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mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.   

domenica 21 maggio 2017

CARO GENOA, MAI PIU' UNA STAGIONE COSI'. SALVEZZA RAGGIUNTA, MA IL FUTURO E' GRAVIDO DI INCOGNITE


Crederci era diventato difficilissimo. Troppi segnali negativi disseminati lungo un girone di ritorno terrificante, troppe inquietanti analogie con certe clamorose retrocessioni passate (in primis quella sampdoriana del 2011, che rimane dunque un fatto più unico che raro). Ma al di di questo, al di là dei corsi e ricorsi storici che lasciano un po' il tempo che trovano, a indurre al pessimismo era soprattutto il Genoa attuale, squadra che da mesi trasmetteva una costante sensazione di pochezza tecnica, tattica e soprattutto psicologica. Partite "facili", comunque abbordabili, che diventavano improvvisamente montagne impossibili da scalare, occasioni per fare punti gettate al vento con sistematica pervicacia, quasi un'incomprensibile ostinazione nel correre a perdifiato verso il baratro. 
TORO ONESTO E SENZA ACRIMONIA - Il Vecchio Balordo, bontà sua, ha saputo ribadire la sua unicità e imprevedibilità cambiando pelle nel giro di sette giorni, trovando, non si sa dove, le risorse per invertire la rotta e ribellarsi a un destino che pareva doverlo ghermire senza pietà. Quando tutto sembrava perduto, quando il trend negativo sembrava francamente impossibile da interrompere soprattutto dopo l'incommentabile suicidio di Palermo, l'undici di Juric ha scritto un finale diverso per questa temporada horror, ha ritrovato quantomeno lo spirito pugnace di chi sa battersi con onore nei bassifondi, e ha colto con merito la vittoria-sopravvivenza.
Toro privo di motivazioni, dite? Certo, come il Chievo che ha vinto a Marassi quasi senza forzare, come i rosanero ai quali è bastata la paperissima di Lamanna per fare bottino pieno. Era questo il problema: non c'è calendario favorevole che tenga, quando l'encefalogramma della squadra tende al piatto. I granata hanno fatto la stessa gara dei veronesi e dei siculi: nessuna porta spalancata, nessun "prego, si accomodi", ma un onestissimo impegno, senza acrimonia né bava alla bocca, come è normale aspettarsi da chi non si gioca più alcunché. Siamo in Italia, non in Inghilterra dove tutti combattono alla morte fino alla fine, e a me va benissimo così. 
LA SCONFITTA DEI POLEMISTI DA TASTIERA - Preferisco chi, in questo finale di torneo, si è battuto con generosità pur non avendo più obiettivi, a tutti coloro che hanno caricato il duello del Ferraris straparlando di vendette per torti passati del tutto inesistenti. Alle corte: nel 2009 i rossoblù non condannarono alla B i granata vincendo in Piemonte un match che per loro non aveva più significati di classifica; Milito e compagni si giocavano, pur se con poche speranze, i preliminari Champions, scusate se è poco. Questo vizio di interpretare arbitrariamente fatti acclarati per dare sostanza alle proprie teorie complottistiche sta cominciando a diventare stucchevole, nonché pericoloso per il futuro del giornalismo e del web.
E' BASTATO POCO - Il Vecchio Balordo si è svegliato in tempo, ci ha messo tanto cuore attutendo l'effetto degli errori di tocco e degli insormontabili limiti nella costruzione del gioco, ha azzeccato tatticamente il match, è stato cattivo sotto porta finalizzando due delle poche occasioni create. Tutto ciò è bastato anche perché le inseguitrici hanno dato a lungo il peggio, molto più di Simeone e compagni, prima del risveglio degli ultimi due mesi. Ma, riguardo al Crotone, ritengo più attendibili i 14 punti racimolati nelle prime 29 giornate, ossia nel pieno del torneo, rispetto ai 17 messi in cassaforte nelle successive 8 (prima dell'ovvio crollo allo Stadium) contro avversarie lontane da ogni traguardo.
In breve: se il team di Juric avesse affrontato Chievo e Palermo con lo stesso piglio sciorinato dai calabresi al cospetto delle varie Udinese, Sampdoria, Pescara, ecc., la paura della B sarebbe svanita con un anticipo ben più largo. Di certo c'è che un'annata così verrà a lungo ricordata con imbarazzo, da queste parti. Non per la salvezza affannosa, ci mancherebbe, un evento che in fondo fa parte del DNA del Grifo, e nemmeno per i due derby persi (il Genoa ne aveva vinti due su due nel 2008/09 e nel 2010/11, e addirittura tre di seguito fra il 2008 e il 2009...), quanto per il modo in cui si è spenta la luce, producendo momenti autenticamente mortificanti.
INCOGNITE SOCIETARIE - Mantenere la categoria era fondamentale. Perché una retrocessione non è un dramma, sportivamente parlando, e in tempi recenti ci sono passate quasi tutte le compagini di fascia media (eccezion fatta per i bianconeri friulani); ma poteva diventarlo per il club rossoblù, alle prese con una situazione societaria problematica. In questi lunghi mesi di crisi i vertici dirigenziali sono parsi troppo spesso assenti e distanti, non si è vista una strategia, il progetto tecnico ha perso consistenza; il tempo di Preziosi sotto la Lanterna è probabilmente giunto agli sgoccioli, l'intenzione di passare la mano è ormai stata palesata e la stampa parla di trattative in corso senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Con il Grifo in Serie A, con introiti ben superiori al contentino del famigerato paracadute, in definitiva con maggior appeal, l'arrivo di un nuovo proprietario dovrebbe risultare relativamente più semplice, o un tantino meno complicato... Se poi non si profilasse all'orizzonte nessuna alternativa attendibile, allora lunga vita al re dei giocattoli, che dovrà però cambiare decisamente registro.
GLI ERRORI DELLA STAGIONE HORROR - Questa stagione da incubo, per certi versi la peggiore che io ricordi da quando seguo il calcio e il Genoa (una trentina d'anni), è nata anche da un vistoso sbandamento societario, la sensazione di una struttura quasi in smobilitazione, scollata dalla realtà della piazza e da quella specifica della squadra, un netto calo di tensione che ha causato una sequela impressionante di errori. La gestione del mercato invernale rimane inaccettabile, non tanto per le inevitabili cessioni di Rincon e Pavoletti, quanto per altri due motivi: 1) Non aver trovato sostituti più o meno testuali dei due illustri partenti, lasciando scoperti ruoli esiziali; 2) non aver saputo cogliere le vere debolezze della rosa e agire di conseguenza. Fra dicembre e gennaio, la squadra aveva già perso la sua efficienza difensiva e imbarcava acqua a ogni piè sospinto, precarietà aggravata anche dagli infortuni di Perin (uno che conferiva sicurezza a tutto il reparto, parate miracolose a parte) e di Veloso (poco appariscente, ma fondamentale equilibratore della manovra).
 Ebbene, non si è preso un nuovo portiere titolare, virando su un Rubinho più che arrugginito e caricando tutte le responsabilità sul non eccezionale Lamanna, non si è rimpolpato il roster degli uomini di retroguardia (ricordiamo anche la spada di Damocle che pendeva sulla testa di Izzo, minaccia poi concretizzatasi), non si sono inseriti elementi di tempra e quantità nel mezzo affollando la zona nevralgica di trequartisti, incursori, "ragionatori", fantasisti leggerini e incostanti. Insomma, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare, e anche di più. 
L'uscita di scena di Perin e Veloso, unici elementi autenticamente carismatici dello spogliatoio, ha fatto definitivamente perdere la bussola a un gruppo rivelatosi fragilissimo sul piano mentale. Perché precisiamo che questo Genoa non è tecnicamente scarso: gente come Burdisso, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Pandev, Palladino, Simeone sa trattare il pallone, ha classe in discrete doti, sono uomini che avrebbero fatto assai comodo a Empoli e Crotone; ciò che mancava era la solidità "di testa", la "garra", lo spessore agonistico che consentono di venire fuori dai momenti più neri. E' parsa troppo spesso un'armata senza cuore né anima, quella ligure. E ci ha messo del suo anche Juric, che dopo l'avvio promettente ha sbandato mostrando tutti i suoi limiti di trainer all'esordio nel massimo campionato, dalla scarsa elasticità tattica a una gestione spesso discutibile degli uomini a disposizione, con scelte di formazione incomprensibili (il Pinilla del Barbera, i giovani confinati in un cantuccio). 
PIAZZA PULITA O QUASI - Senza lasciarsi prendere dall'entusiasmo per un traguardo minimo che di entusiasmante ha poco e che doveva arrivare assai prima, occorre entrare nell'ordine delle idee che del Genoa 2016/17 non c'è molto da salvare: un team costruito male e che ha reso ancor peggio. Sarà necessario attuare una campagna acquisti-cessioni molto movimentata, proprio come una neopromossa che ha bisogno di pesanti iniezioni di tonificante tecnico e caratteriale per restare a galla. E tutto questo avverrà, ripeto, in un contesto societario oltremodo incerto. Il timore è che senza cambi nella stanza dei bottoni, senza una svolta in senso finanziario, serviranno ancora imponenti sacrifici (leggasi: cessione dei nomi illustri, ridotti peraltro a una sparuta pattuglia dal progressivo depauperamento degli anni recenti) non compensati da rinforzi all'altezza. A meno che il Joker non ritrovi d'incanto lo spirito dei tempi belli e risorse fresche per ricostruire la sua avventura rossoblù su nuove basi, ma allo stato delle cose è ipotesi che non ha molte possibilità di concretizzarsi...
Si dovrebbe ripartire dai "ragazzi italiani" quest'anno un po' trascurati come Biraschi (emerso infine nelle ultime settimane), Beghetto e Morosini, da Izzo con squalifica ridotta, da Veloso se potrà rimanere, da Rigoni, da Ninkovic che tanto bene ha fatto nel girone di andata, e persino da Hiljemark, giusto per garantire un minimo di continuità perché non sarebbe né giusto né saggio buttare tutti a mare; ma poi? E come si potrà riuscire a trattenere Perin, Laxalt e Simeone jr? 
POVERA DS... - Sarà un'estate lunga, molto lunga, con lo sguardo rivolto più a Villa Rostan (sede del sodalizio) che alle trattative del calciomercato. Per il momento, prendiamo atto di questa salvezza senza gloria e dedichiamo un deferente pensiero alla Domenica Sportiva, che giusto una settimana fa ha lanciato dai teleschermi Rai, per bocca di Marco Tardelli, un sentito "Forza Crotone", cancellando definitivamente una storia, quella della trasmissione-mito della tv italiana, fatta di equilibrio e pacatezza. C'è poco da commentare, se non che una risata li seppellirà. Oppure potrei fare come fece Luca Goldoni sul Corriere della Sera del 1974 scrivendo del Festival di Sanremo, chiedendo l'abolizione della DS "d'autorità, senza bisogno di dispendiosi referendum". Un programma ormai fuori dal tempo, ma che per mantenere un minimo di credibilità dovrebbe affidarsi perlomeno a commentatori più equidistanti di quanto si sia dimostrato nella circostanza l'ex Schizzo mundial. Nella DS di Alfredo Pigna, di De Zan padre, di Ciotti e di Tito Stagno, nessuno avrebbe mai osato esporsi così per una squadra, dimenticando il rispetto per le altre. Del resto, opinionisti (curioso mestiere del ventunesimo secolo) non si diventa dall'oggi al domani, mentre nella tv del 2017 in troppi credono di esserlo, e perfino autorevoli. O meglio, sono i responsabili delle televisioni a farglielo credere, ed è ancora più triste. 

