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domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: BILANCIO FINALE

Nel lungo romanzo del Festival di Sanremo, il capitolo dedicato al "quadriennio Mazzi" (il direttore artistico dimessosi ieri alla vigilia della finale) sarà probabilmente intitolato "Dittatura talent". Sbrigativo e non certo rappresentativo in toto della complessa realtà sviluppatasi all'Ariston e dintorni dal 2009 al 2012, ma certo ineccepibile sul piano puramente statistico, perché l'albo d'oro non mente: in quattro edizioni, tre vittorie di "Amici di Maria", alle quali possiamo aggiungere quelle, fra i Giovani, di Tony Maiello nel 2010 (passato da X Factor) e , a buon peso, di Alessandro Casillo l'altroieri (reduce da "Io canto"). 
EMMA, PERCHE' NO? - Ora però bisogna intendersi: generalizzare è sempre sbagliato, ogni caso va analizzato nella sua unicità, e, in soldoni, faccio estrema fatica a mettere sullo stesso piano i trionfi di Marco Carta (soprattutto) e Valerio Scanu e quello, fresco fresco, di Emma. I primi due erano stati per diversi aspetti scandalosi: quello di Carta per il dubbio talento, la scarsa preparazione tecnica e la bassa qualità del brano presentato, quello di Scanu perché in concorso c'erano almeno cinque - sei canzoni superiori. Per Emma, sinceramente, non me la sentirei di gridare allo scandalo: dei tanti prodigi o presunti tali usciti da questi benedetti talent, lei è sicuramente uno dei più "solidi", sia nell'attualità sia come prospetto. Personalità e doti interpretative non le mancano, e "Non è l'inferno", l'ho già scritto nel pagellone di ieri, era modellata su misura per puntare al primo posto, una canzone di stampo festivaliero aggiornata secondo i crismi degli anni Duemila.
Allo stesso modo, non trovo inopportuno il richiamo, nel testo, alla drammatica realtà italiana: c'è chi ha parlato di paraculismo e ruffianeria, e posso anche capire, ma sinceramente io trovo sufficientemente credibile una giovane donna, da poco arrivata al successo, che canta del lavoro che manca e delle difficoltà ad arrivare a fine mese, e ricordo che quella che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre che questo sventurato Paese ci ha "regalato": è una tragedia sociale che sta praticamente cancellando sogni e prospettive di vita di una generazione, e, se è vero che Sanremo è in parte specchio della nazione, credo sia persino doveroso che non rimanga chiuso in una bolla di vetro e che, anzi, amplifichi anzi tutto questo disagio. 
DOLCENERA IN... ZONA UEFA -  Questo in linea generale. Poi ci sono le valutazioni sulla qualità dei brani, che però a caldo sono in larga parte personali e solo sul lungo periodo potranno diventare più oggettive e tecniche: secondo me, ad esempio, Dolcenera ha portato quest'anno il miglior pezzo della sua carriera, e uno dei migliori in assoluto della rassegna: il solito brano che può godere di vasti consensi a Festival concluso, ma che nella gara canora, di solito, si ferma a ridosso del podio o poco più indietro, come è avvenuto. Così come non può sorprendere l'esclusione dal sestetto finale delle elaborate proposte di Bersani e Finardi, pur così diverse fra di loro. Riguardo ai primi tre, la sorpresa non è tanto Arisa, la cui canzone è assolutamente in linea con la tradizione melodica italiana e sanremese ed è stata impreziosita da una interpretazione di mostruosa perfezione e oltremodo sentita, ma Noemi, della quale del resto avevo già sottolineato lo straordinario talento vocale e la pregevolezza di un brano orecchiabile ma al contempo non banale, una disincantata ballad sulle pene d'amore con un ritornello quasi ossessivo che non può non farsi ricordare. 
