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lunedì 9 dicembre 2013

CAGLIARI - GENOA, IL MARTIRIO DI MANFREDINI E QUELLI CHE "GLI ARBITRI ITALIANI SONO I MIGLIORI AL MONDO"

                                       Gasperini: rabbia per l'ingiusto ko di Cagliari

Fra i problemi che minano alle fondamenta il buon funzionamento del sistema calcio Italia non ci sono solo il teppismo dilagante (con annesso strapotere degli ultras negli stadi), l'inadeguatezza degli impianti e delle modalità di accesso agli stessi per i tifosi "normali", la discutibile gestione finanziaria di molte società, le scommesse e le partite truccate, l'esterofilia dilagante e il conseguente semiabbandono dei vivai. Su "Note d'azzurro" lo scrivo da sempre: anche la sconfortante modestia complessiva della nostra classe arbitrale rappresenta un pericolo per il football, per una ragione molto semplice: un fischietto che, con le sue decisioni sbagliate, indirizza e condiziona lo svolgimento di un match, incrina pesantemente la credibilità di tutto il baraccone. Lo ribadisco oggi, all'indomani dell'amena direzione di gara del signor Giacomelli in Cagliari - Genoa, ma non è solo questione di tifo: avrei potuto scriverlo tranquillamente dopo l'ultimo Sampdoria - Torino, con l'incredibile 2 a 0 negato a Pozzi perché Gervasoni aveva deciso di chiudere il primo tempo dopo la respinta del portiere su punizione di Palombo; l'ho scritto dopo l'assurdo Genoa - Milan della stagione scorsa, con rigori in serie negati ai rossoblù, e dopo la Supercoppa italiana 2012 fra Juventus e Napoli. 
Non è una posizione critica comoda, me ne rendo conto, nel Paese dell'ipocrisia e dei luoghi comuni applicati al pallone, di frasi fatte del genere "gli arbitri italiani sono l'unica parte sana di questo ambiente", "gli arbitri italiani sono i migliori al mondo", "a fine stagione torti e favori arbitrali si compensano per tutte le società". Una marea di belinate, diremmo a Genova. La verità è drammaticamente diversa: a parte poche eccezioni, i fischietti italici navigano nella più desolante mediocrità, in un livello medio - basso: mancanza di uniformità, buon senso ed elasticità nell'applicazione del regolamento, scarsa personalità e conseguente sudditanza psicologica (al cospetto delle big soprattutto, ma a volte anche di fronte a "fattori campo" particolarmente infuocati e pressanti), deprecabili manie di protagonismo. Gli arbitri che salgono in cattedra, gli arbitri che indirizzano l'esito di un incontro sono la negazione stessa dello spirito, del senso della loro professione. Un arbitro è come un giudice in un tribunale, il suo errore non è paragonabile a quello di un calciatore, ossia di una delle due parti in causa: è il giudice supremo del gioco, deve rasentare l'infallibilità, e per farlo deve essere preparato in maniera maniacale. 
Il Giacomelli di ieri non lo era: l'espulsione del genoano Manfredini, strattonato a lungo  in area da Daniele Conti, è roba da radiazione dall'albo. A corredo, altre decisioni penalizzanti nei confronti del Grifone (la mancata sanzione ad Avramov per la trattenuta a Biondini). Altri ne hanno parlato in lungo e largo, persino il Corriere della Sera: inutile dunque infierire, se non per rilevare come certe persone dovrebbero essere accuratamente tenute lontane dai campi di calcio, e non solo da quelli professionistici. Arbitrare non fa per loro, se ne facciano una ragione. Così come non faceva per certe vecchie giacchette nere che, dopo essersi coperte di ben poca gloria in carriera, continuano a pontificare dagli schermi della tv di Stato, cianciando a vanvera di "espulsione giusta per Manfredini".
Rimane la sensazione, per il Genoa, di un possibile decollo verso un campionato più tranquillo frenato né dalle proprie debolezze né dalla superiorità avversaria. A parità numerica, il team ligure aveva trovato il vantaggio e lo aveva gestito con sufficiente disinvoltura, rischiando il giusto (cioè pochissimo). Rimasto in dieci, si è difeso ma non in modo del tutto passivo, cercando lo spiraglio per il contrattacco e andando persino a sfiorare il raddoppio con una splendida conclusione di Antonelli, sventata dal citato Avramov. Poi, chiaro, i sardi hanno assediato, ma Perin aveva sfoderato la consueta sicurezza degli ultimi tempi (al momento attuale, il giovanotto rossoblù dà più garanzie di almeno uno dei tre portieri azzurri designati per il viaggio in Brasile, a voi indovinare quale... Ma per la Nazionale se ne parlerà da luglio in poi). 
Insomma, una vergogna. La gara di Cagliari era una di quelle che possono dar la svolta a una stagione, ed è stata fallita senza colpe, dopo averla condotta per larghi tratti. A chi dice che nel calcio italiano troppo spesso si dà agli arbitri la colpa delle proprie défaillances, rispondo che può essere vero anche il contrario, ossia che spesso basta un uomo vestito di giallo, o di fucsia, o di quel che è, per mandare a monte il lavoro di una settimana di allenamento. Nel Genoa attuale si vede pesantemente la mano di Gasperini, è un complesso compatto, agonisticamente sempre sul pezzo, con lo spirito giusto e con un canovaccio tattico plausibile. C'è coraggio, c'è un'idea di gioco, ci sono giocatori chiave in stato di grande ispirazione (il citato Perin, Antonini, Matuzalem, Kucka e un Gilardino sempre più inebriato dal profumo del Mundial). E' una squadra che non fa più tremare il tifoso, un undici che quando scende in campo dà la sensazione di poter vincere, o quantomeno di potersela giocare, con chiunque, laddove fino a un paio di mesi fa trasmetteva solo insicurezza e paura. Ma se non vieni messo nelle condizioni di giocarti le tue chances ad armi pari, tutto ciò conta poco. 

