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lunedì 15 ottobre 2018

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DA STROPICCIARSI GLI OCCHI. GIOCO DI GRANA FINISSIMA, MA URGE PESO IN ATTACCO


Da stropicciarsi gli occhi. Non è ancora giunto il momento di celebrare la rinascita della Nazionale italiana: la strada è lunga e occorre pazienza, lo ha sottolineato a più riprese lo stesso cittì Mancini. Però due indizi possono cominciare a fare qualcosa che si avvicina a una prova: se già nell'amichevole genovese con l'Ucraina si erano visti quarantacinque minuti di buone trame, aggressività e ripetuti pericoli per la porta avversaria, in un test più difficile e probante, quello di Nations League in casa della Polonia, ultimativo scontro salvezza, abbiamo assistito a una crescita ulteriore e persino insperata, nelle proporzioni. 
I BIDONI SONO ALTRI... - Piccolo promemoria: quella attuale, secondo molti esperti e appassionati (non secondo me, e il blog lo testimonia) è una generazione azzurra di scarti, scarponi, mezze calzette. Ebbene, non penso che calciatori di modeste qualità siano in grado di giocare gare come quella di Chorzow. Le squadre mediocri possono cavarsela, spesso ma non sempre, gettando il cuore oltre l'ostacolo, puntando su "garra" e applicazione ferrea delle consegne tattiche. Ma ieri sera in Slesia è accaduto qualcosa di diverso: ha preso forma un undici capace di far gioco, e di farlo bene. Da stropicciarsi gli occhi, sì: idee chiare e abilità nel metterle in pratica, precisione quasi assoluta nel tocco di palla e nei passaggi (cosa che in azzurro non si vedeva da anni, davvero), manovre in velocità condotte con disinvoltura e fluidità, un controllo del match pressoché costante, contro una Polonia che aveva le nostre stesse necessità di classifica, che giocava in casa e che è comunque una formazione già fatta e finita al contrario della nostra, e tuttavia si è vista costretta a difendersi a oltranza affidandosi a sporadici contropiede, nati spesso dai rari errori del nostro pacchetto di mezzo. 
CRESCITA ESPONENZIALE - Una squadra di calcio. Con una manovra razionale, lineare ma al contempo bella a vedersi. Sinceramente, alla luce del dignitosissimo materiale umano a disposizione, auspicavo sì un sensibile progresso a breve termine, ma non mi aspettavo di vedere così presto, in questa difficilissima gestione manciniana, espressioni di gioco a tal punto elevate. Poi possiamo dire tutto e il contrario di tutto per sminuire la prova dei nostri, come è tipico degli incontentabili tifosi e critici di casa nostra: potremmo ad esempio parlare della selezione biancorossa in parabola discendente già dal grigio Mondiale russo, e quindi non propriamente una potenza di primo piano del football europeo. Sarà, ma è la stessa rappresentativa che, senza strafare, ci aveva agevolmente bloccati a Bologna, sfiorando il trionfo. E allora, prendiamo almeno atto del fatto che la crescita è in corso, che i bagliori del Ferraris non erano fatti isolati e legati alla mancanza di una tangibile posta in palio. E aggiungiamo che per catalogare i Florenzi e i Verratti, i Chiesa e i Bernardeschi come mediocri, forse bisognerebbe attendere qualche prova ulteriore e sospendere il giudizio. 
RISOLTO IL REBUS DEL CENTROCAMPO? - Poteva finire zero a zero, certo: sarebbero rimaste l'amarezza per una vittoria sacrosanta mancata per questione di centimetri, ma anche la soddisfazione di aver finalmente cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel. Una cosa per volta: il rebus del centrocampo, per esempio, pare esser stato risolto, anche se il pallone può smentire domani quello che dice oggi. Il ritorno di Verratti e l'innesto di Barella hanno rivitalizzato anche Jorginho. Ciò vuol dire che il talento, soprattutto nel settore nevralgico, è importantissimo, ma non è tutto: perché ad esempio i Pellegrini e i Cristante visti a inizio stagione sono fior di virgulti su cui si potrà continuare a contare, ma la "chimica", l'alchimia giusta è sbocciata fra i tre che hanno occupato la fascia mediana nelle ultime due uscite. Sono tre ragazzi che posseggono personalità e che, ognuno in percentuali diverse, sanno abbinare qualità e quantità, sanno giocare di fino (e a Chorzow l'hanno fatto ripetutamente) ma anche mulinare la clava, e a tal proposito ha compiuto grossi passi avanti rispetto a Genova soprattutto il giovane cagliaritano, a tratti persino troppo deciso in interdizione. 
FLORENZI TORNA UNA SICUREZZA, BIRAGHI SI RISCATTA - Nelle retrovie, Bonucci e Chiellini hanno chiuso a doppia mandata la porta davanti a un Donnarumma sempre convincente nelle poche occasioni in cui è dovuto intervenire (due volte su Grosicki, sostanzialmente). Le due "chiocce" tengono caldo il posto per Rugani, Caldara e Romagnoli, che avranno modo di inserirsi con serenità in una compagine non più provvisoria ma già delineata in buona parte, e quindi ben sicura sulle proprie gambe. Sulle fasce, Florenzi è tornato una risorsa fondamentale per il Club Italia, davvero inesauribile nelle due fasi e puntuale negli inserimenti offensivi; meno continuo e preciso Biraghi, il cui gol finale in spaccata su corner "monda" comunque tutti i peccati. Già, il gol: se dovessimo giudicare solo sulla scorta delle ultime partite, sembra rimasto l'unico problema grave della selezione azzurra. In realtà altri aspetti sono da mettere a punto, ed è giusto essere preparati fin da ora ai probabili sbalzi di rendimento che potranno caratterizzare, com'è normale che sia, la maturazione di un gruppo giovane e non molto esperto a livello internazionale. Ma è un dato di fatto che, se non la metti dentro, in certe competizioni non si va lontano. Abbiamo dovuto aspettare il raro acuto di un terzino nei minuti di recupero per incamerare un successo che, ai punti, avevamo strameritato molto prima. 
LE OCCASIONI CI SONO, I GOL ARRIVERANNO - Ribadisco tuttavia quanto avevo scritto dopo l'Ucraina: creare occasioni, concludere a rete con frequenza, essere presenti nell'area avversaria in maniera sempre e comunque insidiosa, è un'eccellente base di partenza per costruire qualcosa di importante. E in Polonia l'Italia ha tirato pericolosamente con una frequenza che, al cospetto di avversari di una certa statura, non faceva registrare probabilmente dall'Europeo del 2016, dalle splendide sfide con Belgio e Spagna: nel primo tempo, ci hanno provato due volte ciascuno Jorginho e Insigne (con un legno a testa), e Szczesny, che già aveva sventato uno splendido diagonale del nostro italo-brasiliano, ha tolto dalla porta un'inzuccata di Chiellini e un destro di Florenzi, giunto al culmine di uno dei tanti scambi in velocità condotti dai nostri fra trequarti e sedici metri.
Nella ripresa, un tiro alto di Biraghi su traversone da destra e due tentativi di Bernardeschi, con un bel sinistro da fuori e, prima, con un colpo di testa da posizione favorevolissima su cross di Chiesa, mandato sciaguratamente a lato. Non vincere una gara così, con una tale messe di palle - gol, sarebbe stato da guinness dei primati... È bene che anche chi arriva da dietro sia incisivo sotto porta, come ha saputo fare il laterale della Fiorentina, ma gli attaccanti devono finalizzare. Il trio davanti ha confermato quanto di buono e di meno buono mostrato a Marassi: ottimo tourbillon, prontezza nel proporsi, caparbietà, ma manca ancora il killer instinct. Con un Vieri o un Pippo Inzaghi al centro, la vittoria avrebbe potuto assumere proporzioni clamorose. Vieri e Inzaghi non li abbiamo più, ma forse potrebbe bastare un Belotti nuovamente al top, o magari un Cutrone che, parere mio, è già da Nazionale maggiore... 

