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mercoledì 15 febbraio 2012

SANREMO 2012: PRIMA SERATA, FESTIVAL SPECCHIO DI UN'ITALIA IN CRISI

Verrebbe persino da pensar male. Di fronte a uno scenario del genere, sorge quasi il sospetto che tutto sia stato studiato a tavolino, passo dopo passo, colpo di scena dopo colpo di scena, o meglio, infortunio dopo infortunio. Non si dice forse da sempre che Sanremo è lo specchio del Paese? E il Paese non sta forse attraversando la più grave crisi del dopoguerra, e una delle più gravi in assoluto della sua storia? Bene (anzi, male). Et voilà un Festival ritagliato su misura per l'Italia di oggi. E siccome l'Italia di oggi è una interminabile sequenza di cose che non vanno, per vuoto culturale, impreparazione e inadeguatezza delle persone e conseguenze di errori e omissioni commessi nel passato, la kermesse rivierasca non può che adeguarsi. Un senso di assoluta precarietà (e già, il Paese dei precari) ha aleggiato su tutta la serata inaugurale dal primo all'ultimo minuto. Quando anche una macchina perfetta, in cui tutto, anch gli imprevisti, dovrebbe essere calcolato al millesimo, con margine d'errore dello 0,001, si inceppa in maniera così evidente, beh, non si può che accettare il tutto con la rassegnazione di chi, in fondo, sapeva che era lecito aspettarselo.
QUANTI GUAI! - Quando la struttura è debole, certo, ci si mette anche la sfortuna: non in altro modo si può classificare il forfait dell'ultima ora di Ivana Mrazova, primo caso di presentatore, co-conduttore o valletta sanremese a dover rinunciare al palco in extremis per motivi di salute. Di jella invece non si può parlare per tutto il resto: i problemi di audio che hanno accompagnato diverse fasi dello spettacolo (particolarmente evidenti nel momento di stacco fra la fine delle canzioni e gli applausi in sala), i tempi sbagliati dei presentatori nel lancio degli spot e delle telepromozioni, e soprattutto, la colossale magra finale, la cancellazione della prima fase della gara per il malfunzionamento del sistema elettronico alla base del lavoro delle giurie: erano previste due eliminazioni, invece domani sera i Big saranno di nuovo tutti in scena, e questo è l'unico aspetto positivo della questione, perché per i cantanti in competizione anche un solo passaggio televisivo in più è fondamentale e bene accetto, e contribuirà a rendere più soft il dispiacere per chi dovrà uscire di scena. Rimane però un retrogusto amaro fatto di improvvisazione, impreparazione, inadeguatezza: incredibile davvero che non ci fosse un'adeguata procedura di emergenza per ovviare a eventuali défaillance nello svolgimento delle votazioni. 
L'inadeguatezza ha riguardato anche un altro aspetto, quello del buon gusto, visto il ricorso davvero troppo massiccio al turpiloquio: non sono un purista né un bacchettone, so bene che certi termini sono entrati ormai nel linguaggio comune, ma penso che comunque non se ne debba abusare, specialmente in certe occasioni "ufficiali" e mondane, in cui la tv (la tv pubblica, la "principlae agenzia culturale del Paese"!)  si apre a una platea immensa, fatta anche di bambini e ragazzini. Insomma, sentire Morandi gridare "che cazzo è" al momento dell'entrata in scena di Celentano ce lo saremmo volentieri risparmiato.
Certo, era il debutto, col trascorrere dei giorni tutto migliorerà (e ci mancherebbe altro) e magari tornerà anche Ivana (non son stato tenero con lei, ma mi auguro sinceramente di vederla sul palco per il rush finale di questo Festival), ma dall'evento televisivo dell'anno, da questo carrozzone elefantiaco eppure sempre a pieno regime, a parte piccole sbavature, ci si attende ben altro.