venerdì 2 settembre 2016

BILANCIO DEL CALCIOMERCATO: LA JUVE E LE ALTRE. RINFORZATE, INDEBOLITE E STABILI

                                             Dani Alves: dal Barça alla Juve

La scena più triste: il conto alla rovescia televisivo la sera del 31 agosto, come un San Silvestro fuori stagione, e le porte della misteriosa "stanza degli affari" che si chiudono lasciando fuori i giornalisti in inutile fibrillazione. Uno strambo rituale che fa scadere la campagna trasferimenti a sagra di paese, specchio fedele, in fondo, di un calcio italiano che non sa rinnovarsi, non sa migrare verso una dimensione più moderna e futuristica, più in linea coi tempi del pallone business, rimanendo pigramente ancorato a tradizioni ormai passare di cottura. E sì che il calciomercato sarebbe anche un momento serio, i giorni in cui i club costruiscono le basi tecniche e finanziarie di un anno di lavoro. Una cornice dimessa per una sessione dimessa, in linea generale, visto che ha prodotto come unico risultato di rilievo l'allargamento del solco che separa la battistrada degli ultimi cinque tornei da tutte le altre. Proprio partendo da questo dato di fatto, invece delle solite pagelle squadra per squadra ho preferito stilare un bilancio dividendo le venti di A in fasce: chi si è rafforzato, chi si è indebolito, chi è rimasto stabile, le ingiudicabili. 
LE RINFORZATE - I meno giovani come me, ricorderanno che, dopo il Mundial '82, si parlò di Juve pigliatutto: la squadra campione in carica avrebbe schierato, ai nastri di partenza del nuovo campionato, sei campioni iridati, il recuperato Bettega che solo a causa di un grave infortunio non era entrato fra i ventidue di Bearzot, e in più Platini e Boniek, due delle stelle più luminose del torneo spagnolo; e invece la Signora non vinse lo scudetto. A maggio 2017 difficilmente finirà così, e per almeno due colossali differenze rispetto ad allora: all'epoca, i bianconeri si trovarono a battersi in un contesto enormemente più competitivo, con rivali di altissimo spessore tecnico, per quanto sulla carta inferiori; e soprattutto, le loro principali antagoniste non andarono a rinforzare il team di Trapattoni. 
Oggi, le due inseguitrici dell'anno passato hanno ceduto a Madama Higuain e Pjanic, senza compensare le perdite con sostituti di valore almeno simile. Oltre ai due citati, sono arrivati in casa Juventus campioni esperti come Dani Alves e Benatia, e prospetti di assoluto rilievo come Mandragora e Pjaca, senza dimenticare che in autunno inoltrato rientrerà un Marchisio sempre più "nevralgico" per i sincronismi tattici di Allegri. E' una squadra che guarda più al presente che al futuro, con molti atleti, anche fra i nuovi, carichi di primavere. Dato per scontato il larghissimo margine di vantaggio in patria, l'obiettivo è portare un deciso assalto alla Champions, con la semifinale come traguardo minimo (e sottolineiamo minimo), perché per i vari Buffon, Barzagli, Chiellini, oltre ai citati Alves e Pipita, il tempo stringe. 
Nonostante il pessimo avvio, il miglior mercato dopo i campioni d'Italia l'ha fatto l'Inter. Ansaldi, Banega, Candreva, Joao Mario, Gabigol: di questi tempi, nell'asfittico panorama nostrano, difficile pretendere di più. Discorso a parte per Ranocchia, rientrato alla base dopo la stagione da incubo in casa Sampdoria, ormai solo un pallido ricordo del prospetto di ottimo difensore ammirato a cavallo fra il primo e il secondo decennio del secolo. Il tardivo cambio di panchina, con De Boer arrivato da poche settimane, rischia di vanificare una campagna sontuosa, facendo perdere punti importanti nelle prime giornate, come sta già avvenendo. Molto bene anche il Torino: via Ventura, ma sono rimasti gli azzurri del futuro prossimo (Zappacosta, Baselli, Benassi, Belotti), Valdifiori al centro potrà tornare a tessere le trame di gioco che l'han reso famoso a Empoli, Ljajic  ha guizzi e inventiva anche se non ha mai brillato per continuità, e se Iago torna quello di Genova ci sarà un'altra freccia acuminata a disposizione di Mihajlovic. Dietro, gravi le perdite di Glik e Maksimovic, ma De Silvestri e Rossettini innervano comunque la difesa con sapienza tattica, muscoli ed esperienza, mentre Hart, per quanto non irreprensibile, offre forse qualche garanzia in più dell'ultimo Padelli. Di assoluto rilievo la campagna del Cagliari: Isla, Bruno Alves e Padoin sono giocatori più da quartieri alti che medi, Borriello ha ancora qualche cartuccia da sparare, Murru è atteso alla maturazione, Di Gennaro, Joao Pedro e Sau tornano sui palcoscenici che meritano. Gli isolani possono puntare alla parte sinistra della graduatoria. 

                                  Immobile, neo laziale: sarà decisivo come Candreva? 

