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giovedì 8 febbraio 2024

SANREMO '24, LA SECONDA SERATA: VINCE GEOLIER, MA COLPISCE L'INTENSITA' DI IRAMA, CRESCE ANNALISA E SI CONFERMANO BERTE' E MAHMOOD. TRAVOLTA... TRAVOLTO DA UNO SKETCH POVERO DI IDEE E FANTASIA


 

Se esistono ancora dubbi sul proseguimento dell'esperienza sanremese di Amadeus (sarà il diretto interessato a sciogliere la riserva a Festival concluso, come è giusto che sia), quanto accaduto ieri sera con e attorno a John Travolta dovrebbe essere interpretato come un segnale che un'epoca sta per chiudersi, o quantomeno come un campanello d'allarme. Chiariamo subito: il fallimento totale di una singola ospitata non può certo essere motivo sufficiente per bocciare in toto una direzione artistica che ha accumulato meriti innumerevoli nel quinquennio (sì, mettiamoci anche l'edizione in corso). Il mio è un discorso di più ampio respiro, che riguarda più la "sceneggiatura" dello show che non la scelta delle canzoni in gara: la costruzione del terribile siparietto con la superstar d'Oltreoceano ha mostrato, in maniera inequivocabile, che le idee cominciano a latitare, che la stanchezza del gruppo di lavoro sta emergendo sempre più nitidamente. Perché Fiorello ha rappresentato spesso, in questi anni, l'ancora di salvezza, la scappatoia con la quale uscire brillantemente da situazioni spinose (ricordate la leggerezza con cui gestì lo scazzo Bugo-Morgan, per non parlare dell'abilità con cui si destreggiò nel clima pesante del teatro vuoto in era Covid?), ma non si può sempre sperare che la sua capacità di improvvisazione e il suo talento comico partoriscano sistematicamente la genialata di turno. Stavolta non è successo, ed è normale che la formula Ama-Fiore possa mostrare la corda dopo un lustro ai massimi livelli. 

Poi, certo, la questione è anche più complicata. Puntare su Fiorello e sulle sue idee finisce col risultare anche un alibi, perché dietro i due padroni di casa dovrebbe esserci una squadra di autori, profumatamente pagata per concepire qualcosa di più presentabile di quanto visto ieri, o comunque in grado di stoppare simili pseudo sketch prima che vadano in onda, capendone il potenziale nefasto. E dire, dopo, "vabbè, ma ci siamo divertiti" è un cavarsi di impiccio che sta cominciando a stufare, oltretutto mi pare che l'avesse sostenuto pure Blanco dopo la malriuscita performance floreale del 2023, quindi non insisterei su queste affermazioni. 

E ancora, tutto questo è il risultato di una scelta di fondo doppiamente sbagliata: la scelta di continuare a cercare vip internazionali del cinema che rarissimamente hanno portato un valore aggiunto alla kermesse (ricordo solo una bella intervista a Sharon Stone nel 2003, poi sicuramente qualcos'altro che mi sfugge, ma in ogni caso poche gocce in un mare di mediocrità), e il fatto di concludere certi contratti a immediato ridosso della rassegna, quindi con pochissimo tempo a disposizione per preparare qualcosa di raffinato, ben costruito, godibile. Peccato davvero, perché il tutto era iniziato in maniera anche azzeccata, con le domande di Giorgia, poi la degenerazione, con la scontata banalità delle canzoni cult da ballare e con l'imbarazzante "Qua qua dance". 

Che poi, intendiamoci, nulla contro la canzoncina di Romina Power che dominò la hit parade fra l'81 e l'82: mi spingo a dire che non c'è scandalo nel balletto "imposto" a Travolta, un divertissement che però avrebbe avuto senso in un altro contesto, inserito in un numero più lungo e articolato, in cui l'attore avrebbe dovuto avere spazio per muoversi su diversi registri, per fare cose serie e meno serie, per poi concludere con questa sorta di "svacco"; è stata invece il fulcro di una presenza di pochi minuti, alla quale, è vero, lo stesso protagonista, a disagio e poco incline ai sorrisi, non ha fornito nemmeno il minimo sindacale di verve. E anche questo è un punto interrogativo: d'accordo l'estrema tristezza della gag, ammessa a tarda notte dallo stesso Fiorello, ma John non era stato avvertito? E' stato colto di sorpresa? E se ne era a conoscenza, non poteva opporsi e dire "no, questa proprio non la faccio"? Misteri della televisione. In tutto questo, continuo a non trovare spiegazioni logiche alla scomparsa, dalla Riviera ligure, dei big del pop internazionale, che avrebbero in cambio una massiccia promozione e non dovrebbero nemmeno prestarsi a scenette senza sale, ma solo cantare uno o due pezzi. Ne basterebbero tre o quattro, di questi grossi nomi, nessuno pretende l'invasione degli anni Ottanta. 

Insomma, una macchia non da poco su una serata che aveva anche mostrato come un'ospitata possa essere realizzata con tutti i crismi e risultare perfino emozionante, grazie al ritorno di Giovanni Allevi che non si è limitato a suonare (bene, per quel che me ne capisco) il pianoforte, ma ha anche raccontato con voce tremante il suo viaggio attraverso la malattia, invitando alla speranza, senza vergognarsi di chiedere comprensione per eventuali incertezze esecutive e plaudendo ai medici e alla ricerca, in una triste epoca in cui i medici sono spesso vittime dell'odio social, a volte addirittura aggrediti fisicamente, e la ricerca oggetto di scherno e derisione da parte dei laureati all'università della vita. E visto che abbiamo cominciato parlando della parte extragara, ma l'attualità lo imponeva, diciamo che la seconda co-co Giorgia è stata impeccabile ma, mi è parso, leggermente meno a suo agio nel ruolo di presentatrice aggiunta rispetto a Mengoni, meno a briglia sciolta, preferendo dare il meglio di sé nelle sue due performance canore. Quanto ai concorrenti che introducono altri concorrenti, è un'idea anche carina ma che non aggiunge nulla al racconto del Festival, se non la dimostrazione plastica che ormai larga parte dei cantanti sanno disimpegnarsi senza eccessivi problemi anche in ruoli che professionalmente non gli appartengono; del resto, la storia televisiva recente parla chiaro, coi vari Ruggeri, Mika e Nek che hanno indossato senza intoppi le vesti degli anchorman. Altri (e altre) seguiranno, scommetto. 

Il secondo ascolto di metà dei brani in concorso ha permesso di schiarire parzialmente le idee, ma non al punto di capire quale potrebbe essere, sabato notte, il vincitore o la vincitrice assoluta. Conferme e sorprese, ma sorprese parziali: perché comunque si sapeva che Geolier avrebbe potuto contare su una massiccia spinta da parte di radio e televoto. Il pezzo ha indubbio sprint e pathos, è contemporaneo, martellante, anche variegato nell'arrangiamento e nell'architettura: può piazzarsi, ma non sarebbe, quanto a genere musicale, il mio trionfatore ideale. Convince sempre più Mahmood, che si rinnova nella continuità e, come accennato ieri, spinge senza compromessi su un linguaggio giovanilistico estremo che rischia di renderlo alieno e incomprensibile alla platea di mezza età. Ha guadagnato credibilità "Sinceramente" di Annalisa, che, come detto, non presenta trovatine acchiappa-ascolto clamorose ma ha una ritmica accattivante e passaggi testuali, come il "quando" ripetuto ossessivamente, che comunque ne fanno un'opera di sicura presa commerciale. 

Conferma per la Bertè, la cui autobiografia ha una costruzione un po' altalenante nella poetica, con parti mature e altre un po' più di grana grossa, mentre la struttura complessiva della canzone rimanda, decisamente, allo stile compositivo di tanta musica leggera anni Ottanta, quella che dentro e fuori Sanremo si appiccicava subito alle orecchie. Pollice in su per Irama, che ha sfoderato una intensa e, direi, splendida canzone d'amore, anche meno scontata rispetto a quella "Ovunque sarai" che tanti consensi gli aveva portato due anni fa. Non mi sorprende il suo secondo posto di serata, mentre non mi aspettavo il fatto che, nelle prime due cinquine di questo Festival, non comparissero i ragazzi del Volo, con un classicone più pop e meno lirico, di grande impatto ed eseguito magistralmente. Per i Kolors è già tormentone totale (devo essere sincero: stanotte, quando stava per essere svelata la prima posizione parziale, mi aspettavo di trovare loro in vetta, e non Geolier, ma non credo che la vittoria sanremese sia in testa ai pensieri di Stash e compagni). 

Tanta dance ma anche una rappresentanza tutt'altro che sparuta del melodico tradizionale. Detto dei convincenti Irama e Volo, non deludono sul piano interpretativo e dell'impasto vocale Renga e Nek, con una "Pazzo di te" forse un po' datata, mentre va riascoltato il non banale intimismo cantautorale di Gazzelle. Assolutamente trascinante l'Apnea di Emma, che pare più un brano da rassegne canore estive che da Sanremo, e proprio per questo potrebbe avere vita lunga. Abilmente confezionato per le radio e lo streaming "Il cielo non ci vuole" di Fred De Palma, col tocco di classe di alcuni inserti simil-sinfonici grazie al poderoso sostengo degli archi, ma in questo ambito stilistico si fanno preferire i "Diamanti grezzi" di Clara, con quella intro malinconica che sa tanto di Hooverphonic inizio secolo, spruzzate dello stile  di Mahmood e una generale gradevolezza all'ascolto, così come sta emergendo Bigmama, che porta all'Ariston uno dei refrain più efficaci. Si conferma lo spessore di "Onda alta", un testo impegnato amplificato da un ritmo sostenuto con toni quasi drammatici, un messaggio che può arrivare maggiormente ai cuori delle persone grazie all'utilizzo di una modalità espressiva apprezzata dalle nuove generazioni. Interessante è "Vai" di Alfa, con quel marcato stile country all'americana, ma è un brano su cui va sospeso il giudizio, visto che, da quel che si legge e si sente in giro, non brillerebbe propriamente di originalità. 

martedì 6 febbraio 2024

SANREMO 2024, TUTTI IN CARROZZA! GARA EXTRALARGE PER QUANTITA' E QUALITA': GROSSI NOMI E TANTO EQUILIBRIO, FRA DIVI DEL MOMENTO E VETERANE AGGUERRITE


Credo che raramente, dopo le edizioni kolossal degli anni Sessanta, il Festival di Sanremo abbia presentato ai nastri di partenza un cast di concorrenti di livello così elevato. Parole non usate a caso, le mie: nel concetto di "livello elevato" rientrano vari fattori. Il prestigio, il curriculum, la fama e il successo commerciale conquistati in archi temporali più o meno lunghi, e ovviamente il ruolino di marcia sulla Riviera ligure. Ecco, partiamo da qui: sono pronti a darsi battaglia quattro vincitori in tempi recenti, ossia Emma, Il Volo, Diodato e Mahmood, che la statuetta l'ha conquistata addirittura due volte. A questi vanno aggiunti Francesco Renga, impostosi comunque in un 2005 che sembra ieri e purtroppo non lo è, e i Ricchi e Poveri, trionfatori nel 1985 e per un paio di decenni assidui frequentatori della kermesse, prima di un lungo e inspiegabile oblio che durava dal 1992. 

CAST STELLARE - E poi, come detto, nomi di primissimo piano del panorama musicale italiano di oggi: l'asso pigliatutto delle classifiche Annalisa, diva pop glamour del momento, i debuttanti di lusso Ghali ed Alessandra Amoroso, colossi della discografia nostrana del ventunesimo secolo come i Negramaro, di ritorno dopo quasi vent'anni, giovani rampanti come Sangiovanni e soprattutto Angelina Mango, scintillante rivelazione dell'estate '23, stagione che ha visto spadroneggiare in radio, chart e piazze il tormentone "Italodisco" dei Kolors, ringalluzziti dopo un periodo di appannamento e loro pure pronti a inseguire il sogno dell'alloro più ambito. Ancora: un ragazzo già veterano come Irama, che dopo le incertezze degli esordi non ha più sbagliato un colpo all'Ariston, e i mostri sacri Fiorella Mannoia e Loredana Bertè: finite ai primi posti e con qualche recriminazione in occasione delle loro ultime partecipazioni (2017 e 2019), entrambe pronte ad affrontare la sfida con propositi bellicosi, il che, in campo canoro, significa semplicemente con dei brani di peso e di grande impatto emotivo, perlomeno in questi termini ne hanno parlato gli addetti ai lavori che hanno potuto ascoltarle in anteprima. 

