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domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL PAGELLONE DEL FESTIVALONE

                             Dolcenera: sua una delle migliori proposte del Festival 2016

Chiudiamo la settimana sanremese, consueto "momento caldo" nella vita di questo blog, con l'inevitabile e temuto (ma va'...) pagellone dei Campioni. L'ordine è quello della classifica ufficiale del Festival, dal primo posto in giù. Prevale una generosità di fondo nelle valutazioni, anche perché il livello complessivo è stato medio, con qualche picco verso l'alto e nessuna caduta a precipizio. 
STADIO - "Un giorno mi dirai": ballad in perfetto "Stadio style". Gli stilemi compositivi della band sono riconoscibilissimi, in una felice "fusion" fra elementi anni Ottanta e Novanta. Poetica ispirata ed emozionante, musica di notevole impatto. VOTO: 7,5. 
FRANCESCA MICHIELIN - "Nessun grado di separazione": l'ascesa continua, per lo scricciolo veneto, con un brano di taglio moderatamente moderno nel tessuto musicale e più marcatamente nel testo, in grado dunque di piacere ai giovani ma anche ad appassionati un po' più attempati. Dovrebbe percorrere un buon tratto di strada fuori dall'Ariston, nelle radio e sul mercato. VOTO: 7. 
GIOVANNI CACCAMO E DEBORAH IURATO - "Via da qui": duetto perfettamente inserito nel solco della tradizione sanremese, ma con un raffinato tocco autoriale grazie a Giuliano Sangiorgi, la cui mano si avverte, pur se non coraggiosa come altre volte. Eccellente l'interpretazione dei due, ma il ragazzo trasmette ancora poco sul piano emotivo; Deborah in questo senso pare più avanti. VOTO: 6,5. 
ENRICO RUGGERI - "Il primo amore non si scorda mai": un felicissimo ritorno a Sanremo per uno dei più prolifici cantautori nella storia della canzone italiana. Brano assai brioso, con qualche spruzzatina di rock, ma che brilla soprattutto per la riscoperta di sound e arrangiamenti prettamente legati al decennio ottantiano, che caratterizzarono la prima fase della carriera di Rouge. VOTO: 7. 
LORENZO FRAGOLA - "Infinite volte": piazzamento superiore al valore effettivo della proposta. Non ha ripetuto il buon esordio del 2015, presentando un pezzo dalla linea melodica un po' datata. Da lui ci aspettiamo ritmi più vivaci e contemporanei, nel solco di "#Fuori c'è il sole", la discreta hit estiva. VOTO:6--. 
PATTY PRAVO - "Cieli immensi": non si è ripetuta la magia di "E dimmi che non vuoi morire" ed era facile prevederlo. La voce ormai è quella che è, la presenza scenica sempre di gran fascino, la canzone tutto sommato gradevole e ben scritta, con struttura "alla vecchia maniera", costruita cioè attorno a un ritornello particolarmente efficace, che però non so quanto potrà lasciare il segno. Il premio della critica era prevedibilissimo, attribuito da un giornalismo specializzato che da decenni stravede per Patty, anche oltre i suoi innegabili meriti VOTO: 6,5. 
CLEMENTINO - "Quando sono lontano": nulla di eccezionale, un rappino all'acqua di rose, moderatamente retorico, il trionfo dei buoni sentimenti; comunque un prodotto accattivante il giusto, e tutto sommato sincero. Il ragazzo ha una maschera d'attore: potrebbe cimentarsi con successo nel teatro. Si tenga aperta questa strada. VOTO: 6. 
NOEMI - "La borsa di una donna": Marco Masini ha fatto centro con un'ispirata composizione, sommessa e poetica, con le solite intuizioni da acuto osservatore della quotidianità e lettore dell'interiorità umana. E' lo stile delle sue opere meno arrabbiate e più riflessive, quelle in cui da una decina d'anni a questa parte dà il meglio. Il tutto impreziosito dalla calda interpretazione della "rossa". VOTO: 7,5. 
ROCCO HUNT - "Wake up": passi avanti notevoli rispetto al vittorioso esordio di due anni fa. Nella canzone ci sono tante cose: il prorompente giovanilismo, la ribellione a istituzioni percepite come lontane, ma anche discreta ricerca musicale, col rap contaminato da quelle sonorità elaborate da Pino Daniele, Tullio De Piscopo e tutta la rivoluzionaria nouvelle vague napoletana di fine Settanta - primi Ottanta. Ritmo trascinante. VOTO: 6/7. 
ARISA - "Guardando il cielo": melodia gradevole nella struttura complessiva, ritornello non di impatto immediato, testo interessante sulla riscoperta di una dimensione più semplice della nostra esistenza, magari legata alla natura ("Se un giorno un'altra vita arriverà, mi sono già promessa di non viverla in città"). Canzone dolce, a tratti malinconica ma anche inneggiante alla speranza, dai toni morbidissimi, sostenuta dalla solita voce senza cedimenti di Rosalba. VOTO: 6,5. 
ANNALISA - "Il diluvio universale": pezzone d'amore di stampo classicheggiante, con possente sostegno orchestrale, un lento con crescendo ed esplosione nel refrain. Poteva essere l'ideale per Sanremo, e invece.... Però è canzone che verrà fuori alla distanza, magari non radiofonica ma che valorizza ulteriormente le doti interpretative della cantante ligure. VOTO: 6,5. 
ELIO E LE STORIE TESE - "Vincere l'odio": senza cadere nel trito ritornello della genialità, mi ripeto sulla stessa linea dei miei articoli sanremesi scritti in settimana. Divertissement puro e riuscito, dissacrante smontaggio dei canoni della canzone leggera: proprio per questo, giusto che non abbiano vinto, come qualcuno ventilava. A Sanremo devono vincere brani pop, melodici o ritmati, contemporanei o più orientati al passato, ma con un doveroso rigore strutturale. Rimane comunque un altro bel saggio della loro inesauribile creatività. VOTO: 7+. 

                                                     Valerio Scanu: promosso

VALERIO SCANU - "Finalmente piove": per me, promosso a pieni voti. Canzone dalla struttura tradizionale, ma con una buona tessitura sonora, un testo non banale e trovate "furbette" come quel "no, tu non hai, tu non hai, tu non hai capito" che si ficcano in testa senza uscire più. Buon lavoro di Fabrizio Moro, valorizzato da uno Scanu sul pezzo. VOTO: 7. 
ALESSIO BERNABEI - "Noi siamo infinito": dance pura, più ottantiana che novantiana, non particolarmente originale, ma che tutto sommato ha una buona forza penetrativa. Cosetta esile, che nel breve può funzionare, ma il ragazzo deve ancora trovare una propria dimensione artistica. VOTO: 6+. 
DOLCENERA - "Ora o mai più (le cose cambiano)": superba, e assicuro che non mi fa velo il fatto di essere un suo estimatore da tempi non sospetti. Come scritto stamane, pezzo troppo lontano dai canoni festivalieri, persino poco "italiano", per essere apprezzato in questa sede: pop, jazz, blues, musica e testo complessi ed elaborati, ormai Emanuela viaggia lontano dagli schemi della facile presa, e corre il rischio di non essere sempre compresa appieno dal pubblico. Ma sarebbe un peccato che un gioiellino simile non rimanesse nella memoria. VOTO: 8. 
IRENE FORNACIARI - "Blu": un altro episodio rimarchevole, nella carriera di un'artista che sta facendo una fatica terribile ad emergere, pur avendo all'attivo, prima di questa, altre canzoni degne di nota. "Blu" è dolente e intensa, lancia un messaggio importante ma senza attingere troppo alla retorica più scontata. Lei canta bene e la sua voce arriva al cuore. Almeno è stata ripescata. VOTO: 7. 


GLI ELIMINATI

ZERO ASSOLUTO - "Di me e di te": nonostante generali bocciature, ho ritrovato su buoni livelli il duo Thomas - Matteo, coi limiti di sempre (la voce, soprattutto) ma anche con gli stessi pregi, quelli di un easy listening al passo coi tempi, ancora fresco e vivace. VOTO: 6/7. 
NEFFA - "Sogni e nostalgia": anche lui ha raccolto meno di quanto meritasse, con il suo brano dalle atmosfere vagamente retrò, con buoni sperimentalismi strumentali. Il suo marchio di fabbrica è ben presente, poi certo ha fatto di meglio, ma questa composizione non è da buttare. 6+
DEAR JACK - "Mezzo respiro": ballata soft in stile anni Novanta, discreta ma non trascendentale. Tutto sommato positivo il debutto del nuovo cantante Leiner Riflessi, che se non altro dà un'identità vocale ben precisa al gruppo. Ma per la giovane band, come per l'ex Bernabei, c'è da lavorare per individuare un percorso ben preciso sul quale insistere. VOTO: 6-. 
BLUVERTIGO - "Semplicemente": un po' i classici Bluvertigo (ho ritrovato persino qualcosa di "L'assenzio", che presentarono a Sanremo 2001, nella costruzione delle strofe), un po' aperture, nel refrain, alla tradizione melodica più schietta. Una commistione che poteva funzionare, ma la voce di Morgan è rimasta in cantina e non ha fatto decollare una canzone di discreta fattura. VOTO: 6+. 