LE "STABILI" - E' il settore più affollato. La Roma ha dato Pjanic all'acerrima rivale, ma recupera Strootman, la cui lunghissima assenza ha pesato eccome. Mario Rui e soprattutto Vermaelen sono discreti rinforzi difensivi, rimangono l'efficace eclettismo di Florenzi, i mortiferi inserimenti di Nainggolan (ottimo a Euro 2016) e la potenza di fuoco dalla trequarti in su, con una ricchezza di alternative tale da costringere El Shaarawy a dover ancora sgomitare per un posto da titolare, nonostante l'ottimo girone di ritorno disputato la stagione passata. Ma il crollo nel preliminare Champions potrebbe aver minato molte certezze; se la Lupa raccoglierà i cocci psicologici, il secondo posto sarà ancora alla portata. 
Menzione d'onore per il Genoa, che non ha smobilitato come in molti paventavano: Perin, Izzo, Rincon e soprattutto Pavoletti sono ancora sotto la Lanterna, De Maio e Ansaldi rappresentano sacrifici sopportabili, più doloroso quello di Suso, Ocampos si è mostrato finora piuttosto leggerino ma ha talento per esplodere. In più, Veloso è tornato in maniera inattesa in cabina di regia, sperando che questa seconda avventura genoana sia migliore della prima. In panca, Juric garantisce buona continuità con la gestione Gasperini, magari con maggiore elasticità tattica. Da rivedere qualcosa in difesa, ma la top ten della classifica svanita di un soffio a maggio stavolta può essere centrata. Pressoché identico il Chievo, che dovrà valorizzare i giovani Parigini e Inglese per rinfrescare un tessuto di squadra piuttosto datato, stabile la Lazio, per la quale non sarà semplice far fronte alla grave perdita di Candreva, ma che si consola con un Immobile che negli ultimi mesi ha dato decisi segnali di risveglio, e ha pur sempre in rosa i vari De Vrij, Lulic, Biglia, Cataldi, Parolo e Felipe Anderson, garanzie assolute; se poi Bastos e Lukaku non deludono, potrebbero aprirsi prospettive interessanti. 
Anche se per il rotto della cuffia, vanno inserite in questa fascia Milan, Sampdoria e Atalanta. I rossoneri hanno nel motore un Montella in più, se tornerà sui livelli fiorentini, e un Lapadula chiamato alla conferma dopo aver sfondato reti a ripetizione in B. Merita fiducia la colonia italiana: i giovani Donnarumma e Romagnoli, poi De Sciglio e Bonaventura ormai certezze anche per la Nazionale, e l'esperienza di Antonelli. Kucka il suo l'ha sempre fatto, mentre Montolivo e Bertolacci sono da ricostruire: in avanti, la certezza Bacca e un Suso che a Genova Gasperini ha forgiato in formato extra lusso, come aveva fatto con Niang. 
La Samp registra le gravissime perdite di De Silvestri e Soriano, ma ha recuperato la certezza Regini, ha preso un Cigarini che dovrebbe garantire ancora un buon contributo in fase di costruzione, e si ritrova in rosa un Muriel letteralmente rigenerato. Poi Giampaolo è uno che non fa mai del calcio banale. Peccato per la gestione del caso Cassano. In casa Atalanta, Paloschi vuol dire essersi assicurati un notevole bottino di gol, anche perché è rimasto Gomez; attesa la crescita di Andrea Conti, difensore di sicura prospettiva, è già esploso Kessie, ma sono partiti il citato Cigarini e De Roon, ed è tutto da verificare l'impatto di Gasperson fuori da casa Genoa, l'ambiente ideale per il coach piemontese. Se riesce a imporre le sue idee, i bergamaschi sono da salvezza abbastanza tranquilla. 

                                             Gabbiadini: eredità pesante per lui

LE INDEBOLITE - Anche qui per il rotto della cuffia, ma spiace mettere in questa categoria il Napoli. Del resto, quando si perde un bomber fenomenale come Higuain, 36 reti l'anno scorso, e non lo si rimpiazza in maniera pressoché testuale (fosse facile, mi si dirà...), le incognite sono enormi. Occorrerà trarre la massima efficacia offensiva dalla batteria di incursori, i vari Insigne, Mertens, Callejon e Hamsik, valorizzare come merita l'ottimo Gabbiadini e dar fiducia a Milik, punta generosa ma anche di discreta prolificità. I rinforzi ci sono e sono tanti: oltre al polacco, Maksimovic e Tonelli dietro, Diawara e Zielinski in mezzo, e il furetto Giaccherini che ha fatto faville all'Europeo e che pare impossibile non vedere fra i titolarissimi. Sei gol nelle prime due gare sono un ottimo biglietto da visita per il Ciuccio, ma allo stato delle cose è difficile credere che l'assenza del Pipita non si faccia sentire, alla lunga: se Sarri riuscirà a farvi fronte, beh, Panchina d'oro e una Nazionale di primo piano subito, per lui. 
Il Sassuolo è sempre competitivo, ha perso Vrsaljko e Sansone, due degli elementi più positivi dell'ultima stagione. Sembra aver finalmente a disposizione un Berardi maturo, ma gli altri movimenti sono stati marginali e non hanno cambiato lo spessore qualitativo di una squadra che sarà impegnata su due fronti. Occhio comunque a Sensi, giovane centrocampista di cui si dicono mirabilie. La Fiorentina ha salutato diversi elementi utili (Roncaglia, Basanta, Pasqual, Blaszczycowski, Marcos Alonso e soprattutto Pepito Rossi), ha resistito agli assalti a Kalinic (peraltro reduce da un deludente girone di ritorno) e inserito in extremis in retroguardia De Maio, responsabilizzerà ancor di più Bernardeschi, ma non è stato fatto alcun passo avanti per migliorare il rendimento degli ultimi campionati. 
L'Empoli ha ancora il genietto Saponara ed è gran cosa, davanti a lui i declinanti Maccarone e Gilardino, sulla fascia Pasqual e nel mezzo José Mauri, agile e dinamico, ancora in fase di sboccio; ma il mercato si è portato via Mario Rui, Tonelli, Zielinski e Paredes, mica poco, e poi non c'è più Giampaolo. Male il Bologna (via Zuniga, Rossettini, Diawara e soprattutto Giaccherini, ci si aggrappa all'esperienza di Gastaldello, alla gioventù di Masina, alla sostanza nel mezzo di Taider e Dzemaili e alla pericolosità sotto porta di Destro: un po' poco), malissimo il Palermo, fortemente ridimensionato dopo una salvezza soffertissima (Diamanti e tante incognite di fuorivia non bastano a compensare gli addii di Sorrentino, Lazaar, Maresca, Vazquez e Gila), e in più c'è la solita spada di Damocle di una guida tecnica ballerina, con Ballardini incredibilmente già dimissionario. 
LE "NON COLLOCABILI" - E' spesso difficile valutare il mercato delle neopromosse alle prese con un campionato... più grande di loro. Il Pescara non ha più Mandragora e Lapadula, protagonisti assoluti del grande salto, ma c'è ancora lo sgusciante Caprari, che sfonda adesso o mai più, e ci sono Cristante, una promessa da rilanciare ma ancora in tempo per dare l'assalto al calcio che conta, un Aquilani che vuol dimostrare di non essere finito, e un Oddo che è deus ex machina fra i più ispirati della nouvelle vague. L'approccio è stato incoraggiante sul piano del gioco e, in parte, dei risultati (a prescindere dalla vittoria a tavolino col Sassuolo). 
Meno sicurezze dà il Crotone, senza Juric e senza Budimir: gli assi nella manica di Nicola si chiamano Rosi, Palladino e i ragazzi perennemente in rampa di lancio Crisetig e Trotta. Auguri. Difficile da inquadrare anche l'Udinese: perso Di Natale, un totem assoluto, persa l'anima nostrana rappresentata da Domizzi e Pasquale, rimangono troppi salti nel buio stranieri, impossibili da valutare concretamente anche per chi conosce a menadito il mercato estero. Le certezze sono Danilo, Felipe, Widmer, Badu, Perica e Thereau. Per la permanenza in categoria dovrebbero bastare. 

martedì 3 febbraio 2015

IL MERCATO DI GENNAIO SFORNA UN GENOA DIVERSO: MA ERA PROPRIO IL CASO?

                                    Borriello, terza volta in rossoblù: funzionerà ancora?