lunedì 8 aprile 2013

GENOA AL RUSH FINALE, FRA SERIE A E B: E' ANCORA IL CASO DI ESSERE OTTIMISTI?


Scrivere un post come questo potrebbe suonare un tantinello pessimistico, stasera. In fondo, il Genoa torna da Napoli con un k.o. che non era difficile prevedere: larghissimo il divario qualitativo, abissale quello di punti in classifica, e in più i partenopei tornati di recente in gran spolvero dopo un prolungato periodo di appannamento, ben decisi a sfruttare il mezzo passo falso del Milan a Firenze per consolidare il secondo posto in ottica Champions. Tutto giusto, tutto logico. Il guaio è che il campionato rossoblù sta diventando fin troppo logico, banale, scontato, nell'ineluttabilità delle sconfitte contro squadre più forti, ma chi pronuncia la classica frase "non è in queste partite che bisogna conquistare la salvezza" sa benissimo di prendere in giro se stesso, di raccontarsi una pietosa bugia cercando un effimero effetto autoconsolatorio. 
ILLUSIONI IN DISFACIMENTO - Bugia, sì, perché al punto in cui è giunto il Grifone, ragionamenti del genere non hanno più senso alcuno. Ed è a un punto morto, il Vecchio Balordo, proprio nel momento in cui i margini di errore sono ridotti al minimo, anzi, sono quasi azzerati. Le illusioni generate dal "dopo mercato di gennaio" si stanno dissolvendo settimana dopo settimana. Il Genoa "di riparazione" costruito da Preziosi e Foschi a inizio 2013 e le prime battute della gestione Ballardini sembravano avere avviato verso una felice soluzione la drammatica situazione creatasi nel breve, sciagurato interregno di Del Neri. I nuovi arrivi, in primis Manfredini, Portanova e Matuzalem, avevano portato esperienza, personalità e la giusta dose di cattiveria agonistica, e tutto il gruppo ne aveva tratto beneficio, incrementando il proprio rendimento; al resto aveva pensato il pragmatismo di un mister straordinariamente motivato. Erano arrivati i risultati, cinque gare imbattuti con due vittorie e tre pari, e aveva di nuovo fatto capolino un barlume di gioco razionale, a tratti persino piacevole, dopo il vuoto spinto del triste autunno 2012. 
OSTILITA' ARBITRALE - La squadra ha continuato a giocar bene anche nel tris terribile di impegni contro Roma, Milan e Fiorentina, ma si è ritrovata con un pugno di mosche in mano (leggasi: zero punti) non solo e non tanto per demeriti propri, quanto per fattori "esterni", ossia l'innegabile ostilità arbitrale (rigore inventato pro giallorossi la sera del record di cartapesta di Totti, almeno due rigori a favore negati coi rossoneri, vantaggio viola realizzato da Aquilani dopo aver spintonato via di forza Granqvist, sotto gli occhi impassibili del folto drappello di giacchette nere), le cui avvisaglie si erano del resto già manifestate nello scontro diretto di Palermo con un clamoroso penalty non concesso a Marco Rossi. 