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

sabato 13 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA QUARTA SERATA: DOLCENERA E NOEMI TORNANO IN GRUPPO, COM'E' GIUSTO CHE SIA

                                               Annalisa: può puntare alla vittoria

Sanremo 2016 non dovrebbe passare alla storia come il Festival dell'easy listening più schietto. Quando manca ormai solo una serata, la più importante, alla chiusura della kermesse, si può già ben dire che Carlo Conti non sia riuscito a ripetere la magia sonora di dodici mesi fa, quando si arrivò alla finale del sabato con buona parte dei ritornelli già discretamente impressi nella memoria. Quest'anno, almeno per quel che mi riguarda, il processo di assimilazione dei brani è più laborioso. Attenzione, si tratta di un discorso che viaggia su un binario diverso da quello della valutazione della qualità musicale complessiva, che invece non manca e, pur non attingendo vertici siderali, regala comunque alcuni esempi di raffinato valore compositivo. E tuttavia, in una rassegna come il Festivalone l'orecchiabilità rimane fondamentale: il fatto che sia stata intercettata solo parzialmente dagli autori potrebbe, come detto nei giorni scorsi, creare qualche problema sul mercato discografico, con le nuove canzoni che, pur meritevoli, dovranno sgomitare un po' di più per farsi largo tra le concorrenti più commerciali, soprattutto quelle di provenienza estera. 
RIENTRANO NOEMI E DOLCENERA - Perlomeno, la serata di semifinale ha sanato un paio di ingiustizie maturate in avvio di settimana, perché vedere Noemi e Dolcenera in zona pericolo era francamente inconcepibile: il secondo ascolto delle loro proposte ha confermato le ottime impressioni della "prima volta". "La borsa di una donna" è sostenuta dall'ispirata poetica del Masini più maturo e riflessivo già ammirato dalla bella e sottovalutata "Italia", da lui presentata in gara nel 2009, "Ora o mai più (Le cose cambiano)" è opera sofisticata, complessa, forse non da Festival nel senso che ho cercato di spiegare a inizio articolo, una mirabile fusion tra pop, jazz e blues che conferma la statura autoriale ormai raggiunta dall'artista pugliese. Spiace invece per gli Zero Assoluto, che con "Di me e di te" hanno saputo mantenere la semplice freschezza nei testi e nei suoni del loro periodo di maggior fulgore mainstream. Anche gli altri brani che fino a stasera... lotteranno per non retrocedere erano tutto sommato meritevoli di maggior fortuna: in particolare, Irene Fornaciari ha un pezzo intenso e dolente, Neffa è fedele al suo stile, senza guizzi particolari, ma "Sogni e nostalgia" ha un ritmo che si fa ricordare, e tutto sommato anche i Dear Jack hanno portato una canzone di discreto impatto, vagamente malinconica e interpretata con voce possente da Leiner Riflessi. 
TRADIZIONE SANREMESE - Se il compianto Vittorio Salvetti aveva definito l'ultimo Festival da lui organizzato, nel lontano 1978, "un Sanremo in blue jeans", con chiaro riferimento a una maggiore vivacità sonora, più vicina ai gusti dei giovani, quello di quest'anno può essere invece etichettato come "un Festival in abito da sera", perché sul piano della tessitura musicale sembra strizzare più convintamente l'occhio alla tradizione nostrana, alla melodia, pur se rivisitata e rielaborata con canoni attuali. E' il caso di "Il diluvio universale", con cui la splendida Annalisa, lo si è già scritto, si è un po' allontanata dall'immediatezza delle composizioni griffate Modà, ma emerge prepotentemente con una canzone che "straripa" d'amore e di parole, un classicone sanremese in crescendo, impreziosito da una superba interpretazione, che può tranquillamente puntare al bersaglio grosso; in parte, solo in parte, percorso simile a quello compiuto da Alexia fra il 2002 e il 2003, quando la spezzina tutta pepe abbandonò la radiofonicità per offrire un esercizio di stile molto impegnativo, ben scritto e cantato, che le consentì di vincere Sanremo ma che alla lunga non lasciò il segno; Annalisa è invece rimasta in una terra di mezzo, saggiamente, e ciò dovrebbe giovarle. Sguardo rivolto al passato anche per Lorenzo Fragola, mentre più moderna, sia nel testo sia nella struttura complessiva, pare "Nessun grado di separazione" di Francesca Michielin. 
RUGGERI E STADIO, BRIO E ANNI OTTANTA - La bandiera del brio è tenuta alta soprattutto da Alessio Bernabei, la cui "Noi siamo infinito" è iper commerciale ma per questo può fare breccia in radio e nelle discoteche, e poi da Rocco Hunt che ha riletto e contaminato col rap alcuni stilemi di quella nuova musica napoletana portata ai massimi vertici creativi da Pino Daniele, Tullio De Piscopo  e altri loro seguaci. Ma anche Enrico Ruggeri è tuttora in grado di trascinare la platea, con un rock che però presenta anche una interessante riscoperta delle origini, con arrangiamenti e trovate musicali che riconducono a certa sua produzione anni Ottanta. 
A proposito di veterani, nell'incertissima lotta per il primo posto dovrebbero inserirsi senza difficoltà gli Stadio, per i quali vale in parte il discorso fatto per Rouge: la loro ballata "Un giorno mi dirai" è un felice compromesso fra lo stile che ne ha decretato il grande successo dagli anni Novanta in poi e alcuni elementi distintivi dei loro esordi, ad esempio quella coralità che in certi passi richiama vagamente brani come "Chiedi chi erano i Beatles". Riguardo ad Elio e Le Storie Tese, ribadisco: divertissement da cabaret o addirittura da piéce teatrale, la loro "Vincere l'odio", ma sarebbe ingiusto che una tale opera sbancasse il Festival; avrebbe avuto più senso, nell'86, un trionfo di Arbore, la cui "Il clarinetto" era sì ridanciana, ma comunque una canzone con tutti i crismi, rispettosa degli schemi.
TRE OTTIME NUOVE PROPOSTE - La gara dei giovani è parsa di buon livello, ma, ahimé, ciò non è garanzia assoluta di successo nelle charts, come ha dimostrato l'edizione 2015. Il vincitore Francesco Gabbani, Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta sono artisti perfettamente al passo con il pop contemporaneo, che i tre declinano in forme diverse ma ugualmente efficaci: più immediato Gabbani, più cantautorale  e minimalista Chiara, più ricercato negli arrangiamenti Ermal. Meritano il meglio, mentre per il "pasticciaccio votazioni" della sera precedente è stata adottata la soluzione più logica, fare esibire fuori concorso Miele, che ragionevolmente non poteva essere riammessa in gara, dal momento che la sua effimera qualificazione era stata causata da un malfunzionamento delle giurie, quindi di fatto non esisteva.
ARRIVA CRISTINA! - Sarò forse insensibile (ma... no, non credo di esserlo, suvvia!), e tuttavia il monologo di Enrico Brignano  sulla paternità non mi ha particolarmente colpito, l'ho trovato piuttosto banale e retorico; dell'attore romano preferisco, al momento, il registro comico. Virginia Raffaele ha ripescato Belen Rodriguez, uno dei suoi tormentoni, e l'ha cavalcato con perizia, con la consueta ciliegina sulla torta, rappresentata stavolta dal "paparazzo portatile". Chapeau. Eccellente la performance di Elisa, per la quale sono tuttavia costretto a ripetermi: i superbig come lei devono, prima o poi, tornare in concorso, basterebbero anche solo due vip di quel livello ogni anno per far salire di tono la gara. 
Visto che siamo in tema di superospiti, stasera ci sarà Cristina D'Avena, alla quale invece quel ruolo calza a pennello, anche perché difficilmente potrebbe essere inserita come concorrente in una tenzone di canzoni "adulte". Non so ancora cosa canterà: ognuno di noi, bambini degli anni Ottanta, vorrebbe sentire risuonare all'Ariston le proprie sigle preferite, nel mio caso sarebbe da sogno un poker "Canzone dei Puffi - Pollon - Piccole donne - L'incantevole Creamy", ma la sua produzione è sconfinata, moltissimi amano anche i pezzi che ha inciso nella seconda fase della sua carriera. Insomma, stasera forse molti di noi rimarranno delusi nel non poter ascoltare la sigla a cui più siamo affezionati, ma l'importante è che Cristina sia lì, perché lo merita e perché comunque ci emozionerà. 
PRONOSTICO IMPOSSIBILE - Stasera, dunque, finale thrilling, perché non si sa come l'Auditel parerà il colpo di Juventus - Napoli (ripeto: scelta sciagurata, quella della contemporaneità), e perché, soprattutto, c'è massima incertezza sull'esito della gara. Mi limito a un sestetto di papabili, in ordine sparso: Annalisa, Stadio, Arisa, Iurato - Caccamo, Patty Pravo, Elio. Outsider, in seconda fila: Noemi, Dolcenera, Fragola, Michielin, Hunt, Scanu. Come si vede, le nebbie non si sono diradate rispetto a quanto avevo scritto alla vigilia, il gruppone dei favoriti è sempre folto: ulteriore conferma del fatto che nessuno sia riuscito a emergere prepotentemente sui rivali. 