LA CRUDA REALTA' NELLE CANZONI - Festival dell'Italia della crisi, dicevamo, e  tale atmosfera cupa aleggia anche, vistosamente, sulla gara. Non ricordo una così massiccia frequentazione di argomenti di attualità nei testi dei brani dei Big: Emma e Dolcenera lo fanno con toni accorati e financo drammatici, Bersani con disincanto e anche con una complessità poetica che in passato gli ha spesso precluso l'accesso alla grande massa degli appassionati. Una cosa del genere, in così larga misura, avvvenne forse solo nel 1992 (Italia d'oro, Mendicante, La forza della vita e altre canzoni ancora contenevano tutte richiami più o meno estesi ai problemi di un'altra fase storica non facile per la nazione). Questo sguardo alla vita reale non può che farmi piacere, e del resto mi sarei stupito del contrario: ciò che stiamo vivendo, e lo dico per esperienza diretta, è troppo grande, troppo pesante, troppo devastante per non lasciare il segno, e, lo si ammetta o no, gli artisti hanno la sensibilità per percepire questo malessere (eufemismo). E' comunque un progresso, se penso che il pur stimatissimo Baudo, dopo aver scelto le canzoni per il Festival del 2002, affermò: "Mi sono arrivati brani sulle Twin Towers, ma ho fatto finta di non sentirli" (fonte: Archivio storico on line Corriere della sera). Magari saranno stati anche brutti, quei brani, ma era il concetto di rifuto di ogni accenno ai fatti della cronaca e della storia ad essere sbagliato. Da questo punto di vista, progressi ne sono stati fatti.
ORECCHIABILITA' e GUSTO RETRO' - Sul piano della proposta musicale, mi pare ci sia un cambio di tendenza rispetto alla passata edizione, che aveva puntato su composizioni un tantino più sofisticate ed elaborate, ovviamente con le dovute eccezioni. Questa volta, la direzione artistica sembra essersi maggiormente orientata verso l'easy listening, il che peraltro non significa, come abbiamo visto, rinuncia all'impegno. Persino l'attesa Chiara Civello, che avrebbe dovuto portare all'Ariston le soffuse atmosfere jazz in cui  eccelle, si è votata a un pop oltretutto non proprio modernissimo.
A proposito di modernità, ci sono stati altri brani apparsi leggermente "demodé". Quelli di Finardi e della coppia D'Alessio - Bertè, ad esempio, potevano essere tranquillamente presentati a un Sanremo di dieci o quindici anni fa, e quello di Arisa avrebbe fatto la felicità di Baudo a metà anni Novanta. I Matia Bazar sono fermi al 2002, anno della loro ultima vittoria, pur con qualche trovata sonora più contemporanea. Tutto questo non implica un giudizio complessivamente negativo dei pezzi citati, ma è solo una constatazione sulla struttura artistica delle composizioni. Per voti e pagelle sulla qualità delle canzoni rimando ai prossimi giorni, un solo ascolto è davvero troppo poco: posso dire che personalmente, al primissimo impatto, mi han colpito soprattutto Dolcenera, Emma, Noemi e il duo Carone - Dalla, ma è tutto relativo e già in seconda battuta si potrà essere più precisi.
CELENTANO - Due parole su Celentano, ché già ne parlerà abbondantemente la stampa tutta: ha cantato, e tanto, e questo è stato un apporto artistico importante e funzionale al Festival in quanto "rassegna di canzoni". Sul resto, si può dire tutto e il contrario di tutto: ognuno è libero di esprimere le sue opinioni (anche se si può evitare di farlo, ad esempio, attraverso una discutibile e scombiccherata messinscena con Pupo e Morandi, anch'essa penalizzata inizialmente da un pessimo audio), ma rimango del parere che Sanremo non sia il luogo televisivo adatto per fare tutto ciò. Diciamo che da appassionato di musica e cultore del Festival nella sua forma più genuina, rimpiango amarissimamente i tempi in cui la kermesse rivierasca non aveva bisogno di certe "sovrastrutture spettacolari" come la performance del Molleggiato per attirare attenzione e audience, ma con una mentalità "più realista del re" non posso che prendere atto del fatto che un evento del genere, certo destinato a far parlare assai a lungo, è un qualcosa che contribuirà a fare la storia del Festivalone e gli garantirà solidità e salute per tanti anni ancora. La televisione del 2012 funziona così, bellezza, è inutile.
A proposito di sovrastrutture spettacolari, certo meno chiassosa ma, a parer mio, tremendamente più efficace è stata l'ouverture di Luca e Paolo. Semplice ma ben riuscita l'idea: proiettare in un televisore sul palco la performance dell'anno passato ("Ti sputtanerò", sul caso Fini e più in generale sulla situazione politica e giudiziaria dell'epoca) e riflettere ironicamente su come a distanza di 12 mesi le cose siano cambiate, e per la satira sicuramente in peggio, essendo venute meno le principali fonti di ispirazione (Berlusconi e compagnia) ed essendosi creato un clima nel Paese che rende tutti poco inclini allo scherzo e al divertimento. L'Italia della crisi, per l'appunto.