Tengo fede alla promessa di non parlare più di Serie A, di questa invereconda Serie A, a tempo indeterminato. Salta quindi il consueto appuntamento con il bilancio critico del mercato di gennaio, ma faccio un'eccezione con un flash sul Genoa, perché resta uno dei temi centrali del blog e perché comunque in questa sessione invernale qualcosa è successo. E' successo troppo, direi, in misura tale da non poter essere taciuto. 
I TRE NAZIONALI PERDUTI - Farsi piacere qualsiasi operazione fatta dalla società è un modo di ragionare che non mi appartiene. Senza scadere in pessimismi "a prescindere", mi piace riflettere partendo da dati di fatto incontrovertibili. E i dati di fatto, al momento, sono essenzialmente i seguenti: il Grifone ha lasciato andar via tre suoi titolari nonché Nazionali azzurri: Antonelli, Sturaro e Matri. Il riferimento è all'ultima convocazione di Conte, per l'amichevole novembrina con l'Albania: si può discutere su Matri, premiato nell'occasione per il buon rendimento in campionato ma senza alcun futuro a lungo termine in rappresentativa, e magari anche su Sturaro, che per il momento è più che altro un punto fermo dell'Under di Di Biagio, ma comunque nel gruppo della Maggiore ci sono. 
Si può discutere meno di Antonelli, che ha ricevuto fiducia dal neo CT dopo essere stato a lungo nel giro di Prandelli, e a tal proposito è particolarmente triste la sindrome in stile "la volpe e l'uva" manifestata da molti genoani dopo la partenza di Luca in direzione Milan: il laterale sinistro è improvvisamente diventato un giocatore modesto, inaffidabile in fase difensiva e nemmeno eccezionale negli sganciamenti, uno di cui si può fare tranquillamente a meno. Beh, che non sia un fuoriclasse né l'erede di Facchetti e Maldini ce n'eravamo francamente accorti un po' tutti da anni, ma che comunque sia attualmente uno dei migliori nel suo ruolo in Italia (con tutte le considerazioni del caso sulla decadenza del football nostrano, d'accordo) e che al Genoa abbia dato un contributo importante in fatto di prestazioni e di gol, non è revocabile in dubbio. 
POTENZIALE OFFENSIVO DIMEZZATO - Ecco, i gol: questo è il secondo dato di fatto. Preziosi e compagnia hanno ceduto a cuor leggero un potenziale di quindici segnature: tante ne hanno messe insieme, fino alla 21esima giornata, i vari Matri (sette gol), Pinilla (tre), Antonelli (due, più quello con il Palermo "in coabitazione" con Bertolacci), Fetfatzidis (due). Quindici su ventinove, quante sono le reti messe a segno finora dal team rossoblù (tra cui due autoreti). Personalmente, mi pare un'enormità. Chi colmerà il vuoto? Queste erano certezze, piaccia o meno. Il mercato, in cambio, ha riportato a Genova per l'ennesima volta Borriello, attaccante ormai 32enne che nella passata stagione ha giocato appena undici gare con la Roma (di cui solo sei partendo titolare), e che nell'anno solare 2014 ha visto il campo in appena due circostanze. E' lecito dire che si tratti di un salto nel buio, al di là dell'innamoramento perenne dei fans genoani per il giocatore (che, per carità, ha fatto benissimo nelle due precedenti esperienze sotto la Lanterna)? Assieme a lui, ecco alcuni discreti mestieranti (Ariaudo, Pavoletti), due giovanotti di cui si attende l'esplosione da un paio d'anni (Laxalt e Niang) e un paio di scommesse straniere (Tambè e Bergdich). 
RIVOLUZIONE NON NECESSARIA - Mi sembra, francamente, si sia azzardato un po' troppo. Dopo il capolavoro di Genoa - Milan auspicai che non si smontasse il giocattolo, ma, ancora una volta, i miei sono rimasti sogni. E' vero, ci sono ancora i "craque" Perin e Perotti, peraltro destinati a una breve militanza in rossoblù (soprattutto l'argentino); ci sono ancora Kucka, quel Bertolacci che è ormai un punto fermo, la rivelazione Falque, un Lestienne su cui vale la pena insistere, ragazzini che hanno già fatto intravedere le loro doti come Izzo e Mandragora; e si spera in un sollecito rientro di Marchese e Costa, a questo punto divenuti fondamentali nell'economia del gioco di Gasperson. Però, ecco, mi attendevo una maggiore stabilità. Dall'esterno, per chi come me non ha la possibilità di ricevere "rumors" dallo spogliatoio e dalle stanze della dirigenza, la sensazione era che la squadra avesse raggiunto una quadratura tecnica, tattica e psicologica in virtù della quale non erano assolutamente necessarie rivoluzioni; e non può certo giustificarle la crisi di risultati dopo Genoa - Roma, della quale ho ampiamente parlato, causata essenzialmente da tre fattori: l'assenza di "Don Diego", una generale (ma non netta) flessione di rendimento dopo una prima parte di stagione "monstre", e l'inaccettabile sequenza di strafalcioni arbitrali da... radiazione dall'albo dei fischietti. 
MENO ITALIANITA' E PIU' INCOGNITE - Ripeto, non voglio fare il pessimista ad oltranza. In tre anni e mezzo di blog, ho criticato il Genoa quando era da criticare, l'ho sostenuto e lodato quando ha mostrato, a parer mio, di meritarselo. Però è un fatto che si siano messe da parte sicurezze acquisite sposando incognite assolute. E, particolare che personalmente non trascuro mai, il Genoa ha annacquato quella sua italianità che ne aveva contraddistinto l'operato estivo, rivolgendosi anch'esso con decisione al mercato straniero laddove poteva diventare, assieme al Sassuolo e a pochi altri club, un portabandiera della valorizzazione del "prodotto interno". Con ciò, non voglio dire che Borriello non possa fare, nel girone di ritorno, anche più gol di Matri, avendo al fianco satanassi come i citati Perotti, Falque e Lestienne, né che un Laxalt non possa emergere o che un Tambè non si mostri l'ennesimo frutto azzeccato dello scouting rossoblù. Ma chi, al momento, parla di Genoa "non indebolito", perlomeno sulla carta, è lontano dalla realtà. 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                             Parolo: ottimo rinforzo per la Lazio