QUANTI FAVORITI! - Questo lungo preambolo per dire che, cantante più cantante meno, la metà dei partecipanti può nutrire, a bocce ferme, legittime ambizioni di vittoria. Un equilibrio esasperato ed emozionante, degno della Serie A italiana di calcio negli anni Ottanta e Novanta; un equilibrio che, ovviamente, comincerà a spezzarsi fra martedì e giovedì, dopo aver ascoltato un paio di volte i pezzi. Perché è chiaro che è sempre la canzone a decidere, ma lo è a maggior ragione in una tenzone in cui i favoriti non sono solo due o tre, ma ben di più. Ora come ora, l'incertezza è assoluta: le stesse sensazioni dei critici, che con le loro pagelle hanno invaso giornali e web un paio di settimane fa, vanno prese con ampio beneficio d'inventario, in quanto non basta sentire una sola volta, e una dopo l'altra, una trentina di composizioni nuove di zecca per poterne fornire un'analisi ampia, oggettiva, dettagliata. Da giovedì cadranno certi favoriti, dicevamo (magari non per inadeguatezza del lavoro presentato, ma solo a causa di proposte meno immediate e incisive) ma forse se ne aggiungeranno altri, penso a emergenti interessantissimi come Rose Villain, Gazzelle, i Santi Francesi, o a un Mr. Rain estremamente coraggioso (ma il sottoscritto l'aveva previsto in tempi non sospetti) nel rimettersi subito in gioco dopo l'inaspettato riscontro di "Supereroi". 

MUSICA DI OGGI - Insomma, il thrilling è garantito, e così tanti bei nomi fra gli interpreti e gli autori dovrebbero assicurare una discreta messe di brani da quartieri alti delle hit parade. C'è ottimismo, è chiaro: un ottimismo giustificato dai risultati sensazionali del poker di edizioni fin qui guidate da Amadeus, edizioni che hanno aiutato il mercato tricolore della  musica leggera e che hanno assicurato al mastodontico carrozzone festivaliero una vigorosa cura ricostituente, realizzando il sogno proibito di tanti organizzatori e direttori artistici del passato, ossia riportare Sanremo nel pieno dell'attualità canora, nella contemporaneità, sia per lo spessore dei partecipanti sia per i generi dei brani in concorso, assolutamente in linea con quanto è oggi apprezzato dai fruitori di musica, soprattutto i più giovani. Certo è pur sempre un'arma a doppio taglio, che porta con sé il rischio di costruire una manifestazione fin troppo mainstream, con poco spazio per le realtà più di nicchia e con un pacchetto canzoni omologato e standardizzato, che va in direzione di uno solo tipo di gusto. Per questo 2024, ad esempio, pare che siamo attesi al varco da una nutrita serie di opere all'insegna del ritmo sostenuto e della ballabilità. 

TROPPA DANCE? - C'è chi teme un Sanremo troppo "dance", in altre parole: ebbene, a costoro direi di non preoccuparsi. A parte che, conoscendo il repertorio dei cantanti in lizza, anche questa volta non mancheranno ballad, pop di maniera e un pizzico di cantautorato. Ma comunque, che male potrà mai fare un po' di dance, di sonorità movimentate e trascinanti? Abbiamo assistito a edizioni del festivalone con una presenza oltremodo invasiva di melodia classica, di brani scritti seguendo i binari dei canoni più tradizionali e del bel canto all'italiana: anche in quel caso, il troppo stroppiava, e oltretutto allontanava Sanremo dal resto del mondo musicale, da ciò che si sentiva e si comprava, portandolo alla  crisi degli anni zero di questo secolo, una crisi non meno grave di quella dei Settanta e che prima o poi andrà approfondita in tutti i suoi aspetti, per evitare il ripetersi di certi errori.

LE ORE PICCOLE - Dunque, nessuna paura: un Sanremo radiofonico, à la page, pronto per download e streaming, è cosa buona, giusta e utile. Perfettibile, questo sicuramente, ma non da stravolgere nel momento, a quanto pare vicinissimo, in cui il conduttore di Affari tuoi passerà la mano. Avremo modo, credo, di tornare sul delicato argomento "successione" nei prossimi giorni. Un po' di timore, questo sì, c'è di fronte all'approccio per niente soft che ci richiede la kermesse numero 74, con tutti gli artisti subito in pista in una prima serata che si annuncia interminabile come una finalissima, per cui sarà difficilissimo apprezzare e comprendere, anche solo parzialmente, ogni singola canzone. Ecco, quello della lunghezza estenuante di tutte le serate, e non solo dell'ultima, è uno degli aspetti su cui il futuro direttore artistico dovrà lavorare, mettendosi una mano sulla coscienza pur salvaguardando le esigenze dell'audience, della Rai e degli investitori. E' anche vero che abbiamo già avuto vernissage pieni di canzoni: 29 nel 1997 e 28 nel 1998, i primi esempi che mi vengono in mente, ma all'epoca, un'epoca in cui il Festival era già molto più spettacolo televisivo e meno gara, c'era comunque una quantità inferiore di elementi di contorno extra, e meno chiacchiere ad allungare il brodo, tanto che ci si poteva permettere un Dopofestival a orari umani. 

PARCO OSPITI NON ESALTANTE - Ecco: parlando dello spettacolo nel senso più generale, non ci sono spunti di particolare interesse. Gli ospiti stranieri cantanti si sono pressoché dileguati (avremo Skin e Jack Savoretti nell'happening dei duetti del venerdì, ma quello è un capitolo a parte), si torna a pescare fra le superstar del cinema d'oltrefrontiera senza nemmeno cercare nomi nuovi, visto che Russel Crowe e John Travolta erano già stati all'Ariston nel 2001 e nel 2006, rispettivamente. Si era detto che che non ci sarebbero stati superospiti italiani, ma fin da subito chi conosce, anche superficialmente, i meccanismi del Festival, poteva immaginare che così non sarebbe stato: c'erano da riempire due palchi aggiunti, quello di Piazza Colombo e quello della nave da crociera, ed ecco quindi pronti a sfilare fuori concorso i vari Lazza, Tananai e Rosa Chemical, protagonisti in misura diversa nel 2023, ma anche Tedua e Bresh, quest'ultimo dato per concorrente quasi certo fino al momento della lettura del listone al Tg1. E poi le celebrazioni di Ramazzotti e della Cinquetti, doverose ma che non profumano certo di novità (entrambi hanno già calcato quel palco durante la gestione di "Ama"), senza contare che Mengoni, Giorgia e Paola e Chiara saranno... multitasking, presentatori (le due sorelline al Primafestival già partito), ospiti canori o duettanti. Ma con tutto il rispetto, il panorama delle guest stars è ben lungi dal suscitare entusiasmi, confermando una tendenza tutto sommato benefica per la salute della rassegna: la gara sempre più monopolizza l'attenzione e oscura tutto il contorno, riportando, ebbene sì, il Sanremo di oggi assai vicino alla filosofia dei suoi primi decenni di vita. 

sabato 11 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SERATA COVER: FRA FURBERIE E RICERCA DALL'APPLAUSO FACILE, SI FA APPREZZARE CHI RISCHIA, E VINCE GIUSTAMENTE IL VIRTUOSO MENGONI. PASSAPORTO PER IL TRIONFO?


 La serata sanremese delle cover è ormai diventata la fiera dei furbetti. Senza ritegno, o quasi. Un'orgia di citazioni e autocitazioni, medley e pout pourri, compilation in stile Migliori anni o Arena Suzuki. Cosa tutto questo c'entri con la gara d'inediti che è il pilastro fondante del Festival, ancora non sono riuscito a capirlo. Probabilmente perché non c'entra proprio nulla, e sarà sempre troppo tardi quando questo evento nell'evento verrà ripensato e ristrutturato su basi diverse e più aderenti all'idea da cui nacque il tutto, ossia un'occasione per mettere alla prova gli artisti in concorso con pezzi non del loro repertorio, da scegliere però secondo criteri rigorosi e senza percorrere facili autostrade per migliorare la propria posizione in classifica, strizzando l'occhio ai classici più amati, gettonati, inflazionati. Già l'anno scorso ci aveva provato Morandi e gli era andata più che bene, grazie all'appoggio dell'amico Jovanotti, ma questa volta si è letteralmente debordato. 

GLI AUTOMEDLEY - Senza vergogna, appunto. Il greatest hits di Ramazzotti, quello di Antonacci e quello di Edoardo Bennato, l'automedley degli Articolo 31 e di Paola e Chiara. Stesso discorso per la Oxa con "Un'emozione da poco" e per Grignani, ma in quest'ultimo caso il gioco non è riuscito perché la povera Arisa, pur impegnandosi allo stremo, non è riuscita a stare dietro alle spericolatezze esecutive del collega. Più accettabile, ma siamo proprio al limite, lo scambio di gemme canore fra Giorgia ed Elisa, nel ricordo della splendida accoppiata di canzoni piazzatasi in testa al Sanremo 2001, uniche gemme di un'edizione che fu grigia e piatta sotto molti punti di vista. E tollerabili, tutto sommato, gli omaggi che alcuni concorrenti hanno riservato ai loro ospiti, limitandosi però a una singola hit (ad esempio, i Modà con "Vieni da me" delle Vibrazioni), ma il vero spirito originario del format era un altro, e per fortuna qualcuno riesce ancora a recepirlo senza cedere alle scorciatoie e al facile applauso.

VIVA I CORAGGIOSI - Così, è stato in fin dei conti sacrosanto che a vincere, consolidando la sua posizione di leader, sia stato Marco Mengoni che, col Kingdom Choir, ha fornito una superba rivisitazione vocale di Let it be, pietra miliare del pop internazionale. E meritano l'elogio pieno quelli che si sono incamminati sullo stesso, arduo sentiero, pur compiendo le più disparate scelte artistiche. Coraggiosa, ad esempio, la rilettura in chiave rap moderno dell'eterna "La notte vola" di Lorella Cuccarini, di grande impatto sonoro e scenico "American woman" a cura di Elodie e dell'emergente BigMama, che avevo apprezzato in una sua ospitata nella trasmissione mattutina di Luca Barbarossa. 

POLLICE IN SU PER LAZZA E GIANMARIA - Giustamente premiato anche Lazza, che con spirito giovane e anticonformista ha scelto un successo relativamente recente ma non ancora entrato nel novero degli evergreen italiani, "La fine" di Nesli, in una impeccabile e intensa interpretazione accanto a una sempre ottima Emma e alla violinista Laura Marzadori. Ecco, è questo il tipo di cover che vorrei sempre ascoltare, se proprio questa serata "né carne né pesce" deve continuare ad esistere. Da salvare anche il duetto, carico di suggestione, fra Gianmaria e Manuel Agnelli in "Quello che non c'è", e l'arricchimento testuale operato da Mr. Rain, in collaborazione con Fasma, su "C'è qualcosa di grande". Apprezzabile Madame per la coerenza nelle scelte artistiche e per una maturità "on stage" sempre più spiccata, oltre a uno stile ormai riconoscibilissimo, ma in "Via del campo" avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di Izi, che non ha portato alcun valore aggiunto. 