E' chiaro che, di fronte a una serie di avversità così continue, così sistematiche, mantenere serenità e saldezza di nervi sia difficile per chiunque, figurarsi per una squadra nata comunque sbagliata, l'estate scorsa, e rattoppata in corsa, certo dignitosamente ma senza cancellare del tutto gli innumerevoli difetti creatisi in fase di impostazione della stagione; una squadra che, pur battendosi al meglio e mai demeritando, è uscita dal campo sconfitta per tre volte di seguito e ha visto progressivamente deteriorarsi una classifica da mesi deficitaria, ma che nei turni precedenti era andata parzialmente migliorando. In situazioni del genere, quando hai l'acqua alla gola e vedi che, nonostante il tuo impegno, tutto attorno a te crolla, è facile che possa subentrare il proverbiale "braccino". Ancor più facile se, nonostante tutte le migliorie, si rimane una compagine mediocre, sul piano della classe e su quello della tenuta mentale. 
MEDIOCRI - Ecco, nell'ultima settimana abbiamo scoperto amaramente, anche se un po' in cuor nostro già lo temevamo, che il nuovo Genoa targato Ballardini è rimasto un team mediocre, che si sta afflosciando come un soufflé mal riuscito, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto raccogliere i frutti del buon lavoro sciorinato anche contro le tre grandi affrontate in successione. E qui si ritorna al discorso iniziale: non è vero che il Genoa non avesse nulla da perdere al San Paolo. Anzi, nell'equilibrio esasperato che regna attualmente in zona retrocessione, vincere o restare imbattuti negli scontri diretti è certo importante, ma conta ugualmente il colpaccio inatteso, l'impresa che porta a conquistare punti anche in gare all'apparenza proibitive. Di recente, laggiù nei bassifondi, ci son riuscite tutte: ultima in ordine di tempo, l'Atalanta vittoriosa sull'Inter, che sarà anche in mezzo disarmo ma in settimana, per dire, aveva battuto la Samp a domicilio. Ma persino il modestissimo Siena ha sconfitto la stessa Inter e la Lazio ed è andata a vincere a Palermo, il quale Palermo prima di Pasqua si è preso lo sfizio di rifilare un 2 a 0 alla Roma. E la malmessa Fiorentina dell'anno passato strappò la permanenza vincendo a Lecce e, soprattutto, a Roma coi giallorossi e a Milano col Milan. 
OFFENSIVO - Il Genoa, da questo punto di vista, non batte chiodo da tempo. Il modo in cui ha affrontato la trasferta di Napoli ha in sé un qualcosa di profondamente offensivo per chi ancora, nonostante tutto, si ostina a seguire quella caricatura di calcio che è, oggi, la Serie A italiana. Testa alla stracittadina? Va bene, ma perdere non ha mai rappresentato il viatico migliore per preparare le sfide importanti, a maggior ragione se si perde facendosi surclassare sul piano del gioco e dello spirito. 

                                    Borriello: troverà i gol salvezza per il Genoa?