TALENT E TELEVOTO ANCHE IN FUTURO - Già, Noemi: anche lei figlia di un talent, l'X Factor targato Rai. Ed è bene sia chiaro fin da ora che, nonostante la gestione di Gianmarco Mazzi sia giunta al termine (ma mai dire mai, nel mondo dello spettacolo: probabile che fra qualche anno ritorni), continuerà l'influsso sul Festival di questi particolarissimi (e per certi versi discutibili) show per aspiranti cantanti: è una realtà che, piaccia o meno, non è possibile ignorare nel mercato musicale odierno, alla luce delle crescenti difficoltà nel fare scouting che le case discografiche incontrano. Allo stesso modo, per lungo tempo non si potrà fare a meno del televoto, per tanti motivi.
Ciò che si può fare, come ha sottolineato anche l'esperto sanremese Eddy Anselmi, è trovare un sistema per ammorbidirne l'influenza sull'esito finale: se la superfinale a tre viene decisa solo dagli sms, e se fra questi tre c'è Emma o un altro "talent", il verdetto è scontato e purtroppo questa è stata una triste costante del quadriennio in oggetto (se ieri, magari, fosse arrivato all'ultimo rush un Francesco Renga, che al televoto vinse nel 2005, tutto sarebbe stato più incerto). Perché, ma è solo il primo esempio che mi viene, non inserire un voto di qualità anche per la sfida conclusiva (ma di esperti veri, però, non attricette improbabili che di musica ne sanno meno di me)? 
SANREMO O TELEPROMOZIONE? - La finalissima (che viene vista in ogni caso in misura oceanica, l'Auditel lo dimostra) si è in effetti retta in questi anni quasi esclusivamente sul pathos presunto della gara, che però anche ieri sera è risultato assai annacquato, per le ragioni suddette. Lo schema della serata conclusiva ha ricalcato in effetti quello, non troppo esaltante, di dodici mesi prima. Subito le dieci finaliste, con ritmi piuttosto sostenuti, poi una lunga attesa dei risultati da riempire con elementi di spettacolo non sempre convincenti. Gradevole ma non di grandissimo impatto Geppi Cucciari (che del resto non è artista da "far venire giù  il teatro", come aveva fatto la sera precedente Alessandro Siani, a proposito del quale si può ben dire: è nata una stella), che però guadagna punti grazie all'appello per la liberazione di Rossella Urru, sempre suggestiva la presenza dei Cranberries (da loro una lezione su come si possa sempre rimanere fedeli a un proprio stile musicale riuscendo però a non essere ripetitivi, e pazienza se Dolores ha dichiarato di non conoscere quasi nulla del repertorio musicale sanremese, glielo perdono volentieri!).
Dopodiché mi è venuto il sospetto di aver sbagliato canale, e di essere su una colossale telepromozione dei programmi Rai prossimi venturi, tipo "ApriRai" o il vecchio "Sette giorni tv": da Max Giusti a Lorella Cuccarini, fino al cast della fiction su Walter Chiari (e il venerdì era stata la volta del "giovane Montalbano" e dei protagonisti di "Ballando con le stelle"), mi è parso non mancasse proprio nessuno: forse un po' di buon gusto non guasterebbe: gli spot proposti a manetta negli intermezzi pubblicitari dello stesso Festival non erano sufficienti? Allungare meno il brodo delle serate precedenti e riservando per la finalissima qualcuno degli ospiti fatti sfilare da martedì a venerdì magari a tarda notte non sarebbe stato più funzionale alla buona riuscita dello show? E perché non aumentare il numero dei Big finalisti o, in alternativa, riservare all'apertura del Galà del sabato l'ultima sfida dei Giovani, che cosi ne guadagnerebbero in visibilità? Tutte domande che rimarrano senza risposta, grazie al pollice in su di Re Auditel.
IL PREVEDIBILE CELENTANO - Beh, certo, poi c'era Celentano, ma è stato tutto molto prevedibile: qualcuno pensava davvero che sarebbe tornato sui suoi passi chiedendo scusa? Qualcuno pensava che le giustificazioni per la  battuta - disastro sulla chiusura dei giornali sarebbero state convincenti (si è appellato all'uso del dovrebbero", ma non mi pare fosse il condizionale il nocciolo del problema)? Qualcuno pensava che non ci sarebbe stata qualche contestazione in sala, prontamente rintuzzata da applausi scroscianti non appena il molleggiato si fosse messo a cantare (promuovendo ovviamente il suo disco, anche questo prevedibile ma assolutamente legittimo, non vedo perché non avrebbe dovuto farlo e perché la cosa, per Aldo grasso, fosse così "triste")? Suvvia...