NULLA DI MEMORABILE - Per il resto, poco da segnalare, con molte cover costruite all'insegna della prudenza e della misura, penso a "Sarà perché ti amo" by Coma_Cose e Baustelle, o "Azzurro" di Colapesce-Dimartino con la presenza sommessa e discreta di Carla Bruni. Nulla che mi abbia particolarmente colpito, se non, in negativo, il vuoto di memoria di Ramazzotti nel cantare alcuni versi di una delle sue maggiori hit, "Un'emozione per sempre". E' un peccato perché, come già sottolineato ieri, il cast messo insieme da Amadeus e dalle case discografiche per l'occasione è stato di livello assoluto, una sezione Big parallela a quella ufficiale, che non a caso ha sbancato l'Auditel oltre ogni aspettativa, pur marciando, in buona sostanza, col pilota automatico innestato. Cosa potrebbe diventare, un happening del genere, se venisse impostato in maniera più rigorosa, relativamente al bacino in cui pescare i pezzi da coverizzare e ai criteri da seguire in queste rivisitazioni? Temo non lo sapremo mai perché ormai il canovaccio è questo, e tale rimarrà fino a quando l'attuale direttore artistico resterà in carica. Anche qui, poca voglia di rischiare da parte di "Ama", che però perdoniamo perché i suoi rischi se li è invece ampiamente presi nella scelta dei cantanti in concorso. Tornando al cast di ieri, chissà che la presenza sul palco non sia il prologo a un prossimo debutto o ritorno alla competizione, parlo di Baustelle e Bennato così come di Antonacci e di Eros. Idea meno pazza di quanto si possa pensare. 

FRANCINI, UN'OPZIONE PER IL FUTURO - E il resto della "quarta puntata"? C'è stato il recupero dell'omaggio a Peppino Di Capri, saltato il giorno precedente. Un Peppino non in forma smagliante (più che normale, vista l'età) ma ancora brillante e pronto alla battuta, con la salace sottolineatura della lunga attesa per un premio che, senza falsa modestia, riteneva giustamente di meritare da tempo. Peppino è un grandissimo della canzone italiana, un totem: se ne avesse avute le possibilità vocali, avrebbe meritato uno spazio ben più ampio, per un minishow come quello riservato ai veterani che l'hanno preceduto su quel palco in settimana. Chiara Francini ha vinto la sfida a distanza con le altre co-presentatrici: sinuosa erede delle italiche maggiorate anni Cinquanta, ha sfoderato le sue armi migliori, quelle della professionalità, dell'ironia e del piglio attoriale, ma anche della capacità di cambiare registro, con quel superbo monologo sulla maternità mancata e/o dilazionata. Da prendere seriamente in considerazione per conduzioni future del festivalone anche da principale padrona di casa, lei come altre autorevoli candidate donne, in primis Serena Rossi, ma anche Andrea Delogu. 

Ora non resta che attendere la chiusura della gara: non credo ci saranno enormi sconvolgimenti, Madame forse guadagnerà qualche posizione, Lazza si consoliderà perché è la realtà nuova di maggior spessore uscita da questo Sanremo 73 (del resto le classifiche di vendita non mentono, quando la messe di successi e allori è così imponente come quella raccolta dal ragazzo nei mesi scorsi), ma saranno dettagli. Si gioca tutto fra Mengoni e un Ultimo poderosamente sospinto dal voto popolare ma la cui canzone, a mio parere, non ha il piglio immediato e le stimmate di gioiello contemporaneo di quella del fiero rivale, in assoluto stato di grazia. Ecco, la mia preferenza l'ho espressa e ribadita, ma tutto può accadere. 


domenica 6 febbraio 2022

SANREMO 2022: TRIONFANO MAHMOOD E BLANCO, MA E' "EX AEQUO MORALE" CON ELISA, IN UN'EDIZIONE DA ASCOLTI RECORD CHE RILANCIA LA MELODIA FESTIVALIERA

Un tempo, a Sanremo, era in voga l'espressione "vincitore morale", da contrapporre a chi realmente trionfava pur non avendolo meritato del tutto. Ecco, quest'anno mi piacerebbe parlare di "ex aequo morale". Il Festival numero 72 è stato Mahmood-Blanco contro Elisa fino all'ultimo respiro, lo scontro fra titani scritto nelle stelle già dal primo ascolto all'Ariston delle canzoni; si sono imposti i due... ragazzi di oggi, in piena legittimità e, voti alla mano, quasi doppiando la rivale, ma poco sarebbe cambiato se a iscrivere il proprio nome nell'albo d'oro fosse stata l'eterea cantautrice triestina, che non avrebbe rubato assolutamente nulla. Due vincitori intercambiabili, quelli veri e quella virtuale, portatori dei due brani che da subito si sono stagliati nettamente al di sopra degli altri contendenti. 

LA NUOVA "CANZONE DA FESTIVAL" - Ci ha provato fino in fondo Morandi, ma il suo inno alla vita gioioso, ritmato e allegro aveva, possiamo dirlo, ben poche possibilità di tagliare per primo il traguardo, in un'edizione della kermesse che ha riscoperto e rilanciato la melodia all'italiana, opportunamente modernizzata. Più sofisticata, ridondante, classicheggiante, diciamo pure matura "O forse sei tu", più essenziale "Brividi", che molto punta sui ghirigori vocali di Mahmood e sull'inserimento di stilemi linguistici e di scrittura più contemporanei; entrambe intense, suggestive, passionali. Insomma, davvero questa volta era difficile scegliere, davvero il gradino più alto del podio poteva essere a due piazze, come per Tamberi e Barshim nel salto in alto di Tokyo 2020. 

CLASSIFICA CRISTALLIZZATA, E CHE BRAVO MATTEO! - Se il verdetto più atteso, almeno per noi che non conoscevamo i dati numerici delle preferenze, è stato incerto fino all'ultimo, in stile Juve-Toro '77 come ho scritto qualche giorno fa, la competizione nel suo complesso è stata fra le più placide che la kermesse ligure abbia mai ospitato. Pochi davvero gli scossoni a una classifica che si è subito cristallizzata da cima a fondo: chi era attardato all'inizio è rimasto tale senza possibilità di recupero, mentre il lotto dei papabili è stato chiaro fin da subito, aggiungendo Irama, Sangiovanni ed Emma ai tre medagliati. La miglior crescita, lungo la settimana festivaliera, l'ha fatta registrare il giovane Matteo Romano, entrato come "Cenerentolo" ma ben presto in grado di impressionare il pubblico a casa e in teatro con un'assoluta sicurezza interpretativa e un brano, "Virale", in definitiva gradevole, quantomeno per il suo attuale target di riferimento. E' un prospetto su cui lavorare, così come Yuman con la sua calda e avvolgente voce, a dimostrazione del fatto che, anche in una versione dimessa come quella del dicembre scorso, Sanremo Giovani serve sempre, e ancor più frutti darebbe se gli venisse restituito il palcoscenico più importante, quello del palco di febbraio. 

FESTIVAL GIOVANE E PER I GIOVANI, MA NON SOLO - Del resto, il Festival numero 72 ha portato alle stelle per la seconda volta il non ancora trentenne Mahmood, che può già entrare nel ristretto novero dei plurivincitori quando, appena quattro anni fa, era solo uno dei tanti emergenti che cercavano con cocciutaggine un posto al sole nell'asfittico panorama discografico nostrano. A proposito di giovani: se si volessero analizzare le ragioni del prepotente rilancio vissuto dal Festivalone dopo la grande crisi di fine anni zero (fra il 2008 e il 2009 la manifestazione rischiò di perire, è sempre bene tenerlo presente), una buona base di partenza sarebbe una semplice occhiata all'albo d'oro del periodo in esame: solo due volte il massimo alloro è toccato a dei veterani, Vecchioni 2011 e Stadio 2016. Per il resto a svettare sono state sempre le nuove leve (Ermal Meta nel 2018 fu accompagnato da un collega più navigato ma certo non "anziano", come Fabrizio Moro). Nuove leve provenienti dai talent o proprio dal settore giovanile del Festival, con quest'ultimo che mantiene dunque una sua dignità e centralità, nonostante gli incidenti di percorso, le annate poco felici e un format da ripensare.  

Significa che Sanremo ha ormai istituzionalizzato una linea editoriale precisa e già intrapresa dai tempi della gestione Mazzi 2009-2012, quella del continuo svecchiamento e rinnovamento dei ranghi, senza ripensamenti o nostalgie. L'apertura di credito ai nomi nuovi e alle tendenze più in auge era e rimane l'unica via per restare vivo, vitale, cruciale nel discorso musicale italiano, per entrare nel cuore delle nuove generazioni come sta avvenendo in maniera persino commovente, per noi di età un po' più avanzata che osserviamo con gioia, e un pizzico di stupore, questo diffuso, crescente interesse per l'evento ligure. Le porte ai "grandi vecchi" non sono e non saranno mai chiuse, e il cast di quest'anno lo dimostra in maniera inequivocabile, ma la loro presenza sarà sempre più soverchiata, perlomeno sul piano quantitativo, da quella dei nuovi assi delle chart. 

I NUOVI IDOLI: RKOMI E ACHILLE NON A FUOCO - Avere in gara gente come Blanco, Sangiovanni, Irama, Aka 7even, Rappresentante di Lista, Achille Lauro e Rkomi significa avere gli adolescenti dalla propria parte. Che poi qualcuno di questi esponenti della nouvelle vague non abbia sfruttato al meglio l'occasione è un altro discorso: Rkomi non ha presentato ad esempio, un prodotto all'altezza del suo fresco repertorio (e l'ha anche proposto in maniera poco convincente, la sua ultima performance ha lasciato parecchio a desiderare), di Lauro dobbiamo sostanzialmente registrare un passaggio interlocutorio, se non proprio una battuta a vuoto. Ci sta, alla quarta presenza consecutiva: la sensazione è stata di idee un po' latitanti, di una ricerca un po' forzata dell'effetto scenico, ma se non altro c'è stato il guizzo vincente di lasciare ampio minutaggio all'Harlem Gospel Choir, che ha donato brio e colore a un'opera poco consistente anche se "fischiettabile". 

LA DELICATEZZA E PROFONDITA' DELLA "LETTERA" DI RANIERI - Un discorso che ci porta inevitabilmente a tentare un bilancio consuntivo di cast e canzoni. Il tratto distintivo dell'Amadeus ter l'abbiamo già più volte sottolineato: l'anno scorso scelte spiazzanti e coraggiose, questa volta maggiore attenzione ai grossi nomi. Del resto, se hai la bravura e la possibilità di portare in concorso Elisa dopo ventun anni, Morandi dopo ventidue e Ranieri dopo venticinque, saresti un pazzo a fartela sfuggire, e c'è comunque da dire che i tre colossi non hanno tradito le attese, lanciando composizioni di tutto rispetto. Già parlato delle prime due, evidenziamo ancora la profondità e delicatezza della storia di immigrazione interpretata da Massimo, via via più convincente con il progressivo miglioramento della sua resa live. Esprimevo, alla vigilia, l'auspicio che il vincitore 1988 riuscisse finalmente ad aggiungere una nuova gemma a un repertorio da troppo tempo immutabile: con "Lettera di là dal mare" (scritta da Fabio Ilacqua) dovrebbe aver colmato la lacuna, il pezzo merita di entrare nelle scalette dei suoi concerti e dei suoi eventuali futuri impegni televisivi. 

LIVELLO BUONO, MA FORSE L'ANNO SCORSO... - Il livello complessivo del pacchetto canzoni mi è parso un po' inferiore rispetto a quello del 2021, ma forse non dovrei neanche scriverlo, perché potrei pentirmene presto. Questo è un tipo di valutazione che può essere fatto in maniera esaustiva solo a bocce ferme, magari a distanza di mesi dalla fine della kermesse, e del resto è ingeneroso paragonare prodotti nuovi di zecca a brani con un anno di anzianità, molti dei quali tuttora sulla cresta dell'onda (ne abbiamo avuto un esempio in queste sere, con la riproposizione di alcuni di essi nei collegamenti con la nave da crociera). E' un fatto che la rassegna di undici mesi fa abbia rivelato tante realtà eccellenti del sottobosco canoro italiano, lanciato pezzi di grande orecchiabilità, prodotto due tormentoni ("Zitti e buoni" e "Musica leggerissima") e spedito in orbita una band, i Maneskin, passata dall'Eurovision ai trionfi d'oltreoceano. Parliamoci chiaro, un'annata come quella, per il Sanremone, può capitare due o tre volte nell'arco di un decennio. 

