non rappresentano la consuetudine. Genio e sregolatezza, appunto, con qualche giornata di luna buona e molte altre da dimenticare: il timore è che sia una tendenza non più modificabile. Ora, il Club Italia torna in naftalina, poi saremo pronti, dopo i due test con San Marino e Repubblica Ceca, a tuffarci nell'avventura europea. 

domenica 13 ottobre 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA "IN VERDE" È GIÀ QUALIFICATA. PIÙ FORTI DEL CATENACCIO GRECO, MA SENSI E PELLEGRINI PAIONO INDISPENSABILI

                      Bernardeschi: il suo ingresso ha cambiato marcia all'Italia (foto Guerin Sportivo)

Siamo fuori dal tunnel, direbbe Caparezza. Pronti per l'Europa, in attesa di riconquistare un posticino al sole anche... nel mondo. Un passetto alla volta, ma la qualificazione al torneo continentale (con tre turni di anticipo!) è già tanta manna, se pensiamo ai due anni terribili lasciati alle spalle. Nel novembre 2017, dopo il play off iridato perso con la Svezia, eravamo il nulla calcistico o quasi, un'entità tecnicamente trascurabile nel panorama planetario. Da Ventura a Mancini, passando per l'oscuro interregno di Di Biagio, eccoci qua. Non era scontato, non poteva esserci nulla di scontato dopo un'apocalisse (la definizione fu dell'allora presidente federale Tavecchio), come quella che ci precluse il viaggio in Russia. 
Ricostruire una squadra nazionale da zero è impresa che richiede tempo, fatica, esperimenti falliti, delusioni: è la storia a dirlo, basti pensare alla lunga incubazione che ebbe, negli anni Settanta, la rappresentativa del duo Bernardini - Bearzot prima di assurgere ai trionfali livelli argentini e spagnoli. Bobby gol è ancora lontano dal raggiungere quella perfezione, ma intanto un primo traguardo l'ha centrato. Poi si potrà dire tutto: che il girone non proponeva ostacoli insormontabili, che il pass per Euro 2020 è stato ufficialmente staccato in una serata tutto sommato grigia della nostra formazione. Però sette partite consecutive bisogna comunque vincerle sul campo, ed è ancora una volta il passato a venirci in soccorso ricordandoci che niente è scontato per il Club Italia, spessissimo in difficoltà soprattutto contro compagini anche estremamente modeste. 
IL MATCH PIÙ DELICATO - La gara dell'Olimpico romano era la più delicata fin qui nel percorso netto del cittì. Non certo per la caratura degli ellenici, quanto per tutti i significati che essa racchiudeva: vincere voleva dire uscire definitivamente dal limbo per tornare a battersi contro la créme internazionale del pallone, e occorreva dimostrare di essere pronti ai nuovi impegnativi confronti, quelli che dovremo sostenere nell'Europeo itinerante del giugno prossimo. Non conquistare la qualificazione ieri sera avrebbe avuto scarsa rilevanza sul piano prettamente matematico (i punti necessari sarebbero comunque arrivati più avanti), ma enorme su quello della credibilità dei nostri e del processo di crescita del gruppo, che avrebbe smarrito più di una certezza. Ci attendeva un impegno ricco di insidie, dunque, ma pochi se ne sono accorti, passando questi ultimi giorni a baloccarsi polemicamente col "caso" della casacca verde, del quale tornerò a parlare in chiusura. 
GRECIA CATENACCIARA - Poi, certo, la gara in sé per sé non ha offerto un bello spettacolo, anzi. Da quando l'Italia ha cominciato a ridiventare una squadra, direi quindi dall'ottima trasferta polacca in Nations League, quella di ieri sera è stata la sua peggior prestazione. Con una postilla, però, già più volte sottolineata in passato su questo blog in circostanze analoghe: per veder giocare del buon calcio occorre il contributo di entrambe le contendenti. La Grecia è giunta nella Capitale a fare catenaccio duro e puro, un'orrenda ammucchiata fra area e trequarti. Se questo è il modulo su cui il buon Johnny Van't Schip vuole impostare il rilancio della sua selezione, per il calcio ellenico si prospettano tempi grami: nemmeno la formazione-miracolo del 2004, quella di Dellas e Charisteas che pur non brillava per luminarie di manovra, si arroccava così davanti al proprio portiere. E dunque, per far saltare certi dispositivi difensivi, la strada è una sola, a meno che non si posseggano il fuoriclasse alla Baggio in grado di inventare la super giocata estemporanea o il bomber alla Vieri capace di far centro alla prima palla gol che gli capita tra i piedi: palleggiare in velocità fino a slabbrare gli avversari e poi cogliere il primo varco utile fiondandocisi dentro. 
LENTEZZA E FASCE POCO ISPIRATE - Una strategia che non è riuscita ieri ai nostri, quantomeno nel primo tempo, fatto di avanzate lente e prevedibili, facilmente rintuzzate. E nemmeno le manovre di aggiramento hanno avuto efficacia: è stato cercato fin troppo Chiesa sulla destra, nonostante il fiorentino avesse mostrato fin dall'inizio scarsa vena, tanto da non esser quasi mai in grado di saltare l'uomo, il che è invece una delle sue caratteristiche migliori. Sulla sinistra, Spinazzola ha spinto come un forsennato, e di questo gliene va dato atto, ma raramente ha saputo mettere cross apprezzabili in area, mentre l'altro esterno basso, D'Ambrosio, forse menomato per un infortunio subìto nelle battute iniziali, si è limitato ad adempiere ai suoi compiti di copertura ed è stato un peccato, perché l'unica volta che è andato al traversone ha messo sulla testa di Immobile una delle migliori opportunità della gara: sull'inzuccata del laziale, il guardiano Paschalakis si è esibito in una affannosa deviazione in corner. 
