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mercoledì 7 febbraio 2024

SANREMO 2024, LA PRIMA SERATA: MENO IMMEDIATEZZA E TROVATINE FURBE, MA QUALCHE POTENZIALE TORMENTONE C'E'. IL CORAGGIO DI ANGELINA E IL GIOVANILISMO SPINTO DI MAHMOOD



Sensazioni. Solo a quelle ci si può affidare, una volta superato lo scoglio del primo ascolto del pacchetto-canzoni offerto da Sanremo '24. Una mole imponente di nuove produzioni, succedutesi a ritmo sostenuto lungo uno spettacolo fiume snodatosi per oltre cinque ore televisive. E dunque, ditemi voi come si possa anche solo azzardare un giudizio, sia pur parziale, sui trenta pezzi del 74esimo puzzle rivierasco. Ecco, appunto, sarebbe un azzardo, e non invidio le certezze di chi già ha stilato le proprie pagelle a caldo. Operazione legittima, soprattutto nell'era dei social che richiede di essere sempre "sulla notizia" e di proporre il proprio commento prima degli altri. Legittima ma rischiosa, perché le valutazioni sui primi ascolti di una tale abbondanza di opere non possono che essere affrettate e superficiali, persino se escono dalla tastiera dei critici più smaliziati, non dico da parte di dilettanti come me, che dunque per il momento prudenzialmente mi astengo (anche perché, davvero, per quasi tutte le canzoni sono fermo a quanto sentito ieri sera "on stage"), e mi limito ad annotare, come detto, solo alcune sensazioni immediate avvertite durante la diretta. 

Balza alle orecchie l'assenza di un brano che si stagli nitidamente al di sopra degli altri, come era accaduto per "Due vite" l'anno passato e, in misura minore, per "Brividi" nel '22. Soprattutto quello di Mengoni, era, anzi è, un "pezzone" che tutti, dalla stampa specializzata ai semplici ascoltatori, avevano avuto gioco facile nel pronosticare vincitore fin da subito. Quest'anno non è così, e non è detto che sia un male, anzi, è vero il contrario, perché ciò conferma quanto da me scritto ieri, ossia l'esistenza di un equilibrio esasperato nei quartieri alti, destinato a incrinarsi parzialmente solo dopo le due serate intermedie di oggi e domani. Un equilibrio costruito su fondamenta abbastanza solide, perché quello che si percepisce è un livello sostanzialmente più che dignitoso, pur se non siderale, dell'offerta musicale. In molte canzoni, questo sì, si è avvertita maggiore ricercatezza e minore immediatezza, ed è ciò che ha forse penalizzato i Negramaro, raffinati e nostalgici, in sede di prima, parzialissima classifica; in altre, pur gradevoli, sembra di primo acchito mancare la trovatina furba che assicura i primi posti delle charts, ma anche questo può essere visto come qualcosa di positivo, e in particolare è parsa coraggiosa l'attesissima Annalisa, che non ha la frase tormentone stile "Dove vaaaaai" o "Ho visto lei che bacia lui", ma porta comunque un singolo di notevole impatto, che non dovrebbe faticare a piazzarsi sia all'Ariston che fuori. 

Sensazioni e prime impressioni, dicevamo: è piaciuta la sofisticata dance di Clara, la coerenza artistica di Angelina Mango con un genere che non scimmiotta nessuno e che a Sanremo ha sempre trovato pochissimo spazio, il sapore vintage che ha vagamente colorato di anni Ottanta l'autobiografica "Pazza" della Bertè, trionfatrice di tappa. Più di tutti mi hanno colpito Emma, con un brano di grande incisività radiofonica, e Mahmood, uno dei pochi per i quali ho potuto beneficiare di un secondo ascolto: dopo la parentesi romantica con Blanco, è tornato a cantare di sé e delle sue esperienze giovanili, lo stile è sempre quello ma capace di rinnovarsi costantemente, con un ritmo ipnotico e un uso del linguaggio più estremo di quello di tanti trapper, un vero e proprio slang giovanilistico infarcito di espressioni incomprensibili a chi abbia più di vent'anni. Suggestivo e d'atmosfera Diodato, vocalmente imponente Irama, nel solco della tradizione la sofferta ballad di Alessandra Amoroso, meno lirici e più pop i ragazzi del Volo, che si mantengono comunque nell'alveo dei canoni melodici sanremesi. E anche Mr. Rain, pur senza bambini a supporto, sembra avere le stimmate per ripetere con "Due altalene", almeno parzialmente, l'exploit dell'anno passato, con una composizione delicata e intimistica. 

Queste ultime annotazioni confermano quanto si sospettava ieri, ovvero che ci sarà pure stato un incremento delle proposte ad alto tasso ritmico, ma non mancano, come è ovvio e doveroso che sia, le canzoni di stampo prettamente melodico, vecchia scuola italiana. Riguardo al comparto dance, forse solo ora si apprezza compiutamente l'importanza della partecipazione e del piazzamento di Lazza nell'edizione 2023: la sua ritmica, le sue sonorità, paiono far capolino in diversi brani, e non tutti sono riusciti a rivestirle di abiti nuovi e originali: attenzione, perché non basta appiattirsi su certi modelli per ripeterne il successo. I Kolors, se non altro, rifanno un po' il verso a loro stessi e, ad occhio e croce, si sono assicurati un altro tormentone dopo "Italodisco", vedremo se ugualmente destinato a lunga gloria.

Preferisco dire poco o nulla su chi si è esibito fra mezzanotte e l'una inoltrata: mente annebbiata (la mia), impossibile cogliere pregi e difetti, anche se mi è parso di percepire del buono in Alfa, Gazzelle e Il Tre. Discorso a parte per Dargen D'Amico, con una "Onda alta" straniante, che fa ballare, trascina, ha facile presa e però tratta un tema spinoso, quello dei migranti e dell'inferno nel Mediterraneo. Bene ha fatto il funambolico artista a lanciare un appello per la pace a esibizione conclusa; una presa di posizione che si ritrova anche nel testo di Ghali, per una "Casa mia" che va riascoltata e soppesata per bene. 

Basta così, per ora. Qualche nota sullo spettacolo nel suo complesso, che ha offerto come unica sorpresa l'incursione di Ibrahimovic, di ritorno tre anni dopo la co-presentazione a teatro vuoto, Marco Mengoni ha giganteggiato come performer musicale e ha superato la prova come collaboratore di Amadeus, grazie ad alcuni semplici siparietti alimentati da un modo di fare da ingenuotto un po' a disagio nella grande kermesse. Una "intramuscolo" l'apparizione di Federica Brignone, di cui in questi termini non si avvertiva il bisogno, mentre anche Fiorello è andato sulla comicità "easy", con lo sketch del clone creato dall'intelligenza artificiale: si ride con poco, ma si ride, e al giorno d'oggi non tutti i comici di professione possono dire di sapere suscitare con tale abilità l'ilarità del pubblico. Ma tutto è sostanzialmente rimasto negli argini di una certa prevedibilità: certo, dopo l'apparizione del presidente della Repubblica dodici mesi fa, era difficile poter stupire, e allora ritorniamo a quanto si diceva ieri: la gara è tornata ad assumere centralità assoluta, sia pur diluita nell'arco di tante, troppe ore. Bene così.  Discorso a parte per la presenza della mamma di Giogiò Cutolo, il giovane musicista ucciso a Napoli, che ha suscitato emozione e commozione vere con una lettera al figlio perduto priva di odio e carica di ricordi e di voglia di giustizia. 