RICAMBIO GENERAZIONALE - E' stato un Festival con un buon livello musicale, pur senza picchi particolari, in linea grosso modo con gli ultimi due. Rispetto al 2011, si è forse puntato su una maggiore semplicità nella costruzione musicale, e quindi sull'orecchiabilità Ci sarà modo di ritornare sulla fine dell'era Mazzi (e conto di farlo già nei prossimi giorni), tuttavia già qui mi preme di sottolineare come l'ormai ex Direttore Artistico, fra i tanti meriti, si sia ascritto quello di aver svecchiato, gradualmente e in punta di piedi, la rosa dei partecipanti. Si era partiti, nel 2009, con una gara che schierava Al Bano, Fausto Leali, Patty Pravo e Iva Zanicchi; l'anno dopo, l'edizione da me preferita, una "violenta" ondata di gioventù, mitigata nel 2011 col ripescaggio di qualche grande vecchio e habituè della kermesse. Siamo arrivati nel 2012, e il cast dei Big ha presentato Dolcenera, Arisa, Irene Fornaciari, Nina Zilli (prodotti del vivaio sanremese negli anni Duemila),  Emma, Pierdavide Carone (da Amici) e Noemi (X Factor). In più una ragazza ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, Chiara Civello, stella del jazz. Bersani e Renga, così come d'Alessio e i Marlene Kuntz, non sono più di primo pelo ma neanche "vecchi", e sempre più o meno sulla cresta dell'onda. Fra i veterani, Dalla (che non veniva in gara da quarant'anni, giova ricordarlo) ha solo fatto da discreto accompagnatore a Carone, i Matia erano assenti dal 2005, Finardi dal '99 e solo alla terza partecipazione, l'unica vera assidua  presente è stata la Berté, peraltro in un "format" particolare con D'Alessio. Sì, il ricambio alla fine c'è stato: almeno al "Sanremofestival", l'Italia non è un Paese per vecchi. 
I CONDUTTORI - Due parole infine sulla squadra dei presentatori. Mi perdonerà Morandi, ma non mi ha convinto l'anno passato e tantomeno lo ha fatto questa settimana. Però in parte lo assolvo, per due motivi: 1) nonostante le esperienze ormai non più sporadiche sul piccolo schermo, non è un anchcor man; 2) la colpa è degli autori: non un guizzo, non un piacevole imprevisto nei loro testi. Certo, poi il Gianni è parso spesso poco reattivo nel non raccogliere certe battute. Stanchezza, lo posso capire. Capisco meno la presenza di Ivana Mrazova, la valletta (termine che le donne di spettacolo non gradiscono molto, ma in questo caso altro non era) meno incisiva di tutta la storia recente della kermesse. Di Rocco Papaleo ho scritto forse troppo poco in questi giorni, ma quel poco l'ho fatto col cuore: è un grande e poliedrico attore, il suo stralunato e ingenuo distacco, un po' recitato un po' autentico, ha reso più umana tutta la macchina Festival e più sopportabili le lunghe pause fra una canzone e un'altra, fra un ospite e un balletto. Io preferisco sempre mettere in primo piano i cantanti, ma, al di fuori della gara, auspico che Sanremo 2012 venga ricordato col volto beffardo, amico e comunicativo di Rocco, piuttosto che con quello di Celentano. 



SANREMO 2012: LE PAGELLE DEI BIG E DEI GIOVANI

I BIG
"La notte" - Arisa: smessi i panni della semplicità e dell'ingenuità un po' da "bambina fra le nuvole", su cui aveva costruito un'immagine fresca e vincente, si è gettata fra le braccia della più tradizionale melodia all'italiana, in un format che avrebbe letteralmente spopolato nei Festival anni Ottanta e Novanta. Il pezzo è gradevole, intenso, splendidamente interpretato, ma convenzionale, e con questo stile parecchio inflazionato non sarà facile per lei restare protagonista ai massimi livelli. VOTO: 7. 