RIPRESA: INSIGNE E BERNA SUGLI SCUDI - Morale della favola: primo tempo senza occasioni per i nostri, e, anzi, con un brivido per Donnarumma, abile a deviare una botta di Koulouris. La ripresa ha mostrato un'Italia più rapida e precisa negli affondo, anche se non ci voleva molto e anche se ciò ha comportato qualche problema di equilibri tattici, stante il contropiede vanificato ancora da Koulouris con una conclusione sull'esterno della rete. Bernardeschi ha portato più verve rispetto allo spento Chiesa, Verratti e Insigne han cominciato a giostrare con la perizia che è loro propria e il napoletano si è procurato il rigore sblocca punteggio, costringendo Bouchalakis al fallo di mano: l'ha trasformato Jorginho, che per tutta la partita si è dato un gran da fare nella zona nevralgica senza però attingere ai consueti livelli di lucidità. Dopo, la difesa ellenica ha allargato le maglie e sono arrivati i tanto sospirati spazi per i nostri, al prezzo di qualche rischio in più in retroguardia, con Bakasetas che, da posizione favorevolissima a centro area, si è prodotto in un tiraccio fuori bersaglio. Parte finale tutta tricolore: Bernardeschi ha trovato il meritato sigillo personale con un bel sinistro da fuori (e leggera deviazione di Giannoulis), poi ha attivato con uno splendido lancio Insigne, il cui destro al volo è stato deviato in angolo dal portiere. Lo stesso Insigne aveva in precedenza sfiorato il raddoppio con una bordata dalla distanza, meritandosi la palma di azzurro più attivo e insidioso in fase offensiva, assieme al citato juventino ed ex fiorentino che pare stia superando il suo prolungato momento difficile: dopo il gol in Champions col Bayer, questa volta gol e rendimento personale di tutto rispetto. Avanti così. 
CON SENSI, PELLEGRINI E BELOTTI LA MUSICA È DIVERSA - Rimane l'impressione di un'Italia che ha comunque faticato non poco a produrre il suo consueto gioco: forse è presto per parlare di intoccabili e imprescindibili, ma la sensazione è che il rendimento di questa squadra possa crescere in maniera esponenziale con l'apporto di Sensi nel mezzo e di Lorenzo Pellegrini nelle sue molteplici vesti tattiche, così come al momento Belotti sembra in grado di offrire più garanzie e maggior killer instinct rispetto a Immobile. Però, ecco, alla fine si è vinto, e anche meritatamente, perché è giusto che chi sta chiuso a riccio (è mancato solo il pallone scagliato in tribuna) alla fine paghi dazio: non accadde due anni fa alla Svezia, perché quella che l'affrontò era un'Azzurra sbagliata nelle idee, in alcuni uomini in campo e nella guida in panchina. Oggi è tutta un'altra storia: il nostro calcio è degnamente rappresentato  da una selezione con ampi margini di crescita e con buone alternative in larga parte dei ruoli. 
VERDE O AZZURRO, L'IMPORTANTE È FARE BENE - Resta da parlare della famigerata maglia verde, che ha scatenato dibattiti incredibili, con opinioni spesso degnissime e in altri casi assolutamente fuori dal mondo, fino a intravedere inquietanti finalità politiche dietro questa scelta. Si tratta di marketing e merchandising, solo questo: chiaro che non verrà mai detto esplicitamente, così come nessuna azienda che si rispetti affermerà chiaramente "lanciamo questo prodotto perché vogliamo incrementare i nostri profitti". Ci sarà sempre lo slogan accattivante a far da paravento, nel caso specifico il verde a simboleggiare la speranza nel futuro e la rinascita del nostro football (il che poi ci può anche stare): è una delle basi della pubblicità e delle attività imprenditoriali, scoprirlo nel 2019 fa un po' specie. Poi si può discutere sull'opportunità dell'iniziativa, senza dimenticare che la nuova casacca non andrà a sostituire tout court il classico azzurro e che comunque questa divisa ha un legame con la storia della nostra Nazionale, basti pensare all'analoga maglietta verde indossata nella lontana amichevole del '54 contro l'Argentina. In fatto di tenute da gioco, abbiamo visto di peggio: ricordo l'incredibile casacca simil - uruguagia indossata dai nostri alla Confederations 2009, o certi arditi esperimenti cromatici adottati da altre nazionali fra anni Ottanta e Novanta (Belgio e Spagna, giusto per citarne due). Ci si scandalizza per altre cose: i prodi che fallirono la qualificazione mondiale nel 2017 indossavano uno sgargiante azzurro, per dire. A me, scusate, preme di più che i calciatori italiani offrano rappresentazioni degne della tradizione del nostro movimento calcistico, e l'Italia di Mancini, fra alti e bassi, lo sta facendo. Poi viva l'azzurro, sempre e comunque, ma per tornare sul podio di una grande competizione internazionale accetterei anche una casacca gialla... 

