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giovedì 29 gennaio 2015

CONTE CHIAMA CONTI: IL CITTI' AL FESTIVAL DI SANREMO PER RICREARE AMORE ATTORNO AL CLUB ITALIA


Conte chiama Conti. Proprio così: il cittì della nostra Nazionale sarà uno dei "superospiti" dell'ormai imminente Festival di Sanremo. Non è il primo condottiero azzurro a salire sul palco dell'Ariston: lo aveva già fatto Marcello Lippi, nel 2010, per una comparsata tristanzuola che, probabilmente, gli italiani davanti alla tv si sarebbero volentieri risparmiata. Fece da insolito "padrino", nella classica serata dei duetti, all'improbabile trio Pupo - Emanuele Filiberto - Luca Canonici, che rischiò addirittura di vincere quell'edizione, pericolo fortunatamente scongiurato in extremis. La sua infelice performance, non particolarmente gradita (eufemismo) dal pubblico in teatro, fu solo un innocuo anticipo del tonfo ben più fragoroso di cui lui e i suoi spompati pedatori si resero protagonisti pochi mesi dopo, al Mondiale sudafricano. 
CT A TEMPO? - Per Conte le cose dovrebbero andare diversamente, e non solo perché figura nel cast con un ruolo del tutto diverso e più "neutro" rispetto a quello che venne affidato al decadente predecessore. L'attuale Commissario tecnico approda a Sanremo in un momento fra i più delicati nella storia del Club Italia. Personalmente, temo addirittura che il suo mandato biennale possa non conoscere la naturale scadenza, e non certo per mancanza di risultati, che finora sono tutto sommato arrivati, pur senza squilli di tromba.  L'investitura dell'ex Juve a "grande capo" azzurro era stata accompagnata da precise speranze: recupero della centralità della Nazionale, collaborazione fra lo staff tecnico federale e gli allenatori dei club  di A, ritorno alla valorizzazione del vivaio nostrano, per rilanciare la scuola calcistica tricolore e aumentare il "bacino d'utenza" della massima rappresentativa. Ebbene, è solare che tali speranze siano rimaste lettera morta, anzi: la situazione del nostro football, in questi mesi, è ulteriormente peggiorata. 
NAZIONALE ISOLATA - Campionato dai contenuti tecnici sempre più modesti, giovani virgulti  "made in Italy" del tutto ignorati, con pochi club a fare da sparute eccezioni (del resto, l'andamento del tristissimo mercato di riparazione è emblematico, in tal senso: si è mosso un solo azzurrabile di rilievo, Gabbiadini, peraltro andato a scaldar la panca a Napoli). E, amara ciliegina sulla torta, un ostracismo sempre più marcato alla Nazionale e alle sue esigenze: nessuna partita in calendario da novembre a marzo, stage invernali a ranghi ridotti, anche se Tavecchio ha detto che terrà conto di chi manderà i giocatori e di chi non li manderà, pur non potendo prendere alcun provvedimento nei confronti delle società "reticenti": il che, quindi, non vuol dire assolutamente nulla, un nulla travestito da "pugno di ferro", e del resto l'incidenza, l'autorevolezza, il decisionismo e il peso politico del nuovo presidente federale erano evidenti già prima della sua elezione. 
SE SI DIMETTESSE... - E' una corsa all'inaridimento forzoso del vivaio nostrano: di questo passo, nel giro di tre - quattro stagioni calcistiche ci troveremo con squadre di club formate al 99 per cento da stranieri, e con rappresentative azzurre ridotte a fare da comparse nelle grandi competizioni internazionali, col rischio di percorrere l'identico cammino del gambero dell'Ungheria, pallido ricordo della "culla del football" che fu. In tale clima da basso impero, chiaro che Conte sia quantomai inquieto: sicuramente non accadrà, ma quasi quasi sarebbe auspicabile che utilizzasse il palco di Sanremo per annunciare le sue dimissioni. Quella sì che sarebbe una sberla a un calcio ripiegato su se stesso, fiaccato da strategie inqualificabili, intento a scavare industriosamente il fondo già da tempo toccato. Un cittì che, dal palco dello show più popolare e discusso, e seguito non solo nel nostro Paese, griderebbe "il re è nudo", alzando il velo sulle vergogne che stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza del pallone tricolore. Sarebbe un trauma e del resto sono sempre più convinto che solo un evento traumatico potrebbe scuotere il calcio - Titanic tricolore. 
STRINGIAMCI A COORTE - Ma non accadrà, dicevamo, e allora non resta che auspicare che il fumantino coach pugliese utilizzi quel prestigioso pulpito per ricreare amore e interesse attorno al Club Italia: un sentito appello a rinserrare le file, a "stringersi a coorte" attorno a Verratti, Zaza e compagni. La storia lo insegna: la Nazionale è il più formidabile volano per qualsiasi movimento calcistico. Se gioca bene, schiera buoni giocatori, valorizza le nuove leve, ottiene risultati e fornisce esempi di moralità sportiva, ne beneficia tutto il carrozzone; ciò varrà a maggior ragione nei prossimi anni, quando le rappresentative saranno sempre più ultimi baluardi dell'identità nazionale calcistica, non più riconoscibile in club diventati accozzaglie di giocatori provenienti da ogni parte del globo. In parole povere, non potrà essere un trionfo in Europa League di Inter, Napoli o Fiorentina, squadre italiane solo sulla carta, a restituire orgoglio e dignità al nostro malmesso pallone, mentre "una selezione" in salute può generare un circolo virtuoso.
UN CONTI PER CONTE - E allora, si diceva, che Conte chiami a raccolta tutti attorno alla sua fragile Italia. Sanremo è il luogo ideale, il palcoscenico più nazionalpopolare che ci sia: se "L'italiano" di Cutugno", e persino la brutta "Italia" di Reitano, hanno coagulato attorno all'Ariston una sorta di amor patrio comunque da non sottovalutare, il medesimo risultato potrebbe ottenerlo un accorato atto d'amore per le nostre maglie color cielo. Dunque, se Tavecchio è l'immobilismo fatto persona, per rilanciare la nostra stinta "azzurra" non resta che affidarsi a... Carlo Conti. A questo siamo ridotti, ma le canzoni fanno miracoli, e a maggior ragione può farli San.... Remo. Generare affetto, entusiasmo ed interesse, questo basterebbe: perché un calcio che non ama la propria Nazionale è un calcio che ha imboccato la via dell'autodistruzione. 