martedì 6 febbraio 2024

SANREMO 2024, TUTTI IN CARROZZA! GARA EXTRALARGE PER QUANTITA' E QUALITA': GROSSI NOMI E TANTO EQUILIBRIO, FRA DIVI DEL MOMENTO E VETERANE AGGUERRITE


Credo che raramente, dopo le edizioni kolossal degli anni Sessanta, il Festival di Sanremo abbia presentato ai nastri di partenza un cast di concorrenti di livello così elevato. Parole non usate a caso, le mie: nel concetto di "livello elevato" rientrano vari fattori. Il prestigio, il curriculum, la fama e il successo commerciale conquistati in archi temporali più o meno lunghi, e ovviamente il ruolino di marcia sulla Riviera ligure. Ecco, partiamo da qui: sono pronti a darsi battaglia quattro vincitori in tempi recenti, ossia Emma, Il Volo, Diodato e Mahmood, che la statuetta l'ha conquistata addirittura due volte. A questi vanno aggiunti Francesco Renga, impostosi comunque in un 2005 che sembra ieri e purtroppo non lo è, e i Ricchi e Poveri, trionfatori nel 1985 e per un paio di decenni assidui frequentatori della kermesse, prima di un lungo e inspiegabile oblio che durava dal 1992. 

CAST STELLARE - E poi, come detto, nomi di primissimo piano del panorama musicale italiano di oggi: l'asso pigliatutto delle classifiche Annalisa, diva pop glamour del momento, i debuttanti di lusso Ghali ed Alessandra Amoroso, colossi della discografia nostrana del ventunesimo secolo come i Negramaro, di ritorno dopo quasi vent'anni, giovani rampanti come Sangiovanni e soprattutto Angelina Mango, scintillante rivelazione dell'estate '23, stagione che ha visto spadroneggiare in radio, chart e piazze il tormentone "Italodisco" dei Kolors, ringalluzziti dopo un periodo di appannamento e loro pure pronti a inseguire il sogno dell'alloro più ambito. Ancora: un ragazzo già veterano come Irama, che dopo le incertezze degli esordi non ha più sbagliato un colpo all'Ariston, e i mostri sacri Fiorella Mannoia e Loredana Bertè: finite ai primi posti e con qualche recriminazione in occasione delle loro ultime partecipazioni (2017 e 2019), entrambe pronte ad affrontare la sfida con propositi bellicosi, il che, in campo canoro, significa semplicemente con dei brani di peso e di grande impatto emotivo, perlomeno in questi termini ne hanno parlato gli addetti ai lavori che hanno potuto ascoltarle in anteprima. 

QUANTI FAVORITI! - Questo lungo preambolo per dire che, cantante più cantante meno, la metà dei partecipanti può nutrire, a bocce ferme, legittime ambizioni di vittoria. Un equilibrio esasperato ed emozionante, degno della Serie A italiana di calcio negli anni Ottanta e Novanta; un equilibrio che, ovviamente, comincerà a spezzarsi fra martedì e giovedì, dopo aver ascoltato un paio di volte i pezzi. Perché è chiaro che è sempre la canzone a decidere, ma lo è a maggior ragione in una tenzone in cui i favoriti non sono solo due o tre, ma ben di più. Ora come ora, l'incertezza è assoluta: le stesse sensazioni dei critici, che con le loro pagelle hanno invaso giornali e web un paio di settimane fa, vanno prese con ampio beneficio d'inventario, in quanto non basta sentire una sola volta, e una dopo l'altra, una trentina di composizioni nuove di zecca per poterne fornire un'analisi ampia, oggettiva, dettagliata. Da giovedì cadranno certi favoriti, dicevamo (magari non per inadeguatezza del lavoro presentato, ma solo a causa di proposte meno immediate e incisive) ma forse se ne aggiungeranno altri, penso a emergenti interessantissimi come Rose Villain, Gazzelle, i Santi Francesi, o a un Mr. Rain estremamente coraggioso (ma il sottoscritto l'aveva previsto in tempi non sospetti) nel rimettersi subito in gioco dopo l'inaspettato riscontro di "Supereroi". 

MUSICA DI OGGI - Insomma, il thrilling è garantito, e così tanti bei nomi fra gli interpreti e gli autori dovrebbero assicurare una discreta messe di brani da quartieri alti delle hit parade. C'è ottimismo, è chiaro: un ottimismo giustificato dai risultati sensazionali del poker di edizioni fin qui guidate da Amadeus, edizioni che hanno aiutato il mercato tricolore della  musica leggera e che hanno assicurato al mastodontico carrozzone festivaliero una vigorosa cura ricostituente, realizzando il sogno proibito di tanti organizzatori e direttori artistici del passato, ossia riportare Sanremo nel pieno dell'attualità canora, nella contemporaneità, sia per lo spessore dei partecipanti sia per i generi dei brani in concorso, assolutamente in linea con quanto è oggi apprezzato dai fruitori di musica, soprattutto i più giovani. Certo è pur sempre un'arma a doppio taglio, che porta con sé il rischio di costruire una manifestazione fin troppo mainstream, con poco spazio per le realtà più di nicchia e con un pacchetto canzoni omologato e standardizzato, che va in direzione di uno solo tipo di gusto. Per questo 2024, ad esempio, pare che siamo attesi al varco da una nutrita serie di opere all'insegna del ritmo sostenuto e della ballabilità. 

TROPPA DANCE? - C'è chi teme un Sanremo troppo "dance", in altre parole: ebbene, a costoro direi di non preoccuparsi. A parte che, conoscendo il repertorio dei cantanti in lizza, anche questa volta non mancheranno ballad, pop di maniera e un pizzico di cantautorato. Ma comunque, che male potrà mai fare un po' di dance, di sonorità movimentate e trascinanti? Abbiamo assistito a edizioni del festivalone con una presenza oltremodo invasiva di melodia classica, di brani scritti seguendo i binari dei canoni più tradizionali e del bel canto all'italiana: anche in quel caso, il troppo stroppiava, e oltretutto allontanava Sanremo dal resto del mondo musicale, da ciò che si sentiva e si comprava, portandolo alla  crisi degli anni zero di questo secolo, una crisi non meno grave di quella dei Settanta e che prima o poi andrà approfondita in tutti i suoi aspetti, per evitare il ripetersi di certi errori.

LE ORE PICCOLE - Dunque, nessuna paura: un Sanremo radiofonico, à la page, pronto per download e streaming, è cosa buona, giusta e utile. Perfettibile, questo sicuramente, ma non da stravolgere nel momento, a quanto pare vicinissimo, in cui il conduttore di Affari tuoi passerà la mano. Avremo modo, credo, di tornare sul delicato argomento "successione" nei prossimi giorni. Un po' di timore, questo sì, c'è di fronte all'approccio per niente soft che ci richiede la kermesse numero 74, con tutti gli artisti subito in pista in una prima serata che si annuncia interminabile come una finalissima, per cui sarà difficilissimo apprezzare e comprendere, anche solo parzialmente, ogni singola canzone. Ecco, quello della lunghezza estenuante di tutte le serate, e non solo dell'ultima, è uno degli aspetti su cui il futuro direttore artistico dovrà lavorare, mettendosi una mano sulla coscienza pur salvaguardando le esigenze dell'audience, della Rai e degli investitori. E' anche vero che abbiamo già avuto vernissage pieni di canzoni: 29 nel 1997 e 28 nel 1998, i primi esempi che mi vengono in mente, ma all'epoca, un'epoca in cui il Festival era già molto più spettacolo televisivo e meno gara, c'era comunque una quantità inferiore di elementi di contorno extra, e meno chiacchiere ad allungare il brodo, tanto che ci si poteva permettere un Dopofestival a orari umani. 

