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domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: BILANCIO FINALE

Nel lungo romanzo del Festival di Sanremo, il capitolo dedicato al "quadriennio Mazzi" (il direttore artistico dimessosi ieri alla vigilia della finale) sarà probabilmente intitolato "Dittatura talent". Sbrigativo e non certo rappresentativo in toto della complessa realtà sviluppatasi all'Ariston e dintorni dal 2009 al 2012, ma certo ineccepibile sul piano puramente statistico, perché l'albo d'oro non mente: in quattro edizioni, tre vittorie di "Amici di Maria", alle quali possiamo aggiungere quelle, fra i Giovani, di Tony Maiello nel 2010 (passato da X Factor) e , a buon peso, di Alessandro Casillo l'altroieri (reduce da "Io canto"). 
EMMA, PERCHE' NO? - Ora però bisogna intendersi: generalizzare è sempre sbagliato, ogni caso va analizzato nella sua unicità, e, in soldoni, faccio estrema fatica a mettere sullo stesso piano i trionfi di Marco Carta (soprattutto) e Valerio Scanu e quello, fresco fresco, di Emma. I primi due erano stati per diversi aspetti scandalosi: quello di Carta per il dubbio talento, la scarsa preparazione tecnica e la bassa qualità del brano presentato, quello di Scanu perché in concorso c'erano almeno cinque - sei canzoni superiori. Per Emma, sinceramente, non me la sentirei di gridare allo scandalo: dei tanti prodigi o presunti tali usciti da questi benedetti talent, lei è sicuramente uno dei più "solidi", sia nell'attualità sia come prospetto. Personalità e doti interpretative non le mancano, e "Non è l'inferno", l'ho già scritto nel pagellone di ieri, era modellata su misura per puntare al primo posto, una canzone di stampo festivaliero aggiornata secondo i crismi degli anni Duemila.
Allo stesso modo, non trovo inopportuno il richiamo, nel testo, alla drammatica realtà italiana: c'è chi ha parlato di paraculismo e ruffianeria, e posso anche capire, ma sinceramente io trovo sufficientemente credibile una giovane donna, da poco arrivata al successo, che canta del lavoro che manca e delle difficoltà ad arrivare a fine mese, e ricordo che quella che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre che questo sventurato Paese ci ha "regalato": è una tragedia sociale che sta praticamente cancellando sogni e prospettive di vita di una generazione, e, se è vero che Sanremo è in parte specchio della nazione, credo sia persino doveroso che non rimanga chiuso in una bolla di vetro e che, anzi, amplifichi anzi tutto questo disagio. 
DOLCENERA IN... ZONA UEFA -  Questo in linea generale. Poi ci sono le valutazioni sulla qualità dei brani, che però a caldo sono in larga parte personali e solo sul lungo periodo potranno diventare più oggettive e tecniche: secondo me, ad esempio, Dolcenera ha portato quest'anno il miglior pezzo della sua carriera, e uno dei migliori in assoluto della rassegna: il solito brano che può godere di vasti consensi a Festival concluso, ma che nella gara canora, di solito, si ferma a ridosso del podio o poco più indietro, come è avvenuto. Così come non può sorprendere l'esclusione dal sestetto finale delle elaborate proposte di Bersani e Finardi, pur così diverse fra di loro. Riguardo ai primi tre, la sorpresa non è tanto Arisa, la cui canzone è assolutamente in linea con la tradizione melodica italiana e sanremese ed è stata impreziosita da una interpretazione di mostruosa perfezione e oltremodo sentita, ma Noemi, della quale del resto avevo già sottolineato lo straordinario talento vocale e la pregevolezza di un brano orecchiabile ma al contempo non banale, una disincantata ballad sulle pene d'amore con un ritornello quasi ossessivo che non può non farsi ricordare. 
TALENT E TELEVOTO ANCHE IN FUTURO - Già, Noemi: anche lei figlia di un talent, l'X Factor targato Rai. Ed è bene sia chiaro fin da ora che, nonostante la gestione di Gianmarco Mazzi sia giunta al termine (ma mai dire mai, nel mondo dello spettacolo: probabile che fra qualche anno ritorni), continuerà l'influsso sul Festival di questi particolarissimi (e per certi versi discutibili) show per aspiranti cantanti: è una realtà che, piaccia o meno, non è possibile ignorare nel mercato musicale odierno, alla luce delle crescenti difficoltà nel fare scouting che le case discografiche incontrano. Allo stesso modo, per lungo tempo non si potrà fare a meno del televoto, per tanti motivi.