domenica 16 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO - I GRANDI ESCLUSI, VOLUME TERZO


Apriamo l'intensa settimana sanremese con il terzo capitolo di una serie di post che, nei due anni precedenti, ha convogliato qui sul blog una notevole schiera di curiosi. Tornano, dunque, "i grandi esclusi", i cantanti che sono stati "vittime" delle varie commissioni di selezione e direzioni artistiche della kermesse rivierasca, vedendosi negare il pass per presentare le loro opere sul più prestigioso palcoscenico della canzone nostrana. Qui i due precedenti "volumi": 2012 e 2013. Questa volta ci concentreremo sui tempi più recenti, partendo dagli anni Ottanta e dedicando particolare attenzione ad alcune bocciature clamorose dell'ultimo decennio. 
Iniziamo col 1983, dunque. Fra i tanti in corsa per l'Ariston (ben 135 artisti, secondo le cronache) c'è Anna Rusticano. Nome che oggi, probabilmente, dirà poco o nulla ai più, ma che ai tempi, pur non essendo una vedette di prima grandezza, godeva di discreta popolarità. "Tutto è musica" e "Sto con te" i singoli che l'avevano fatta conoscere al grande pubblico. Tenta la strada del Festival con "Strano", ma il patron Gianni Ravera e il suo staff la pensano diversamente. Il brano, orecchiabilissimo come, del resto, gran parte della produzione di musica leggera del periodo, non brilla in realtà per originalità: un melodico moderno e ritmato  che ricorda un po' lo stile della Loretta Goggi allora protagonista del mercato discografico. 



Nel 1985, una volta completata la scelta dei 22 big in concorso, vengono rese note anche le quattro canzoni di "riserva": fra queste, quella "Spaccami il cuore" di Mia Martini, di cui si è parlato l'anno scorso, e anche la sofisticata "E' già domani" di un Sergio Caputo che, dopo gli exploit degli anni precedenti con "Sabato italiano" e "Italiani mambo", sembra maturo per la grande ribalta rivierasca, e invece deve attendere ancora un paio di anni per entrare in gara: nell'87 farà discutere con "Il Garibaldi innamorato". 