mercoledì 11 aprile 2018

IMPRESA ROMA IN CHAMPIONS: UN INVITO ALL'OTTIMISMO. IL CALCIO ITALIANO DEVE SMETTERLA DI PIANGERSI ADDOSSO...


E così, per una sera ci siamo ritrovati ad esser (quasi) tutti romanisti. Perché il calcio italiano ha bisogno anche di imprese come quella giallorossa, per uscire dal pericoloso impasse in cui staziona da quando si è ritrovato escluso dai Mondiali prossimi venturi. La clamorosa qualificazione ai danni del super Barcellona ha un significato che va oltre il risultato del campo, di per sé strepitoso. E' una lezione salutare per tutto il football di casa nostra: un invito a smetterla di piangersi addosso, a darci un taglio con questo inferiority complex che ci attanaglia da troppi anni e che fa accettare con rassegnazione sconfitte considerate pressoché inevitabili. 
CRISI TECNICA? SI', MA... - Di Francesco e i suoi ragazzi ci hanno invece detto che "si può fare". Il pallone tricolore è in crisi? Nessuno lo nega. E' un movimento che ha tanti problemi, e qui sul blog è stato scritto un'infinità di volte; è un sistema-calcio sicuramente in soggezione, sul piano dell'organizzazione, delle risorse finanziarie, del talento puro, del livello tecnico complessivo, rispetto ad altri Paesi. Tanto ancora bisogna fare per venir fuori da questo buco nero, ma il punto di partenza non possono essere le lamentazioni alla Fabio Capello, che in un'intervista di pochi giorni fa si è sentito in dovere di dichiarare che "mancano elementi di grande livello, mancano i talenti, è difficile fare bene con giocatori mediocri". Non c'era bisogno di scomodare l'ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid per sentirsi ripetere tali banalità, ma le sue parole sono anche emblematiche del modo sbagliato in cui, da più parti, si sta approcciando questa crisi. 
MEGLIO LA FILOSOFIA DI CONTE CHE QUELLA DI CAPELLO - Sì, perché viviamo una fase storica di chiaro  ribasso qualitativo degli atleti a disposizione dei vari club e delle rappresentative nazionali, ma non siamo stati rasi al suolo come da più parti si cerca di fare intendere. Ci stanno davanti Spagna, Germania e Inghilterra, ma non siamo precipitati a livelli di modestia calcistica assoluta, non siamo la Finlandia, l'Ungheria o la Scozia, con tutto il rispetto. Abbiamo ancora qualche risorsa di classe, e allenatori che sul piano della genialità strategica, oggi, hanno ben poco da invidiare ad altri referenziati mister di fuorivia. Con una guida tecnica all'altezza, con materiale umano buono pur se non eccezionale, con applicazione, impegno e ferrea volontà, quasi nessun traguardo è precluso. Piuttosto che quelli di Capello, meglio seguire gli insegnamenti di Conte, che alla guida di una Nazionale senza campionissimi, due anni fa, sconfisse sonoramente le superpotenze Belgio e Spagna e mancò di un soffio l'ammissione alle semifinali di Euro 2016.
CAPOLAVORO ROMA - La Roma ha messo a segno un autentico colpaccio, che però non era una mission impossible come la grande maggioranza degli esperti riteneva. Il team capitolino aveva le potenzialità per centrare un 3-0 casalingo, perché è squadra che ha nelle sue corde certe imprese: ricordiamo i quattro punti su sei sottratti al Chelsea nella prima fase, e ricordiamo anche la gara di andata al Nou Camp, in cui la Lupa fu vittima soprattutto della sfortuna (due autoreti!) ma dimostrò di potersela se non altro giocare. Il retour match dell'Olimpico è stato un capolavoro, sotto tutti i punti di vista: i giallorossi hanno saputo aggredire con continuità ma senza lasciarsi prendere dalla foga, hanno reso pressoché inoffensiva la manovra azulgrana, ricevendo una spinta supplementare dal sollecito gol dello strepitoso Dzeko, gigante dai piedi buoni che con la sua mole, i suoi movimenti sincronizzati al secondo e precisi al millimetro, ha messo da solo in ambasce la retroguardia catalana. In terza linea, Manolas ha giganteggiato con una serie di salvataggi provvidenziali, effettuati dopo aver siglato, con una perfetta deviazione su corner, il gol del trionfo, e Allison ha trasmesso ai compagni una costanze sensazione di sicurezza assoluta. Ma anche la sparuta pattuglia tricolore si è ben distinta: De Rossi non ha sprecato un pallone, Florenzi ha corso per tre ma con lucidità, e quando è subentrato anche El Shaarawy si è mostrato più vivo che mai, costringendo alla paratona Ter Stegen su un'azione che avrebbe potuto anticipare il 3-0. Poi, certo, anche gli avversari sono parsi decisamente al di sotto del loro standard: ma, da sempre, per poter ribaltare un pronostico non basta far tutto bene, è anche necessario che chi ti sta davanti sbagli qualcosa o sia in giornata storta. 
BASE DI PARTENZA - Sorpresa? Sì, certo, ma, lo ripeto, fino a un certo punto. Il nostro campionato ha club che possono tirare fuori queste grandi prestazioni sulla scena internazionale: lo sta facendo la Lazio, pur nella dimensione ridotta dell'Europa League, lo hanno fatto negli anni passati il Napoli e la Juventus, la quale stasera si troverà davanti un ostacolo davvero proibitivo, ma che il Real Madrid lo ha meritatamente battuto ed eliminato nella semifinale Champions del 2015, e che nella passata stagione ha strapazzato il Barça di Messi, proprio come ha fatto la Roma, arrivando a giocarsi la seconda finale di Coppacampioni in tre anni. Se questa volta ai bianconeri ha detto male in Europa, è semplicemente perché la vecchia guardia è in declino, e nel telaio non sono stati inseriti quegli apporti qualitativi e di freschezza che le avrebbero consentito di puntare a un'altra campagna europea di primo piano. Ma il calcio italiano tiene ancora orgogliosamente le posizioni. La Roma ci ha detto che non è più tempo di pessimismo, di rimuginare all'infinito sulla nostra inferiorità: qualche cartuccia da sparare l'abbiamo ancora. L'impresa di Dzeko e compagni è un invito a crederci di più, a non rassegnarsi: non risolve i problemi del football nostrano, ma può essere una buona base di partenza per recuperare entusiasmo e per lavorare più alacremente alla risoluzione dei nostri guai. E allora, per una volta, "grazie Roma". 