"Un pallone" - Samuele Bersani: dopo le incertezze della prima serata, il cantautore ha ripreso quota e ha fatto "arrivare" agli ascoltatori il suo brano dalla costruzione insolita e dal ritmo cadenzato e coinvolgente. Testo a tratti ermetico ma tutto sommato accessibile, sempre sospeso fra fantasia, metafore e realtà, unite infine da un ideale fil rouge. VOTO: 7.
"Nanì" - Pierdavide Carone e Lucio Dalla: poetica veramente di stampo "dalliano", delicata, evocativa ma al contempo estremamente cruda nella lettura della vita quotidiana. Limitato ma di gran sostanza l'apporto del grande cantautore bolognese, con dei controcanti che evidenziano la suggestione intatta della sua voce. Un peccato non si sia "dato" di più al pubblico e alla canzone presentata. VOTO: 7
"Al posto del mondo" - Chiara Civello: come già detto in altri post, e sorvolando sul fatto che comunque questo brano è "vecchio" di due anni e già noto al popolo del web, ci si aspettava qualcosa di più. Presentata come eccellenza jazz di livello internazionale, di jazz non ne ha invero portato sul palco dell'Ariston, puntando su una classica melodia di stampo festivaliero, certo interpretata con garbo, ma non era questo che le si chiedeva. Altre artiste di nicchia che in passato hanno tentato la carta sanremese erano state più coraggiose, penso a Nicky Nicolai e ad Amalia Grè. VOTO: 6
"Respirare" - Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: ribadisco quanto già scritto nel commento alla quarta serata: il remix in chiave dance avrebbe funzionato di più e meglio se fosse strato proposto come versione originale per la gara, spiazzante e ben confezionato. Giudicando invece la canzone nella sua forma primaria, il ritmo fonde il "neomelodismo dalessiano" con un arrangiamento "eighties" e vaghe reminiscenze disco settantiane. Piacevole, insomma, ma un po' demodé. Testo semplice ma che va dritto al cuore, una dichiarazione di affetto fraterno e protettivo che pare rivolta proprio all'interprete femminile del pezzo. Più dignitose di qualche anno fa, ma sempre pericolosamente altalenanti le prestazioni al microfono di Loredana.VOTO: 6. 
"Ci vediamo a casa" - Dolcenera: il ritornello meglio strutturato e più orecchiabile del Festival. La cantante pugliese prosegue la sua marcia verso sonorità pop più elaborate ed "europee", accompagnate da testi più complessi. Dei due pezzi maggiormente impegnati "socialmente" (l'altro è quello di Emma), questo mi è parso più toccante e azzeccato, perché descrive in maniera meno diretta e rabbiosa, e più soffusa ed evocativa, una situazione che coinvolge molti di noi, riportando alfine l'attenzione sull'amore che, anche in un quadro così fosco e scoraggiante, rappresenta una delle ancore di salvezza, forse la principale, a cui aggrapparsi per resistere. VOTO: 9. 
"Non è l'inferno" - Emma: costruita per vincere. Qui, come detto, lo sguardo sulla realtà è diretto, aggressivo, senza mediazioni e mezzi termini. Va comunque bene così, purché se ne parli, perché di fronte a questo sfascio non si può tacere. Nel merito musicale, trattasi di pop puro e senza arzigogoli, e la costruzione in crescendo enfatizza il tutto rendendo il pezzo di forte impatto. VOTO: 7. 
"E tu lo chiami Dio" - Eugenio Finardi: intensa e ispirata, questa composizione, ben servita dalla voce matura e dal carisma scenico del cantautore. Il testo non è immediatissimo, non tanto nel linguaggio quanto nei concetti espressi, la spiritualità e la ricerca di una entità superiore anche da parte di chi non si considera un credente a tutto tondo, un percorso che avviene per tutti attraverso esperienze di amore e di dolore. Azzardo e dico che potrebbe avere persino appeal radiofonico. VOTO: 7,5. 