PARCO OSPITI NON ESALTANTE - Ecco: parlando dello spettacolo nel senso più generale, non ci sono spunti di particolare interesse. Gli ospiti stranieri cantanti si sono pressoché dileguati (avremo Skin e Jack Savoretti nell'happening dei duetti del venerdì, ma quello è un capitolo a parte), si torna a pescare fra le superstar del cinema d'oltrefrontiera senza nemmeno cercare nomi nuovi, visto che Russel Crowe e John Travolta erano già stati all'Ariston nel 2001 e nel 2006, rispettivamente. Si era detto che che non ci sarebbero stati superospiti italiani, ma fin da subito chi conosce, anche superficialmente, i meccanismi del Festival, poteva immaginare che così non sarebbe stato: c'erano da riempire due palchi aggiunti, quello di Piazza Colombo e quello della nave da crociera, ed ecco quindi pronti a sfilare fuori concorso i vari Lazza, Tananai e Rosa Chemical, protagonisti in misura diversa nel 2023, ma anche Tedua e Bresh, quest'ultimo dato per concorrente quasi certo fino al momento della lettura del listone al Tg1. E poi le celebrazioni di Ramazzotti e della Cinquetti, doverose ma che non profumano certo di novità (entrambi hanno già calcato quel palco durante la gestione di "Ama"), senza contare che Mengoni, Giorgia e Paola e Chiara saranno... multitasking, presentatori (le due sorelline al Primafestival già partito), ospiti canori o duettanti. Ma con tutto il rispetto, il panorama delle guest stars è ben lungi dal suscitare entusiasmi, confermando una tendenza tutto sommato benefica per la salute della rassegna: la gara sempre più monopolizza l'attenzione e oscura tutto il contorno, riportando, ebbene sì, il Sanremo di oggi assai vicino alla filosofia dei suoi primi decenni di vita. 

giovedì 2 settembre 2021

POWER HITS 2021: A VERONA MENGONI VINCE LA GARA DEI TORMENTONI ESTIVI. OCCASIONE PER UN BILANCIO (POSITIVO) DELLA STAGIONE CANORA BALNEARE