domenica 3 settembre 2017

SPAGNA - ITALIA 3-0: GLI ERRORI DI VENTURA ALLARGANO UN SOLCO CHE NON E' COSI' AMPIO. DOV'E' FINITO LO SPIRITO DI SAINT DENIS?



Da Saint Denis a Madrid, poco più di un anno per ritrovarsi al punto di partenza; anzi, persino qualche metro più indietro, fino a scoprire di essere tornati... a Kiev. Il trionfo sulla Spagna a Euro 2016, quell'impresa meritata e indiscutibile firmata da Chiellini e da Pellè (ma soprattutto da Antonio Conte) ci aveva fatto credere che il calcio azzurro avesse recuperato classe, mentalità e  personalità in dosi utili a ridurre o annullare, perlomeno in gara secca, il gap tecnico fra noi e la Roja. Ahimè, è stata una crudele illusione. Il Santiago Bernabeu ci ha restituito un Club Italia ridotto ai minimi termini come quello che era affondato nella finale continentale del 2012, a Kiev, per l'appunto. 
INDIETRO DI CINQUE ANNI - Ricordate? Fu un 4-0 dipinto come umiliante, in realtà una punizione eccessiva per una squadra stanca, con troppi elementi in condizioni precarie, e che comunque qualche cosa era riuscita a creare, fin quando le gambe e il fiato avevano retto. Sul piano della prestazione, è assai più inquietante il rovescio di ieri sera; "solo" tre gol sul groppone, ma una disperante dimostrazione di impotenza, una inferiorità a tratti imbarazzante sotto tutti i profili: talento (e si sapeva, ma non fino a questo punto), brillantezza atletica, organizzazione di gioco... Inutile tornare sulla mancanza di idee, sull'inconsistenza in tutte le zone del campo, sull'imprecisione assoluta nel tocco e nel passaggio: la gara in sé non si presta a commenti e analisi approfondite, è stato un semplice monologo, e quando ci si riduce a fare da sparring partner a una rivale storica, in una gara ufficiale e decisiva, qualche domanda è lecito porsela, al di là dei contratti rinnovati fino a lontane e improbabili scadenze. 
K.O. TARGATO VENTURA - Poche ore fa, come nella sfida d'andata a Torino, il fallimento (perché quell'1-1 fu una mezza sconfitta) porta l'indelebile firma del cittì Ventura. Che all'Olimpico piemontese sbagliò clamorosamente formazione di partenza (se ne avete voglia, andate a rileggervi cosa scrissi all'epoca, qui), mentre in terra iberica ha optato per una scelta tattica suicida. Suicida, perché un 4-2-4 in casa di una delle rappresentative più forti al mondo, che gioca oltretutto con due risultati su tre a disposizione, lo puoi fare solo se hai interpreti tecnicamente all'altezza, abituati a tale modulo da una lunga pratica e, soprattutto, sorretti da una straripante condizione fisica, trattandosi di un modulo che richiede grande dispendio di energie per risultare efficace in avanti senza tralasciare l'adeguata copertura. E invece, ci siamo ritrovati con un centrocampo in cui Verratti e De Rossi, presi in mezzo dai fini dicitori spagnoli, sono naufragati senza possibilità di riscatto, anche perché poco o nulla supportati dai vari Candreva, Insigne e compagnia. Sì, d'accordo, la vecchia storia della Nazionale che in settembre fatica: ma proprio perché lo si sa da anni, non era opportuno pararsi le spalle infoltendo la zona nevralgica (là dove le partite si vincono e si perdono), sciogliendo le briglie al solo fantasista napoletano come suggeritore delle due punte? O tornare al nostro 3-5-2 vecchia maniera, che spesso gli iberici hanno patito? Si sarebbe perso ugualmente? A parte che non è detto, alla luce dei freschi precedenti, ma persino una sconfitta di misura ed onorevole sarebbe servita per il morale e per i delicati equilibri psicologici di un gruppo in fase di formazione e crescita. 
ELASTICITA' TATTICA - Non è una questione di coerenza col discorso tattico intrapreso negli ultimi mesi. La coerenza del progetto la si vede da altri elementi: il gruppo azzurro consolidatosi nella scorsa stagione, il lavoro in prospettiva sui giovani con l'inserimento di tanti volti nuovi... Il discorso sulla strategia da adottare in campo viene dopo, è secondario, e deve sempre tenere conto sia dell'avversario, sia della situazione contingente, ossia degli uomini a disposizione in quel momento e del loro stato di forma. Con una rosa al 40 per cento (e stiamo larghi) delle proprie effettive potenzialità, non è peccato mortale adottare un atteggiamento più prudente: oltretutto il 3-5-2 o il 4-3-3 non sono sinonimi di attendismo, così come il 4-2-4 non lo è di spregiudicatezza, e la serata madrilena lo ha ampiamente dimostrato... Si chiama elasticità, uno dei fattori in grado di far la differenza fra un buono e un ottimo allenatore. 
DIVARIO IRREALE - La Spagna ci è superiore in questo momento, è vero. Ma ciò che si è visto ieri è stato un divario tecnico simile a quello che può esserci fra Italia e Lichtenstein, e questo è inaccettabile, perché le cose non stanno così, e basterebbe il nostro buon Europeo francese, o la graduale affermazione di tanti nostri ragazzi in sboccio, a dimostrare che, pur inferiori, potremmo comunque giocarcela. Torniamo a quel pomeriggio magnifico di Saint Denis 2016: lo sto citando a ogni piè sospinto perché è un termine di riferimento imprescindibile, mentre molti sembrano averlo già dimenticato. Per una Nazionale che deve ricostruire la credibilità internazionale cancellata dal disastroso Mondiale brasiliano, le piccole conquiste intermedie vanno difese strenuamente, e quel 2-0 fu una piccola grande conquista che avrebbe dovuto incrementare la nostra autostima, la nostra personalità, e spingerci a lavorare ancor di più per affinare i nostri mezzi di "offesa" in vista dei successivi confronti con le Furie Rosse; un traguardo che doveva essere valorizzato, facendo tesoro delle modalità adottate per ottenerlo. Invece quel patrimonio è andato sprecato, per inseguire improbabili chimere di gioco, per la voglia di strafare, per immaturità agli alti livelli di un trainer che ha ricevuto, probabilmente, la più sonora lezione di calcio della sua carriera. 
AVANTI CON MENO FIDUCIA - La situazione è meno semplice di quel che sembra: perché non è il massimo della vita avviarsi a concludere il girone con la consapevolezza di dover poi passare attraverso un playoff, con tutti i rischi connessi. Barrage peraltro ancora tutto da conquistare. Sarà un autunno di fuoco, per la nostra ridimensionatissima Azzurra, e lo si affronterà partendo da uno 0-3 che ha incrinato certezze precoci e fiducia eccessiva. Ormai il danno è fatto: perso il terreno che si era recuperato sulla Spagna, tornata a distanza siderale, e persa la possibilità di conquistare un primo posto che, nonostante tutto, era alla portata, bisogna concentrarsi sulle modeste esigenze del momento. Ossia coniugare il lavoro in prospettiva con i risultati. A Ventura si chiede solo un atteggiamento maggiormente camaleontico: più che nei moduli, il coraggio lo dovrà dimostrare nella scelta di uomini che possano adeguatamente surrogare giovani e meno giovani troppo spesso balbettanti, alcuni forse sopravvalutati, altri non più all'altezza di certe ribalte, per naturale esaurimento. Fare nomi riguardo al match madrileno sarebbe ingeneroso, perché nessuno ha avvicinato la sufficienza. Ma le forze fresche ci sono, sia pure in ridotta quantità. Il calcio italiano non è quella "cosa" senza capo né coda che, ridicolizzata dagli assi di Lopetegui, ci ha fatto provare momenti di notevole imbarazzo. Ora, sotto con Israele, senza melodrammi. 