CHI PUO' VENDERE - Quest'anno forse non si raggiungeranno tali vette, ma c'è comunque una decina abbondante di canzoni che può percorrere una strada ricca di soddisfazioni lontano dall'Ariston: penso al podio, penso alle proposte di Sangiovanni, Irama, Emma, Ranieri, Rappresentante, Aka 7even, Dargen D'Amico, Ditonellapiaga-Rettore, alle quali aggiungerei chi, come Noemi e Vibrazioni, è stato ingiustamente penalizzato dalle giurie. Discorso a parte per Giovanni Truppi, con una proposta cantautoriale così raffinata, elaborata, complessa eppur orecchiabile che ha spiazzato perfino la critica, tanto che nessun premio speciale gli è stato assegnato, e questo è forse l'unico vero scandalo della finalissima, se proprio dobbiamo cercarne uno. 

TRIONFO AUDITEL - Vedremo come risponderà il mercato a questa infornata di inediti. Sul fronte televisivo, i numeri trionfali di questi giorni li sapete: non ne avevo parlato, finora, perché per me contano le canzoni, i cantanti e la buona costruzione complessiva dello show, poi i risultati Auditel sono legati anche ad altre variabili non sempre comprensibili a chi, come me, non ne è studioso. Non tirerei in ballo la pandemia che ci tiene in casa: undici mesi fa stavamo messi molto, ma molto peggio, eppure la platea catodica fu nettamente inferiore. Certo, il cast fornisce già una risposta: l'anno scorso tanti nomi nuovi, e si sa che il pubblico generalista di Rai 1 rimane costituzionalmente assai refrattario alle novità, soprattutto se gliele proponi in dosi così massicce. In questo 2022, e l'avevo scritto fin dall'articolo di presentazione, c'era un listone di concorrenti che era più che sufficiente a tenere incollati gli spettatori davanti al video, senza necessità di sovrastrutture e di contorni appetitosi. C'era un evento ben costruito, ben calibrato, con ritmi in generale più serrati (un po' di lentezza solo nella seconda serata) e tempi televisivi più contenuti. E c'era, infine, un padrone di casa che è parso davvero, più di Carlo Conti, il vero erede di Baudo nella capacità di gestire e padroneggiare la situazione, ma più rassicurante, "amicone" e meno svettante del Pippo nazionale. Altro che spalla di Fiorello... 

CONTROPROGRAMMAZIONE ASSENTE? NON PROPRIO - Si è tirata fuori la solita storia della controprogrammazione inesistente. A parte che è così più o meno dal 2007... Certo, la pax televisiva è un dato di fatto, e se esiste conviene a tutti, perché non credo che Mediaset faccia favori alla Rai "per il bene supremo di Sanremo". Ma ci sono due aspetti da sottolineare: il primo è che la stessa Mediaset non ha, da anni, una produzione di show il cui spessore possa anche solo pensare di contrastare il Festivalone. Fra i pochi eventi messi in piedi negli ultimi tempi, "Uà" di Baglioni aveva un calibro piuttosto elevato, eppure non è stato baciato da dati Auditel trionfali. E comunque, se andiamo a guardare, la controprogrammazione c'è stata, perché i veri programmi-boom della nostra epoca sono i talk politici e le trasmissioni informative, e in questa settimana sono andati regolarmente in onda i vari "Carta bianca", "Di martedì", "Piazza pulita", per non parlare di "Chi l'ha visto?" e "Quarto grado". La verità, certo non l'unica, è che se il Festivalone è ben fatto, con personaggi interessanti e canzoni apprezzabili, la gente lo guarda, perché rimane un'istituzione che ora avvolge e coinvolge anche i Millennials, perlomeno in parte. Oltre 13 milioni di spettatori, cifra davvero d'altri tempi, non si totalizzano per caso. 

LA GENUINA FERILLI - Poco rimane da dire sul gran gala conclusivo, come detto dominato dal thrilling della competizione. Confermata la linea fortemente sociale del nuovo Sanremo, col dialogo sugli haters fra Filippo Scotti e Marco Mengoni, il quale ha poi riproposto "L'essenziale" e lanciato il suo nuovo singolo "Mi fiderò". Anche per lui auspichiamo un ritorno in gara, magari l'anno prossimo, quando saranno trascorsi giusto dieci anni dalla sua ultima partecipazione. Scanzonata e caciarona, un po' "paesana", la co-presentazione di Sabrina Ferilli, che peraltro ha offerto uno spunto di riflessione significativo: per essere su quel palco, in quel ruolo, occorre per forza portare qualcosa di forte, un monologo sulle grandi questioni dei nostri tempi o performance simili, e non basta invece il proprio essere professionista dell'intrattenimento? La mia risposta: sono validissimi entrambi i modi di proporsi, l'importante è si tratti di partecipazioni ben concepite e opportunamente rese sul palco, e non tutte, fra le cinque primedonne di questa edizione, sono state in grado di centrare l'obiettivo. 

AMADEUS QUATER? PRO E CONTRO - Rimane calda la questione sul futuro della rassegna: vorrei affrontare il discorso più approfonditamente a mente fredda, magari Amadeus ne parlerà oggi nell'ultima conferenza stampa. A me pare logico e inevitabile che la Rai gli offra un quarto mandato, e sinceramente non disdegnerei la scelta. Però attenzione: nemmeno Baudo è mai arrivato a più di tre direzioni artistiche consecutive (presentò il Festival dal '92 al '96, ma solo nelle ultime tre edizioni fu il gestore dell'evento), e comunque il rischio di saturare e stancare è sempre dietro l'angolo. Soprattutto perché, come scritto ieri, la formula Ama, pur vincente, è ripetitiva sul piano della costruzione dello spettacolo, prevedibile e con pochi spazi autenticamente spiazzanti. Però il conduttore di "I soliti ignoti" può vantare una mano assolutamente felice, come pochi altri prima di lui, nella scelta di cantanti e canzoni in concorso, che sono ormai ridiventate centralissime nella kermesse. Un bel rebus: ci ritorneremo.  

venerdì 4 febbraio 2022

SANREMO 2022, LA TERZA SERATA: E' IL FESTIVAL DEL DUELLO AL VERTICE, COME JUVE-TORO '77. SCONTRO ELISA-MAHMOOD E BLANCO, MA OCCHIO AGLI OUTSIDER: MORANDI, IRAMA, EMMA E SANGIO

Sembra una di quelle antiche edizioni della nostra Serie A calcistica tese fino allo spasimo e incerte fino all'ultimo, per i più anziani il '76/77, Juve 51 e Toro 50, per quelli della mia generazione Juve contro Inter '98. Il leit motiv di Sanremo '22 è ormai cristallizzato: Mahmood-Blanco contro Elisa, Elisa contro Mahmood-Blanco, coi primi che scattano subito in testa, il sorpasso della seconda e ancora, ieri sera, i due ragazzi di nuovo al comando. E' una novità, perlomeno guardando al passato recente della rassegna: negli ultimi anni, o regnava l'incertezza assoluta con un lotto di quattro-cinque papabili per il trionfo, oppure c'era il favoritissimo designato (Il Volo 2015, Meta-Moro 2018) con gli avversari costretti a difficili e improbabili inseguimenti. 

OCCHIO AGLI OUTSIDER - Il giudizio popolare ha sì spostato qualcosa in classifica generale, ma senza sconvolgimenti: com'era prevedibile si son fatti largo nei quartieri altissimi Morandi, Irama e Sangiovanni, mentre Emma è rimasta in posizione "di sparo", ossia con la possibilità di portare attacchi pericolosi ai capifila. Vale quanto detto ieri: con ancora due serate e altre tornate di votazioni davanti, siamo ancora in tempo per assistere a qualche ribaltone, soprattutto perché non conosciamo percentuali e totale esatto dei voti; per quanto ne sappiamo, lassù potrebbero essere tutti separati fra loro di un nonnulla, e allora qualcuno, nella notte di sabato, potrebbe piazzare un allungo improvviso e decisivo. Ricordiamoci del percorso di Ermal Meta nel 2021: dopo le prime sere pareva il favoritissimo, poi si ritrovò fra le mani un bronzo dolceamaro. E tuttavia, se valgono ancora qualcosa la qualità complessiva dei brani, la loro capacità di impatto senza scendere a compromessi con la banalità, le doti tecniche e di comunicativa di chi li propone, ecco, se la vittoria non arridesse a uno dei due battistrada ci sarebbe di che sorprendersi e perché no, rimanere un po' delusi. 

RITORNA IN FORZE LA MELODIA - In attesa della finalissima, possiamo comunque individuare fin da ora una linea di tendenza ben precisa nel pacchetto-inediti offerto da questa 72esima kermesse: dopo la sbornia rock dei Maneskin, ritorna a padroneggiare l'Ariston la melodia tradizionale, adeguatamente modernizzata con arrangiamenti al passo coi tempi. Non solo i due superbig in odor di trionfo, ma anche Irama con la sua commovente ballad rafforzata dall'ormai nota possanza esecutiva, ed Emma, di cui dirò più avanti. Non c'è nulla di male e fa anzi piacere: a Sanremo c'è spazio per tutti, non si vede perché il classicismo debba essere messo da parte per far posto soltanto alle nuove tendenze: se ben concepito, può anche fare breccia, lo dimostrano queste quattro proposte come lo dimostrò Diodato due anni fa. 

SANGIO E AKA RADIOFONICI, ONORE ALLE VIBRAZIONI - La terza giornata di questo appassionante campionato della canzone è servita a chiarire un po' le idee soprattutto sulle proposte presentate mercoledì, come detto ieri meno immediate, al primo ascolto, di quelle del vernissage. E molte mie impressioni sono state confermate: Sangiovanni ha il pezzo più orecchiabile e radiofonico fra gli esponenti della new generation, una "Farfalle" accattivante che difficilmente bisserà i consensi oceanici di "Malibù" ma diventerà comunque un grosso successo commerciale. Funzionerà sicuramente anche "Perfetta così" di Aka 7even, un bel messaggio d'amore con un refrain efficacissimo, più da palati fini l'elaboratissima composizione di Giovanni Truppi, fra cantato e recitato, con una modalità interpretativa che a tratti ricorda Massimo Bubola, per chi ne conserva memoria. Trovo penalizzante l'attuale posizione in graduatoria delle Vibrazioni, con un moderato rock arricchito dalle scariche adrenaliniche fornite da Sarcina e con la non invasiva presenza di un coro molto anni '80 style: la band, in questa sua seconda vita, sta producendo musica che non sfigura assolutamente di fronte alle hit degli esordi, e soprattutto in questa "Tantissimo" viene dato libero sfogo all'energia genuina di un gruppo che ha ancora tanto da esprimere. 

NOEMI E GIUSY MERITANO DI PIU' - Ingiusta anche la presenza nelle retrovie di Noemi, amore con linguaggio moderno, una tessitura sonora che profuma di dance contemporanea quando va ad avvolgere un inciso di grande appeal. Sul versante stilistico opposto, pure meriterebbe di salire qualche posizione Giusy Ferreri, con il suo ballabile retrò tutt'altro che malvagio, al quale semmai poco aggiunge la trovata del megafono, comunque elemento di curiosità. Giusy, in seconda esibizione, è migliorata vocalmente ed è stata maggiormente aiutata da un audio senza imperfezioni, così come sono cresciuti altri big parsi un po' spauriti all'esordio. Migliorato Ranieri, anche se non ancora ai suoi consueti livelli: il suo sofferto e poetico canto d'immigrazione, a rigor di logica, dovrebbe guadagnare ancora un po' di terreno, però il podio pare fuori portata. 

ANA MENA... DA COSI' A COSI' - Decisamente in crescita anche Ana Mena, forse perfino un tantinello sopra le righe, ma va promossa perché ha comunque fatto di tutto per gettare la maschera e guadagnarsi il calore del pubblico; è parsa proprio un'altra persona rispetto alla prima serata e ha donato un minimo di valore aggiunto a "Duecentomila ore" che, come scritto, è una canzone esile, "leggerissima", direbbero Colapesce e Dimartino, fors'anche fuori stagione, perché in estate avrebbe fatto il consueto botto, ma chissà, lontano dall'Ariston potrebbe comunque funzionare... Là nei bassifondi c'è anche Yuman e me ne dispiace, perché il suo pezzo di romantica atmosfera soul ha alcuni tratti distintivi che possono farlo ricordare, e perché la sua voce è tutt'altro che anonima. Emma, infine, è sembrata un po' più contenuta nel modo di porsi rispetto alla prima uscita: fra le due esibizioni ho preferito la prima, ma "Ogni volta è così" è opera di assoluta sostanza, ottimo testo, gran crescendo vocale, arrangiamento quasi "ipnotico" nelle strofe. 