venerdì 10 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: GLI ESCLUSI CHE HANNO FATTO STORIA

Il cast dei cantanti ammessi ogni anno a partecipare al Festival di Sanremo rappresenta solo il risultato di un lungo e spesso discusso lavoro di selezione. Sono infatti tante, a volte tantissime, le richieste di ammissione alla gara che pervengono alla direzione artistica. Di conseguenza, sono sempre tantissimi i delusi per il mancato inserimento nel "listone" finale. La storia del Festival è piena di esclusioni illustri. Ne riproponiamo qui alcune, sorvolando sulle più famose (direi "Meraviglioso" di Modugno, anno 1968, e "Bruci la città" di Irene Grandi nel 2007). E un pizzico di attenzione la riserviamo anche a quelle canzoni che, invece, nel cast ci erano entrate, per poi venirne escluse a pochi giorni dal via della rassegna.

Cominciamo dal 1969, quando, parafrasando la sigla tormentone di qualche anno fa, Sanremo era più che mai Sanremo, ossia uno snodo fondamentale e irrinunciabile per tutto il mondo musicale italiano e per buona parte di quello internazionale. C'era una coda chilometrica per entrare a far parte del cast, gli esclusi eccellenti erano numerosi, e quell'anno (fonte Archivio storico La Stampa) toccò a Giorgio Gaber con "Il Riccardo", poi destinata comunque a vasta popolarità. 



Anche nel 1973 sono tanti i grossi nomi a rimanere al palo, ma desta scalpore l'esclusione di Lucio Dalla, che era stato, come si suol dire, il "vincitore morale" delle due precedenti edizioni, con "4/3/1943" e "Piazza grande". Ma la sua proposta, "Un'auto targata TO", non convince proprio la commissione di selezione. 



Facciamo un bel salto fino al 1981: nella lista dei partecipanti inizialmente comunicata alla stampa figura Mia Martini con "E ancora canto". Tempo pochi giorni e la cantate calabrese esce dal cast, sostituita dal giovane Domenico Mattia. Il brano godrà comunque di discreto successo, anche grazie a qualche buon passaggio televisivo. Va detto comunque che Gianni Ravera, all'epoca l'organizzatore della kermesse, l'anno successivo inserirà nuovamente nell'elenco dei concorrenti un brano di Mia, la bellissima "E non finisce mica il cielo", che verrà presentata senza intoppi sul palco dell'Ariston e diventerà un evergreen della canzone italiana. 



1984: nella categoria "Nuove proposte" compare il nome della sconosciuta Silvia Conti. Porta un brano dal testo struggente, antiabortista (è la storia di "un bambino mai nato"), intitolato "Favola triste". E' ben confezionato, con un arrangiamento tipico di quegli anni, con sonorità vagamente dance, ma a pochi giorni dal via si scopre che il pezzo è già stato eseguito in pubblico, tempo prima, da un'altra cantante. Regolamento alla mano, scatta l'esclusione. A Silvia subentrano i Trilli, complesso folk conosciutissimo a Genova e in Liguria ma pressoché ignoto fuori regione. La ragazza potrà comunque presentare il medesimo pezzo a un'altra rassegna organizzata da Ravera, Saint Vincent Estate, dove non vige il requisito dell'inedito, e l'anno dopo potrà finalmente partecipare  aSanremo con "Luna nuova", ma senza fortuna. 



Nel 1993 arriva a un passo dall'ammissione la cantautrice sarda Maria Carta, con "Le memorie della musica". Sarebbe un momento di grande suggestione e raffinatezza, ma il pezzo non passa l'ultimissima selezione. Maria Carta è già gravemente malata, scomparirà poco tempo dopo. Una occasione tristemente mancata, per Sanremo. 







