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giovedì 9 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SECONDA SERATA: FRA GRANDI RITORNI E TURPILOQUIO, SVETTANO MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO. EMOZIONE PER ARTICOLO 31, MODA', PAOLA E CHIARA

 


E' stata la serata dei grandi ritorni. Ritorni di eroi pop amatissimi dal pubblico anni Novanta e inizio secolo, ritorno di ospiti stranieri, dopo il vuoto delle ultime edizioni del Festival. Ritorni unici, veri e attesi, laddove quelli di Al Bano e Ranieri, pur nella versione inedita in trio con Morandi, sono stati sono l'ennesima ricomparsa per ricantare sempre i soliti, graditissimi successi. Ma è stata anche la serata del turpiloquio, presente in abbondanza nei testi delle canzoni in gara e fuori gara così come nell'appendice comica, nel segno di uno sdoganamento fisiologico ma forse eccessivo, perché l'evoluzione della lingua italiana non implica libertà assoluta di attingere al fondo del barile dei vocaboli. 

EMOZIONE ARTICOLO 31, GIOIA DI VIVERE PER LE SORELLE - Il discorso sui ritorni ci porta immediatamente nel cuore della gara, che ieri si è ripresa quasi totalmente la ribalta, dopo i troppi extra del vernissage di martedì. Si è confermata una linea di tendenza, quella di una generale orecchiabilità, senza imbarcarsi in percorsi sonori troppo complessi e ricercati. Il blocco dei primi 14 Big si era presentato però più omogeneo, riguardo al livello qualitativo delle proposte, laddove ieri si sono avuti picchi notevoli ma anche parziali delusioni. Ma partiamo dai ritorni di cui si diceva: due sospirate reunion, questi sì eventi del tutto inediti, col debutto sanremese degli Articolo 31 che mi hanno quasi commosso, grazie a un brano che si consegna senza remore alla nostalgia e al racconto di un rapporto di amicizia tormentato oltre ogni limite. Invece Paola e Chiara, che mancavano dalla competizione dal 2005, non hanno concesso nulla alla malinconia, riappropriandosi felicemente delle misure dance che ne avevano decretato il successo discografico da Vamos a Bailar in poi, ritrovando il loro stile e contaminandolo leggermente con qualche vaga sonorità in salsa disco settantiana. Una rentrée tutt'altro che in tono minore, peccato per il profluvio abnorme di brillantini che ha quasi azzerato la grazia ancora intatta dei loro lineamenti. 

SANREMO AUTOBIOGRAFICO - Ricomparsa all'altezza delle aspettative anche quella dei Modà, all'insegna della continuità più assoluta con lo stile dei loro tempi migliori e con un'interpretazione ancor più accorata da parte di Kekko Silvestre, che in questa "Lasciami" ha riversato un vissuto recente piuttosto doloroso. Il che è una delle caratteristiche salienti del pacchetto-canzoni di questo Sanremo 2023: profondo lirismo autobiografico, dai citati Modà e Articolo 31 al Grignani di ieri, e a Levante, che fugge dal lacrimevole e canta il suo difficile percorso post parto con un ritmato ed energico inno alla positività. 

GIORGIA NON IMMEDIATA - Il ritorno più significativo, quantomeno in relazione alla storia e all'albo d'oro del Festival, era probabilmente quello di Giorgia, bellissima come e più di sempre, con una "Parole dette male" che ci immerge totalmente nelle atmosfere della melodia anni Ottanta e Novanta. Una canzone d'amore classica, raffinata, ben congegnata ma non da primo ascolto, e questo spiega la posizione penalizzante nella classifica della sala stampa. Classifica che era peraltro in larga parte prevedibile, per chi avesse avuto la pazienza di leggersi, nelle settimane scorse, le recensioni pubblicate su giornali e siti web dopo l'ascolto dei pezzi in anteprima offerto dalla Rai ai media: recensioni che non si esprimevano in termini totalmente lusinghieri nei confronti della stessa Giorgia, dei Modà e di Ultimo. Tre artisti che, ne sono sicuro, prenderanno quota nelle ultime tre sere grazie ai voti popolari, anche se non credo che ciò consentirà loro di lottare per la medaglia d'oro. 

MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO, LIVELLI D'ECCELLENZA - A tal proposito, mi riconosco al 99 per cento nella Top five espressa dalla prima giuria. Perché insomma, che il brano di Mengoni abbia una marcia in più è evidente a tutti, mente le proposte di Madame e Colapesce-Dimartino sono state indubbiamente le migliori fra quelle ascoltate ieri. Madame è ulteriormente cresciuta sul piano compositivo e ora le sue parole giungono chiare al pubblico, pur senza rinunciare a quel particolare modo di cantare un po' "strascicato" che però non tocca gli abissi di giovanilismo di tanti suoi colleghi esordienti; e in più, "Il bene nel male" offre anche una spruzzata di sound in stile Daft Punk, che accresce l'appeal del pezzo, così come il refrain martellante. Colapesce e Dimartino forse si sono addirittura superati, rispetto a "Musica leggerissima", e mi riferisco nello specifico al processo creativo di costruzione dell'opera: quella era una composizione geniale ma anche furbetta nel suo strizzare l'occhio ad atmosfere retrò, e del resto i tormentoni si costruiscono anche così, mentre questa "Splash" è persino rigorosa, senza trovatine accalappia-pubblico, eppure di grande efficacia testuale, ricchezza musicale e con un ritornello che funziona. Anche se, probabilmente, la resa in termini commerciali sarà decisamente inferiore. 

LAZZA DA CHART - Non mi aspettavo invece il mini exploit di Tananai, che credevo fedele alla scia scanzonata che ne ha decretato il successo 2022, fra Sanremo ed estate. La mia sensazione è che in questa versione "istituzionalizzata" perda un po' in freschezza e capacità d'impatto, senza nulla togliere al brano che è festivaliero fino al midollo e non privo di una certa eleganza; ma sono metamorfosi che mi lasciano perplesso. Così come mi hanno lasciato perplesso alcuni dei giovani ascoltati ieri: da risentire Shari e Will, leggerino LDA, più originale e brioso Sethu. Su tutti Lazza, che ci ha fatto capire perché sia campione assoluto di vendite e, secondo una mentalità fortunatamente superata, "non avrebbe avuto bisogno di Sanremo": "Cenere" è la canzone probabilmente più contemporanea fra le 28 in concorso, con un arrangiamento straniante e ipnotico. Sopra le righe ma divertente e gioioso Rosa Chemical, con un ballabile stile anni Trenta innaffiato da un pizzico di charleston. Non male. 

LE STILETTATE DI FEDEZ E LO STRANO RIBELLISMO DI DURO - E il resto della serata? Detto dello spazio "Migliori anni" col trio prezzemolino Morandi-Al Bano-Ranieri, sullo stesso versante si è fatta preferire l'accoppiata Renga-Nek, che si scambiano i loro successi e che magari l'anno prossimo troveremo in concorso, dove è giusto che stiano. Lì per lì è passata quasi inosservata la performance in nave di Fedez, che invece ha picchiato duro contro il viceministro Bignami, contro le interrogazioni parlamentari assurde su Rosa Chemical (ne avevo fatto cenno nel mio pezzo di presentazione del Festival) e, a buon peso, contro il Codacons, assumendosi poi in toto la responsabilità di quanto aveva rappato. Di certo un intervento più puntuto di quello del comico Angelo Duro. Strano, però, il pubblico dell'Ariston: si scandalizza, giustamente, per la furia devastatrice di Blanco (di cui però ieri credo di aver spiegato bene i retroscena) e poi non si scandalizza per la volgarità del siciliano. Non si scandalizza e però ride anche poco, va detto, anzi, si limita a sorridere. Poi va bene tutto, la comicità è anche questa, soprattutto in tempi di stand up comedy (ma i fuoriclasse del genere sono altri, una soprattutto; Michela Giraud), però c'è anche la conferma della schizofrenia del Festival, che si inserisce nella sacrosanta battaglia contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni e per la parità di genere, e poi lascia che si monologhi sul tradire il partner andando a prostitute come salvezza per il matrimonio; un festival che si batte contro il bullismo e poi lascia che si bollino come falliti i laureati costretti a lavorare la terra. Bah. Una cosa sola ho condiviso di quanto detto a notte fonda dal comico emergente: i veri ribelli, oggi, sono quelli che non "indossano" tatuaggi. Sulla qualità complessiva dello sketch, dai contenuti piuttosto banali, lascio giudicare gli esperti. 

BLACK EYED PEAS SUGLI SCUDI - Meglio tornare, e chiudere, con la musica, e col ripristino della parentesi internazionale che era un must dei Sanremo d'antan. I Black Eyed Peas hanno onorato la loro partecipazione con un lungo minishow, fra passato e presente, e con la capacità di coinvolgere la platea. Quando parlo della necessità di tornare a investire sull'estero, a questo mi riferisco: non le ammucchiate di ospiti stranieri degli anni Ottanta, ma pochi nomi selezionati che possano offrire uno spettacolo nello spettacolo, non limitandosi alla bieca promozione del singolo in uscita. 

lunedì 5 dicembre 2022

SANREMO 2023: NEL CAST DEI BIG LE DUE ANIME ARTISTICHE DI AMADEUS. RITORNANO LE SCOMMESSE VINTE, ARRIVANO I CAMPIONISSIMI. GIORGIA, MENGONI E ULTIMO, MA ANCHE MADAME, COMA_COSE, COLAPESCE-DIMARTINO E LEVANTE

 

                      Amadeus annuncia il cast sanremese durante il Tg1 delle 13.30 del 4 dicembre

Cosa sta diventando il Sanremo di Amadeus? La domanda non è né cattiva né maliziosa, ma cerca semplicemente di definire la linea artistica andata delineandosi in questi quattro anni di gestione dell'evento. Ecco, a caldo, poche ore dopo l'annuncio del listone dei 22 Big, mi pare di poter dire che la tendenza sposata dal patron sia quella avviata con l'ultima edizione, ossia il "festival grandi firme". Lo posso dire forse con un pizzico di amarezza, pensando al coraggioso e spiccato sperimentalismo che caratterizzò invece le prime due edizioni targate Ama, e che mi aveva letteralmente entusiasmato. 