In principio fu il Festivalbar, poi arrivò il Summer Festival di Mediaset, ma da qualche anno tocca soprattutto al Power Hits Estate fornire un quadro d'assieme della musica leggera canicolare. Soprattutto ma non solo, perché fra luglio e agosto la carretta delle rassegne vacanziere l'ha tirata il Battiti Live di Radio Norba. Ma il "punto e a capo" lo mette la kermesse targata RTL 102.5, che martedì sera ha celebrato  il suo atto finale in un'Arena di Verona nuovamente affollata di pubblico, pur con le ovvie limitazioni richieste dalla pandemia. L'occasione è quantomai ghiotta per tentare di stilare un bilancio, di valutare il livello qualitativo della proposta canora stagionale. 
BILANCIO IN ATTIVO - Ebbene, vogliamo dirlo? Il bilancio è assolutamente positivo. Trattasi chiaramente di giudizio strettamente personale. Da anni cerco di evitare come la peste il nostalgismo fine a se stesso, all'insegna del "una volta era tutto più bello", "non ci sono più le canzoni di un tempo", "la musica di oggi fa schifo". Semplicemente non è vero: non lo è in senso assoluto, non lo è per il pacchetto canzoni che l'estate 2021 lascia in eredità ai posteri. Come anche le ultime edizioni del Festival di Sanremo hanno dimostrato, gli autori di casa nostra stanno attraversando un momento di buona vena. In questa sede mi riferisco esclusivamente all'easy listening balneare, il cui compito è di sottolineare la leggerezza dei mesi caldi con ritmi allegri e ritornelli accattivanti. Il che non è uno scandalo: è sempre stato così da quando la canzonetta è diventata affare industriale; era così anche ai tempi oggi tanto rimpianti dai suddetti nostalgici, anzi, anche di più, perché oggi il settore vive un momento di crisi vera, non come quella sbandierata ad ogni pié sospinto dagli addetti ai lavori nei decenni passati, anche in periodi di autentiche vacche grasse, coi dischi che si vendevano letteralmente a milioni. 
CONFORMISMO STILISTICO - Assurdo munirsi di puzza sotto il naso, dunque, nell'approcciarsi a una serata come quella veronese, che è stata soprattutto serata di musica di presa immediata, quella che una volta si gettonava nei juke box. Certo, buona parte di questa fresca produzione canora  è votata a un certo conformismo stilistico: cioè, individuato il genere sulla cresta dell'onda, ci si butta a pesce e lo si inflaziona. Anche qui, perfettamente inutile appellarsi ai bei tempi che (non) furono, perché non vi è nulla di nuovo sotto il sole: Nella parte centrale degli Eighties, per dire, ci fu l'abuso della dance modalità "italo disco", e dell'elettronica infilata anche dove era meglio non ci fosse; in tempi più recenti è stata la volta del rap e del trap, a cui da un po' di tempo si è aggiunto e sovrapposto il reggaeton. Oggi come ieri, il segreto del successo sta nell'interpretare questi stili con un minimo di originalità creativa: chi ci riesce è destinato a durare un po' di più, nell'archivio della memoria dei tormentoni estivi all time. 
REGGAETON: HUNT E MENA I MIGLIORI - Esempio: Elettra Lamborghini con la sua "Pistolero" non ha portato nessuna ventata d'aria fresca, e il suo pezzo scorre via come acqua, senza lasciare tracce. Nella galassia reggaeton, decisamente meglio le due coppie italo-ispano-americane, Fred De Palma-Anitta e Rocco Hunt-Ana Mena: fra "Un altro ballo" e "Un bacio all'improvviso", due proposte analoghe, si fa preferire la seconda di Rocco e Ana, per quel tocco di romanticismo da melodia nostrana vecchio stile che va ad ammorbidire le sonorità frizzanti  richieste dal genere, e per l'arrangiamento un po' più variegato. Sono andati sul sicuro i Boomdabash, che hanno... sostituito Alessandra Amoroso con Baby K e fatto centro con una "Mohicani" abbastanza banale ma indubbiamente furbetta e facile da mandare a memoria. La Amoroso quest'anno ha fatto da sola, con il semplice inno alla positività "Un sorriso grande", indubbiamente gradevole. 
POLLICE IN SU: MENGONI, AMOROSO, EMMA-BERTE', BLANCO-SFERA - Pop italiano contemporaneo, il suo, che non strizza l'occhio a tentazioni esotiche, proprio come quello di Marco Mengoni", che con la trascinante "Ma stasera" è stato il trionfatore della serata: il suo brano si è infatti aggiudicato il titolo di "tormentone estivo 2021". Verdetto che ci può stare, per quello che può valere; la stessa Alessandra avrebbe meritato l'alloro (ma era reduce da due successi consecutivi nelle passate edizioni), e poteva farcela perfino il duo Blanco - Sfera Ebbasta con una "Mi fai impazzire" martellante e dalla struttura sonora variegata. Pollice in su anche per la coppia Emma-Loredana Bertè, in perfetta sintonia nell'esecuzione di "Che sogno incredibile", reggae all'acqua di rose che emana davvero profumo d'estate, ma che si sarebbe adattato benissimo anche a una ribalta più ovattata e invernale come quella sanremese. 
VANONI-COLAPESCE-DIMARTINO: IRONIA PREVEDIBILE - Del trio Fedez-Lauro-Berti si è fin troppo parlato, "Mille" è tre canzoni in una, per via degli stili e delle modalità interpretative degli interpreti radicalmente diverse e distanti tra loro: un prodotto intergenerazionale, più intelligente che astuto, con gli ingredienti giusti per accontentare un po' tutti, ragazzi e adulti. Diverso il discorso per un altro strano trio, quello formato da Colapesce, Dimartino e Ornella Vanoni, con una "Toy Boy" che punta tutto su un'ironia un po' "telefonata", prevedibile, visti i protagonisti, ma tutto sommato riuscita, pur non attingendo vette epocali.   
IL POP DI CLASSE DI SAMUEL-MICHIELIN E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Chi rischia e chi no: non ha rischiato Irama con "Melodia proibita", che prosegue il discorso della festivaliera "La genesi del tuo colore" senza ripeterne la possanza e la forza penetrativa; lo ha fatto invece Mahmood con una straniante "Klan" ed una esibizione corale centrata soprattutto sull'aspetto coreografico. E coraggiosa pure Madame (ma ci mancherebbe che non lo fosse, alla sua età e già con la bacheca gonfia di riconoscimenti di critica e pubblico), che in "Marea" prosegue nei suoi azzardi ritmici, e soprattutto continua a giocare con le parole e la pronuncia delle stesse. 
Ancora coppie a go go, come da tendenza recente ormai consolidata: non brillano Annalisa e Fede Rossi con una "Movimento lento" che pure ha mietuto notevoli successi discografici; un gradino sopra, pur senza eccellere, Noemi e Carl Brave con "Makumba", variopinta sul piano della struttura musicale, impreziosita dalla vocalità di Veronica e resa bizzarra dalla cadenza "centroitalica" dell'interprete maschile. Decisamente meglio "Cinema" by Samuel e Francesca Michielin, pezzo di sostanza, una pop dance contemporanea di spessore internazionale, con venature autoriali. E a proposito di cinema... ecco ricomparire i Sottotono in "Mastroianni", sempre fedeli ai loro canoni stilistici di un tempo, forse meno efficaci ma perfino con tratti di eleganza compositiva. Non male. 
TAKAGI-KETRA-FERRERI: NESSUN GUIZZO - Pilota automatico per il collaudato trio Takagi-Ketra-Giusy Ferreri, che hanno fatto centro, radiofonicamente parlando, anche con "Shimmy Shimmy", ma devono stare attenti a non prosciugare del tutto il prezioso filone "da ombrellone" inaugurato con "Amore e capoeira". Ottima conferma per La Rappresentante di Lista con "Vita", diversa e più ballabile rispetto alla classica e struggente "Amare" presentata all'Ariston, a dimostrazione del loro eclettismo. Da rivedere sulla lunga distanza Sangiovanni, per ora ancorato a un easy listening giovanilistico ma con acrobazie e originalità testuali non disprezzabili in "Malibù". Fra gli stranieri, da segnalare Bob Sinclair che azzecca con mestiere "We could be dancing" grazie soprattutto alla voce di Molly Hammar, e Dotan con una "Mercy" di grande atmosfera pur se non particolarmente innovativa. 
CHI NON C'ERA E DOVEVA ESSERCI - Assenti che avrebbero meritato la ribalta scaligera: i Coma_Cose con la avvolgente "La canzone dei lupi", i Kolors in fase di netto rilancio con l'ottimo recupero in chiave moderna di certe soluzioni ritmiche degli anni Ottanta in "Cabriolet Panorama", e soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, la cui briosa "Scrivile scemo" è stata senz'altro una delle colonne canzonettistiche dell'estate che sta per concludersi. E ancora Ariete, che ne "L'ultima notte" fa pop tradizionale all'italiana svecchiandolo con linguaggio e con una dizione adolescenziale (abitudine che ha preso piede nell'ultima nouvelle vague nostrana ma che alla lunga potrebbe perfino risultare fastidiosa), per finire con il "Coro Azzurro" di Arisa e degli Autogol, frizzante port bonheur del trionfo a Euro 2020. 
PRESENTATORI A GO GO - Per contro, il gala è stato arricchito da alcune presenze d'eccezione, come i Duran Duran e una Carmen Consoli che prepara un rientro in grande stile. In assoluto, la serata è stata riuscitissima perché snella, veloce, consacrata totalmente alle sette note nonostante la pletora di presentatori, non tutti essenziali: Angelo Baiguini e Federica Gentile nelle vesti di "vecchi saggi" (senza offesa, naturalmente), i tre giovani Matteo Campese, Fabrizio Ferrari e Paolo di Benedetto a menare le danze con disinvoltura per larga parte della maratona, e un Massimo Giletti di cui non si è ben compresa l'utilità specifica, ma tant'è. Di buono c'è stato che i conduttori non hanno insistito più del dovuto sui riconoscimenti discografici ottenuti dalle varie canzoni in concorso, come invece, tanto per dire, è avvenuto in maniera financo irritante nel corso dell'ultimo Battiti Live. 
DALL'ARENA ALL'ARISTON - L'architettura dell'evento, dalla conduzione alla rapida successione degli artisti, ha ricordato molto il Festivalbar, eterno, inevitabile paragone per i suoi "successori": di diverso, rispetto all'ultima versione della manifestazione di Vittorio e Andrea Salvetti, una parvenza di competitività, visto che il premio a Marco Mengoni è stato il risultato di una classifica fondata sia sull'esposizione radiofonica dei brani in concorso, sia sulle preferenze espresse dagli ascoltatori di RTL. Un'ultima postilla: La Rappresentante di Lista e Colapesce-Dimartino hanno riproposto, nell'occasione, anche i loro pezzi sanremesi, ulteriore testimonianza di quanto sia stata azzeccata la selezione effettuata quest'anno da Amadeus. E a proposito: quali dei cantanti visti all'opera in Arena saranno presenti all'Ariston a febbraio? Secondo me più di uno, anzi parecchi. Arrivo a dire che, per alcuni di loro, provare la carta rivierasca sarà quasi un dovere, per diversi motivi. Ne riparleremo a breve. 