1987: cinque anni dopo il trionfo di "Storie di tutti i giorni" e a due di distanza dalla parziale delusione di "Sulla buona strada" (pezzo di grana buona ma che non incontrò grossi consensi sul mercato discografico), Riccardo Fogli tenta di rientrare nelle grazie del pubblico con "Che notte è", che va a un passo dall'ammissione ma rimane fuori all'ultimo tuffo. Un'opera che si può definire "di passaggio", stilisticamente parlando, già vicina alle sonorità che decretarono la seconda giovinezza di Fogli a partire dal buon esito del Sanremo targa 1989, sonorità più soft rispetto a quelle del boom dei primi anni Ottanta; e c'è anche qualcosa degli esordi, pensiamo a "Mondo". Canzone gradevole, tutto sommato, anche se Fogli ha cantato di meglio, almeno sul piano dell'impatto immediato dei brani. 



Nel 1993 l'organizzazione del Festival (già in carico alla Rai, che tuttavia si avvale, nelle vesti di produttori esecutivi, della collaborazione di manager esterni quali Adriano Aragozzini, Carlo Bixio e Marco Ravera) diffonde nel mese di gennaio una lista di 36 big (allora si chiamavano "campioni") fra i quali vengono poi scelti i 24 da far sfilare all'Ariston. In molti storcono la bocca: con quell'iniziativa, affermano, vengono esposti al "pubblico ludibrio" i cantanti che nei giorni successivi saranno poi esclusi in extremis. Baudo, quell'anno conduttore della kermesse, pone in parte rimedio riservando ad alcuni degli eliminati un passaggio televisivo nella sua trasmissione "Partita doppia": fra questi anche Al Bano e Romina Power, la cui "Il mondo degli angeli", per la verità, non è riuscita a entrare nemmeno nel suddetto maxi listone dei 36.



Facciamo un bel salto e arriviamo nel secolo in corso. Il 2004 è un anno difficilissimo per il Festival: il boicottaggio delle major discografiche crea non pochi problemi al direttore artistico Tony Renis nell'allestimento del cast, e tuttavia le proposte di partecipazione arrivano numerose, anche da parte di artisti di notevole popolarità, scongiurando il pericolo di un secondo "Sanremo degli sconosciuti", dopo quello del 1975. Ci sono, dunque, molte bocciature illustri, fra le quali quella dei Jalisse, del cui contrastato rapporto con la rassegna ligure abbiamo già parlato in questo post. La canzone non ammessa è "6 desiderio". 



Grandi polemiche, nel 2006, attorno all'esclusione di Annalisa Minetti. Si vocifera, addirittura, che Giorgio Panariello, quell'anno direttore artistico e deus ex machina del Festival, si sia detto contrario alla partecipazione della vincitrice di Sanremo 1998 per via del suo handicap. L'attore toscano smentisce sdegnato e, in effetti, pare difficile che possa essersi espresso in tali termini. Più probabile pensare  a un giudizio meramente "tecnico" sulla qualità della proposta presentata: "Stelle sulla terra" è un pezzo dignitoso, ma senza guizzi particolari, che non aggiunge nulla di significativo al percorso artistico della bella cantante. 



2008, ultima volta di Pippo Baudo alla guida del carrozzone festivaliero. C'è la coda per entrare fra i big, e di conseguenza i delusi, a selezioni concluse, sono in quantità industriale. Fra questi, la coppia Povia - Francesco Baccini, il primo reduce dal contestato successo di due anni prima con "Vorrei avere il becco", il secondo mai troppo fortunato nel suo rapporto con Sanremo: prima la sigla di chiusura dell'edizione 1988, firmata non con il suo nome ma come "Espressione musica" e in onda a orari da vampiri, poi tante delusioni e un'unica partecipazione con un brano decisamente dimenticabile, "Senzatù". Ci provano in coppia con "Uniti", gli va male e reagiscono organizzando, sempre a Sanremo, l'Indipendent music day, un'iniziativa "a sostegno della musica indipendente italiana contro lo strapotere delle major". 