"Grande mistero" - Irene Fornaciari: in questi giorni sono probabilmente stato l'unico a trovare che il brano pittoresco e favolistico di Van De Sfroos le sia stato cucito addosso alla perfezione (e forse rientra pure nelle corde del padre Zucchero, detto incidentalmente), e che lei vi si sia dedicata anima e corpo restituendolo al pubblico con convinzione e credibilità. Evidentemente deve ancora essere abbattuto un diaframma di empatia fra questa giovane artista e la grande massa. VOTO: 6/7. 
"Canzone per un figlio" - Marlene Kuntz: queste presenze musicalmente "aliene" per il Festival fanno sempre piacere perché accrescono lo spettro di generi da mettere alla portata del pubblico televisivo. Rock all'italiana (non particolarmente aspro) di discreta fattura e impreziosito da una voce graffiante, ma forse un po' troppo annacquato da un arrangiamento live che dà eccessivo spazio all'orchestra, soprattutto ai fiati. Anche loro, insomma, hanno optato per un compromesso e si sono banalizzati, ma non ai livelli della Civello. VOTO: 6 +. 
"Sei tu" - Matia Bazar: ritorno dignitosissimo dopo una lunga assenza. Mezzanotte ai limiti della perfezione, ritornello acchiappa applausi di quelli che si facevano una volta a Sanremo. Forse più convincente questa proposta rispetto a quella vincitrice nel 2002 ("Messaggio d'amore"). La parte iniziale dell'inciso evoca "Gente come noi" di Spagna, ma in maniera molto vaga, non si può parlare di scopiazzatura come qualcuno ha fatto. VOTO: 6,5. 
"Sono solo parole" - Noemi: il buon Fabrizio Moro è assai poliedrico e passa dai pezzi sociali al rap duro e puro e alle ballad con l'amore in primo piano: è il caso, quest'ultimo, della canzone confezionata per Noemi, la cui voce "nera" calda e affascinante l'ha colorata con le giuste tonalità, prima soffuse e poi grintose. Lei è un talento vero e il brano, pur non banale nella struttura, è furbo e orecchiabile, più di facile presa rispetto all'intensa "Per tutta la vita" di due anni fa. VOTO: 8. 
"La tua bellezza" - Francesco Renga: la miglior voce maschile del pop italiano si conferma, anche se la sua canzone (almeno per le mie orecchie) non è immediatissima e ha necessitato di più ascolti. Esce alla distanza, anche se di impatto minore rispetto a quella che gli regalò l'unico trionfo sanremese, "Angelo" del 2005. Arrangiamento di squisita fattura, specie con gli arricchimenti corali e strumentali nel finale.  VOTO: 7,5. 
"Per sempre" - Nina Zilli: una delle voci più complete ed eclettiche della canzone italiana anni Duemila, ha scelto il suo stile "vagamente retrò", come dicevano i Matia Bazar in "Souvenir" (Sanremo 1985), e sofisticato assai, con pennellate di jazz e blues, e lo persegue con convinzione. E' evidente il richiamo a Mina, che rende non originalissima nell'impostazione ma comunque di grande effetto la sua canzone. Può però fare di meglio. VOTO: 6,5. 

I GIOVANI
"E' vero" - Alessandro Casillo: la sua vittoria è quella della filosofia da "talent show": canzone che è l'essenza dell'easy listening, bella presenza e schiere di ragazzine adoranti. Più che la qualità del pezzo e il talento del giovanotto, ha deciso la sua provenienza artistica. Gli auguro comunque un bel futuro, ma non si illuda perché non sarà sempre tutto così facile come questo trionfo annunciatissimo. VOTO: 6.
"Nella vasca da bagno del tempo" - Erica Mou: ecco, a proposito di talento vero... Lei era la migliore, con uno stile scarno ma efficace, pensieri di una ragazza di fronte al futuro cesellati con finezza poetica ma anche concretezza e immediatezza. Ispirazione cantautoriale abbinata a un'immagine di grande serenità e semplicità. Non sprecate questa gemma, cari discografici. VOTO: 8.