venerdì 12 febbraio 2016

SANREMO 2016: LA TERZA SERATA, FRA COVER CHE NON PASSERANNO ALLA STORIA E IL PASTICCIO DELLE NUOVE PROPOSTE

                                                   Stadio: cover vincente

La serata delle cover, ovvero la serata più "carlocontiana" della settimana sanremese. Una derivazione diretta, se vogliamo, di trasmissioni cult come "I migliori anni" o anche "Tale e quale show", con abiti più scintillanti e glamour, ma pur sempre sul filo della nostalgia canora, l'elegante rievocazione dei bei tempi andati che, per un consistente periodo di tempo, ha fatto la fortuna catodica dell'anchorman toscano. Non amo particolarmente i  rifacimenti di vecchi successi: le cover che ho apprezzato, e parlo di tutta la storia recente della musica leggera, si possono contare davvero sulle dita di due mani, non oltre. Tuttavia era doveroso ripetere l'evento dopo l'imprevisto boom del 2015, quando la proposta griffata Nek, "Se telefonando", prese incredibilmente il volo dall'Ariston fino a diventare uno dei successi dell'estate. 
GOLDRAKE, OCCASIONE MANCATA - Escluse sporadiche eccezioni, come la citata hit di Mina rinata a nuova vita, in genere commentare una serata come quella di ieri è difficile, perché animata da performance che nascono e muoiono nel breve volgere di poche ore, utili per un happening di cui verrà conservata scarsa memoria. Il giudizio complessivo viaggia su due binari diversi: quello della qualità delle interpretazioni, che mi è parsa ampiamente accettabile con diversi picchi degni di nota, e quello dell'originalità nella rilettura delle canzoni, che ha invece brillato per una generale latitanza. Lampanti, in tal senso, gli esempi forniti dai primi due artisti in scaletta: Noemi è stata ispiratissima ed energica in "Dedicato", di cui però già la "titolare", Loredana Bertè, aveva fornito una versione più rockeggiante rispetto all'originale, esattamente come quella ascoltata ieri; e gli Zero Assoluto hanno perso una grossa occasione: "Goldrake", sigla finale della seconda serie italiana del mitico cartone jap (la prima fu "Shooting star"), era stata riscoperta e trasformata in brano soft dal giovane Alessio Caraturo, all'inizio di questo millennio: il vero atto di coraggio, per Thomas e Matteo, sarebbe stato invece il ritorno alla natura primaria del brano, con quel morbido ritmo vagamente danzereccio e quelle sonorità in stile anni Settanta al tramonto. 
CLEMENTINO CORAGGIOSO - Più intraprendenti, ebbene sì, i Dear Jack, che hanno dato una veste sonora più fresca a "Un bacio a mezzanotte", senza tuttavia operare netti stravolgimenti, così come Alessio Bernabei, convincente in "A mano a mano" di Cocciante grazie anche alla felice accoppiata con gli emergenti Benji & Fede, inappuntabili e particolarmente a loro agio. Clementino va elogiato perché era alle prese con una composizione assai complessa come "Don Raffaè" di Fabrizio De Andrè, e se l'è cavata più che dignitosamente, supplendo a qualche pecca tecnica con l'intensità e il trasporto nell'interpretazione. Notevole l'arrangiamento vagamente disco - settantiano di "Io vivrò (senza te)" offerto da Valerio Scanu, di ancora maggior impatto quello etereo, a tratti perfino celtico, che ha fatto crescere ulteriormente le quotazioni di Francesca Michielin, al top in "Il mio canto libero". 
ELII, GENIALI SENZA SPECCHIARSI - Gli azzardi maggior sono arrivati da chi agli azzardi ormai ci ha abituati: Dolcenera ha rivoltato come un calzino "Amore disperato", convertendola in un pezzone dance; io rimango fedelissimo al 45 giri che sottolineò quotidianamente la mia estate 1983, ma non mi sento di escludere che questo esperimento possa ottenere riscontri insperati, persino avvicinandosi ai livelli del Nek citato in apertura. E poi, Elio con Le Storie Tese di nuovo al completo, per una sera (c'era Rocco Tanica, che in gara non può comparire in quanto, essendo fra gli autori del Festival e componente del cast, sarebbe in conflitto di interessi): al bando gli esercizi di stile, "Quinto ripensamento" è una libera, godibile rilettura di un "classicone" della colonna sonora di "La febbre del sabato sera", ("A fifth of Beethoven" di Walter Murphy, che era a sua volta rielaborazione dell'opera del grande compositore), costruita con la solita, ironica verve narrativa e linguistica della geniale band. Alla fine, e tutto sommato giustamente, ha comunque prevalso l'emozione più genuina, quella regalataci dagli Stadio in versione "mista", col rientro di alcuni ex fra cui il grande chitarrista Ricky Portera, per un omaggio senza fronzoli a Lucio Dalla e a una delle sue poesie più intense e colme di sentimenti, "La sera dei miracoli". 
POOH INTERNAZIONALI - Nel complesso, comunque, mi è parsa una serata sanremese destinata a non restare negli annali, se non per l'attesa réunion dei Pooh, che si avviano a vivere alla grande l'ultimo anno di carriera. Sbaglierò, ma nonostante la loro popolarità oceanica ho comunque la sensazione che non siano valutati per quel che realmente sono, ossia una band - fenomeno che meriterebbe di stare nell'empireo dei colossi del pop internazionale del Novecento, capaci di attraversare diverse epoche musicali senza mai stravolgere il loro stile, se non con opportuni aggiornamenti dovuti al mutare delle sonorità, e una vena creativa easy listening ma mai banale che ha conosciuto ben pochi cedimenti. 
Nelle oltre quattro ore di spettacolo, agli altri son rimaste le briciole: comunque di rilievo, e insolito per il Festivalone, l'omaggio al cinema muto da parte del mimo Marciel, mentre Virginia Raffaele, pur non raggiungendo le vette inarrivabili toccate con Carla Fracci, ha comunque fatto centro modellando la caricatura di Donatella Versace sul canovaccio del celebre film "La morte ti fa bella". Una doverosa e sentita sottolineatura per l'atleta down Nicole Orlando: intelligente, sensibile, ma soprattutto dotata di talento in tanti campi. Splendida. Stando a contatto con tanti ragazzi e ragazze come lei, in una mia ormai lontana e poco felice esperienza lavorativa in un ente che si occupa di assistere persone con handicap, mi resi conto che spesso, da un confronto fra loro e le persone cosiddette "sane", queste ultime escono sovente a pezzi sul piano umano. 
PASTICCIO GIOVANI - Rimane da parlare del pasticciaccio della votazione delle Nuove proposte: eleggere un vincitore e poi capovolgere il verdetto per problemi tecnici è una delle cose peggiori che possano capitare, e che un evento come quello ligure non dovrebbe permettersi. Miele, vittima dell'inconveniente (comunque giusto che sia passato l'ottimo Francesco Gabbani al suo posto) dovrebbe cantare stasera fuori concorso, ma non è escluso che possa essere addirittura riammessa in gara: visto che la votazione effettuata correttamente ha dato un altro esito, come "risarcimento" potrebbe forse bastare il regalo di un'altra performance in Eurovisione, per attenuare la comprensibile amarezza. 

giovedì 11 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA SECONDA SERATA: SHOW QUASI PERFETTO, MA LA GARA E' ENIGMATICA. NESSUN FAVORITO