Ciò che si può fare, come ha sottolineato anche l'esperto sanremese Eddy Anselmi, è trovare un sistema per ammorbidirne l'influenza sull'esito finale: se la superfinale a tre viene decisa solo dagli sms, e se fra questi tre c'è Emma o un altro "talent", il verdetto è scontato e purtroppo questa è stata una triste costante del quadriennio in oggetto (se ieri, magari, fosse arrivato all'ultimo rush un Francesco Renga, che al televoto vinse nel 2005, tutto sarebbe stato più incerto). Perché, ma è solo il primo esempio che mi viene, non inserire un voto di qualità anche per la sfida conclusiva (ma di esperti veri, però, non attricette improbabili che di musica ne sanno meno di me)? 
SANREMO O TELEPROMOZIONE? - La finalissima (che viene vista in ogni caso in misura oceanica, l'Auditel lo dimostra) si è in effetti retta in questi anni quasi esclusivamente sul pathos presunto della gara, che però anche ieri sera è risultato assai annacquato, per le ragioni suddette. Lo schema della serata conclusiva ha ricalcato in effetti quello, non troppo esaltante, di dodici mesi prima. Subito le dieci finaliste, con ritmi piuttosto sostenuti, poi una lunga attesa dei risultati da riempire con elementi di spettacolo non sempre convincenti. Gradevole ma non di grandissimo impatto Geppi Cucciari (che del resto non è artista da "far venire giù  il teatro", come aveva fatto la sera precedente Alessandro Siani, a proposito del quale si può ben dire: è nata una stella), che però guadagna punti grazie all'appello per la liberazione di Rossella Urru, sempre suggestiva la presenza dei Cranberries (da loro una lezione su come si possa sempre rimanere fedeli a un proprio stile musicale riuscendo però a non essere ripetitivi, e pazienza se Dolores ha dichiarato di non conoscere quasi nulla del repertorio musicale sanremese, glielo perdono volentieri!).
Dopodiché mi è venuto il sospetto di aver sbagliato canale, e di essere su una colossale telepromozione dei programmi Rai prossimi venturi, tipo "ApriRai" o il vecchio "Sette giorni tv": da Max Giusti a Lorella Cuccarini, fino al cast della fiction su Walter Chiari (e il venerdì era stata la volta del "giovane Montalbano" e dei protagonisti di "Ballando con le stelle"), mi è parso non mancasse proprio nessuno: forse un po' di buon gusto non guasterebbe: gli spot proposti a manetta negli intermezzi pubblicitari dello stesso Festival non erano sufficienti? Allungare meno il brodo delle serate precedenti e riservando per la finalissima qualcuno degli ospiti fatti sfilare da martedì a venerdì magari a tarda notte non sarebbe stato più funzionale alla buona riuscita dello show? E perché non aumentare il numero dei Big finalisti o, in alternativa, riservare all'apertura del Galà del sabato l'ultima sfida dei Giovani, che cosi ne guadagnerebbero in visibilità? Tutte domande che rimarrano senza risposta, grazie al pollice in su di Re Auditel.
IL PREVEDIBILE CELENTANO - Beh, certo, poi c'era Celentano, ma è stato tutto molto prevedibile: qualcuno pensava davvero che sarebbe tornato sui suoi passi chiedendo scusa? Qualcuno pensava che le giustificazioni per la  battuta - disastro sulla chiusura dei giornali sarebbero state convincenti (si è appellato all'uso del dovrebbero", ma non mi pare fosse il condizionale il nocciolo del problema)? Qualcuno pensava che non ci sarebbe stata qualche contestazione in sala, prontamente rintuzzata da applausi scroscianti non appena il molleggiato si fosse messo a cantare (promuovendo ovviamente il suo disco, anche questo prevedibile ma assolutamente legittimo, non vedo perché non avrebbe dovuto farlo e perché la cosa, per Aldo grasso, fosse così "triste")? Suvvia...