mercoledì 6 febbraio 2019

SANREMO 2019: COMMENTO ALLA PRIMA SERATA. TROPPA CARNE AL FUOCO, PRESENTATORI A SCARTAMENTO RIDOTTO


Dopo la prima serata, una sola certezza, che è poi una piacevole conferma: di tutti i Sanremo succedutisi nel ventunesimo secolo, questo è senz'altro il più contemporaneo, il più rappresentativo dell'attuale scena musicale italiana, una vera full immersion nella realtà. Non è poco: in passato ci si è spesso riempiti la bocca con la parola "contemporaneità", che, alla prova dei fatti, nel cast era rappresentata da pochi volti affiancati ai soliti noti, giusto per dare il contentino alle nuove generazioni senza urtare più di tanto il pubblico tradizionale del Festivalone e dell'ammiraglia Rai. Gaudeamus, dunque, se pensiamo a certe definizioni taglienti date dai critici ad alcune edizioni che furono, da "Jurassic Sanremo" a "Fuga da Sanremo". Non si è cercato di rassicurare lo spettatore medio con la solita manciata di Al Bano, Cutugno e compagnia da tempo cantante: una scelta coraggiosa che va rispettata, tanto più nel momento in cui porta a un calo di audience che probabilmente era stato messo in preventivo da direttore artistico e vertici della tv di Stato. 
RAFFAELE E BISIO "FRENATI", SPETTACOLO PIATTO - Per il resto, abbiamo assistito a un'apertura interlocutoria, e non è stata certo la prima volta. Va detto che il format della serata era condizionante: si trattava di proporre, in un'unica lunga carrellata, tutte e 24 le canzoni in gara. Tante, troppe: probabilmente non ci si era più abituati. Da questo punto di vista, nonostante il taglio innovativo della proposta musicale, è stato invece messo in scena uno spettacolo old style: una serata modello "Sanremo di una volta", con una lunga successione di brani, senza troppi diversivi. Proprio per questo, non me la sentirei di bocciare in toto la qualità dello show: è vero, la sensazione è stata di un certo piattume generale, mancanza di guizzi in grado di far saltare sulla sedia i teleutenti. Ma non c'era la possibilità di spaziare troppo, e a pagarne lo scotto sono stati soprattutto i due "battitori liberi" alla presentazione, Virginia Raffaele e Claudio Bisio: in particolare, la verve comica dell'ex conduttore di Zelig è parsa appannata, anche nell'unico momento "solista" avuto a disposizione, con un monologo sui migranti privo di autentica originalità.
BAGLIONI NON BRILLA - Virginia se l'è invece cavata, e del resto, nonostante la giovane età, sa come muoversi sui palchi importanti, variando registri e adattandosi alle circostanze. Le imitazioni e gli sketch li vedremo probabilmente da stasera in avanti, nella serate con meno musica e più intrattenimento; di rilievo comunque il duetto con Pier Francesco Favino nel miscuglio di musical Mary Poppins - Bohemian Rapsody - Sister Act. Un po' poco, d'accordo, ma, ripeto, mancava proprio il tempo materiale per fare di più. Quanto a Baglioni, è stato più discreto rispetto all'onnipresenza del 2018, e questo è un bene, ma anche più "legnoso" e meno a proprio agio: effetto delle polemiche della vigilia? Può essere, visto anche lo scambio di battute con Giorgia a proposito delle sue prospettive professionali... 
TROPPE CANZONI IN UN COLPO SOLO - La musica, adesso. Si diceva della quantità esorbitante di canzoni: da anni non erano così tante al vernissage. Dodici mesi fa i big in gara furono venti, ai tempi di Carlo Conti si raggiunse il tetto massimo di 22 nel 2017, quando però i concorrenti vennero equamente distribuiti nell'arco delle prime due sere. Un menu sovrabbondante e difficile da digerire: sarebbe pertanto ingiusto e avventato, per quel che mi riguarda, cominciar da subito a tranciare giudizi più o meno inappellabili. Non invidio i giornalisti chiamati a fare le loro valutazioni già dopo il primo ascolto in anteprima a loro riservato dalla Rai, qualche settimana fa. E se i blog fossero esistiti già negli anni Ottanta, quando invece era una regola presentare da subito tutti i brani della categoria regina (per ragioni legate alle votazioni Totip, che dovevano concludersi il sabato mattina e che quindi richiedevano un ascolto immediato dei pezzi), mi vien da pensare a che fatica avrei fatto a scrivere qualche nota critica, visto che, prima della finale, le canzoni venivano proposte all'Ariston solo una volta... e mezza (c'era un parzialissimo riascolto nella serata del venerdì), e per poterle apprezzare meglio l'unica soluzione era quella di agire affannosamente sulla manopola della radio alla ricerca di emittenti che trasmettessero già la nuova produzione... 
NEK, ARISA E BOOMDABASH: ORECCHIABILITA' - Anche la scaletta non mi è parsa congegnata in modo perfetto: gran parte dei grossi calibri hanno avuto il privilegio di esibirsi nelle prime ore di diretta, lasciando a notte fonda molti emergenti e volti meno popolari. Si poteva invece spostare dopo la mezzanotte almeno un paio dei personaggi più attesi, per alimentare un clima di attesa che avrebbe spinto maggiormente i rilevamenti Auditel. Poi, certo, in mezzo a tale bombardamento di note qualcosa nelle orecchie è rimasto. Ad occhio e croce, le opere di Nek, Arisa e Boomdabash hanno le stimmate dei potenziali tormentoni, la Bertè presenta un brano tutto sommato convincente e ben interpretato, a sancire il definitivo recupero vocale di un'artista che una decina d'anni fa pareva perduta. Francesco Renga e Il Volo hanno sposato la prudenza, nel senso che sono rimasti fedelissimi alla loro cifra stilistica senza correre rischi innovativi, ma possono comunque lasciare il segno sia al Festivalone che nelle chart.
SILVESTRI, NIGIOTTI E NEGRITA: TESTI DI PREGIO - Chi ha stupito favorevolmente è stato invece Daniele Silvestri che, con la collaborazione di Rancore, sembra aver confezionato un piccolo gioiello cantautorial - rap di raffinata crudezza. Achille Lauro martellante con la sua Rolls Royce (ma il regolamento del Festival non dice che gli artisti "non potranno pronunciare frasi, compiere gesti, utilizzare oggetti o indossare capi di vestiario aventi riferimenti, anche indirettamente, pubblicitari o promozionali"?), Carta e Shade leggerissimi ma assai radiofonici, Mahmood originale e moderno, Ultimo su una linea melodica coniugata al presente e l'ormai nota, eccellente capacità di scrittura. Nigiotti brilla soprattutto per un testo sentito, intimo e commovente, i Negrita portano un pop-rock morbido e avvolgente a sostegno di parole di forte impegno civile. Ma tutto va risentito con calma, e in un contesto festivaliero meno zeppo di voci e proposte. 
OSPITI SUPERFLUI - Rimane da parlare degli ospiti: quelli canori, come volevasi dimostrare, hanno aggiunto poco o nulla allo spettacolo. Abbiamo solo sentito un bel duetto della Bocelli Family in "Follow me", col condimento di un telefonatissimo passaggio di consegne fra padre e figlio, e avuta la conferma che Giorgia, quanto a doti vocali, non ha proprio nulla da invidiare alla compianta Whitney Houston di cui ha intonato "I will always love you"; però non c'era bisogno di questa comparsata per averne la certificazione, e sarebbe stato più piacevole sentire da lei un pezzo inedito presentato in competizione. Ma di questo "figli e figliastri" ho già parlato ieri... Favino sugli stessi, ottimali standard dell'anno scorso, sostanzialmente inconsistente il contributo di Claudio Santamaria, pur se una certa spigliatezza lo pone come autorevole candidato, perché no, a una futura conduzione del Festivalone. 