     
                                            Francesca Michielin: buon esordio

L'enigma Sanremo si infittisce. Chiusa la seconda serata, ascoltati almeno una volta tutti i brani in concorso, le nebbie non si sono diradate. Così come il cast non presentava, lo si era detto già a dicembre, nessun nome davvero in grado di sovrastare tutti gli altri, lo stesso può dirsi ora delle canzoni: non c'è quella di impatto così possente da poter fare il vuoto in graduatoria, o comunque da poter assumere il ruolo di battistrada nella corsa al titolo. Meglio così per la suspense della tenzone (e quindi per il gradimento televisivo dell'evento), ma sul piano discografico è da mettere forse in preventivo una maggiore difficoltà, per queste nuove composizioni, a far breccia presso il pubblico, necessitando tutte di più ascolti per essere assimilate e valutate appieno. Ci ritorneremo fra breve, non prima di aver sottolineato come lo show di poche ore fa, per quelli che sono i miei parametri, ha rasentato la perfezione, offrendo tutto ciò che lo spettatore medio di una buona tv generalista può pretendere: registri alti e meno alti, momenti di ilarità e altri di commozione, buon ritmo grazie alla guida sicura di Carlo Conti, ma a dominare tutto, sempre e comunque, la musica, anche questa declinata in varie forme, in tutti quei sapori a cui il direttore artistico ha più volte fatto riferimento nelle sue dichiarazioni di intenti: il pop più leggero, ma anche la classica, la nuova dance, il rap, e persino pennellate di jazz e blues. 
OSPITI INUTILI - Onestamente, pretendere di più è difficile. Certo, gli incidenti di percorso non sono mancati: mi risulta incomprensibile, ad esempio, l'insistenza della dirigenza Rai, e di ogni "patron" del Festivalone, nel voler riproporre ogni volta il divo hollywoodiano, un'abitudine inaugurata nel 2001 con Russel Crowe e Antonio Banderas e purtroppo ormai radicatasi nel tessuto della kermesse. Nicole Kidman è brava e bella, parla persino un po' d'italiano, ma la presenza sua, come dei tanti che l'hanno preceduta, è stata superflua; andrei invece oltre per definire il passaggio di Antonino Cannavacciuolo: del tutto inutile, perché ha tolto minutaggio al Dopofestival e il ragazzo poteva tranquillamente restarsene fra i suoi amati fornelli. Come se di cucina non si parlasse già abbastanza, nella sventurata tv di oggi. 
EMOZIONI - Rimangono le emozioni forti. Quelle attese, fornite dal fuoriclasse Ezio Bosso, che onestamente non conoscevo e il cui talento, sostenuto da un'incrollabile forza di volontà, è ora alla portata di una platea sconfinata proprio grazie al Sanremo e all'intuizione di Conti. Quelle inattese, regalateci a notte inoltrata da un insospettabile Nino Frassica, che ha prima colto nel segno comico col suo tentativo di battere il record di cambi di giacca in una sola sera ed è poi salito in cattedra con uno splendido brano recitato, dedicato ai bambini vittime del dramma dei migranti, una poetica "Al mare si gioca" che in certi accenti accorati e dolenti mi ha ricordato "Signor tenente" del compianto Faletti, che pure affrontava una tematica diversa. 
Emozioni che invece sono arrivate in misura minore da un Ramazzotti tutto sommato da compitino e che, nella riproposizione riveduta e corretta dei suoi tre successi sanremesi anni Ottanta, ha acceso in me il rimpianto per le benedette versioni originali, che per certi brani storici non dovrebbero mai essere toccate e modificate. Di Virginia Raffaele, beh, che dire? Se con Sabrinona Ferilli aveva sì convinto, ma con qualche caduta di tono, proponendo la caricatura di Carla Fracci ha invece toccato vette forse inarrivabili: una performance che dovrebbe essere proiettata a ciclo continuo nelle scuole per giovani attori e comici; ci sono stati momenti di genialità assoluta, come il balletto classico sulle note di "La notte vola", ma è stato solo uno dei picchi. Sarebbe un peccato se l'imitazione (termine limitativo) dell'étoile rimanesse confinata a questo singolo episodio: c'è già una voglia matta di rivederla quanto prima. 
CLASSIFICA SORPRENDENTE - Le canzoni, adesso, con votazioni un po' birichine, che hanno relegato in... zona retrocessione alcune delle proposte secondo me più meritevoli. Ad esempio gli Zero Assoluto, che nei pre - ascolti dei brani in gara riservati agli addetti ai lavori avevano fatto quasi il pieno di bocciature, si sono invece resi protagonisti di un ottimo ritorno, nove anni dopo l'ultima volta all'Ariston, con una "Di me e di te" perfettamente in linea con il loro stile ancora oggi attuale e moderno, una produzione ritmata e orecchiabile. Lo stesso dicasi per Neffa, che non ha rischiato molto inserendosi parzialmente  nel solco della hit estiva "Sigarette", ma ha comunque offerto una notevole "Sogni e nostalgia", marcetta vagamente retrò, con la consueta ricercatezza sonora che rifugge da schemi banali. Sperimentalismo che è ormai marchio di fabbrica anche di Dolcenera, chi ne ha ascoltato gli ultimi lavori discografici lo sa bene: Emanuela è ormai un'artista completa, che ha accettato l'azzardo di portare in Riviera un pezzo complesso come "Ora o mai più (le cose cambiano)", un pop ricchissimo  e variegato, con venature blues e jazz, splendidamente composto ma che non "arriva" subito, e questo può averla penalizzata ieri sera; forse lei stessa ne è rimasta sorpresa, visto che al Dopofestival, informata dei risultati, ha esclamato: "Il mondo si è capovolto", non si è capito se ironicamente o seriamente. 
BRAVA FRANCESCA - Fra i momentanei promossi, bene, a parte qualche incertezza vocale, lo scricciolo Francesca Michielin con una "Nessun grado di separazione" che è forse la proposta più contemporanea fra quelle dei Campioni, da risentire Annalisa che, del resto, sapeva bene di andare incontro a orizzonti ignoti separandosi dall'easy listening griffato Kekko Silvestre: "Diluvio universale" pare il pezzone classicamente sanremese, ben congegnato e cantato a voce spiegata, anche questo però non di impatto immediatissimo, ma che potrebbe avere diverse chance di inserirsi nella lotta per il titolo. Stesso discorso per Valerio Scanu, che ha interpretato impeccabilmente "Finalmente piove", un'opera di buona qualità testuale e musicale di Fabrizio Moro. Per Elio e Le Storie Tese va fatto un discorso a parte: con "Vincere l'odio" siamo oltre la canzone ironica e dissacrante, come tante ce ne sono state in passato su quel palco; qui siamo al divertissement puro, al cabaret canoro più raffinato. Trovo che una composizione del genere non possa ambire alla vittoria, ma avremo tempo e modo di riparlarne. 
CECILE FUORI, PECCATO - Patty Pravo non ripeterà l'exploit di "E dimmi che non vuoi morire", ma con "Cieli immensi" fa comunque passi avanti rispetto alle ultime, non memorabili apparizioni all'Ariston, mentre onestamente mi sfugge il motivo del successo raccolto da Clementino, che pare il Rocco Hunt esordiente di due anni fa, con un rappino all'acqua di rose piuttosto retorico. Bernabei tenta, dodici mesi dopo, un'operazione Nek, con una dance di marca ottantiana - novantiana riveduta e corretta: una cosa davvero leggerina, ma che in radio potrebbe funzionare. Fra i giovani bene Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta, spiace per Cécile, penalizzata da un sorteggio crudele: fosse stata in gara questa sera, credo che avrebbe avuto ben poche difficoltà ad accedere alla finale di venerdì. Un peccato, perché, al di là dei contenuti forti, "N.E.G.R.A." è una delle canzoni più in sintonia con i gusti delle nuove generazioni, fra quelle sentite quest'anno in Liguria. 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento. 

domenica 13 dicembre 2015

SANREMO 2016: UN CAST DI BIG SU MISURA PER IL MERCATO. E NON C'E' UN VINCITORE ANNUNCIATO...

                                          Enrico Ruggeri torna in gara a Sanremo

"Un Festival giovane e per i giovani", disse Maria Giovanna Elmi introducendo la rassegna sanremese del lontano 1978. Altri tempi, tempi più grami di quelli attuali per il Festivalone, senza ombra di dubbio. Eppure, quello slogan si adatta perfettamente al cast di Big reso noto poche ora fa dal "patron" Carlo Conti, durante l'ormai rituale appuntamento all'Arena di Massimo Giletti. Il listone dei venti "vip" si presta, come raramente è avvenuto nel passato recente, a un'infinità di considerazioni e riflessioni che coinvolgono l'essenza stessa dell'evento Sanremo.
SANREMO SUL MERCATO - Festival giovane e per i giovani, quello del 2016, proprio così: al passo coi tempi, senza se e senza ma. E' forse uno dei cast maggiormente allineati alle tendenze di mercato dell'intera storia della kermesse, sicuramente il più appiattito sulle esigenze dell'industria musicale da quando lo show è stato preso in gestione diretta dalla Rai tv. Tanti reduci dai talent, anche se penso sia doveroso distinguere fra chi da quei vivai è venuto fuori tempo fa e nel frattempo si è costruito un percorso indipendente (Annalisa, Noemi) e chi invece è ancora troppo "fresco" di nascita artistica per non venire istintivamente accostato ai vari "Amici" e "X Factor" (Fragola, Dear Jack, Bernabei). 
Poi, ragazzi un po' cresciutelli ma che fanno musica assolutamente moderna, come Neffa, ben due rappresentanti di quell'universo rap che non sembra conoscere ridimensionamenti (Clementino, uno degli esclusi dell'anno passato, e Rocco Hunt), un paio di veterani ancora a pieno regime (fra dischi e concerti) e nel cuore di molti appassionati, ossia Stadio e Ruggeri, e un solo "mostro sacro", quella Patty Pravo che è ormai più che altro un'icona di glorie passate (anche i suoi ultimi passaggi sanremesi, ben tre dopo l'exploit di "E dimmi che non vuoi morire", non hanno lasciato traccia) ma che è giusto, in fondo, possa celebrare i suoi cinquant'anni di carriera sul palco più importante della canzone nostrana. 
IL FESTIVAL E L'INDUSTRIA - Due le obiezioni già orecchiate qua e là: "cast imposto dalla discografia" e "la tv schiaccia la musica". Troppi commentatori sembrano cadere dal pero: Sanremo è sempre stato un formidabile strumento promozionale, una vetrina per sostenere l'industria di settore, perché proporre buone canzoni, scoprire giovani in gamba, rivitalizzare artisti col fiato corto e confermarne altri già in rampa di lancio, significa contribuire a migliorare lo stato di salute di tutto quel fragile apparato che è la musica leggera italiana (col suo indotto). La discografia serve a Sanremo (tanto è vero che la rassegna ha conosciuto i suoi anni peggiori quando gli industriali si sono defilati), ma Sanremo serve moltissimo alla discografia, che non a caso dopo i fremiti di ribellione del 2003 - 2004 è tornata ad appoggiare massicciamente l'evento. E con il cast 2016 l'unità di intenti raggiunge il suo apice: a prescindere dalle partner femminili di Conti, i cui nomi sono ancora avvolti nel mistero, e dal prestigio degli ospiti italiani e stranieri che faranno da cornice, con cantanti come quelli selezionati dall'anchorman toscano sarà pressoché impossibile fallire il duplice obiettivo di una buona audience e di una felice resa commerciale dei cd, a meno di non trovarsi di fronte a composizioni inesorabilmente brutte, e allora... 
I NUOVI VIVAI - Insomma, quelli che vedremo all'Ariston dal 9 febbraio prossimo sono una piccola ma qualificata rappresentanza degli artisti sulla cresta dell'onda, ovviamente con diverse gradazioni di popolarità. Solo un direttore artistico folle vi avrebbe potuto rinunciare. "Prodotti televisivi"? Forse, ma non è colpa loro se, in tempi recenti, le migliori produzioni pop leggere sono arrivate dai famigerati talent, che sono oggi ciò che era un tempo Castrocaro. Riguardo al serbatoio di Sanremo Giovani, è notorio che ultimamente abbia segnato il passo (sul piano dei risultati concreti di vendita, non del valore di molti esordienti visti in gara), e anzi va dato atto a Conti di aver comunque inserito fra i Big un Giovanni Caccamo che non ha sfondato nei negozi, piuttosto che dare per l'ennesima volta via libera all'ultimo vincitore di X Factor. 
IL SANREMO RADIOFONICO - Per anni si è rimproverato al Festivalone di essere troppo retrò e poco "radiofonico": ora che, da qualche anno, la radiofonicità è in larga parte assicurata, c'è chi richiede un ritorno a un passato in cui Sanremo aveva smarrito la rotta, proponeva musica spesso senza futuro e artisti ormai senza nulla da dire. Assurdo. Nel dettaglio, Annalisa e soprattutto Lorenzo Fragola sono stati fra gli emergenti più gettonati del 2015, Arisa torna due anni dopo la vittoria con credenziali ancora robuste, Noemi e Dolcenera sono sempre sulla cresta dell'onda, anche se stranamente l'ultimo album della cantante pugliese ha avuto per il momento riscontri inferiori alle aspettative: eppure si tratta di una performer eccellente, e propone un sound contemporaneo, non banale, coraggioso. Forse sarebbe stato opportuno sceglierne uno solo fra i Dear Jack e il loro ex frontman Alessio Bernabei, ma ritorniamo al discorso fatto precedentemente sul "peso" commerciale e sull'impatto mediatico di alcuni volti, fermo restando che la "conditio sine qua non" dev'essere comunque una canzone di buona presa: cioè, fra due composizioni ugualmente belle, la sensazione è che venga selezionata quella proposta dal personaggio più à la page. Crudele, e non necessariamente condivisibile: ma comprensibile. Sanremo ha attraversato quasi settant'anni di mari in tempesta, ed è rimasto indenne anche perché ha saputo giocare, di volta in volta, le carte necessarie per restare a galla. 
I RITORNI DI SCANU E ZERO ASSOLUTO - Arriva la grande occasione per Deborah Iurato (in coppia con Caccamo) e per una Michielin che avevamo inserito fra le più papabili, grazie al boom fatto registrare dai suoi duetti con Fedez. Sentire Neffa fa sempre piacere e, anzi, dovrebbe offrirsi con maggiore prodigalità, mentre non desta scandalo nemmeno il ripescaggio di Valerio Scanu e degli Zero Assoluto: per qualcuno si tratta di "giovani già vecchi", in realtà sono nel momento ideale per tentare di reinserirsi con successo nel giro degli artisti da classifica. Il discusso trionfatore di Sanremo 2010 ha vissuto un importante ritorno di visibilità con l'affermazione a Tale e Quale Show; il duo Maffucci - De Gasperi negli ultimi anni non è stato con le mani in mano, ha continuato a produrre musica e a esibirsi dal vivo, si è messo alla prova in altri campi (hanno fatto gli scrittori e i conduttori radiofonici e televisivi) e possiede le potenzialità per ritornare in primo piano nel circuito mainstream. 
I VETERANI E IRENE - Detto del gradito ritorno di Ruggeri (fuori gara nel 2015) e degli Stadio, sperando che la deliziosa vena compositiva di Curreri e compagnia sia intatta, i colpi di genio e di follia sono rappresentati da Morgan coi ritrovati Bluvertigo e da Elio e Le Storie Tese, che già meriterebbero l'Oscar a prescindere per il titolo del brano, "Vincere l'odio"... Unica scelta davvero imprevedibile, quella di Irene Fornaciari: nulla contro di lei, che anzi non mi è mai dispiaciuta nelle sue precedenti uscite rivierasche, ma è un'artista la cui carriera non è mai decollata pienamente; non certo una big a tutto tondo, insomma. Occhio però: non è mai troppo tardi. 
CHI MANCA - Questo è quanto. In attesa che qualche grande escluso faccia sentire la propria voce (ma Syria e Umberto Napolitano hanno, giustamente, preso la non ammissione con grande filosofia), c'è da rimarcare l'amarezza per l'assenza di alcuni superbig che hanno deciso di anticipare di poche settimane, rispetto al Festival, l'uscita dei loro nuovi lavori. Perché ad esempio Alessandra Amoroso, eterna chimera sanremese, ha ritenuto di non poter aspettare un mesetto scarso, facendo a meno della formidabile vetrina dell'Ariston? Lo stesso dicasi per Emma e per i Modà, che han dato alle stampe i loro album da pochissime settimane. 
Per il resto, ognuno ha il suo criterio personale di scelta, il suo cast perfetto, e guai a chi lo critica: io, ad esempio, avrei cercato di ritagliare qualche spazio per un paio di reduci degli anni Novanta e per almeno altrettanti giovani"alternativi", uno Zibba o una Levante, o anche una Erica Mou, per intenderci. Ma il livello è comunque decorosissimo, e oltretutto non c'è nessuno che possa vantare titoli autenticamente superiori agli altri. L'equilibrio regna sovrano, per la prima volta dopo tante edizioni anche solo tentare un pronostico è pressoché impossibile. Dovessi azzardare un pokerissimo, direi Dolcenera, Noemi, Arisa, Annalisa ed Elio, ma ci vorrebbe davvero la sfera di cristallo. 