domenica 24 marzo 2019

VERSO EURO 2020: FINLANDIA BATTUTA, E' L'ITALIA DI BARELLA, BERNARDESCHI E KEAN, MA QUAGLIARELLA DEVE ESSERE TITOLARE


Ci sono partite che sarebbe ingiusto valutare solo in base al risultato e alla prestazione collettiva. Quella di ieri sera dell'Italia è stata tutt'altro che scintillante, al netto delle esaltazioni sopra le righe di certi cronisti, ma ha comunque lanciato segnali importanti, per il futuro prossimo e a medio termine. E' un'Azzurra che ha voltato definitivamente pagina, che ha sposato con decisione la linea verde senza però trascurare l'esperienza. A Udine, è stata soprattutto l'Italia di Barella, Bernardeschi e Kean, tre ruoli chiave che hanno trovato tre interpreti nel fiore della gioventù e già pienamente convincenti, ma anche di Quagliarella, uno di quei "vecchietti" fondamentali più che utili, perché possono essere, a un tempo, chioccia e arma in più. 
CONTRO IL CATENACCIO - Performance non brillantissima, si diceva; ma vedendo una Finlandia che per settanta minuti e oltre ha fatto catenaccio puro, arroccandosi in retroguardia, appiattendo la linea di centrocampo su quella difensiva, tornava alla mente un vecchio adagio calcistico: per giocare bene bisogna essere in due. Già: difficile fare del buon calcio contro avversari che badano solo a chiudere i varchi e a distruggere le trame altrui, ancor più difficile se si è una formazione in sboccio, in fase di costruzione, ancora non pienamente rodata e con diverse lacune da colmare. Oltretutto, quello del Friuli è stato in pratica un nuovo inizio: si tornava in campo dopo ben quattro mesi, una pausa agonistica assurda, che impone la necessità di rivedere il calendario internazionale per restituire qualche spazio in più alle rappresentative. 
PUNTARE SU QUAGLIARELLA, IN ATTESA DEI NUOVI - Ci eravamo lasciati a novembre con una squadra che aveva magicamente ritrovato un gioco plausibile, la capacità di manovrare in scioltezza e financo con eleganza, e che pagava però dazio a una scarsa efficacia al momento di finalizzare. Dopo tanto tempo, non era facile riallacciare subito le fila del discorso, e il campo lo ha confermato: il team di Mancini è stato in effetti meno pimpante, rapido, continuo e avvolgente in fase di costruzione, anche se l'impronta del cittì, tattica e di mentalità, si è comunque palesata. In altre parole, l'atteggiamento è sempre propositivo, ma è mancata l'incisività dalla trequarti in su, lo spunto in grado di abbattere la muraglia finnica.
LA LEZIONE DELL'ITALIA DI VICINI - Il problema rimane l'attacco: in attesa di recuperare Chiesa e di lanciare il meritevole Cutrone (che ha il gol nel sangue), era forse il caso di ricorrere subito a Quagliarella, che nello scarso minutaggio a disposizione ha confermato di attraversare una evidente seconda giovinezza, toccato dalla grazia: un colpo di testa neutralizzato da una prodezza del portiere, una staffilata di destro che ha scheggiato la traversa. Non avremo mai la controprova, ma fosse stato schierato dall'inizio si poteva forse realizzare un punteggio insperato. E' l'uomo che ci serve, in questo preciso momento storico, per superare le naturali difficoltà di certi elementi alle prime armi e ancora in imbarazzo sui grandi palcoscenici, e non sarebbe certo una sconfessione del progetto giovani che caratterizza l'attuale gestione azzurra: negli anni Ottanta Azeglio Vicini, nel periodo di rinnovamento del Club Italia dopo il fallimento di Messico '86, lanciò sì tanti talenti della sua Under 21, ma in avanti, nell'attesa che Vialli e lo stesso Mancini raddrizzassero la mira, si affidò al veterano Altobelli, che lo ripagò a suon di gol risultando decisivo nella qualificazione ad Euro '88. Lezioni da non dimenticare...
IMMOBILE: POCHI LAMPI - Senza il doriano, la prima linea ha vissuto delle accelerazioni di Kean, che nel secondo tempo ha sbagliato anche due assist importanti ma è costantemente stato nel vivo dell'azione, si è fatto sempre trovare pronto agli inserimenti e ha siglato con merito il primo gol "millennial" dell'Italia su cocciuta iniziativa di Immobile, peraltro l'unica vera alzata di genio del laziale, che per il resto si è mostrato poco lucido e poco ficcante come troppo spesso gli accade in rappresentativa. Continuo a pensare che non sia la soluzione ideale per l'attacco: oltre ai nomi prima citati, è da auspicarsi una risalita delle quotazioni di Belotti, in fase di ripresa dopo esser stato alle prese con una stagione assai complicata.
BERNARDESCHI ANIMA OFFENSIVA - Godiamoci anche Bernardeschi, plastico esempio di come l'esperienza a livello europeo sia fondamentale per uscire dal guscio e dare concretezza a doti tecniche già di prim'ordine. Lo juventino è stato il principale animatore delle offensive italiane, dai suoi piedi è partita l'azione del primo gol, suoi i due assist per le occasionissime di Quagliarella, e si era anche guadagnato un rigore piuttosto netto non visto dal direttore di gara... Dietro di lui, un Barella già califfo del centrocampo, positivo in interdizione e in rilancio e pronto ad andare al tiro (è toccato a lui sbloccare il risultato, con una conclusione dalla distanza deviata da un difensore). Nel triangolo della zona nevralgica, non altrettanto convincenti sono apparsi Verratti, sufficiente ma nella solita versione tricolore "minimalista", e Jorginho, che non è stato in grado di dare ordine alla manovra, commettendo anzi alcuni errori anche banali. Discreta prova del pacchetto di retroguardia, peraltro non eccessivamente sollecitato: Piccini (giusta conferma per un buon giocatore "dimenticato" all'estero troppo a lungo) si è mostrato sempre "sul pezzo" e ha anche sfiorato un bel gol al volo su traversone di Kean, Biraghi è partito col freno a mano tirato per poi aumentare la sua pressione sulla fascia sinistra, ma senza esagerare: ci si attende da lui maggiore coraggio nelle incursioni. 

lunedì 15 ottobre 2018

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DA STROPICCIARSI GLI OCCHI. GIOCO DI GRANA FINISSIMA, MA URGE PESO IN ATTACCO