Nello stesso anno va registrato, purtroppo, l'ultimo tentativo di partecipazione di Valentina Giovagnini, prima della tragica scomparsa in un incidente stradale all'inizio dell'anno successivo. Valentina era stata la rivelazione dell'edizione 2002, "Il passo silenzioso della neve", brano contemporaneo e lontano dalla tradizione sanremese, di spessore internazionale, avrebbe meritato il trionfo, sfumato sul filo di lana a favore di Anna Tatangelo. Nonostante la critica ne abbia riconosciuto fin dall'inizio il valore, da quel momento le porte della kermesse, e più in generale del successo, per lei si sono chiuse inspiegabilmente. Questa delicata ed eterea "Sonnambula" ne rappresenta il canto del cigno artistico: che il suo talento rimanga eterno rimorso e rimpianto per chi non l'ha capito e non è stato in grado di valorizzarlo. 



Saltiamo fino al 2010: fra le proposte giunte al direttore artistico Gianmarco Mazzi una coppia insolita: l'attrice Asia Argento e Roberto Kunstler, cantautore che aveva esordito a Sanremo 1985 e poi era tornato dietro le quinte, facendosi apprezzare soprattutto come autore per Sergio Cammariere. Il brano è "Mentre": il pezzo non viene accettato perché, secondo quanto scrive TV Sorrisi e canzoni, Kunstler sarebbe stato considerato artista di notorietà non sufficiente per figurare fra i big.  



Nello stesso anno, grandissima delusione per i Modà, la cui prima fase artistica non è stata tutta rose e fiori: prima la partecipazione incolore a Sanremo 2005, poi tanto sudore e una lenta risalita fino, appunto, al 2010. "Sono già solo" non entra fra le prescelte per il Festival, ed è un autogol, perché sarà uno dei successi dell'estate e segnerà l'esplosione definitiva della band. Kekko Silvestre e i compagni non si danno pace: noi fuori, dicono ai giornali, e in gara Emanuele Filiberto. Come dar loro torto? 



giovedì 13 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: LIGABUE ALL'ARISTON E L'ANOMALIA DEI SUPEROSPITI ITALIANI