ATALANTA - Cambiamenti non di poco conto, dopo alcune stagioni all'insegna di una sostanziale stabilità e della conferma di un nucleo storico affidabile e vincente, arricchito di volta in volta da pochi e azzeccati innesti. La "Dea" ha infatti perso in extremis due colonne come Consigli e Bonaventura, e non se ne può non tener conto nel valutare un mercato in chiaroscuro: si tratta di elementi che, con una parata o un'invenzione, hanno portato in dote un notevole surplus di punti, negli anni scorsi. Partenze certo più pesanti di quella di Yepes, il quale, carta d'identità alla mano, dovrebbe aver regalato gli ultimi sprazzi ad alto livello al Mondiale brasiliano. Percassi ha però "rimpatriato" il folletto Papu Gomez, l'ideale per attivare sotto porta Denis e un Boakye che insegue il decollo. L'intramontabile Biava e Dramé significano esperienza e sostanza in retroguardia, Cigarini continuerà a tessere sapientemente la sua tela nel mezzo, mentre dovrebbero trovare spazio ragazzi di casa nostra come Zappacosta e D'Alessandro, quest'ultimo protagonista della promozione del Cesena. Soprattutto, è attesa la valorizzazione di Baselli, una delle speranze del derelitto calcio azzurro, intelligenza tattica e piedi buoni per la zona nevralgica. 
CAGLIARI - Un sentito grazie a Zeman, "mosca bianca" perché ha deciso di puntare forte su un gruppo di chiara marca italiana e prevalentemente giovane, in un torneo malato grave di "esterofollia". Colombi o Cragno in porta, Capuano e Murru in difesa, Crisetig a reggere le fila della manovra nel mezzo, Longo in avanti accanto alla bandiera Sau. E poi ci sono sempre i pilastri Rossettini, Daniele Conti e Ibarbo. Non sarà facile, anche per l'integralismo tattico del boemo che non conosce mezze misure e coltiva da sempre una sola idea di gioco, ma chi ama davvero il football tricolore, quello vero, non può che augurare ai sardi di poter festeggiare, a maggio, la permanenza nella massima categoria. 
CESENA - Fra arrivi e partenze, il quadro tecnico non sembra cambiato di molto rispetto a giugno. Il livello, cioè, è più o meno lo stesso della marcia cadetta impreziosita dalla promozione all'ultimo tuffo, ma la Serie A è tutta un'altra cosa, anche se l'avvio è stato incoraggiante. Le certezze si chiamano Cascione, eclettico centrocampista settepolmoni di incommensurabile importanza tattica, e Marilungo, che vuole dimostrare di essere un bomber valido anche per la Serie A, dove ha sempre deluso dopo i promettenti esordi in maglia Samp. Leali è un'esponente della rifiorita scuola di portieri italiani, Lucchini rinsalderà la terza linea, Renzetti approda finalmente alla categoria cui sembrava predestinato ai tempi degli esordi giovanili nel Genoa, Camporese e D'Alessandro potrebbero essere acutamente rimpianti. Sarà sofferenza fino all'ultimo. 
CHIEVO - Come l'Atalanta, cambio di strategia: mercato movimentato dopo l'immobilismo pressoché assoluto di dodici mesi fa. Anche qui, discreta fiducia ai giovani made in Italy: ci sono i vicecampioni d'Europa Under 21 Bardi (che però deve far dimenticare certe amnesie della passata stagione) e Biraghi, c'è un Bellomo dai piedi raffinati e capace di alzate d'ingegno di gran pregio ed efficacia in fase conclusiva. Altri acquisti di notevole peso: Gamberini è un difensore di qualità che ha praticamente perso un anno (a Genova) per acciacchi fisici: se recuperato appieno, è un puntello importante, così come il tuttofare Izco e come uno Schelotto che deve ancora trovare la sua autentica dimensione e adeguata continuità (nelle giornate buone, è da grande squadra), Birsa da comprimario ha fornito discreti sprazzi nel Milan. In avanti Maxi Lopez è un salto nel buio (alla Samp solo l'acuto nel derby, poi il vuoto), senza Thereau il peso della ricerca del gol rischia di finire solo sulle spalle di Paloschi, comunque ormai sufficientemente solide. Se Corini trova l'alchimia giusta, la salvezza potrebbe essere meno problematica del previsto. 
EMPOLI - Sarà tremendamente dura restare a galla, diciamolo subito, eppure, spulciando nella rosa, qualche valore autentico si trova: la difesa, ad esempio, schiera Rugani e Bianchetti, fra i pochi difensori italiani "in erba" di reale prospettiva (del secondo ricordiamo uno splendido Europeo in Israele, l'anno scorso). Nel mezzo la scommessa è Guarente, centrocampista solido e qualitativo smarritosi fra gravi problemi fisici e troppi cambi di casacca, mente Laxalt, emerso gagliardamente dalla tormentata stagione bolognese, sa già cosa voglia dire lottare al calor bianco dei bassifondi. E in prima linea ci sono pur sempre Tavano e Maccarone, che però nel tempo si sono consacrati come bomber più da B che da A. Insomma, si ballerà di brutto, ma se gli azzardi della dirigenza andranno a segno, hai visto mai...
FIORENTINA - Gli ultimi movimenti in entrata, Kurtic e Richards, sono di secondo piano, non certo ciò che ci si aspetta da una grande che aspira a un ulteriore salto di qualità. I veri acquisti sono le conferme di pezzi da novanta come Cuadrado (soprattutto) e Borja Valero, mentre il tocco in più dovrebbe essere il ritorno a pieno regime di Mario Gomez e Giuseppe Rossi, la coppia d'oro del calciomercato 2013 di fatto mai vista vista in campo, se non a sprazzi. E per Pepito le premesse sono tutt'altro che incoraggianti: bisogna forse rassegnarsi ad averlo a disposizione solo part time? Anche i viola si sono consegnati alla più deteriore esterofilia: fra troppi nomi improponibili e di dubbia utilità (e valore) segnaliamo un Marin che vuole riportare indietro le lancette e tornare elemento di spessore internazionale, il Basanta terzino di grande applicazione visto nell'Argentina del Mondiale, e poi il talento cristallino di Bernardeschi, che dovrà sgomitare parecchio per ritagliarsi un posto al sole. In estrema sintesi, nessuna crescita effettiva, il valore del roster è grosso modo lo stesso, l'assalto alla dirigenza Champions rimane un sogno legittimo ma presenterà le medesime difficoltà del torneo chiusosi a maggio.

                                              Lestienne: baby belga del Genoa

GENOA - Per la prima volta dopo anni, il Grifone si presenta ai nastri di partenza con un gruppo storico rimasto impermeabile alle lusinghe del mercato: Perin, Burdisso, De Maio, Marchese, Antonelli, Bertolacci, Sturaro (di fatto già juventino), il recuperato Kucka e un Antonini purtroppo fermo ai box garantiscono la continuità di spirito e di spogliatoio rispetto a un'ultima stagione discreta, a parte il crollo negli ultimi due mesi. Gravi le rinunce a Matuzalem, anima del centrocampo, e all'insostituibile bomber Gilardino, ma la campagna acquisti ha portato nomi di assoluto interesse, fra elementi con una buona esperienza in Serie A, stranieri temprati da battaglie in tornei esteri di primo piano e giovani, locali e di fuorivia, dai piedi educatissimi: la difesa sarà rinsaldata dal fiorentino Roncaglia, Rosi è un laterale basso dal rendimento costante, Rincon un centrocampista di granito con una lunga militanza in Bundesliga, Perotti ha classe e guizzi mentre si dice un gran bene del belga Lestienne, esterno in grado di rifinire e di segnare. Merita fiducia Ragusa, giovane di buona tecnica e molto incisivo dalla trequarti in su, mentre l'eredità di Gila è sulle spalle di Matri e Pinilla, non male, dopotutto. La salvezza non dovrebbe essere in dubbio, nonostante il terribile calendario di partenza possa creare qualche scompenso psicologico, in caso di ripetuti rovesci (il primo, immeritato, è già arrivato). 
INTER - Pare una compagine più solida, equilibrata e logica, se confrontata al cantiere aperto della stagione 2013/14. Ci sono discrete certezze in tutti i reparti: in retroguardia Handanovic sarà protetto da un Ranocchia più sicuro e continuo e da un Vidic il cui approdo in Italia mette un po' di tristezza, se si pensa che era oggetto del desiderio dei nostri club almeno dal 2005, ma che è comunque difensore inappuntabile. C'è il versatile Medel pronto a dare il massimo in copertura, senza dimenticare le discese dell'esuberante D'Ambrosio, mentre nel mezzo Hernanes può fornire un contributo eccellente nelle due fasi e Kovacic è atteso alla definitiva esplosione. In attacco è forse mancata la ciliegina sulla torta (poteva esserlo Borini): Icardi e Palacio garantiscono una discreta messe di gol, mentre Osvaldo è tuttora da ricostruire, mentre è stato frettolosamente premiato con una convocazione in Nazionale senza alcuna motivazione logica. 
JUVENTUS - Il terremoto Conte è stato destabilizzante solo in parte, perché la sensazione netta è che fosse nell'aria da tempo. Allegri si ritrova a guidare una Signora senza grossi miglioramenti rispetto all'ultimo torneo: il declinante Evra, Pereyra, Romulo e Morata spostano poco a livello interno, nulla una volta varcati i patrii confini, mentre lo zoccolo duro italiano comincia a essere minato dall'età e dagli acciacchi in Buffon, Barzagli e Pirlo. Ci si affida alle sicurezze Bonucci, Chiellini, Marchisio, Vidal e Pogba, nonché ai puntuali gol di Tevez e Llorente, ma per il definitivo salto di qualità verso la gloria europea ci vuol altro. 
LAZIO - Protagonista del mercato. E' riuscita a portare in Italia uno dei migliori difensori di Brasile 2014, l'olandese De Vrij, eppure l'impresa, clamorosa di questi tempi, non ha avuto il risalto adeguato. Centrocampo poderosamente rinforzato con l'inesauribile Basta e con il nazionale Parolo, costruttore e finalizzatore, formidabile uomo ovunque. E ci sono ancora le garanzie offerte da Lulic, Ledesma, Biglia (ringalluzzito da un Mondiale di buona grana), un Klose che setaccerà le ultime pepite dalla sua dorata carriera, e il guastatore Candreva, animato da una poderosa voglia di riscatto dopo l'amara esperienza sudamericana. L'esordio non è stato felice, ma il team di Pioli può andar lontano, sperando che il pubblico seppellisca l'ascia di guerra. (1 - CONTINUA). 