L'anno dopo, altra opportunità ghiottissima gettata alle ortiche: una canzone scritta da Fabrizio De Andrè. Si tratta di "Cose che dimentico", la presenta alle selezioni il figlio Cristiano e l'ammissione sembra scontata, vuoi per la firma prestigiosa, vuoi perché De Andrè junior era stato la rivelazione del Sanremo precedente (secondo posto con "Dietro la porta"), vuoi perché il brano è di buonissima fattura. Invece, scatta la clamorosa esclusione, in un Festival che ammette alla gara chicche (ehm) come "Se mi ami" di Claudia Mori. "Cose che dimentico" verrà presentata da Cristiano De Andrè, nello stesso anno ma in autunno, al "Festival italiano", concorso canoro creato da Canale 5 e per molti aspetti troppo simile alla kermesse rivierasca. 



Uno dei fiori all'occhiello del cast del Sanremo '96 dovrebbe essere Ornella Vanoni, con "Bello amore". Secondo la critica è una delle favorite, ma si viene a sapere che la sua canzone è stata eseguita in una radio nazionale pochi giorni prima da una giovane cantante, sia pure con testo diverso ma stessa musica. Niente da fare: nonostante il prestigio del nome, e il fatto che dovesse essere una delle attrazioni della manifestazione, Pippo Baudo, direttore artistico, non fa sconti, e al suo posto ammette alla gara Enrico Ruggeri con la comunque gradevole "L'amore è un attimo". 






Il 1998 è uno degli anni peggiori di sempre per Sanremo, in quanto a qualità del cast e delle canzoni in gara. La commissione selezionatrice, che vede nelle sue file anche Gianni Boncompagni, fa cadere comunque molte "teste" celebri, e fra queste Anna Oxa con "Chissà". La cantante pugliese si prenderà la rivincita l'anno successivo, vincendo a sorpresa con "Senza pietà".



2002: ritorna Pippo Baudo a dirigere il carrozzone e la discografia italiana è percorsa da un fremito, facendo pervenire al direttore artistico una autentica marea di richieste di partecipazione. Inevitabile che ci siano molte vittime illustri, ma brucia l'esclusione dei Nomadi, che proprio in quel periodo stanno vivendo una "terza giovinezza". Presentano "Sangue al cuore", che diverrà un grosso successo commerciale. 



2004: è l'anno di Tony Renis direttore artistico e del boicottaggio delle grandi case discografiche. Nonostante ciò, i nomi non mancano per allestire comunque un cast più che dignitoso. Ci sono in lizza giovani rampanti, vecchie glorie, artisti validi ma fuori dal giro delle multinazionali e cantanti della "generazione di mezzo" sempre in bilico fra consacrazione e limbo, come Mariella Nava. Il suo pezzo è "It's forever", ma rimane fuori dal cast.





Infine, un jolly. Un brano su cui non ho certezze, e sul quale chiedo aiuto agli esperti, se qualcuno passerà di qui. Dunque: nel 1980, viene inizialmente inserita nel cast dei Big la cantante indiana Asha Puthli, allora sulla cresta dell'onda. Dovrebbe cantare "Se ti va", ma poi viene sostituita da Peppino Di Capri. Nel 1981 esce sul  mercato un 45 giri di tal Francesco Calabrese, intitolato proprio "Se ti va". Che fosse la canzone destinata alla bella Asha? Se qualcuno sa, parli! 