INVOLUZIONE AL MOMENTO DEL DECOLLO - In Campania si doveva almeno provare a far punti, cosi come si doveva vincere otto giorni prima col Siena. La gara della vita, quella coi toscani, preparata apparentemente in maniera certosina, in un clima di concentrazione e tranquillità (anche con momenti conviviali, come la grigliata al campo di allenamento) che sembrava aver creato il "brodo di coltura" ideale per l'attesa riscossa. Un match che invece il Grifo ha rischiato seriamente di perdere, nonostante la botta di fortuna (la prima dell'anno?) del sollecito vantaggio su autogol. Certo, ci son state, nel sabato di Pasqua, tante occasioni, c'è stato il solito portiere normale che contro i rossoblù diventa un... simil Buffon (Pegolo), ma c'è stato anche affanno, difficoltà nel manovrare, una fragilità tattica pericolosamente simile a quella che per troppe settimane ci mostrò Del Neri, con una formazione che non sapeva gestire le (rare) situazioni di vantaggio e che subiva costanti rimonte, concedendo agli avversari percentuali elevatissime di realizzazione. Un'involuzione inattesa, quando sembrava che il peggio fosse passato, quando sembrava che comunque Ballardini avesse saldamente preso in mano la situazione. 
IL CAMMINO DELLA SPERANZA - Il risultato è che ora c'è poco da stare allegri: atteso che questa squadra non è stata finora in grado di piazzare exploit "sopra le righe" come quelli cui si accennava prima, per artigliare una salvezza sempre più difficile le resta l'ordinaria amministrazione. Che tuttavia le basterebbe, calendario alla mano: rimangono da affrontare Samp, Atalanta, Pescara e Inter in casa, e Chievo, Torino e Bologna fuori. Percorso non semplice ma, diciamocelo, nemmeno da far tremar le vene ai polsi. Il fatto è che, per questo Genoa, la fatidica quota 40 sembra al momento proibitiva, ammesso che sia strettamente necessaria, visto che la media punti delle tre pericolanti è davvero bassissima. 
Ho sempre odiato le tabelle, quindi limitiamoci a uno sguardo generale: tre vittorie e un pari in casa e un successo esterno dovrebbero bastare, nella maniera più assoluta, ma non mi sento di dire che sia un bottino alla portata. Più realisticamente, due vittorie e due pari in casa, ferma restando la necessità di un altro successo lontano da Marassi e di almeno un altro punticino da racimolare nelle altre due trasferte: sarebbe pur sempre una dozzina di punti, e quota 39 negli ultimi anni è sempre stata più che sufficiente per restare in A. 
Ma sarebbe un ruolino di marcia extralusso, perché possiamo raccontarcene finché vogliamo, ma questo Genoa, anche nella versione parzialmente rivitalizzata di Ballardini, ha sempre incontrato difficoltà enormi nel conseguire l'intera posta. E' realistico, pertanto, pretendere un en plein nelle gare casalinghe, o comunque un poker di successi in sette match, da una compagine che ne ha conseguiti appena sei (sei!) nei primi trentuno incontri? Ecco, qui sta soprattutto il mio pessimismo, accentuato da un Grifone che oggi, nuovamente, non offre più alcuna garanzia, proprio nel momento in cui , come si evince dalla "mini tabella" sopra esposta, non può davvero più sbagliare partite, essendosi giocato forse l'ultimo bonus nella notte del San Paolo, una notte da arrossire di vergogna. La speranza è che il derby, come spesso curiosamente accade nelle stracittadine, rivitalizzi in extremis la contendente più male in arnese: altrimenti, non varranno a nulla nemmeno le recriminazioni per l'atteggiamento dei cugini blucerchiati, che hanno rilanciato le chances salvezza del Palermo con una gara di rara mollezza tattica, atletica e psicologica. 