Da stropicciarsi gli occhi. Non è ancora giunto il momento di celebrare la rinascita della Nazionale italiana: la strada è lunga e occorre pazienza, lo ha sottolineato a più riprese lo stesso cittì Mancini. Però due indizi possono cominciare a fare qualcosa che si avvicina a una prova: se già nell'amichevole genovese con l'Ucraina si erano visti quarantacinque minuti di buone trame, aggressività e ripetuti pericoli per la porta avversaria, in un test più difficile e probante, quello di Nations League in casa della Polonia, ultimativo scontro salvezza, abbiamo assistito a una crescita ulteriore e persino insperata, nelle proporzioni. 
I BIDONI SONO ALTRI... - Piccolo promemoria: quella attuale, secondo molti esperti e appassionati (non secondo me, e il blog lo testimonia) è una generazione azzurra di scarti, scarponi, mezze calzette. Ebbene, non penso che calciatori di modeste qualità siano in grado di giocare gare come quella di Chorzow. Le squadre mediocri possono cavarsela, spesso ma non sempre, gettando il cuore oltre l'ostacolo, puntando su "garra" e applicazione ferrea delle consegne tattiche. Ma ieri sera in Slesia è accaduto qualcosa di diverso: ha preso forma un undici capace di far gioco, e di farlo bene. Da stropicciarsi gli occhi, sì: idee chiare e abilità nel metterle in pratica, precisione quasi assoluta nel tocco di palla e nei passaggi (cosa che in azzurro non si vedeva da anni, davvero), manovre in velocità condotte con disinvoltura e fluidità, un controllo del match pressoché costante, contro una Polonia che aveva le nostre stesse necessità di classifica, che giocava in casa e che è comunque una formazione già fatta e finita al contrario della nostra, e tuttavia si è vista costretta a difendersi a oltranza affidandosi a sporadici contropiede, nati spesso dai rari errori del nostro pacchetto di mezzo. 
CRESCITA ESPONENZIALE - Una squadra di calcio. Con una manovra razionale, lineare ma al contempo bella a vedersi. Sinceramente, alla luce del dignitosissimo materiale umano a disposizione, auspicavo sì un sensibile progresso a breve termine, ma non mi aspettavo di vedere così presto, in questa difficilissima gestione manciniana, espressioni di gioco a tal punto elevate. Poi possiamo dire tutto e il contrario di tutto per sminuire la prova dei nostri, come è tipico degli incontentabili tifosi e critici di casa nostra: potremmo ad esempio parlare della selezione biancorossa in parabola discendente già dal grigio Mondiale russo, e quindi non propriamente una potenza di primo piano del football europeo. Sarà, ma è la stessa rappresentativa che, senza strafare, ci aveva agevolmente bloccati a Bologna, sfiorando il trionfo. E allora, prendiamo almeno atto del fatto che la crescita è in corso, che i bagliori del Ferraris non erano fatti isolati e legati alla mancanza di una tangibile posta in palio. E aggiungiamo che per catalogare i Florenzi e i Verratti, i Chiesa e i Bernardeschi come mediocri, forse bisognerebbe attendere qualche prova ulteriore e sospendere il giudizio. 
RISOLTO IL REBUS DEL CENTROCAMPO? - Poteva finire zero a zero, certo: sarebbero rimaste l'amarezza per una vittoria sacrosanta mancata per questione di centimetri, ma anche la soddisfazione di aver finalmente cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel. Una cosa per volta: il rebus del centrocampo, per esempio, pare esser stato risolto, anche se il pallone può smentire domani quello che dice oggi. Il ritorno di Verratti e l'innesto di Barella hanno rivitalizzato anche Jorginho. Ciò vuol dire che il talento, soprattutto nel settore nevralgico, è importantissimo, ma non è tutto: perché ad esempio i Pellegrini e i Cristante visti a inizio stagione sono fior di virgulti su cui si potrà continuare a contare, ma la "chimica", l'alchimia giusta è sbocciata fra i tre che hanno occupato la fascia mediana nelle ultime due uscite. Sono tre ragazzi che posseggono personalità e che, ognuno in percentuali diverse, sanno abbinare qualità e quantità, sanno giocare di fino (e a Chorzow l'hanno fatto ripetutamente) ma anche mulinare la clava, e a tal proposito ha compiuto grossi passi avanti rispetto a Genova soprattutto il giovane cagliaritano, a tratti persino troppo deciso in interdizione. 
FLORENZI TORNA UNA SICUREZZA, BIRAGHI SI RISCATTA - Nelle retrovie, Bonucci e Chiellini hanno chiuso a doppia mandata la porta davanti a un Donnarumma sempre convincente nelle poche occasioni in cui è dovuto intervenire (due volte su Grosicki, sostanzialmente). Le due "chiocce" tengono caldo il posto per Rugani, Caldara e Romagnoli, che avranno modo di inserirsi con serenità in una compagine non più provvisoria ma già delineata in buona parte, e quindi ben sicura sulle proprie gambe. Sulle fasce, Florenzi è tornato una risorsa fondamentale per il Club Italia, davvero inesauribile nelle due fasi e puntuale negli inserimenti offensivi; meno continuo e preciso Biraghi, il cui gol finale in spaccata su corner "monda" comunque tutti i peccati. Già, il gol: se dovessimo giudicare solo sulla scorta delle ultime partite, sembra rimasto l'unico problema grave della selezione azzurra. In realtà altri aspetti sono da mettere a punto, ed è giusto essere preparati fin da ora ai probabili sbalzi di rendimento che potranno caratterizzare, com'è normale che sia, la maturazione di un gruppo giovane e non molto esperto a livello internazionale. Ma è un dato di fatto che, se non la metti dentro, in certe competizioni non si va lontano. Abbiamo dovuto aspettare il raro acuto di un terzino nei minuti di recupero per incamerare un successo che, ai punti, avevamo strameritato molto prima. 
LE OCCASIONI CI SONO, I GOL ARRIVERANNO - Ribadisco tuttavia quanto avevo scritto dopo l'Ucraina: creare occasioni, concludere a rete con frequenza, essere presenti nell'area avversaria in maniera sempre e comunque insidiosa, è un'eccellente base di partenza per costruire qualcosa di importante. E in Polonia l'Italia ha tirato pericolosamente con una frequenza che, al cospetto di avversari di una certa statura, non faceva registrare probabilmente dall'Europeo del 2016, dalle splendide sfide con Belgio e Spagna: nel primo tempo, ci hanno provato due volte ciascuno Jorginho e Insigne (con un legno a testa), e Szczesny, che già aveva sventato uno splendido diagonale del nostro italo-brasiliano, ha tolto dalla porta un'inzuccata di Chiellini e un destro di Florenzi, giunto al culmine di uno dei tanti scambi in velocità condotti dai nostri fra trequarti e sedici metri.
Nella ripresa, un tiro alto di Biraghi su traversone da destra e due tentativi di Bernardeschi, con un bel sinistro da fuori e, prima, con un colpo di testa da posizione favorevolissima su cross di Chiesa, mandato sciaguratamente a lato. Non vincere una gara così, con una tale messe di palle - gol, sarebbe stato da guinness dei primati... È bene che anche chi arriva da dietro sia incisivo sotto porta, come ha saputo fare il laterale della Fiorentina, ma gli attaccanti devono finalizzare. Il trio davanti ha confermato quanto di buono e di meno buono mostrato a Marassi: ottimo tourbillon, prontezza nel proporsi, caparbietà, ma manca ancora il killer instinct. Con un Vieri o un Pippo Inzaghi al centro, la vittoria avrebbe potuto assumere proporzioni clamorose. Vieri e Inzaghi non li abbiamo più, ma forse potrebbe bastare un Belotti nuovamente al top, o magari un Cutrone che, parere mio, è già da Nazionale maggiore... 