mercoledì 11 gennaio 2017

LA FIFA ANNUNCIA: MONDIALE 2026 A 48 SQUADRE. TUTTI I LIMITI DEL GIGANTISMO CALCISTICO

                                          Gianni Infantino, presidente della FIFA

Il cambio di format del Mondiale di calcio è sempre un evento epocale, e sempre è destinato a suscitare perplessità, come puntualmente sta avvenendo anche in queste ore, dopo l'ufficializzazione, da parte del neo presidente FIFA Gianni Infantino, dell'allargamento del torneo a ben 48 squadre, a partire dall'edizione del 2026. Non è questione di voler essere costantemente ipercritici a prescindere: il fatto è che queste periodiche modifiche hanno come minimo comun denominatore il gigantismo, cosa fra l'altro riscontrabile anche nell'evoluzione che hanno avuto le strutture del Campionato europeo di football, della Champions League e dell'Europa League. 
QUANDO IL GIGANTISMO AVEVA UN SENSO - Questa manifesta voglia, da parte dei vertici del pallone mondiale, di allargare continuamente i confini del gioco, di aprire le porte a un sempre maggior numero di nazioni, in linea di principio non sarebbe negativa, a prescindere da tutte le considerazioni di carattere politico ed economico che spesso, si dice, stanno alla base di tali scelte. C'è però un limite a tutto: ampliare il campo dei partecipanti alla rassegna iridata poteva essere giusto, anzi sacrosanto, in un determinato periodo storico, quello in cui si superò la quota fissa, e apparentemente immutabile, di 16 finaliste, in vigore praticamente dal 1934 al 1978 (con un paio di eccezioni). Aveva un senso, perché il rischio era quello di ridurre la Coppa del Mondo a un torneo riservato a una ristrettissima élite, con i paesi calcisticamente più "depressi" a far da comparse o, nella maggior parte dei casi, da semplici spettatori. Si passò così alle 24 squadre, a partire da Spagna '82 (ma con uno squilibrio enorme fra le partecipanti, ben 14 europee e agli altri le briciole) e poi, nel '98, si arrivò a 32 (e da allora si assiste a uno squilibrio opposto, visto che alle ultime due edizioni hanno preso parte appena 13 rappresentanti del Vecchio Continente). Formula a 32 che aveva se non altro una discreta funzionalità, in quanto consentiva di evitare i ripescaggi delle terze alla fine della fase a gironi.
OGGI SERVE DAVVERO ALLARGARE? - Il fondamento sportivo di tali allargamenti era soprattutto il tentativo di favorire un progresso dei movimenti calcistici più arretrati, segnatamente quelli dei continenti africano, asiatico, oceanico e del nord - centro America. Lodevole, anche se si potrebbe dire che tale obiettivo sia minato da un vizio di fondo: il primo Mondiale a 24 squadre, infatti, vide una serie di rappresentative del cosiddetto "Terzo mondo" battersi con gagliardia e validissimi argomenti tecnici, pur essendo esordienti assolute sul massimo palcoscenico. Camerun e Algeria sfiorarono la qualificazione al secondo turno mettendo in gravi difficoltà alcune grandi storiche (o addirittura battendole, come i nordafricani fecero con la Germania Ovest), l'Honduras fermò sul pari la Spagna padrona di casa e l'Irlanda del Nord, il Kuwait fece 1-1 con la Cecoslovacchia mancando una vittoria che avrebbe meritato... Insomma, la nobiltà del calcio si accorse, di punto in bianco, che il resto del mondo non era rimasto fermo ed arretrato, ma aveva compiuto enormi progressi pur essendo stato lasciato ai margini e non avendo partecipato, se non sporadicamente, al grande summit del pallone mondiale.
LA CRESCITA DEL CALCIO "POVERO" PASSA DAI CLUB - In sintesi: la crescita dei paesi calcisticamente ancora "indietro" può avvenire anche a prescindere dalla loro inclusione fra le finaliste di un Mondiale, specie se questa inclusione è ottenuta tramite innaturali allargamenti del "tabellone". Avveniva all'epoca, lo abbiamo visto nel caso dell'82, e a maggior ragione può avvenire oggi. Perché tale crescita passa, prima di ogni altra cosa, dalla crescita dei singoli calciatori, e oggi i calciatori del "Terzo mondo" popolano in larga quantità i campionati delle varie nazioni europee. Ed è qui, nei club di Francia, Germania, Italia e via discorrendo, che "vanno a scuola", diventano calciatori veri, a tutto tondo, portando poi questo bagaglio di know how nelle loro rappresentative. 
UN RISCHIO: ABBASSAMENTO DEL LIVELLO TECNICO - Certo, anche i confronti fra selezioni nazionali servono a migliorare, eccome: ma le fasi finali di Mondiali ed Europei non possono diventare le palestre per la crescita di chi è ancora indietro. Anzi, qui tocchiamo un altro punto dolente: immettere innaturalmente nel gruppone della gran festa quadriennale squadre che, col format attuale, il Mondiale se lo sognerebbero, significa prima di tutto abbassare notevolmente il livello tecnico della kermesse. Cosa che, per dire, avvenne in occasione del passaggio da 24 a 32 finaliste, a Francia '98, secondo quanto scrissero alcuni commentatori dell'epoca. E anche l'ultimo Europeo dovrebbe rappresentare un segnale d'allarme, in tal senso: il nuovo format a 24 squadre ha prodotto spettacoli in linea di massima di qualità modesta, poche partite memorabili o prestazioni di alto spessore (fra queste, diciamolo con orgoglio, quelle azzurre contro Belgio e Spagna). Fra le "nuove arrivate", solo Islanda e Galles si son fatte autenticamente onore: ma erano comunque già nitidamente emerse nel biennio di qualificazione, guidando anche per diverse giornate le classifiche dei rispettivi gironi, e nel torneo finale in Francia non hanno fatto altro che confermare la loro acquisita caratura internazionale, casomai andando oltre le previsioni di partenza. 
TROPPE PARTITE, PROBLEMI LOGISTICI - Ecco perché oggi, quando mancano nove anni alla data fissata, una Coppa del mondo a 48 squadre pare un non senso tecnico, una forzatura. Si indora la pillola dicendo che chi arriverà fino in fondo dovrà comunque disputare sette partite, proprio come adesso, e va bene; e si sottolinea che il tutto si potrà svolgere in poco più di un mese, proprio come oggi, e questo va un po' meno bene, perché ci sarebbe un incremento notevole di partite, passando da 64 a 80, con tutti i problemi logistici del caso, anche legati alle potenzialità del Paese che si assumerà l'onere dell'organizzazione. La formula in alcuni dettagli deve ancora essere messa a punto: di certo ci sono i sedici gironi da tre nella prima fase, con qualificazione delle prime due di ogni gruppo; in pratica, 48 gare per mandare a casa appena 16 rappresentative. Poi eliminazione diretta dai sedicesimi di finale in avanti. 
I MONDIALI COME LE OLIMPIADI? - Fra le innovazioni proposte, si parla di cancellazione dei supplementari per passare subito ai rigori. Nelle quote di partecipazione assegnate ad ogni continente, all'Europa andrebbero solo sedici posti, ed è un assurdo (soprattutto se messi in relazione con i 9,5 per l'Africa e gli 8,5 per l'Asia), così come è assurdo che, a partire dal passaggio al format a 32, si sia progressivamente ridotto lo spazio riservato al Vecchio Continente, nonostante i risultati degli ultimi Mondiali abbiano dimostrato incontrovertibilmente l'assoluto dominio del football europeo sul resto del globo. Così diventa una Coppa del Mondo pericolosamente simile al torneo olimpico, dove non si tiene conto, o se ne tiene troppo poco, dei valori calcistici su scala planetaria, attenendosi più che altro a un criterio di equa distribuzione geografica dei posti disponibili.
DIFFICILE TORNARE INDIETRO - Vedremo. La contrarietà di fondo al progetto non significa che non si possa sperimentare il tutto. Così come sono curioso di vedere come sarà un Mondiale quasi "natalizio" come quello del '22 (con tutti i problemi legati alla sospensione dei campionati nazionali, che potrebbe gettare nel caos il calcio di club), sono altrettanto ansioso di vedere questo ipertrofico torneo '26. L'avranno comunque vinta loro, quelli della FIFA: perché nel calcio raramente si torna indietro (come per la nostra Serie A: sembra sempre più difficile poter vedere una riduzione dell'organico del massimo torneo, decaduto sotto tutti i punti di vista da quando si gioca fra venti squadre); perché gli introiti probabilmente aumenteranno, e perché, se qualche Nazionale rivelazione ci sarà, si potrà sempre dire che è stato merito del nuovo format, che ha dato tanto spazio ai "peones" del pallone. I quali però, Mondiali  od Europei che fossero, alla fine si son spesso fatti valere, magari non vincendo mai nulla ma compiendo imprese clamorose (dal Camerun al Ghana, dalla Nigeria alla Costarica). E lo hanno fatto, finora, dovendo superare grandissimi ostacoli, percorrendo strade più probanti e maturando nel tempo. Ora avranno forse vita più facile, ma arrivare più velocemente alla vetta non è detto che sia un bene, anzi. Il patrimonio delle grandi potenze calcistiche non si costruisce in quattro e quattr'otto e passando attraverso varchi fin troppo larghi.  