CREMONINI IMPERA, MA... - Lo spettacolo è stato oggettivamente di alto livello. Ribadendo, come alla vigilia, che il punto di forza di questo Festival è un concorso zeppo di mostri sacri e amatissimi, rilevo con assoluta onestà critica il peso decisivo che hanno avuto gli ospiti nella serata di ieri. Cremonini ha offerto un vero e proprio mini-concerto, cosa che a Sanremo non si vede spesso: i successi da solista, soprattutto la deliziosa Marmellata 25, il momento nostalgia con una "50 special" eseguita con una sicumera forse eccessiva ma comunque trascinante, e poi il nuovo singolo "La ragazza del futuro". Perché non presentarlo in gara? Che Sanremo ancor più memorabile sarebbe stato, se ai grossi calibri già in lizza si fosse aggiunto l'ex Lunapop... Cesare ha un talento prezioso, sa scrivere, sa ideare costruzioni musicali ben congegnate, è un animale da palco, ma sinceramente non ne ho mai capito la (legittima, per carità) idiosincrasia alla competizione ligure. Sperando che questa sua passerella sia servita a chiudere certi conti e a chiarire certi conflitti con la ribalta sanremese, il mio augurio, sincero, è di vederlo presto a concorrere, in allegria, in una sfida che è sempre sentitissima ma mai "all'ultimo sangue", se è vero che persino una riluttante Elisa è tornata quest'anno ad affrontarla. 

FESTIVAL SOCIALE - Sono da sempre altrettanto contrario alle intrusioni slegate dall'intrattenimento puro, e in questi ultimi lustri ce ne sono state, ma per parentesi come quella offerta da Saviano si può fare un'eccezione. Non si sottolinea mai abbastanza quanto sia un dovere civico mantenere viva la memoria di grandi uomini e persone comuni che hanno offerto il loro contributo, spesso fino all'estremo sacrificio, per rendere migliore il nostro disastrato Paese. Da "sanremologo" e "sanremofilo" quale io sono, a prescindere da ogni considerazione artistica, trovo sia motivo d'orgoglio che il Festival abbia nettamente assunto, in quest'ultimo decennio, una posizione di forte impegno sociale (ovviamente da coniugare con le esigenze di uno show leggero) e di lotta a ogni discriminazione. 

L'EFFICACE ELEGANZA DI DRUSILLA, L'INUTILITA' DEL PALCO MARINO - Quest'ultima battaglia è ormai una caratteristica fissa del Festival, e senza andare troppo lontano possiamo pensare alle scarpette rosse della Berte di undici mesi fa. Poi, chiaro, c'è chi la combatte meglio, chi con qualche incertezza: Lorena Cesarini, lo si è detto, ha zoppicato un po' mercoledì, mentre Drusilla Foer ha fatto centro con un breve ma accorato monologo sull'unicità di ciascuno di noi e sul dovere di ascoltare gli altri, pochi minuti eleganti e puntuti che hanno convinto, al culmine di una serata in cui ha cosparso perle del suo sottile sarcasmo, ironico e autoironico. Una critica? Usata troppo poco, la Drusilla, così come la suddetta performance avrebbe meritato una collocazione più decente di quella a ridosso delle due di notte. Qualcosa si poteva tagliare, in precedenza: ad esempio l'inutile collegamento con la nave, e l'evitabile esibizione di Gaia, carinissima, per carità, ma quale sarebbe la sua caratura di ospite d'onore? E, ripeto, qual è il senso di riproporre, durante Sanremo '22, una sintesi di Sanremo '21 in forma ridotta? Non c'erano proprio altre attrazioni da collocare al largo della costa ligure? 

giovedì 3 febbraio 2022

SANREMO 2022, LA SECONDA SERATA: DOMINA LA CLASSE DI ELISA, CANZONI DI MINOR IMPATTO IMMEDIATO E UN RITORNO AL CLASSICISMO

Forse, questa volta, i giornalisti e gli altri addetti ai lavori non sono andati troppo distanti dalla realtà. Mi rendo conto che dirlo adesso espone al rischio di figuracce notevoli, visto che ancora devono scendere in pista le giurie popolari, ossia il televoto e la demoscopica, e sappiamo quanto peso possano avere, soprattutto la prima. Tuttavia, allo stato delle cose ritengo che difficilmente la corsa alla medaglia d'oro festivaliera possa trovare altre candidature credibili al di fuori del duello fra Elisa e Mahmood-Blanco, i preferiti della critica specializzata come da classifica generale resa nota stanotte, a un'ora nemmeno troppo tarda. 

CORSA A DUE? - Una grande curiosità circondava il ritorno in gara dell'artista triestina dopo 21 anni, e le attese non sono andate deluse. "O forse sei tu" è paradossalmente un pezzo più classicheggiante rispetto alla modernissima "Luce" che la condusse al trionfo nell'unico Sanremo condotto da Raffaella Carrà, ma tuttavia assolutamente in linea con buona parte della sua produzione successiva: una composizione di grande impatto e intensità, con una veste sonora elegante, dal refrain incisivo ed emozionante. In definitiva, ha tutto per imporsi sulla ribalta ligure, così come ha tutto, l'abbiamo detto ieri e lo ripetiamo, l'ottima "Brividi". Corsa a due? Probabilmente sì, anche se "il popolo votante", a rigor di logica, dovrebbe poderosamente spingere Sangiovanni ed Emma, così come Ranieri e Morandi, mentre è lecito attendersi un exploit, leggasi conferma nelle zone alte, dai Rappresentante di Lista, graditi agli esperti e in grado di catturare l'attenzione e le preferenze del pubblico con la pazzerella "Ciao ciao". Gli altri, probabilmente, dovranno accontentarsi di dare la caccia al piazzamento di prestigio, che comunque al Festival può cambiarti la vita e il percorso professionale. 

PROPOSTE MENO "EASY" - Elisa a parte, che con la sua classe si è stagliata nitidamente sul resto del lotto, le proposte della seconda serata si prestano a una più difficile valutazione a caldo rispetto alla dozzina che ha sfilato nel vernissage. Caso o scelta di chi ha composto le due scalette, l'immediatezza registrata nella prima serata non ha trovato riscontro ieri, quasi tutte le canzoni hanno bisogno di qualche ascolto supplementare per essere recepite, e in tal senso fondamentale sarà la sfida collettiva di oggi. Una linea di tendenza però la si è individuata, e vede come capofila proprio la Toffoli: un ritorno alla tradizione melodica, ovviamente declinata al presente sul piano musicale. Cos'altro è, se non un pezzo tipicamente sanremese, "Ogni volta è così" di Emma? La canzone è comunque di buona fattura, con un arrangiamento non banale, interpretata con maestria da un'artista che sfodera la consueta grinta vocale soprattutto nel ritornello e mostra una padronanza del palco assoluta, quasi istrionica, pur se con gestualità a tratti discutibile. Ecco, se devo individuare una possibile terza incomoda nella lotta di vertice, la mia preferenza cadrebbe sulla vincitrice 2012, al momento. 

IRAMA TRADIZIONALE MA CONVINCENTE - Classicone e ballad senza rischio anche per Fabrizio Moro, ma "Sei tu" non svetta per originalità, anche se recupera qualche bel punto col crescendo che ne caratterizza la seconda parte. Meglio "Ovunque sarai" di Irama, che forse ci aveva abituati troppo bene con la possente "Genesi del tuo colore" e che nel 2022 ha scelto invece la strada intimistica, ma ha tutto sommato convinto, portando una canzone d'amore ben scritta ed eseguita con trasporto e passione, canzone da Sanremo anni Novanta, che avrebbe forse fatto la gioia del grande Pippo Baudo ma che può ritagliarsi  scampoli di gloria anche qui e ora. 

ORECCHIABILI SANGIOVANNI, AKA E IVA - Old style, come prevedibile, anche Iva Zanicchi, ma "Voglio amarti" si fa ascoltare e ha una struttura piuttosto originale, puntando tutto su un ritornello "esteso" che quasi monopolizza il brano e centra così l'obiettivo della "facile presa", dell'easy listening, impresa in cui non tutti, ieri sera, sono riusciti. Fra questi sicuramente Sangiovanni: certo non è semplice riprodurre il piglio di "Malibù", ma "Farfalle" sfodera una sua verve trascinante, le giuste trovatine testuali e sonore e non farà fatica a fare breccia nel cuore dei giovanissimi. Buono anche il debutto di Aka 7even, "Perfetta così" si giova di un bel testo e di una costruzione furbetta, detto in senso buono, con frasi e passaggi ad hoc per imprimersi nella testa dell'ascoltatore. 

GIOIELLI: TRUPPI E "DITORETTORE" - Fra i gioiellini per il momento nascosti della seconda manche vanno inseriti di diritto Giovanni Truppi, che ha portato stralci di Premio Tenco e di cantautorato alto con l'elaborata "Tuo padre, mia madre, Lucia", e la contaminazione di stili nella movimentata, coinvolgente e martellante "Chimica" di Ditonellapiaga-Rettore, che però ha una architettura articolata e complessa pur dando la sensazione di "cazzeggio". Cazzeggio puro, senza equivoci, sembra invece quello di Tananai, a conferma di quanto mostrato a Sanremo Giovani: "Sesso occasionale" è leggera e scanzonata, forse troppo, rischia l'inconsistenza ed è stata penalizzata da un'interpretazione non eccelsa del ragazzo, emozionato nonostante la corazza di sfrontatezza. Meritava di più la trascinante energia vocale e strumentale pop-rock delle Vibrazioni, mentre sospendo il giudizio su gli altri esordienti, la coppia Highsnob-Hu con un cupo amore urban, e Mattia Romano il quale, già lo si era intuito a dicembre, cerca un difficile compromesso fra schemi canori della scuola melodica e inserimento di stilemi contemporanei, sia linguistici che nella strutturazione del brano: il risultato è una "Virale" abbastanza brillante ma tutto sommato acerba. Da risentire. 

ZALONE E CESARINI, TONI OPPOSTI SULL'INTOLLERANZA - La "cornice" della seconda puntata è stata rappresentata soprattutto da Checco Zalone, che ha fatto centro e non poteva essere diversamente. Fustigatore di costumi a modo suo, come è giusto che sia: l'ironia sull'universo rap-trap con il rapper finto povero e finto tormentato, quella sui virostar con Oronzo Carrisi e la sua mal tollerata parentela con Al Bano, e soprattutto lo sketch iniziale, che ha affrontato, per chi non se ne fosse accorto, il tema dell'intolleranza con tonalità grevi ed esplicite, ma che, per chi sa coglierle, possono centrare il bersaglio forse più del lungo e pesante monologo della primadonna di serata, Lorena Cesarini, che non ha saputo incanalare nel modo giusto, complici autori poco ispirati, la sua sacrosanta rabbia e indignazione per gli insulti social. A proposito dei quali do un consiglio non richiesto: i social sono la feccia, il male assoluto, in cui hanno preso un potere quasi "dittatoriale" i peggiori minus habens che abitano questo paese. Per cui, cara Lorena, li lasci perdere e se li faccia scorrere addosso, perché è una battaglia impari, e la vera lotta a ogni forma di razzismo si combatte al di fuori di quella inutile e perniciosa bolla web. 

MIKA E CATTELAN IL FUTURO DI SANREMO? - Lo show si è concluso ancor prima di quello d'esordio, nonostante qualche piccolo intoppo iniziale: una pausa troppo lunga dopo l'esibizione dei primi tre concorrenti e due ospitate super messe una di seguito all'altra, la prima uscita di Zalone e la performance di Laura Pausini. A proposito: doveroso il lungo passaggio di consegne Sanremo-Eurovision coi tre presentatori della kermesse continentale, che potrebbe anche essere passaggio di consegne per la rassegna ligure, chissà: non mi stupirei, in un futuro non molto lontano, di vedere alla guida del Festivalone Mika e Cattelan, magari anche con funzioni di direzione artistica; quella di Torino potrebbe essere una sorta di prova generale. Per intanto, i due hanno affiancato la Pausini in una riproposizione di "I have a dream", che è almeno servita, 39 anni dopo l'ospitata di Frida, a far tornare gli Abba all'Ariston, sia pure in versione... surrogata. 