giovedì 11 ottobre 2018

CLUB ITALIA: CON L'UCRAINA AZZURRI BELLI A METÀ. BUONE TRAME DEL TRIO OFFENSIVO, ESORDIO DI SPESSORE PER BARELLA


Siamo in una fase della "ricostruzione azzurra" in cui occorre guardare al bicchiere mezzo pieno, perché sennò è finita. L'Italia continua a non vincere, manca l'appuntamento per la quinta volta consecutiva. Certo, c'è chi ha fatto peggio in passato, anche in tempi più o meno recenti: penso all'ultima declinante stagione del cittì Prandelli, che fra il 2013 e il 2014 rimase a secco di successi per sette gare, per non parlare dell'insospettabile Bearzot dell'annata post Mundial '82, nella quale mise insieme soltanto tre pareggi e tre sconfitte. 
FRA CALCIO E TRAGEDIA - È dunque il caso di non essere troppo schizzinosi, anche se da parte del Mancio ci si aspettava un avvio più convincente, sul piano dei risultati. Teniamoci quanto di buono ha espresso la Nazionale nel rendez - vous di Marassi con gli ucraini di mister Shevchenko, una di quelle gare che risulta oltremodo difficile da valutare in chiave strettamente calcistica, in quanto troppo labile è il confine fra fatto tecnico e quadro emotivo, nella fattispecie legato alla particolare (diciamo pure drammatica) situazione che Genova sta vivendo dal 14 agosto scorso. "Genova nel cuore": il logo simbolo del crollo del ponte Morandi ieri sera campeggiava sulle magliette sfoggiate dai bambini durante l'inno, sulle maniche delle casacche indossate dagli azzurri, sul tabellone luminoso dello stadio. E poi c'è stato il caloroso applauso di atleti e pubblico al minuto 43, 43 come le vittime di quell'assurda, ingiustificabile catastrofe. 
CRESCITA IN ATTACCO - Ecco, diciamo che, per quanto occorra sempre pesare le parole allorché si accostano calcio e vere tragedie della vita, fino a quel fatidico minuto i nostri calciatori hanno onorato l'impegno che si erano prefissi, quello di regalare ai genovesi qualche minuto di serenità e di spensieratezza. E' stata così la migliore Italia della nuova gestione, un'Italia volitiva, aggressiva, con le idee ben chiare e con la capacità di arrivare frequentemente al tiro, capacità che era quasi totalmente mancata nelle precedenti uscite. Il primo tempo poteva concludersi con un vantaggio persino insperato per la nostra rappresentativa: hanno concluso pericolosamente Bernardeschi, Chiesa, Bonucci, Insigne e Barella, e il portiere ucraino Pyatov ci ha sovente messo affannose pezze. Si è invece arrivati all'intervallo a reti bianche, con la constatazione che l'incapacità di concretizzare risulta al momento uno dei più grandi limiti della Nazionale, un limite che la tiene a distanza notevole dalle migliori espressioni del football europeo. Però il passo avanti c'è stato, perché una cosa sono le recite all'insegna dell'impotenza offensiva tipo quelle recentissime con Polonia e soprattutto Portogallo, un'altra è mancare occasioni per imprecisione propria e bravura del numero uno avversario, occasioni che però sono state costruite con apprezzabile continuità. Insomma, è banale dirlo, ma per segnare bisogna creare palle gol: e se si creano, prima o poi i gol arrivano. 
RIPRESA "ANNACQUATA" - Molte le cose apprezzabili viste nel primo tempo: in primis, la rapidità e l'incisività delle nostre incursioni in avanti, con un trio d'attacco che ha girato tutto sommato su buoni livelli. Insigne in crescita pur se intermittente, Chiesa meno preciso del solito ma comunque sempre nel vivo delle azioni, Bernardeschi il migliore del lotto per intraprendenza e proprietà di palleggio. Giusto che la gioia della rete sia toccata a lui nella ripresa, pur se con la complicità di quel Pyatov fino ad allora decisivo, ma a quel punto la partita aveva già cambiato volto. Italia in flessione atletica, Ucraina in crescita e pure fortunata, visto che riusciva a trovare il pari alla prima vera azione insidiosa, con un tiro di Malinovskiy sugli sviluppi di un corner, quel Malinovskiy che poi coglieva una clamorosa traversa direttamente su punizione (e dopo pochi secondi Donnarumma salvava su inzuccata di Stepanenko). Arrivavano anche le sostituzioni in serie, ben sei, ad annacquare il gioco dei nostri e a rendere del tutto inattendibile buona parte della ripresa.
CENTROCAMPO PLAUSIBILE, BARELLA OK - Prima, si erano avute notizie confortanti anche dalla zona nevralgica, conclamato tallone d'Achille di questo abbozzo di Nazionale "mancinesca". Dopo le recite imbarazzanti di Bologna e Lisbona, si è visto un reparto più concreto e in palla, grazie soprattutto a Verratti, peraltro come al solito più utile nella fase di interdizione che in quella di costruzione, e all'esordiente Barella, che si è confermato elemento di ottima statura e che ha fatto sentire il peso del suo gioco soprattutto dalla trequarti in avanti, sfiorando anche la segnatura con una bordata dalla distanza. Poche invece le indicazioni da una retroguardia scarsamente impegnata per larga parte della gara, con un Florenzi valido ma non precisissimo in fase di spinta e un Bonucci che ogni tanto ha cercato di dare sbocchi alternativi alla manovra come faceva nelle precedenti gestioni azzurre, con lanci lunghi peraltro mai sfruttati dai compagni. 
Null'altro da aggiungere su Italia - Ucraina: una mezza partita che ha regalato il bicchiere mezzo pieno di cui si è detto all'inizio. Basterà per la trasferta in Polonia? Difficile dirlo, ma intanto Bobby-gol può lavorare su una base tecnica più confortante, su elementi cardine che si stanno ritrovando (Verratti, Insigne), e su alcuni piedi buoni (Bernardeschi, Barella) che, accumulando ancora un po' di esperienza, hanno tutto per incrementare il tasso di pericolosità del Club Italia. Si va avanti a piccoli passi, insomma, ma si va, e guai a lasciarsi abbattere. 