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta. 

lunedì 11 luglio 2016

EURO 2016: IL PORTOGALLO "FORMICHINA" TRIONFA SENZA SCANDALO IN UN TORNEO DIMESSO. GIUSTA PUNIZIONE PER LA SOPRAVVALUTATA FRANCIA


In un Europeo fra i più dimessi e minimalisti di sempre, è perfino logico che ad arrivare per prima sul traguardo sia stata una squadra operaia, artigiana, calcisticamente provinciale nel senso più positivo del termine. La "formica" Portogallo in trionfo a Saint Denis è un verdetto che non desta scandalo, né deve sorprendere troppo. Le coppe in serie conquistate dalla Spagna e lo strepitoso Mondiale targato Germania ci avevano abituati al concetto che, alla fine, vince sempre chi sa praticare un gioco propositivo, di iniziativa, votato all'offesa pur se non dissennata. Qualcuno si era forse dimenticato che il football non è solo questo: è anche organizzazione difensiva ferrea, copertura attenta e paziente, capacità di soffrire in trincea e di stanare gli avversari per poi piazzare la botta vincente nel momento topico. Il calcio della concretezza, il calcio delle formiche che prevale su quello delle cicale. Cicale francesi, nella circostanza, belle e invincibili solo sulla carta. 
EURO SENZA TOP TEAM - Del resto, siamo sinceri: qualsiasi rappresentativa si fosse imposta in questo Euro 2016, si sarebbe comunque trattato di campioni "dimezzati". Sì, perché nessuna Nazionale, in questo mese di torneo, ha mostrato di meritare pienamente l'alloro finale. Non la Germania, presentatasi con un potenziale ridotto almeno del 50 per cento rispetto alla vittoriosa campagna brasiliana di due anni fa: non più martellante e incisiva in attacco, impigliatasi nelle ragnatele di una manovra piacevole ma sterile, sempre solidissima dietro fin quando non è stata tradita da due inconcepibili "colpi di mano" di uomini esperti come Boateng e Schweinsteiger. Non il Belgio, forse la formazione più ricca di classe pura, ma immatura sul piano tattico e mentale. Non la Spagna, che ha maramaldeggiato contro gli avversari più deboli per poi tornare a mostrare la corda con i più competitivi, confermando il declino chiaramente evidenziatosi al Mundial. Non l'Italia, purtroppo, che certo nulla avrebbe rubato approdando alla semifinale, ma che ha pagato la mancanza di autentici campionissimi, ispiratori e stoccatori dalla cintola in su. 
LA FRANCIA E IL TABELLONE AMICO - E la Francia? Beh, la Francia merita un discorso a parte. Il tabellone del torneo aveva preso forma all'insegna della morbidezza più assoluta. Un primo turno con Romania, Albania e Svizzera, e, con tutto il rispetto, quale "grande" del Continente non avrebbe apprezzato un sorteggio così? Negli ottavi, una terza ripescata (le è toccata l'Eire) e nei quarti la vincente di uno scontro fra seconde, una compagine uscita dai gruppi B ed F (Galles, Slovacchia, Russia e Inghilterra, oppure Islanda, Ungheria, Austria e Portogallo): avversari in larga parte competitivi, ma abbordabilissimi per una selezione, come quella dei Bleus, che puntava in partenza al bersaglio grosso. L'exploit clamoroso degli islandesi (un'impresa autenticamente leggendaria, tale da far impallidire quella del Leicester) ha fatto saltare il banco, trasformando l'autostrada in uno scivolo verso le semifinali. Quasi come nel precedente torneo organizzato dai transalpini, Francia '98: anche allora, un cammino più o meno di tutto riposo fino ai quarti, dove Zidane e compagni trovarono il primo rivale di caratura internazionale, la spaurita Italia di Cesare Maldini. Insomma, gli uomini di Deschamps "rischiavano" di vincere questo Europeo dopo cinque incontri quasi di allenamento e due soli confronti "veri": sarebbe stato un trionfo senza sale e senza spessore. Giusto che alla fine la buona sorte abbia voltato loro le spalle.
FRANCIA SENZ'ANIMA - Oltretutto, mi pare che questa Francia continui ad essere sopravvalutata. Lo fu già in Brasile, dove arrivò ai quarti sulle ali di un altro percorso soft (Honduras, Svizzera, Ecuador e Nigeria gli ostacoli), per poi essere eliminata quasi in souplesse dalla Germania. Intendiamoci, le scorte di talento non le mancano, ma sul piano del gioco non ha detto nulla di nuovo, non ha una manovra lineare, procede a strappi facendo sostanzialmente leva sulle qualità dei suoi singoli: sembra, appunto, una selezione tout court, più che una squadra. Griezmann, l'uomo dell'Europeo,  ispiratissimo come il Pablito Rossi di Spagna '82, l'ha tenuta a galla con un rendimento d'eccezione, ma poi i nodi sono venuti al pettine. I padroni di casa non sono riusciti a trovare la chiave tattica e tecnica per prendere il sopravvento su un Portogallo gravemente menomato, in pratica costretto a giocare il 99 per cento del match decisivo senza il suo uomo simbolo. 
PORTOGALLO "PROVINCIALE" - Chiaro che l'uscita di Cristiano Ronaldo dopo il fallo di Payet abbia accentuato l'atteggiamento "conservativo" dei lusitani, che hanno fatto ciò che dovevano e potevano: occupazione "militare" del campo, chiusura degli spazi, sapienti abbassamenti di ritmo in attesa di infilarsi nel varco giusto; un atteggiamento da "provinciale", si diceva, e il riferimento è a certe "piccole" realtà che spesso riescono a fare lo sgambetto ai colossi metropolitani: per i cultori del calcio vintage è fin troppo facile citare l'Ascoli, l'Avellino o il Catanzaro degli anni Ottanta... In più, il Portogallo ha messo sul piatto doti di palleggio esemplari: esclusi alcuni sbandamenti nella fase iniziale, ha poi gestito il pallone con sapienza superiore, limitando al minimo gli errori di tocco e di misura. 
OCCASIONI TRANSALPINE - Certo, la Francia avrebbe anche potuto vincere: pur avvitata in un gioco lento e privo di fantasia, pur irretita per lunghi tratti dai rivali, alla fine è riuscita a costruire sei palle gol, non tante in 120 minuti, ma nemmeno poche. Rui Patricio ha salvato in apertura su un colpo di testa di Griezmann e si è poi ripetuto due volte su Sissoko e, soprattutto, su un bel diagonale di Giroud nella ripresa; un'altra inzuccata di Griezmann si è persa alta di un nonnulla, e il subentrato Gignac ha colpito un palo clamoroso allo spirare dei tempi regolamentari, peraltro imitato da Guerreiro su punizione nel secondo extra time. La definitiva stilettata di Eder, destro chirurgico dalla distanza dopo insistita azione personale, è stata anche un premio alla sagacia tattica del cittì Fernando Santos, che si è... fatto perdonare la mossa Quaresma (inconsistente e irritante) con l'inserimento di questo gigante d'ebano, che ha consentito alla sua squadra di alzare leggermente il baricentro e di ampliare il ventaglio delle soluzioni offensive, invece di limitarsi a una passiva attesa della lotteria dei rigori. 
DI NECESSITA' VIRTU'... - Per il Portogallo di oggi vale, amplificato, il discorso fatto nei giorni scorsi a proposito degli Azzurri: ognuno cerca di vincere coi mezzi che ha, non c'è scandalo in tutto questo, purché non si arrivi a praticare l'anticalcio, cosa che non si può certo imputare ai lusitani, pur se il loro successo, lo ripetiamo, non resterà negli annali quanto a fiammeggianti espressioni di grande football. Certo, è stato più un trionfo del collettivo che dei singoli: ieri sera han brillato soprattutto il fondamentale Rui Patricio, Cedric e la diga William, ma è stato tutto il complesso a girare magnificamente, inaridendo alla lunga le velleità degli anfitrioni. Storicamente, è un'affermazione ineccepibile: negli ultimi cinque Europei, i rossoverdi hanno giocato due finali e due semifinali, e nel mezzo ci han piazzato anche il quarto posto al Mondiale 2006. Una continuità di rendimento agli alti livelli quasi teutonica...