DOPO IL CALCIOMERCATO: ITALIA COLONIZZATA. FRA I GIOIELLINI AZZURRI SOLO BONAVENTURA SALE DI GRADO

                                             Bonaventura: farà grande il Milan? 

Meno male che questa doveva essere l'estate in cui porre le basi per il rilancio del vivaio nostrano. Certo, a parole, come sempre. Perché a calciomercato finalmente chiuso un elemento balza agli occhi, ben più dei colpi annunciati e mai realizzati ("Falcao non va alla Juve": ma va?) e dei pedatori d'oltrefrontiera spacciati per fenomeni: solo uno dei "ragazzi italiani", inserendo in questa categoria quei calciatori giovani o ancora relativamente giovani facenti parte del "giro azzurro", è stato oggetto di vero interesse da parte dei nostri club di vertice. Stiamo parlando di Giacomo Bonaventura, gioiellino dell'Atalanta, sulle cui tracce si è lanciato in extremis il Milan (nei giorni precedenti c'era forse stato un timido tentativo dell'Inter), abile a battere in poche ore la concorrenza del Verona. Spiace per gli orobici,  ma per "Jack" è il giusto premio: ha già dimostrato, soprattutto nell'ultima stagione, di meritare ampiamente una chance di primo livello, prolungarne ulteriormente l'anticamera in una "media" sarebbe stato delittuoso, considerato che il trequartista ha già 25 anni, non è quindi propriamente un fuoriclasse in sboccio. 
GIOVANI AI MARGINI - E già: Bonaventura, e poi il vuoto o quasi: ci sarebbe da citare Bernardeschi, al quale auguro tutto il bene possibile, ma che per il momento sembra destinato a partire dalle retrovie nella Fiorentina (felice di essere smentito, nel caso). Gli altri prodotti rampanti di casa nostra sono rimasti ai margini del mercato. La "pista Borini" attribuita all'Inter si è volatilizzata nel giro di un paio di giorni, dei 23 della rosa azzurra in Brasile il solo Parolo (comunque un ventinovenne) ha cambiato casacca restando nel nostro Paese (dal Parma alla Lazio). I tanti virgulti in cerca di affermazione si sono trovati di fronte una freddezza generalizzata: Baselli è ancora a Bergamo, Berardi e Zaza (quest'ultimo neo nazionale) trascineranno il rinforzato Sassuolo a una presumibilmente facile salvezza, Gabbiadini sarà ancora un punto di forza della Sampdoria dove però difficilmente avrà ulteriori opportunità di crescita e di miglioramento, e dove oltretutto è stato raggiunto da Alessio Romagnoli, uno dei difensori più promettenti dell'ultima covata made in Italy, giovanotto che la Roma ha pensato bene di "esiliare" proprio quando avrebbe potuto rischiare puntando (anche) su di lui per colmare il vuoto lasciato da Benatia. E meno male che il Genoa ha resistito alla corte di Bologna e Catania per Antonino Ragusa, che è arrivato a potersi giocare l'occasione della vita in Serie A e invece rischiava di essere immediatamente dirottato al piano di sotto, per un esiziale e inutile prolungamento di gavetta. 
PIENI DI STRANIERI - Mi ero ripromesso, quest'estate, di salvare sul mio pc le immagini delle home page dei quotidiani sportivi italiani, giorno per giorno, per documentare lo sconsolante andamento del mercato. Non ce l'ho fatta, lo sconforto ha preso il sopravvento, ma fidatevi: le prime pagine online erano costantemente piene di improponibili nomi stranieri che solleticavano l'appetito delle nostre grandi. Purtroppo molti di questi appetiti si sono poi tradotti in reali acquisti (o prestiti: di soldi ne girano sempre meno). 
Il quadro è allarmante: in questi mesi sono approdati nell'ex Bel Paese quasi ottanta nuovi stranieri (e parliamo solo di massima serie). Non male, se pensiamo agli alti lamenti levatisi dopo la sconfortante spedizione Mundial pilotata da Prandelli. Che ci sia da rinforzare la rosa o da coprire un buco, si punta invariabilmente sul mercato d'oltrefrontiera, il nostro vivaio e le nostre serie minori sono ormai sistematicamente ignorati. 
COMAN SI', CRISTANTE NO - Fra i club di primo piano, Napoli e Fiorentina sono avviati a superare l'Inter, quanto a esterofilia: trovare un "azzurrabile" fra le loro fila è impresa ai limiti dell'impossibile, tanto che mi viene persino da capire (ma non giustificare) il crescente nervosismo di Insigne, un concentrato di classe pura non valorizzato a dovere sotto il Vesuvio. E nelle retrovie si è adattato persino il Verona, in cui il solo italiano destinato a partire titolare sembra essere lo stagionatissimo Toni. Il tutto mentre la squadra guida del nostro scalcinato movimento, dicasi la Juventus, pur avendo in giro per la Penisola diversi talenti in rampa di lancio (il già citato Berardi, ad esempio) preferisce affidarsi a un Under 21 francese, Coman, ovviamente subito titolare alla partenza del campionato. E lo stesso Milan, "benemerito" per l'acquisto di Bonaventura, dirotta però in Portogallo un'altra grossissima speranza del nostro football, Cristante.
Questo è un altro punto dolente: i giovani stranieri sembrano sempre più pronti dei nostri. Secondo alcuni perché, semplicemente, sono più forti. Ovviamente è una favoletta, e io, scusatemi, non ci sto più: la scuola italiana è da sempre una delle più prolifiche e competitive, la differenza rispetto al passato è che c'è meno pazienza verso i nostri babies, e che soprattutto gli spazi per loro si sono drasticamente ridotti, anche nei settori giovanili. I motivi di questo ossessivo, patologico rivolgersi al mercato di fuorivia sono più economici che tecnici, è chiaro. Lo dimostra il fatto che invece, all'estero, al "prodotto italiano" ci credono ancora: hanno lasciato la compagnia Balotelli, Immobile e Cerci (povero Toro...), oltre al Cristante di cui si è appena detto. 
CI VUOLE UN ESEMPIO DA SEGUIRE - Resta il fatto che se qualcuno non comincia a dare l'esempio, in un momento oltretutto favorevolissimo per una ripartenza in grande stile dei vivai, è notte fonda, e quella che ho definito in un precedente articolo "deriva ungherese", cioè il rischio che il nostro calcio declini repentinamente e irrimediabilmente come accaduto a quello magiaro, è davvero dietro l'angolo. In tal senso, meritano il massimo sostegno squadre come Cagliari, Genoa, Sampdoria, Sassuolo, che continuano a puntare su un forte nucleo nostrano (ma anche il solito Milan, via, unica fra le big con diversi azzurri di prospettiva in rosa), mentre mi aspettavo sinceramente più coraggio dal nuovo CT Conte, magari con una convocazione spiazzante tipo quella post Euro 2012 di Prandelli, che chiamò "pivellini" come Perin e De Sciglio, a corto o all'asciutto di esperienza in Serie A. Se poi stiamo ad aspettare il neo presidente federale Tavecchio stiamo freschi: vedremo quali saranno i suoi provvedimenti salvacalcio (dei quali, a quasi un mese dall'elezione, ancora non vi è traccia nemmeno a parole): il rischio di trovarci di fronte a un simil Renzi (tante chiacchiere e zero fatti) è concreto. Vedremo. 

venerdì 22 agosto 2014

BALOTELLI AL LIVERPOOL: SCONFITTA PER IL MILAN, PER IL CALCIO ITALIANO, PER LUI. MARIO, E' L'ULTIMA CHANCE

                                Balotelli sbuffa: finisce male anche l'avventura al Milan

Balotelli è stato svenduto. Se prendiamo per buone le allucinanti, inaccettabili quotazioni che tengono banco nel calciomercato d'oggidì, cedere per una ventina di milioni (più o meno) un attaccante di 24 anni appena compiuti, di discreto curriculum anche internazionale, in un momento di notevole difficoltà (più umana che tecnica, anche se un aspetto influenza l'altro) ma potenzialmente in grado di rivalutarsi alla grande nel giro di un paio di stagioni, beh, non mi pare propriamente una genialata, al di là dei discorsi sulle plusvalenze favorevoli al Milan di cui leggevo stamattina. Del resto appena due mesi fa, prima del Mondiale, lo stesso atleta poteva essere dato via, per quel poco che me ne intendo, ricavandone diversi milioncini in più, diciamo almeno una decina. Insomma, il "Mario non più super" in volo verso Liverpool è una sconfitta per molti: per lui (e di questo parleremo più avanti), per il calcio italiano che perde uno dei primattori del suo già spoglio palcoscenico interno, un protagonista ancor giovane che, se inquadrato nella giusta maniera, potrebbe deflagrare a livelli al momento inimmaginabili (pur se in grosso ritardo rispetto alle attese), e per la società rossonera, che ha gettato la spugna preferendo una monetizzazione immediata alla sfida, ardua ma affascinante, di recuperarlo caratterialmente e rilanciarlo, facendone il fulcro delle speranze di risalita di un top club in declino. 
PERDE MARIO - Sconfitta anche per Mario, sì, nonostante le apparenze dicano l'esatto contrario. In fondo se ne va in un campionato di primissimo piano, con appeal nettamente superiore a quello nostrano, in una squadra di vertice, e continuerà a guadagnar bene (eufemismo). E' un ragazzo fortunato, il Balo: perché dopo l'ennesima occasione mancata per entrare nell'Olimpo dei più grandi, a giugno in Brasile, non era facile prevedere per lui la possibilità di giocarsi subito un'altra sfida ad altissimo livello, anzi, di andare a star meglio, lontano dalle tristezze di una Serie A sempre più modesta. 
La logica avrebbe detto: resterà al Milan perché nessuno vorrà accollarsi la patata bollente. E secondo me sarebbe stata una buona scelta per tutti: per il Diavolo, che comunque si sarebbe ritrovato in rosa uno che nell'ultimo torneo, giocato spesso con la luna di traverso e in un contesto tecnico dimesso, ha infilato in porta 14 palloni quasi passeggiando, quindi con margini di miglioramento sulla carta abissali; per Inzaghi, pungolato dalla necessità di inventarsi una strategia finalmente efficace, dopo i fallimenti di tanti "buoni padri di famiglia" (ultimo in ordine cronologico, Cesare Prandelli), per mettere in riga il ragazzo e tirare fuori l'ipotetico campione che è in lui; e per Mario stesso, che avrebbe avuto una serie di valide ragioni per mettere da parte la rabbia col mondo immotivata e l'indolenza in campo: ad esempio dimostrare di non essere solo un bad boy da copertine di rotocalchi, e riguadagnare a suon di prestazioni convincenti un posto in Nazionale che non può spettargli per diritto divino, il tutto nella consapevolezza che ormai il tempo stringe. E invece anche per lui, in fondo, si è trattato di una dorata fuga dalle proprie responsabilità. 
LE POTENZIALITA' DEL RAGAZZO - Chi mi segue sa che "Note d'azzurro" ha sempre avuto un occhio di riguardo per Balotelli, pur non mancando di deprecarne gli eccessi. Elencare le motivazioni di questa "linea editoriale" sarebbe forse una inutile ripetizione, per i miei pochi lettori. In sintesi, posso dire di aver da sempre visto in Mario potenzialità calcistiche enormi: classe nei piedi, strapotere fisico, tiro devastante, e quelli che al bar sport chiamano "colpi", fiammate improvvise, magari isolate, capaci di cambiare volto a una partita (tra le tante, ricordo un'incredibile prodezza dalla distanza col Bologna, nel campionato scorso); in più, nei (pochi) momenti di... luna buona, persino la capacità di giocare per la squadra, di sacrificarsi, di "sbattersi" facendo reparto da solo (pensiamo all'ultimo biennio in Nazionale, giocato spesso da unica punta autentica). Aggiungiamoci il fatto che ben pochi ragazzi del nostro vivaio, negli ultimi dieci anni, hanno avuto, all'esordio, un impatto così devastante col calcio "adulto": forse il solo El Shaarawy, ecco. E poi le statistiche: non molti attaccanti azzurri di primo piano son riusciti, nelle loro prime tre stagioni "vere" in maglia tricolore, a raggiungere quota 13 reti come lui; se pensiamo che alcuni bomber storici (Vieri e Inzaghi, ad esempio) si sono attestati, a fine percorso, poco oltre i venti gol, capiremo la portata dell'attuale score (parzialissimo) del neo Liverpool, per di più ottenuto giocando spesso ben al di sotto del 100 per 100 delle effettive capacità. 
O SI SBLOCCA, O SARA' "CASSANO II" - Credevo, e credo, talmente in lui da avergli dedicato una lettera aperta prima del Mundial. Poi, in Brasile le cose sono andate male, ma a ben vedere Mario, comunque insufficiente nel complesso delle prestazioni iridate, non è stato affatto peggiore di molti suoi compagni che, nella circostanza,  hanno davvero raschiato il fondo del barile della credibilità calcistica; e quello spogliatoio italiano, rivelatosi così profondamente minato dalle divisioni, non era certo il brodo di coltura ideale per permettere a un umorale, uno complicato come lui di esprimere al massimo la propria classe. 
Ciò non toglie che il ragazzo sia all'ultimo bivio della carriera: da qui in poi non può più sbagliare. Lo si era detto per l'avventura milanista, lo si è ripetuto per lo snodo cruciale di Brasile 2014, ma adesso ci siamo davvero: se anche Liverpool dirà no, Balotelli diventerà ufficialmente il nuovo Cassano, un talentissimo inespresso per limiti caratteriali destinato a recitare ruoli di primo piano soltanto ai margini dell'impero calcistico, in realtà di provincia dignitose ma certo non attendibili metri per misurare la caratura di un pedatore: e infatti abbiamo visto quali sfracelli ha combinato, il pugliese, una volta travasato dal Parma all'arengo della Coppa del Mondo... 
MA E' COSI' DIFFICILE DISCIPLINARLO? - Non essere riuscito a vincere questa sfida con se stesso in Italia, in un ambiente a lui sostanzialmente favorevole (nel club, in Nazionale, persino a livello di critica) è una sconfitta, lo ribadisco. Ma rimangono anche i dati di fatto di cui sopra, che attestano quali gioielli racchiuda l'impenetrabile scrigno... balotelliano, sol che qualcuno riesca finalmente a forzarlo. Il problema è tutto qui: la maggioranza di appassionati ed esperti ritiene che ormai questa operazione sia irrealizzabile, che il ragazzo sia entrato in un circolo vizioso da cui non potrà uscire, che la situazione sia cristallizzata in negativo. Questione di opinioni, e la mia è opposta. 
Certo, d'ora in poi occorrerà inflessibilità (magari a partire da una temporanea e salutare esclusione dalla Nazionale, come auspicavo in uno dei miei pezzi post disastro Mundial): verso il ragazzo per chi dovrà allenarlo ed "educarlo", e di Balotelli verso se stesso. Sensazione personale: fino ad ora, per cambiare questo stato di cose c'è stato poco impegno da ambo le parti: da parte di Mario, sul quale Prandelli ha espresso l'unica valutazione corretta (o una delle poche) del suo secondo biennio azzurro ("deve uscire dal suo mondo virtuale") e da parte di chi lo ha avuto "in cura" (allenatori e dirigenti), non riuscendo a trovare la chiave giusta per indirizzarlo correttamente e disciplinarlo, ciò che dovrebbe essere un loro compito, oltre a tracciar schemi tattici alla lavagna o a comprare e vendere calciatori; perché parliamoci chiaro, il siculo - bresciano sarà anche un ribelle difficile da domare, ma non penso proprio rappresenti un caso umano irrisolvibile, di fronte al quale alzare le braccia in segno di resa. Non scherziamo... Ecco, spero che a Liverpool l'impegno di tutti non manchi, perché il gioco continua a valere la candela: si parla del recupero di un calciatore di classe, e dello "svezzamento" di un uomo un po' bambino, il cui carattere, a 24 anni, può e deve essere ancora modificabile in meglio. Perché di modificare si parla, non di trasformare: ammorbidire e smussare gli angoli, semplicemente. Sarà la volta buona? 

giovedì 24 luglio 2014

IL PUNTO SUL MERCATO DEL GENOA: QUANTO MANCA GILARDINO! PERIN E ANTONELLI BANDIERE, MATRI E RAGUSA SCOMMESSE

                                                 Antonelli, bandiera rossoblù

Il calciomercato italiano 2014 è roba da Ghostbusters: inconsistente come i fantasmi. Non poteva essere altrimenti, del resto, dopo il ridimensionamento del nostro movimento pallonaro, sancito dal secondo consecutivo fallimento mundial e da tante stagioni europee coi nostri club a fare tappezzeria. Lo si sapeva: le autostrade dei grandi trasferimenti corrono lontane dallo Stivale, i campionissimi si accasano altrove (sempre nelle stesse società pigliatutto, peraltro, ma il discorso sarebbe troppo lungo), mentre da noi arrivano vecchie glorie (Evra, Ashley Cole), emergenti tutti da scoprire (lo sfortunato Morata), oscure scommesse e modesti mestieranti. Calma piatta anche sul versante dei movimenti interni, se si esclude il colpaccio Iturbe messo a segno dalla Roma. In questo sconfortante contesto, il Genoa non può ovviamente fare eccezione. Le difficoltà economiche, per quanto non da ultima spiaggia come dipinte da qualche testata locale, indubbiamente esistono, nuovi proprietari, cinesi o svizzeri che siano, non paiono essere alle porte, nonostante qualcosa si stia muovendo (altro che "questione di ore", come avevano vergato due illustri firme cittadine qualcosa come tre mesi fa...), e Preziosi fa quel che può, in un contesto globale (il calcio tricolore) già depresso di per sé. 
GILA, ASSENZA CHE PESA - Il mercato è ancora lungo, ma sarà il caso di fare un primo punto della situazione, visto che le vacanze sono finite e il Grifo sta già lavorando nell'ormai abituale ritiro austriaco di Neustift. La sensazione, al momento, è di un Genoa complessivamente indebolito, seppur in maniera non drammatica, e destinato a una stagione di discreta sofferenza, se Gasperini non trarrà fuori dal cilindro una di quelle alzate di ingegno che gli avevano consentito, anni fa, di diventare un tecnico fra i più apprezzati della nouvelle vague italiana. Non giriamoci troppo attorno: la perdita di Gilardino è gravissima, come può esserla quella di un ex campione del mondo ed ex Nazionale ancora nel pieno delle proprie forze. 
Personalmente, ho sempre avuto l'impressione che Alberto sia stato più che altro "sopportato", in rossoblù: mai stimato fino in fondo, mai considerato perno inamovibile di un progetto a lunga scadenza, come invece avrebbe meritato per curriculum e professionalità. Per non parlare di una consistente parte di tifoseria, che davanti a lui ha sempre storto il naso sbavando invece per Borriello (che di Gila, chiariamolo subito, in termini qualitativi vale sì e no la metà, a voler esser generosi). L'attaccante piemontese ha disputato una "temporada" da 7 - 7,5: ha segnato gol importanti, quindici in totale, ne avrebbe potuti fare di più ma ha scontato le difficoltà tattiche di una squadra in cui il peso del reparto avanzato è gravato troppo spesso solo sulle sue spalle. Ha forse perso l'azzurro a causa della netta flessione fatta registrare dalla "Gaspe - band" negli ultimi due mesi di campionato, la meno scandalosa delle tante scandalose decisioni prese dal cittì Prandelli al momento di selezionare i ventitré per il Brasile. Era, insomma, un "tesoro calcistico" che avrebbe meritato ben altra valorizzazione. 
E SE MATRI... - Intendiamoci, al suo posto è arrivato Matri, e non c'è proprio da strapparsi i capelli: anche lui nel giro del Club Italia fino a tre anni fa, oggi va però considerato come una scelta a rischio, dopo la deludente mezza stagione alla Fiorentina. Certo, era stato chiamato in viola per non far rimpiangere Pepito Rossi, impresa titanica per chiunque, ma qualcosa in più del magro bottino di quattro reti era lecito attendersi. E' comunque un buonissimo attaccante, uno che in un contesto come quello rossoblù, circondato dalla fiducia dell'ambiente, con compagni che lavorano per lui, inserito in un meccanismo offensivo dinamico e ricco di soluzioni, potrebbe rifiorire a livelli insperati: proprio come il Borriello di qualche tempo fa, in fondo. Ma il "cinese" Alberto era, ed è, un'altra cosa. 
ATTESA PER RAGUSA - La vitalità e l'imprevedibilità in prima linea dovrebbero essere garantite dal rientrante Kucka, che l'anno scorso, prima della rottura del crociato, utilizzato come esterno nel trio d'attacco aveva sfoderato doti da fromboliere prima ignote, e anche dal giovane e poliedrico Ragusa, ottimo in B col Pescara e tornato alla casa madre perché, a 24 anni, è giunta l'ora di esplodere, lanciando magari qualche segnale al prossimo selezionatore azzurro. Tutto ciò nell'attesa di vedere di che pasta sia fatto Diego Perotti, che nelle ultime stagioni, fra Spagna e Argentina, ha accumulato poche presenze e ancor meno prodezze sotto porta (anche per grossi guai fisici, intendiamoci): insomma, uno di quegli azzardi  di fuorivia per i quali non impazzisco (eufemismo), ma sono ovviamente pronto a rivedere il giudizio in caso di responsi incoraggianti del rettangolo verde; stesso discorso applicabile, per inciso, al terzino Edenilson, che pare prossimo all'arrivo dall'Udinese. 
MATUZALEM VIA, STURARO PROMESSO BIANCONERO - Anche difesa e centrocampo hanno perso pedine importanti: il laterale basso Vrsaljko, uno dei migliori prospetti europei, ceduto al Sassuolo, e nel mezzo Matuzalem, elemento chiave per la manovra in fatto di agonismo, carisma ed efficacia nelle due fasi: non è un caso che il Genoa 2013/14 sia calato bruscamente dopo l'uscita di scena del brasiliano per infortunio. Aggiungiamoci anche Sturaro, che è il presente ma non il futuro: divenuto a tutti gli effetti un giocatore della Juventus, dovrebbe rimanere dodici mesi a Genova, per fare esperienza e trovare quegli spazi da titolare che nelle big, ahimé, per i virgulti italiani è sempre difficile conquistare; pure Marco Motta, rinato sotto la Lanterna dopo tanti tornei anonimi che l'avevano fatto sprofondare nel limbo delle promesse mancate, è rientrato alla Vecchia Signora dopo il prestito semestrale, mentre sarebbe stato un puntello importante per la terza linea. 
VECCHIA GUARDIA AFFIDABILE - Ci si affida a una vecchia guardia tutto sommato qualitativa, e già questa è una bella conquista, dopo anni di rivoluzioni estive che avevano reso chimerico il consolidamento di un gruppo storico, fondamentale per acquisire un'anima di squadra e continuità sul lungo periodo: Perin, esponente della rinvigorita scuola italiana dei portieri, è stato fin qui trattenuto, Antonelli (misteriosamente sparito dagli orizzonti prandelliani al termine del suo miglior campionato in carriera) è diventato una bandiera; dovrebbe rimanere Burdisso, sperando che le défaillance della prima stagione genoana siano state frutto di un momento negativo e non, piuttosto, i sintomi del declino fisico; ci sono ancora De Maio, che deve limare gli eccessivi alti e bassi della prima esperienza in rossoblù, Marchese, una garanzia, e soprattutto Antonini, che è però alle prese con problemi al ginocchio di non facile soluzione. 
CHI E' ARRIVATO, COSA SERVE - E' rimasto anche Bertolacci, che però deve uscire dal bozzolo e fare il salto di qualità definitivo, avendo i mezzi tecnici per diventare un califfo della zona nevralgica, così come è lecito chiedere al furetto Fetfatzidis un contributo di brillantezza e imprevedibilità più sostanzioso, anche se il gol alla Roma con cui ha chiuso l'ultimo campionato fa in fondo ben sperare. Si è stranamente rinunciato al rientrante Tachtsidis, organizzatore di gioco di buona grana per quanto non ancora del tutto convincente agli alti livelli: nel cuore della manovra manca qualcosa, è evidente. Fra i nuovi al momento arrivati, dietro ci si aspetta molto da Rosi, a patto che sia il Rosi del Parma di due anni fa, sicuro in copertura e abile negli inserimenti offensivi; quanto a Greco, è certamente un elemento utile per la sua duttilità, uno in grado di lavorare molti palloni e di portare in dote intensità e applicazione, ma non certo un campione, uno di quelli che fanno alzare l'asticella delle ambizioni. E', insomma, un Genoa che necessita ancora di tre - quattro innesti, equamente divisi fra difesa e reparto di mezzo, con in più un'alternativa valida per la prima linea. Ma siamo ancora all'inizio dei giochi...