sabato 8 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: LA NUOVA ITALIA ANCORA NON È NATA. BUONE NUOVE DA BERNARDESCHI E CHIESA


No, ancora non ci siamo. E del resto era prevedibile. Non si supera con disinvoltura un evento sportivamente drammatico come quello di poco più di un anno fa. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, vergogna inaccettabile per un movimento calcistico fra i più prestigiosi del globo, sui campi italiani si è ripreso a giocare quasi come se nulla fosse, si è tornati ad occuparsi delle faccenduole dei club, del mercato, delle schermaglie politiche in Federazione. Tutto è proseguito secondo il solito tran tran, mentre si sarebbe dovuto approntare un organico piano di emergenza per superare il momento storicamente più delicato del nostro football. 
Invece, la stagione è cominciata all'insegna dei soliti problemi, anzi, peggio. Bene ha fatto il cittì Mancini a sottolineare il minutaggio sempre più ridotto a disposizione dei calciatori di casa nostra, bene ha fatto a diramare una lista di convocati fra le più rivoluzionarie di sempre, nel non nascosto tentativo di "forzare la mano" ai colleghi della Serie A. Forzare la mano: anche se non è elegante citarsi (ma chi se ne frega...), è un ragionamento che feci qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti, sia dopo Euro 2012 (quando alla guida della Nazionale c'era un Prandelli ben disposto verso le nuove leve, al punto di convocare gente come Perin e De Sciglio che avevano poca o nulla esperienza in campionato), sia agli albori dell'era Ventura. Allora come oggi, si trattava di mettere i tecnici dei club di fronte al fatto compiuto, chiamando e facendo giocare emergenti di valore costretti invece in panchina o in tribuna nelle società di appartenenza. Pare proprio essere l'unica via, se è vero che, rispetto ai due precedenti sopra citati, la situazione è tutt'altro che migliorata. 
MALEDETTA ESTEROFILIA - Bobby gol è un selezionatore che merita rispetto, fiducia e soprattutto pazienza, tanta pazienza, molta più di quella che fu riservata ai predecessori. Lavora in condizioni terribili: costruire una compagine decente pescando in un massimo torneo iper affollato da pedatori d'oltrefrontiera, buona parte dei quali di dubbia qualità, è impresa titanica. Non fidatevi di chi dice che "tanto non cambia niente, i migliori emergono comunque, italiani o stranieri che siano". I fatti dicono che non è così: difficile, per un giovanotto che si affaccia al calcio professionistico, dimostrare di essere migliore di altri, se viene sistematicamente tenuto ai margini per ovvia mancanza di esperienza. Abbiamo i Cutrone, per dire, che segnano gol a raffica, risolvono le partite, ma si sente comunque il bisogno di acquistare un Higuain che ha probabilmente già dato il meglio, costringendo il ragazzino di turno a masticare amaro nelle retrovie e a sbattersi il doppio, il triplo, per conquistarsi scampoli di gloria. Quello rossonero è un caso limite, la punta dell'iceberg di un fenomeno che sta radendo al suolo il nostro vivaio. Un vivaio che però continua incredibilmente a sfornare talenti, come dimostrano certi ottimi risultati recenti delle nostre rappresentative giovanili, ma non è neanche questo il vero problema: il dramma è che poi la crescita, e quindi il miglioramento, l'affinamento, di queste nuove leve viene brutalmente arrestato da un calcio italiano malato di esterofilia perniciosa.  
BACINO DI CARENAGGIO - Questa lunga premessa per dire che, vista la difficile congiuntura, il balbettante esordio in Nations League degli azzurri non deve né sorprendere né destare scandalo. È bastata una Polonia compatta ma con pochi picchi di classe (Lewandowski, Zielinski, e poi?), per metterci in ambasce. Inutile ragionare su eventuali errori di formazione del coach, che, pure, secondo me ci sono stati: giusto che compia il suo giro d'orizzonte provando più uomini possibile, giusto che conceda di mettere minuti nelle gambe a un Balotelli che, se in forma, rimane di gran lunga la bocca da fuoco più efficace, esperta, smaliziata a sua disposizione. È inevitabile che questo nuovo torneo debba rappresentare solo una sorta di bacino di carenaggio, per il Club Italia: a vincere coppe ci si penserà, si spera, più avanti.
DUE CHE SALTANO L'UOMO: INCREDIBILE! - Di buono, la gara di Bologna ci ha mostrato un Donnarumma finalmente sicuro e decisivo con almeno due interventi salva risultato, e due peperini che saltano l'uomo, cosa che in azzurro non si vedeva da tempo: Bernardeschi, che pure ha commesso i suoi errori ma li ha compensati con una presenza costante nel vivo del gioco offensivo (suoi sono stati i tiri più pericolosi indirizzati verso la porta polacca) e un grande coraggio nel tentare soluzioni ardite; e poi quel Chiesa ancora una volta rivelatosi fondamentale, arrivando dalla panchina a vivacizzare una prima linea sterile con le sue accelerazioni e con la sua visione verticale del campo, col suo puntare sempre verso la porta avversaria senza troppo cincischiare. 