                                              Per Griezmann un Europeo super

QUANTO VALGONO I BLEUS? - Quanto alla Francia, questo secondo posto, alla luce di ciò che si è detto prima, conta poco più di niente. Ci sono dei valori, nell'Exagone, certo: da Lloris a Koscielny, da un Pogba però troppo sulle sue (dov'è finita l'esplosività juventina?) alla generosa punta Giroud e al tuttofare Griezmann, capace di rientrare a dar manforte dietro per poi farsi trovare lucidissimo nei sedici metri finali; meno convincente Payet, che ha iniziato la rassegna alla grandissima ma poi ha abbassato i ritmi dimostrandosi talento piuttosto "anarchico", come si diceva una volta, troppo spesso tanto fumo e poco arrosto. Ma è una squadra che ha un terribile bisogno di scoprire quanto vale realmente, e lo potrà fare solo confrontandosi con avversari di autentico spessore, in partite vere: a Euro 2016, lo ripetiamo, è accaduto solo due volte, con una vittoria e una sconfitta...
FORMULA SBAGLIATA - Europeo minimalista, si diceva. L'allargamento a 24 finaliste è stato un clamoroso successo economico, come han riportato i giornali nei giorni scorsi, nonostante vi sia ancora qualche sapientone che parla di calcio delle Nazionali in crisi... Diverso il discorso sul piano tecnico: giocare una prima fase di trentasei partite per eliminare la miseria di otto squadre vuol dire azzerarne o quasi il pathos, a meno che non si consideri emozionante l'attesa di conoscere il nome delle quattro terze ripescate... La formula aveva  mostrato i suoi grossi limiti già nei Mondiali giocati fra il 1986 e il 1994: la presenza delle terze "droga" il tabellone degli ottavi, assegnando a sole quattro delle sei vincitrici di girone avversari teoricamente "morbidi" nel primo turno a eliminazione diretta, e di converso offrendo un'ancora di salvezza eccessiva a chi ha deluso nella prima parte della manifestazione. La vera fortuna del Portogallo, nella fattispecie, è stata questa, non certo la storiella, con cui ci hanno ammorbato in questi giorni, del fatto di aver vinto una sola partita nei 90 minuti, come se le vittorie ai supplementari non valessero alcunché... Ritengo in ogni caso sempre preferibili i format che ammettono alla seconda fase solo le prime due dei raggruppamenti iniziali, come avveniva nell'Europeo a 16 squadre e come avviene nel torneo iridato a 32: se non altro sono più equanimi, negli ottavi tutte le prime affrontano tutte le seconde, non si scappa... Se proprio si deve restare a 24 finaliste continentali, che si ripeschi la formula di Spagna '82, quella coi gironcini a tre, che all'epoca oltretutto si mostrò assolutamente funzionale.  
FASE DI TRANSIZIONE - Al di là di questo, nessuna rappresentativa ha offerto un rendimento autenticamente di eccellenza, i momenti di spettacolo vero sono stati rari, la media gol è finita sotto il livello di guardia (2,12 a gara). Tutto normale, tutto fisiologico, quando si è reduci da un'era calcistica dominata da una Nazionale che ha lasciato nella storia un'impronta di gioco e non solo di risultati, e quando i successori designati, i tedeschi, si trovano alle prese con alcune carenze di ruolo che alla vigilia erano state sottovalutate. Di questo "vuoto di potere" potevano approfittare diversi team: fra di essi l'Italia, che moralmente l'avrebbe anche meritato per essere uscita indenne, quando non vincitrice, da un calendario terribile e impietoso fin dall'inizio (Belgio, Spagna e Germania, ricordiamolo sempre); perfino il Galles, strada facendo, aveva legittimato le sue ambizioni con un assetto tattico impeccabile, grande aggressività (forse una delle compagini più votate all'offensiva) e individualità di tutto rispetto (non solo Bale, che pure ha brillato). C'è riuscito invece il Portogallo sornione e sparagnino, che quasi in silenzio ha trovato una nuova generazione d'oro, quella di Cedric, di Guerreiro, di Joao Mario, di William e di Renato Sanches, più pratica e concreta rispetto alle "covate"  dei Figo e dei Rui Costa, o dei Deco e dei Maniche. La generazione delle "formichine" lusitane. 

domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

giovedì 23 giugno 2016

EURO 2016: CONTRO l'IRLANDA L'ITALIA NON ERA UNA SQUADRA, IMPOSSIBILE FARE RISULTATO. E CON LA SPAGNA...