ARISA E MALIKA "OLIMPICHE" - Imprevista e interessante l'appendice con Arisa e Malika Ayane, per la scelta della canzone inno delle Olimpiadi invernali italiane 2026: due brani abbastanza impattanti, fra l'altro, certo fatti su misura secondo lo stile solenne delle musiche che, solitamente, accompagnano i grandi eventi sportivi. Per quel poco che conta, la mia preferenza, per una incollatura, va alla morbida proposta eseguita da Malika ("Un po' più in là"), rispetto a quella un tantino retorica affidata a Rosalba ("Fino all'alba"), ma il direttore artistico Peppe Vessicchio, assente imprevisto alla direzione d'orchestra delle Vibrazioni, ha fatto un buon lavoro (altro candidato credibile per il dopo Amadeus, che dite?). Qualche dubbio sulla gestione del secondo palco sanremese, quello sulla nave da crociera: in sé non sarebbe una cattiva idea, ma è poco e male impiegato. Perché riproporre canzoni e cantanti della scorsa edizione di Sanremo, che rischiano di suscitare nel pubblico confronti assolutamente ingenerosi? Come detto ieri, non ha molto senso accostare brani di successo, sentiti e risentiti, a novità appena sfornate e tutte da assimilare. 

martedì 1 febbraio 2022

SANREMO 2022, CI SIAMO: IL VERO SPETTACOLO SARA' LA GARA, CON TANTI BIG VERI CHE FARANNO OMBRA A OSPITI E SUPEROSPITI


Dalla notte al giorno, rispetto a undici mesi fa. La terribile vigilia di Sanremo 2021, coi suoi toni cupi, le polemiche sull'opportunità dell'evento, il senso di dramma e di tragedia che aleggiava sull'Ariston per via di una pandemia senza vaccini, è ancora incisa nell'animo di tutti noi, anche di chi, come me nel mio piccolissimo, combatté la sua infinitesimale battaglia per la riuscita e la sopravvivenza di una kermesse storica, in definitiva vincendola. Altra atmosfera, oggi: una fase di approccio tutto sommato soft, nonostante ci sia stato chi nuovamente ha cercato di rimestare nel torbido, trovando però, deo gratias, scarsissimo seguito. Non sarà nemmeno questo il Festival della rinascita, slogan coniato da Amadeus nella preparazione della precedente edizione e oggi messo da parte, nella consapevolezza che, probabilmente, non toccherà a lui allestire in futuro il primo vero Sanremo post Covid. Sarà però un Festival più sereno, di una serenità concreta e autentica che prescinde dalle inevitabili discussioni pronte a tener banco da mercoledì mattina, quelle su Auditel, qualità delle canzoni, livello dello spettacolo: pseudodrammi, tasselli di un puzzle che tradizionalmente compone la settimana rivierasca, contribuendo in fondo a tenerne vivo il mito. 
COL PUBBLICO RITORNA L'ATMOSFERA - Torneranno gli spettatori in sala, e già questo aspetto rivolta la rassegna come un calzino: l'anno scorso la bravura di tutti i protagonisti, la maestria della regia e un palcoscenico costruito ad hoc attutirono, sul teleschermo, l'impatto del teatro vuoto, che però fu sicuramente devastante per tutti gli animatori on stage dell'evento: il pubblico scatena emozioni che possono ringalluzzire o raffreddare gli interpreti, incidendo sul livello delle performance. Certo, permane lo spauracchio positività, che nel '21 colpì indirettamente lo sfortunato Irama, ma la "bolla" dell'Ariston, costruita attorno a un protocollo estremamente rigido, resse molto bene e non c'è ragione di pensare che quest'anno vada diversamente, vieppiù in ragione dell'efficacia del vaccino e delle mutate caratteristiche del virus, di cui gli esperti hanno dato ampie spiegazioni in queste settimane.
AMADEUS AL TG - Mare calmo nel ponente ligure, dunque. La serenità è stata un tratto predominante anche nella narrazione che la Rai ha voluto fare del periodo di avvicinamento alla kermesse, inaugurando un nuovo, estemporaneo format: Amadeus che annuncia le novità legate al Festival tramite interventi al Tg1 delle 20. Qualcosa di moderatamente rivoluzionario e di audace, se ci pensate: uno spazio della testata giornalistica tv tuttora più sobria, autorevole, per certi versi seriosa,  dedicato alle breaking news prodotte dall'evento leggero e glamour per eccellenza: un modo, appunto, per attutire la crudezza dello scenario politico e sanitario che lo stesso tg ci porta in casa ogni giorno. L'esperimento è riuscito, ma forse se n'è abusato: ok per la comunicazione del cast dei concorrenti, uno dei momenti chiave della liturgia festivaliera, ok per il lancio di ospitate straordinarie come quella di Checco Zalone, ma per altri passaggi tutto sommato normali si poteva soprassedere. 
GLI OSPITI EVITABILI E LE INUTILI SOVRASTRUTTURE - Come sempre negli ultimi tempi, il cartellone degli ospiti fatica a prendere forma. Si gonfierà a dismisura fino a sabato, con arrivi dell'ultimo e penultimo momento, atleti sulla cresta dell'onda (il primo della lista è Berrettini, notizia di ieri), personaggi Rai in promozione di fiction e show (riprendono Màkari e L'amica geniale, vuoi mettere?), qualche cantante italiano e poco o nulla dall'estero. In tal senso, non ci sono da attendersi inversioni di tendenza rispetto al passato recente, ma materiale dovrà pur arrivarne, perché i palinsesti  pubblicati dai giornali parlano chiaro: si chiuderà a notte fonda fin dalla prima serata, urgono dunque riempitivi. E' un discorso ormai annoso, anche in questo mio piccolo spazio: le sovrastrutture spettacolari che "pachidermizzano" il Festival hanno una funzione esclusivamente televisiva, ma sul piano artistico rischiano di nuocergli, più che rinvigorirlo. 
Sono da sempre favorevole agli ospiti, purché siano un arricchimento: lo erano le grandi vedettes di oltrefrontiera che ormai sono diventate merce rarissima da queste parti, ma lo è certo anche il citato Zalone, una primizia e un colpaccio autentico, essendo uno che quasi mai si presta a passerelle catodiche più o meno prestigiose. E ci possono stare, ovvio i Maneskin, che sono diventati in pochi mesi dei colossi, ma ci mancava pure che non tornassero all'Ariston a stretto giro di posta, visto che da lì è partito il loro sogno intercontinentale. Ci sta già un po' meno Laura Pausini, all'ennesima presenza, per non parlare di Cesare Cremonini, un cantautore di vasta popolarità ma non una superstar internazionale, che oltretutto mai si è sognato di mettere piede a Sanremo da concorrente e che vi approda direttamente da superospite vantando decisamente meno titoli di tanti artisti in concorso, stesse considerazioni fatte in tempi recenti per la Amoroso, per Antonacci, per Ghali. 
CENTRALITA' DELLA GARA - Sono solo appesantimenti, questo è, perché ormai, al Festivalone, la gara basta a se stessa. Avviene più o meno da quando Carlo Conti prese in mano il timone, nel 2015, raccogliendo la non entusiasmante eredità del Fazio quater: da allora, il concorso è tornato centrale, checché se ne dica. E non mi riferisco solo alla competizione in sé, ai piazzamenti, alla classifica: fattori che contavano moltissimo anche, ad esempio, nelle edizioni griffate Gianmarco Mazzi, solo che erano esasperati, con agonismo portato agli estremi, decimazioni più che eliminazioni, e concorrenti ridotti all'osso per la finalissima. No, centralità della gara significa soprattutto centralità di chi la anima, di chi vi partecipa, valorizzazione e spazio dato ai cantanti, possibilmente tanti, in modo da offrire ogni volta uno spettro sufficientemente ampio delle tendenze musicali nostrane. 
Ed è ciò che sta avvenendo sistematicamente da oltre un lustro, magari con linee artistiche ogni volta diverse, perché se l'anno scorso si è puntato coraggiosamente su nomi fuori dal giro mainstream, questa volta sono stati cercati e trovati i grandi e i grandissimi della nostra canzone. Del resto, fateci caso: a parte un Fiorello che fa sempre notizia, cosa è rimasto degli ultimi festival nella memoria collettiva? Non le tante passerelle promozionali, ma il trionfo dei Maneskin, il tormentone di Colapesce - Dimartino, la struggente invocazione di Diodato, il sorprendente Mahmood che per poco non vinceva anche lui l'Eurovision, la delusione di Ultimo per un argento che fino alla fine pareva poter essere oro, lo "scazzo" Bugo - Morgan, la vecchia che balla dello Stato Sociale... Tutti elementi, curiosità, "casi" inerenti la gara, non il resto. 
PRESTIGIO ANNI SESSANTA: I VETERANI... - Questa volta, davvero, sarebbe bastato solo il listone dei partecipanti per illuminare la rassegna (sperando che l'anno prossimo si torni al numero pari di cantanti: sembra una stupidaggine, forse lo è, ma è uno dei quegli tratti distintivi storici della manifestazione che, secondo me, non andrebbero mai toccati), sarebbe bastata una cornice meno ridondante perché il cast è davvero al livello dei Sanremo all stars anni Sessanta: forse il migliore di questo secolo, sul piano della qualità dei nomi in lizza, capaci di reggere benissimo sulle proprie spalle il peso dell'impatto con la spada di Damocle dell'Auditel. Ci sono i superbig di ieri ancora sulla cresta dell'onda, Ranieri, Zanicchi e Morandi, ci sono i divi pop della penultima generazione ancora pienamente nel cuore della gente, Elisa soprattutto, ma anche Emma e Fabrizio  Moro: tutti quanti, fra l'altro, ex vincitori che si rimettono in gioco, altro fatto non da poco, in contrapposizione a chi invece non vuole mai prendersi il minimo rischio. 
...E I NUOVI BENIAMINI - Ex vincitore è anche Mahmood, che in coppa con Blanco già raccoglie non pochi pronostici favorevoli: sono i capofila della cosiddetta musica giovane, quella che ascoltano e scaricano i ragazzi, quella che schiera all'Ariston anche Sangiovanni, Rkomi, Aka7even, per non parlare di Achille Lauro, di nuovo nell'agone dopo la pausa da guest star, ormai presenza fissa da quelle parti; e a proposito, sono sotto esame quelli che ritornano dopo soli undici mesi, perché dovranno superarsi: gli ascolti in anteprima degli esperti, che valgono quel che valgono, hanno promosso il pezzo dei Rappresentante di lista, avvolto quello di Noemi di qualche perplessità, raccontato di un Irama più classicheggiante e morbido rispetto al brano bomba che nel 2021 l'avrebbe probabilmente portato alla vittoria o lì vicino, se non avesse avuto l'handicap della quarantena. C'è ovvia curiosità per Ana Mena che riporta l'internazionalità nel certame ligure, e per i nomi meno commerciali, da Truppi a D'Amico, fino ai giovanissimi lanciati dalle Nuove Proposte in versione ridotta passate fugacemente da Rai 1 prima di Natale, ossia Yuman, Tananai e Matteo Romano.
PRONOSTICI? SARA' SFIDA FRA I SUPER - Scusandomi con chi non ho citato, ma che salirà di certo alla ribalta su queste pagine nei prossimi giorni, stento davvero a credere che questo cartellone possa lasciare qualcuno indifferente, perché c'è davvero di tutto, passato, presente e futuro, stili tradizionali e contemporanei, ci sono le ballad, il cantautorato, la dance, il rap e il rock, fors'anche il reggaeton. E  c'è una grossa incertezza su chi arriverà a contendersi il successo, perché è fin troppo facile, e probabilmente sacrosanto, parlare di Elisa o Morandi, Ranieri o Mahmood-Blanco, ma sono in tanti ad avere, almeno sulla carta, i mezzi per puntare alla sorpresa. Ecco, se ci saranno, queste sorprese, saranno però moderate, perché ad esempio i citati tre esordienti difficilmente riusciranno a inserirsi nello scontro al vertice fra giganti che, ci scommetterei, sarà il leit motiv di questo Sanremone numero 72, equilibrato più che mai ma con pochi spazi per colpi di scena epocali. 