REBUS ATTACCO, CON INSIGNE SOTTO LA LENTE - Ecco, cominciamo col dire che, giocando col 4-3-3, due così devono essere titolari fissi. Al servizio del vero Supermario, non della pallida e acciaccata controfigura di ieri sera, o di una punta che sappia sbatterla dentro, una buona volta. Potrebbe essere proprio il Cutrone di turno, a meno che Belotti e Immobile, implacabili con le maglie di Toro e Lazio, non vadano oltre i limiti che ne hanno troppo spesso caratterizzato le prove in rappresentativa. A tal proposito, e sempre rimanendo in,,, zona d'attacco, uno che sta esaurendo i suoi bonus, spiace dirlo, è Insigne. Il ragazzo ha classe, brillantezza, piedi buoni, ma troppo grande continua a essere la differenza di rendimento fra Napoli e Club Italia, né è pensabile di poter costruire la squadra attorno a lui: stiamo parlando di un buonissimo giocatore, a tratti ottimo se inserito in un determinato contesto tattico, ma non di un fuoriclasse che risolve le partite da solo. 
CENTROCAMPO DA RIFARE - Altro elemento per il quale il tempo stringe è Gagliardini, che del resto anche in maglia Inter ha solo in parte mantenuto le promesse degli esordi post atalantini. Al Dall'Ara è naufragato assieme ai compagni del centrocampo: il reparto è stato il vero tallone d'Achille della squadra, deficitario in entrambe le fasi, prigioniero di una mediocrità tecnica inaccettabile per una compagne del nostro lignaggio. In una zona nevralgica che ha prodotto solo errori e confusione, non ha convinto neppure Jorginho, rigore a parte: ma c'è almeno la speranza che l'esperienza ad altissimo livello col Chelsea serva ad accrescerne personalità e caratura internazionale. Per intanto, nel mezzo sarebbe il caso di dare chances a talenti in vorticosa ascesa come Barella, Benassi, Cristante, Mandragora, il cui rendimento recente li mette ai vertici nel campo di scelta a disposizione del trainer. 
LE ALTERNATIVE PER LA DIFESA - La difesa, infine, ha discretamente lavorato, facendosi carico anche del lavoro di chi avrebbe dovuto "schermarla": ma sulle fasce troppo timido è parso l'apporto di Zappacosta e Biraghi, che meritano comunque altri test, anche se pure ai lati non mancano le scelte alternative: da Calabria a Barreca, da Lazzari (intuizione del coach) a quel Piccini assurdamente "dimenticato" all'estero, sperando soprattutto in un recupero dell'ottimo Conti (forse il migliore della compagnia). Nel frattempo sarebbe forse il caso di insistere su Criscito, che in questa prima fase di ricostruzione può essere un'utile chioccia, mentre la sensazione è che sia di troppo un veterano fra Bonucci e Chiellini (entrambi, ricordiamolo, protagonisti del fallimento dell'autunno scorso), con Caldara e Romagnoli (più Rugani, se troverà spazio nella Juve) che premono alle spalle. 
URGE UNA VITTORIA DI PESO - Non è un momento come tanti: forse mai come ora sarebbe lecito e giusto rivoluzionare totalmente (salvando giusto un paio di "totem" per la continuità di spogliatoio e l'esperienza), buttare i babies nella mischia senza remore. Chi potrebbe mai rimproverare a Mancini di aver messo da parte coloro che si sono fatti sbattere fuori da Russia 2018? Siamo in una fase storica in cui bisogna agire con la mano pesante, come fece Fulvio Bernardini al termine dell'era dei messicani. Dopodiché, ripeto, occorrerà anche armarsi di santa pazienza, perché una Nazionale competitiva non si ricostruisce in quattro e quattr'otto, soprattutto quando il bacino in cui scegliere gli uomini giusti è così assurdamente ridotto.
Del resto, il passato ci insegna che dopo la prima mancata qualificazione mondiale, nel 1958, trascorsero anni prima di rivedere un barlume di luce. Anni di partite, di girandole di formazioni, di presunti astri sorti e tramontati nel giro di pochi match. Anni senza vittorie. Dopo la sconfitta con l'Irlanda del Nord che ci costò l'estromissione da Svezia '58, ci vollero 24 mesi prima che la nostra selezione tornasse a battere qualcuno (la Svizzera). Di una vittoria di spessore avrebbero bisogno il Mancio e la sua truppa: non poteva esserla quella del maggio scorso con l'Arabia, ma strappare i tre punti alla Polonia avrebbe potuto darci una mano a superare anche quell'impasse mentale che si è impadronito dei nostri dopo il tonfo svedese. 

martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti son tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Voglio dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo comunque arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i vecchi draghi degli anni Zero e una volta constatata la mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento dell'effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