IL RITORNO DELLE SCOMMESSE VINTE - La realtà è che c'è un tempo per tutto: e per il popolare anchorman c'è stato il tempo della ricerca, quello in cui ha setacciato il sottobosco della musica leggera nostrana alla ricerca di nomi inediti o poco conosciuti, anche se con una lunga gavetta alle spalle, da mettere alla prova sul massimo palcoscenico pop della Penisola, sfidando perplessità, gusti nazionalpopolari e gerarchie consolidate. Un po' come la fase attuale della gestione Mancini alla guida della Rappresentativa azzurra: ricerca di nuovi talenti, di calciatori in sboccio che possano ridare fiato a una squadra in crisi di risultati. 

A seguire, arriva il secondo step, quello in cui si raccoglie quanto seminato per poi alzare il livello, consolidando la struttura. Ecco, con Sanremo 2023 siamo a questo punto della marcia: in primis, il direttore artistico riporta in gara alcune delle scommesse vinte nel '20 e nel '21. Ritornano Colapesce e Dimartino consegnati all'immortalità canzonettistica da un tormentone epocale, Madame nobilitata persino dal Premio Tenco, i Coma_Cose che meritavano il bis sulla ribalta ligure, la coraggiosa cantautrice Levante, che due anni fa aveva già un suo pubblico ma che con "Tikibombom" passò dalla nicchia (una nicchia, lo ripetiamo, già... piuttosto larga) alla celebrità autentica. E non si tratta di ripescaggi gratuiti, ma tutti fondati su solidi argomenti, dalla credibilità musicale al mero successo commerciale. 

LA CONQUISTA DEI SUPERVIP - In questi nomi c'è il consolidamento del Sanremo formula Amadeus nella sua accezione "primordiale" e genuina. Una volta vinta questa sfida, il secondo passo non poteva che prevedere un innalzamento della posta, l'inseguimento dei superbig veri, i campioni di vendita. In tanti ci hanno provato, in pochissimi ci sono riusciti, se non con qualche exploit isolato. Nel 2022 ci sono stati il ritorno in competizione di una primadonna come Elisa, dopo ventun anni di assenza, poi una coppia di esponenti della nouvelle vague sulla cresta dell'onda, il duo pigliatutto Mahmood - Blanco, e la ricomparsa di due glorie assolute della canzone tricolore, Morandi e Ranieri. Adesso si è andati perfino oltre, perché un cast che può allineare ai nastri di partenza Giorgia, Marco Mengoni e Ultimo è un cast di prim'ordine, non si discute. 

TRIS D'ASSI - Poi, per carità, ci sarà sempre qualcuno pronto a obiettare che i veri grandissimi sono altri. Chi, onestamente? Qualcuno l'ho citato nel precedente post, e sono quasi convinto che il direttore artistico le abbia provate tutte per ottenerne la presenza, penso ad Antonacci o ai Negramaro, ad esempio. Ma, caspita, Mengoni e Ultimo monopolizzano le classifiche e fanno il pienone ai concerti, mentre Giorgia è Giorgia, una fuoriclasse assoluta, ed evito di fare paragoni pesanti che in realtà ci starebbero tutti ma che mi attirerebbero probabilmente molti strali. Oltretutto, grosso merito ad Ama per aver abbattuto quel muro cui ho fatto cenno l'altroieri, le remore psicologiche che da due decenni tenevano lontana dall'Ariston l'interprete romana. Insomma, si può sempre ambire a qualcosa di ancora più prestigioso, ma ogni tanto bisogna pure accontentarsi. Ma poi accontentarsi "de che"? Quanti Sanremo ci sono stati, nel passato più o meno recente, con tre-campionissimi-tre come questi pronti a darsi battaglia? Certo, se qualcuno continua ad aspettare i Venditti e i De Gregori, campa cavallo, e si metta l'animo in pace. 

Questi tre "fuori categoria", poi il duo siculo di "Musica leggerissima", Madame, Levante e la super glamour Elodie sono ora come ora i più accreditati a giocarsi la medaglia d'oro, e visto un tale livellamento verso l'alto sarà più che mai decisiva la qualità dei pezzi, perché, per dire, nel 99 per cento dei Festival "O forse sei tu" di Elisa avrebbe prevalso in scioltezza, ma dieci mesi fa trovò sulla sua strada una composizione altrettanto valida, e io scrissi di "ex aequo morale" per sottolineare la bontà di entrambe le proposte.

SPERIMENTAZIONE ADDIO, O QUASI - L'individuazione di queste due nette tendenze artistiche, ossia il consolidamento degli azzardi passati e il pensare in grande con il ricorso alle prime firme, fanno passare in secondo piano altre caratteristiche di un cast che però meritano di essere sviscerate. Come detto, la sperimentazione, l'audacia, la ricerca dell'insolito sono quasi sparite: i nomi "strani" sono giusto quelli di Rosa Chemical, che però, come abbiamo visto, circolava da settimane fra gli addetti ai lavori, e Mr. Rain, che da anni viene inserito fra i papabili per la rassegna e, insomma, prima o poi doveva arrivarci. Non sono sorprendenti, tutt'altro, le presenze di due dei tre artefici del martellamento balneare di "La dolce vita", ossia la debuttante Mara Sattei e Tananai che è, semplicemente, una Nuova Proposta sanremese che ce l'ha fatta, come tanti ragazzi prima di lui in passato. 

LAZZA COME BLANCO? - Era più arduo, parlando di sezione debuttanti, prevedere il ritorno di Leo Gassman, del resto uno che la categoria l'ha vinta senza però riuscire a dare seguito alla sua affermazione. Ci sta, insomma, ed è anzi giusto che sia stato preso in considerazione almeno un "virgulto" di una delle due edizioni più sfortunate di Sanremo Giovani, 2020 e 2021. Allo stesso modo, l'emergente Ariete era in rampa di lancio già dall'anno scorso, Lazza è uno dei fenomeni discografici di questo 2022 ed anzi, va sottolineato, è un altro colpaccio di Amadeus, visto che forse in questo momento il rapper non aveva immediato bisogno della vetrina rivierasca (ha accumulato in brevissimo tempo una quantità impressionante di dischi d'oro e di platino, da solo o in featuring). Da non escludere, anche se al momento la vedo difficile, che possa ripercorrere le orme di Blanco, giovanissimo protagonista della stagione calda e poi sugli scudi in febbraio. Quanto a LDA, lo avevo preventivato: meno Amici rispetto al passato, perché meno essenziali per la buona riuscita dell'evento, ma almeno uno ci sarebbe stato, ed eccolo lì... 

SUI GIOVANI UN AZZARDO ECCESSIVO - La ricerca del nuovo, per il Sanremo prossimo venturo, il direttore artistico la perseguirà in altro modo, ossia con una colossale, forse eccessiva, responsabilizzazione del vivaio festivaliero tout court. L'altroieri avevo ipotizzato un allargamento del numero di partecipanti per tornare alla classica cifra tonda, 26, ma pensavo all'aggiunta di un nome famoso. Invece, si è saliti addirittura a 28, con ben sei esordienti, sui dodici che parteciperanno alla kermesse pre natalizia. Ecco, questo è un azzardo che compensa una certa ordinarietà (di alto livello) nella scelta dei Big. E' evidente che "Ama" creda in questi giovani come forse non ci ha mai creduto in passato, ma rimango del medesimo parere espresso tante volte, ossia che il gareggiare coi vip rischi di schiacciare e bruciare le nuove leve: nel '19, sotto Baglioni, ce la fece Mahmood ma fu un caso eccezionale, l'anno scorso Tananai è venuto fuori in maniera piuttosto avventurosa (parliamoci chiaro, nella settimana sanremese non aveva destato grossissima impressione), Yuman e Matteo Romano hanno fatto balenare buonissime doti, pur diverse fra loro, ma, per l'appunto, sono rimasti schiacciati fra i grossissimi calibri e la personalità degli illustri rivali, quasi scomparendo, e la loro carriera, per quanto ben avviata, è ancora tutta da costruire.

PAOLA E CHIARA: RITORNO GRADITISSIMO - Gira che ti rigira, le uniche scelte del tutto o parzialmente inattese hanno riguardato il settore veterani: penso che nessuno potesse immaginare un ritorno di Anna Oxa, se non i suoi fans più irriducibili, non prevedibilissima neppure la prima volta assoluta dei Cugini di Campagna, che conservano discreto appeal televisivo, innata simpatia, buon seguito soprattutto presso un pubblico maturo, ma quanto a successi discografici sono fermi agli anni Ottanta: cosa potranno proporre, musicalmente, all'alba del 2023? Anche in questo caso nessuna domanda maliziosa, solo curiosità credo legittima per una band conosciuta e amata soprattutto grazie a una manciata di evergreen assai datate. Era nell'aria la rentrée di Paola e Chiara, che riempie di gioia sia chi ricorda il loro picco di popolarità del periodo "esotico-erotico" di Vamos a bailar e Kamasutra, sia chi, come me, è indissolubilmente legato ai dischi degli esordi, a piccoli gioielli come "Bella", "Per te" e "Non puoi dire di no". 

MODA': RINASCE UN MITO? - Sapore di Nineties con le sorelline, con Grignani che tenta l'ennesima resurrezione  e la canalizzazione di un talento troppo spesso a briglie sciolte, e gli Articolo 31: mi aspettavo J-Ax da solo sorprendendomi anzi della sua perdurante assenza dalla gara canora, ci sarà invece anche Dj Jad e, chissà, magari perfino Paola Folli. E dagli anni zero di questo secolo riemergono i Modà, dal percorso assai strano e tortuoso: campioni assoluti di vendita e riempi-stadi fino a un lustro fa, poi scivolati inesorabilmente nelle retrovie dei gusti del pubblico; potenza nefasta di un mercato musicale che, oggi più di ieri, consuma in fretta i propri miti. Ma hanno solida carriera ed esperienza, e se hanno mantenuto la buona ispirazione poetica dei momenti belli, potrebbero rinfrescare il repertorio con qualche nuova hit memorabile, perché no? 

IL ROCK ASSENTE E LA QUESTIONE SUPEROSPITI: GRANDI MITI E STRANIERI? - Manca il rock, dicono. Vero ed è un'assenza che si sente, ma il rock ha sempre avuto difficoltà ad attecchire sulla scena ligure. Non sono bastate neppure due vittorie di peso, quella di un Ruggeri all'apice della maturità nel '93, e quella del fenomeno planetario Maneskin. E' una tara genetica del Festival, il suo cuore tradizionale che cede a tante nuove tendenze ma, stranamente, non a questa. E però il rock italiano esiste, ha solo bisogno di tempo per prendere piede... Vediamo ora se Amadeus terrà fede a quanto fatto intuire sul discorso dei Big fuori concorso. In sintesi: supercampioni solo in competizione, ospiti solo i mostri sacri over 70. Ebbene, tre colossi in gara li ha conquistati, come visto. Nonostante l'affollamento di concorrenti, 28, gli ospiti ci saranno lo stesso come da struttura dello show ormai consolidatasi, ed è giusto che siano personaggi degni di celebrazioni vere, non premature come quelle toccate di recente, da quelle parti, a Ghali e Amoroso, fra gli altri. Così, una Marcella di nuovo al palo potrebbe venire a riproporre i suoi tantissimi successi non solo sanremesi, si potrebbe dedicare un cospicuo pezzo di una serata al grandissimo Peppino Di Capri, a Bobby Solo, a Nada, altra che sembrava in procinto di entrare nel cast. Meno italiani fuori dalla tenzone, e speriamo qualche vedette d'oltrefrontiera in più. Dai Sessanta in poi hanno sempre dato grosso lustro al Sanremone, e negli ultimi tempi sono mancati terribilmente. 

mercoledì 12 dicembre 2018

VERSO SANREMO 2019: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA A FEBBRAIO


Dicembre inoltrato: è tempo di fare il tradizionale punto sulla marcia di avvicinamento al Sanremo "dei grandi", quello in programma dal 5 al 9 febbraio prossimi. Le indiscrezioni quest'anno sono iniziate con larghissimo anticipo, col risultato che per due - tre mesi i nomi sulla bocca di tutti sono restati grosso modo gli stessi, in una litanìa financo stancante: limiti del giornalismo da web, che ogni giorno deve battere il ferro di un argomento particolarmente gettonato (e non vi sono dubbi che il Festivalone lo sia) anche se, in definitiva, non si hanno clamorose verità da rivelare al popolo degli internauti. Nella mia analisi seguirò il metodo già adottato per le edizioni passate, "annusando" un po' l'aria del mercato discografico, cercando di orientarmi fra rumors più o meno attendibili e aggiungendo qualche pronostico sulla base esclusiva di miei semplici "desiderata". Citerò molti papabili, perché il mio intento non è azzeccare il cast pedina per pedina (giochino che ho già fatto su Facebook con amici, ma, appunto, di un giochino si tratta), quanto compiere un giro d'orizzonte il più possibile completo e credibile. 
I SUPERBIG - Nelle ultime settimane si è parlato delle possibili partecipazioni, in concorso, di autentici mattatori delle chart "anni Dieci": dalla debuttante di lusso Alessandra Amoroso, sempre presente nelle voci della vigilia e puntualmente assente dal listone definitivo, a Francesco Renga, che non gareggia dal 2014 (quando mancò a sorpresa un trionfo che avrebbe largamente meritato, con "Vivendo adesso"); dai Modà, per i quali è giunto il momento di lanciare un nuovo progetto discografico, a Giusy Ferreri, spesso sfortunata a Sanremo ma interprete di due clamorose "summer hits" in tempi recenti, "Roma-Bangkok" e "Amore e capoeira". E poi, ancora, due vincitori dell'era Conti, Il Volo e Francesco Gabbani: soprattutto per i primi si tratterebbe di una ricomparsa sorprendente, visto che i tre ex bambini prodigio, ad occhio e croce, non hanno bisogno della spinta promozionale festivaliera per alimentare un'attività già intensissima anche in ambito internazionale; ma è pur vero che, finora, la loro luminosa carriera si è retta essenzialmente sulle cover, mentre sarebbe ora di sfornare un altro inedito in grado di farsi ricordare. Volendo, i tempi sarebbero maturi anche per una rentrée di Emma, mai più tornata a concorrere dopo il primo posto del 2012. Pressoché impossibile, ovviamente, vedere in lizza contemporaneamente tutti questi assi pigliatutto delle classifiche: verrebbe fuori un Festival monstre, in stile anni Sessanta, quando davvero la crema della canzone italiana andava in Riviera a proporre le nuove produzioni, senza paura di affrontare le forche caudine dell'eliminazione. 
RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Azioniamo ora la macchina del tempo e passiamo in rassegna i cast degli ultimi Festivaloni, per cercare di capire chi potrebbe rimettersi in gioco fra i concorrenti di quelle edizioni. Non è escluso possano concedere un immediato bis Diodato, Le Vibrazioni e i Kolors, dopo partecipazioni ben accolte da critica e pubblico ma dagli esiti commerciali non esaltanti: Diodato, presentatosi con la convincente "Adesso", ha pagato forse lo scotto di non avere avuto un album pronto per cavalcare l'onda di popolarità regalatagli dall'Ariston, Sarcina e compagni si sono confermati con una buona prestazione estiva ("Amore zen"), il gruppo di Stash aveva portato in gara una orecchiabile e moderna "Frida" che però non ha sfondato come era logico attendersi, strano destino che ha riguardato molte pregevoli composizioni ascoltate nel primo Sanremo griffato Baglioni. Non dovrebbe mancare Ultimo, trionfatore fra i debuttanti e, lui sì, protagonista di un notevole exploit in fatto di vendite, mentre è lecito aspettarsi un... turno di riposo da parte di Noemi e Annalisa, assidue frequentatrici della rassegna, con l'artista ligure che è stata fra i pochi in lizza nel 2018 a centrare il traguardo del disco di platino. 
In tanti sono pronti a scendere in pista a ventiquattro mesi di distanza dall'ultima volta: Paola Turci, tornata prepotentemente alla ribalta a Sanremo 2017, una Bianca Atzei perennemente alla ricerca della consacrazione così come Chiara Galiazzo, Elodie reduce da una felice stagione calda grazie al duetto con Michele Bravi in "Nero Bali", due habitués del Festival come Michele Zarrillo  e Marco Masini, e Gigi D'Alessio, benché scottato dall'eliminazione subìta con "La prima stella". Fra i partecipanti all'edizione 2016, hanno buone carte da giocare Arisa (anche lei ex vincitrice, non dimentichiamolo), Dolcenera e Valerio Scanu, mentre Francesca Michielin potrebbe anche permettersi di rimanere a casa per la terza volta consecutiva, dopo un 2018 trionfale (un disco d'oro e uno di platino con "Io non abito al mare", un oro e due platino per "Fotografia" con Carl Brave e Fabri Fibra). Direttamente dal 2015 è attesa una possibile riemersione di Anna Tatangelo, Nesli, Gianluca Grignani e Irene Grandi, senza dimenticare Enrico Nigiotti, medaglia d'argento in quell'occasione fra i Giovani e successivamente esploso con "L'amore è", certificato platino. Si parla poco di Nek, eppure, rimettendosi in gioco dopo l'ospitata dell'anno passato, potrebbe tranquillamente ambire alla vittoria, definitiva consacrazione di una già ottima carriera. 
RAF E GLI ALTRI VETERANI - A proposito di Sanremo 2015: fu l'anno in cui Raf decise di ripresentarsi sul palco ligure dopo una lunghissima assenza. Ebbene, nei mesi scorsi si è ricomposto il duo con Umberto Tozzi: averli in gara aggiungerebbe prestigio al roster dei partecipanti, e sarebbe un'idea nel solco della coppia Facchinetti - Fogli schierata nell'ultima edizione. Sull'argomento, da citare le sibilline dichiarazioni del duo a "Verissimo" (ringrazio per la segnalazione l'amico Luca Valerio): "Molti  ce lo chiedono, noi siamo disponibili, ma non abbiamo ancora ricevuto comunicazioni". Che li si voglia dirottare nel "festival parallelo", quello animato dai superospiti italiani in passerella senza i rischi della gara? E, visto che si parla di ex Pooh, dopo i due già citati e dopo Red Canzian potrebbe essere la volta di Dodi Battaglia. Altri veterani in ballo sono Massimo Ranieri, Patty Pravo e Iva Zanicchi, mentre pressoché certa è la presenza di Loredana Bertè, prepotentemente riportata in orbita dal boom estivo coi Boomdabash e rifiorita anche sul piano vocale. 
IN CERCA DI RILANCIO - Si è parlato prima degli ex vincitori: detto del Volo, di Gabbani, Renga, Arisa ed Emma, potrebbero tentare l'impresa sanremese anche Marco Carta, quel Simone Cristicchi che negli ultimi tempi ha preferito il teatro di impegno civile alla musica pop, e Raphael Gualazzi, trionfatore fra i giovani nel 2011 e sempre portatore di proposte mai banali, ma che deve un po' rinfrescare il suo repertorio, visto che l'ultimo successo, la gradevole "L'estate di John Wayne", risale a due anni fa. C'è chi è ancor più bisognoso di un rilancio in grande stile: fra questi, un capitolo a parte lo merita un drappello di personaggi uscito dal tunnel grazie allo show di Amadeus "Ora o mai più". Penso a talenti cristallini come Lisa, Massimo Di Cataldo e i Jalisse: in particolare, la coppia che si impose a sorpresa a Sanremo '97 ha cominciato a prendersi delle belle rivincite, con la...Jalissa Alessandra Drusian che ha poi confermato il suo magic moment proponendosi in forma smagliante a "Tale e Quale show". C'è sempre la speranza di rivedere altre eccellenti artiste come Syria, Mietta, Alexia, Silvia Salemi, Mariella Nava, Marina Rei, tutte in diversa misura protagoniste degli anni Novanta e tutte ingiustamente snobbate dalla rassegna rivierasca, da un bel po' di tempo a questa parte. 
QUOTA RAFFINATEZZA, GIOVANI RAMPANTI E RAP - Un angolino per le proposte più "sofisticate" non è mai mancato, e men che meno mancherà con Baglioni confermato sulla tolda di comando. Le possibilità sarebbero infinite, per portare all'Ariston qualcosa di più ricercato eppur di grande impatto: Simona Molinari, Sergio Cammariere, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Teresa De Sio, Niccolò Agliardi, e ragazzi "di nicchia" come Erica Mou, Patrizia Laquidara, Chiara Dello Iacovo, Zibba, Paolo Simoni, tutti lanciati dalla sezione Nuove proposte sanremese, fra l'altro. Proprio come Irama, che però ha trovato la consacrazione attraverso altre vie e che ora va ricompreso nella categoria dei giovani rampanti, dei nuovi protagonisti di classifiche, streaming e airplay. È un papabile, così come lo sono Riki, Thomas e Briga, tutti direttamente da Amici, o, alzando il livello, Levante, Baby K., Maneskin e Thegiornalisti.
A proposito dei preferiti dai ragazzi, va doverosamente aperto il capitolo rap, genere che è stato il mattatore assoluto del 2018, piaccia o non piaccia (a me non piace, sia messo agli atti, per non parlare della terribile "trap"). Quasi ignorato nel Sanremo numero 68, stavolta difficilmente il direttore artistico potrà passare oltre: da vedere se sarà il caso di reclutare personaggi già visti su quel palco e non in cima alle preferenze del pubblico, come Rocco Hunt e Clementino, o se si tenterà di puntare ai bersagli grossi inseguendo nomi di grido come Guè Pequeno, Emis Killa, Capo Plaza. Non dimentichiamo poi la quota Indie, un mazzo da cui salta spesso fuori qualche carta a sorpresa e imprevedibile, come Lo Stato Sociale del 2018. Infine, il regolamento lascia teoricamente aperte le porte agli stranieri: peraltro, negli ultimi anni solo il primo Carlo Conti inserì fra i big una cantante di fuorivia, Lara Fabian (e secondo indiscrezioni rimasero fuori star come Anastacia, Michael Bolton e Randy Crawford).  

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.  

giovedì 20 ottobre 2016

VERSO SANREMO 2017: ECCO IL REGOLAMENTO, CON GARA PIU' "CRUDELE" PER I BIG. ORA CONTI DEVE PUNTARE ALLE VEDETTES


Sanremo 2017, atto primo. Con la pubblicazione on line del regolamento della kermesse, il Festival entra da oggi nel periodo più caldo della fase preparatoria. Novità? Nulla di particolarmente sconvolgente, se non una concessione alle esigenze televisive (o presunte tali) che, dicono gli esperti di cose catodiche, richiedono una gara più tesa e ricca di trappole anche per i nomi noti della canzone, fin dalle battute preliminari, per incrementare l'appeal dello show in sede di Auditel. Carlo Conti e la Rai puntano dunque su un'accentuazione del carattere competitivo della sfida fra i Campioni. I quali, lo si sa già da ora, saranno venti, laddove negli anni scorsi si era giunti a questa quota modificando il regolamento iniziale, che ne prevedeva sedici (2015) e diciotto (2016). 
COMPETIZIONE ESASPERATA - Dopo essersi esibiti tutti insieme nella serata di apertura (7 febbraio), i Campioni daranno vita a due "semifinali" il mercoledì e il giovedì: dieci in lizza in ciascuna di esse, e appena sei per sera ammessi direttamente alla finalissima (tenendo conto anche dei voti ottenuti nel vernissage del martedì). Addirittura otto esclusi in prima istanza, dunque, o meglio rimandati, per i quali scatterà un feroce "playoff" in programma il venerdì: i tre più votati in questa occasione saranno ripescati e parteciperanno alla tenzone conclusiva di sabato 11 assieme ai dodici già promossi. Un'esasperazione di quel "barrage" che l'anno passato era stato sperimentato in versione soft (cinque su venti andavano allo "spareggio", quest'anno ben otto su venti, quasi la metà), e con un'altra differenza sostanziale: se dodici mesi fa era stato il solo televoto a decidere il brano da ripescare, quest'anno il verdetto sarà affidato a un sistema misto formato da televoto, esperti e giuria demoscopica. Tutto uguale per le Nuove Proposte, che come di consueto verranno scelte attraverso il duplice binario di Area Sanremo (due artisti in sboccio) e di "Sanremo giovani" (sei), la selezione autunnale inventata da Pippo Baudo negli anni Novanta e ripristinata l'anno scorso, con una risposta del pubblico a casa non particolarmente incoraggiante.
LE PRIME CANDIDATURE - Queste sono dunque, a grandi linee, le fondamenta dell'edificio Festival che verrà pazientemente eretto da Conti e dal suo staff nei prossimi mesi. In questi giorni Sorrisi & Canzoni TV e altre fonti di informazione hanno cominciato a far filtrare le prime indiscrezioni riguardanti big e ospiti che potrebbero sfilare in Riviera. Ritengo sia abbastanza prematuro parlarne, perché molti giochi sono ancora da fare e il grosso delle candidature verrà fuori a novembre inoltrato, quando, se sarà possibile, tornerò a parlarne sul blog. Di certo i nomi fin qui emersi non sono tali da indurre all'entusiasmo. Intendiamoci, si tratta di esimi rappresentanti di quella "classe media" della musica italiana che, da sempre, trova giustamente nel Festivalone una formidabile ed essenziale vetrina, ciò di cui non necessitano i grossi calibri, quei pochi rappresentanti del canto tricolore che mietono successi oceanici anche fuori dai patri confini (e che, ricordiamolo, a tal livello sono giunti spesso partendo da Sanremo, vedi alle voci Pausini, Ramazzotti e Bocelli). 
CI VUOLE UN PASSO AVANTI - Ben vengano, dunque, Giusy Ferreri e Nina Zilli, Syria (non ammessa lo scorso anno) e Francesco Sarcina, Nesli e un Michele Zarrillo che meriterebbe il ritorno alla ribalta dopo le traversie fisiche che ha vissuto. E tuttavia, mi son formato una convinzione già dai mesi successivi all'edizione 2016: Carlo Conti, all'ultima fatica sanremese di questo suo "primo" triennio (dico "primo" perché non mi sentirei di escludere un suo ritorno in un futuro prossimo, anzi...), ha bisogno di un qualcosa di più. I due Festival fin qui allestiti sono stati baciati da un meritato successo di pubblico televisivo; il primo ha avuto anche un notevole impatto sul mercato discografico, mentre il secondo ha fatto un po' segnare il passo, sotto questo profilo, nonostante alcuni notevoli exploit, soprattutto quelli di Francesca Michielin (l'autentica "vincitrice morale", come si diceva un tempo) e di Francesco Gabbani, trionfatore fra i Giovani e che, verosimilmente, ritroveremo a febbraio nella categoria regina, sorte che potrebbe toccare a un altro "reduce" a cui l'appellativo di "emergente" sta ormai stretto, ossia Ermal Meta. 
A CACCIA DI GRANDI NOMI - Due Sanremo che hanno celebrato l'eccellente gregariato della nostra canzone, consacrato freschi virgulti (Annalisa, Noemi, Fragola, per non parlare del Volo) e rilanciato carriere (Nek soprattutto, ma anche Scanu, che ha avuto riscontri lusinghieri), ma ora bisogna cambiare marcia. La rassegna 2017 dovrebbe, finalmente, partire senza indugio alla caccia di due - tre vedettes assolute. Per la gara, ovviamente: perché sentir parlare di Giorgia o di Tiziano Ferro come possibili super ospiti mette francamente tristezza e fa anche un po' rabbia. Giorgia soprattutto avrebbe potuto rappresentare il vero colpaccio del direttore artistico, una rentrée in grande stile a battersi all'Ariston dopo tre anni di silenzio discografico. Invece il nuovo album è previsto in uscita già a novembre... 
Ma le alternative non mancano: da Carmen Consoli a Cesare Cremonini, dai Modà (ormai autentici riempi-stadi) ad Alessandra Amoroso (un vero asso pigliatutto delle classifiche, forse la più vincente fra i tanti reduci dai talent), da Mario Biondi a, perché no, Biagio Antonacci (che ha annunciato l'uscita di un nuovo lavoro per i primi mesi del 2017), fino a Renato Zero e, perché no, un Antonello Venditti che se ha preso parte al Summer Festival di Canale 5 potrebbe porre fine alla sua tradizionale ostilità nei confronti della manifestazione ligure. Obiettivi difficili, alcuni persino impossibili, sulla carta, ma occorre almeno provarci. Alcuni di questi nomi potrebbero rappresentare una rivoluzione, aprire una breccia nel muro degli irriducibili, dei refrattari alle gare canore (Sanremo in primis), gettare semi che in futuro potrebbero dare frutti copiosi. E pazienza se la competizione rischierebbe di avere un esito scontato: a parte che non è detto, perché i meccanismi di votazione lasciano spazio a qualunque sorpresa, ma Sanremo è sopravvissuto a tante vittorie annunciate, e, nel caso, il minor pathos sarebbe più che bilanciato dal prestigio dato alla rassegna da questi superbig. Il nuovo meccanismo di gara potrebbe tenere lontani i grossi calibri? La paura della competizione l'ho sempre vista come una scusa fondata su labili basi: un settimo, undicesimo o tredicesimo posto nuocerebbe in qualche modo ai vip sopra citati? Suvvia, non scherziamo... 
OLTRE IL POP - Ci pensi, dunque, mister Conti, miri in alto nei suoi corteggiamenti, non si accontenti di ciò che passa il convento discografico. E cerchi di costruire un cast più coraggioso, allargando il ventaglio dei generi musicali rappresentati, non solo pop melodico e rap, aprendo ancor di più ai sound contemporanei, alla nouvelle vague, guardando poi senza preclusioni al mondo degli indipendenti, che ad anni Dieci inoltrati non ha più senso sottostimare. Dopodiché, vengano pure i classici nomi "da Festival", che hanno anche loro un posto di riguardo nel cuore degli appassionati e sono eccellenti professionisti: ma con venti caselle da riempire ci può essere spazio per tutti. Al terzo tentativo e con le spalle copertissime, il toscanaccio di "Tale e quale show" non ha assolutamente alcunché da perdere. 

venerdì 5 giugno 2015

WIND MUSIC AWARDS 2015: SERATA TROPPO LUNGA E PREVEDIBILE, MA IL POP ITALIANO E' VIVO (E A VOLTE ANCHE IN PLAYBACK...)


I Music Awards hanno recuperato la loro griffe storica (Wind) e il palcoscenico prediletto (l'Arena di Verona). Ma le novità dell'edizione 2015 si fermano qui. Scrivere per il quarto anno consecutivo di questa kermesse mi risulta difficile, terribilmente difficile, perché da recensire e commentare c'è ben poco: o, quantomeno, poco che non sia già stato detto in passato. L'evento è ormai cristallizzato in una sorta di immutabilità che non giova al suo appeal televisivo. Del resto, e lo si sa, si tratta di uno show istituzionale, nulla di diverso, nell'impostazione, dal Premio Regia televisiva o dalla poco rimpianta notte dei Telegatti (che il direttore di Sorrisi e Canzoni, Aldo Vitali, pare voglia far risorgere su nuove basi). Una interminabile sequela di premiazioni, con stucchevole contorno di convenevoli, di complimenti per i risultati di vendita ottenuti dai vari dischi, con domande sui progetti futuri, sui tour mondiali o interplanetari in procinto di partire, eccetera eccetera. Tutto legittimo, per carità: doveroso e necessario, in questi tempi di crisi, promozionare ove possibile l'attività dei nostri artisti, ma per dare brio, sprint, diciamo pure "senso" a una serata del genere ci vorrebbe qualcosa di più. 
Partiamo dal minutaggio: quattro ore, una diretta fiume, sono insostenibili, dal divano di casa, anche per il più acceso consumatore di musica pop. Quattro ore di passerella, di consegna di trofei, di ascolto di canzoni per lo più note e stranote, senza un brivido, un guizzo di imprevedibilità: è dura, veramente dura. La costruzione dello spettacolo è sbagliata, fin dalla concezione: un evento del genere, messo a ridosso della stagione estiva, potrebbe essere l'occasione ideale per il lancio di un bel gruzzolo di nuovissime, potenziali hit per i mesi vacanzieri. Invece, i WMA hanno sempre lo sguardo rivolto al passato: cantanti che presentano evergreen, brani onusti di gloria e di anni, i più "coraggiosi" azzardano la riproposizione di singoli presenti sul mercato ormai da diversi mesi. Poche, poche davvero le anteprime. 
NOTE GIA' SENTITE - Ecco dunque l'ennesimo medley di Gigi D'Alessio, i Modà con un pezzo intenso come "Tappeto di fragole", risalente però al 2011, Renga con "Il mio giorno più bello nel mondo" che impazzava nel 2014, idem per "Le parole perdute" di Fiorella Mannoia e per il curioso duo Arisa - Club Dogo in "Fragili". Più recenti ma non freschissime le proposte di Fedez - Noemi ("L'amore eternit"), Negrita ("Il gioco") e Ligabue ("C'è sempre una canzone"). Le vere primizie, a parte "Il tempo non sente ragione" di Ramazzotti, le abbiamo ascoltate a sera ormai inoltrata, da Mengoni ("Io ti aspetto") a Emis Killa ("C'era una volta"), fino ai Subsonica ("Specchio") e a Deborah Iurato ("Da sola"): una costruzione della scaletta che non ha reso giustizia alla voglia di novità musicali tipica di questo periodo dell'anno. Ed è anche un peccato che uno "special event" come l'inedita accoppiata Baglioni - Morandi, presentata in avvio di serata, sia stato bruciato dal solito Fazio di "Che tempo che fa", non molti giorni or sono, togliendo all'ospitata di ieri il carattere di eccezionalità. La Rai dovrebbe gestire meglio al proprio interno certe opportunità. 
NOIA - Così, i paragoni continui fra i Music Awards e il vecchio Festivalbar continuano a risultare del tutto impropri: l'accostamento più calzante può essere semmai con "Vota la voce", manifestazione organizzata da Sorrisi e svoltasi fino al 2000, che premiava, a inizio autunno di ogni anno, gli artisti più amati sulla base di un referendum popolare indetto dal settimanale milanese, in serate che proponevano qualche lancio di prodotti nuovi ma soprattutto la celebrazione di successi commerciali già consolidati. Oggi come allora, il piacere di sentire buona musica rischia, alla lunga, di essere travolto dalla noia. 
Qualche aggiustamento di rotta servirebbe: ad esempio cambiare il manico. Aver consegnato la manifestazione all'eterna guida del duo Carlo Conti - Vanessa Incontrada non giova a movimentare il tutto: perché se Conti vive sul poderoso slancio dell'esperienza sanremese e ieri è parso più sciolto e meno legato rispetto a simili occasioni passate, nell'ambito di una conduzione comunque tradizionale, la spagnola risulta sempre più insopportabile, coi suoi "besitos" e col suo continuo indulgere sul personale con ogni artista ("Verrò al tuo prossimo concerto" e via chiacchierando, sempre all'insegna della più totale prevedibilità). 
SILVESTRE TRA LA FOLLA - Certo, rimane la qualità del cast, quest'anno particolarmente alta. Una parata di stelle delle sette note che comunque fa bene alla credibilità e... all'autostima della nostra disagiata discografia: avere Ferro, Ligabue, Antonacci, Ramazzotti e perfino De Gregori la stessa sera sullo stesso palco è cosa che, forse, riusciva solo al Vittorio Salvetti dei tempi del Festivalbar, non a caso evocato con nostalgia ieri dallo stesso Eros. A proposito del quale, però, si può dire che se il momento più emozionante del gala è stato rappresentato dalla riappacificazione fra lui e Luca Barbarossa, dopo lo scontro in campo durante la Partita del cuore di pochi giorni fa, non c'è molto da stare allegri. Della vecchia "rassegna del juke box" è parso di scorgere un "ritorno di fiamma" quando Kekko Silvestre si è trovato ad esibirsi live in mezzo alla folla, forse il più bel momento di musica schietta e genuina offerto dalla festa scaligera: queste particolari performance, coi cantanti circondati dal pubblico, si vedevano spesso al Festivalbar in Arena, solo che allora erano in playback. Playback che continua ostinatamente a far capolino anche ai WMA: se era inaccettabile già negli anni Ottanta e Novanta, oggi è semplicemente un controsenso. 
BUONA PRODUZIONE - Ma perlomeno questa fiacca passerella ha fornito confortanti conferme sullo stato creativo dell'industria canzonettistica nostrana, dopo i passi avanti che qui sul blog avevo già registrato nei mesi scorsi, a partire dal Summer Festival 2014 fino al Sanremo 2015: c'è buon fermento, vengono fuori brani ben confezionati e orecchiabili. La produzione dell'ultimo anno, di cui all'Arena abbiamo ascoltato diversi saggi, presenta diverse gemme degne di nota: pezzi come "Magnifico" di Fedez - Michielin, "Love is a temple" di Mario Biondi, "Le parole perdute" della Mannoia,  o le novità sonore proposte da Ramazzotti nel nuovo album, sono segnali importanti, e dovrebbero resistere all'usura del tempo. Ma ora aspettiamo un'ondata di stuzzicanti novità per solleticare le nostre orecchie sotto l'ombrellone. 

martedì 22 luglio 2014

COCA COLA SUMMER FESTIVAL: IL VERO EREDE DEL FESTIVALBAR IN UNA ESTATE CANORA "OLD STYLE"


Televisivamente parlando, questa estate canora è una boccata d'aria fresca, dopo anni di oscurantismo pressoché totale. Ebbene sì: la musica del solleone (si fa per dire, visto il clima ballerino di queste settimane) pare aver finalmente ritrovato un degno "megafono" catodico. L'esperimento di dodici mesi fa, il Tezenis Live, già era stato confortante. Quest'anno il main sponsor è cambiato, l'evento si chiama "Coca Cola Summer Festival", ma poco importa: ciò che conta è la sensazione, netta, che Canale 5 abbia fatto centro, e che l'industria discografica italiana potrebbe giovarsi oltre ogni più rosea aspettativa di questo exploit in parte inatteso. 
E' DAVVERO IL NUOVO FESTIVALBAR - Abbiamo pianto per un lustro e oltre la dipartita del caro, vecchio Festivalbar, mentre i soliti soloni ci ripetevano fino alla nausea che non era proprio il caso di strapparsi i capelli, che oramai il "consumo" di musica pop passa attraverso altri canali mediatici e che, in ogni caso, manifestazioni di quel tipo erano ormai logore, avevano fatto il loro tempo: assunto che poteva essere condivisibile solo in riferimento alla stanca formula adottata dalla kermesse "made in Salvetti" nelle sue ultime edizioni. Il rimedio, poi, fu peggiore del male: ad erede della mitica "rassegna del juke box" venne eletto, non si sa bene su quali basi, lo show denominato "Music awards", piatta serata istituzionale e ingessatissima, all'insegna del "premiami tu che ti premio anch'io", dopodiché arrivava il nulla: i mesi canicolari proponevano il vuoto spinto, quanto a passerelle musicali sul piccolo schermo. 
Ora, invece, ci si accorge con piacevole stupore che quei "carrozzoni canzonettistici" non erano passati di moda, altroché. Servivano solo buone idee e contenuti di qualità, un'alchimia creatasi magicamente in questa estate 2014. L'esperimento Summer Festival, come detto, era stato azzardato già nel 2013: ma è con la seconda edizione, attualmente in onda sull'ammiraglia Mediaset, che pare aver raggiunto la quadratura del cerchio.
Sissignori, abbiamo il "vero" erede del glorioso Festivalbar, e pazienza se i puristi, i nostalgici a oltranza, non se ne faranno una ragione. Buone idee e buoni contenuti, si diceva: perché un'azzeccata strutturazione del format non basta da sola a decretare il successo di questi eventi, la cui riuscita è affidata in buona parte a un fattore imponderabile: nel caso specifico, incappare o meno in un'annata di pregevole produzione discografica. Ebbene, l'estate in corso mi riporta alla mente gli anni più felici della musica da ombrellone, orecchiabile e spensierata, i mai abbastanza rimpianti Ottanta e Novanta. C'è stata un'infornata di brani efficaci, di grosso impatto, semplici senza essere banali: "Niente al mondo" di Dolcenera e "Il mio giorno più bello nel mondo" di Francesco Renga rappresentano il mio top personale, ma in tanti hanno lavorato bene. 
ECCELLENTE INFORNATA - Forse la crisi e l'annoso problema del calo di vendite hanno aguzzato l'ingegno e fatto riscoprire la leggerezza, con insperati risultati: già lodato nelle settimane scorse il Killa di "Maracanà", davvero un tormentone vecchio stampo, il palco di Roma ci ha proposto il redivivo Nek con l'energica "Hey Dio", Alessandra Amoroso con la suadente "Non devi perdermi" e la classicheggiante "Bellezza, incanto e nostalgia", Emma che sta giustamente valorizzando a dovere "La mia città", maltrattata senza ragione all'Eurovision Song Contest, i Modà che hanno rinnovato con successo la partnership con Jarabe De Palo nella poetica "Dove è sempre sole", Noemi con la ritmata "Don't get me wrong",  la "melody dance" di Gabry Ponte in "Buonanotte giorno", l'azzeccata rentrée di Syria con un "Odiare" dall'ottimo arrangiamento, a metà strada fra tradizione e innovazione, e dalla buona cantabilità, Annalisa con una molto sanremese "Sento solo il presente"... E poi giovani di sicuro valore: mi ha molto colpito il Paolo Simoni dell'originale "Che stress" e di "15 agosto", tormentone estivo in chiave divertissement, mentre con la frizzante e ironica "Stanco" Antonio Maggio sta confermando quanto fosse meritato il trionfo fra le Nuove proposte del Festivalone di Fazio targa 2013; bene anche le ultime scoperte "defilippiane", i Dear Jack e soprattutto Deborah Iurato, con una "Anche se fuori è inverno" di stampo assolutamente contemporaneo e dal refrain trascinante. Tutto questo, mentre è stato (finalmente!) ridotto al minimo indispensabile lo spazio - tributo ai prezzemolini della musica, ai colossi delle hit parade che non avrebbero bisogno di vetrine promozionali in sovrabbondanza e che invece sono sempre i più presenti: le Pausini e gli Antonacci di turno non sono mancati, ma il loro è stato, tutto sommato, un passaggio non eccessivamente invasivo. 
FORMAT SENZA FRONZOLI - Poi, certo, se è vero che senza qualità della proposta musicale non si va lontano, è altresì innegabile che il contenitore conta, eccome. Ed ecco i grossi meriti degli ideatori del Summer Festival: una formula snella, senza inutili sovrastrutture, senza lungaggini. Attorno all'evento si respira, davvero, il magico clima dei... festival vacanzieri dei bei tempi andati. C'è la spigliatezza dei "padroni di casa", lo stesso stile informale dei presentatori di tanti Festivalbar, fra i quali non a caso vi era quell'Alessia Marcuzzi ripropostasi con intatta verve sul palco di piazza del Popolo; accanto alla vulcanica bionda, si muovono con buona disinvoltura un Rudy Zerbi che, fuori dai suoi contesti televisivi abituali, riesce ad apparirmi persino simpatico, e un Angelo Baiguini che ogni volta mi fa scendere una metaforica lacrimuccia, perché era una delle voci che accompagnavano i miei pomeriggi di studio universitario negli anni Novanta, quando la mia radio era sempre sintonizzata su RTL 102.5.... 
REGOLAMENTO PERFETTIBILE - Del primo Festivalbar "berlusconiano", invece, la kermesse griffata Coca Cola ha ripreso il gusto per la gara: c'è quella delle nuove leve, ma anche i big si sfidano a singolar tenzone, addirittura con un "vincitore di tappa" a chiusura di ogni puntata, anche se, fin qui, non mi è parso di scorgere nel meccanismo della competizione il rigore e la chiarezza che invece, nonostante tutto, caratterizzano in materia il tanto bistrattato Festival di Sanremo. Fra votazioni del pubblico a casa via web e peso dell'airplay radiofonico c'è stata forse un po' di confusione (ne hanno parlato, in maniera più dettagliata e polemica, diversi siti prima di me): uno dei motivi del contendere è stato il presunto sbilanciamento causato dalla rilevazione dei passaggi in radio, visto che, al momento della registrazione delle serate, alcuni brani erano già in rotazione e altri no. 
Da questo punto di vista, devono essere fatti passi avanti: è giusto insistere sulla "battaglia" fra cantanti, che continua a tirare nonostante da anni si asserisca il contrario e nonostante gli stessi artisti non la digeriscano fino in fondo (salvo poi scendere puntualmente nell'arena, al Summer come al Sanremone), ma che allora lo si faccia con un regolamento che non presti il fianco a critica alcuna; quest'anno le classifiche sono parse più che altro un pretesto per ravvivare la manifestazione. E da questo punto di vista sono risultate comunque funzionali alla bisogna, perché il suo scopo il "Coca Cola Summer Festival" l'ha raggiunto: ridare alle canzoni della bella stagione visibilità e una cornice all'altezza. Un juke box in versione ventunesimo secolo che diffonde, finalmente, note coinvolgenti e accattivanti: un'estate 2014 ricca di musica pop, testimonianza di una ritrovata vitalità dell'industria discografica nostrana. Mi piace interpretarlo come un segnale positivo in vista del prossimo Festival della canzone italiana che, se Carlo Conti saprà fare le cose per bene, potrebbe persino riavvicinarsi ai suoi fasti più gloriosi. Il "materiale" su cui lavorare sembra esserci, basta saper scegliere con oculatezza. 

mercoledì 4 giugno 2014

MUSIC AWARDS 2014: SHOW SENZA MORDENTE, NE' CARNE NE' PESCE. O SI CAMBIA O SI CHIUDE...


Non sono convinto che le quattro ore di diretta televisiva dei Music Awards 2014 (non più Wind) abbiano reso un buon servizio alla discografia italiana. Certo non è facile recensire uno spettacolo come quello andato in scena ieri sera a Roma: non una rassegna canora nella classica accezione cui ci hanno abituati decenni di Sanremi, Festivalbar e Dischi per l'estate, e lo si sapeva; ma nemmeno, nonostante le apparenze, uno splendido happening musicale di piazza, perché il live si è mischiato al playback, artifizio tecnico che in certe occasioni dovrebbe essere lasciato da parte. L'impressione, alla fine, è stata quella di sempre, dopo l'eccezione di dodici mesi fa, quando mi era parso di ravvisare, nelle costruzione della kermesse, più di un cambiamento in positivo e diverse scelte coraggiose: siamo invece tornati, purtroppo, all'evento istituzionale, direi ultra governativo. 
POCO DA FESTEGGIARE - Una stanca passerella finalizzata alla consegna di premi, un'aspirante notte dei Grammy senza che a sostenere tale pretesa di grandeur vi fosse un'idea lineare di show e, alle spalle, un mercato musicale dalle dimensioni (e dal giro d'affari) necessarie per giustificare l'euforia un po' plastificata di questo vorticoso scambiarsi di trofei. Sì, perché l'industria discografica italiana, da un bel po' di tempo, non avrebbe molti motivi per autocelebrarsi in tal guisa: le vendite sono quelle che sono e non è il caso, in questa sede, di rigirare il coltello nella piaga; ieri sera, poi, fra i decorati in pompa magna abbiamo trovato diversi re-packaging di album già usciti tempo fa, sintomo di una certa stagnazione di idee o quantomeno di difficoltà, per le proposte veramente innovative, a far breccia nei gusti dei consumatori; e abbiamo trovato, anche, "Nero a metà" di Pino Daniele, ossia la ristampa di un'opera uscita nel 1980, arricchita di qualche inedito e qualche extra gustoso, certo, ma pur sempre il ripescaggio di un disco di oltre tre decenni fa. 
SHOW INGESSATO E MOSCIO - Ad ogni modo, se proprio si deve continuare a far sopravvivere questo spento rituale degli Awards de noantri, che almeno lo si costruisca in maniera appetibile e brillante. E invece no: televisivamente parlando siamo ancora fermi alle moscerie degli Oscar tv o di quella Notte dei Telegatti che può rimpiangere solo chi guarda al passato con mentalità esclusivamente nostalgica. Scaletta piatta, cerimoniosa, solenne, nessun "cane sciolto" a fare un po' di movimento (a meno di non voler considerare tale il pur volenteroso Morandi - Ballantini), presentatori ingessati. 
Carlo Conti va avanti col pilota automatico, ma per il Festivalone, quello vero della Riviera Ligure, occorrerà ben altro, e non ho dubbi che l'anchorman toscano sarà in grado di tener fede alle attese, perché è quello sanremasco il... brodo di coltura ideale per lui, non certo l'evento romano né carne né pesce di cui stiam discutendo; meglio Conti, comunque, di una Vanessa Incontrada che con le sue incursioni nell'idioma spagnolo ha francamente stufato ("Besitos, besitos": ma da quanti anni sentiamo questa litania?) e che i suoi discorsi privati coi cantanti ("Prometto che questa volta verrò al tuo concerto") potrebbe farli, per l'appunto, a telecamere spente. 
MUSICA DATATA - Poi c'era la musica, certo. Un gran calderone in cui è stato buttato dentro di tutto senza criterio, un susseguirsi di esibizioni destinate, nella gran parte dei casi, a non lasciare il segno. Detto di un Pino Daniele penalizzato da un'acustica imbarazzante, è stata la sagra della canzone fuori stagione: il successo invernale di Ligabue, quelli sanremesi di Arisa (con inguardabile chioma bionda) e di Francesco Renga (il quale almeno ci ha regalato un bel duetto con Elisa, l'autrice di "Vivendo adesso"), medley per Alessandra Amoroso e Max Pezzali, i Modà con "Gioia" che non è certo fresca di stampa. Sarebbe stata gradita una più ampia panoramica sulle novità destinate a movimentare i mesi del solleone, ma da questo punto di vista non ci rimane che attendere il Music Summer Festival, più vicino "ideologicamente" al Festivalbar di quanto lo sia il Music Awards. L'unico tormentone estivo emerso da un generale piattume dovrebbe essere "Maracanà" di Emis Killa, giusto omaggio in chiave rap all'imminente Mondiale di calcio. 
MORENO: MA PERCHE'? - Proprio dalla vitalissima galassia del rap - hip hop nostrano sono venute le uniche scosse, in positivo e in negativo, della manifestazione: detto di Killa, di gran suggestione anche il duetto tra Fedez e Francesca Michielin in "Cigno nero", mentre è eufemistico definire irritante l'esibizione di Moreno con "Prova microfono", sopra le righe, superbo, convinto di essere diventato il centro dell'universo: "Per essere al mio posto venderesti la coscienza", "Io qualcosa l'ho ottenuto e te muto resti senza", "Il vostro rap vecchio lo chiudo dentro un sarcofago", "Ho colto l'attimo mio, disco di platino zio, vivo a Milano anch'io", "Parli male di Moreno, poi devi sfidarlo Moreno, io sono qui, invece di parlare male di me, gioca le tue di carte, io le mie le ho giocate" e altre amenità simili; classico esempio di ragazzino che, al primo successo, si è montato la testa: il consiglio è di ritrovare un pizzico di umiltà e ridiscendere al più presto fra i terrestri. Sconfortante che le pagine più brutte della serata le abbiano scritte i giovani: detto di Moreno, dimenticabile anche la performance dei Dear Jack, che alla prima uscita importante dopo Amici si sono esibiti in playback. 
MORRICONE E GLI ALTRI - Poco altro da segnalare, se non un'Elisa sempre sul pezzo con una notevole "Pagina bianca", Emma che sta cercando giustamente di rilanciare la bella "La mia città", maltrattata all'Eurovision Song Contest, e la figura di Ennio Morricone che, in un contesto così poco entusiasmante, è in grado di giganteggiare con la sola presenza. Ah sì, c'era anche una gara di "nuove proposte" ("Next generation"), ovviamente relegata a tardissima sera, sulla scia della deprecabile abitudine sanremese degli ultimi anni, e con canzoni in versione ridotta: inconcepibile la presenza in questa categoria di Alessandro Casillo, già vincitore del contest degli emergenti a Sanremo 2012 e con alle spalle discrete vendite del suo ultimo album; avrebbero meritato qualcosa in più i Moderni di "Un giorno qualunque", ha vinto Greta ma, ad occhio e croce, dovrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. 
Basta così: rimane un interrogativo, lo stesso che gli addetti ai lavori si posero assistendo ai Festival di Sanremo degli anni Settanta, in piena decadenza: ha davvero senso una manifestazione così? Se deve continuare, la si riformi seriamente, ripartendo dall'edizione 2013 e accentuando i caratteri di innovazione, altrimenti la si chiuda per sempre e i premi vengano consegnati all'interno degli uffici delle case discografiche...

domenica 16 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO - I GRANDI ESCLUSI, VOLUME TERZO


Apriamo l'intensa settimana sanremese con il terzo capitolo di una serie di post che, nei due anni precedenti, ha convogliato qui sul blog una notevole schiera di curiosi. Tornano, dunque, "i grandi esclusi", i cantanti che sono stati "vittime" delle varie commissioni di selezione e direzioni artistiche della kermesse rivierasca, vedendosi negare il pass per presentare le loro opere sul più prestigioso palcoscenico della canzone nostrana. Qui i due precedenti "volumi": 2012 e 2013. Questa volta ci concentreremo sui tempi più recenti, partendo dagli anni Ottanta e dedicando particolare attenzione ad alcune bocciature clamorose dell'ultimo decennio. 
Iniziamo col 1983, dunque. Fra i tanti in corsa per l'Ariston (ben 135 artisti, secondo le cronache) c'è Anna Rusticano. Nome che oggi, probabilmente, dirà poco o nulla ai più, ma che ai tempi, pur non essendo una vedette di prima grandezza, godeva di discreta popolarità. "Tutto è musica" e "Sto con te" i singoli che l'avevano fatta conoscere al grande pubblico. Tenta la strada del Festival con "Strano", ma il patron Gianni Ravera e il suo staff la pensano diversamente. Il brano, orecchiabilissimo come, del resto, gran parte della produzione di musica leggera del periodo, non brilla in realtà per originalità: un melodico moderno e ritmato  che ricorda un po' lo stile della Loretta Goggi allora protagonista del mercato discografico. 



Nel 1985, una volta completata la scelta dei 22 big in concorso, vengono rese note anche le quattro canzoni di "riserva": fra queste, quella "Spaccami il cuore" di Mia Martini, di cui si è parlato l'anno scorso, e anche la sofisticata "E' già domani" di un Sergio Caputo che, dopo gli exploit degli anni precedenti con "Sabato italiano" e "Italiani mambo", sembra maturo per la grande ribalta rivierasca, e invece deve attendere ancora un paio di anni per entrare in gara: nell'87 farà discutere con "Il Garibaldi innamorato". 



1987: cinque anni dopo il trionfo di "Storie di tutti i giorni" e a due di distanza dalla parziale delusione di "Sulla buona strada" (pezzo di grana buona ma che non incontrò grossi consensi sul mercato discografico), Riccardo Fogli tenta di rientrare nelle grazie del pubblico con "Che notte è", che va a un passo dall'ammissione ma rimane fuori all'ultimo tuffo. Un'opera che si può definire "di passaggio", stilisticamente parlando, già vicina alle sonorità che decretarono la seconda giovinezza di Fogli a partire dal buon esito del Sanremo targa 1989, sonorità più soft rispetto a quelle del boom dei primi anni Ottanta; e c'è anche qualcosa degli esordi, pensiamo a "Mondo". Canzone gradevole, tutto sommato, anche se Fogli ha cantato di meglio, almeno sul piano dell'impatto immediato dei brani. 



Nel 1993 l'organizzazione del Festival (già in carico alla Rai, che tuttavia si avvale, nelle vesti di produttori esecutivi, della collaborazione di manager esterni quali Adriano Aragozzini, Carlo Bixio e Marco Ravera) diffonde nel mese di gennaio una lista di 36 big (allora si chiamavano "campioni") fra i quali vengono poi scelti i 24 da far sfilare all'Ariston. In molti storcono la bocca: con quell'iniziativa, affermano, vengono esposti al "pubblico ludibrio" i cantanti che nei giorni successivi saranno poi esclusi in extremis. Baudo, quell'anno conduttore della kermesse, pone in parte rimedio riservando ad alcuni degli eliminati un passaggio televisivo nella sua trasmissione "Partita doppia": fra questi anche Al Bano e Romina Power, la cui "Il mondo degli angeli", per la verità, non è riuscita a entrare nemmeno nel suddetto maxi listone dei 36.



Facciamo un bel salto e arriviamo nel secolo in corso. Il 2004 è un anno difficilissimo per il Festival: il boicottaggio delle major discografiche crea non pochi problemi al direttore artistico Tony Renis nell'allestimento del cast, e tuttavia le proposte di partecipazione arrivano numerose, anche da parte di artisti di notevole popolarità, scongiurando il pericolo di un secondo "Sanremo degli sconosciuti", dopo quello del 1975. Ci sono, dunque, molte bocciature illustri, fra le quali quella dei Jalisse, del cui contrastato rapporto con la rassegna ligure abbiamo già parlato in questo post. La canzone non ammessa è "6 desiderio". 



Grandi polemiche, nel 2006, attorno all'esclusione di Annalisa Minetti. Si vocifera, addirittura, che Giorgio Panariello, quell'anno direttore artistico e deus ex machina del Festival, si sia detto contrario alla partecipazione della vincitrice di Sanremo 1998 per via del suo handicap. L'attore toscano smentisce sdegnato e, in effetti, pare difficile che possa essersi espresso in tali termini. Più probabile pensare  a un giudizio meramente "tecnico" sulla qualità della proposta presentata: "Stelle sulla terra" è un pezzo dignitoso, ma senza guizzi particolari, che non aggiunge nulla di significativo al percorso artistico della bella cantante. 



2008, ultima volta di Pippo Baudo alla guida del carrozzone festivaliero. C'è la coda per entrare fra i big, e di conseguenza i delusi, a selezioni concluse, sono in quantità industriale. Fra questi, la coppia Povia - Francesco Baccini, il primo reduce dal contestato successo di due anni prima con "Vorrei avere il becco", il secondo mai troppo fortunato nel suo rapporto con Sanremo: prima la sigla di chiusura dell'edizione 1988, firmata non con il suo nome ma come "Espressione musica" e in onda a orari da vampiri, poi tante delusioni e un'unica partecipazione con un brano decisamente dimenticabile, "Senzatù". Ci provano in coppia con "Uniti", gli va male e reagiscono organizzando, sempre a Sanremo, l'Indipendent music day, un'iniziativa "a sostegno della musica indipendente italiana contro lo strapotere delle major". 



Nello stesso anno va registrato, purtroppo, l'ultimo tentativo di partecipazione di Valentina Giovagnini, prima della tragica scomparsa in un incidente stradale all'inizio dell'anno successivo. Valentina era stata la rivelazione dell'edizione 2002, "Il passo silenzioso della neve", brano contemporaneo e lontano dalla tradizione sanremese, di spessore internazionale, avrebbe meritato il trionfo, sfumato sul filo di lana a favore di Anna Tatangelo. Nonostante la critica ne abbia riconosciuto fin dall'inizio il valore, da quel momento le porte della kermesse, e più in generale del successo, per lei si sono chiuse inspiegabilmente. Questa delicata ed eterea "Sonnambula" ne rappresenta il canto del cigno artistico: che il suo talento rimanga eterno rimorso e rimpianto per chi non l'ha capito e non è stato in grado di valorizzarlo. 



Saltiamo fino al 2010: fra le proposte giunte al direttore artistico Gianmarco Mazzi una coppia insolita: l'attrice Asia Argento e Roberto Kunstler, cantautore che aveva esordito a Sanremo 1985 e poi era tornato dietro le quinte, facendosi apprezzare soprattutto come autore per Sergio Cammariere. Il brano è "Mentre": il pezzo non viene accettato perché, secondo quanto scrive TV Sorrisi e canzoni, Kunstler sarebbe stato considerato artista di notorietà non sufficiente per figurare fra i big.  



Nello stesso anno, grandissima delusione per i Modà, la cui prima fase artistica non è stata tutta rose e fiori: prima la partecipazione incolore a Sanremo 2005, poi tanto sudore e una lenta risalita fino, appunto, al 2010. "Sono già solo" non entra fra le prescelte per il Festival, ed è un autogol, perché sarà uno dei successi dell'estate e segnerà l'esplosione definitiva della band. Kekko Silvestre e i compagni non si danno pace: noi fuori, dicono ai giornali, e in gara Emanuele Filiberto. Come dar loro torto? 



sabato 30 marzo 2013

SANREMO 2013: NELLE CLASSIFICHE TRIONFANO MENGONI E GAZZE'

                                     Max Gazzè: "Sotto casa" fa il boom  nelle chart

Vi ricordate "Sanremo Top"? Era un'appendice televisiva del Festival di Sanremo, nata durante la prima "era Pippo Baudo", ossia nel 1994. Si trattava di una serata, in diretta su Rai Uno, che si svolgeva uno o due mesi dopo la conclusione della kermesse vera e propria, e alla quale partecipavano i cantanti, fra quelli  in gara al festivalone, che in quel lasso di tempo avevano ottenuto i migliori risultati sul piano delle vendite di dischi. In pratica, si riscriveva la classifica ufficiale della competizione canora sulla base dei gusti autentici dei consumatori di musica. L'iniziativa proseguì fino al 1998, poi Baudo la ripescò in occasione del suo ritorno sulla tolda di comando di Sanremo, nel 2002, e infine l'idea venne accantonata. Questo breve preambolo... nostalgico per dire che, a oltre un mese (ormai un mese e mezzo) dalla conclusione di Sanremo 2013, anche per noi è giunto il momento di celebrare il nostro... Sanremo Top. In parole povere: come stanno andando le canzoni  e i dischi del Festival nelle varie hit parade? 
Diciamo subito che i riscontri sono in linea di massima incoraggianti, pur senza far gridare al miracolo. Certo, ormai da anni non capita più di vedere, nelle settimane successive alla rassegna, i dischi di Sanremo invadere e affollare le classifiche. Ma c'è stato, di converso, anche un periodo in cui la produzione canzonettistica rivierasca proprio non riusciva a far breccia in maniera consistente nelle chart. Ebbene, si può dire che quella fase di crisi acuta, la fase in cui Sanremo era stato ridotto a spettacolo televisivo con la musica messa in un cantuccio, sia stata superata. Il "Festival dei Festival" da un po' di tempo è tornato a dire la sua, alcune canzoni si affermano in maniera sostanziosa fuori dal contesto della kermesse: personalmente ritengo che la qualità media del repertorio sanremese non sia mai venuta troppo meno neanche negli anni più difficili, ma forse ultimamente si è guadagnato in radiofonicità e contemporaneità dei pezzi proposti all'Ariston, due fattori che hanno incrementato l'appeal di tali brani sul pubblico più giovane, cioè quello che maggiormente acquista musica. 
FIMI - Il dato principale è che le chart stanno sostanzialmente confermando il verdetto delle giurie festivaliere, e la cosa non sempre si è verificata in passato, anzi. Così, nella classifica FIMI degli album aggiornata al 24 marzo, il nuovissimo Cd di Marco Mengoni," #prontoacorrere", ha fatto irruzione direttamente in prima posizione, e nella top ten sono ben messi anche "Gioia" dei Modà (quarto) ed "Happy Mistake" di Raphael Gualazzi (ottavo). Fra quelli che un tempo venivano definiti "Dischi caldi", ossia le posizioni dall'undicesima alla ventesima, troviamo "Sotto casa" di Max Gazzè quattordicesimo, e il reprint in versione sanremese dell'album autunnale di Malika Ayane, "Ricreazione", diciottesimo. Appena fuori dai primi venti, per la precisione ventunesima, Chiara Galiazzo con "Un posto nel mondo". 
"L'essenziale", il pezzo con cui Mengoni ha trionfato all'Ariston il 16 febbraio scorso, è da tempo in testa alla Top Digital Download della stessa Fimi (ultimo aggiornamento il 24 marzo), graduatoria in cui, fra i primi dieci, per la verità i brani sanremesi faticano un po' a trovare spazio: l'unico presente, a parte il vincitore, è "Sotto casa" di Gazzè, nono. Sempre gettonatissima la tradizionale compilation di Sanremo: quest'anno ne è uscita una sola, al contrario delle due del 2012, e pure in ritardo, perché vi sono stati inseriti, per i big, solo i pezzi giunti in finale. Tanto è bastato comunque, per lanciarla nelle posizioni di vertice dell'apposita graduatoria Fimi, dove occupa attualmente (al 24 marzo) la piazza d'onore. 
NIELSEN - Le tendenze sono grosso modo le stesse anche nelle classifiche Nielsen: al 22 marzo la Nielsen Music, che rileva i passaggi dei brani sulle radio e sui canali tv musicali, vede fra i primi dieci i pezzi che Mengoni (quarto) e Gazzè (terzo) hanno portato in finale a Sanremo. Nella Nielsen Download Chart del 28 marzo, il discorso non cambia di molto: qui "L'essenziale" è seconda, mentre "Sotto casa" è nona. 
ITUNES - Per quanto riguarda, infine, la classifica Top 10 Itunes Songs, la versione più aggiornata tratta dall'home page di Apple vede al terzo posto Mengoni e al sesto Gazzè, ma nelle settimane scorse hanno fatto la loro comparsa anche "Se si potesse non morire" dei Modà", "La canzone mononota" di Elio e le Storie tese, "E se poi" di Malika e "Mi servirebbe sapere" di Antonio Maggio, unico fra le "Nuove proposte" rivierasche a ritagliarsi un posto al sole della.... popolarità commerciale dopo il meritato trionfo festivaliero. 

                               Antonio Maggio: anche per lui discreta gloria nelle classifiche

CONSIDERAZIONI - Dalla lettura di queste chart, emergono sostanzialmente tre dati. 1) Mengoni ha messo d'accordo tutti, durante e dopo Sanremo, e forse non ci avevo visto male quando avevo parlato, per il suo pezzo, di "vittoria logica", viste le caratteristiche di una canzone che sapeva fondere buon livello artistico e orecchiabilità, tradizione e modernità di scrittura, più di tutte le altre giunte all'atto conclusivo. Accanto al buon Marco, l'altro, del tutto inatteso, trionfatore del Sanremo targa 2013 risulta Max Gazzè. Si erano intuite le potenzialità del suo pezzo, che ne sanciva il felice ritorno alle sonorità e agli stilemi con cui si era affermato a fine anni Novanta ("Una musica può fare" e simili), ma sinceramente era difficile aspettarsi un exploit così fragoroso sul mercato. Certo le sue performance all'Ariston, soprattutto quella della serata finale, sono state di forte impatto scenico, ma non basta certo saper bucare il video per vendere dischi. Onore a Max, bravo a  ritrovare il filo del successo: Sanremo serve anche a questo. 
2) I riscontri delle hit parade sono buoni, ma, come detto all'inizio, non tali da esaltare. Soprattutto se si pensa allo strombazzamento mediatico in positivo di cui ha goduto quest'ultima edizione del Festival, con tanti bei discorsi sulla qualità musicale, discorsi sui quali mi ero permesso, perlomeno parzialmente, di eccepire qui sul blog. Le canzoni sanremesi ci sono eccome, in classifica, ma era lecito attendersi qualche presenza in più e una maggiore tenuta sulla distanza. E' anche vero che ciò che conta maggiormente, per gli artisti e per le case discografiche, è la resa commerciale degli album, e da questo punto di vista la classifica Fimi vista prima è tutto sommato incoraggiante. 
3) A parte la discreta affermazione di Antonio Maggio, al quale occorreranno comunque ulteriori conferme, la sezione giovani, per il secondo anno consecutivo, ha rappresentato l'anello debole dell'imponente macchina festivaliera. Certo, peggio ancora andò dodici mesi fa, quando nemmeno i più meritevoli fra gli esordienti, penso a Erica Mou, Marco Guazzone e Celeste Gaia, riuscirono a far breccia nel cuore del pubblico, ma è un fatto che nemmeno il "Sanremo con la musica al centro" voluto da Fabio Fazio e Mauro Pagani sia riuscito a restituire dignità alla gara delle nuove leve, che non godono più di una ribalta degna di questo nome dalla splendida edizione del 2009, quella che, anche grazie all'idea azzeccata dei duetti coi superbig, diede visibilità enorme ai partecipanti, e non a caso quell'anno vennero fuori Arisa, Malika, Irene Fornaciari, Simona Molinari e Karima. Questo è il punto dal quale si dovrà partire al momento di imbastire l'edizione 2014 della rassegna: perché senza un adeguato vivaio Sanremo non può reggere ad alti livelli, e non sempre capita che una Nina Zilli o un Gualazzi riescano a emergere da gare semiclandestine come quelle andate in scena nel 2010 o nel 2011.