venerdì 31 luglio 2015

BILANCIO DEL COCA-COLA SUMMER FESTIVAL 2015: UN... CONTENITORE DI TORMENTONI DEGNO DEL VECCHIO FESTIVALBAR


Quattro settimane di Coca-Cola Summer Festival hanno restituito all'estate la sua dimensione di "stagione della musica leggera", i tre mesi in cui il pop easy listening deflagra e invade piacevolmente le nostre vite, diventandone colonna sonora più che in altri periodi dell'anno. Lo avevo già scritto dodici mesi fa: c'era bisogno di una manifestazione così. E ora lo si può ribadire senza timore: la festa romana è andata definitivamente a colmare il vuoto lasciato dal Festivalbar. C'è ancora chi considera "blasfemo" l'accostamento fra i due eventi, e sinceramente non riesco a comprenderne appieno i motivi. 
UN DEGNO EREDE - Intendiamoci, personalmente posso ritenermi un "nostalgico", in questo senso: mi manca la kermesse di Salvetti, per com'era strutturata, per gli evergreen che ha sfornato (ma erano altri tempi, per la discografia) e per quello che ha rappresentato per più di una generazione di appassionati di canzonette. Però non si può rimanere prigionieri del passato a oltranza, e trovo che il "Coca-Cola" stia dimostrando, anno dopo anno, di poter essere considerato a pieno titolo l'erede della cara, vecchia rassegna veronese del juke box. Perché se lo si analizza nei dettagli tecnici, la riproduce quasi fedelmente, migliorandone addirittura alcuni aspetti. 
C'è davvero il clou della produzione pop del periodo, impreziosita dalle ospitate di alcune eccellenze cantautoriali e di superbig; ci sono giovani che solitamente non trovano molto spazio a livello televisivo; rispetto al Festivalbar, il Summer Festival si fa preferire per il ricorso generalizzato al live (che Andrea Salvetti riuscì a introdurre solo negli ultimi anni di vita della creatura di papà Vittorio), per una formula più marcatamente competitiva (c'è concorso sia per i "vip" sia per gli emergenti, mentre da metà anni Novanta in poi il concetto di gara, al Festivalbar, risultò assai annacquato), e per una presenza meno invadente di artisti di fuorivia, cosicché le luci della ribalta privilegiano, giustamente, la produzione di casa nostra. 
DAI TALENT RAGAZZI CHE VALGONO - E allora, qual è il problema? Se si stratta della massiccia partecipazione di giovanotti usciti dai talent show, beh, sarebbe anche l'ora di smetterla con questa eterna aria di sufficienza e di snobismo: ho spesso scritto su questo blog che non sono affatto entusiasta della "sceneggiatura", del format che caratterizza trasmissioni come "Amici" o "X Factor", ma negare che da esse siano usciti cantanti di valore vorrebbe dire negare la realtà; così come non si può restare indifferenti di fronte ai formidabili esiti commerciali che i dischi di questi virgulti ottengono quasi sistematicamente. Fuochi di paglia? Sarà il tempo a dirlo, ma i successi "one shot" esistevano anche nei Sessanta, Settanta, Ottanta... 
Se invece la nostalgia per il bel tempo che fu è dovuta alla differenza di qualità della proposta musicale, beh, il discorso diventerebbe troppo lungo e complesso. Fermo restando che peserebbe massicciamente il gusto personale, e che comunque il ricordo delle canzoni della nostra giovinezza ci rende tutti scarsamente raziocinanti nella valutazioni, mi pare di poter dire che gli ultimi due anni abbiano sancito un deciso ritorno al pop di facile presa, alle canzoni immediate, ai ritornelli orecchiabili che sono decisivi, piaccia o no, per la ripartenza di un mercato discografico sempre boccheggiante. 
CONTENITORE DI SUCCESSI - In questo quadro di riscoperta della semplicità, risultava fondamentale il recupero di una rassegna canzonettistica modellata sul vecchio Festivalbar: perché, ne sono convinto, la sola produzione musicale non basta, ma deve essere "inquadrata" in un contenitore che la veicoli sapientemente, che dia forma a una colonna sonora dell'estate, che crei un "pacchetto" all'interno del quale, poi, ogni appassionato possa pescare il personaggio, il brano, il genere che più gli aggrada. Anche a questo servono i Festival, e il Coca Cola ha adempiuto al meglio tale funzione. 
Ha vinto, come era ampiamente prevedibile, Alvaro Soler, purtroppo assente alla premiazione per pregressi impegni (questo è un punto sul quale l'organizzazione, in futuro, non dovrà transigere: il trionfatore "deve" chiudere l'evento, consegnare il trofeo al suo discografico è abbastanza triste): "El mismo sol" ha in effetti tutti i crismi dei classici tormentoni canicolari di una volta, come anche "Everytime" dei The Kolors, anch'essi mattatori al pari dello spagnolo, avendo vinto due puntate su quattro. E' gente che monopolizza le classifiche di vendita e di gradimento, in questo senso il Summer Festival registra fedelmente i gusti dei consumatori mainstream. 
NEFFA, DOLCENERA E LA "PRIMA VOLTA" DI VENDITTI - Ma da Roma sono giunte altre note piacevoli: Neffa è tornato in versione convincente con la cadenzata "Sigarette", Dolcenera prosegue con efficacia nella sua ricerca di un easy listening contemporaneo, elaborato e non convenzionale, che trova adeguata espressione nella variegata "Fantastica", un azzeccato mix di melodia e atmosfere dance; e proprio alla dance si è imprevedibilmente convertito Antonello Venditti con la trascinante "Ti amo inutilmente", che in ogni caso passerà alla storia perché, vado a memoria, ha segnato la prima partecipazione del cantautore a una gara musicale. Di Annalisa e della sua "Vincerò" avevo già tessuto le lodi quando recensii il suo album ("Convincente nella strofa, di fortissimo impatto nel ritornello"). 
Piacevoli e di sapore estivo i singoli di Lorenzo Fragola, ("#Fuori c'è il sole") e della strana coppia Baby K. - Giusy Ferreri ("Roma - Bangkok"), buona prova di Nesli ("Quello che non si vede") e degli irriverenti J-Ax e Il Cile ("Maria Salvador"), mentre più spazio avrebbero meritato emergenti rampanti come Paolo Simoni e Levante. Significativo, ancorché personalmente non mi entusiasmi, il trionfo di alcune cover, su tutte "Se telefonando", che completa il rilancio di Nek già sancito prepotentemente dal Festival di Sanremo (e comunque ben vangano queste operazioni, se servono a far scoprire ai ragazzini di oggi capolavori musicali di svariati decenni fa). 
Ma citare tutte le canzoni di buon livello emerse dalle quattro serate romane sarebbe impossibile. Da segnalare la massiccia presenza di "reduci" sanremesi, ulteriore dimostrazione dell'eccellente lavoro svolto nell'inverno scorso da Carlo Conti, il giusto tributo alla galassia rap - hip hop che, volenti o nolenti, sta monopolizzando il mercato di questi anni, e una competizione fra nuove proposte che ha incoronato l'istrionico Matthew Lee e il suo "E' tempo d'altri tempi", coraggioso tentativo di recupero in chiave moderna di sonorità rock 'n roll. 
COSE DA CAMBIARE - Cosa manca, allora, al Coca-Cola Summer Festival per diventare definitivamente adulto? Butto lì un paio di cose: un sistema di votazione più chiaro nelle cifre (dati numerici non ne sono stati forniti, durante le trasmissioni televisive) e che coinvolga un maggior numero di appassionati, magari tramite referendum popolare: ai tempi del Festivalbar si votava con le schede pubblicate da Sorrisi e Canzoni, ora si potrebbe trasferire tale metodo sul web. In seconda battuta, sarebbe opportuno che la kermesse non si esaurisse entro luglio ma che, magari, celebrasse la sua conclusione a fine agosto o a inizio settembre, in modo da incoronare davvero la canzone regina dell'estate, quella più "gettonata" (termine da... Festivalbar) durante tutta la stagione calda. Al di là dei ritocchi alla formula, una base da cui ripartire dovrebbe in ogni caso essere la diretta tv: ricordiamo che questo festival si è tenuto a fine giugno, e la differita ne annacqua inevitabilmente il pathos, oltre a esporlo a rischi di spoiler in rete. 