lunedì 10 ottobre 2016

MACEDONIA - ITALIA E L'ENNESIMO PSICODRAMMA AZZURRO: PERSISTE L'ENIGMA VENTURA, MA ORA IL CT E' A UN BIVIO

                                              Ventura: non ha ancora convinto

Non si sentiva assolutamente il bisogno dell'ennesimo psicodramma azzurro, la figuraccia epocale sfiorata al cospetto di una compagine di basso livello ed evitata, infine, solo grazie al nostro proverbiale "cuore" (e a un pizzico di fortuna). Succede, al Club Italia; ma succede un po' troppo spesso, e sarebbe giunta l'ora di darci un taglio, perché abbiamo toccato il punto di non ritorno: si è concretamente rischiato di compromettere la corsa al Mondiale 2018 con un anno di anticipo sulla fine delle eliminatorie, e per mano della Macedonia, nientemeno. Squadra dignitosa  e volenterosa, ma di evidente pochezza tecnica: l'unico reparto un po' più dotato è l'attacco, grazie agli "italiani" Pandev e Nestorovski, e puntualmente ha messo in ambasce i nostri prodi: due gol subiti, una traversa, una grande parata di Buffon (che ha evitato l'1 a 3 tenendo in corsa i suoi), altre situazioni di potenziale pericolo nel primo e nel secondo tempo, prima che Bonucci e compagni... rinsavissero. 
MA NON SIAMO COSI' SCARSI - Alla fine l'abbiamo sfangata, e va bene, non è la prima volta: in passato si è sofferto contro Azerbaigian, Estonia, Malta, persino le Far Oer, strappando con le unghie e coi denti successi risicati laddove altre grandi e meno grandi d'Europa passeggiavano (e passeggiano) con disinvoltura. Ma non mi si venga a dire che è colpa dell'involuzione del nostro movimento calcistico: basterebbe la notazione che questa rappresentativa, con pochi elementi diversi in rosa rispetto ad oggi, circa tre mesi fa ha fatto ottima figura all'Europeo, sfiorando l'ammissione alle semifinali dopo aver, fra l'altro, battuto nettamente la Spagna anche sul piano del gioco. Quella stessa Spagna che giovedì scorso, a Torino, ci ha invece dominati per settanta minuti su novanta, e che, se non ci saranno prodezze da parte nostra (leggasi, vincere la gara di ritorno in terra iberica), probabilmente ci relegherà ai playoff qualificazione. 
LA FORZA DELLA GIOVENTU' - Non è, quindi, un problema di "materiale umano": che è scarso quantitativamente, non si può negare, e vorrei vedere, con la Serie A monopolizzata dagli stranieri; che non ha picchi di eccellenza assoluta, almeno fino a quando certe promesse non... manterranno davvero le loro promesse; ma che è comunque sufficiente a farci fare figure migliori di quella di Skopje. Immobile, per dire, non è un fenomeno, come hanno dimostrato le sue disgraziate stagioni estere, ma la sua doppietta ieri ci ha tolto le castagne dal fuoco in dirittura d'arrivo, rimettendoci sul treno verso la Russia quando la nostra carrozza (di seconda classe) sembrava essersi piantata sui binari; Belotti ha sollecitamente trovato il primo gol in azzurro, quello dell'1 a 0, gestito poi nel peggior modo possibile; Romagnoli in due partite ha sostanzialmente meritato la promozione, magari con più sicurezza allo Stadium che non in Macedonia, ma sono piccoli sbalzi di rendimento tipici dei giovani; e il pochissimo considerato Sansone, buttato dentro a secondo tempo inoltrato, ha comunque dato un buonissimo contributo a movimentare il nostro fiacco fronte offensivo. 
SQUADRA IN ABBOZZO - Abbiamo dunque le risorse di classe per fare anche più del modesto compitino. Ergo, il problema è attualmente nel manico. Giampiero Ventura, in questi primi mesi di lavoro, non ha ancora dato un'identità di gioco e di squadra alla nostra "Azzurra". Tatticamente siamo ancora a metà del guado, non riusciamo ad andare oltre la difesa a tre di contiana memoria, a sfruttare adeguatamente la nostra batteria di esterni alti, incursori e trequartisti (che potrebbe rappresentare la vera arma in più di questa selezione, come hanno dimostrato alcuni cross al bacio di Candreva) e soprattutto a trovare la giusta combinazione di uomini per il reparto di mezzo. Il duo Montolivo - De Rossi visto a Torino non è più proponibile a questi livelli, Verratti è imprescindibile e poco importa che un suo erroraccio abbia dato il là all'azione del pari macedone: una disattenzione, per quanto colossale, non può certo cancellare il tanto di buono che il "francese" ha fatto in questo primo scorcio della nuova gestione azzurra, quando è stato chiamato in causa. Soprattutto dai suoi piedi, e da quelli di un attivo ma confusionario Bernardeschi, sono passati ieri i pochi tentativi di impostare manovre d'attacco visti nella prima ora di partita. Tuttavia Parolo rimane fondamentale, c'è da recuperare Marchisio e va provato Benassi, trovando un modo per valorizzare un Bonaventura finora poco convincente e di sfruttare l'eclettismo di un Florenzi mai davvero esplosivo come sa essere nella Roma: davvero tanti i nodi da sciogliere.
VENTURA AL BIVIO - Del biennio di Antonio Conte è senz'altro sopravvissuto lo spirito indomito, senza il quale saremmo affondati contro la Spagna e anche contro Pandev e soci. Ma sono stati due salvataggi in extremis dettati fondamentalmente da una scossa nervosa, e non può chiaramente essere questa la soluzione per tirarsi fuori dalle situazioni intricate; i quattro punti raccolti, il minimo sindacale, non devono farci dimenticare che in quattro giorni abbiamo assistito a due delle peggiori esibizioni azzurre degli ultimi anni. 
Ergo, il cittì è già a un bivio, e deve innanzitutto rendersi conto che, se ieri fosse uscito sconfitto dalla trasferta in ex Jugoslavia, in molti si sarebbero aspettati le sue dimissioni sul tavolo di Tavecchio già in settimana. Per sciogliere l'enigma della sua conduzione tecnica, finora un autentico rebus, il genovese ha davanti un'occasione d'oro: a novembre ci sono un Lichtenstein da asfaltare (sfatando la tradizione della nostra idiosincrasia alle goleade) e di nuovo la Germania iridata, ma in amichevole: non potrà esserci momento migliore per rompere gli indugi e saltare il fosso, porre fine alla fase di transizione e presentare finalmente una "Nazionale targata Ventura", nel modo di stare in campo e negli uomini, una formazione che lasci almeno intuire il suo progetto. Il tentativo di ringiovanimento c'è stato e va senz'altro apprezzato: ma a poco serve, se i ragazzini vengono mandati allo sbaraglio in un contesto tattico precario; possono salvarsi in Macedonia, ma a gioco lungo andrebbero incontro al naufragio.