venerdì 1 febbraio 2013

GENOA E PALERMO, OVVERO COME SI PUO' FARE UN MERCATO INTELLIGENTE ANCHE A GENNAIO

                             Cassani, dalla Fiorentina al Genoa: ultimo colpo rossoblù

Considero la lunga finestra di mercato di gennaio una delle poche novità positive introdotte dal tanto esecrato (giustamente) "calcio moderno". E' giusto che, a metà di un percorso agonistico lungo un anno, venga data alle società la possibilità di rimediare agli errori commessi in estate, di colmare le lacune emerse nell'arco di sei mesi, di sistemare altrove atleti che, per i più svariati motivi, non si sono integrati o non si sono rivelati funzionali al progetto tecnico, rimpiazzandoli con altri più in linea con le esigenze della squadra e, perché no, con i dettami tattici degli allenatori nel frattempo subentrati. Certo, questo secondo round della campagna trasferimenti ha anche i  suoi lati negativi: uno su tutti, le squadre vanno impostate durante il mercato estivo, in inverno intervenire per aggiustare il tiro è decisamente difficile, le occasioni autentiche (nel senso di nomi altisonanti e di primo livello) sono pochissime e spesso si deve puntare su giocatori che nelle compagini di provenienza erano relegati ai margini del campo (anche se finire in panchina non è sempre sinonimo di carenza di doti: c'è chi fa da comparsa in un club e diventa protagonista in un altro). In seconda battuta, cambiare diversi elementi dell'organico in pieno inverno significa poi dover trovare l'amalgama e inserire i nuovi in tempi strettissimi, perché se si è cambiato molto vuol dire che la classifica piange e, quando si è con l'acqua alla gola, il tempo passa ancora più velocemente... 
MERCATO INTELLIGENTE - E', quest'ultimo, il caso del Genoa e del Palermo. Che però, in queste settimane, hanno anche fornito la dimostrazione di come, in quello che un tempo veniva chiamato mercato di riparazione, sia possibile operare con oculatezza ed efficacia. Rossoblù e rosanero si erano presentati ai nastri di partenza del torneo come due delle squadre più indebolite rispetto all'ultima stagione, fiaccate da un depauperamento tecnico che, oltre a metterne a repentaglio gli immediati destini in campionato, non faceva onore a un passato recentissimo che ha visto i due sodalizi emergere come due delle realtà più intriganti del nostro football, capaci di lanciare calciatori giovani di altissima qualità, di rilanciarne altri prima confinati in un cono di mediocrità, e di avvicinare spesso i quartieri nobili della massima serie (Genoa in lotta per un posto Champions nel 2009, come il Palermo nel 2010). Il campo, che solo di rado mente, si era incaricato di confermare le perplessità emerse in agosto, relegando i due team nei bassifondi. 