venerdì 12 dicembre 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI PORTA A VENTI I BIG IN GARA, E' UN RITORNO ALL'ANTICO

                                Carlo Conti: il suo Festival torna nell'alveo della tradizione

La prima mossa di Carlo Conti sullo scacchiere di Sanremo è vincente. Dopo anni di cast striminziti, i Big in concorso salgono da sedici a venti. Una quota partecipanti così elevata non si vedeva dai tempi della "gestione Pippo Baudo", e non è affatto casuale, come vedremo, il richiamo a quel capitolo tutto sommato glorioso della storia del Festival. "Note d'azzurro", ossia il sottoscritto, non può che essere soddisfatto della novità, già nell'aria da alcuni giorni ma che non era attesa in tali proporzioni (si parlava infatti di un innalzamento a diciotto concorrenti nella categoria regina): la mia posizione in merito traspare, grosso modo, dal novanta per cento dei post che ho dedicato alla tenzone rivierasca dal 2011 ad oggi. Anni, si diceva, caratterizzati da cast ridotti al lumicino: appena quattordici posti a disposizione per i cosiddetti "campioni", nelle ultime quattro edizioni. 
POCHI CANTANTI, TROPPI EXTRA - Una gara in scala ridotta, con effetti negativi evidenti soprattutto quando il meccanismo delle eliminazioni conduceva alla finalissima un drappello davvero sparuto di artisti: una decina, col risultato che il resto del gala conclusivo veniva in qualche maniera riempito con ospitate improponibili, spesso avulse dal contesto prettamente canoro dell'evento, o con comparsate promozionali di personaggi Rai. Era un piccolo grande tradimento dell'essenza stessa della rassegna sanremese, la cui funzione è, da sempre, quella di vetrina delle migliori novità proposte dal panorama musicale leggero nostrano, quando l'inverno volge al termine e la primavera incombe: e il tradimento avveniva proprio in un periodo di acuta crisi del mercato discografico italiano, che per superare il momento difficile avrebbe avuto bisogno anche (non solo) di kermesse col format del Festivalone di un tempo, quello in cui si concedeva spazio a un numero assai ampio di cantanti. 
BAUDO E RAVERA - I tempi di Baudo, come sottolineato in apertura. Ma anche gli anni Ottanta di Gianni Ravera, anni di un Sanremo vincente e rigoroso, che non "deragliava mai", che era ancora gara di canzoni assai più che show televisivo tout court. Proprio negli anni gestiti dal patron forse più celebre, l'innalzamento della quota partecipanti era una piacevole tradizione della vigilia: i big ammessi alla gara risultavano sempre più numerosi di quelli che l'organizzazione aveva inizialmente annunciato. Il record, in tal senso, venne stabilito nel 1982: da otto che dovevano essere quasi raddoppiarono, divenendo quattordici. Per l'elevato numero di proposte e per lo spessore qualitativo delle stesse, si premurava di far sapere chi aveva operato la selezione dei brani; per soddisfare gli appetiti di qualche casa discografica in più o per ottenere in cambio ospiti stranieri di prestigio, ribattevano certi giornalisti maligni: quale che fosse il motivo, alla fine i vantaggi per la musica di casa nostra risultavano indubbi, perché salire sul palco dell'Ariston significava accrescere esponenzialmente o rinverdire la propria popolarità, entrare nel giro promozionale delle trasmissioni tv e delle radio, garantirsi buone vendite di dischi o, nella peggiore delle ipotesi, un bel bottino di serate live. 
SOSTEGNO ALLA DISCOGRAFIA ITALIANA - Vantaggi che oggi assumono valore anche maggiore, addirittura "vitale", alla luce della difficile congiuntura di mercato. Incredibile che ci si arrivi solo oggi. "E' un modo per sostenere e promuovere ancora di più la musica italiana", ha spiegato Carlo Conti, che è riuscito a smuovere acque da troppo tempo stagnanti e che ha mostrato coraggio non indifferente. Perché con questa modifica regolamentare Sanremo torna all'antico, a una riscoperta delle radici che però è stata sempre rigettata, nell'ultimo lustro, per paura dell'Auditel: è convinzione dei padroni del vapore televisivo che il pubblico del Duemila non apprezzi più le gare canore "all'antica", mal sopporta di vedere sul piccolo schermo una mera successione di cantanti. Ma forse è solo questione di abitudine, perché il telespettatore medio prende quel che gli si dà, non si spiegherebbe altrimenti il successo pluriennale fatto registrare da certe inguardabili trasmissioni trash. Del resto, le risultanze in termini di audience dell'edizione 2014 hanno  lanciato un segnale opposto: se c'è qualcosa di difficile da tollerare è un Sanremo pieno di corpi estranei, di sovrastrutture spettacolari superflue e di dubbia presa, con gli artisti in gara costretti troppo spesso a cedere le luci della ribalta, che invece all'Ariston spetterebbero loro di diritto, sempre. 
GIOVANI IN PRIME TIME - Il nuovo direttore artistico ha forzato il blocco e si richiama alla tradizione baudiana, soprattutto: perché, se Ravera aveva il vantaggio di operare in un'epoca in cui le competizioni canzonettistiche "a struttura classica" non erano considerate di difficile digeribilità, Baudo riuscì invece a conservare la centralità della gara in un Sanremo già contaminato con gli stilemi del varietà generalista, già contenitore in cui veniva immesso di tutto e di più. E' dunque con quel modo di concepire il Festivalone che la gestione Conti va idealmente a saldarsi: nel medesimo contesto si inserisce l'altra grande novità delle ultime ore, il ritorno delle Nuove Proposte a un orario di esibizione più consono: da troppo tempo relegate a notte fonda, quest'anno avranno addirittura l'onore del prime time.
Per quel poco che può valere, altra "vittoria" di Note d'Azzurro, che su questo tasto ha pigiato fino allo sfinimento. Ma è più che altro, questa come quella dei venti Big, una vittoria della ragionevolezza: se il vivaio di Sanremo è fondamentale per il futuro della rassegna e della musica italiana nel suo complesso, che senso aveva maltrattarlo con mortificanti collocazioni in scaletta, quasi fosse un fastidio, una pratica da sbrigare in tutta fretta per lasciar posto all'attore americano, al ballerino, al declamatore di poesie o all'esperto d'arte? 
I DUBBI - Poi, per carità, non è tutto oro quel che luce. Una prima rapida analisi dei brani dei giovani, ad esempio, non mi ha trasmesso sensazioni di entusiasmo, ma mi riprometto di tornare sull'argomento dopo una serie di ulteriori ascolti. E, tornando ai big, bene per i "venti", ma oltre al contenitore più capiente occorre ora un contenuto gradevole: guai, ad esempio, se l'allargamento venisse sfruttato per buttare nel calderone proposte di scarso appeal musicale e utili solo per catturare la platea televisiva.
Se dobbiamo basarci sui nomi circolati in questi giorni, e su quelli comunque più papabili per la corsa a un posto nel cast (si legga, in proposito, quanto da me scritto nell'articolo della settimana scorsa), potrebbe venir fuori un listone tutt'altro che malvagio; e se da un lato ci sono due - tre candidature che mi fanno rabbrividire (in senso negativo), dall'altro è probabile che spuntino in extremis altrettanti personaggi di cui nessun "previsore" aveva parlato, come è tradizione: l'anno passato, addirittura, una buona metà dei concorrenti Campioni spiazzò del tutto gli esperti, risultando assolutamente inattesa. Ma di questo parleremo prestissimo, diciamo fra un paio di giorni. Va infine detto che, permanendo nel regolamento la formula ad eliminazione, mette persino un po' di tristezza pensare che solo quattro Big su venti non arriveranno alla finale: a questo punto, sarebbe stato più giusto promuoverli in blocco, ma non si poteva rinunciare totalmente al pathos delle "qualificazioni", che in passato ha sempre fatto notevole presa sul pubblico. 