sabato 28 novembre 2015

BILANCIO DI SANREMO GIOVANI: FORMAT SENZA NOVITA', MA TRE - QUATTRO NOMI DA SEGUIRE


Televisivamente parlando, il ripristinato Sanremo Giovani non ha detto granché di nuovo. Nessuna ventata di freschezza nell'ormai fossilizzato mondo dei talent catodici, a meno che non si voglia considerare elemento rivoluzionario la pedana con caselle luminose sulla quale ciascun concorrente doveva indietreggiare, ogni volta che riceveva un voto negativo da parte della giuria. Ci ha provato Piero Chiambretti a smitizzare la pomposa solennità del format, presentandosi con il "manuale del perfetto giurato" dal quale ha pescato, perla dopo perla, le classiche frasi fatte di questi temutissimi gruppi di esperti ("Non mi hai emozionato" e via banalizzando), ma i suoi generosi tentativi sono stati vani: il linguaggio e la sceneggiatura di queste trite trasmissioni hanno avuto largamente il sopravvento, fagocitando anche l'unicità di un evento come la scelta dei debuttanti per il Festivalone ligure, ben altra cosa rispetto a un "The Voice" o a un "X factor". 
GIURIA TROPPO EMOTIVA - Inutile pertanto disquisire sulle opinabili decisioni della commissione, che peraltro nella circostanza ha forse preso una sola, colossale cantonata, con l'eliminazione della bionda Una. Spiace, ma statisticamente parlando è una percentuale che si può tollerare. Casomai, sarebbe stata apprezzabile qualche motivazione tecnica in più a sostenere ogni promozione o bocciatura, onere che si è in pratica accollato il solo Giovanni Allevi. E personalmente avrei gradito un minor coinvolgimento emotivo di certe giurate, che si sono scatenate alzandosi in piedi e ballando durante le esibizioni di alcuni degli artisti in gara. Insomma, il ritorno della preselezione autunnale tredici anni dopo il flop di "Destinazione Sanremo" non ha fatto scattare alcuna scintilla: era di certo più innovativa, piuttosto, la formula adottata nel secondo anno di gestione Mazzi - Morandi, con le audizioni live delle aspiranti Nuove Proposte trasmesse in diretta web, in una maratona sfiancante ma di indubbio fascino. Un'idea perfettibile e tuttavia di grana buona, che infatti è stata sollecitamente accantonata. 
IL TENORE POP - Sul piano degli esiti del concorso, come detto prima, non vi sono stati verdetti tali da far gridare allo scandalo. Meritava forse qualcosa di più Una, col suo cantautorato di stampo moderno e un testo che dimostra come si possa parlar d'amore in maniera non banale pur restando nel solco della tradizione, mentre fra gli ammessi non ha suscitato particolare entusiasmo il giovane Irama, la cui vena compositiva pare ancora acerba. Nessun rimpianto per l'esclusione di Francesco Guasti, con un soft rock di facile presa ma che non brilla per originalità, e per lo sciapo duetto fra Valeria e Piero Romitelli. Era abbastanza scontata la promozione dell'italo - australiano Michael Leonardi, che si inserisce con abilità nel filone ultravincente inaugurato dal Volo ma che nel suo pop tenorile porta un valore aggiunto, con atmosfere che casomai richiamano certe soundtrack dei più recenti episodi di 007. 
CECILE: BRAVA MA SOPRA LE RIGHE - Si può già parlare di papabili per la vittoria finale: la dance trascinante e al passo coi tempi di Francesco Gabbani si sposa con un testo ben congegnato, in "Amen", e con un easy listening non lontano da quello che lanciò dodici mesi fa Giovanni Caccamo. Cecile, con "N.E.G.R.A.", ha la proposta più in linea con la musica che oggi monopolizza gli airplay radiofonici, un rap hip hop ruvido e graffiante sia nella ritmica sia nei versi, magistralmente interpretato; casomai, qualche perplessità si può avanzare sul videoclip del brano, che lascia ben poco all'immaginazione riguardo al corpo della graziosa cantante. Il testo del pezzo bastava e avanzava per lanciare un messaggio antirazzismo ben concepito e senza giri di parole: non scandalizza la nudità in quanto tale, figurarsi, ma il fatto che in questo caso sia tutto sommato gratuita. La ragazza sembra già fin troppo scafata sul piano della comunicazione, ha capito l'importanza della "musica - immagine" facendo apparire innocue pivelline, al confronto, la Anna Oxa in tutina aderentissima del 1985 e la Bertè col pancione dell'anno dopo. Ma non è detto che ciò abbia una valenza positiva, non per me almeno. 
ERMAL E CHIARA SU ALTI LIVELLI - E' prevedibile un ottimo piazzamento, ma forse non la vittoria, per Ermal Meta, cantautore dallo stile assolutamente contemporaneo che ha il merito di non scimmiottare nessuno dei divi pop attualmente sulla cresta dell'onda, e che in "Odio le favole" ha saputo creare un arrangiamento ricco e variopinto, una fusion fra vaghi richiami anni Ottanta e suoni del terzo millennio. Occhio anche all'essenziale estro poetico di Chiara Dello Iacovo, con un minimalismo nel proporsi che è l'opposto dell'eccessiva esposizione di Cecile, e con una "Introverso" di impianto assolutamente originale. Le delusioni maggiori arrivano da Area Sanremo: senza storia la melodia a voce spiegata della bella Miele, quasi irritante Mahmoud, che "mengoneggia" in maniera discutibile. Ma sono eccezioni: la sensazione è di un, sia pur modesto, innalzamento di tono rispetto alla categoria del 2015; quasi tutti i prescelti hanno messo farina del loro sacco, senza adagiarsi troppo sugli stilemi imperanti. Da questo punto di vista, almeno, Sanremo Giovani ha vinto il confronto con altri talent show fin troppo reclamizzati. 

venerdì 21 febbraio 2014

SANREMO 2014: IL CASO SINIGALLIA, I MEANDRI DEL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL E LA REGOLA FERREA DELL'INEDITO