domenica 5 dicembre 2021

SANREMO 2022: AMADEUS ANNUNCIA (IN ANTICIPO) UN CAST DISCOGRAFICAMENTE FORTISSIMO. PIU' SPAZIO PER I DOMINATORI DELLE CHART E PER I VETERANI, MA LE SCELTE CORAGGIOSE NON MANCANO


Forse non sapremo mai cosa sia realmente accaduto nelle 72 ore (abbondanti) intercorse fra lo scoop molto presunto di "Chi" e l'annuncio ufficiale del cast di Sanremo '22. Forse Amadeus, vistosi messo all'angolo per la seconda volta in due anni, ha rimescolato le carte all'ultimo momento e teso una diabolica trappola al settimanale, che si è ritrovato fra le mani un'ex colpo giornalistico diventato improvvisamente una notizia incompleta e imprecisa. O forse, più semplicemente, la rivista diretta da Alfonso Signorini ha preso un granchio: capita, quando si è fin troppo sicuri di sé; nel 2020 era andata bene, ma le fonti non sono sempre quelle giuste, e allora qualche volta sarebbe meglio andarci un po' più coi piedi di piombo: vale anche per le tante testate che hanno rilanciato lo pseudo-listone di Big in maniera del tutto acritica e senza nemmeno sprecare un condizionale o un punto interrogativo. 

Problemi loro, intendiamoci. E un sentito grazie al direttore artistico che, sia pur per vie traverse, ha salvaguardato uno dei momenti chiave della liturgia sanremese, della "messa cantata", come la definiva Pippo Baudo, ossia la solenne comunicazione dei vip in lizza in Riviera. Si temeva che sarebbe stata una stanca conferma dei nomi già circolati, si è rivelata invece una sarabanda di piccoli e grandi colpi di scena. E così, alla fine, il vero colpo giornalistico la Rai se l'è confezionato in casa affidando il primo momento topico del percorso sanremese al Tg1 delle venti, che non ospitava questo rituale dai tempi della gestione Fazio-Pagani. 

MENO SPERIMENTAZIONE - Torneremo in chiusura sullo spoiler che spoiler non è stato, questione molto più seria di quanto appaia a prima vista. Ora i riflettori vanno puntati su questo cast, che offre una miriade di spunti di riflessione. C'è tanto del primo e del secondo Amadeus, ma c'è anche qualcosa di nuovo. Ci sono ancora il coraggio, la sperimentazione, la voglia di imporre sulla rete generalista per eccellenza volti poco mainstream. Ecco, ad una prima lettura del cartellone questa tendenza può apparire sempre forte, immutata rispetto alle precedenti due edizioni; personalmente la percepisco invece leggermente attenuata, ma parlo da persona che, nonostante l'età non più verdissima, ama tenersi sempre aggiornato in fatto di musica leggera, e che dunque sa che c'erano in circolazione nomi ancor più insoliti da poter mettere in pista; ma il pubblico tradizionale di Rai 1, lo spettatore legato a doppio filo alla tradizione festivaliera, difficilmente coglierà questo sottile scarto e resterà comunque spiazzato di fronte a certi personaggi. Ci sta.

GLI IMPERATORI DELLA HIT PARADE - Un pizzico, ma proprio un pizzico di sperimentazione in meno, dunque, e parlo soprattutto dell'aspetto quantitativo, per fare spazio a una quota pop potenziata nel numero e nella "sostanza" dei cantanti scelti. Amadeus cala una serie impressionante di assi, protagonisti assoluti delle classifiche recenti e attuali: il duo Mahmood-Blanco potrebbe addirittura far saltare il banco, ma ci sono due ritorni che fanno scalpore, due primedonne assolute, Elisa che ha partecipato una sola volta, una vita fa, nel 2001, ovviamente vincendo, e poi ha sempre accuratamente evitato la competizione, fino a oggi; ed Emma, che dopo il trionfo del 2012 il Festival lo ha condotto per poi presenziare come ospite, ma anche per lei era tempo di tornare a misurarsi con la classifica. E poi un altro ex vincitore come Fabrizio Moro, la regina delle hit estive Giusy Ferreri, che nell'inverno ligure non ha mai avuto troppa fortuna, anche con pezzi di grana buona come "Il mare immenso" e "Fa talmente male", il Sangiovanni del tormentone "Malibù" e circondato da tante aspettative per le originali qualità di scrittura e interpretazione che ha già fatto intravedere, due rapper assolutamente sulla cresta dell'onda come Rkomi e Aka 7even. Stiamo parlando di nomi popolarissimi e, con diverse sfumature, tutti di grande peso sul mercato discografico. Blanco, Sangiovanni e Aka 7even hanno già in bacheca una quantità abnorme di dischi di platino collezionati in pochissimo tempo: avere questi ragazzi all'Ariston significa garantirsi in partenza il successo commerciale della rassegna. 

PIU' SPAZIO AI "GRANDI VECCHI" - Con questi pezzi da novanta, mattatori delle chart, puoi anche permetterti una più vigorosa riscoperta delle origini, altra "innovazione" dell'Amadeus ter. Se nel 2020 e nel 2021 la quota vintage prevedeva una sola casella (diciamo Pavone nel primo caso, Berti nel secondo), quest'anno si è allargata a... tre e mezzo. Quattro veterani, e che veterani, diciamo pure mostri sacri: Morandi, Zanicchi e Ranieri rinverdiscono i fasti degli aspri scontri nelle Canzonissime fine Sessanta - primi Settanta (scontri invece poco sanremesi, perché a parte la Iva gli altri due, all'epoca, erano piuttosto restii a mettersi in gioco al Salone delle Feste), mentre la Rettore, fedele al suo spirito ribelle, si presenterà in una inedita coppia con la cantautrice rampante Ditonellapiaga, e fra le due, nonostante l'abisso generazionale, non mancano le cose in comune, dalle modalità espressive alle attitudini artistiche: un duo che potrebbe essere una delle sorprese del Festival. Delle capacità di Morandi di adattarsi ai tempi ben sappiamo, vedremo in quali vesti si proporranno l'Aquila di Ligonchio e un Ranieri che non poteva non tornare in concorso 25 anni dopo la sua ultima partecipazione "agonistica", nel '97 con quella "Ti parlerò d'amore" griffata Gianni Togni e Guido Morra. 

I RITORNI IMMEDIATI - Merita una riflessione anche il drappello di chi ritorna a soli dodici mesi di distanza (in questo caso, in realtà, tredici mesi, ma son dettagli). Di solito i direttori artistici di turno hanno più di una remora nel riproporre artisti già "convocati" l'anno prima, e anche in questo caso Amadeus ha cambiato linea editoriale, richiamandone ben quattro. Qualche perplessità su Noemi, che ha fatto un bel Festival '21 con l'intensa "Glicine", un bel duetto estivo con Carl Brave in "Makumba", e forse non aveva troppo bisogno di sovraesporsi ulteriormente, ma è anche vero che sta attraversando il momento migliore della carriera, quello della raggiunta maturità, e allora vuol forse battere il ferro finché è caldo, ma il brano dovrà essere veramente di grande spessore. Sacrosanta la chance offerta a Irama, dopo un Sanremo vissuto "in differita" per via della quarantena: mi rimane il dubbio che, se avesse potuto esibirsi sera per sera invece di affidare "La genesi del tuo colore" al filmato delle prove, sarebbe stato papabilissimo per la vittoria, e forse la storia di questo pazzo 2021 canoro sarebbe cambiata... 

Sensata anche la seconda volta dei Rappresentante di lista, fra i più apprezzati del drappello di volti nuovi coraggiosamente lanciati nell'ultima edizione e quindi attesi ora alla consacrazione, mentre con Achille Lauro si rischia grosso: è vero che il personaggio offre sempre spunti interessanti per tipologie di performance e versatilità creativa, ma è alla quarta partecipazione consecutiva, di cui una come ospite fisso: la sindrome del "prezzemolino", con conseguente saturazione, è dietro l'angolo. 

I NOMI INSOLITI E IL RITORNO DI BRAVI - Cosa propone il resto del "listone"? Il gradito ritorno di Michele Bravi, interprete di grande sensibilità, a lungo ai margini dopo l'exploit del 2017 per motivi personali, quelle Vibrazioni che sono ormai quasi degli habitué ma anche degli affidabili professionisti dell'easy listening, e poi i nomi più "stranianti": il cantautore indie Giovanni Truppi, Dargen D'Amico, un rapper sui generis da tempo in pista ma sempre al di fuori del circuito mainstream, e la stranissima coppia formata dal ruvido trapper Highsnob e dalla sofisticata Hu, vista l'anno scorso alle selezioni autunnali della Nuove proposte con "Occhi Niagara", in cui spiccava uno stile interpretativo simile a quello di Lauro e poco incline al rigore della dizione, caratteristica comune a molti cantanti dell'ultimissima generazione. Curioso: dallo sfortunato Sanremo Giovani 2020 è stata pescata una ragazza che non era entrata nemmeno fra gli otto finalisti scelti per l'Ariston, i vari Gaudiano, Shorty, Wrongonyou e compagnia. 

ANA MENA, IL TOCCO D'INTERNAZIONALITA' - Chi manca? Ah sì, Ana Mena. Questa dolce ragazza spagnola, presenza ormai fissa delle nostre estati canore, quasi sempre in coppia con Rocco Hunt, riporta l'internazionalità nel concorso ligure. L'ultimo straniero in gara, andando a memoria, fu Lara Fabian nel 2015, in seguito si è parlato di candidature di Amii Stewart, Dionne Warwick, Michael Bolton, non si sa quanto concrete. Sì, d'accordo, Sergio Sylvestre nel 2017, però nato, costruito e cresciuto musicalmente nel Bel Paese. Quello di Ana è un altro nome "bomba", largamente noto e di grande impatto sulle classifiche: anche lei contribuisce a fare di questo cast uno dei più qualitativi degli ultimi anni, se non il più qualitativo in assoluto. Si parla di nomi, appunto, perché poi sul piano della proposta musicale il discorso potrebbe cambiare. Personalmente, nel 2016 accolsi con notevole entusiasmo un cast che mi pareva il migliore possibile per quello che era il panorama canzonettistico italiano dell'epoca, ma alla prova dei fatti alcuni degli artisti più in voga presentarono opere inferiori alle loro potenzialità. Questo per buttare un po' di acqua sul fuoco, ma è chiaro che con un cartellone così sia più che naturale, direi doveroso, nutrire aspettative altissime, che ritengo non andranno deluse. 