GENOA, FINALMENTE GLI INNESTI GIUSTI - Zamparini e Preziosi, per tanti motivi al centro delle contestazioni delle rispettive tifoserie, non sono rimasti insensibili ai campanelli d'allarme. E ciò deve andare a merito soprattutto del Joker, che, ricordiamolo, è proprietario disamorato in attesa di qualcuno di affidabile che gli subentri alla guida del Grifone (figura di imprenditore che, peraltro, non sembra volersi stagliare all'orizzonte). Da anni, il Genoa aveva la lacuna principale in una difesa colabrodo, e sei mesi fa, incredibilmente, non vi si era posto rimedio, se non con un Canini che sulla carta si presentava come un elemento di grana buona (il curriculum non mentiva) ma che, alla prova dei fatti, ha trapanato vistosamente l'acqua. Ebbene, sotto la Lanterna sono arrivati Manfredini, perno della terza linea atalantina, e Portanova, bandiera del Bologna e già al Genoa ai grigi tempi della gestione Scerni (ma era un ragazzino e nessuno ne avrebbe potuto pronosticare una carriera così lunga e fruttuosa). In più è rimasto Granqvist, nonostante le tante sirene, e anche questo rappresenta un bel cambio di rotta rispetto ai tempi recenti:  "Lo svedese, Borriello e Immobile non si muoveranno", aveva detto Prez pochi giorni fa, ed è quello che è successo. Pensando a certe cessioni repentine del passato, molti supporters non credono ai loro occhi...
RIECCO FLORO - Ancora: la fascia destra difensiva era rimasta completamente sguarnita a causa di infelicissime scelte di mercato, e in pratica affidata al solo Sampirisi, buon prospetto ma in evidenti difficoltà nel caos tecnico e tattico di questi primi mesi: ebbene, sono approdati in rossoblù prima Eros Pisano e, in extremis, nientemeno che Cassani, fino al 2011 nazionale azzurro e spesso titolare con Prandelli, comprimario nella nuova Fiorentina dei giovani e degli stranieri ma di certo ancora in grado di dire la sua. Mancava un centrocampista con fosforo, uno che dettasse geometrie e desse organizzazione, ed ecco arrivare i piedi buoni e il cervello fino di Matuzalem, "anziano ma sempre valido", come si diceva un tempo. Infine, serviva una pedina alternativa per l'attacco, ed è stato riportato in patria Floro Flores, mai abbastanza rimpianto da queste parti dopo l'exploit del 2011 sotto la guida di Ballardini (peccato per l'immediato infortunio, comunque non grave, dopodiché dovrà recuperare al più presto una condizione parsa finora assai approssimativa). Se entrambi, all'epoca, fossero restati in rossoblù, forse la storia recente del Grifone sarebbe stata diversa e più tranquilla: il napoletano aveva trovato in Liguria l'habitat ideale sul piano umano e calcistico, il trainer romagnolo aveva dato alla squadra un gioco senza fronzoli, non divertentissimo ma concreto ed essenziale, equilibrato, capace di produrre ottimi risultati soprattutto in casa. Infine, ciliegina sulla torta, un Marco Rigoni che a Chievo ha fallito, ma che rimane mezzala dalle intuizioni folgoranti, e che rappresenta un'alternativa di lusso, un asso nella manica per risolvere partite intricate. Il tutto, senza dimenticare l'eclettico ancorché discontinuo Olivera, altro cavallo di ritorno.