"Superospiti: brutta categoria". Così scriveva Dario Salvatori in un suo libro dedicato alla storia del Festival di Sanremo, uscito in occasione del cinquantenario della rassegna, nel 2000. Il riferimento del popolare giornalista era a uno dei capisaldi del Festivalone, ossia la presenza di ospiti cantanti fuori concorso, in particolare quelli italiani. La sua secca affermazione mi è tornata in mente oggi, dopo aver appreso dell'ultimo "colpaccio" della direzione artistica di Sanremo 2014: Luciano Ligabue per la prima volta sul palco dell'Ariston. Il rocker emiliano sarà la vedette della serata finale, quella in cui i quattordici big in gara si sfideranno per contendersi la vittoria: loro in competizione, l'illustre collega a far passerella. 
I PRECEDENTI - Ecco, scusatemi, ma io non ci sto. Speravo che la parentesi dei superospiti italiani si fosse chiusa con l'ultima gestione Baudo, uno che fra l'altro, fino a pochi anni prima, si era sempre detto totalmente contrario alla presenza di artisti tricolori non in gara, e il suo modus operandi era sempre stato in linea con quella dichiarazione di intenti, fino appunto alla sua terza e ultima direzione artistica, nel biennio 2007 - 2008: forse cedendo alla ragion di Stato (leggasi: richieste delle case discografiche e necessità da parte della Rai di far impennare l'Auditel con qualche nome ad effetto), il Pippo nazionale "abbassò la guardia" e lasciò sfilare, all'Ariston, Elisa e Battiato, D'Alessio e Jovanotti, Morandi e Giorgia, Tiziano Ferro e Gianna Nannini, fra gli altri. Era stato comunque Fazio, ai tempi dei suoi esordi rivieraschi, a puntare forte su questa particolare categoria: doveva essere un elemento cardine del Festival che non fece, quello del '98, lo fu nei due anni successivi, da lui gestiti, e anche nel 2001, il non fortunatissimo Sanremo targato Carrà. 
E' una categoria odiosa, perché fa figli e figliastri: ci sono gli eroi delle classifiche che vengono a fare passerella senza rischi, prendendosi la standing ovation e, soprattutto, un preziosissimo passaggio televisivo dall'incalcolabile valore promozionale, e ci sono i cantanti "normali", ossia validissimi talenti che però spesso (non sempre, attenzione) non possono vantare il curriculum degli illustri colleghi, che invece devono sottoporsi al rito della gara. E' una distinzione particolarmente odiosa, che diventa inaccettabile quando a indossare le vesti di "superospiti" arrivano artisti (in particolare cantautori) che in precedenza Sanremo, per usare un linguaggio terra terra ma che rende l'idea, "non se l'erano filato nemmeno di striscio". 
ECCEZIONI - Ligabue è uno di questi, così come lo furono, in passato, personaggi come Pino Daniele e Antonello Venditti (a parte un paio di brani scritti per altri cantanti). Poi, certo, ci possono essere le eccezioni. Nel 2009 e nel 2010, ad esempio, ci furono tanti grandissimi della musica italiana fuori gara, ma le motivazioni erano solide: nel primo caso fecero da padrini alle Nuove proposte, e la trovata funzionò alla grande, regalando alla categoria più "bistrattata" della kermesse una visibilità che in seguito non ha più avuto; nel 2010, invece, i superbig giunsero a festeggiare il sessantesimo compleanno del Festival. Potrei continuare: Vasco Rossi, nel 2005, tornò dopo anni per "chiudere il cerchio" aperto nell'82 e nell'83, visto che proprio con quella doppia esperienza Sanremo gli diede la spinta definitiva verso una popolarità che, nonostante la lunga e intensa gavetta, faticava ad arrivare. E poi Celentano, un mostro sacro che sarebbe riduttivo definire esclusivamente come un colosso della musica nostrana, per finire, quest'anno, con la presenza nel cast di Gino Paoli, che ha una carriera da campionissimo e che comunque, più di una volta, ha accettato di sottoporsi alle forche caudine della competizione (l'ultima nel 2002, quando Baudo spinse molto per averlo fra i concorrenti). Già diverso il discorso per un altro superospite di quest'anno, quel Baglioni che invece a Sanremo in gara non c'è mai stato: lo assolve parzialmente il fatto di avere alle spalle oltre quarant'anni di un cammino costellato da popolarità sterminata e vendite di dischi stratosferiche. 
ITALIANI SOLO IN GARA - Ho citato queste eccezioni per chiarire che non sono un "integralista" della gara per tutti, ma il concetto di fondo rimane valido: il cantante italiano, se vuole venire a Sanremo, deve accettare i rischi della competizione, altrimenti se ne stia tranquillamente a casa. Ma poi, quali sarebbero questi fantomatici rischi? I problemi ci sono senz'altro per i debuttanti: essere subito esclusi, o anche solo non piazzarsi bene nella corsa dei giovani, potrebbe frenare se non compromettere l'ascesa, anche in presenza di doti tutt'altro che trascurabili. Ma i big non hanno, davvero, nulla da perdere gareggiando: fin troppo facile citare personaggi come Vasco Rossi, Zucchero o gli Stadio, che negli anni Ottanta fecero incetta di penultimi e ultimi posti senza che questo li ostacolasse nel mettere in piedi una carriera di altissimo livello. 
SENZA COMPETIZIONE, NON ESISTE SANREMO - Dovrebbero, tutti, prendere la gara con più leggerezza, come un diversivo di un percorso artistico altrimenti troppo autoreferenziale, un momento in cui ci si può confrontare in maniera insolita e diretta coi colleghi, traendo dalla competizione anche spunti per migliorarsi. Per tutto il resto, piazzati bene o piazzati male, Sanremo è una vetrina che dà enorme visibilità, un'occasione per promuovere i propri nuovi dischi davanti a una platea colossale: dovrebbe bastare questo a convincere gli scettici e a far dimenticare i "contro" della kermesse. Dopodiché, come mi diceva oggi un'amica controbattendo alle mie perplessità sulla presenza di Ligabue, a Sanremo si potrebbe togliere la gara e farne una passerella "open", in cui i cantanti italiani, senza distinzione di censo e di età, vengono a presentare la loro più recente produzione. Si può fare, certo, ma non a Sanremo e non con il nome "Festival della canzone italiana". Se togli la gara a Sanremo, semplicemente Sanremo non esiste più. Il Festivalone "è" la gara, senza sarebbe inconcepibile. Se i "colossi" della canzone nostrana non lo accettano, vadano altrove a proporre la loro buona musica. Superospiti, brutta categoria.