"Guasto" - Marco Guazzone: lui è invece più convenzionale nel linguaggio, lo stile è maggiormente commerciale ma di stampo contemporaneo e internazionale. Brano di forte impatto. VOTO: 7,5.
"Incredibile" - IoHoSempreVoglia: ritmo incalzante per una "soft rock ballad" che richiama sonorità di alcuni gruppi dell'underground italiano anni Novanta, che parte in maniera promettente ma poi si sviluppa seguendo linee standard e prevedibili della musica leggera. Non impeccabile la voce solista. VOTO: 6. 
"Carlo" - Celeste Gaia: la canzone forse più insolita di tutto il Festival, per il testo stralunato e ricco, un linguaggio nuovo carico di suggestioni, di pennellate immaginifiche e sognanti ma anche di concreto realismo. E la musica non può non rapire l'orecchio, così come non può non rapire lo sguardo la sua bellezza particolare. Altro gioiello da non sciupare con scelte discografiche poco coraggiose. VOTO: 8. 
"Sono un errore" - Bidiel: svolazzi di rock and roll, qua e là, in un brano magari non originalissimo nell'impostazione ( addirittura con echi degli A-ha di "Take on me" nel refrain) ma tutto sommato di discreta fattura. Voci già sufficientemente graffianti. VOTO: 6. 
"La mail che non ti ho scritto" - Giulia Anania: sottotono. Canzone piuttosto banale e che sa un po' di vecchio e di già sentito.  La parola moderna inserita nel titolo non basta a dare al tutto un alone di contemporaneità.  VOTO: 5. 
"Incognita poesia" - Giordana Angi: brano pretenzioso e non facile, per una debuttante che ha feeling nella voce ma che, nella circostanza, ha voluto strafare, con virtuosismi ed arabeschi spesso fini a loro stessi e dannosi per la buona riuscita dell'esecuzione. Deve essere più moderata nella performance, poi se ne può riparlare, perché la stoffa c'è. VOTO: 5,5. 

lunedì 16 gennaio 2012

SANREMO 2012: IL CAST DEI BIG CORAGGIOSO E NON BANALE

Habemus cast, dunque. Sanremo 2012 ha gettato la maschera: quattordici Big in gara, in larga parte già annunciati e previsti con largo anticipo dagli esperti del settore. Che dire, a botta calda, di questo "cartellone"? Non è facilissimo attribuirgli una definizione generalizzante e omnicomprensiva, come negli ultimi anni: restando alla gestione Mazzi, se quello del 2010 poteva essere considerato giovane, fresco e frizzante, e quello del 2011 segnato da una marcata caratterizzazione cantautoriale, stavolta il mix assemblato dalla direzione artistica sfugge a catalogazioni nette e precise. Sì, è vero, c'è dentro un po' di tutto, ma non è quella varietà di stili comunque tendente al nazionalpopolare (detto in senso positivo) tanto cara ai festival baudiani degli anni Duemila. Direi, piuttosto, che il gruppo messo assieme per la kermesse in programma dal 14 al 18 febbraio prossimi sia più assimilabile ai cast dei tempi di Fabio Fazio. 
SCELTE "ALTE" E CORAGGIOSE - Spiego meglio: è un cast coraggioso, che non strizza l'occhio in maniera eccessiva ed esasperata al mercato e che, in maniera assai più netta rispetto a molte edizioni passate, apre a tendenze musicali anche piuttosto sofisticate e di nicchia (Chiara Civello), a un cantautorato non banale, "di massa" o standard e mai troppo esplorato sulle scene sanremesi (Samuele Bersani ed Eugenio Finardi),  a un pop certamente commerciale ma tutt'altro che piatto e scontato, e anzi spesso teso alla ricerca di sperimentazioni vocali e di percorsi musicali non troppo battuti (Nina Zilli, Noemi). Persino "l'angolo del rock" è stato affidato a un gruppo, i Marlene Kuntz, sicuramente popolare ma al contempo "alternativo", esponente di quella scena underground italiana che troppo poco spazio ha a disposizione a livello di vetrine musicali di massa. 
Insomma, non si è strizzato l'occhio soltanto al consumismo più spinto e generalista, ma si è guardato oltre, cercando probabilmente (occorrerà ascoltare i pezzi) qualcosa che vada al di là del ritornello da cantare la mattina dopo sotto la doccia. Cosa, quest'ultima, che rimane comunque prioritaria (e non vi è alcunché di negativo) per una kermesse come Sanremo, e per la quale sono pronti a darsi battaglia alcuni dei nomi più gettonati del pop nostrano: in primis Francesco Renga, che vediamo già nella ristretta cerchia dei favoriti, poi Emma che quest'anno fa tutto da sola (anche se dietro ci sono sempre i Modà, visto che la sua canzone è stata scritta dal leader della band Kekko Silvestre), e anche Dolcenera, che tre anni fa trovò l'attesa consacrazione con "Il mio amore unico" e il cui ultimo brano estivo "Il sole di domenica", a parer mio bello, originale e ben confezionato, non ha ottenuto il riscontro meritato. 
Ci sono due recenti prodotti del vivaio sanremese, ossia l'ottima Arisa e una Irene Fornaciari che ha indubbio talento, anche se onestamente non mi pare abbia numeri e popolarità per essere già considerata Big a tutti gli effetti; è stato, infine, ridotto ai minimi termini lo spazio nostalgia, ed è sacrosanto, dal momento che questo spazio, negli ultimi anni, era stato riservato al ripescaggio di personaggi anni Sessanta e Settanta da troppo tempo fuori dal giro e in qualche caso anche sfiatati: quest'anno ci sono i Matia Bazar, e va bene così, i volti giusti per rassicurare quel target di età medio - alta senza necessariamente cadere nel "patetico - jurassico". 
LE... STRANE COPPIE - Discorso a parte per le due "coppie" ammesse alla gara: quella formata da Pierdavide Carone e Lucio Dalla potrebbe rappresentare l'outsider in grado di sparigliare le carte della classifica (ricordiamo che il giovanotto uscito dalla scuola di "Amici" ha in pratica vinto il Festival del 2010, come autore del pezzo di Scanu). Certo, sarebbe stato fantastico riavere il buon Lucio in gara da solista, ma Morandi assicura che la sua partecipazione sarà più accentuata di quella, algida, distaccata e per diversi aspetti irritante, del Battiato dell'anno scorso con Madonia. L'altra coppia è quella formata da Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: due artisti che personalmente non mi fanno impazzire, ma non si può negare che il napoletano sia uno dei pochi cantanti italiani ancora in grado di radunare folle e di fare il pieno o quasi in fatto di vendita di dischi; quanto a Loredana, dopo anni di performances vocali terrificanti, la sua ultima apparizione all'Ariston, quel del 2008 (con tanto di squalifica) segnò un deciso innalzamento della qualità della prestazione. E del resto, dopo aver riproposto per anni i Leali, gli Al Bano, le Zanicchi, si può accettare senza scandalizzarsi troppo un ritorno della cantante calabrese.
SQUALIFICHE IN VISTA? - Ma è già polemica, perché pare che un frammento del pezzo del duo Berté - D'Alessio fosse già in rete (su Facebook) ai primi di gennaio, e si dice che anche per la Civello ci siano dubbi sul fatto che il brano proposto sia inedito. Il regolamento parla chiaro e la squalifica potrebbe essere qualcosa di più di una semplice ipotesi, ma gli artisti "sotto inchiesta" sono due delle scommesse più audaci e più fortemente volute dal duo Morandi - Mazzi: potranno rinunciarvi? Ci sarà una interpretazione "elastica" delle leggi festivaliere? Può essere, anche perché, oggettivamente, al giorno d'oggi, col web e soprattutto coi social network, queste "fughe di notizie musicali" sono diventate estremamente facili e, per contro, difficilmente controllabili. Però, allora, che si apportino le opportune modifiche al regolamento, fermo restando che, secondo me, il principio dell'inedito, quantomeno per i Big, deve restare, in quanto si tratta di una delle principali chiavi del successo di Sanremo (la magia di poter prima attendere e poi ascoltare tutte insieme una sfilza di canzoni nuove di zecca, vera e propria manna per gli appassionati).
GLI STRANIERI - Ritorna l'abbinamento con gli stranieri, relativamente alla serata del giovedì dedicata all'orgoglio italiano nel mondo. Le coppie proporranno in lingua estera alcuni grandi successi della musica nostrana di tutti i tempi. Mi sbilancio e dico che alcuni dei nomi presenti faranno di quella serata un evento musicale di altissimo spessore: ci sono Skye dei Morcheeba, il ripescato Shaggy, un Gary Go sulla cresta dell'onda e tanti mostri sacri, da Josè Feliciano a, nientepopodimeno, Brian May dei Queen, Patti Smith e Nina Hagen. E, ancora, i raffinatisimi Al Jarreau, Noa, Sarah Jane Morris. A chi ama veramente la musica, consigliamo di non perdere l'happening del 16 febbraio. 
ESCLUSI? - Da quando Pippo Baudo ha lasciato le redini festivaliere, i nuovi organizzatori dicono che non ci sono più ammissioni ed esclusioni, in quanto il cast dei Big viene allestito "a invito". Sarà, sta di fatto che ogni anno diversi cantanti, da quel che riporta la stampa, presentano delle canzoni e vengono bocciati... Questa volta (ripeto, mi rifaccio a quanto scritto da giornali e testate web) a rimanere al palo dovrebbero essere stati Fabio Concato, Toto Cutugno (che molti hanno invece dato dentro il cast fino a poche ore dall'annuncio), Syria, Fausto Leali, Sal Da Vinci, il giovane siciliano Aldo D'Agostino, il cantautore impegnato nel sociale Rino Martinez, il polemicissimo Enzo Iacchetti; altri nomi circolati erano stati quelli di Mengoni, L'Aura, Simona Molinari, Alice, Povia (che, per la verità avrebbe voluto essere invitato...), Pacifico con Manuel Agnelli degli Afterhours, Marco Carta, Annalisa Scarrone... Cosa ci sarà di vero? Difficilmente lo verremo a sapere: fino agli anni Novanta i nomi dei "non ammessi" circolavano tranquillamente, ultimamente invece vige un  riserbo quasi assoluto. Peccato. 
I GIOVANI - Due parole su quelle che mi piace ancora chiamare "Nuove proposte", come ai vecchi tempi. Sul meccanismo di "Sanremosocial" ho già detto la mia nel precedente post, e per il momento non intendo tornarci sopra. Venerdì scorso ho assistito a una parte della maratona in diretta web (ottimo servizio della Rai) della preselezione (ad un certo punto ho staccato, 60 canzoni di seguito son troppe pure per me, anche perché diverse erano di discutibile livello artistico...), ho notato pochi sprazzi di originalità, ma soprattutto mi mandano in bestia quei ragazzi (e sono tanti, troppi) che scimmiottano letteralmente la voce di idoli più o meno recenti: ho visto e ascoltato brutte copie di Alex Baroni, Marco Mengoni, Giusy Ferreri. Perché? Perché non è possibile cantare con la propria voce? Ai tempi, chi diavolo scimmiottavano le giovanissime Irene Grandi, Giorgia, Carmen Consoli, o gli imberbi Alex Britti e Max Gazzè? Nessuno: erano (e sono) loro stessi, con la loro vocalità e la loro personalità. Alla luce di ciò, debbo dire che tutto sommato la scelta effettuata dalla commissione di selezione presta il fianco a ben poche critiche, con note di merito particolari per aver pescato Erika Mou, Marco Guazzone e Celeste Gaia, tre ragazzi che hanno qualcosa da dire e dei quali, si spera, si sentirà parlare anche dopo Sanremo.