sabato 29 novembre 2014

VERSO SANREMO 2015, LA CORSA A UN POSTO FRA I BIG: I PAPABILI, I POSSIBILI, GLI AUSPICABILI



Verso Sanremo 2015 a ritmo blando, che più blando non si può. Le informazioni trapelano col contagocce, anche da parte di quelle testate solitamente prodighe di anticipazioni più o meno succose e più o meno attendibili; i nomi dei big papabili sono sempre gli stessi (molto pochi) da diverse settimane a questa parte; nella rosa delle possibili co-presentatrici gravitano personaggi di notevole appeal ma piuttosto prevedibili (Cuccarini, Ambra, Incontrada), mentre Carlo Conti smentisce, depista e dice: "Vi stupirò" (starà forse pensando alla poliedrica, fresca vincitrice di "Tale e quale", Serena Rossi?); buio assoluto sul fronte ospiti, al di là del tormentone Al Bano & Romina e di qualche desiderata del direttore artistico (Pink Floyd? Beh, se Fazio può permettersi gli U2 per "Che tempo che fa", perché non sognare in grande?). Riguardo al "totocast", per chi non è strettamente "addetto ai lavori" risulta oltremodo difficile reperire indiscrezioni: gli stessi cantanti, che fanno tanto sfoggio di mentalità 2.0 con una presenza massiccia sui social network, se interrogati in merito ignorano semplicemente le domande, manco custodissero un segreto di Stato... 
RITORNI - Pazienza: faccio da me, cercando di orientarmi tra i pochissimi rumors e formulando ipotesi costruite su ragionamenti che ritengo sufficientemente lineari. Partiamo dalle poche certezze: i Dear Jack sembrano proprio cosa fatta, del resto il loro nome è stato il primo a venire fuori, addirittura l'estate scorsa, così come quelli di Alessandra Amoroso, sulla cui presenza si sono però addensati diversi dubbi (ma questo potrebbe essere davvero l'anno buono, per lei), e di Dolcenera, la cui candidatura rimane invece ben solida. Per il resto, un criterio credibile da seguire è quello di guardare alle ultime edizioni del Festival. Difficile rivedere in gara qualche big presente nel 2014, forse l'unico a poter trarre vantaggio da una nuova presenza sarebbe il solo Renzo Rubino, per completare un percorso triennale di maturazione e consolidare i buoni risultati ottenuti nelle prime due partecipazioni, mentre Rocco Hunt alla fine potrebbe essere della partita, dopo aver manifestato iniziale scetticismo su un suo ritorno a stretto giro di posta. 
Andando a ritroso, è plausibile che chi è sceso in campo negli anni immediatamente precedenti decida di presentare domanda, per rinfrescare la propria visibilità o per lanciare con più forza progetti discografici prossimi alla pubblicazione: ecco quindi che dal 2013 potrebbero riemergere Annalisa Scarrone, Malika Ayane, Chiara Galiazzo (magari con un repackaging del recente album) e Simona Molinari, oltre ad Antonio Maggio, che quell'anno vinse fra i Giovani e che nel 2014 si è confermato su buonissimi livelli (sua la sigla del "Processo del Lunedì" di Rai Sport, suo il gradevole brano estivo "Stanco"). 
Dopo l'esperienza del 2012, i tempi sono nuovamente maturi per Nina Zilli, oltreché per Irene Fornaciari e Pierdavide Carone; mancano dal 2011 Luca Barbarossa e Anna Tatangelo, nomi fatti in questi giorni come quelli di Irene Grandi ed Enrico Ruggeri, la cui ultima partecipazione risale invece al 2010. Rrouge avrebbe proposto un brano assai ispirato, dedicato ad alcuni artisti scomparsi (Gaber, Jannacci, Faletti). Altro nome piuttosto gettonato è quello di Marco Masini, sei anni dopo la buona performance del 2009 con la non del tutto compresa "L'Italia", e di quella edizione targata Bonolis (che segnò il rilancio della manifestazione dopo la profonda crisi del 2008) potremmo ritrovare in gara anche Sal Da Vinci. 
ANNI NOVANTA - Secondo news raccolte in rete, sarebbero in lizza diversi esponenti della bistrattata generazione anni Novanta, che ho spesso strenuamente difeso su questo blog: da Mietta a Syria fino a Massimo Di Cataldo, riemerso da una dolorosa vicenda giudiziaria (con "mostro" regolarmente sbattuto in prima pagina...) e desideroso di riguadagnare il terreno perduto. Mesi fa, gli Zero Assoluto ebbero parole di stima per la kermesse rivierasca, e quell'endorsement portò molti media a ipotizzare un loro ritorno all'Ariston: non so se la cosa abbia un qualche fondamento, ma di certo il duo romano avrebbe bisogno di una grossa ribalta, dopo alcuni anni trascorsi un po' sottotraccia in fatto di presenze sui canali "generalisti". Sicuro è il tentativo di partecipazione di Goran Kuzminac, una sfida difficile da vincere ma che merita tutto il nostro appoggio; meno convincente la coppia Alessandro Safina - Luisa Corna, di cui molto si è scritto.  
REDUCI DALL'ESTATE E GIOVANI RAMPANTI - Ci sarebbe da pescare del buono fra i protagonisti dell'estate canora 2014, contraddistinta da una buona fioritura di canzoni orecchiabili e di facile impatto: da Gianluca Grignani a Nek (il cui ritorno alla kermesse ligure è atteso ormai da ben diciotto anni), da Deborah Iurato all'eccentrico Paolo Simoni, un ragazzo che ha fatto centro con "Che stress" e "15 agosto". A proposito di freschi virgulti della nostra musica leggera, sarebbe interessante rivedere qualcuna delle Nuove Proposte dell'anno passato, come Zibba e quel Diodato che è oggi un volto piuttosto popolare, grazie alle partecipazioni al citato show di Fazio e al recente album di cover anni Sessanta. Andando più indietro, perché non puntare su Erica Mou, voce fra le più interessanti e originali prodotte di recente dal vivaio del Festival, o su Giua, alle prese con la realizzazione di un disco attraverso la strada del crowfunding? Per non parlare degli eternamente bistrattati Jalisse, che una chance prima o poi dovranno pur meritarla... Scommetto qualche spicciolo sul fatto che tenteranno la riscossa recenti vincitori sanremesi amatissimi dal pubblico giovane, come Valerio Scanu (forte delle convincenti performance a "Tale e quale show"), Marco Carta e Alessandro Casillo. 
VETERANI DA SCEGLIERE CON CURA... - Per il resto, detto di un Mario Biondi nuovamente accostato al Festivalone (ove finora non si è mai visto, come concorrente: sarà la volta buona?), ci sono almeno altri tre grandi gruppi in cui pescare: il mondo rap - hip hop, con i vari Moreno e Clementino (ma il vero colpo sarebbe Emis Killa, fresco di tormentone Mundial), i tanti che negli ultimi anni hanno tentato, stando ai giornali, la via dell'Ariston senza fortuna (da Alex Britti ad Alexia, da Paolo Vallesi a Tosca, solo per citarne alcuni), e l'immenso bacino dei veterani, che solitamente presentano domanda in massa: ne fa parte il menzionato Kuzminac, ne fanno parte nomi fin troppo presenti in Riviera nelle più recenti edizioni (su tutti Loredana Bertè, le cui quotazioni vengono date in rialzo). Personalmente, auspico che Conti e la sua commissione artistica si allontanino dal "già visto", dando invece spazio a "grandi vecchi" che, in questo primo scorcio di secolo, di opportunità ne hanno avute ben poche, dai personaggi più nazionalpopolari (Riccardo Fogli, Don Backy) a quelli più "sofisticati" (Eduardo De Crescenzo, Teresa De Sio, Alice...). 
INDIPENDENTI E STRANIERI - Necessaria, inoltre, una maggiore attenzione a quel mondo indipendente che nelle ultime stagioni ha ottenuto riscontri di pubblico non indifferenti: un Brunori Sas o un Dente, ad esempio, porterebbero una bella ventata di freschezza. Mentre, se si vuole cercare il colpaccio, sfumata l'ipotesi Carmen Consoli (con album in uscita a gennaio, ossia poche settimane prima della kermesse, e un singolo rilasciato giusto ieri: peccato davvero), perché non puntare su due grandi rentrée per Negramaro e/o Raf? Personalmente, poi, apprezzerei molto la presenza di Niccolò Fabi e di Neffa, cantautori di valore mai adeguatamente valorizzati dalla rassegna ligure. 
Infine, il discorso stranieri in gara: con sedici posti, ossia sempre pochi, penso che si debba dare la precedenza agli artisti di casa nostra (sarebbe diverso già con sole due caselle in più da riempire), in ogni caso non mi scandalizzerebbe vedere un grande nome internazionale scendere nell'arena: magari uno Stromae, il quale l'anno scorso, ospite all'Ariston, affermò che non si sarebbe tirato indietro di fronte alla possibilità di competere, oppure star onuste di gloria in qualche modo legate all'ex Bel Paese come Anggun, Mick Hucknall, Amii Stewart, o ancora vedettes più o meno sulla cresta dell'onda (Iglesias jr., John Legend...) che accettassero la scommessa di cantare in italiano, cosa che un tempo avveniva con un certa frequenza mentre oggi è rarità assoluta. 

domenica 10 agosto 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI VUOLE UN FESTIVAL "SUL MERCATO", E PUNTA DEAR JACK, AMOROSO E DOLCENERA

                                      Alessandra Amoroso: in gara a Sanremo 2015? 