Solo il più ingenuo dei tifosi poteva credere in una vittoria sull'Eire (ripeto la domanda del precedente post: perché quasi nessuno la chiama più così?), o comunque in un risultato positivo, magari accompagnato da una brillante prestazione dei nostri. Ieri sera non esistevano le condizioni perché tali auspici si avverassero. Per far bene a livelli così alti, dicasi la fase finale di un campionato d'Europa, bisogna essere innanzitutto una squadra nel senso più pieno del termine, e l'Italia di Lille non lo era, né lo poteva essere. Non puoi cambiare otto undicesimi della formazione - tipo e farla franca, sperando che sul campo, come d'incanto, si creino in pochi minuti amalgama, intesa, organizzazione, automatismi. Difficile che avvenga in un club, coi suoi tempi di lavoro più dilatati, figuriamoci in una rappresentativa, ricostruita da zero in pochi giorni. 
RIVOLUZIONE ECCESSIVA - Proprio per questo, nel pezzo di commento alla stentata vittoria sulla Svezia, avevo auspicato quattro - cinque cambi, non una rivoluzione: un mix tra titolari e "riserve" (anche se nel calcio di oggi, votato al buonismo, è vietato chiamarle così), il "brodo di coltura" ideale per consentire ai nuovi di esprimersi al meglio delle loro potenzialità, venendo inseriti in un meccanismo già collaudato. In una squadra, per l'appunto. Conte ha invece costruito, per la pleonastica terza uscita azzurra a Euro 2016, una formazione raccogliticcia, composta da elementi che mai avevano giocato assieme.
Una cosa del genere la fece Lippi durante il suo secondo mandato, nel 2009: titolarissimi in campo a Dublino, nell'autunno 2009, per strappare proprio agli irlandesi il punto necessario per la qualificazione a Sudafrica 2010, e squadra totalmente rinnovata per l'impegno di pochi giorni dopo con Cipro a Parma, scaduto a livello di amichevole. Risultato: Italia in bambola per un'ora e addirittura sotto di due gol contro i modesti isolani, fino al risveglio finale, con assalto all'arma bianca e risultato capovolto da un Gilardino scatenato, autore di una tripletta. Ecco: ieri, giusto qualche guizzo dei singoli più dotati avrebbe potuto evitarci la figuraccia, quantomeno sul piano del punteggio. Ci stava quasi riuscendo Insigne, che ha chiuso con un palo schioccante un'azione personale simile a quella che aveva portato in gol Eder pochi giorni fa. Ma non sarebbe stato un premio meritato, ed è infine giunto un ko poco meno che inevitabile, con Brady e compagni che avrebbero potuto passare anche prima. 
NON ERA IL VERO BERNARDESCHI - Compagine raccogliticcia e improvvisata, si diceva, fatta apposta per mettere tutti nella condizione di dare il peggio. Avete visto Bernardeschi? E' uno dei talenti più fulgidi dell'ultima generazione nostrana, ma ieri ha giocato una partita francamente imbarazzante: timido, confusionario, impreciso persino nel tocco di palla, che dovrebbe essere una delle sue doti più cristalline. Lo stesso giocatore, visto a Udine in una squadra vera, aveva invece portato brio, freschezza, imprevedibilità in fase offensiva. E anche Sturaro non è certo il cieco cursore messosi in mostra ieri.. Nulla di sorprendente, invece, negli errori di Thiago Motta, che da due anni è un corpo estraneo alla Nazionale eppure continua a godere di credito largamente superiore ai meriti acquisiti. Hai un bel dire che ha esperienza internazionale, gioca in una big del calcio europeo e amenità simili, ma poi questa caratura va dimostrata sul campo, e l'ultimo Thiago di livello, in azzurro, lo si è visto forse ai tempi della rassegna continentale 2012. 
BONUCCI IN CAMPO, PERCHE'? - Partita difficile da analizzare tecnicamente e tatticamente, quella di poche ore fa: l'Italia non è stata in grado di togliere l'iniziativa a un avversario aggressivo ma modesto, ha da subito lasciato il pallino ai verdi, rattrappendosi in una difesa esclusivamente passiva, che si limitava a chiudere o a respingere di testa (molto efficace in questo senso Ogbonna, un'alternativa che potrebbe tornare utile se l'Europeo si allungasse e se qualche diffida si tramutasse in squalifica, come temo prima o poi avverrà), senza però far ripartire l'azione. Cosa di cui di solito si occupa Bonucci, sul quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte: per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare una giustificazione alla sua presenza in campo. Già gravato da un'ammonizione, un altro cartellino può essere dietro l'angolo in qualunque partita, può arrivare anche in modo casuale, o per una svista dell'arbitro: non è successo, ma il cittì si è preso un rischio veramente assurdo, mettendo a repentaglio la presenza di uno dei nostri uomini cardine nel durissimo match contro la Spagna. La formazione era talmente improbabile, talmente slegata e priva di equilibri, che un giocatore  nuovo in più in aggiunta agli otto già schierati non avrebbe spostato alcunché. E allora, perché? 