SANREMO GIOVANI BRUCIATO E POSSIBILI COLPI DI SCENA IN EXTREMIS - Rimane il fatto, tornando a quanto detto in apertura, che la (parzialissima) fuga di notizie ha costretto Amadeus e Rai ad anticipare l'annuncio ufficiale dei Big (mai avvenuto a inizio dicembre, ma ricordiamo anche che il 72esimo Sanremo inizierà prestissimo, il 1° febbraio), bruciando così una delle principali attrazioni di Sanremo Giovani, quest'anno in serata unica il 15 di questo mese. Certo, ci sarà la suspense legata ai due emergenti chiamati a competere coi vip al Festival vero e proprio, ma per lo spettatore occasionale non è propriamente la stessa cosa. Potrebbe esserci un colpo di coda del presentatore dei "Soliti ignoti"? Altri due big da aggiungere alla lista resa nota ieri, oppure qualche giovane in più da promuovere? Non è impossibile, del resto il regolamento è quanto di più elastico possa esistere, e sarebbe un coup de théatre che "Ama" potrebbe giocarsi in assoluta serenità, per gusto personale, laddove nel 2020 fu quasi "costretto" ad allungare l'elenco con Tosca e Rita Pavone perché, in quel caso, "Chi" aveva azzeccato quasi tutto. Difficile che accada, certo: il direttore aveva affermato, dopo l'ultima kermesse, che 26 Big erano forse un eccesso da non ripetere, e finora ha tenuto duro su questo punto. Ma la marea di richieste giunte sulla sua scrivania e il conseguente quantitativo di musi lunghi potrebbe indurlo a una parziale correzione di rotta. Del resto in febbraio, ahimé non ci saranno più i giovani a dilatare i tempi televisivi, e gli spazi da riempire non mancheranno... 

giovedì 2 settembre 2021

POWER HITS 2021: A VERONA MENGONI VINCE LA GARA DEI TORMENTONI ESTIVI. OCCASIONE PER UN BILANCIO (POSITIVO) DELLA STAGIONE CANORA BALNEARE


In principio fu il Festivalbar, poi arrivò il Summer Festival di Mediaset, ma da qualche anno tocca soprattutto al Power Hits Estate fornire un quadro d'assieme della musica leggera canicolare. Soprattutto ma non solo, perché fra luglio e agosto la carretta delle rassegne vacanziere l'ha tirata il Battiti Live di Radio Norba. Ma il "punto e a capo" lo mette la kermesse targata RTL 102.5, che martedì sera ha celebrato  il suo atto finale in un'Arena di Verona nuovamente affollata di pubblico, pur con le ovvie limitazioni richieste dalla pandemia. L'occasione è quantomai ghiotta per tentare di stilare un bilancio, di valutare il livello qualitativo della proposta canora stagionale. 
BILANCIO IN ATTIVO - Ebbene, vogliamo dirlo? Il bilancio è assolutamente positivo. Trattasi chiaramente di giudizio strettamente personale. Da anni cerco di evitare come la peste il nostalgismo fine a se stesso, all'insegna del "una volta era tutto più bello", "non ci sono più le canzoni di un tempo", "la musica di oggi fa schifo". Semplicemente non è vero: non lo è in senso assoluto, non lo è per il pacchetto canzoni che l'estate 2021 lascia in eredità ai posteri. Come anche le ultime edizioni del Festival di Sanremo hanno dimostrato, gli autori di casa nostra stanno attraversando un momento di buona vena. In questa sede mi riferisco esclusivamente all'easy listening balneare, il cui compito è di sottolineare la leggerezza dei mesi caldi con ritmi allegri e ritornelli accattivanti. Il che non è uno scandalo: è sempre stato così da quando la canzonetta è diventata affare industriale; era così anche ai tempi oggi tanto rimpianti dai suddetti nostalgici, anzi, anche di più, perché oggi il settore vive un momento di crisi vera, non come quella sbandierata ad ogni pié sospinto dagli addetti ai lavori nei decenni passati, anche in periodi di autentiche vacche grasse, coi dischi che si vendevano letteralmente a milioni. 
CONFORMISMO STILISTICO - Assurdo munirsi di puzza sotto il naso, dunque, nell'approcciarsi a una serata come quella veronese, che è stata soprattutto serata di musica di presa immediata, quella che una volta si gettonava nei juke box. Certo, buona parte di questa fresca produzione canora  è votata a un certo conformismo stilistico: cioè, individuato il genere sulla cresta dell'onda, ci si butta a pesce e lo si inflaziona. Anche qui, perfettamente inutile appellarsi ai bei tempi che (non) furono, perché non vi è nulla di nuovo sotto il sole: Nella parte centrale degli Eighties, per dire, ci fu l'abuso della dance modalità "italo disco", e dell'elettronica infilata anche dove era meglio non ci fosse; in tempi più recenti è stata la volta del rap e del trap, a cui da un po' di tempo si è aggiunto e sovrapposto il reggaeton. Oggi come ieri, il segreto del successo sta nell'interpretare questi stili con un minimo di originalità creativa: chi ci riesce è destinato a durare un po' di più, nell'archivio della memoria dei tormentoni estivi all time. 
REGGAETON: HUNT E MENA I MIGLIORI - Esempio: Elettra Lamborghini con la sua "Pistolero" non ha portato nessuna ventata d'aria fresca, e il suo pezzo scorre via come acqua, senza lasciare tracce. Nella galassia reggaeton, decisamente meglio le due coppie italo-ispano-americane, Fred De Palma-Anitta e Rocco Hunt-Ana Mena: fra "Un altro ballo" e "Un bacio all'improvviso", due proposte analoghe, si fa preferire la seconda di Rocco e Ana, per quel tocco di romanticismo da melodia nostrana vecchio stile che va ad ammorbidire le sonorità frizzanti  richieste dal genere, e per l'arrangiamento un po' più variegato. Sono andati sul sicuro i Boomdabash, che hanno... sostituito Alessandra Amoroso con Baby K e fatto centro con una "Mohicani" abbastanza banale ma indubbiamente furbetta e facile da mandare a memoria. La Amoroso quest'anno ha fatto da sola, con il semplice inno alla positività "Un sorriso grande", indubbiamente gradevole. 
POLLICE IN SU: MENGONI, AMOROSO, EMMA-BERTE', BLANCO-SFERA - Pop italiano contemporaneo, il suo, che non strizza l'occhio a tentazioni esotiche, proprio come quello di Marco Mengoni", che con la trascinante "Ma stasera" è stato il trionfatore della serata: il suo brano si è infatti aggiudicato il titolo di "tormentone estivo 2021". Verdetto che ci può stare, per quello che può valere; la stessa Alessandra avrebbe meritato l'alloro (ma era reduce da due successi consecutivi nelle passate edizioni), e poteva farcela perfino il duo Blanco - Sfera Ebbasta con una "Mi fai impazzire" martellante e dalla struttura sonora variegata. Pollice in su anche per la coppia Emma-Loredana Bertè, in perfetta sintonia nell'esecuzione di "Che sogno incredibile", reggae all'acqua di rose che emana davvero profumo d'estate, ma che si sarebbe adattato benissimo anche a una ribalta più ovattata e invernale come quella sanremese. 
VANONI-COLAPESCE-DIMARTINO: IRONIA PREVEDIBILE - Del trio Fedez-Lauro-Berti si è fin troppo parlato, "Mille" è tre canzoni in una, per via degli stili e delle modalità interpretative degli interpreti radicalmente diverse e distanti tra loro: un prodotto intergenerazionale, più intelligente che astuto, con gli ingredienti giusti per accontentare un po' tutti, ragazzi e adulti. Diverso il discorso per un altro strano trio, quello formato da Colapesce, Dimartino e Ornella Vanoni, con una "Toy Boy" che punta tutto su un'ironia un po' "telefonata", prevedibile, visti i protagonisti, ma tutto sommato riuscita, pur non attingendo vette epocali.   
IL POP DI CLASSE DI SAMUEL-MICHIELIN E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Chi rischia e chi no: non ha rischiato Irama con "Melodia proibita", che prosegue il discorso della festivaliera "La genesi del tuo colore" senza ripeterne la possanza e la forza penetrativa; lo ha fatto invece Mahmood con una straniante "Klan" ed una esibizione corale centrata soprattutto sull'aspetto coreografico. E coraggiosa pure Madame (ma ci mancherebbe che non lo fosse, alla sua età e già con la bacheca gonfia di riconoscimenti di critica e pubblico), che in "Marea" prosegue nei suoi azzardi ritmici, e soprattutto continua a giocare con le parole e la pronuncia delle stesse. 
Ancora coppie a go go, come da tendenza recente ormai consolidata: non brillano Annalisa e Fede Rossi con una "Movimento lento" che pure ha mietuto notevoli successi discografici; un gradino sopra, pur senza eccellere, Noemi e Carl Brave con "Makumba", variopinta sul piano della struttura musicale, impreziosita dalla vocalità di Veronica e resa bizzarra dalla cadenza "centroitalica" dell'interprete maschile. Decisamente meglio "Cinema" by Samuel e Francesca Michielin, pezzo di sostanza, una pop dance contemporanea di spessore internazionale, con venature autoriali. E a proposito di cinema... ecco ricomparire i Sottotono in "Mastroianni", sempre fedeli ai loro canoni stilistici di un tempo, forse meno efficaci ma perfino con tratti di eleganza compositiva. Non male. 
TAKAGI-KETRA-FERRERI: NESSUN GUIZZO - Pilota automatico per il collaudato trio Takagi-Ketra-Giusy Ferreri, che hanno fatto centro, radiofonicamente parlando, anche con "Shimmy Shimmy", ma devono stare attenti a non prosciugare del tutto il prezioso filone "da ombrellone" inaugurato con "Amore e capoeira". Ottima conferma per La Rappresentante di Lista con "Vita", diversa e più ballabile rispetto alla classica e struggente "Amare" presentata all'Ariston, a dimostrazione del loro eclettismo. Da rivedere sulla lunga distanza Sangiovanni, per ora ancorato a un easy listening giovanilistico ma con acrobazie e originalità testuali non disprezzabili in "Malibù". Fra gli stranieri, da segnalare Bob Sinclair che azzecca con mestiere "We could be dancing" grazie soprattutto alla voce di Molly Hammar, e Dotan con una "Mercy" di grande atmosfera pur se non particolarmente innovativa. 
CHI NON C'ERA E DOVEVA ESSERCI - Assenti che avrebbero meritato la ribalta scaligera: i Coma_Cose con la avvolgente "La canzone dei lupi", i Kolors in fase di netto rilancio con l'ottimo recupero in chiave moderna di certe soluzioni ritmiche degli anni Ottanta in "Cabriolet Panorama", e soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, la cui briosa "Scrivile scemo" è stata senz'altro una delle colonne canzonettistiche dell'estate che sta per concludersi. E ancora Ariete, che ne "L'ultima notte" fa pop tradizionale all'italiana svecchiandolo con linguaggio e con una dizione adolescenziale (abitudine che ha preso piede nell'ultima nouvelle vague nostrana ma che alla lunga potrebbe perfino risultare fastidiosa), per finire con il "Coro Azzurro" di Arisa e degli Autogol, frizzante port bonheur del trionfo a Euro 2020. 
PRESENTATORI A GO GO - Per contro, il gala è stato arricchito da alcune presenze d'eccezione, come i Duran Duran e una Carmen Consoli che prepara un rientro in grande stile. In assoluto, la serata è stata riuscitissima perché snella, veloce, consacrata totalmente alle sette note nonostante la pletora di presentatori, non tutti essenziali: Angelo Baiguini e Federica Gentile nelle vesti di "vecchi saggi" (senza offesa, naturalmente), i tre giovani Matteo Campese, Fabrizio Ferrari e Paolo di Benedetto a menare le danze con disinvoltura per larga parte della maratona, e un Massimo Giletti di cui non si è ben compresa l'utilità specifica, ma tant'è. Di buono c'è stato che i conduttori non hanno insistito più del dovuto sui riconoscimenti discografici ottenuti dalle varie canzoni in concorso, come invece, tanto per dire, è avvenuto in maniera financo irritante nel corso dell'ultimo Battiti Live. 
DALL'ARENA ALL'ARISTON - L'architettura dell'evento, dalla conduzione alla rapida successione degli artisti, ha ricordato molto il Festivalbar, eterno, inevitabile paragone per i suoi "successori": di diverso, rispetto all'ultima versione della manifestazione di Vittorio e Andrea Salvetti, una parvenza di competitività, visto che il premio a Marco Mengoni è stato il risultato di una classifica fondata sia sull'esposizione radiofonica dei brani in concorso, sia sulle preferenze espresse dagli ascoltatori di RTL. Un'ultima postilla: La Rappresentante di Lista e Colapesce-Dimartino hanno riproposto, nell'occasione, anche i loro pezzi sanremesi, ulteriore testimonianza di quanto sia stata azzeccata la selezione effettuata quest'anno da Amadeus. E a proposito: quali dei cantanti visti all'opera in Arena saranno presenti all'Ariston a febbraio? Secondo me più di uno, anzi parecchi. Arrivo a dire che, per alcuni di loro, provare la carta rivierasca sarà quasi un dovere, per diversi motivi. Ne riparleremo a breve.