L'investitura di Carlo Conti a deus ex machina di Sanremo 2015 un primo effetto positivo l'ha già sortito: raramente, in passato, si era cominciato a parlare in termini concreti del Festivalone con tanto anticipo. Circolano addirittura i primi nomi dei candidati a entrare nel cast dei Big, discorsi che solitamente prendono quota ad autunno inoltrato, fra novembre e dicembre. Buon segno: significa che la macchina organizzativa è già in moto, e del resto non si è sempre detto che un Sanremo di pregio lo si possa realizzare solo iniziando a lavorarci molti mesi prima (qualcuno affermò addirittura "dal giorno successivo alla conclusione dell'edizione precedente")? Buon segno anche perché, dopo l'emorragia di spettatori della kermesse 2014, parrebbe essersi ricreato un discreto interesse mediatico e di pubblico attorno all'evento. 
DEAR JACK QUASI SICURI - I nomi, dicevamo. La band emergente dei Dear Jack viene già data per sicura, mentre elevatissime sono le percentuali di inserimento nel listone per Alessandra Amoroso e Dolcenera, la quale ha già affermato di avere un brano pronto, e giungerebbe all'Ariston sulle ali di una popolarità rinsaldata dal buon successo del singolo estivo "Niente al mondo". Se tali candidature si concretizzassero, sarebbero da accogliere con legittima soddisfazione: nelle prime dichiarazioni programmatiche sul Festival prossimo venturo, rilasciate di recente a "TV Sorrisi e canzoni", Conti ha sostenuto di voler mettere su "un Sanremo per tutti, che ospiti dal pop al rock al rap, a qualsiasi altro genere musicale. Un Sanremo in cui si ascolti la musica che va davvero per la maggiore in classifica, non uno spettacolo che mette in scena un mondo che non esiste nel mercato reale". E' sicuramente l'affermazione più concreta fra le tante, invero un po' generiche, dell'anchorman toscano sulla titanica impresa che l'attende nei prossimi mesi. Troppo spesso, in passato, la manifestazione ligure ha proposto personaggi sfiatati e ormai lontani dai gusti del pubblico, oppure, per converso, scelte troppo elitarie, di nicchia, soprattutto nell'ultimo biennio. Il cast del 2014, va detto, era stato più contemporaneo e leggero rispetto a quello di dodici mesi prima, ma si può e si deve far di meglio, entrare con entrambi i piedi nella galassia dei consumatori e "cooptare" i personaggi più gettonati, soprattutto quelli di recente affermazione (i "mostri sacri" lasciamoli perdere: non hanno bisogno del Sanremone, e di spazi mediatici per promuovere i loro prodotti ne hanno già fin troppi...). 
OLTRE MAZZI - Il modello più recente da avvicinare, e magari da migliorare, è quello dei Festival di Gianmarco Mazzi nelle sue varie declinazioni, da Bonolis alla Clerici a Morandi. Ho la sensazione che l'impresario veronese non sia troppo amato nell'ambiente discografico e in quello dello showbiz, eppure gli va ascritto il merito di aver allestito edizioni sanremesi di buon livello, certo non esenti da difetti (anzi) ma capaci di coniugare vivacità dello spettacolo, brillantezza della conduzione e buona qualità della proposta canora, con nomi giovani e sulla cresta dell'onda. Ecco, i tre artisti di cui si è detto in apertura, i primi "papabili" per la rassegna canora del prossimo febbraio, traducono alla perfezione la volontà di Conti di costruire una gara al passo coi tempi: il "complesso" (come si diceva una volta) dei Dear Jack, ennesima creatura dell'universo De Filippi, ha fatto registrare un boom magari prevedibile in linea generale, ma di certo inatteso per dimensioni quantitative: il loro primo album è ai vertici delle classifiche di vendita (secondo posto nella chart di Sorrisi della settimana in corso), e le apparizioni ai più recenti eventi pop televisivi, i Music Awards e il Coca Cola Summer Festival, si sono svolte in quel clima di "fanatismo" (nel senso di fans scatenate...) che ha sovente accompagnato, in passato, l'esplosione di celeberrime boy band d'oltrefrontiera. Se sia o meno un fenomeno passeggero lo potrà dire solo il tempo, ma al momento questi ragazzi sono a tutti gli effetti dei big del pop italico. Detto di Dolcenera, anche Alessandra Amoroso sarebbe un bel colpo: mai in gara in Riviera, dove ha però fatto passerella come ospite di colleghi in competizione (nel 2010 affiancò Valerio Scanu contribuendo non poco al suo trionfo), è per lei giunto il momento di mettersi in gioco: la sua popolarità è alle stelle e resiste ormai da diverso tempo, sicuramente una delle creature più "solide" del talent "Amici"; i recenti successi "Bellezza, incanto e nostalgia" e "Non devi perdermi" rappresentano un buon viatico. Come dire, o adesso o mai più. 
ADDIO DOPPIO BRANO - Per tutto il resto, Conti ha fornito alcune linee operative di massima, senza addentrarsi più di tanto nei dettagli. Si tornerà al brano unico in gara, l'esperimento della doppia canzone è fallito e del resto era abbastanza prevedibile: una soluzione del tutto estranea alla tradizione, direi al DNA dell'organismo festivaliero, e ulteriormente depotenziata dal modo in cui è stata proposta da Fazio e dal suo entourage. Personalmente, mi aveva dato la sensazione di rappresentare non una precisa e rigorosa scelta artistica, ma soltanto una trovata spettacolare con cui si delegava direttamente al pubblico la fase finale del lavoro di selezione delle opere, col conseguente rischio di andare incontro a scelte di basso profilo che potevano danneggiare la qualità complessiva della manifestazione; ma la carica di suspense dell'espediente si è rilevata ben misera: le serate dedicate alla scelta fra i due pezzi hanno rappresentato, in questi due anni, uno stanco antipasto del Festival propriamente detto, che è sempre iniziato "per davvero" il giovedì, nel momento in cui i cantanti "scendevano nell'arena" col brano sopravvissuto. Alle corte: Sanremo è sempre stato "una canzone a testa", si può (si deve) cambiare in tanti aspetti, deve essere progressivamente svecchiato, ma il brano unico rappresenta un punto fermo, un totem da non toccare.
PIU' BIG, MA... - Bene così, dunque, ed apprezzabile è pure il lieve innalzamento della quota partecipanti nella categoria regina: si passa da 14 a 16, che tuttavia considero sempre troppo pochi. Sarebbe più furbo, da parte di un direttore artistico, annunciare un numero minimo di concorrenti, numero eventualmente da incrementare sulla base della quantità e della pregevolezza delle proposte che giungono sul suo tavolo: era il modus operandi che adottavano Gianni Ravera e Pippo Baudo, i quali non a caso hanno firmato, come patron, alcune delle edizioni di maggior successo della kermesse. 
E' passato invece un po' sotto silenzio l'annuncio del ripristino del meccanismo dell'eliminazione anche per i "grandi", quello spietato torneo che, nelle edizioni targate Mazzi, decimava il cast dei Big di serata in serata: il rischio è quindi di tornare ad assistere a una finalissima con pochi artisti in lizza, una decina o poco più, e di dover riempire i lunghi tempi televisivi in qualche modo, con ospitate discutibili  che nulla hanno a che fare con lo spirito del Festivalone, oppure con colossali mega - promozioni dei futuri programmi Rai: scene tristi già viste troppe volte nel recente passato. Aspettiamo però di vedere come sarà effettivamente strutturata questa gara... Rimane ancora troppo ridotto, invece, lo spazio riservato alle nuove leve: dovrebbero essere otto, come sempre è avvenuto dal 2011 in poi. Aggiungerne un paio è proprio impossibile, anche alla luce dell'elevatissimo numero di richieste che giunge ogni anno? E in ogni caso, l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo sarà quello di restituire centralità alla competizione dei giovani, negli ultimi tempi relegati a orari da "vampiri", quasi come una fastidiosa incombenza: perché, ad esempio, non arricchire la serata conclusiva spostando al sabato la tenzone decisiva fra le promesse della nostra canzone? 
RIPARTIRE DA QUESTA ESTATE CANORA - Di certo, come ho avuto modo di scrivere nelle settimane scorse, Carlo Conti ha il vantaggio di poter partire da una base solidissima, rappresentata da questa inattesa estate canora 2014 che, anche grazie al ritorno in grande stile di una rassegna "vacanziera" analoga al vecchio Festivalbar (il Coca Cola Summer Festival), ha portato alla ribalta la rinnovata vitalità dell'ambiente pop nostrano: sono ricomparse canzoni orecchiabili, di facile presa, ben costruite: Renga e Dolcenera, i Modà  e Killa, Nek e Noemi, Emma, Antonio Maggio, Gabry Ponte, gli "Amici di Maria" Amoroso, Dear Jack, Emma, Marco Carta e Deborah Jurato... C'è fermento, pare esser stata ritrovata la chiave per entrare nel cuore del grande pubblico: un terreno fertile dal quale il nuovo direttore artistico potrebbe cogliere frutti succosi, con la legittima speranza di trovare brani di forte e immediato impatto in grado di superare le forche caudine di classifiche sempre più esterofile. Altro asso nella manica che il conduttore di "Tale e quale show" dovrà giocarsi senza remore: la voglia generalizzata di ritrovare un Sanremo più pop, glamour, un pizzico nazionalpopolare, dopo la seriosità retorica che troppo spesso ha fatto capolino nelle ultime edizioni, indigeribili non tanto come proposta musicale (assolutamente dignitosa) ma come concezione globale dello spettacolo. In bocca al lupo.