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sabato 9 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA QUARTA SERATA: TANTI DUETTI PREGEVOLI, MA POCHI QUELLI DAVVERO INCISIVI. BENE SYRIA, SAVORETTI E ALESSANDRO QUARTA


Subito un paio di ringraziamenti: a chi ha inventato la serata dei duetti, ossia Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005, e a chi l'ha ripristinata dopo alcuni anni in... frigorifero, ossia l'attuale direttore artistico Baglioni. Perché è un happening meraviglioso, una scheggia impazzita che rompe la liturgia pur sempre presente anche in un Festival controcorrente come quello di quest'anno. E' tradizionalmente la serata più varia, brillante e imprevedibile delle cinque maratone sanremesi, e anche stavolta non è sfuggita alla regola. Il livello delle inedite performance è stato in generale più che discreto, spesso buono, in alcuni casi eccelso. Il discorso cambia un po' allorché si tratta di valutare il valore aggiunto che queste esibizioni hanno effettivamente apportato alle canzoni in gara: in tal senso, mi sento di poter dire che pochi duetti sono stati veramente incisivi, accrescendo l'appeal dei brani in misura evidente. 
BRANI CHE BRILLANO DI LUCE PROPRIA - Intendiamoci: ciò non è necessariamente un male. Significa che le proposte selezionate per Sanremo 2019 sono in buona parte in grado di brillare di luce propria, senza bisogno di nuove voci, nuovi arrangiamenti, tocchi di originalità; che ieri sera non sono mancati, ma sono stati sostanzialmente funzionali alla buona riuscita dello spettacolo nel suo complesso, più che della gara tout court. Cogliendo fior da fiore, ad esempio, è risultata eccellente la fusione fra le voci di Irama e Noemi, così come i vincitori dell'anno scorso, Fabrizio Moro ed Ermal Meta, sono entrati in punta di piedi nei pezzi di Ultimo e Cristicchi, senza snaturarli ma fornendo comunque un contributo prezioso. 
PRESENZE ININFLUENTI - Francesco Renga, per aumentare la forza d'impatto di una "Aspetto che torni" dignitosa me non con le stimmate dell'evergreen, avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più del sommesso intervento dell'autore Bungaro e del sostegno prettamente coreografico di Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel, così come i rapper Gué Pequeno e Rocco Hunt hanno "sovrastrutturato" e appesantito i pezzi di Mahmood e Boomdabash, di gran lunga migliori nelle versioni originali. Godibili e riuscite le abbinate Turci - Beppe Fiorello e Zen Circus - Brunori Sas, ma ininfluenti per la resa finale delle canzoni, così come la presenza di Nada al fianco di Motta, duetto che pure ha conquistato il successo di tappa sulla base di un verdetto discutibile, visto che l'esibizione dei due non è certo stata la migliore, sul piano tecnico, e nemmeno quella più coinvolgente.
L'ITALIANO DI HADLEY E IL VIOLINO DI QUARTA - Più di colore che di peso autentico, ma comunque apprezzabili, le ospitate di Cristina D'Avena, impeccabile nell'inserirsi nel dialogo a due Federica Carta - Shade, e di Tony Hadley, che col suo italiano stentato ci ha riportato ai tempi di Mal dei Primitives e di Rocky Roberts, ma che ha se non altro reso ancor più pimpante e allegrotta "Mi sento bene" di Arisa: migliorasse un po' la pronuncia, potrebbe proporsi in concorso nei prossimi anni, visto il rapporto privilegiato con l'Italia e l'affetto che continua a riscuotere dalle nostre parti. Gira che ti rigira, un reale quid in più ai loro compagni di duo sono stati in pochi a portarlo: su tutti, mi sento di citare il portentoso violinista Alessandro Quarta, talento clamoroso e animale da palcoscenico, che ha dato nuovo vigore e nuove vesti sonore a "Musica che resta", buona composizione di stampo tradizionale ma in sé poco coraggiosa, visto che ha totalmente mantenuto i ragazzi del Volo nel solco di "Grande amore", trionfatrice del 2015. 
SYRIA, SAVORETTI E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Importante anche la presenza di Diodato e dei Calibro 35 per aumentare l'avvolgente atmosfera di "Rose viola" di Ghemon, così come gli inserimenti di Jack Savoretti in "Solo una canzone" degli Ex Otago, binomio tutto "genovese" (Jack, per chi non lo sapesse, è tifosissimo del Genoa): il cantante anglo-italiano ha aggiunto grinta a un pezzo fin troppo soffuso e romantico. Syria ha dato calore e intensità alla canzone di Anna Tatangelo (ed anche sensualità: Cecilia è una donna che migliora col passare degli anni sul piano della fisicità, al di là delle sue indiscusse e sottovalutate doti canore), la particolare vocalità di Manuel Agnelli è stata comunque utile a Daniele Silvestri e Rancore, anche se "Argentovivo" non aveva particolare bisogno di maquillage, perché siamo di fronte a qualcosa di molto vicino al capolavoro. Ultime annotazioni: il piano di Paolo Jannacci ha reso ancor più struggente la poetica dedica di Enrico Nigiotti al nonno recentemente mancato, mentre la presenza di Giovanni Caccamo, pur minimalista, ha fatto prendere quota al duo Pravo - Briga, fino a ieri sera oggetto piuttosto misterioso del 69esimo Festivalone, discorso in parte applicabile anche a D'Angelo - Cori, grazie ai quali c'è stata la clamorosa ricomparsa su una grande ribalta di Big Fish e Tormento dei Sottotono, diciotto anni dopo la non felicissima esperienza del 2001. Un tocco di vintage in un Sanremo ultramoderno. 
PILLOLE DI ANNA E MELISSA - In una serata monopolizzata dalla gara parallela dei duetti, poco spazio per il resto. Più del comunque notevole mini-show di Ligabue, ha colpito il monologo di Claudio Bisio sul rapporto padre - figlio: un parziale riscatto di una prestazione festivaliera fin qui grigia da parte del comico piemontese, anche grazie all'intervento di Anastasio, fresco vincitore di X Factor, talento vero. E' proprio il Sanremo dei rapper: chi lo avrebbe mai detto l'anno passato, quando questa realtà, che piaccia o meno è colonna portante della musica italiana di oggi, fu praticamente ignorata? Riuscite le pillole di presentazione affidate alle due fanciulle del Dopofestival, Anna Foglietta e la stellina nascente Melissa Greta Marchetto, bellezza particolare ma che buca lo schermo, ragazza dalla favella facile. E c'è stato finalmente il breve ma sentito ricordo della tragedia del Morandi, nel giorno in cui è iniziata la lunga opera di demolizione di ciò che resta del ponte maledetto. Attendiamo fiduciosi anche due parole di commemorazione per Giampiero Artegiani, sensibile cantautore scomparso nel giorno di apertura della kermesse e finora menzionato solo in sala stampa. 
CHI VINCERA'? MISTERO... - Poche righe per stasera: poche perché il pronostico è quasi impossibile. I nomi dei favoriti sono sempre gli stessi: ieri ho citato il sestetto Ultimo - Irama - Nek - Volo - Arisa - Bertè, con possibile inserimento di Cristicchi, e rimango fedele a quanto scritto, anche perché le parzialissime classifiche rese note in questi giorni non consentono di avere un quadro d'insieme su chi sta davanti, chi indietro, e quali distacchi ci sono. Si brancola nel buio, insomma: "Mistero", avrebbe detto il Ruggeri del 1993, ma proprio per questo la lunga finalona di stasera dovrebbe risultare ancor più appassionante. 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

lunedì 29 settembre 2014

VERSO SANREMO 2015: IL REGOLAMENTO C'E', IL FESTIVAL NON ANCORA. MA QUALE RESTAURAZIONE?


                            Carlo Conti: è stato pubblicato oggi il regolamento del suo Festival

Il regolamento c'è, il "Sanremo" non ancora. La pubblicazione delle "tavole della legge" della più popolare rassegna canora, rese note in mattinata, non ha sollevato il velo di mistero che continua ad avvolgere il Festivalone prossimo venturo, il 65esimo della serie, targato Carlo Conti. A una prima lettura, è un regolamento "finto nuovo": ci sono tante piccole modifiche, ma nessuna talmente eclatante da far prevedere uno stravolgimento della struttura stessa della kermesse; ci sono alcune idee ripescate dal passato recente e altre da quello un po' più remoto, ma non certo le più coraggiose, quelle in grado di segnare una netta inversione di tendenza rispetto al generale andazzo dell'ultimo quinquennio, con tutti i suoi pro (tanti) e contro (pochi). 
RINNOVAMENTO DI FACCIATA - Insomma, il primo mattoncino nella costruzione dell'edificio "Sanremo 2015" (che si svolgerà dal 10 al 14 febbraio prossimi) non depone propriamente a favore dello slancio organizzativo di Conti: che ha denunciato scarsa fantasia e ha preferito non rischiare, muovendosi in direzione di un sostanziale "rinnovamento nella continuità", espressione abusata in tanti campi, da quello sportivo a quello politico, e che sovente nasconde solo una realtà immutabile "rinfrescata" con rattoppi esteriori. Nulla di male, per carità: su questo blog ho tante volte scritto che il Festival di Sanremo deve sapersi adeguare ai tempi senza però rinnegare la sua identità storica e i capisaldi, regolamentari e di costruzione dello spettacolo, che ne hanno decretato il successo attraverso i decenni: la filosofia di base fatta di uno spirito un po' nazionalpopolare, leggero, glamour, e poi l'impianto competitivo che non piacerà a molti cantanti ed è odiato da quasi tutti i critici, ma che rappresenta la quintessenza di questo adorabile e incrollabile carrozzone musical - televisivo. 
PASSAGGIO BUROCRATICO - E poi, parliamoci chiaro, la stesura del regolamento è più che altro un passaggio burocratico che fornisce agli addetti ai lavori (artisti e loro entourage) i paletti entro i quali muoversi: come sarà davvero il Sanremo di Conti lo potremo intuire solo da dicembre in poi, prima con la scelta dei cantanti in gara e poi con l'allestimento del cartellone degli ospiti, che darà un'idea del clima generale e della "linea editoriale" che indirizzerà lo show. Prima, sono solo discorsi al vento: Baudo, con regolamenti ingessati e "tradizionalisti", ispirati cioè alla formula lanciata anni prima dal suo "maestro sanremese" Gianni Ravera, ha costruito dei Festival tutto sommato godibilissimi; certi presunti portatori di ventate di novità, penso a Panariello e soprattutto all'ultimo Fazio, sono andati alla deriva con insopportabili edizioni sovradimensionate, appesantite e indigeribili. 
NESSUNA RESTAURAZIONE - Leggo di una "restaurazione" in atto: ma il ritorno al brano unico in gara per ciascuno dei big non è restaurazione, è semplicemente il ripristino di un meccanismo elementare di gara che è da sempre parte vitale del DNA della kermesse: il corpo estraneo erano, semmai, le due canzoni a testa. Esaurito nel 2013 l'effetto novità, l'esperimento ha mostrato la corda: scarsamente funzionale alla vitalità del concorso, altro non era che una stanca appendice, con ridottissimo appeal televisivo, della fase di selezione dei pezzi; in questi ultimi due anni, il Festival vero è sempre iniziato nella serata del giovedì, con i Big in lizza con la sola proposta sopravvissuta alla prima selezione. 
Allo stesso modo, non si può certo parlare di restaurazione per il ritorno dell'eliminazione anche nella categoria regina (fatto peraltro già noto da mesi), visto che, per diversi lustri, a partire dagli anni Ottanta, un'altra delle caratteristiche salienti della kermesse è stata quella di portare in finale, in massa, tutti gli artisti "campioni" (uniche eccezioni, le edizioni 1992 e 1993). L'eliminazione è invece un'eredità di una gestione recente, quella duplice di Gianmarco Mazzi (2005 - 2006 e 2009 - 2012), ma è tutto sommato all'acqua di rose, un giusto compromesso fra la "voglia di sangue" del pubblico e il desiderio dei cantanti di non essere esposti a umiliazioni (come se perdere una competizione canora fosse una vergogna, poi...): saranno solo quattro su sedici i Big non ammessi alla finalissima, e comunque tutti arriveranno alla serata del venerdì, quando scatteranno le uniche esclusioni. 
SEMPRE POCHI I CANTANTI IN GARA - A proposito di Big: saranno sedici, come detto, soltanto due in più rispetto ai classici quattordici delle quattro precedenti edizioni, mentre rimangono sempre otto i Giovani. No, in questo senso Carlo Conti non si è decisamente sprecato: un significativo aumento dei partecipanti nelle due categorie, Note d'azzurro lo sottolinea da anni, sarebbe fondamentale per aumentare l'effetto vetrina del Festival, dando visibilità a più artisti e respiro al nostro asfittico mercato discografico, oltre a garantire la copertura di un più ampio spettro di generi musicali. Senza dimenticare che, negli ultimi anni, il numero di aspiranti all'Ariston è sempre stato assai elevato, con conseguente infoltimento della schiera dei musi lunghi a selezioni concluse: che male farebbero anche solo due posti in più per ogni sezione, arrivando rispettivamente a diciotto e a dieci concorrenti? Meno cantanti vuol dire anche più spazio per riempitivi superflui e di scarsa consistenza artistica, lo abbiamo tristemente imparato negli ultimi anni. 
Considerazioni che valgono a maggior ragione per le Nuove proposte, categoria davvero ridotta al lumicino: che Conti si prenda almeno l'impegno di non ghettizzarla come hanno fatto molti dei suoi predecessori, dando invece a questi ragazzi una ribalta all'altezza, con collocazioni orarie consone: l'ideale sarebbe ripercorrere le orme di un antico patron, Adriano Aragozzini, che faceva esibire, nelle prime serate, un veterano e un esordiente in alternanza: una forma di scaletta "democratica" e rispettosa delle esigenze di giovani desiderosi di mostrarsi a una platea sconfinata. 
Anche il meccanismo di gara studiato per loro è fortemente penalizzante: le sfide uno contro l'altro a eliminazione diretta (sul modello di Sanremo '77, ma pure utilizzate qualche anno fa da Morandi) sono forche caudine senza appello, mentre in una gara canora ogni proposta dovrebbe essere messa a confronto con tutte le altre: così, accoppiamenti infelici rischiano di mandare subito fuori pista opere di spessore e spingere avanti prodotti più modesti. E' una situazione in cui l'elemento competitivo, come detto fondamentale per la riuscita del Festival, assume un peso eccessivo, andando a fare aggio sulle valutazioni più prettamente artistiche. 
RITORNANO I DEMOSCOPICI! - L'altra "grande" novità è il ritorno in pompa magna della "famigerata" giuria demoscopica, oggetto nel passato di strali spesso giustificatissimi per via di scelte e votazioni incomprensibili, a volte prive di qualsivoglia significato tecnico; va anche detto che le altre giurie utilizzate negli anni non si sono propriamente coperte di gloria, in questo senso: sul televoto è meglio stendere un pietoso velo, ma anche i vari gruppi di giurati "di qualità" (quest'anno si chiamano "esperti") hanno sovente fatto inorridire per le loro valutazioni, per tacere dei personaggi che spesso sono stati inseriti in questi "comitati di saggi" senza vantare titoli rilevanti in fatto di competenze musicali. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda, sono dettagli secondari: le classifiche artisticamente attendibili, a Sanremo, storicamente rappresentano delle eccezioni. Enormemente più frequenti sono le graduatorie "bislacche": in questo senso, ho sempre visto le giurie sanremesi come un mezzo per aumentare il chiacchiericcio polemico attorno alla rassegna e nulla più, e va detto che l'obiettivo è stato sempre centrato in pieno. 
Da segnalare, infine, il rilievo dato nel regolamento all'evento Eurovision Song Contest come manifestazione legata da un fil rouge a quella rivierasca: una legittimazione che completa il percorso iniziato nel 2011, col rientro dell'Italia (apripista fu Gualazzi) nell'arengo canoro internazionale dopo un'assenza di tredici anni (dal '97: gli ultimi erano stati i Jalisse); ebbene, quest'anno il vincitore assoluto di Sanremo avrà "facoltà" di prender parte all'Eurofestival, nel senso che non sarà obbligato a farlo, ma nel caso manifestasse la propria disponibilità rappresenterà la "prima scelta". 
IL REQUISITO DELL'INEDITO - Il resto, come detto, è solo un'imbiancata alle pareti. Identici i criteri di ammissione nelle due categorie, confermata la "serata evento" (il giovedì), quest'anno dedicata all'esecuzione, da parte dei sedici Big, di cover di grandi evergreen della musica italiana e internazionale. Da elogiare, questo sì, il mantenimento del requisito dell'inedito (anche se da qualche anno il regolamento parla, con una interpretazione più estensiva, di "canzoni nuove"), in tempi in cui moltissimi lo considerano fuori tempo: sbagliano, perché una delle maggiori attrattive del Festivalone è da sempre il lancio, in contemporanea, di venti - trenta brani "appena sfornati", nuovi in assoluto, mai ascoltati prima. E' già tanto che, da qualche edizione a questa parte, si sia allentata la stretta per quanto riguarda i Giovani, i cui pezzi vengono messi online con alcune settimane di anticipo sul sito della Rai; ma per i Big l'obbligo rimane, giustamente, rigorosissimo. Questo è quanto, ed è inutile dilungarsi, perché rischiano di essere parole scritte sulla sabbia: sono i nomi a fare uno spettacolo, ancor di più uno spettacolo come il Festival. Solo quando saranno noti si potrà dire se il Sanremo di Conti avrà lo sguardo rivolto al futuro, al passato o, come sarebbe più giusto, in una terra di mezzo in cui c'è posto per tradizione e contemporaneità. 

domenica 10 agosto 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI VUOLE UN FESTIVAL "SUL MERCATO", E PUNTA DEAR JACK, AMOROSO E DOLCENERA

                                      Alessandra Amoroso: in gara a Sanremo 2015? 

L'investitura di Carlo Conti a deus ex machina di Sanremo 2015 un primo effetto positivo l'ha già sortito: raramente, in passato, si era cominciato a parlare in termini concreti del Festivalone con tanto anticipo. Circolano addirittura i primi nomi dei candidati a entrare nel cast dei Big, discorsi che solitamente prendono quota ad autunno inoltrato, fra novembre e dicembre. Buon segno: significa che la macchina organizzativa è già in moto, e del resto non si è sempre detto che un Sanremo di pregio lo si possa realizzare solo iniziando a lavorarci molti mesi prima (qualcuno affermò addirittura "dal giorno successivo alla conclusione dell'edizione precedente")? Buon segno anche perché, dopo l'emorragia di spettatori della kermesse 2014, parrebbe essersi ricreato un discreto interesse mediatico e di pubblico attorno all'evento. 
DEAR JACK QUASI SICURI - I nomi, dicevamo. La band emergente dei Dear Jack viene già data per sicura, mentre elevatissime sono le percentuali di inserimento nel listone per Alessandra Amoroso e Dolcenera, la quale ha già affermato di avere un brano pronto, e giungerebbe all'Ariston sulle ali di una popolarità rinsaldata dal buon successo del singolo estivo "Niente al mondo". Se tali candidature si concretizzassero, sarebbero da accogliere con legittima soddisfazione: nelle prime dichiarazioni programmatiche sul Festival prossimo venturo, rilasciate di recente a "TV Sorrisi e canzoni", Conti ha sostenuto di voler mettere su "un Sanremo per tutti, che ospiti dal pop al rock al rap, a qualsiasi altro genere musicale. Un Sanremo in cui si ascolti la musica che va davvero per la maggiore in classifica, non uno spettacolo che mette in scena un mondo che non esiste nel mercato reale". E' sicuramente l'affermazione più concreta fra le tante, invero un po' generiche, dell'anchorman toscano sulla titanica impresa che l'attende nei prossimi mesi. Troppo spesso, in passato, la manifestazione ligure ha proposto personaggi sfiatati e ormai lontani dai gusti del pubblico, oppure, per converso, scelte troppo elitarie, di nicchia, soprattutto nell'ultimo biennio. Il cast del 2014, va detto, era stato più contemporaneo e leggero rispetto a quello di dodici mesi prima, ma si può e si deve far di meglio, entrare con entrambi i piedi nella galassia dei consumatori e "cooptare" i personaggi più gettonati, soprattutto quelli di recente affermazione (i "mostri sacri" lasciamoli perdere: non hanno bisogno del Sanremone, e di spazi mediatici per promuovere i loro prodotti ne hanno già fin troppi...). 
OLTRE MAZZI - Il modello più recente da avvicinare, e magari da migliorare, è quello dei Festival di Gianmarco Mazzi nelle sue varie declinazioni, da Bonolis alla Clerici a Morandi. Ho la sensazione che l'impresario veronese non sia troppo amato nell'ambiente discografico e in quello dello showbiz, eppure gli va ascritto il merito di aver allestito edizioni sanremesi di buon livello, certo non esenti da difetti (anzi) ma capaci di coniugare vivacità dello spettacolo, brillantezza della conduzione e buona qualità della proposta canora, con nomi giovani e sulla cresta dell'onda. Ecco, i tre artisti di cui si è detto in apertura, i primi "papabili" per la rassegna canora del prossimo febbraio, traducono alla perfezione la volontà di Conti di costruire una gara al passo coi tempi: il "complesso" (come si diceva una volta) dei Dear Jack, ennesima creatura dell'universo De Filippi, ha fatto registrare un boom magari prevedibile in linea generale, ma di certo inatteso per dimensioni quantitative: il loro primo album è ai vertici delle classifiche di vendita (secondo posto nella chart di Sorrisi della settimana in corso), e le apparizioni ai più recenti eventi pop televisivi, i Music Awards e il Coca Cola Summer Festival, si sono svolte in quel clima di "fanatismo" (nel senso di fans scatenate...) che ha sovente accompagnato, in passato, l'esplosione di celeberrime boy band d'oltrefrontiera. Se sia o meno un fenomeno passeggero lo potrà dire solo il tempo, ma al momento questi ragazzi sono a tutti gli effetti dei big del pop italico. Detto di Dolcenera, anche Alessandra Amoroso sarebbe un bel colpo: mai in gara in Riviera, dove ha però fatto passerella come ospite di colleghi in competizione (nel 2010 affiancò Valerio Scanu contribuendo non poco al suo trionfo), è per lei giunto il momento di mettersi in gioco: la sua popolarità è alle stelle e resiste ormai da diverso tempo, sicuramente una delle creature più "solide" del talent "Amici"; i recenti successi "Bellezza, incanto e nostalgia" e "Non devi perdermi" rappresentano un buon viatico. Come dire, o adesso o mai più. 
ADDIO DOPPIO BRANO - Per tutto il resto, Conti ha fornito alcune linee operative di massima, senza addentrarsi più di tanto nei dettagli. Si tornerà al brano unico in gara, l'esperimento della doppia canzone è fallito e del resto era abbastanza prevedibile: una soluzione del tutto estranea alla tradizione, direi al DNA dell'organismo festivaliero, e ulteriormente depotenziata dal modo in cui è stata proposta da Fazio e dal suo entourage. Personalmente, mi aveva dato la sensazione di rappresentare non una precisa e rigorosa scelta artistica, ma soltanto una trovata spettacolare con cui si delegava direttamente al pubblico la fase finale del lavoro di selezione delle opere, col conseguente rischio di andare incontro a scelte di basso profilo che potevano danneggiare la qualità complessiva della manifestazione; ma la carica di suspense dell'espediente si è rilevata ben misera: le serate dedicate alla scelta fra i due pezzi hanno rappresentato, in questi due anni, uno stanco antipasto del Festival propriamente detto, che è sempre iniziato "per davvero" il giovedì, nel momento in cui i cantanti "scendevano nell'arena" col brano sopravvissuto. Alle corte: Sanremo è sempre stato "una canzone a testa", si può (si deve) cambiare in tanti aspetti, deve essere progressivamente svecchiato, ma il brano unico rappresenta un punto fermo, un totem da non toccare.
PIU' BIG, MA... - Bene così, dunque, ed apprezzabile è pure il lieve innalzamento della quota partecipanti nella categoria regina: si passa da 14 a 16, che tuttavia considero sempre troppo pochi. Sarebbe più furbo, da parte di un direttore artistico, annunciare un numero minimo di concorrenti, numero eventualmente da incrementare sulla base della quantità e della pregevolezza delle proposte che giungono sul suo tavolo: era il modus operandi che adottavano Gianni Ravera e Pippo Baudo, i quali non a caso hanno firmato, come patron, alcune delle edizioni di maggior successo della kermesse. 
E' passato invece un po' sotto silenzio l'annuncio del ripristino del meccanismo dell'eliminazione anche per i "grandi", quello spietato torneo che, nelle edizioni targate Mazzi, decimava il cast dei Big di serata in serata: il rischio è quindi di tornare ad assistere a una finalissima con pochi artisti in lizza, una decina o poco più, e di dover riempire i lunghi tempi televisivi in qualche modo, con ospitate discutibili  che nulla hanno a che fare con lo spirito del Festivalone, oppure con colossali mega - promozioni dei futuri programmi Rai: scene tristi già viste troppe volte nel recente passato. Aspettiamo però di vedere come sarà effettivamente strutturata questa gara... Rimane ancora troppo ridotto, invece, lo spazio riservato alle nuove leve: dovrebbero essere otto, come sempre è avvenuto dal 2011 in poi. Aggiungerne un paio è proprio impossibile, anche alla luce dell'elevatissimo numero di richieste che giunge ogni anno? E in ogni caso, l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo sarà quello di restituire centralità alla competizione dei giovani, negli ultimi tempi relegati a orari da "vampiri", quasi come una fastidiosa incombenza: perché, ad esempio, non arricchire la serata conclusiva spostando al sabato la tenzone decisiva fra le promesse della nostra canzone? 
RIPARTIRE DA QUESTA ESTATE CANORA - Di certo, come ho avuto modo di scrivere nelle settimane scorse, Carlo Conti ha il vantaggio di poter partire da una base solidissima, rappresentata da questa inattesa estate canora 2014 che, anche grazie al ritorno in grande stile di una rassegna "vacanziera" analoga al vecchio Festivalbar (il Coca Cola Summer Festival), ha portato alla ribalta la rinnovata vitalità dell'ambiente pop nostrano: sono ricomparse canzoni orecchiabili, di facile presa, ben costruite: Renga e Dolcenera, i Modà  e Killa, Nek e Noemi, Emma, Antonio Maggio, Gabry Ponte, gli "Amici di Maria" Amoroso, Dear Jack, Emma, Marco Carta e Deborah Jurato... C'è fermento, pare esser stata ritrovata la chiave per entrare nel cuore del grande pubblico: un terreno fertile dal quale il nuovo direttore artistico potrebbe cogliere frutti succosi, con la legittima speranza di trovare brani di forte e immediato impatto in grado di superare le forche caudine di classifiche sempre più esterofile. Altro asso nella manica che il conduttore di "Tale e quale show" dovrà giocarsi senza remore: la voglia generalizzata di ritrovare un Sanremo più pop, glamour, un pizzico nazionalpopolare, dopo la seriosità retorica che troppo spesso ha fatto capolino nelle ultime edizioni, indigeribili non tanto come proposta musicale (assolutamente dignitosa) ma come concezione globale dello spettacolo. In bocca al lupo.  