RICAMBIO GENERAZIONALE - E' stato un Festival con un buon livello musicale, pur senza picchi particolari, in linea grosso modo con gli ultimi due. Rispetto al 2011, si è forse puntato su una maggiore semplicità nella costruzione musicale, e quindi sull'orecchiabilità Ci sarà modo di ritornare sulla fine dell'era Mazzi (e conto di farlo già nei prossimi giorni), tuttavia già qui mi preme di sottolineare come l'ormai ex Direttore Artistico, fra i tanti meriti, si sia ascritto quello di aver svecchiato, gradualmente e in punta di piedi, la rosa dei partecipanti. Si era partiti, nel 2009, con una gara che schierava Al Bano, Fausto Leali, Patty Pravo e Iva Zanicchi; l'anno dopo, l'edizione da me preferita, una "violenta" ondata di gioventù, mitigata nel 2011 col ripescaggio di qualche grande vecchio e habituè della kermesse. Siamo arrivati nel 2012, e il cast dei Big ha presentato Dolcenera, Arisa, Irene Fornaciari, Nina Zilli (prodotti del vivaio sanremese negli anni Duemila),  Emma, Pierdavide Carone (da Amici) e Noemi (X Factor). In più una ragazza ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, Chiara Civello, stella del jazz. Bersani e Renga, così come d'Alessio e i Marlene Kuntz, non sono più di primo pelo ma neanche "vecchi", e sempre più o meno sulla cresta dell'onda. Fra i veterani, Dalla (che non veniva in gara da quarant'anni, giova ricordarlo) ha solo fatto da discreto accompagnatore a Carone, i Matia erano assenti dal 2005, Finardi dal '99 e solo alla terza partecipazione, l'unica vera assidua  presente è stata la Berté, peraltro in un "format" particolare con D'Alessio. Sì, il ricambio alla fine c'è stato: almeno al "Sanremofestival", l'Italia non è un Paese per vecchi. 
I CONDUTTORI - Due parole infine sulla squadra dei presentatori. Mi perdonerà Morandi, ma non mi ha convinto l'anno passato e tantomeno lo ha fatto questa settimana. Però in parte lo assolvo, per due motivi: 1) nonostante le esperienze ormai non più sporadiche sul piccolo schermo, non è un anchcor man; 2) la colpa è degli autori: non un guizzo, non un piacevole imprevisto nei loro testi. Certo, poi il Gianni è parso spesso poco reattivo nel non raccogliere certe battute. Stanchezza, lo posso capire. Capisco meno la presenza di Ivana Mrazova, la valletta (termine che le donne di spettacolo non gradiscono molto, ma in questo caso altro non era) meno incisiva di tutta la storia recente della kermesse. Di Rocco Papaleo ho scritto forse troppo poco in questi giorni, ma quel poco l'ho fatto col cuore: è un grande e poliedrico attore, il suo stralunato e ingenuo distacco, un po' recitato un po' autentico, ha reso più umana tutta la macchina Festival e più sopportabili le lunghe pause fra una canzone e un'altra, fra un ospite e un balletto. Io preferisco sempre mettere in primo piano i cantanti, ma, al di fuori della gara, auspico che Sanremo 2012 venga ricordato col volto beffardo, amico e comunicativo di Rocco, piuttosto che con quello di Celentano. 



mercoledì 15 febbraio 2012

SANREMO 2012: PRIMA SERATA, FESTIVAL SPECCHIO DI UN'ITALIA IN CRISI

Verrebbe persino da pensar male. Di fronte a uno scenario del genere, sorge quasi il sospetto che tutto sia stato studiato a tavolino, passo dopo passo, colpo di scena dopo colpo di scena, o meglio, infortunio dopo infortunio. Non si dice forse da sempre che Sanremo è lo specchio del Paese? E il Paese non sta forse attraversando la più grave crisi del dopoguerra, e una delle più gravi in assoluto della sua storia? Bene (anzi, male). Et voilà un Festival ritagliato su misura per l'Italia di oggi. E siccome l'Italia di oggi è una interminabile sequenza di cose che non vanno, per vuoto culturale, impreparazione e inadeguatezza delle persone e conseguenze di errori e omissioni commessi nel passato, la kermesse rivierasca non può che adeguarsi. Un senso di assoluta precarietà (e già, il Paese dei precari) ha aleggiato su tutta la serata inaugurale dal primo all'ultimo minuto. Quando anche una macchina perfetta, in cui tutto, anch gli imprevisti, dovrebbe essere calcolato al millesimo, con margine d'errore dello 0,001, si inceppa in maniera così evidente, beh, non si può che accettare il tutto con la rassegnazione di chi, in fondo, sapeva che era lecito aspettarselo.