A Sanremo, dunque, è esploso il caso Riccardo Sinigallia. Il cantautore romano, musicmaker di valore e, per anni, elemento cardine del progetto Tiromancino, rischia la squalifica dal Festival: il brano con cui è rimasto in gara, "Prima di andare via", è stato eseguito in pubblico nel giugno dell'anno scorso, nel corso di una rassegna musicale in quel di Cremona. Non uso il condizionale perché la cosa è certa, documentata da una ripresa video presente sul sito del quotidiano "La provincia di Cremona", prima misteriosamente sparita e poi rimessa online, stamane, nel giro di poche ore. L'organizzazione di Sanremo numero 64 si riunisce in questi momenti per decidere la sorte dell'artista, e, da quel che si è percepito dalle dichiarazioni rilasciate durante l'odierna conferenza stampa, il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone e gli altri membri dello staff non hanno per nulla preso alla leggera la questione, anzi... 
COSA DICE IL REGOLAMENTO - Precisazione personale: la mia speranza è che Sinigallia rimanga in concorso, perché la sua, l'ho scritto nel post di stamattina, è una delle canzoni a maggior tasso qualitativo di questa edizione della kermesse, anche se ritenevo ancor più valida "Una rigenerazione", esclusa invece al televoto nel ballottaggio di mercoledì; lo spero nonostante l'evidenza, perché credo che, così come è concepito, il regolamento sanremese conceda qualche margine di manovra e di "mano morbida" agli organizzatori. Vediamolo, il regolamento, che sulla fattispecie in analisi recita, testualmente, quanto segue:  "L’eventuale mancanza del requisito di canzone nuova potrà essere rilevata, oltre che dall’Organizzazione in qualsiasi momento, su denuncia degli Artisti e/o Case/Etichette discografiche in competizione. La denuncia, da formularsi a pena di inammissibilità in forma scritta, dovrà pervenire all’Organizzazione non oltre la ventiquattresima ora successiva all’esecuzione della prima prova ufficiale resa dal relativo Artista e realmente effettuata a Sanremo". Per quanto mi riguarda, ma sono tutt'altro che un esperto di diritto, la situazione non è chiarissima. Le previste 24 ore dalla prima prova ufficiale a Sanremo sono abbondantemente passate e nessuno ha sporto denuncia, però, se tutto si esaurisse su questo punto, il busillis sarebbe già stato liquidato nel corso della conferenza stampa di oggi, quando è stato sollevato il caso, il che non è invece avvenuto. 
CAVILLOSITA' - La questione è in realtà assai più complicata: il riferimento alla facoltà di denuncia potrebbe infatti riguardare soltanto "gli artisti e/o case/etichette discografiche in competizione", mentre nelle righe precedenti è scritto che la mancanza del requisito dell'inedito può essere rilevata "dall'Organizzazione in qualsiasi momento", quindi anche oggi, a prescindere dal suddetto termine delle 24 ore. L'amico Eddy Anselmi, autore nel 2009 del pregevole "Almanacco della canzone italiana" dedicato alla storia del Festival di Sanremo, mi fa invece notare che il principale punto chiave è rappresentato dall'uso del verbo "potrà" invece di "dovrà", a sottolineare la discrezionalità dell'Organizzazione. Di certo, si tratta di due cavilli che farebbero la gioia di tanti principi del Foro nostrani. 
I PRECEDENTI - Purtroppo il passato non aiuta a vederci chiaro. Ci sono stati tanti, tantissimi casi simili, e sono stati spesso risolti in maniera diametralmente opposta: quello con più clamore mediatico riguardò Loredana Bertè, squalificata nel 2008 per aver presentato un pezzo, "Musica e parole", addirittura pubblicato vent'anni prima da un'altra cantante, con titolo e testo diversi. In maniera opposta, ossia con notevole indulgenza, venne trattata Chiara Civello, fra i Big nel 2012: "Al posto del mondo" rimase in concorso, ma era un brano che già da tempo circolava su Internet, in quanto era stato presentato da un debuttante (Daniele Magro) alle selezioni per la sezione giovani di Sanremo 2010. Severità eccessiva, invece, per Ornella Vanoni: la melodia della sua "Bello amore", che sarebbe dovuta essere in lizza nel 1996, era già stata eseguita durante una trasmissione radiofonica Rai da un'altra, sconosciuta interprete, e Pippo Baudo la escluse dalla lista, sostituendola con "L'amore è un attimo" di Enrico Ruggeri. Caso accostabile all'affaire Sinigallia potrebbe essere considerato quello di Andrea Mingardi: "Canto per te" restò in gara a Sanremo '98 nonostante lo scoop di Striscia la notizia, che mostrò il filmato dell'esecuzione pubblica del pezzo nel corso di una serata di festa a bordo di una nave da crociera (fonte Corriere della sera)... 
INEDITO, REQUISITO FONDAMENTALE - Casi simili, spesso uguali, ed esiti diversi. Segno che il regolamento, che muta negli anni ma che mantiene nel requisito dell'inedito un suo caposaldo, non è sempre chiarissimo, e interpretabile con una certa elasticità. Si può poi discutere su quanto sia al passo coi tempi l'obbligo di presentare canzoni nuove, nell'epoca del web e delle tante piattaforme comunicative, ma la "multimedialità" c'entra poco col caso in questione e, comunque, su questo punto sono particolarmente intransigente. Uno degli elementi di maggior fascino, alla base della magia di Sanremo, risiede proprio nella possibilità di poter apprezzare in una volta sola, in un unico evento televisivo e canoro, una notevole quantità di proposte musicali nuove di zecca. L'eccezionalità del Festivalone risiede anche in questo. 
Ci sta lo strappo alla regola degli ultimi anni in favore delle Nuove proposte, i cui brani vengono messi online con qualche settimana di anticipo sullo svolgimento della kermesse: ma va bene perché i giovani hanno bisogno di maggior promozione, ancor più nell'ambito di un Festival che oggi li tratta veramente male, relegandoli, nel corso delle dirette delle serate, a orari impossibili. Ma per i big no, assolutamente: senza inediti, sanremo diventa un altro Festival, un Festivalbar o cosa simile, e invece la rassegna rivierasca ha una sua unicità che va difesa ad ogni costo. Casomai si possono fare riflessioni nel senso di dare maggiore elasticità al concetto di "inedito", ma mi pare che già il regolamento di quest'anno conceda più di un distinguo. Però un'esecuzione pubblica come quella cremonese di Sinigallia no, non va bene: e francamente mi domando cosa spinga, anno dopo anno, più di un cantante (e relativi entourage) a sfidare la sorte con queste uscite pre festivaliere: il regolamento di Sanremo, su questo punto, è noto da anni, e se non lo si conosce lo si dovrebbe studiare. Mah! 