venerdì 15 febbraio 2013

SANREMO 2013: LIVELLO DEI BRANI NON ECCELSO. QUALITA' DEVE FAR RIMA CON ORECCHIABILITA'

Chiara Galiazzo: un pezzo di facile presa

La montagna di Sanremo 2013, così tanto osannato dai critici e così fragorosamente premiato dagli indici di ascolto, potrebbe aver partorito, sul piano del livello della proposta musicale, il più classico dei topolini. E' stata illuminante, in questo senso, la serata di ieri. Il ritorno a una formula più tradizionale, con tutti i Big in pista per presentare una sola canzone, ha consentito una migliore valutazione dei pezzi, e la sensazione è che non ci si trovi di fronte a un'edizione memorabile. Non insufficiente, sia chiaro, ma nemmeno tale da far gridare al miracolo, come facevano intendere le recensioni entusiaste dei giornalisti che avevano avuto il privilegio di ascoltare i brani in anteprima. 
Ecco, il punto è questo: c'è il sospetto che si sia allestito un Festival che strizzasse l'occhio soprattutto agli esperti, a certa stampa con la puzza sotto il naso. Ma il concetto di qualità musicale è diverso e ben più complesso, soprattutto in relazione a ciò che è lecito attendersi da quella che resta, in fondo, una rassegna di musica leggera. Qualità delle proposte significa, per conto mio, sintesi ideale fra spessore e originalità compositiva da una parte, e orecchiabilità dall'altra. Perché, parliamoci chiaro, il Festival di Sanremo, per considerarsi riuscito al cento per cento, deve lasciare ai posteri opere che ti si ficcano nel cuore e nella testa, facili dai ricordare anche ad anni di distanza. Ebbene, ho qualche dubbio che ciò possa accadere per buona parte dei brani messi in pista in questo 2013. 
RICERCATEZZA MUSICALE - L'easy listening, già altre volte citato nei miei interventi "sanremesi" di questi giorni, non è un peccato mortale, tantomeno in riferimento alla kermesse rivierasca: e invece pare che, per quest'anno, lo si sia lasciato da parte (in questo senso, il contrasto rispetto alle ultime quattro edizioni è evidente e stridente), puntando su una ricercatezza musicale che però, spesso, sconfina nell'esercizio di stile fine a se stesso, roba buona per mandare in brodo di giuggiole gli addetti ai lavori ma destinata a suscitare solo freddezza fra i veri consumatori di musica. Poi, certo, non mancano alcune proposte di più facile presa, ma questo è un altro punto dolente: nel senso che i brani maggiormente "commerciali" spesso non attingono vette elevate, sembrano esser stati scritti col freno a mano tirato, con la volontà di non rischiare puntando su soluzioni già sperimentate ma senza riuscire a riprodurne la freschezza. E' il caso, ad esempio, dei Modà, ma ci ritorneremo. 
SFIDA MENGONI - MODA'? - La prima classifica provvisoria, resa nota a tarda notte, è quanto di più prevedibile potesse esserci. Col solo televoto in campo, ovvio che i primi quattro posti venissero monopolizzati dai personaggi più popolari fra i giovani o da quelli usciti dai talent. Probabile che sabato, con l'entrata in scena della giuria di qualità, perlomeno Chiara e Annalisa siano destinate a lasciar spazio alla rimonta di Malika Ayane e di Elio e le Storie Tese: mi sorprenderei molto di non trovare sul podio "La canzone mononota". La prima graduatoria è invece da tenere in assoluta considerazione per quanto riguarda i due battistrada: è tutt'altro che impossibile che siano proprio Marco Mengoni e i Modà a giocarsi la vittoria finale. Proprio perché i loro pezzi sono quelli più immediati e quindi destinati a rimanere nel tempo e a farsi "canticchiare":  fra i due, mi sembra superiore "L'essenziale" di Mengoni, mentre Silvestre e i suoi compagni hanno portato una proposta più che mai fedele ai canoni della tradizione sanremese, un "Se si potesse non morire" valorizzato dalla voce di Kekko ma che non brilla per originalità, al punto che in alcuni passaggi sembra ricordare un po' troppo da vicino "Non è l'inferno", la canzone vincitrice di Sanremo 2012 che fra gli autori aveva proprio Silvestre.
Chiara Galiazzo, bistrattata dalla critica, in realtà ha un pezzo ben costruito nella parte musicale e con un refrain che lascia il segno: non sarà un capolavoro, ma scommettiamo che nelle radio si sentirà parecchio?  Annalisa Scarrone ha rischiato con una canzone dal sapore "vagamente retrò", come cantavano i Matia bazar in "Souvenir" nel 1985: una marcetta swing la cui impronta stilistica rischia però di confondersi, a un ascolto superficiale, con quella di "La felicità" di Simona Molinari, proposta più matura ed elaborata, resa efficacemente dal suggestivo duetto con Peter Cincotti. 

                                   Gualazzi ai tempi della vittoria fra i Giovani nel 2011


E DALLE RETROVIE... - Dicevamo delle probabili rimonte: Elio e Malika sono destinati a guadagnare diverse posizioni. Sulla genialità della "Canzone mononota" già mi son pronunciato, mentre "E se poi" è una malinconica e delicata ballata in punta di piedi, interpretata con piglio da veterana, una delle proposte migliori di questo Sanremo, anche se rimane la sensazione che  in passato la Ayane abbia fatto di meglio, anche sul palco dell'Ariston ("Niente", bocciata la prima sera, era quantomeno sullo stesso livello, e forse anche su un piano superiore). Fra il "buono" di questo Festival anche l'incalzante "Sai (ci basta un sogno)" di Gualazzi: il buon Raphael a tratti gigioneggia tentando arditamente di ripercorrere le orme di Ray Charles, ma tutto sommato l'opera ha spessore compositivo non indifferente, atmosfera e feeling per palati fini. 
Dalle retrovie potrebbe riemergere anche Max Gazzé con una "Sotto casa" che ha persino le stimmate del tormentone e si avvale di un impianto ritmico con echi balcanici, quasi alla Bregovic. Tutto il resto, compreso il minimalismo di Cristicchi, che ha azzardato una tematica forte (la morte) sviluppata danzando in equilibrio precario sul sottile filo che separa crudo realismo ed ironia, è destinato a non coltivare troppe speranze rispetto alla classifica finale (e il buon Simone è un altro che in passato ha scritto cose più corpose e di maggiore impatto), discorso che vale a maggior ragione per la burrosa Maria Nazionale: che ha voce e presenza scenica, ma canta un brano irrimediabilmente datato: davvero deludente lo sforzo autoriale degli Avion Travel, nella circostanza. Sensazioni personali: durante la strofa, sembra a tratti di risentire l'Angela Luce di "Ipocrisia", pezzo che si classificò secondo allo sfortunato Sanremo del 1975. 
I GIOVANI - Seconda semifinale per quelle che un tempo venivano chiamate "Nuove proposte", e seconda "testa illustre" fatta rotolare senza pietà: dopo Il Cile, è toccato ad Andrea Nardinocchi salutare la compagnia. Presentatosi con una consolle stile Cecchetto 1980, il ragazzo ha lanciato uno dei pezzi più contemporanei di questo Festival, per struttura, sonorità e testo, anche se la resa sonora sul palco non è stata eccelsa. E' passata invece Ilaria Porceddu, con una canzone fin troppo sanremese, il che non sarebbe un male, ma penalizzata da un'impostazione eccessivamente convenzionale, senza slanci, e non basta di certo ad accrescerne il valore l'inserimento di versi in lingua sarda. Il pezzo di Paolo Simoni scorre via senza lasciare traccia, mentre è sacrosanta la promozione di Antonio Maggio: "Mi servirebbe sapere" ha brio, è ben scritta ed elaborata senza tuttavia risultare pesante, e si avvale dell'originale controcanto del direttore d'orchestra Massimo Morini, leader del complesso genovese "Buio pesto". Sarà Maggio, credo, a giocarsi la vittoria di categoria con Renzo Rubino. Tuttavia, anche per i Giovani vale la considerazione fatta inizialmente a proposito dell'allestimento del cast dei Big: si è puntato troppo su stilemi cantautoriali, su composizioni complesse e poco digeribili, mentre si sta perdendo di vista l'orecchiabilità. C'è bisogno di più semplicità, che può anche fare rima con qualità, non mi stancherò mai di ripeterlo. 
LO SHOW - Poco da dire sullo show nel suo complesso: la serata del giovedì ha vissuto sulla discesa in campo dei Big al gran completo, il resto è passato in secondo piano. Quasi sottovoce la presenza di Roberto Baggio, in linea col carattere schivo dell'indimenticabile fuoriclasse azzurro, e un messaggio ai giovani forse un po' retorico, ma qualche buon consiglio ai ragazzi di oggi è sempre bene dispensarlo, visti anche gli esempi deteriori che queste nuove generazioni si vedono quotidianamente offrire da personaggi che invece, per ruolo pubblico e popolarità, dovrebbero essere d'esempio. E, a proposito di messaggi positivi, eccellente l'idea del flash mob contro la violenza sulle donne, introdotto da un sentito monologo di Luciana Littizzetto. E' però un peccato che queste iniziative vedano scendere in campo solo "l'altra metà del cielo": che impatto positivamente devastante avrebbe la partecipazione attiva di uomini a queste manifestazioni pubbliche?
Al Bano strabordante come sempre: della sua presenza invasiva sulle reti Rai ho più volte scritto, perlomeno questa volta la sua ospitata era giustificata dalla consegna di un premio alla carriera comunque meritato. Pare però che nel 2014 voglia tornare in gara: ma anche basta, no?  Infine, una curiosità: è ricomparso sul palco di Sanremo, per accompagnare Paolo Simoni, Marco Sabiu, direttore d'orchestra protagonista degli ultimi Festival targati Gianmarco Mazzi e accolto da un'ovazione del pubblico dell'Ariston: Fabio Fazio ha però glissato non troppo elegantemente, mentre sarebbe stato carino da parte sua fare anche un solo cenno al ruolo fondamentale del maestro nella buona riuscita delle passate edizioni. Serata di citazioni storiche: Sabiu ha gettato al vento il suo spartito, come l'orchestra da lui diretta a Sanremo 2010, ed Elio ha sfoggiato una giacca con due braccia finte, come nel 1996 (anche se all'epoca il braccio posticcio era uno soltanto...). 


venerdì 3 agosto 2012

VERSO SANREMO 2013 - RIVOLUZIONE: I BIG CON DUE BRANI IN GARA


Primi spifferi estivi sul Sanremo prossimo venturo. Che sarà diverso, molto diverso dagli ultimi, e non potrebbe essere altrimenti, perché il ritorno di Fabio Fazio sulla tolda di comando rappresenta una di quelle rivoluzioni che, periodicamente, sconvolgono il Festivalone: l'ultima, prima di quella in atto, fu nel 2009, con l'avvento al timone di Gianmarco Mazzi, il cui quadriennio di gestione (del quale avevo cercato di tracciare un bilancio qui e qui) ha mantenuto una "linea editoriale" piuttosto costante nel tempo, pur con qualche aggiustamento, al di là dell'alternarsi di presentatori sul palco dell'Ariston, da Bonolis alla Clerici al... doppio Morandi. 
Si cambia, dunque, e del resto una ventata di novità è sempre auspicabile per una manifestazione dell'importanza di Sanremo, che ha l'esigenza di sperimentare, trovare sempre qualcosa di nuovo per mantenere vivo l'interesse di un pubblico televisivo oggi assai più volubile e severo che in passato (severo soprattutto nei confronti di un totem mediatico come quello sanremese, al quale non viene mai perdonato un eccessivo legame con la tradizione, con stilemi canori e... catodici a detta di molti troppo vetusti e sorpassati, nonostante lo svecchiamento operato nel citato quadriennio Mazzi sia stato massiccio ed evidente); una manifestazione che deve oltretutto misurarsi con le esigenze di un'industria discografica in crisi ma al contempo in costante evoluzione. 
FRA PASSATO E FUTURO - Sarà, da quel che si apprende, un Sanremo a metà strada fra tradizione e futuribilità. Il ritorno al passato è rappresentato dalla cancellazione delle eliminatorie per i Big: giusto così, è la formula che, dopo un paio di tentativi negli anni Settanta ('74 e '76), ossia nel pieno della crisi del Festival, due patron storici, Gianni Ravera prima e Pippo Baudo poi, hanno portato avanti a partire dagli "eighties" con convinzione, facendone uno dei cardini della rassegna, con viva soddisfazione di tutti. Inutile girarci attorno: ai grandi della canzone la sfida col coltello fra i denti mai è piaciuta, loro preferiscono vivere l'avventura in Riviera come una formidabile occasione promozionale. Ecco invece la grande novità,  lo sguardo lanciato verso il futuro: ogni big porterà in gara non uno, ma due brani; uno di questi verrà eliminato nel corso delle prime serate, quello più gradito dal pubblico resterà in lizza fino alla finalissima. 
DUE BRANI A TESTA - Due canzoni in lizza per ognuno: non era mai accaduto nel Sanremo "moderno". Nella fase iniziale della sua esistenza, il Festival schierava spesso e volentieri pochi cantanti, ai quali venivano affidate due o anche più composizioni (Nilla Pizzi nel '52 fu prima, seconda e terza!): ma, va detto, erano altri tempi, nel senso che era un Festival più povero, aveva una filosofia diversa, era meno legato alle esasperate logiche commerciali che hanno cominciato a dominare la scena a partire dagli anni Sessanta. Insomma, il 2013 porterà un cambiamento autenticamente epocale: la regola "ad ogni cantante un solo brano" era uno dei pilastri apparentemente incrollabili del Festival: persino il vincolo del requisito dell'inedito, a parer mio una delle principali chiavi del duraturo successo del Sanremone, negli ultimi anni è stato allentato, con i pezzi dei giovani diffusi con qualche settimana di anticipo; ma la pluralità delle opere proposte da un singolo artista pareva cosa del tutto fuori discussione, nemmeno da prendere in considerazione. E invece... 
Messa così, può essere una cosa buona: un modo per venire il più possibile incontro alle esigenze dei cantanti, soprattutto di quelli che hanno sempre visto con scarsa simpatia la partecipazione alla kermesse o che, se ci andavano, lo facevano di malavoglia, quasi obtorto collo, e vivendola con uno stress decisamente sopra le righe. Più in generale, per i cantanti di oggi la presentazione di un solo pezzo è stata sempre considerata una limitazione delle proprie capacità espressive e poetiche e, più prosaicamente, un grosso ostacolo alla realizzazione di una ottimale promozione dell'album in uscita: facendo ascoltare al pubblico in anteprima un'unica canzone, l'effetto vetrina risulta meno efficace di quanto loro auspicherebbero. 
SVOLTA EPOCALE - Chiedere ai Big di presentarsi in concorso con due composizioni significa operare una svolta concettualmente radicale per l'essenza stessa di Sanremo: è uno stimolo alla creatività, un incoraggiamento a proporre opere più "sostanziose" anche se pur sempre più o meno di facile impatto: lo... sconvolgimento storico sta pure nel fatto che una tale clausola restringerà fatalmente il campo dei potenziali aspiranti a un posto tra i big, tagliando fuori tutti coloro che hanno sempre preferito puntare sul semplice singolo da lanciare: una... fauna musicale, quella di quest'ultima categoria, per la verità in costante contrazione sulle sponde sanremesi; oramai quasi tutti coloro che tentano la fortuna all'Ariston cercano di farlo avendo un album pronto o, in alternativa, ristampando il cd uscito pochi mesi prima aggiungendovi il brano in concorso quale "bonus track" (col nuovo corso, le "tracce" da aggiungere all'incisione sarebbero due invece che una, poco cambierebbe). La generazione dei cantanti, diciamo così, "da 45 giri" è in buona parte tramontata con gli ultimi Festival baudiani (che in effetti, anche se qualcuno di essi particolarmente ben riuscito, sembravano dei piacevoli "residuati" di un'epoca discografica ormai obsoleta): il nuovo format anticipato in questi giorni da Fazio cerca semplicemente di avvicinare ulteriormente il carrozzone festivaliero alla realtà musicale odierna. 

                          Alessandra Amoroso: Sanremo darà ancora spazio ai "figli dei talent"? 

La controindicazione di una tale formula risiede nel rischio di creare un cast elitario: sembra un sistema studiato apposta per avvicinare il cantautorato nobile tanto caro al conduttore di "Vieni via con me", il che non è male, ma occorre non esagerare, così come in certe edizioni recenti si è esagerato con lo spazio concesso ai ragazzi dei talent show. Il Sanremo ideale è quello "ecumenico", equilibrato, che apre a tutte le tendenze, dai cantautori da "concept album"  agli artisti più a loro agio coi singoli da rotazione radiofonica "a mille"; dalle composizioni raffinate a quelle più... biecamente commerciali. E' la cifra stilistica del festivalone, che è stata variamente declinata negli anni, ma che, se sapientemente dosata, garantisce ancora il successo. E se, come in molti temono, verrà gettato a mare il carico di giovani usciti dai talent, negli ultimi anni mattatori sulle scene rivierasche, l'errore sarebbe grosso: certo, al bando gli eccessi, ma le migliori espressioni di questi moderni vivai canzonettistici (penso a gente come Noemi, Marco Mengoni, Alessandra Amoroso) devono essere "salvate" da una eventuale "epurazione" (che, peraltro, finora rappresenta  solo un processo alle intenzioni di Fazio), sia per qualità artistica sia per il bacino d'utenza che garantiscono, e che ha avuto un peso enorme nel rilancio del festival nella versione "Mazzi". 
IL PRECEDENTE DI SAINT VINCENT '87 - Rimane da rilevare come anche ciò che pare ultra-nuovo e ultra-rivoluzionario non sia in realtà tale. La  mia memoria storica, particolarmente forte in tema di concorsi canori nostrani, mi suggerisce che una formula simile a quella in rampa di lancio per Sanremo 2013 fu adottata da Marco Ravera, figlio di Gianni, per Saint Vincent Estate 1987: i 20 Big in gara portarono ciascuno tre brani (uno per ogni sera) tratti dal loro LP di fresca uscita, e vennero assegnati due premi: al miglior album e alla "canzone dell'estate", che veniva scelta fra i pezzi presentati nel corso della finalissima (per la cronaca, Luca Barbarossa primeggiò in entrambe le graduatorie). Non fu un successone, se è vero che il format venne subito abbandonato: ma anche in questo caso si può dire che fossero altri tempi, quella era davvero l'epoca dei 45 giri, del lancio del singolo da "one shot", di quando con un solo e semplice brano, se ben confezionato, potevi tirare avanti per mesi e mesi. In quegli anni, nelle gare di musica leggera, da Sanremo all'ex Disco per l'estate, presentare un solo pezzo era considerato ovvio e scontato, un cambiamento come quello tentato nell'87 difficilmente poteva essere digerito ai tempi del playback, dei festival straripanti di cantanti, della canzone a consumo rapido. Fra qualche mese, la risposta del pubblico dovrebbe essere decisamente migliore. 

martedì 21 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (SECONDA PARTE)

Quello esposto nel precedente post (a grandissime linee, perché non basterebbe un voluminoso libro per analizzare il tutto) era il quadro che si presentò davanti a Gianmarco Mazzi, richiamato al capezzale del "grande malato" assieme a Paolo Bonolis per allestire il Sanremo 2009. Il manager veronese, come un perfetto surfista, riuscì a intercettare e a cavalcare tutte le onde che segnalavano, a chi le avesse volute cogliere, la direzione da far prendere alla rivoluzione. Sì, perché il Festival doveva cambiare, e cambiare radicalmente, se non voleva morire. Così fu, passo dopo passo, atto rivoluzionario dopo atto rivoluzionario, nonostante l'iniziale freddezza della grande discografia (che vedeva malissimo soprattutto il mantenimento delle cinque serate). Il nuovo format messo a punto, a conti fatti, è quanto di più lontano dalla liturgia della "messa cantata" sanremese a cui Baudo mai avrebbe rinunciato. 
Quali gli elementi chiave di questo corso veramente nuovo? Vediamo di schematizzare: 1) La gara ritorna veramente tale: basta privilegi per i Big, tutti sono sottoposti a crudeli eliminatorie, con votazioni ed esclusioni praticamente tutte le sere; 2) All'interno dello spettacolo si moltiplicano i momenti extra - canori, con numeri di arte varia: ci sono balletti, l'alta moda, interviste ad attori e personaggi glamour (come la principessa Rania di Giordania, nel 2010), persino pillole di letteratura; 3) Eventi sbanca Auditel: per due volte, nel 2009 e nel 2011, interviene Roberto Benigni, nel 2012 Adriano Celentano; 4) Allestimento di serate a tema in onore della musica italiana: nel 2010 si festeggia il 60esimo compleanno del Festival con un galà a cui partecipano dieci superstar della nostra canzone (dei quali uno "acquisito", Miguel Bosè), l'anno dopo è tempo di celebrare il 150esimo dell'Unità d'Italia, per cui ecco tutti gli artisti in gara fra i Big proporre una loro versione di grandi classici della musica nostrana di questo secolo e mezzo; la settimana scorsa, infine, "Viva l'Italia nel mondo" serata happening in cui grossi calibri del panorama mondiale di oggi e di ieri arrivano all'Ariston per interpretare evergreen del repertorio italico che hanno avuto successo anche all'estero; 5) Introdotta proprio da Mazzi e Bonolis nel 2005 e mantenuta persino da Baudo, si consolida la tradizione della serata dei duetti, in cui i Big in gara si fanno accompagnare sul palco da altri esponenti del mondo musicale (soprattutto italiani, con qualche sporadica incursione fuori confine) per offrire una versione più o meno diversa dei pezzi in concorso; 6) Ci si apre ai due fenomeni musical - televisivi del momento: i talent show, i cui esponenti sbarcano in massa all'Ariston, e il televoto via sms, che finisce col premiare quasi sempre proprio i suddetti ragazzi, i cui fans, lo si è detto prima, hanno parecchia dimestichezza con questo sistema di votazione. 
Da tutto ciò è scaturito un evento decisamente svecchiato e quindi più appetibile per diverse fasce di pubblico televisivo. Perlomeno nelle prime due edizioni, affidate non a caso a presentatori brillanti come il duo Bonolis - Laurenti prima e Antonella Clerici poi, crebbe il ritmo dello show e diminuirono le lungaggini dovute a rallentamenti e tempi morti. E' aumentato l'appeal delle canzoni in gara, che paiono costruite secondo linee di maggiore orecchiabilità e "radiofonicità" (in linea generale), pur non mancando proposte più elaborate e ricercate. E' cambiato anche il metodo di selezione dei brani in gara nella categoria principe: niente più commissione di selezione che sceglie fra le tante proposte avanzate, i Big sono "invitati" secondo criteri  a discrezione della direzione artistica, la quale quindi sostiene a più riprese che non esistano più "esclusi": ciò che aveva fatto Baudo nel '95 e nel '96, più o meno. Il discorso degli inviti è in realtà molto aleatorio: ogni anno c'è sempre e comunque un cospicuo numero di cantanti che invia brani per partecipare (quest'anno, ad esempio, fra gli altri Marcella, Fausto Leali, Syria, Iacchetti) e che vengono "respinti": che siano "esclusi" o "non invitati", la sostanza non cambia poi molto... 
Il ruolo dei giovani cantanti in questo quadriennio sanremese merita una trattazione un po' più approfondita. Sulla categoria "del futuro" si è puntato massicciamente in occasione della prima delle quattro edizioni: in quel 2009, fece discutere il cast dei Big, ancora imbottito di cantanti jurassici senza più mercato, ma per le le "nuove proposte" si fece un lavoro eccellente: quell'annata ha sfornato nomi come Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari, più "farfalle ancora nel bozzolo" ma di indubbio valore come Karima e Chiara Canzian. La gara fra i debuttanti venne valorizzata al massimo anche dal punto di vista televisivo, con l'allestimento di una serata dedicata in cui dieci veterani della musica italiana, da Ornella Vanoni a Pino Daniele, da Gino Paoli e Lucio Dalla e a Lelio Luttazzi, vennero a far da padrini ai dieci concorrenti in erba, esibendosi assieme a loro sia col pezzo in concorso sia con celebri brani del loro repertorio. 
Gli anni successivi sono arrivati Nina Zilli e Raphael Gualazzi, però la gara è stata un po' penalizzata, con la collocazione ad orario troppo tardo per poter garantire adeguata visibilità mediatica a questi volti nuovi. In ogni caso, questo lavoro sul vivaio sanremese, abbinato al ricorso, a volte massiccio e altre meno, ai "figli dei talent", ha portato al tanto sospirato "ricambio generazionale" dei cantanti del Festival. Una prima ondata di gioventù si era avuta nel 2010, con un cast nel quale comparivano Fabrizio Moro, Arisa, Malika, Sonhora, Mengoni, Noemi, Povia, Scanu, la Fornaciari (coi Nomadi); meno marcata la linea verde nel 2011, con la ricomparsa di alcuni jurassici ma la presenza comunque rassicurante di Giusy Ferreri, Nathalie, Modà con Emma; e quest'anno, abbiamo avuto un "listone dei big" coi ritorni di Emma, Arisa, Irene e Noemi, e in più Dolcenera, Carone e Chiara Civello. Sì, finalmente Sanremo si è aperto all'aria nuova della musica italiana, che è molto più profumata e inebriante di quanto qualche "nostalgico a prescindere" voglia credere e far credere: è chiaro che, da questo punto di vista, indietro non si possa più tornare. 
Questo, dunque, è stato il Sanremo made in Mazzi. La successione non si presenta facile, e l'invito alla Rai è di non caricare tutto il peso dell'organizzazione sulle risorse interne, come invece pare si voglia fare. Si vada a pescare un altro manager di esperienza nel settore discografico, e ci si affidi a fuoriclasse autentici della musica, che so, un Dalla, oppure un Mauro Pagani. Non si sa se l'addio del veronese comporterà anche quello di Lucio Presta, negli ultimi anni eminenza grigia del Festival, importante elemento di raccordo, equilibrio e genio. Sui cambiamenti della formula, è chiaro che molto di questi quattro anni andrà conservato: ci sarà casomai da pescare con maggior coraggio selettivo dai talent, guardando cioè a chi può davvero dare di più in prospettiva alla musica italiana e non al divetto usa e getta del momento, ma si tratta di una realtà che non può comunque essere ignorata. Così come non si può rinunciare al televoto, ma andranno adottati sistemi per renderlo meno decisivo nell'esito finale della gara. Occorrerà restituire ancor più centralità alla musica (che però alla fine, celentanate a parte, in quest'ultimo Festival il suo posto al sole se lo è ritagliato eccome) e lavorare ancora sul rapporto col web e coi social network, assolutamente imprescindibile per la musica e quindi per il Festival del futuro: finora si sono fatti solo timidi tentativi, non in altra maniera riuscirei a definire il concorso parallelo online per giovani cantanti del 2009, finito nel dimenticatoio, e anche il Sanremosocial di quest'anno, poiché una selezione di nuovi talenti attraverso le votazioni su Facebook non mi sembra proprio la via migliore per portare alla ribalta ragazzi veramente dotati e promettenti. Ma di Sanremo 2013 (ed oltre) ci sarà modo di riparlare ampiamente.  (2 - FINE). 

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (PRIMA PARTE)

E così, a Sanremo è finita un'epoca. Sabato notte, col trionfo di Emma, si è ufficialmente chiusa l'era di Gianmarco Mazzi, il direttore artistico delle ultime quattro edizioni del Festival, che ha deciso, proprio alla vigilia della finalissima, di passare la mano. Diciamo subito che non è cosa da poco. Il fatto non può essere liquidato come un semplice avvicendamento: si apre una fase difficile, come sempre quando si lascia un porto sicuro per avventurarsi in un mare inesplorato e procelloso.
Un'analisi del quadriennio "mazziano" non può che partire da... Pippo Baudo, il suo predecessore nel ruolo; o più precisamente, dal suo ultimo Festival, quello del 2008. Facciamo un veloce flashback: il popolarissimo anchorman siciliano, nel 2007, era ritornato per la terza volta alla guida della kermesse, dopo i fasti di metà anni Novanta e una prima fase "restaurativa" da lui pilotata nel biennio 2002 - 2003. Ed era andato tutto bene, fin troppo: si era reduci da due edizioni che già avevano visto Mazzi ricoprire il ruolo di "direttore artistico musicale" e dividere la responsabilità dell'allestimento dello spettacolo con grossi calibri televisivi, Bonolis prima e Panariello poi. In estrema sintesi, trionfale il 2005, deludente il 2006 (soprattutto sul piano degli ascolti), comunque due Festival dal format rivoluzionario, soprattutto per il ripristino di una selettivissima gara a eliminazione anche per i Big. Dopo due anni di sperimentazione, si decise quindi di tornare alla "formula Baudo", che è poi anche la "formula Gianni Ravera", quella più tradizionale, e per lungo tempo vincente, della rassegna: divisione fra big e giovani, con finale assicurata per i primi,  tanti artisti in gara, ospiti stranieri cantanti e pochi altri elementi di contorno. 
Nel 2007, si diceva, vi era stato un ottimo riscontro di pubblico e di critica, forse per la scelta di un cast variegato nella categoria principe, per la presenza di debuttanti promettentissimi e dalle proposte non banali, di comici sulla cresta dell'onda e di vedettes internazionali in testa alle preferenze dei giovani e giovanissimi. Ci si avviò dunque con fiducia e serenità verso il Festival 2008, costruito grosso modo sullo stesso canovaccio, e che invece si rivelò un flop pauroso, con ascolti televisivi a picco. In quel momento, il "Sanremo" fu addirittura a rischio sopravvivenza. Il disastro era stato frutto, certo, di scelte artistiche non sempre felici nell'allestimento del cast dei concorrenti e degli ospiti, ma anche di una formula che, improvvisamente,  aveva mostrato tutto in un colpo la propria inadeguatezza ai tempi in vorticosa evoluzione. 
Era, quello, un momento di profondissimo cambiamento dei due mondi entro cui la kermesse si muove, quello della musica leggera e quello della tv. Nel primo stava manifestandosi in maniera sempre più acuta il crollo del mercato discografico, con la progressiva affermazione della modalità digitale di consumare i prodotti musicali, il secondo vedeva emergere, fra le altre cose, un autentico stravolgimento della concezione stessa di show televisivo (lontana anni luce dall'estetica e dalle modalità espressive Settanta - Ottanta - Novanta), l'instaurarsi di una vera e propria dittatura Auditel e mutamenti radicali nei gusti del pubblico, che han portato al tramonto di format televisivi un tempo inaffondabili e all'affermazione, anche qui, di modalità nuove di fruizione dell'offerta, da Internet ai canali satellitari, al digitale terrestre. 
A cavallo fra i due mondi si collocò il crollo della musica in formato "catodico": proprio in quel 2008 saltava all'ultimo momento il Festivalbar, che mai più avrebbe fatto la sua comparsa: una di quelle trasmissioni storiche improvvisamente diventate vecchie e demodé, di cui si accennava poco sopra; più in generale, perdevano appeal contenitori musicali strutturati in maniera tradizionale, sullo stile del vecchio Discoring, tanto che perfino un'istituzione internazionale come Top of the pops sembrava non avere più la solidità di un tempo. La musica in tv, a parte il Sanremo boccheggiante, diventava sempre più quella dei cosiddetti talent show, trasmissioni - fucine di lancio di giovani cantanti attraverso modalità da reality show. Uno scouting artistico molto discutibile nell'impostazione, nello stile e negli esiti, ma che ben presto si scoprì essere fondamentale, in quanto nuova via alla scoperta di nuovi talenti, laddove  i vivai delle case discografiche cominciavano a segnare il passo e le rassegne canore per debuttanti, un tempo in numero financo eccessivo, erano quasi del tutto scomparse.
Attorno a questi show, e ai personaggi da essi creati, prese forma un autentico delirio collettivo che dura ancora oggi: questi cantanti in erba diventano autentiche divinità per stuoli di ragazzini letteralmente impazziti, che inondano forum e blog di messaggi, coalizzandosi in massa contro chi osa anche solo avanzare dei dubbi sulle qualità artistiche dei loro idoli, e votano compatti tramite sms ogni volta che "scatta il televoto" e che occorre spingere il proprio beniamino verso il trionfo nella puntata di turno di "Amici" o "X Factor". Il televoto: altro fenomeno che sconvolge il rapporto fra chi fa musica e televisione e chi la fruisce. (1-CONTINUA).


domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: BILANCIO FINALE

Nel lungo romanzo del Festival di Sanremo, il capitolo dedicato al "quadriennio Mazzi" (il direttore artistico dimessosi ieri alla vigilia della finale) sarà probabilmente intitolato "Dittatura talent". Sbrigativo e non certo rappresentativo in toto della complessa realtà sviluppatasi all'Ariston e dintorni dal 2009 al 2012, ma certo ineccepibile sul piano puramente statistico, perché l'albo d'oro non mente: in quattro edizioni, tre vittorie di "Amici di Maria", alle quali possiamo aggiungere quelle, fra i Giovani, di Tony Maiello nel 2010 (passato da X Factor) e , a buon peso, di Alessandro Casillo l'altroieri (reduce da "Io canto"). 
EMMA, PERCHE' NO? - Ora però bisogna intendersi: generalizzare è sempre sbagliato, ogni caso va analizzato nella sua unicità, e, in soldoni, faccio estrema fatica a mettere sullo stesso piano i trionfi di Marco Carta (soprattutto) e Valerio Scanu e quello, fresco fresco, di Emma. I primi due erano stati per diversi aspetti scandalosi: quello di Carta per il dubbio talento, la scarsa preparazione tecnica e la bassa qualità del brano presentato, quello di Scanu perché in concorso c'erano almeno cinque - sei canzoni superiori. Per Emma, sinceramente, non me la sentirei di gridare allo scandalo: dei tanti prodigi o presunti tali usciti da questi benedetti talent, lei è sicuramente uno dei più "solidi", sia nell'attualità sia come prospetto. Personalità e doti interpretative non le mancano, e "Non è l'inferno", l'ho già scritto nel pagellone di ieri, era modellata su misura per puntare al primo posto, una canzone di stampo festivaliero aggiornata secondo i crismi degli anni Duemila.
Allo stesso modo, non trovo inopportuno il richiamo, nel testo, alla drammatica realtà italiana: c'è chi ha parlato di paraculismo e ruffianeria, e posso anche capire, ma sinceramente io trovo sufficientemente credibile una giovane donna, da poco arrivata al successo, che canta del lavoro che manca e delle difficoltà ad arrivare a fine mese, e ricordo che quella che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre che questo sventurato Paese ci ha "regalato": è una tragedia sociale che sta praticamente cancellando sogni e prospettive di vita di una generazione, e, se è vero che Sanremo è in parte specchio della nazione, credo sia persino doveroso che non rimanga chiuso in una bolla di vetro e che, anzi, amplifichi anzi tutto questo disagio. 
DOLCENERA IN... ZONA UEFA -  Questo in linea generale. Poi ci sono le valutazioni sulla qualità dei brani, che però a caldo sono in larga parte personali e solo sul lungo periodo potranno diventare più oggettive e tecniche: secondo me, ad esempio, Dolcenera ha portato quest'anno il miglior pezzo della sua carriera, e uno dei migliori in assoluto della rassegna: il solito brano che può godere di vasti consensi a Festival concluso, ma che nella gara canora, di solito, si ferma a ridosso del podio o poco più indietro, come è avvenuto. Così come non può sorprendere l'esclusione dal sestetto finale delle elaborate proposte di Bersani e Finardi, pur così diverse fra di loro. Riguardo ai primi tre, la sorpresa non è tanto Arisa, la cui canzone è assolutamente in linea con la tradizione melodica italiana e sanremese ed è stata impreziosita da una interpretazione di mostruosa perfezione e oltremodo sentita, ma Noemi, della quale del resto avevo già sottolineato lo straordinario talento vocale e la pregevolezza di un brano orecchiabile ma al contempo non banale, una disincantata ballad sulle pene d'amore con un ritornello quasi ossessivo che non può non farsi ricordare. 
TALENT E TELEVOTO ANCHE IN FUTURO - Già, Noemi: anche lei figlia di un talent, l'X Factor targato Rai. Ed è bene sia chiaro fin da ora che, nonostante la gestione di Gianmarco Mazzi sia giunta al termine (ma mai dire mai, nel mondo dello spettacolo: probabile che fra qualche anno ritorni), continuerà l'influsso sul Festival di questi particolarissimi (e per certi versi discutibili) show per aspiranti cantanti: è una realtà che, piaccia o meno, non è possibile ignorare nel mercato musicale odierno, alla luce delle crescenti difficoltà nel fare scouting che le case discografiche incontrano. Allo stesso modo, per lungo tempo non si potrà fare a meno del televoto, per tanti motivi.
Ciò che si può fare, come ha sottolineato anche l'esperto sanremese Eddy Anselmi, è trovare un sistema per ammorbidirne l'influenza sull'esito finale: se la superfinale a tre viene decisa solo dagli sms, e se fra questi tre c'è Emma o un altro "talent", il verdetto è scontato e purtroppo questa è stata una triste costante del quadriennio in oggetto (se ieri, magari, fosse arrivato all'ultimo rush un Francesco Renga, che al televoto vinse nel 2005, tutto sarebbe stato più incerto). Perché, ma è solo il primo esempio che mi viene, non inserire un voto di qualità anche per la sfida conclusiva (ma di esperti veri, però, non attricette improbabili che di musica ne sanno meno di me)? 
SANREMO O TELEPROMOZIONE? - La finalissima (che viene vista in ogni caso in misura oceanica, l'Auditel lo dimostra) si è in effetti retta in questi anni quasi esclusivamente sul pathos presunto della gara, che però anche ieri sera è risultato assai annacquato, per le ragioni suddette. Lo schema della serata conclusiva ha ricalcato in effetti quello, non troppo esaltante, di dodici mesi prima. Subito le dieci finaliste, con ritmi piuttosto sostenuti, poi una lunga attesa dei risultati da riempire con elementi di spettacolo non sempre convincenti. Gradevole ma non di grandissimo impatto Geppi Cucciari (che del resto non è artista da "far venire giù  il teatro", come aveva fatto la sera precedente Alessandro Siani, a proposito del quale si può ben dire: è nata una stella), che però guadagna punti grazie all'appello per la liberazione di Rossella Urru, sempre suggestiva la presenza dei Cranberries (da loro una lezione su come si possa sempre rimanere fedeli a un proprio stile musicale riuscendo però a non essere ripetitivi, e pazienza se Dolores ha dichiarato di non conoscere quasi nulla del repertorio musicale sanremese, glielo perdono volentieri!).
Dopodiché mi è venuto il sospetto di aver sbagliato canale, e di essere su una colossale telepromozione dei programmi Rai prossimi venturi, tipo "ApriRai" o il vecchio "Sette giorni tv": da Max Giusti a Lorella Cuccarini, fino al cast della fiction su Walter Chiari (e il venerdì era stata la volta del "giovane Montalbano" e dei protagonisti di "Ballando con le stelle"), mi è parso non mancasse proprio nessuno: forse un po' di buon gusto non guasterebbe: gli spot proposti a manetta negli intermezzi pubblicitari dello stesso Festival non erano sufficienti? Allungare meno il brodo delle serate precedenti e riservando per la finalissima qualcuno degli ospiti fatti sfilare da martedì a venerdì magari a tarda notte non sarebbe stato più funzionale alla buona riuscita dello show? E perché non aumentare il numero dei Big finalisti o, in alternativa, riservare all'apertura del Galà del sabato l'ultima sfida dei Giovani, che cosi ne guadagnerebbero in visibilità? Tutte domande che rimarrano senza risposta, grazie al pollice in su di Re Auditel.
IL PREVEDIBILE CELENTANO - Beh, certo, poi c'era Celentano, ma è stato tutto molto prevedibile: qualcuno pensava davvero che sarebbe tornato sui suoi passi chiedendo scusa? Qualcuno pensava che le giustificazioni per la  battuta - disastro sulla chiusura dei giornali sarebbero state convincenti (si è appellato all'uso del dovrebbero", ma non mi pare fosse il condizionale il nocciolo del problema)? Qualcuno pensava che non ci sarebbe stata qualche contestazione in sala, prontamente rintuzzata da applausi scroscianti non appena il molleggiato si fosse messo a cantare (promuovendo ovviamente il suo disco, anche questo prevedibile ma assolutamente legittimo, non vedo perché non avrebbe dovuto farlo e perché la cosa, per Aldo grasso, fosse così "triste")? Suvvia...
RICAMBIO GENERAZIONALE - E' stato un Festival con un buon livello musicale, pur senza picchi particolari, in linea grosso modo con gli ultimi due. Rispetto al 2011, si è forse puntato su una maggiore semplicità nella costruzione musicale, e quindi sull'orecchiabilità Ci sarà modo di ritornare sulla fine dell'era Mazzi (e conto di farlo già nei prossimi giorni), tuttavia già qui mi preme di sottolineare come l'ormai ex Direttore Artistico, fra i tanti meriti, si sia ascritto quello di aver svecchiato, gradualmente e in punta di piedi, la rosa dei partecipanti. Si era partiti, nel 2009, con una gara che schierava Al Bano, Fausto Leali, Patty Pravo e Iva Zanicchi; l'anno dopo, l'edizione da me preferita, una "violenta" ondata di gioventù, mitigata nel 2011 col ripescaggio di qualche grande vecchio e habituè della kermesse. Siamo arrivati nel 2012, e il cast dei Big ha presentato Dolcenera, Arisa, Irene Fornaciari, Nina Zilli (prodotti del vivaio sanremese negli anni Duemila),  Emma, Pierdavide Carone (da Amici) e Noemi (X Factor). In più una ragazza ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, Chiara Civello, stella del jazz. Bersani e Renga, così come d'Alessio e i Marlene Kuntz, non sono più di primo pelo ma neanche "vecchi", e sempre più o meno sulla cresta dell'onda. Fra i veterani, Dalla (che non veniva in gara da quarant'anni, giova ricordarlo) ha solo fatto da discreto accompagnatore a Carone, i Matia erano assenti dal 2005, Finardi dal '99 e solo alla terza partecipazione, l'unica vera assidua  presente è stata la Berté, peraltro in un "format" particolare con D'Alessio. Sì, il ricambio alla fine c'è stato: almeno al "Sanremofestival", l'Italia non è un Paese per vecchi. 
I CONDUTTORI - Due parole infine sulla squadra dei presentatori. Mi perdonerà Morandi, ma non mi ha convinto l'anno passato e tantomeno lo ha fatto questa settimana. Però in parte lo assolvo, per due motivi: 1) nonostante le esperienze ormai non più sporadiche sul piccolo schermo, non è un anchcor man; 2) la colpa è degli autori: non un guizzo, non un piacevole imprevisto nei loro testi. Certo, poi il Gianni è parso spesso poco reattivo nel non raccogliere certe battute. Stanchezza, lo posso capire. Capisco meno la presenza di Ivana Mrazova, la valletta (termine che le donne di spettacolo non gradiscono molto, ma in questo caso altro non era) meno incisiva di tutta la storia recente della kermesse. Di Rocco Papaleo ho scritto forse troppo poco in questi giorni, ma quel poco l'ho fatto col cuore: è un grande e poliedrico attore, il suo stralunato e ingenuo distacco, un po' recitato un po' autentico, ha reso più umana tutta la macchina Festival e più sopportabili le lunghe pause fra una canzone e un'altra, fra un ospite e un balletto. Io preferisco sempre mettere in primo piano i cantanti, ma, al di fuori della gara, auspico che Sanremo 2012 venga ricordato col volto beffardo, amico e comunicativo di Rocco, piuttosto che con quello di Celentano.