QUANTI GUAI! - Quando la struttura è debole, certo, ci si mette anche la sfortuna: non in altro modo si può classificare il forfait dell'ultima ora di Ivana Mrazova, primo caso di presentatore, co-conduttore o valletta sanremese a dover rinunciare al palco in extremis per motivi di salute. Di jella invece non si può parlare per tutto il resto: i problemi di audio che hanno accompagnato diverse fasi dello spettacolo (particolarmente evidenti nel momento di stacco fra la fine delle canzioni e gli applausi in sala), i tempi sbagliati dei presentatori nel lancio degli spot e delle telepromozioni, e soprattutto, la colossale magra finale, la cancellazione della prima fase della gara per il malfunzionamento del sistema elettronico alla base del lavoro delle giurie: erano previste due eliminazioni, invece domani sera i Big saranno di nuovo tutti in scena, e questo è l'unico aspetto positivo della questione, perché per i cantanti in competizione anche un solo passaggio televisivo in più è fondamentale e bene accetto, e contribuirà a rendere più soft il dispiacere per chi dovrà uscire di scena. Rimane però un retrogusto amaro fatto di improvvisazione, impreparazione, inadeguatezza: incredibile davvero che non ci fosse un'adeguata procedura di emergenza per ovviare a eventuali défaillance nello svolgimento delle votazioni. 
L'inadeguatezza ha riguardato anche un altro aspetto, quello del buon gusto, visto il ricorso davvero troppo massiccio al turpiloquio: non sono un purista né un bacchettone, so bene che certi termini sono entrati ormai nel linguaggio comune, ma penso che comunque non se ne debba abusare, specialmente in certe occasioni "ufficiali" e mondane, in cui la tv (la tv pubblica, la "principlae agenzia culturale del Paese"!)  si apre a una platea immensa, fatta anche di bambini e ragazzini. Insomma, sentire Morandi gridare "che cazzo è" al momento dell'entrata in scena di Celentano ce lo saremmo volentieri risparmiato.
Certo, era il debutto, col trascorrere dei giorni tutto migliorerà (e ci mancherebbe altro) e magari tornerà anche Ivana (non son stato tenero con lei, ma mi auguro sinceramente di vederla sul palco per il rush finale di questo Festival), ma dall'evento televisivo dell'anno, da questo carrozzone elefantiaco eppure sempre a pieno regime, a parte piccole sbavature, ci si attende ben altro.
LA CRUDA REALTA' NELLE CANZONI - Festival dell'Italia della crisi, dicevamo, e  tale atmosfera cupa aleggia anche, vistosamente, sulla gara. Non ricordo una così massiccia frequentazione di argomenti di attualità nei testi dei brani dei Big: Emma e Dolcenera lo fanno con toni accorati e financo drammatici, Bersani con disincanto e anche con una complessità poetica che in passato gli ha spesso precluso l'accesso alla grande massa degli appassionati. Una cosa del genere, in così larga misura, avvvenne forse solo nel 1992 (Italia d'oro, Mendicante, La forza della vita e altre canzoni ancora contenevano tutte richiami più o meno estesi ai problemi di un'altra fase storica non facile per la nazione). Questo sguardo alla vita reale non può che farmi piacere, e del resto mi sarei stupito del contrario: ciò che stiamo vivendo, e lo dico per esperienza diretta, è troppo grande, troppo pesante, troppo devastante per non lasciare il segno, e, lo si ammetta o no, gli artisti hanno la sensibilità per percepire questo malessere (eufemismo). E' comunque un progresso, se penso che il pur stimatissimo Baudo, dopo aver scelto le canzoni per il Festival del 2002, affermò: "Mi sono arrivati brani sulle Twin Towers, ma ho fatto finta di non sentirli" (fonte: Archivio storico on line Corriere della sera). Magari saranno stati anche brutti, quei brani, ma era il concetto di rifuto di ogni accenno ai fatti della cronaca e della storia ad essere sbagliato. Da questo punto di vista, progressi ne sono stati fatti.
ORECCHIABILITA' e GUSTO RETRO' - Sul piano della proposta musicale, mi pare ci sia un cambio di tendenza rispetto alla passata edizione, che aveva puntato su composizioni un tantino più sofisticate ed elaborate, ovviamente con le dovute eccezioni. Questa volta, la direzione artistica sembra essersi maggiormente orientata verso l'easy listening, il che peraltro non significa, come abbiamo visto, rinuncia all'impegno. Persino l'attesa Chiara Civello, che avrebbe dovuto portare all'Ariston le soffuse atmosfere jazz in cui  eccelle, si è votata a un pop oltretutto non proprio modernissimo.
A proposito di modernità, ci sono stati altri brani apparsi leggermente "demodé". Quelli di Finardi e della coppia D'Alessio - Bertè, ad esempio, potevano essere tranquillamente presentati a un Sanremo di dieci o quindici anni fa, e quello di Arisa avrebbe fatto la felicità di Baudo a metà anni Novanta. I Matia Bazar sono fermi al 2002, anno della loro ultima vittoria, pur con qualche trovata sonora più contemporanea. Tutto questo non implica un giudizio complessivamente negativo dei pezzi citati, ma è solo una constatazione sulla struttura artistica delle composizioni. Per voti e pagelle sulla qualità delle canzoni rimando ai prossimi giorni, un solo ascolto è davvero troppo poco: posso dire che personalmente, al primissimo impatto, mi han colpito soprattutto Dolcenera, Emma, Noemi e il duo Carone - Dalla, ma è tutto relativo e già in seconda battuta si potrà essere più precisi.
CELENTANO - Due parole su Celentano, ché già ne parlerà abbondantemente la stampa tutta: ha cantato, e tanto, e questo è stato un apporto artistico importante e funzionale al Festival in quanto "rassegna di canzoni". Sul resto, si può dire tutto e il contrario di tutto: ognuno è libero di esprimere le sue opinioni (anche se si può evitare di farlo, ad esempio, attraverso una discutibile e scombiccherata messinscena con Pupo e Morandi, anch'essa penalizzata inizialmente da un pessimo audio), ma rimango del parere che Sanremo non sia il luogo televisivo adatto per fare tutto ciò. Diciamo che da appassionato di musica e cultore del Festival nella sua forma più genuina, rimpiango amarissimamente i tempi in cui la kermesse rivierasca non aveva bisogno di certe "sovrastrutture spettacolari" come la performance del Molleggiato per attirare attenzione e audience, ma con una mentalità "più realista del re" non posso che prendere atto del fatto che un evento del genere, certo destinato a far parlare assai a lungo, è un qualcosa che contribuirà a fare la storia del Festivalone e gli garantirà solidità e salute per tanti anni ancora. La televisione del 2012 funziona così, bellezza, è inutile.
A proposito di sovrastrutture spettacolari, certo meno chiassosa ma, a parer mio, tremendamente più efficace è stata l'ouverture di Luca e Paolo. Semplice ma ben riuscita l'idea: proiettare in un televisore sul palco la performance dell'anno passato ("Ti sputtanerò", sul caso Fini e più in generale sulla situazione politica e giudiziaria dell'epoca) e riflettere ironicamente su come a distanza di 12 mesi le cose siano cambiate, e per la satira sicuramente in peggio, essendo venute meno le principali fonti di ispirazione (Berlusconi e compagnia) ed essendosi creato un clima nel Paese che rende tutti poco inclini allo scherzo e al divertimento. L'Italia della crisi, per l'appunto.

lunedì 16 gennaio 2012

SANREMO 2012: IL CAST DEI BIG CORAGGIOSO E NON BANALE

Habemus cast, dunque. Sanremo 2012 ha gettato la maschera: quattordici Big in gara, in larga parte già annunciati e previsti con largo anticipo dagli esperti del settore. Che dire, a botta calda, di questo "cartellone"? Non è facilissimo attribuirgli una definizione generalizzante e omnicomprensiva, come negli ultimi anni: restando alla gestione Mazzi, se quello del 2010 poteva essere considerato giovane, fresco e frizzante, e quello del 2011 segnato da una marcata caratterizzazione cantautoriale, stavolta il mix assemblato dalla direzione artistica sfugge a catalogazioni nette e precise. Sì, è vero, c'è dentro un po' di tutto, ma non è quella varietà di stili comunque tendente al nazionalpopolare (detto in senso positivo) tanto cara ai festival baudiani degli anni Duemila. Direi, piuttosto, che il gruppo messo assieme per la kermesse in programma dal 14 al 18 febbraio prossimi sia più assimilabile ai cast dei tempi di Fabio Fazio. 
SCELTE "ALTE" E CORAGGIOSE - Spiego meglio: è un cast coraggioso, che non strizza l'occhio in maniera eccessiva ed esasperata al mercato e che, in maniera assai più netta rispetto a molte edizioni passate, apre a tendenze musicali anche piuttosto sofisticate e di nicchia (Chiara Civello), a un cantautorato non banale, "di massa" o standard e mai troppo esplorato sulle scene sanremesi (Samuele Bersani ed Eugenio Finardi),  a un pop certamente commerciale ma tutt'altro che piatto e scontato, e anzi spesso teso alla ricerca di sperimentazioni vocali e di percorsi musicali non troppo battuti (Nina Zilli, Noemi). Persino "l'angolo del rock" è stato affidato a un gruppo, i Marlene Kuntz, sicuramente popolare ma al contempo "alternativo", esponente di quella scena underground italiana che troppo poco spazio ha a disposizione a livello di vetrine musicali di massa. 
Insomma, non si è strizzato l'occhio soltanto al consumismo più spinto e generalista, ma si è guardato oltre, cercando probabilmente (occorrerà ascoltare i pezzi) qualcosa che vada al di là del ritornello da cantare la mattina dopo sotto la doccia. Cosa, quest'ultima, che rimane comunque prioritaria (e non vi è alcunché di negativo) per una kermesse come Sanremo, e per la quale sono pronti a darsi battaglia alcuni dei nomi più gettonati del pop nostrano: in primis Francesco Renga, che vediamo già nella ristretta cerchia dei favoriti, poi Emma che quest'anno fa tutto da sola (anche se dietro ci sono sempre i Modà, visto che la sua canzone è stata scritta dal leader della band Kekko Silvestre), e anche Dolcenera, che tre anni fa trovò l'attesa consacrazione con "Il mio amore unico" e il cui ultimo brano estivo "Il sole di domenica", a parer mio bello, originale e ben confezionato, non ha ottenuto il riscontro meritato. 
Ci sono due recenti prodotti del vivaio sanremese, ossia l'ottima Arisa e una Irene Fornaciari che ha indubbio talento, anche se onestamente non mi pare abbia numeri e popolarità per essere già considerata Big a tutti gli effetti; è stato, infine, ridotto ai minimi termini lo spazio nostalgia, ed è sacrosanto, dal momento che questo spazio, negli ultimi anni, era stato riservato al ripescaggio di personaggi anni Sessanta e Settanta da troppo tempo fuori dal giro e in qualche caso anche sfiatati: quest'anno ci sono i Matia Bazar, e va bene così, i volti giusti per rassicurare quel target di età medio - alta senza necessariamente cadere nel "patetico - jurassico". 
LE... STRANE COPPIE - Discorso a parte per le due "coppie" ammesse alla gara: quella formata da Pierdavide Carone e Lucio Dalla potrebbe rappresentare l'outsider in grado di sparigliare le carte della classifica (ricordiamo che il giovanotto uscito dalla scuola di "Amici" ha in pratica vinto il Festival del 2010, come autore del pezzo di Scanu). Certo, sarebbe stato fantastico riavere il buon Lucio in gara da solista, ma Morandi assicura che la sua partecipazione sarà più accentuata di quella, algida, distaccata e per diversi aspetti irritante, del Battiato dell'anno scorso con Madonia. L'altra coppia è quella formata da Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: due artisti che personalmente non mi fanno impazzire, ma non si può negare che il napoletano sia uno dei pochi cantanti italiani ancora in grado di radunare folle e di fare il pieno o quasi in fatto di vendita di dischi; quanto a Loredana, dopo anni di performances vocali terrificanti, la sua ultima apparizione all'Ariston, quel del 2008 (con tanto di squalifica) segnò un deciso innalzamento della qualità della prestazione. E del resto, dopo aver riproposto per anni i Leali, gli Al Bano, le Zanicchi, si può accettare senza scandalizzarsi troppo un ritorno della cantante calabrese.
SQUALIFICHE IN VISTA? - Ma è già polemica, perché pare che un frammento del pezzo del duo Berté - D'Alessio fosse già in rete (su Facebook) ai primi di gennaio, e si dice che anche per la Civello ci siano dubbi sul fatto che il brano proposto sia inedito. Il regolamento parla chiaro e la squalifica potrebbe essere qualcosa di più di una semplice ipotesi, ma gli artisti "sotto inchiesta" sono due delle scommesse più audaci e più fortemente volute dal duo Morandi - Mazzi: potranno rinunciarvi? Ci sarà una interpretazione "elastica" delle leggi festivaliere? Può essere, anche perché, oggettivamente, al giorno d'oggi, col web e soprattutto coi social network, queste "fughe di notizie musicali" sono diventate estremamente facili e, per contro, difficilmente controllabili. Però, allora, che si apportino le opportune modifiche al regolamento, fermo restando che, secondo me, il principio dell'inedito, quantomeno per i Big, deve restare, in quanto si tratta di una delle principali chiavi del successo di Sanremo (la magia di poter prima attendere e poi ascoltare tutte insieme una sfilza di canzoni nuove di zecca, vera e propria manna per gli appassionati).
GLI STRANIERI - Ritorna l'abbinamento con gli stranieri, relativamente alla serata del giovedì dedicata all'orgoglio italiano nel mondo. Le coppie proporranno in lingua estera alcuni grandi successi della musica nostrana di tutti i tempi. Mi sbilancio e dico che alcuni dei nomi presenti faranno di quella serata un evento musicale di altissimo spessore: ci sono Skye dei Morcheeba, il ripescato Shaggy, un Gary Go sulla cresta dell'onda e tanti mostri sacri, da Josè Feliciano a, nientepopodimeno, Brian May dei Queen, Patti Smith e Nina Hagen. E, ancora, i raffinatisimi Al Jarreau, Noa, Sarah Jane Morris. A chi ama veramente la musica, consigliamo di non perdere l'happening del 16 febbraio. 
ESCLUSI? - Da quando Pippo Baudo ha lasciato le redini festivaliere, i nuovi organizzatori dicono che non ci sono più ammissioni ed esclusioni, in quanto il cast dei Big viene allestito "a invito". Sarà, sta di fatto che ogni anno diversi cantanti, da quel che riporta la stampa, presentano delle canzoni e vengono bocciati... Questa volta (ripeto, mi rifaccio a quanto scritto da giornali e testate web) a rimanere al palo dovrebbero essere stati Fabio Concato, Toto Cutugno (che molti hanno invece dato dentro il cast fino a poche ore dall'annuncio), Syria, Fausto Leali, Sal Da Vinci, il giovane siciliano Aldo D'Agostino, il cantautore impegnato nel sociale Rino Martinez, il polemicissimo Enzo Iacchetti; altri nomi circolati erano stati quelli di Mengoni, L'Aura, Simona Molinari, Alice, Povia (che, per la verità avrebbe voluto essere invitato...), Pacifico con Manuel Agnelli degli Afterhours, Marco Carta, Annalisa Scarrone... Cosa ci sarà di vero? Difficilmente lo verremo a sapere: fino agli anni Novanta i nomi dei "non ammessi" circolavano tranquillamente, ultimamente invece vige un  riserbo quasi assoluto. Peccato. 
I GIOVANI - Due parole su quelle che mi piace ancora chiamare "Nuove proposte", come ai vecchi tempi. Sul meccanismo di "Sanremosocial" ho già detto la mia nel precedente post, e per il momento non intendo tornarci sopra. Venerdì scorso ho assistito a una parte della maratona in diretta web (ottimo servizio della Rai) della preselezione (ad un certo punto ho staccato, 60 canzoni di seguito son troppe pure per me, anche perché diverse erano di discutibile livello artistico...), ho notato pochi sprazzi di originalità, ma soprattutto mi mandano in bestia quei ragazzi (e sono tanti, troppi) che scimmiottano letteralmente la voce di idoli più o meno recenti: ho visto e ascoltato brutte copie di Alex Baroni, Marco Mengoni, Giusy Ferreri. Perché? Perché non è possibile cantare con la propria voce? Ai tempi, chi diavolo scimmiottavano le giovanissime Irene Grandi, Giorgia, Carmen Consoli, o gli imberbi Alex Britti e Max Gazzè? Nessuno: erano (e sono) loro stessi, con la loro vocalità e la loro personalità. Alla luce di ciò, debbo dire che tutto sommato la scelta effettuata dalla commissione di selezione presta il fianco a ben poche critiche, con note di merito particolari per aver pescato Erika Mou, Marco Guazzone e Celeste Gaia, tre ragazzi che hanno qualcosa da dire e dei quali, si spera, si sentirà parlare anche dopo Sanremo.