lunedì 16 gennaio 2012

SANREMO 2012: IL CAST DEI BIG CORAGGIOSO E NON BANALE

Habemus cast, dunque. Sanremo 2012 ha gettato la maschera: quattordici Big in gara, in larga parte già annunciati e previsti con largo anticipo dagli esperti del settore. Che dire, a botta calda, di questo "cartellone"? Non è facilissimo attribuirgli una definizione generalizzante e omnicomprensiva, come negli ultimi anni: restando alla gestione Mazzi, se quello del 2010 poteva essere considerato giovane, fresco e frizzante, e quello del 2011 segnato da una marcata caratterizzazione cantautoriale, stavolta il mix assemblato dalla direzione artistica sfugge a catalogazioni nette e precise. Sì, è vero, c'è dentro un po' di tutto, ma non è quella varietà di stili comunque tendente al nazionalpopolare (detto in senso positivo) tanto cara ai festival baudiani degli anni Duemila. Direi, piuttosto, che il gruppo messo assieme per la kermesse in programma dal 14 al 18 febbraio prossimi sia più assimilabile ai cast dei tempi di Fabio Fazio. 
SCELTE "ALTE" E CORAGGIOSE - Spiego meglio: è un cast coraggioso, che non strizza l'occhio in maniera eccessiva ed esasperata al mercato e che, in maniera assai più netta rispetto a molte edizioni passate, apre a tendenze musicali anche piuttosto sofisticate e di nicchia (Chiara Civello), a un cantautorato non banale, "di massa" o standard e mai troppo esplorato sulle scene sanremesi (Samuele Bersani ed Eugenio Finardi),  a un pop certamente commerciale ma tutt'altro che piatto e scontato, e anzi spesso teso alla ricerca di sperimentazioni vocali e di percorsi musicali non troppo battuti (Nina Zilli, Noemi). Persino "l'angolo del rock" è stato affidato a un gruppo, i Marlene Kuntz, sicuramente popolare ma al contempo "alternativo", esponente di quella scena underground italiana che troppo poco spazio ha a disposizione a livello di vetrine musicali di massa. 
Insomma, non si è strizzato l'occhio soltanto al consumismo più spinto e generalista, ma si è guardato oltre, cercando probabilmente (occorrerà ascoltare i pezzi) qualcosa che vada al di là del ritornello da cantare la mattina dopo sotto la doccia. Cosa, quest'ultima, che rimane comunque prioritaria (e non vi è alcunché di negativo) per una kermesse come Sanremo, e per la quale sono pronti a darsi battaglia alcuni dei nomi più gettonati del pop nostrano: in primis Francesco Renga, che vediamo già nella ristretta cerchia dei favoriti, poi Emma che quest'anno fa tutto da sola (anche se dietro ci sono sempre i Modà, visto che la sua canzone è stata scritta dal leader della band Kekko Silvestre), e anche Dolcenera, che tre anni fa trovò l'attesa consacrazione con "Il mio amore unico" e il cui ultimo brano estivo "Il sole di domenica", a parer mio bello, originale e ben confezionato, non ha ottenuto il riscontro meritato. 
Ci sono due recenti prodotti del vivaio sanremese, ossia l'ottima Arisa e una Irene Fornaciari che ha indubbio talento, anche se onestamente non mi pare abbia numeri e popolarità per essere già considerata Big a tutti gli effetti; è stato, infine, ridotto ai minimi termini lo spazio nostalgia, ed è sacrosanto, dal momento che questo spazio, negli ultimi anni, era stato riservato al ripescaggio di personaggi anni Sessanta e Settanta da troppo tempo fuori dal giro e in qualche caso anche sfiatati: quest'anno ci sono i Matia Bazar, e va bene così, i volti giusti per rassicurare quel target di età medio - alta senza necessariamente cadere nel "patetico - jurassico". 
LE... STRANE COPPIE - Discorso a parte per le due "coppie" ammesse alla gara: quella formata da Pierdavide Carone e Lucio Dalla potrebbe rappresentare l'outsider in grado di sparigliare le carte della classifica (ricordiamo che il giovanotto uscito dalla scuola di "Amici" ha in pratica vinto il Festival del 2010, come autore del pezzo di Scanu). Certo, sarebbe stato fantastico riavere il buon Lucio in gara da solista, ma Morandi assicura che la sua partecipazione sarà più accentuata di quella, algida, distaccata e per diversi aspetti irritante, del Battiato dell'anno scorso con Madonia. L'altra coppia è quella formata da Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: due artisti che personalmente non mi fanno impazzire, ma non si può negare che il napoletano sia uno dei pochi cantanti italiani ancora in grado di radunare folle e di fare il pieno o quasi in fatto di vendita di dischi; quanto a Loredana, dopo anni di performances vocali terrificanti, la sua ultima apparizione all'Ariston, quel del 2008 (con tanto di squalifica) segnò un deciso innalzamento della qualità della prestazione. E del resto, dopo aver riproposto per anni i Leali, gli Al Bano, le Zanicchi, si può accettare senza scandalizzarsi troppo un ritorno della cantante calabrese.
SQUALIFICHE IN VISTA? - Ma è già polemica, perché pare che un frammento del pezzo del duo Berté - D'Alessio fosse già in rete (su Facebook) ai primi di gennaio, e si dice che anche per la Civello ci siano dubbi sul fatto che il brano proposto sia inedito. Il regolamento parla chiaro e la squalifica potrebbe essere qualcosa di più di una semplice ipotesi, ma gli artisti "sotto inchiesta" sono due delle scommesse più audaci e più fortemente volute dal duo Morandi - Mazzi: potranno rinunciarvi? Ci sarà una interpretazione "elastica" delle leggi festivaliere? Può essere, anche perché, oggettivamente, al giorno d'oggi, col web e soprattutto coi social network, queste "fughe di notizie musicali" sono diventate estremamente facili e, per contro, difficilmente controllabili. Però, allora, che si apportino le opportune modifiche al regolamento, fermo restando che, secondo me, il principio dell'inedito, quantomeno per i Big, deve restare, in quanto si tratta di una delle principali chiavi del successo di Sanremo (la magia di poter prima attendere e poi ascoltare tutte insieme una sfilza di canzoni nuove di zecca, vera e propria manna per gli appassionati).
GLI STRANIERI - Ritorna l'abbinamento con gli stranieri, relativamente alla serata del giovedì dedicata all'orgoglio italiano nel mondo. Le coppie proporranno in lingua estera alcuni grandi successi della musica nostrana di tutti i tempi. Mi sbilancio e dico che alcuni dei nomi presenti faranno di quella serata un evento musicale di altissimo spessore: ci sono Skye dei Morcheeba, il ripescato Shaggy, un Gary Go sulla cresta dell'onda e tanti mostri sacri, da Josè Feliciano a, nientepopodimeno, Brian May dei Queen, Patti Smith e Nina Hagen. E, ancora, i raffinatisimi Al Jarreau, Noa, Sarah Jane Morris. A chi ama veramente la musica, consigliamo di non perdere l'happening del 16 febbraio. 
ESCLUSI? - Da quando Pippo Baudo ha lasciato le redini festivaliere, i nuovi organizzatori dicono che non ci sono più ammissioni ed esclusioni, in quanto il cast dei Big viene allestito "a invito". Sarà, sta di fatto che ogni anno diversi cantanti, da quel che riporta la stampa, presentano delle canzoni e vengono bocciati... Questa volta (ripeto, mi rifaccio a quanto scritto da giornali e testate web) a rimanere al palo dovrebbero essere stati Fabio Concato, Toto Cutugno (che molti hanno invece dato dentro il cast fino a poche ore dall'annuncio), Syria, Fausto Leali, Sal Da Vinci, il giovane siciliano Aldo D'Agostino, il cantautore impegnato nel sociale Rino Martinez, il polemicissimo Enzo Iacchetti; altri nomi circolati erano stati quelli di Mengoni, L'Aura, Simona Molinari, Alice, Povia (che, per la verità avrebbe voluto essere invitato...), Pacifico con Manuel Agnelli degli Afterhours, Marco Carta, Annalisa Scarrone... Cosa ci sarà di vero? Difficilmente lo verremo a sapere: fino agli anni Novanta i nomi dei "non ammessi" circolavano tranquillamente, ultimamente invece vige un  riserbo quasi assoluto. Peccato. 
I GIOVANI - Due parole su quelle che mi piace ancora chiamare "Nuove proposte", come ai vecchi tempi. Sul meccanismo di "Sanremosocial" ho già detto la mia nel precedente post, e per il momento non intendo tornarci sopra. Venerdì scorso ho assistito a una parte della maratona in diretta web (ottimo servizio della Rai) della preselezione (ad un certo punto ho staccato, 60 canzoni di seguito son troppe pure per me, anche perché diverse erano di discutibile livello artistico...), ho notato pochi sprazzi di originalità, ma soprattutto mi mandano in bestia quei ragazzi (e sono tanti, troppi) che scimmiottano letteralmente la voce di idoli più o meno recenti: ho visto e ascoltato brutte copie di Alex Baroni, Marco Mengoni, Giusy Ferreri. Perché? Perché non è possibile cantare con la propria voce? Ai tempi, chi diavolo scimmiottavano le giovanissime Irene Grandi, Giorgia, Carmen Consoli, o gli imberbi Alex Britti e Max Gazzè? Nessuno: erano (e sono) loro stessi, con la loro vocalità e la loro personalità. Alla luce di ciò, debbo dire che tutto sommato la scelta effettuata dalla commissione di selezione presta il fianco a ben poche critiche, con note di merito particolari per aver pescato Erika Mou, Marco Guazzone e Celeste Gaia, tre ragazzi che hanno qualcosa da dire e dei quali, si spera, si sentirà parlare anche dopo Sanremo.