                                   Boselli e il suo famoso gol alla Samp, anno 2011

QUALITA' E... ARGENTINA PER IL NUOVO PALERMO - Il Palermo, adesso: dopo aver incautamente fondato la stagione su elementi gloriosamente retrocessi con la maglia del Novara, come Ujkani e Morganella, e su altri giocatori di scarso peso a livello di Serie A come Giorgi, in Sicilia si sono resi conto che occorreva rimpolpare l'organico sul piano della classe pura: lo stesso Gasperini, che pure è tecnico capace di trarre il 110 per cento dai suoi giocatori e di impostare squadre anche belle a vedersi, non poteva fare le nozze coi fichi secchi. Ebbene, ecco arrivare fra i pali Sorrentino, portiere completo, spesso decisivo, per continuità di rendimento e doti tecniche uno dei migliori numeri uno del torneo, e non da oggi, e per la terza linea c'è pure un Aronica che per anni ha fatto bene al Napoli e che ora è ansioso di riscatto, dopo le incertezze che ne hanno macchiato questi mesi in azzurro. 
Per la fascia sinistra è approdato in rosanero un Dossena che fino all'anno scorso era considerato uno dei tre migliori italiani nel ruolo, assieme a Criscito e Balzaretti, più volte provato anche in azzurro (già dai tempi di Lippi CT) per poi perdere considerazione in casa partenopea, scalzato da Zuniga. Magari può destare qualche perplessità l'arrivo, proprio dal Genoa, del centrocampista di quantità Anselmo, deludentissimo nella sua esperienza ligure, mentre oltremodo stuzzicanti risultano i "colpi" Formica, referenziatissimo centrocampista argentino di classe e sostanza, e di quel Boselli anch'esso legato a filo doppio ai destini recenti del Genoa: un suo gol in pieno recupero nel derby sancì virtualmente la retrocessione dei cugini sampdoriani, e gli guadagnò imperitura gratitudine da parte dei sostenitori del Grifo. Al di là di queste storie  di rivalità cittadine, è un attaccante coi piedi buoni, tecnico e potente, che a occhio e croce dovrebbe integrarsi a meraviglia con lo sgusciante e fantasioso Miccoli. Un Palermo molto argentino, in pieno stile Lo Monaco, contando anche l'arrivo di Sperduti e le incoraggianti prove fin qui fornite dal giovanissimo Dybala. E in chiusura, l'innesto di Fabbrini, che ad Udine fra la fine dello scorso torneo e la prima parte di quello in corso non stava facendo male, pur nell'ambito di un impiego contingentato, ma in Sicilia dovrebbe trovare più spazio per esprimere il suo talento e la sua fantasia di jolly offensivo. Nel suo caso, la continuità nello scendere in campo dovrebbe far rima con maggiore continuità di rendimento, perché le doti le ha e le ha già in parte mostrate. 
DALLA TEORIA ALLA PRATICA... - Non è poco. Chiaro che sono tutti discorsi sulla carta: le difficoltà non mancano, soprattutto, lo ripetiamo, quelle di inserimento dei nuovi in tempi limitatissimi, e a ciò va aggiunta una classifica che, per entrambe, è stata resa drammatica da una prima parte di cammino del tutto fallimentare, e che quindi consente ridottissimi margini di errore e moltiplica l'ansia di far risultato, che non è mai positiva. Però lo sforzo compiuto è stato grande da parte di entrambe le dirigenze, non lo si può negare, così come non si può negare che, stante il materiale non sempre esaltante proposto dal mercato invernale, gli elementi acquisiti siano di tutto rispetto, per qualità, esperienza, personalità e garanzia di rendimento. Ciò non vuol dire che Genoa e Palermo riusciranno a salvarsi, ma, a leggerne i nuovi organici, non paiono proprio due candidate alla retrocessione. 
IL MERCATO DELLE ALTRE - In breve le altre: nei quartieri alti, bene hanno fatto Milan (oltre Balotelli, Zaccardo è rinforzo di spessore per la difesa, e Salamon un buon investimento sul futuro) e Napoli (Armero è una garanzia, Calaiò il rincalzo che ci voleva in attacco, Rolando un difensore di statura internazionale); sufficiente il mercato dell'Inter (Kuzmanovic e soprattutto Schelotto sono due buoni colpi), mentre per la Juve più fumo che arrosto (Peluso è solo una buona alternativa, Anelka un giocatore in declino, oltretutto da sempre sopravvalutato). Nelle retrovie, incredibilmente indebolita pare l'Atalanta, soprattutto in difesa (via Manfredini e il citato Peluso, dentro il poco convincente Canini, di cui è si detto poco sopra, e due elementi del Siena ultimo in classifica, Contini e Del Grosso: auguri), mentre il Chievo si è mosso con oculatezza (Sampirisi e Acerbi, scottati dalle traumatiche esperienze a Genova e Milano, possono ritemprarsi nella tranquillità veronese, frutto anche di una classifica sorprendentemente solida, e in mezzo una roccia come Seymour può sempre servire); discrete mosse per il Siena: Uvini e il da sempre sottovalutato Terlizzi dietro (oltre alla conferma del ricercatissimo Neto), Della Rocca in mezzo e il fragile Pozzi in avanti, ma la perdita di D'Agostino è pesante, un D'Agostino su cui invece punta forte il Pescara: l'estro dell'ex nazionale è però un po' da riverniciare. 
Fra le squadre della fascia centrale, infine, da segnalare il Parma, che registra la grave perdita di Zaccardo ma che tutto sommato può consolarsi con elementi di sostanza come Coda, Mariga e Mesbah, soprattutto quest'ultimo in grado di innalzare ulteriormente il tasso qualitativo della bella compagine di Donadoni. I colpi migliori in assoluto? L'ho già fatto capire sul blog in queste settimane, Balotelli e Giuseppe Rossi, anche se quest'ultimo in prospettiva più che per il presente. E ora, la parola torna, definitivamente, al rettangolo verde.