lunedì 16 gennaio 2012

SANREMO 2012: IL CAST DEI BIG CORAGGIOSO E NON BANALE

Habemus cast, dunque. Sanremo 2012 ha gettato la maschera: quattordici Big in gara, in larga parte già annunciati e previsti con largo anticipo dagli esperti del settore. Che dire, a botta calda, di questo "cartellone"? Non è facilissimo attribuirgli una definizione generalizzante e omnicomprensiva, come negli ultimi anni: restando alla gestione Mazzi, se quello del 2010 poteva essere considerato giovane, fresco e frizzante, e quello del 2011 segnato da una marcata caratterizzazione cantautoriale, stavolta il mix assemblato dalla direzione artistica sfugge a catalogazioni nette e precise. Sì, è vero, c'è dentro un po' di tutto, ma non è quella varietà di stili comunque tendente al nazionalpopolare (detto in senso positivo) tanto cara ai festival baudiani degli anni Duemila. Direi, piuttosto, che il gruppo messo assieme per la kermesse in programma dal 14 al 18 febbraio prossimi sia più assimilabile ai cast dei tempi di Fabio Fazio. 
SCELTE "ALTE" E CORAGGIOSE - Spiego meglio: è un cast coraggioso, che non strizza l'occhio in maniera eccessiva ed esasperata al mercato e che, in maniera assai più netta rispetto a molte edizioni passate, apre a tendenze musicali anche piuttosto sofisticate e di nicchia (Chiara Civello), a un cantautorato non banale, "di massa" o standard e mai troppo esplorato sulle scene sanremesi (Samuele Bersani ed Eugenio Finardi),  a un pop certamente commerciale ma tutt'altro che piatto e scontato, e anzi spesso teso alla ricerca di sperimentazioni vocali e di percorsi musicali non troppo battuti (Nina Zilli, Noemi). Persino "l'angolo del rock" è stato affidato a un gruppo, i Marlene Kuntz, sicuramente popolare ma al contempo "alternativo", esponente di quella scena underground italiana che troppo poco spazio ha a disposizione a livello di vetrine musicali di massa. 
Insomma, non si è strizzato l'occhio soltanto al consumismo più spinto e generalista, ma si è guardato oltre, cercando probabilmente (occorrerà ascoltare i pezzi) qualcosa che vada al di là del ritornello da cantare la mattina dopo sotto la doccia. Cosa, quest'ultima, che rimane comunque prioritaria (e non vi è alcunché di negativo) per una kermesse come Sanremo, e per la quale sono pronti a darsi battaglia alcuni dei nomi più gettonati del pop nostrano: in primis Francesco Renga, che vediamo già nella ristretta cerchia dei favoriti, poi Emma che quest'anno fa tutto da sola (anche se dietro ci sono sempre i Modà, visto che la sua canzone è stata scritta dal leader della band Kekko Silvestre), e anche Dolcenera, che tre anni fa trovò l'attesa consacrazione con "Il mio amore unico" e il cui ultimo brano estivo "Il sole di domenica", a parer mio bello, originale e ben confezionato, non ha ottenuto il riscontro meritato. 
Ci sono due recenti prodotti del vivaio sanremese, ossia l'ottima Arisa e una Irene Fornaciari che ha indubbio talento, anche se onestamente non mi pare abbia numeri e popolarità per essere già considerata Big a tutti gli effetti; è stato, infine, ridotto ai minimi termini lo spazio nostalgia, ed è sacrosanto, dal momento che questo spazio, negli ultimi anni, era stato riservato al ripescaggio di personaggi anni Sessanta e Settanta da troppo tempo fuori dal giro e in qualche caso anche sfiatati: quest'anno ci sono i Matia Bazar, e va bene così, i volti giusti per rassicurare quel target di età medio - alta senza necessariamente cadere nel "patetico - jurassico". 
LE... STRANE COPPIE - Discorso a parte per le due "coppie" ammesse alla gara: quella formata da Pierdavide Carone e Lucio Dalla potrebbe rappresentare l'outsider in grado di sparigliare le carte della classifica (ricordiamo che il giovanotto uscito dalla scuola di "Amici" ha in pratica vinto il Festival del 2010, come autore del pezzo di Scanu). Certo, sarebbe stato fantastico riavere il buon Lucio in gara da solista, ma Morandi assicura che la sua partecipazione sarà più accentuata di quella, algida, distaccata e per diversi aspetti irritante, del Battiato dell'anno scorso con Madonia. L'altra coppia è quella formata da Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: due artisti che personalmente non mi fanno impazzire, ma non si può negare che il napoletano sia uno dei pochi cantanti italiani ancora in grado di radunare folle e di fare il pieno o quasi in fatto di vendita di dischi; quanto a Loredana, dopo anni di performances vocali terrificanti, la sua ultima apparizione all'Ariston, quel del 2008 (con tanto di squalifica) segnò un deciso innalzamento della qualità della prestazione. E del resto, dopo aver riproposto per anni i Leali, gli Al Bano, le Zanicchi, si può accettare senza scandalizzarsi troppo un ritorno della cantante calabrese.
SQUALIFICHE IN VISTA? - Ma è già polemica, perché pare che un frammento del pezzo del duo Berté - D'Alessio fosse già in rete (su Facebook) ai primi di gennaio, e si dice che anche per la Civello ci siano dubbi sul fatto che il brano proposto sia inedito. Il regolamento parla chiaro e la squalifica potrebbe essere qualcosa di più di una semplice ipotesi, ma gli artisti "sotto inchiesta" sono due delle scommesse più audaci e più fortemente volute dal duo Morandi - Mazzi: potranno rinunciarvi? Ci sarà una interpretazione "elastica" delle leggi festivaliere? Può essere, anche perché, oggettivamente, al giorno d'oggi, col web e soprattutto coi social network, queste "fughe di notizie musicali" sono diventate estremamente facili e, per contro, difficilmente controllabili. Però, allora, che si apportino le opportune modifiche al regolamento, fermo restando che, secondo me, il principio dell'inedito, quantomeno per i Big, deve restare, in quanto si tratta di una delle principali chiavi del successo di Sanremo (la magia di poter prima attendere e poi ascoltare tutte insieme una sfilza di canzoni nuove di zecca, vera e propria manna per gli appassionati).
GLI STRANIERI - Ritorna l'abbinamento con gli stranieri, relativamente alla serata del giovedì dedicata all'orgoglio italiano nel mondo. Le coppie proporranno in lingua estera alcuni grandi successi della musica nostrana di tutti i tempi. Mi sbilancio e dico che alcuni dei nomi presenti faranno di quella serata un evento musicale di altissimo spessore: ci sono Skye dei Morcheeba, il ripescato Shaggy, un Gary Go sulla cresta dell'onda e tanti mostri sacri, da Josè Feliciano a, nientepopodimeno, Brian May dei Queen, Patti Smith e Nina Hagen. E, ancora, i raffinatisimi Al Jarreau, Noa, Sarah Jane Morris. A chi ama veramente la musica, consigliamo di non perdere l'happening del 16 febbraio. 
ESCLUSI? - Da quando Pippo Baudo ha lasciato le redini festivaliere, i nuovi organizzatori dicono che non ci sono più ammissioni ed esclusioni, in quanto il cast dei Big viene allestito "a invito". Sarà, sta di fatto che ogni anno diversi cantanti, da quel che riporta la stampa, presentano delle canzoni e vengono bocciati... Questa volta (ripeto, mi rifaccio a quanto scritto da giornali e testate web) a rimanere al palo dovrebbero essere stati Fabio Concato, Toto Cutugno (che molti hanno invece dato dentro il cast fino a poche ore dall'annuncio), Syria, Fausto Leali, Sal Da Vinci, il giovane siciliano Aldo D'Agostino, il cantautore impegnato nel sociale Rino Martinez, il polemicissimo Enzo Iacchetti; altri nomi circolati erano stati quelli di Mengoni, L'Aura, Simona Molinari, Alice, Povia (che, per la verità avrebbe voluto essere invitato...), Pacifico con Manuel Agnelli degli Afterhours, Marco Carta, Annalisa Scarrone... Cosa ci sarà di vero? Difficilmente lo verremo a sapere: fino agli anni Novanta i nomi dei "non ammessi" circolavano tranquillamente, ultimamente invece vige un  riserbo quasi assoluto. Peccato. 
I GIOVANI - Due parole su quelle che mi piace ancora chiamare "Nuove proposte", come ai vecchi tempi. Sul meccanismo di "Sanremosocial" ho già detto la mia nel precedente post, e per il momento non intendo tornarci sopra. Venerdì scorso ho assistito a una parte della maratona in diretta web (ottimo servizio della Rai) della preselezione (ad un certo punto ho staccato, 60 canzoni di seguito son troppe pure per me, anche perché diverse erano di discutibile livello artistico...), ho notato pochi sprazzi di originalità, ma soprattutto mi mandano in bestia quei ragazzi (e sono tanti, troppi) che scimmiottano letteralmente la voce di idoli più o meno recenti: ho visto e ascoltato brutte copie di Alex Baroni, Marco Mengoni, Giusy Ferreri. Perché? Perché non è possibile cantare con la propria voce? Ai tempi, chi diavolo scimmiottavano le giovanissime Irene Grandi, Giorgia, Carmen Consoli, o gli imberbi Alex Britti e Max Gazzè? Nessuno: erano (e sono) loro stessi, con la loro vocalità e la loro personalità. Alla luce di ciò, debbo dire che tutto sommato la scelta effettuata dalla commissione di selezione presta il fianco a ben poche critiche, con note di merito particolari per aver pescato Erika Mou, Marco Guazzone e Celeste Gaia, tre ragazzi che hanno qualcosa da dire e dei quali, si spera, si sentirà parlare anche dopo Sanremo.