                                             Da Insigne gli unici lampi di Lille

RANKING FIFA E SCARSA FORZA PENETRATIVA - E' stata una delle gare più inutili nella storia degli azzurri alle grandi manifestazioni, sullo stesso piano di Italia - Paraguay (Mondiale 1950) e Italia - Svizzera (Mondiale 1962), due confronti che i nostri affrontarono sapendo già di essere eliminati. Comunque un peccato: spezzare una serie positiva, addirittura perdendo, insinua pur sempre qualche dubbio, qualche incertezza in un morale fino al giorno prima granitico. E poi la nostra rappresentativa non si trova nelle condizioni di negarsi la possibilità di provare a vincere anche quando la posta in palio immediata non è altissima, come ha fatto questa volta per un mero eccesso di sperimentalismo: accumulare vittorie è necessario, molto banalmente, anche per il ranking FIFA, e certi punti persi nel recente passato in partite abbordabilissime ci sono costati cari, negandoci il titolo di testa di serie nei sorteggi per la fase finale di Brasile 2014 e per le eliminatorie di Russia 2018. Senza dimenticare che, fra Svezia ed Eire, con due undici diversi abbiamo mostrato gli stessi difetti: incapacità di praticare un gioco di iniziativa, assurdo attendismo al cospetto di rivali non eccezionali, clamorosa sterilità offensiva. Sentivo ieri in tv che questa è l'Italia che crea meno, in avanti, dai tempi di Euro '80, e non mi sorprende: ricordo selezioni azzurre, anche in versioni non particolarmente scintillanti, che sapevano premere, concludere, impegnare le difese avversarie, come quella del biennio 2010 - 2012, che affrontava senza paura anche "squadroni" certamente più dotati. Questa lo fa molto raramente, troppo raramente. 
SERVE UN'ITALIA MIGLIORE DI QUELLA DI LIONE - Certo, contro gli iberici il problema non dovrebbe porsi. Il copione in apparenza è scritto: i magnifici di Del Bosque a fare la partita, noi a rispondere con difesa ferrea ma propositiva e ripartenze a tambur battente. In parole povere, potremmo sfangarla ripetendo la medesima impostazione di gara che ci ha premiati col Belgio, solo che questa volta dovranno essere davvero tutti sul pezzo, dovranno rasentare la perfezione, cosa che al debutto di Lione non si verificò, con qualche prestazione singola non all'altezza del collettivo. Poi può essere pure che invece, come avvenne nella semifinale di Confederations Cup 2013, il team di Conte sorprenda tutti e prenda pallino: quel giorno l'Azzurra di Prandelli, in una delle sue ultime versioni di grana buona, tenne in scacco le Furie Rosse e minacciò ripetutamente Casillas, per poi cedere ingiustamente ai calci di rigore. Ma per avere autentica vivacità dalla trequarti in su bisognerebbe dare più fiducia ai nostri ragazzini terribili, Insigne ed El Shaarawy in primis, che finora invece hanno visto il campo col contagocce. 
NON PIU' EXTRATERRESTRI, MA FORTISSIMI - Non è per fare gli schizzinosi, ma la sfida contro i campioni in carica sarebbe stato meglio averla più avanti. La Roja non è più, in senso assoluto, la macchina perfetta che passò come un rullo compressore su Euro 2008. Sudafrica 2010 ed Euro 2012. Due anni fa in Brasile fu bruscamente ridimensionata, ma era evidente che, con l'organico a disposizione, non fosse giunta al capolinea. Era semplicemente divenuta più "umana", ecco tutto. E la Spagna di oggi è una squadra umana, che nei momenti migliori palleggia che è un piacere (ma il tiqui taca esasperante del passato si è attenuato, a vantaggio di un gioco spesso più verticale), avvolge gli avversari e li "mata" grazie alla precisione nel tocco, nei passaggi, nelle conclusioni dei suoi campioni. Ma ha anche qualche momentanea défaillance e presa in velocità può andare in crisi. Speriamo... 
BENTORNATA, UNGHERIA! - Rimane comunque una delle realtà migliori espresse da un primo turno molto equilibrato e raramente spettacolare (fragorosa eccezione, il 3 a 3 di ieri fra Ungheria e Portogallo). Come da tradizione di questi grandi tornei, alcune fra le squadre più attese hanno steccato totalmente (vedi Austria, la delusione più clamorosa) o parzialmente (lo stesso Portogallo, che non è andato al di là di tre pareggi, l'ultimo soffertissimo). Francia e Germania hanno lasciato intravedere solo in minima parte le loro grandi potenzialità (ma i tedeschi sono parsi in netta crescita nel terzo match coi nordirlandesi). L'Islanda ha confermato l'eccellente trend delle qualificazioni, dove aveva fatto fuori nientemeno che l'Olanda terza nel mondo, il Galles ha sorpreso solo i superficiali, visto che attorno al fuoriclasse Bale, pienamente all'altezza del compito, ha costruito una compagine solida e di discreto talento. A destare clamore è soprattutto l'exploit dell'Ungheria, poco considerata, forse poco dotata tecnicamente, ma scaltra e motivata. I magiari erano in debito con tutti gli amanti del calcio: trent'anni di assenza totale dai grandi palcoscenici (mancavano da Mexico '86) sono imperdonabili per quella che è stata una delle migliori scuole di football di sempre, ma si è in tempo per rimediare, e questo boom è già un primo passo per riassaporare scampoli di gloria.  

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva.