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mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

giovedì 8 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA SECONDA SERATA: TANTO (TROPPO?) BAGLIONI, SEMPRE PIU' CREDIBILI DIODATO-PACI, ANNALISA, RON E VANONI. IL GIALLO META-MORO


Dalla notte fra martedì e mercoledì, su Sanremo 2018 grava l'ombra del caso Meta - Moro. Giusto farne ancora cenno, prima di parlare della seconda serata. Il nodo "squalifica - non squalifica" dovrebbe venir sciolto nelle prossime ore, e nella conferenza stampa delle 12.30 ne sapremo probabilmente di più. Innanzitutto la vicenda è già entrata nella storia della rassegna, perché ha portato per la prima volta alla "sospensione" (è il termine utilizzato da molte testate) di due partecipanti alla gara: la coppia di bravi cantautori avrebbe dovuto proporsi in seconda esibizione ieri sera, ma è stata "congelata" in attesa di ulteriori accertamenti sulla questione. Di certo, tutto può accadere: la seconda giornata del Festival era iniziata con affermazioni rassicuranti, in merito, da parte dei dirigenti Rai, ma dopo le prime, legittime perplessità manifestate da alcuni giornalisti, lo stesso Claudio Baglioni ha lasciato intendere di voler prendere la cosa molto seriamente e di dover effettuare attente valutazioni; di qui alla suddetta sospensione il passo è stato breve. 
RISCHIO SQUALIFICA CONCRETO - E' veramente una patata bollente, quella che la direzione artistica si ritrova fra le mani: perché Meta e Moro, non è un mistero, sono forse i più chiari favoriti per il successo finale. Col loro pezzo uniscono impegno civile, testo dalla forte carica emotiva, notevole orecchiabilità, e si tratta di due personaggi tutto sommato "trasversali", amati dai giovani ma graditi anche a un pubblico più adulto, come dimostrò ad esempio il terzo posto di Meta l'anno passato. Insomma, ci vorrà del coraggio per sbatterli fuori; però, parliamoci chiaro, il regolamento qualche rischio lo lascia intuire, in particolare riguardo al discorso sulla legittimità dell'utilizzo di "stralci campionati" di canzoni già edite, la clausola a cui si appellano gli "innocentisti"; nella situazione in oggetto non mi pare si sia davanti a un campionamento propriamente detto, in senso tecnico, bensì al riutilizzo, in versione minimamente rielaborata, del ritornello di un vecchio brano.
Non si parla assolutamente di plagio, come gli stessi cantanti hanno ieri equivocato sui social (le due opere hanno un autore in comune, Andrea Febo), quanto, semplicemente, della mancanza del requisito dell'inedito. Su questo dovrà pronunciarsi lo staff organizzativo della kermesse. La mia opinione? Io non sono un esperto di diritto, ma credo che le canzoni "nuove" siano altra cosa, questa non lo è, anche se il pezzo "ispiratore" era pressoché sconosciuto, fino all'altroieri. Se poi nei meandri del regolamento si riuscirà a trovare la strada per mantenerlo in concorso, contento per i due ragazzi. Ma ci ritorneremo sopra... 
TANTO BAGLIONI E UNA LEOSINI FUORI POSTO - Eccoci dunque alla seconda serata. L'impressione è che, stavolta, il direttore artistico si sia lasciato prendere un po' troppo la mano: a tratti, lo show è parso quasi una "Baglioni compilation". Si è trovata l'occasione per proporre, in un modo o nell'altro, tre pezzi del suo repertorio: "La vita è adesso" in duetto col Volo (la performance più riuscita), "Mille giorni di te e di me" con Biagio Antonacci e "Questo piccolo grande amore" con Franca Leosini. Una comparsata, quest'ultima, di cui avremmo fatto volentieri a meno, assolutamente superflua e per di più assai mal riuscita. In teoria, ogni strofa dell'evergreen doveva essere contrappuntata da un intervento più o meno ironico della conduttrice di "Storie maledette"; in pratica, ogni volta che il cantautore si interrompeva per dare spazio all'estemporanea partner, il pubblico in sala proseguiva a cantare, come in un concerto live, coprendo e togliendo forza agli inserimenti della giornalista. E poi, scusate, non si era detto che questo Sanremo avrebbe rinunciato a personaggi estranei al mondo della musica, dagli astronauti agli chef, alle famiglie con figli in quantità? E allora, cosa diavolo c'entrava la Leosini con il Festivalone? "Mistero", avrebbe esclamato Enrico Ruggeri...
BAUDO, LETTERA STRUGGENTE - Per il resto, una Michelle Hunziker sempre più padrona del palco e un Favino che si ritaglia i suoi spazi con l'abilità e perfino l'istrionismo dell'attore consumato: l'inglese sfoggiato nell'intervista a Sting non l'avevo mai sentito da parte di nessun precedente conduttore della manifestazione. Il cantante inglese innamorato dell'Italia ha proposto un duetto surreale con Shaggy, mentre il momento più emozionante della serata è stato senz'altro l'intervento di Pippo Baudo, "l'uomo Festival" per antonomasia, con una lunga "lettera aperta a Sanremo" che ha indotto più malinconia che allegria, assumendo a tratti i contorni di un bilancio di fine carriera. Poi il padrone di casa di tredici Festival ha riportato il sorriso con il lungo siparietto su un lontano fidanzato siciliano di Michelle (storiella già sentita e risentita, peraltro), parentesi che ha ritardato l'esibizione di Elio e le Storie tese. Volendo, per Superpippo è stato un contrappasso: cinquant'anni dopo aver costretto (gentilmente) Louis Armstrong ad abbandonare il palco di Sanremo '68, è stato lui a dover essere "tagliato" per lasciare spazio a Belisari e compagnia. 
L'ESEMPIO DI VECCHIONI - Bilancio magro per i superospiti italiani: i ragazzi del Volo non sono emersi per originalità, con l'inflazionatissimo "Nessun dorma" (ma si sono parzialmente riscattati con l'omaggio a Sergio Endrigo), dimenticabile Antonacci, che ha tentato di rilanciare il suo recente brano "Fortuna che ci sei", mentre a notte alta Roberto Vecchioni ha dato un plastico esempio di ciò che dovrebbero fare i cantanti di casa nostra fuori concorso a Sanremo, se proprio ci devono essere: omaggiare il repertorio canoro proprio o di altri, senza indulgere alla promozione del prodotto più recente. Chapeau. In generale, l'impressione è stata quella di una serata troppo carica di orpelli trascurabili: abbiam detto  della Leosini, ma aggiungiamoci anche il ballo Favino - Hunziker sulle note di Despacito (che speravo di non sentire almeno all'Ariston) e il lungo e non entusiasmante sketch "del trapano" col mago Forrest. In tutto ciò, il Dopofestival, che inizia ampiamente dopo l'una, diventa impossibile da vedere per le persone normali, che qualche ora di sonno devono pur concedersela... 
DA DIODATO A RON E VANONI, TANTA QUALITA' - La gara, adesso: è iniziata quella fra le Nuove proposte. Inutile discutere di classifiche parzialissime, per cui al momento limitiamoci a dire che le opere migliori sono sicuramente quelle dei due maschietti, il godibile elogio al congiuntivo dell'estroso Lorenzo Baglioni (nessuna parentela) e lo straniante, doloroso recitato di Mirkoeilcane in "Stiamo tutti bene", sulla tragedia dei barconi dei migranti. Riguardo ai Big, confermata la buona impressione sullo spessore di "Adesso", con Diodato e Roy Paci che a questo punto diventano papabili per le primissime posizioni; in crescita Annalisa, con un brano contemporaneo ma rispettoso della tradizione e un refrain tutto sommato di buon impatto, che potrebbe condurla a un piazzamento di rilievo. Da non trascurare "Senza appartenere" di Nina Zilli, classica melodia sanremese ma corroborata da un testo interessante sull'universo femminile, a meta fra "Donna" di Mia Martini" e "Quello che le donne non dicono" della Mannoia, non al livello di queste due gemme ma comunque dignitosissima ("Donna siete tutti", "Donna non di tutti", sono versi semplici, ma intelligenti ed efficaci). Sempre convincenti e radiofonici Vibrazioni e Canzian, anche se quest'ultimo non sta ottenendo i riscontri che mi sarei aspettato. Notevole la forza evocativa del Dalla cantato da Ron, ottimamente scritta nelle parole e nella musica "Imparare ad amarsi" del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, forse la miglior espressione del nuovo corso "baglioniano" all'insegna della ricercatezza autoriale ed interpretativa. E' anche questa da podio, e le votazioni delle prime due giornate lo confermano. 
ABBIAMO UNA SIGLA! - A tal proposito, non mi pare una gran trovata quella di rendere note, a fine spettacolo, solo le preferenze espresse da una singola giuria, per di più non le graduatorie vere e proprie ma una mera divisione tra fascia alta, media e bassa. Si rischia di generare solo una gran confusione. Una nota piacevole: Sanremo ha finalmente una nuova sigla, come quelle che si facevano fino a metà anni Novanta, anche se su tutte le emittenti tv della Penisola continua a imperversare "Perché Sanremo è Sanremo": buona l'idea, vista nel galà di apertura, di fare interpretare la canzone a tutti i Campioni (ma perché ieri la clip non è stata riproposta?), buona anche l'esecuzione finale da parte del trio di presentatori. Vedremo se questo "Popopopo" riuscirà a lasciare il segno nella storia della rassegna.
ULTIM'ORA - La Rai e la direzione artistica del Festival hanno deciso, dopo perizia sulle due canzoni "incriminate", di mantenere in concorso "Non mi avete fatto niente" di Meta e Moro. Sussiste il requisito dell'inedito. 

martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

giovedì 16 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO: CHI PER IL DOPO CONTI? BONOLIS, DE FILIPPI, AMADEUS E ALTRE IPOTESI PLAUSIBILI


Sanremo 2017 è andato in archivio con un bilancio sostanzialmente positivo. Ottimi gli ascolti (in linea con le cifre d'oggidì, ovviamente: i 18 - 20 milioni di spettatori di un tempo sono ormai vette irraggiungibili), buono il livello qualitativo dello show, dignitosissima la proposta musicale. Il brano del trionfatore Gabbani ha in sé le stimmate di un tormentone che ci accompagnerà per diversi mesi e che potrebbe lasciare un segno profondissimo nella storia del pop nostrano; altre canzoni hanno mostrato notevole impatto e grande cantabilità, e a occhio e croce dovrebbero percorrere una lunga strada nelle chart. Però ora si apre una fase oscura, dalle prospettive non facilmente intuibili.
DA UN'ERA ALL'ALTRA - Il passaggio di consegne da un direttore artistico a un altro è sempre un momento delicato, per il Festivalone. In questo caso, però, più di altre volte: chi arriverà dopo Carlo Conti si troverà fra le mani una bella patata bollente. Non solo per i risultati contingenti di cui ho detto in apertura, che pure basterebbero a far tremare i polsi al successore: perché ad esempio, le tre volte che Baudo ha lasciato (1996, 2003, 2008), lo ha fatto dopo edizioni non particolarmente fortunate, quantomeno sul piano dell'Auditel, e chi ne ha preso il posto è dunque potuto partire "dal basso" per tentare di... guarire il malato; e anche Fabio Fazio arrivò in Liguria nel '99 all'indomani di un Festival, quello del trio Vianello - Pivetti - Herzigova, che ottenne una buona audience ma che trapanò l'acqua sul piano musicale; il savonese ebbe quindi carta bianca o quasi per cambiare pelle all'evento. 
SANREMO FUTURIBILE - Il triennio "contiano", si diceva, ha portato in dote alla kermesse ligure molto di più dell'immediato consenso popolare, e l'ho già spiegato in più di un articolo della settimana scorsa: il Festival è entrato finalmente in una nuova era, si è aperto al nuovo in tutte le sue sfaccettature, alla gioventù dei suoi protagonisti, alla contemporaneità nel modo di concepire lo spettacolo, alla tecnologia con lo sfruttamento delle più avanzate piattaforme digitali. Non si può tornare indietro, da una gestione come questa. Chi arriverà sul ponte di comando, dovrà avere prima di tutto il coraggio dell'umiltà, ossia riconoscere l'immenso lavoro fatto dal predecessore e cercare di non snaturare la macchina - Sanremo, che ha bisogno di ritocchi e aggiustamenti, non di sconvolgimenti. Perché la "formula Conti" ha prodotto un Sanremo quasi ideale, rispettoso della tradizione ma proiettato in avanti, aspetto quest'ultimo che è emerso particolarmente con l'edizione appena conclusa. 
DE FILIPPI? IDEA SUGGESTIVA MA DI ARDUA APPLICAZIONE - Eccoci dunque al punto: chi, dopo il toscanaccio? La scelta è meno facile di quel che sembri, il quadro intricato assai. Ad esempio, la tendenza degli ultimi anni, assolutamente condivisibile, è parsa quella di affidarsi a risorse interne Rai, di utilizzare il potenziale di idee e talento dell'azienda; tuttavia, proprio l'ultimo Festival ha visto schierarsi in palcoscenico, accanto al vero "gran cerimoniere", il volto simbolo della concorrenza Mediaset, nonché figura di grande rilievo e influenza anche nel mondo discografico, visto il ruolo centrale conquistato negli anni da "Amici", il talent griffato Maria De Filippi. 
Ergo, mai dare le cose per scontate. E a proposito di volti Mediaset, quella della stessa Maria è una ipotesi da prendere in considerazione, anche se affidarle il ruolo organizzativo più importante sarebbe un salto in avanti un tantino azzardato, da parte dell'ente tv di Stato: qualcosa di più di una semplice pax televisiva, un notevole stravolgimento delle consuetudini della concorrenza catodica. Senza contare poi che per Maria si creerebbe una situazione di notevole imbarazzo, visto che ormai la presenza in gara a Sanremo di giovani provenienti dal suo "vivaio canoro" è la normalità.
PERPLESSITA' SU BONOLIS - Si è parlato molto di Paolo Bonolis, che rimane una candidatura attendibilissima ma che personalmente mi lascia un po' perplesso. Vero, i suoi due Festival (2005 e 2009) sono stati due successi, entrambi storicamente fondamentali, perché giunti a resuscitare la kermesse dopo edizioni deludenti al punto da averne messo in discussione l'esistenza stessa. Nel frattempo, però, il popolare conduttore ha intrapreso una strada televisiva essenzialmente legata a un intrattenimento fin troppo leggero e caciarone: legittimo, ci mancherebbe, ma il Sanremo, per come è diventato in questi anni, avrebbe bisogno di qualcosa di più, o comunque di diverso. Da ricordare comunque che, in entrambe le occasioni citate, accanto a Bonolis fu presente la fondamentale figura di Gianmarco Mazzi: quest'ultimo gestì il Festivalone anche dal 2010 al 2012, e fu il primo a portare una decisa ventata di rinnovamento nell'obsoleto e stanco carrozzone rivierasco, a traghettarlo nel ventunesimo secolo, rinfrescando gli schemi dello show e favorendo il progressivo svecchiamento del cast di cantanti.
DA MAZZI A CECCHETTO, LE SCELTE POSSIBILI - Ecco, quella di Mazzi, manager contestato ma sempre vincente in Riviera, sarebbe una figura da prendere seriamente in considerazione, nonostante al termine della sua ultima esperienza, nel 2012, avesse detto di aver esaurito le idee applicabili al Festivalone. Ma in cinque anni si cambia e di idee possono esserne spuntate di nuove.... Oltretutto, risolverebbe un problema non da poco, quello di dover reperire un padrone di casa che possa occuparsi anche della direzione artistica, in particolare delle selezione di artisti e canzoni. Carlo Conti, e prima di lui Pippo Baudo, avevano i titoli per farlo, essendo uomini di musica oltre che di tv, ciascuno con la propria cultura e il proprio percorso. Ma non vedo nessun professionista in giro con caratteristiche simili: Federico Russo, forse, ma è un po' troppo giovane e inesperto per accollarsi il doppio ruolo (organizzatore e presentatore); l'identikit più attendibile, in tale ottica, sarebbe quello di Amadeus, che oltretutto nell'ultimo anno ha saputo ritagliarsi spazi sempre più ampi come anchorman di buona presa. Da tenere d'occhio... Tornando invece a personaggi chiamati ad esercitare unicamente il ruolo di direttore artistico, nomi interessanti potrebbero essere quelli di Mauro Pagani, Pino Donaggio (che l'hanno già fatto in passato) o, perché no, Linus e Claudio Cecchetto, più volte giurati di qualità all'Ariston (e Claudio anche presentatore del Festival per tre volte, all'inizio degli anni Ottanta).
NO A GILETTI. FRIZZI E I GIOVANI - Da escludere recisamente, per il ruolo di conduttore, Massimo Giletti: fa un altro tipo di televisione (che mi piace zero, ma non è questo il punto), lo vedo inconciliabile con la manifestazione ligure. Di Fabrizio Frizzi ho più volte scritto: il suo momento d'oro fu negli anni Novanta (col travolgente successo di "Scommettiamo che...", in coppia con Milly Carlucci), ma all'epoca le porte di Sanremo gli furono sbarrate prima dal lungo regno di Baudo, poi da scelte discutibili della Rai che preferì puntare su volti Mediaset come Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. Negli ultimi anni ha acquisito spigliatezza e sicurezza, però continuo a vederlo poco adatto a gestire una macchina complessa come quella della rassegna canora: gli manca l'esperienza recente di un grosso show, a parte Telethon, che è sicuramente un impegno improbo ma ha caratteristiche del tutto diverse da Sanremo. Esperienza che invece possiede Milly Carlucci, grazie alla pluriennale guida di "Ballando con le stelle".
Tornando ai giovani, non è che ve ne siano molti in rampa di lancio: si è parlato prima di Federico Russo, il più vicino alla meta festivaliera (ne ha curato l'anteprima in occasione della recente edizione), poi ci sarebbero Alessandro Cattelan e il bravo Nicola Savino, mentre Mika, pur reduce dall'ottima affermazione col suo show su Rai 2, mi pare una candidatura al momento un tantino rischiosa. Fiorello? Grossissimo nome, inutile dirlo, ma con l'incognita di una certa idiosincrasia per il piccolo schermo, ove le sue apparizioni sono sempre centellinate, e per lo stesso Festival, dove, dopo la parziale delusione del 1995 (quando partì favorito per arrivare "solo" quinto), si è fatto vedere solo un paio di volte come ospite. E un istrione così sarebbe di certo uno spettacolo nello spettacolo, che però concentrerebbe tutta l'attenzione su di lui, sviandola dal concorso, ciò che invece Sanremo deve cercare di evitare.
BAUDO: PRO E CONTRO - Capitolo Baudo: da solo o abbinato ad altri, mi pare francamente da escludere. Come conduttore non lo vedo più in grado di reggere oltre venti ore di diretta in cinque giorni, più conferenze stampa e altri impegni collaterali; come direttore artistico... Beh, son passati nove anni dalla sua ultima comparsa in tale ruolo, e non fu un buon Festival, forse mai come in quel momento vicino alla sparizione, dopo il rischio corso negli anni Settanta.
Da allora, Sanremo è cambiato profondamente nella sua struttura di spettacolo, ed è cambiato il panorama pop italiano, con riflessi profondi anche sulla composizione del cast di partecipanti alla kermesse. Non sono sicuro che il Pippo nazionale possa essere in grado di recepire e fare propri tali profondi fremiti di rinnovamento: dal 2008 ad oggi ha fatto pochino, in Rai (non per colpa sua, sia chiaro, quanto per scelte editoriali), e quel poco lo ha visto nella trincea della difesa della "bella televisione che fu", come dimostra ampiamente la sua ultima "Domenica in...", all'insegna della nostalgia e dei canoni, rispettabilissimi, del varietà e dell'entertainment del passato.
Non è neanche detto che affiancargli co - organizzatori giovani e rampanti sia la scelta migliore, perché il Baudo degli anni più gloriosi (i Novanta) ha sempre gestito il colosso Festival in primissima persona, imprimendovi la sua firma a chiare lettere, mettendoci tantissimo di suo, come era giusto che fosse; poi, nelle sue ultime quattro edizioni (2002, 2003, 2007 e 2008) era tornato a farsi affiancare da una commissione di esperti per la selezione dei brani, mentre a livello televisivo quei Sanremo avevano comunque avuto un'impronta sostanzialmente classicheggiante, liturgica, da "Messa cantata", come lui stesso amava definirla. Ma come detto, dopo quanto accaduto in questi anni e soprattutto la settimana scorsa, non si può tornare indietro. Il che non vuol dire che non possa accadere, anzi: la storia di Sanremo purtroppo è stata spesso questo, un passo avanti e due indietro. Ma proprio ora che il Festivalone ha finalmente trovato una nuova dimensione e una precisa collocazione nel panorama musicale e mediatico nazionale, sarebbe un grave errore.

AGGIORNAMENTO: giusto per rendere esauriente questo primo quadro d'assieme, amici su Facebook mi suggeriscono come ulteriore alternativa il ritorno di Gianni Morandi. Certo plausibile, ma con qualche riserva: nel 2011-2012 rappresentava una stuzzicante novità in chiave di conduzioni sanremesi, e comunque era un cantante che poco tempo prima aveva dimostrato buona adattabilità al piccolo schermo (dopo altre felici esperienze in tal senso a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta). Oggi quella duplice spinta propulsiva non avrebbe più grosso peso. Altra cosa: Morandi da solo nel doppio ruolo o, come all'epoca, affiancato dalla rassicurante figura di Mazzi, citato in questo articolo? In ogni caso è una candidatura che ci sta, anche alla luce degli ottimi consensi di audience registrati a suo tempo, pur se, come presentatore, non mi fece delirare per l'entusiasmo. Vedremo. 

lunedì 18 gennaio 2016

LA FESTA PER I 40 ANNI DI "DOMENICA IN..." (ANZI NO, 39 E QUALCOSA). LO STRANO TEMPISMO DELLA RAI E UNA CELEBRAZIONE EVITABILE

                            Il 45 giri della sigla di una delle prime edizioni di "Domenica in..."

"Domenica in..." non meritava un "omaggio" simile. E vien da piangere pensando alla triste opinione che, del passato di questa trasmissione - pilastro del servizio pubblico, si saranno fatti i più giovani, assistendo allo special che Rai 1 ha dedicato, ieri pomeriggio, ai quarant'anni del popolare contenitore festivo. Tanti interrogativi, a partire dallo strano senso del tempismo che da qualche tempo alberga nei corridoi dell'ente tv di Stato. Prima le lancette dell'orologio troppo avanti in occasione del recente San Silvestro "fantozziano", ora la celebrazione dell'importante traguardo raggiunto da "Domenica in..." messa in calendario con circa nove mesi di anticipo. E sì, perché festeggiare questo compleanno a gennaio 2016 non ha senso, visto che la prima puntata del programma andò in onda nell'autunno del 1976. 
Fosse solo quello. Lo "specialone" di ieri, spiace dirlo, è stato un inno alla bassa qualità televisiva, fra approssimazioni nel racconto e infelice scelta degli ospiti. Attorno a Pippo Baudo, poco e male impiegato, una sarabanda caotica e una rappresentazione del tutto parziale di questi quattro decenni. "Domenica in..." fu, in quella cupa metà dei Settanta, in pieni anni di piombo, uno dei progetti più geniali partoriti da una Rai che era in pieno fervore creativo, lontana anni luce da quella di oggi, che troppo spesso rimastica stancamente vecchie idee ripetendole ad libitum (Vedi "Fatti vostri" et similia). Una novità semplice ma rivoluzionaria: riempire la domenica pomeriggio con una trasmissione fiume, che accompagnasse il settimanale dì di festa degli italiani dal pranzo alla cena, con leggerezza ma anche momenti di sostanza culturale, parlando di spettacolo, di cinema, di musica, di letteratura e di sport. Di tutto di più, ma sempre in perfetto equilibrio, senza cadere nella noia ma anche tenendosi lontani da picchi eccessivamente trash. 
Ebbene: cosa c'era, di tutto ciò, nell'omaggio di ieri, condotto da Paola Perego e da un Salvo Sottile del tutto fuori contesto? Solo pochi e scarsamente significativi filmati di repertorio, nella conferma di un vizio Rai che, francamente, sta cominciando a stufare: il sottoutilizzo di quell'immenso patrimonio rappresentato dalle Teche, con pillole relegate a trasmissioni come "Techetecheté" e poco altro, fra l'altro spesso gli stessi reperti proposti e riproposti all'infinito. Almeno un lustro della storia della trasmissione letteralmente saltato a piè pari: è mai possibile andare in onda, come ha fatto Sottile, introducendo Alba Parietti come prima donna presentatrice di "Domenica in.."? "Alba, abbiamo dovuto aspettare più di quindici anni per vedere una 'Domenica in...' condotta da una donna: perché?", è riuscito a chiedere alla sua ospite. Raffaella Carrà, Marisa Laurito ed Edwige Fenech, padrone di casa fra il 1986 e il 1990, sentitamente ringraziano. Quando poi le redini dei ricordi sono state sottratte al Pippo nazionale è calato il gelo: su un'ora scarsa di trasmissione, oltre quindici minuti sono stati monopolizzati dal ripescato Giucas Casella e dai suoi esperimenti, dita intrecciate e amenità varie, che erano già insopportabili all'epoca della "prima volta" e della cui riproposizione non si avvertiva francamente il bisogno. 
Ecco: guardando lo special di ventiquattr'ore fa, il simbolo dei primi quarant'anni di "Domenica in..." pare esser stato Casella, visto lo spazio dedicatogli. Chiaro che qualcosa non torni; tornano invece gli interrogativi con cui ho aperto l'articolo: io spettatore sono qui, a chiedermi il senso della messa in onda di un prodotto così mal confezionato, oltretutto con un anticipo, va ribadito, del tutto ingiustificato (perché l'età effettiva del programma, al momento, è di circa 39 anni e 4 mesi: che fretta c'era?), mentre i vertici Rai dovrebbero cominciare a porsi qualche domanda circa l'attenzione, la cura, la precisione, la passione con cui vengono allestiti certi capolavori. No, la "domenica degli italiani" non meritava un simile omaggio: e non lo meritava chi, come me, in fondo è diventato adulto anche seguendo quello che, perlomeno fino ai primi anni Novanta, è stato davvero un gioiellino di trasmissione. Proporre qualcosa di meglio, soprattutto nei giorni del martellamento pubblicitario sulle nuove modalità di pagamento del canone, sarebbe il minimo sindacale. Chiediamo troppo? 

martedì 20 ottobre 2015

VERSO SANREMO 2016: ECCO IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL! UNICA VERA NOVITA': IL RIPESCAGGIO COME ANCORA DI SALVEZZA PER UN BIG


Ci inoltriamo nell'autunno, e puntuali arrivano i primi "spifferi" sanremesi. Mancano quattro mesi scarsi al Festival, ma la macchina organizzativa sta già scaldando i motori. Anche se spesso sottovalutato da appassionati e addetti ai lavori, uno dei momenti topici della fase d'approccio alla kermesse è rappresentato dalla messa a punto del regolamento, che è stato pubblicato questa mattina. Le cosiddette "tavole della legge" di Sanremo sono fondamentali: scorrendole, si possono già intuire quelle che saranno le linee guida delle canoniche cinque serate, che per il 2016 sono in programma dal 9 al 13 febbraio. 
LA FORMULA CONTI - Certo, quest'anno c'era ben poco da trepidare nell'attesa di sconvolgenti novità. Già la sola conferma di Carlo Conti sulla tolda di comando era una garanzia di pressoché totale continuità rispetto all'ultima edizione, trionfale in termini di audience tv, soddisfacente per il rendimento sul mercato discografico dei brani lanciati all'Ariston (giovani a parte). Le fondamenta di tale, inevitabile continuità le ho illustrate in lungo e in largo in un paio di articoli pubblicati nei mesi scorsi: troppo lungo sarebbe ripetere tutto, mi limito solo a dire che dai tempi di Pippo Baudo non veniva concepita una "formula Festival" così efficiente, e potenzialmente funzionale sul medio periodo, come pare poter essere quella firmata dal presentatore toscano. Il quale del resto era stato assai chiaro fin dall'estate appena trascorsa, quando aveva dichiarato a Sorrisi e Canzoni: "Il meccanismo del Festival? Con gli autori l'abbiamo rigirato, spezzettato e analizzato, e troviamo difficoltà a cambiare le cose. Ci sembra una macchina perfetta, che ha dato risultati incredibili, e andarla a stravolgerla non ha un grande senso". 
COVER DI SUCCESSO - Infatti. Come volevasi dimostrare, le modalità di svolgimento della manifestazione saranno sostanzialmente le stesse dello scorso febbraio. Confermata persino la serata "di pausa" nella gara dei big, serata che anche quest'anno sarà dedicata alle cover di grandi successi (italiani e internazionali) del passato. Non si tratta di mancanza di fantasia: questo happening, nel 2015, ha riscosso consensi inattesi, vuoi per la qualità mediamente buona delle performance degli artisti, vuoi perché una delle cover presentate, "Se telefonando" di Nek, ha addirittura preso il volo, diventando uno dei brani più "gettonati" dell'estate. Una hit sanremese con tutti i crismi, sbocciata in un "contest" al quale si chiedeva solo una piacevole resa spettacolare, non certo un riscontro commerciale. 
DA DICIOTTO A VENTI? - Dunque, cercare novità clamorose in questo regolamento fresco di stampa è impresa destinata all'insuccesso. Possiamo tuttavia registrare qualche piccolo cambiamento, che non incide sulla filosofia di fondo, sulla sostanza, dello show rivierasco: in primis il numero dei Campioni ammessi in concorso, fissato a diciotto. Credo di poter dire si tratti di una cifra provvisoria, e che, come accaduto quest'anno, alla fine i Big diventeranno venti. Anche in questo caso, ci son state le eloquenti parole del direttore artistico, nei mesi del solleone: "Mi auguro di incontrare difficoltà nella scelta dei brani, in modo da dover passare anche quest'anno dai sedici previsti a venti". Poi i sedici son diventati diciotto, ma credo che poco cambi. Personalmente, arriverei perfino a scommettere su questo allargamento del cast, non fosse che... odio il gioco d'azzardo. Inserire nel regolamento un numero minimo di posti disponibili è artifizio interpretabile come una forma di elementare prudenza da parte dell'organizzazione: ma un Festival con la stessa guida artistica e con lo stesso format difficilmente proporrà meno cantanti in lizza, in quanto la riduzione potrebbe venire letta dal pubblico negativamente, ossia sintomatica di un abbassamento della qualità delle canzoni, e trasmettere un tale messaggio prima della kermesse sarebbe un boomerang sul piano promozionale. 
IL RIPESCAGGIO - L'innovazione, per la gara dei "vip", riguarda il ripristino di un sistema di ripescaggio, già visto altre volte in passate edizioni del Festival anche se declinato in forme diverse. A Sanremo 2016, al termine della quarta serata verranno eliminate cinque canzoni dei big, che torneranno però subito in competizione passando attraverso le forche caudine del televoto: quella che riscuoterà maggiori consensi rientrerà nel tabellone principale, e parteciperà alla finalissima del sabato insieme alle composizioni promosse al primo colpo. Finale che quindi, stando al regolamento attuale, vedrà in lizza quattordici artisti su diciotto: seguendo il ragionamento precedente, dovrebbero invece diventare sedici su venti. Il nome del ripescato verrà, curiosamente, reso noto solo all'inizio del gala conclusivo del 13 febbraio. 
I GIOVANI PARTONO DA NOVEMBRE - Una piccola rivoluzione ha riguardato invece la categoria delle Nuove Proposte, ma questo già si sapeva da parecchi mesi. Sei degli otto debuttanti (due arriveranno da Area Sanremo) verranno scelti attraverso la trasmissione televisiva "Sanremo giovani", in programma su Raiuno il 27 novembre, momento finale di una lunga fase di selezioni e audizioni live: un ripristino dell'analoga iniziativa lanciata da Pippo Baudo nel 1993, vedremo se riveduta e corretta o strenuamente fedele alla tradizione. Sarà una tappa decisiva verso l'evento di febbraio, perché proprio la categoria dei debuttanti ha rappresentato l'unico, autentico tallone d'Achille dell'ultimo Festivalone: nonostante vi fossero ragazzi interessanti e pezzi gradevoli, le vendite sono state assai deludenti, e al momento si può dire che non sia nata alcuna nuova stella. Per il resto, la gara finale delle Nuove Proposte avrà la medesima struttura del 2015: tabellone calcistico ad accoppiamenti con quarti di finale, semifinali e finale, formula crudele ma foriera di grande pathos. Assurdamente ridotta la durata massima consentita per le canzoni delle nuove leve: appena tre minuti, contro i tre e trenta concessi ai Campioni. Mah!
LA "COMMISSIONE MUSICALE" - Perplessità ha destato la composizione della commissione chiamata a selezionare i giovani e che, regolamento alla mano, potrà anche fornire al direttore artistico (ossia a Conti) "la propria collaborazione e consulenza nella scelta degli artisti delle sezione Campioni". Assolutamente adatte alla bisogna le presenze di Carolina Di Domenico, Federico Russo e Giovanni Allevi, accettabile Rosita Celentano, diverse riserve su un  Piero Chiambretti che ha già preso parte, in diverse vesti sia radiofoniche che televisive, a numerose edizioni del Festival e che mai ha portato un autentico valore aggiunto alla kermesse; è un anchorman con una filosofia di televisione che ritengo sostanzialmente incompatibile con lo spirito di Sanremo. E che dire di Andrea Delogu, diventata improvvisamente volto imprescindibile per la Rai? Nel giro di pochi mesi è passata da una trasmissione sul cinema (Stracult) a una sul calcio (Processo del lunedì) alla scelta delle canzoni della più importante rassegna italiana di musica leggera. Finora io tutto questo talento multiculturale non l'ho visto, nelle performance della graziosa showgirl, ma spero sia solo questione di tempo: rimane comunque netta la sensazione che le stiano facendo bruciare un po' troppo in fretta le tappe, mettendola davanti a impegni, al momento, più grandi di lei. Poi, felice di essere smentito. 

venerdì 26 giugno 2015

SANREMO 2016 E... 2017: CARLO CONTI ANCORA IN SALA DI COMANDO, COM'E' GIUSTO. CON LUI UNA "FORMULA FESTIVAL" DESTINATA A DURARE

                                       Carlo Conti, saldamente in sella al Festivalone

Come volevasi dimostrare. La riserva è stata sciolta in occasione della presentazione dei palinsesti Rai del prossimo autunno: il deus ex machina del Festival di Sanremo sarà ancora Carlo Conti, direttore artistico fino al 2017 e sicuro padrone di casa per l'edizione del febbraio 2016. "Note d'azzurro" aveva spinto per il bis dell'anchorman toscano in tempi non sospetti, in un periodo in cui il buon Carlo, reduce dal successo di audience e di gradimento del suo primo Festivalone, non nascondeva un certo scetticismo circa l'eventualità di riprendere in mano il carrozzone rivierasco. Di più: su queste pagine mi ero spinto oltre, auspicando per il suddetto un incarico a lungo termine. 
SVOLTA STORICA - Troppo facile, dunque, dire adesso che si sia trattato della scelta più giusta. Ed è una svolta a suo modo epocale, se è vero che, nell'ultima fase storica della kermesse ligure, la tendenza è sempre stata quella di cambiare il più frequentemente possibile la struttura organizzativa e gestionale dell'evento, quindi direzione artistica e presentazione: un anno, due al massimo, e poi spazio al puntuale avvicendamento. Un modus operandi che partiva, a parer mio, da un'impostazione di fondo sbagliata: cioè che la "filosofia" dello show sanremese dovesse essere costruita attorno a un'idea brillante di conduzione, una conduzione che fosse essa stessa spettacolo nello spettacolo, capace di catalizzare i riflettori al pari della gara; e poi che il team di "anfitrioni" dovesse variare il più possibile negli anni, per offrire al pubblico continue novità. Sbagliato, perché in un evento come il Festival le novità, l'originalità, la brillantezza dovrebbero arrivare dalla "materia prima", ossia dalle composizioni musicali in concorso: tutto il resto è sovrastruttura, per quanto importante. 
RADDOPPI FINITI MALE - Va poi detto che, negli ultimi quindici anni, il solo Morandi ha esaurito la sua doppia esperienza all'Ariston con un bilancio in vistoso attivo: buchi nell'acqua, invece, per gli ultimi due brevi regni di Baudo (passi falsi nel 2003 e nel 2008), e soprattutto per il Fabio Fazio targato 2014, con un crollo inatteso e per questo ancor più bruciante, per lui e per i vertici Rai. Normale che, davanti a precedenti del genere, Conti nicchiasse: fedele al motto "me ne vado da vincitore", troppo grosso era il timore di non confermare lo straordinario consenso di Sanremo 2015, e di bruciare così (in parte) un trionfo faticosamente costruito dopo anni di anticamera professionale. 
UNA NUOVA "FORMULA SANREMO" - Tuttavia, come già da me sottolineato alcune settimane fa, il matrimonio Conti - Sanremo appare radicalmente diverso, rispetto a certe direzioni artistiche del recente passato. Dopo anni di soluzioni valide, ma tutto sommato estemporanee, si è forse trovato l'uomo in grado di imprimere una linea "editoriale" ben precisa e duratura al Sanremone. L'artista toscano, lavorando quasi sottotraccia, ha infatti messo a punto una vera e propria "formula Festival", legata al passato eppure fresca, di grande impatto e lineare, se pensiamo agli sperimentalismi financo eccessivi di certe ultime edizioni (su tutti, il doppio brano per i Big). 
Riprendo ciò che avevo scritto sul blog, un mese dopo la fine dell'ultima rassegna, circa l'impronta data da Conti: "Nulla di particolarmente rivoluzionario, quanto piuttosto un ritorno nel solco della tradizione, con gli opportuni aggiornamenti richiesti dall'evoluzione del mezzo catodico. Così, il Sanremo 2015 è risultato un Festival asciutto, snello, ritmato nella conduzione, incentrato sui cantanti in gara: giovani di nuovo in primo piano, ribalta degna di questo nome per i Big, competizione avvincente in entrambe le categorie, buon livello dei pezzi. Questo è il ritratto perfetto del Festival di Sanremo, nel formato in cui si è affermato e ha avuto successo lungo i decenni; nessuna alchimia, nessun meccanismo astruso, nessun coup de théatre (Benigni, Celentano, Madonna...) per assicurarsi i riflettori mediatici: solo tanta musica e pochi tempi morti, pur se con l'inevitabile "tassa" da pagare alle esigenze di rete, leggasi passerelle dei personaggi Rai in promozione di future trasmissioni. E' una struttura spettacolare estremamente funzionale, che non può essere "pensionata" dopo una sola edizione per avventurarsi lungo strade nuove, ma che può reggere a lungo, e Conti è la persona più adatta a mantenerla a regime". 
SULLE ORME DI BAUDO - Ecco, dunque, perché Conti può essere davvero il nuovo Baudo, in riferimento a ciò che l'anchorman siciliano ha dato al Sanremo. Certo con caratteristiche in parte diverse rispetto al Pippo nazionale: meno istrionico, meno accentratore, meno mattatore, ma ugualmente capace di reggere le complesse fila della macchina festivaliera con mano ferma e con continuità. In grado di assicurare alla kermesse un periodo discretamente lungo di stabilità sugli alti livelli. Perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, il Festival di Sanremo nella sua essenza è ciò che abbiamo in buona misura visto quest'anno: cantanti in primo piano (e soprattutto tanti cantanti, non i miseri quattordici degli anni precedenti), e poche divagazioni, compatibilmente con le esigenze della tv attuale che mal tollera passerelle "esclusivamente" musicali, e che ha invece sposato la logica della commistione musica + varietà. Solo che per troppo tempo il fattore "show" ha prevalso su quello canoro, mentre dal febbraio scorso la tendenza sembra essersi decisamente invertita. 
AUDITEL? NIENTE PAURA... - A Conti non resta, si diceva, che perfezionare un meccanismo già ben oliato, senza paura di eventuali oscillazioni di audience: potrebbe anche esserci un calo, ma non ci giurerei e, nel caso, non sarà particolarmente significativo. Tutto dipenderà, credo, dalla partenza, perché la seconda volta il pubblico si aspetta sempre qualcosina in più, fin dall'inizio, e non perdona più nulla. Ecco, in questo senso il Fazio quater, già di per sé impostato male all'origine, risultò ulteriormente gravato da un avvio del tutto infelice. 
PUNTI FERMI PER IL FUTURO - In attesa di scoprire, nei prossimi mesi, le innovazioni che verranno inserite nella struttura della manifestazione (poche, scommettiamo?), ribadisco alcuni punti fermi: insistere sull'alto numero di big in gara, mantenendo il medesimo gusto leggero, pop e glamour nella composizione del cast, ma ampliando lo spazio per le proposte alternative, quest'anno un po' latitanti: il materiale non manca, e nei prossimi giorni il Coca Cola Summer Festival di Roma ne offrirà una succosa conferma, come già era accaduto l'anno passato. 
Ci sarà invece da fare un grosso lavoro sulle Nuove proposte, che hanno rappresentato la più inattesa delle sorprese negative dell'ultima edizione: nonostante la collocazione in prime time e un meccanismo di gara di grosso appeal emozionale, gli esiti commerciali sono stati sconfortanti. Si ripartirà dalle selezioni televisive autunnali, in pratica il "Sanremo giovani" lanciato da Baudo nel tardo '93 ripensato in chiave contemporanea, quindi verosimilmente con un impronta talent. Un tentativo, in tal senso, era già stato fatto nel 2002 (Destinazione Sanremo) e fu un buco nell'acqua sia sul momento sia sulla lunga distanza (visto che per il Festival 2003 produsse una sezione Giovani di non altissimo livello), ma forse oggi i tempi sono più maturi. Ad ogni modo, le nuove formule e gli esperimenti a nulla varranno, se non si amplierà lo spettro della selezione degli emergenti, aprendo decisamente il campo a un maggior numero di generi e ad artisti in erba più coraggiosi e sperimentalisti, meno appiattiti sulle tendenze imperanti, perché di ulteriori cloni di Emma e Mengoni non si avverte francamente il bisogno, né di voci splendide ma che cantano motivetti triti e ritriti. 

giovedì 16 aprile 2015

SANREMO 2015 NELLE CLASSIFICHE DI VENDITA: VOLO, DEAR JACK, NEK E FRAGOLA SUGLI SCUDI, GIOVANI NON PERVENUTI

                                                Nek: molto bene nelle charts

Bene i Big, non pervenute (o quasi) le Nuove Proposte. In parole poverissime, è questo il bilancio commerciale del Festival di Sanremo 2015, a due mesi dalla conclusione dell'evento. Un bilancio certo più dolce che amaro: molti dischi lanciati all'Ariston si son fatti dignitosamente largo nelle graduatorie di vendita e di download, ma il flop dei Giovani pesa, eccome, perché sul vivaio sanremese la gestione Conti aveva puntato molte fiches, in primis con il cambio di collocazione nella scaletta dello spettacolo, riportando cioè le esibizioni degli emergenti in "prime time", dopo anni di confinamento ad orari da vampiri. Ma torneremo più avanti su questo tasto dolente. 
BUONA PRESENZA NELLE CHARTS - Per il resto, si diceva, il quadro non può che essere considerato soddisfacente, Se i tempi delle hit parade invase in massa dai dischi rivieraschi sono lontani, e lo abbiamo detto più volte in questi ultimi anni, i Big protagonisti dell'ultima kermesse hanno saputo farsi valere, eccome. Quest'anno abbiamo preso in considerazione i dati della FIMI, ossia il "vangelo" delle vendite in Italia, e la Superclassifica di Sorrisi e Canzoni TV, anch'essa un totem da decenni. Il dato di rilievo è sostanzialmente il seguente: il verdetto delle giurie liguri è stato confermato dai consumatori, i ragazzi del Volo hanno sbancato anche nei negozi reali e virtuali. Non basterà a zittire i loro critici "a prescindere", di certo rappresenta un buon viatico in vista dell'ormai imminente Eurovision Song Contest viennese, per il quale gli esperti preconizzano loro una corsa di testa. 
FIMI - I vincitori del Festival  e i Dear Jack hanno presidiato pressoché costantemente la Top ten degli album più venduti, rispettivamente con "Sanremo grande amore" e "Domani è un altro film - Seconda parte", sostando a lungo nelle primissime posizioni. Si è fatta onore anche Annalisa con "Splende", mentre ha sorpreso favorevolmente l'iniziale exploit di Nesli ("Andrà tutto bene" il suo cd), la cui svolta schiettamente pop è stata evidentemente ben digerita dal suo pubblico, e gli ha consentito perfino di allargare il personale bacino d'utenza. A inizio marzo è uscito il disco di Nek ("Prima di parlare"), che si è subito attestato nelle zone altissime, mentre nelle settimane scorse è stata la volta di Lorenzo Fragola, entrato addirittura direttamente al primo posto con "1995". Complimenti. 
Si sono affacciati fra i primi dieci anche Marco Masini con "Cronologia" (una raccolta arricchita da alcuni inediti) e Malika Ayane con "Naif", mentre nelle posizioni di rincalzo (ho preso in considerazione solo quelle fino alla trentesima) sono riuscite a farsi parzialmente largo Chiara e Nina Zilli, peraltro su livelli inferiori alle attese. Ha invece piacevolmente stupito "Bianco e nero" di Bianca Atzei (che ha appena superato un delicato intervento chirurgico al cuore: in bocca al lupo!), per alcune settimane presente nei "dischi caldi" (così si definivano, un tempo, le posizioni dall'undicesima alla ventesima). Le Nuove proposte? sostanzialmente assenti, a parte un paio di comparsate (Caccamo in 29esima posizione, Amara in 30esima). 
CERTIFICAZIONI - Ma il vero asso pigliatutto delle classifiche è stata la compilation "Supersanremo 2015",  ininterrottamente in testa nella graduatoria dedicata, dall'uscita fino a oggi, pur non contenendo tutti i brani dei Big (mancano quelli di Britti, dei Dear Jack e della Atzei). La raccolta ha così, inevitabilmente, ottenuto la certificazione FIMI come "disco di platino", la stessa conquistata dal Volo, mentre al momento Nek e i Dear Jack devono... accontentarsi dell'oro. Sempre in ambito FIMI, la classifica dei singoli "Top Digital" ha rilanciato le azioni di Chiara, non brillantissima con l'album, mentre hanno ben figurato Il Volo, Nek, Annalisa e Fragola. 
SORRISI - La mitica Superclassifica del periodico milanese fornisce un quadro grosso modo identico: gli album del Volo e dei Dear Jack, nonché la compilation (Sorrisi non ha una chart a parte per questo genere di dischi) sono stati sempre in primissima fila, spesso sul podio, Nek ha scalato rapidamente la montagna una volta uscito nei negozi, si sono discretamente difesi Annalisa, Nesli e, un po' più indietro, Masini e Malika; anche qui, da registrare l'exploit della Atzei, nei primi venti fino a metà marzo. E fra i singoli, il solito pokerissimo: Volo, Nek, Annalisa, Chiara e Fragola, al momento l'unico sanremese a resistere fra i primi dieci. 

                                Giovanni Caccamo: lui e gli altri giovani non hanno sfondato

GIOVANI, DOVE SIETE? - Sanremo 2015 ha dunque aperto una significativa breccia nel mercato, ma rimane il buco nero delle Nuove Proposte. Un flop di queste proporzioni era difficile prevederlo, per quanto, personalmente, qualche dubbio l'avessi lasciato emergere già fin dall'analisi preliminare dei brani effettuata su questo blog: si era parlato, in estrema sintesi, di livello medio dignitosissimo, di alcuni pezzi davvero ben costruiti, moderni e orecchiabili che avrebbero potuto imporsi anche lontano dall'Ariston, ma si era anche detto che non vi erano guizzi di novità, operazioni coraggiose e un po' fuori dagli schemi del pop all'acqua di rose, come potevano esserlo lo Zibba, il The Niro o il Diodato dell'anno passato: buone produzioni, sì, ma che andavano ad affollare fasce già "intasate" di mercato, senza offrire alternative al mainstream che occupa le classifiche "manu militari". Mi autocito: "Un sostanziale rivolgersi a modelli di recente successo. Non è un modus operandi particolarmente produttivo, in generale: tentare di inserirsi in nicchie già sature è, di questi tempi, impresa disperata. Auguri a tutti, ma non sarà facile". Ecco, quindi, che il rischio di un rendimento inferiore alle attese poteva essere messo parzialmente in preventivo, per quanto la scarsa resa del pezzo vincitore, "Ritornerò da te" di Giovanni Caccamo, fresco e radiofonico al massimo, non può non lasciare esterrefatti. 
ABOLIRE LE NUOVE PROPOSTE? MAI! - Non è servito nemmeno lo spostamento di orario, con le esibizioni degli emergenti posizionate in apertura delle serate del Festival, ma anche qui si potrebbe dire che non basta una singola edizione di Sanremo per porre rimedio a un quinquennio assurdo, in cui il "vivaio" è stato trattato quasi come un ingombro, piazzato a... mezzanotte e dintorni, fra un'ospitata inutile e l'altra. Ci vorrà tempo per raccogliere i frutti di questo ritorno alle sane abitudini di una volta, che però da solo non basterà. Ovviamente, non va preso nemmeno in considerazione chi chiede di eliminare dal Festival la sezione Nuove Proposte, che si è quasi sempre dimostrata linfa vitale per Sanremo e per la musica italiana in generale (sfogliate gli almanacchi e andate a vedere i nomi che sono emersi da questa categoria: altro che abolirla...). 
SELEZIONE MODELLO TALENT? - Il ripristino della selezione autunnale lanciata da Baudo negli anni Novanta è progetto da portare avanti, ma da strutturare adeguatamente: quel periodo fu, per le Nuove proposte rivierasche, il più florido e prospero, il periodo in cui sbocciarono Giorgia, Bocelli, Irene Grandi, Carmen Consoli, Grignani, Silvestri, Di Cataldo e Paola & Chiara, solo per citarne alcuni. Ora, le gare televisive per cantanti in erba sono tutte modellate sul format "talent show", e la sensazione è che questo paventato "pre Sanremo 2016" non possa essere diverso. Però, occhio: "Destinazione Sanremo" dell'autunno 2002 fu proprio uno dei primi esperimenti di talent, e si risolse in un flop clamoroso, soprattutto perché sfornò, per il Festival 2003, una sezione Giovani nel complesso assai deboluccia (Dolcenera, Patrizia Laquidara, Daniele Stefani e pochissimi altri i nomi di spicco). E non è detto che oggi, col pubblico abituato a questo tipo di concorsi, la cosa possa funzionare meglio, proprio perché c'è un'offerta sovrabbondante in tal senso, mentre solo "Amici" ed "X Factor" hanno fin qui dimostrato di poter fare una credibile opera di scouting.
Ci si pensi bene, dunque; nel mio piccolo, posso dare un paio di suggerimenti: la categoria, più che abolita, andrebbe allargata, perché otto partecipanti rimangono una miseria. Allargarla non solo numericamente, però: ampliare lo spettro di generi rappresentato, dare un quadro il più completo possibile della produzione giovanile in Italia, non rivolgersi solo al pop da classifica e da radio private, dare uno sguardo al negletto mondo "indie", tornare a girare la Penisola, andando nei pub e nei mini - festival a visionare le esibizioni live di solisti e gruppi alle prime armi.  Cercare, scovare e proporre novità, non la solita minestra. 

venerdì 12 dicembre 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI PORTA A VENTI I BIG IN GARA, E' UN RITORNO ALL'ANTICO

                                Carlo Conti: il suo Festival torna nell'alveo della tradizione

La prima mossa di Carlo Conti sullo scacchiere di Sanremo è vincente. Dopo anni di cast striminziti, i Big in concorso salgono da sedici a venti. Una quota partecipanti così elevata non si vedeva dai tempi della "gestione Pippo Baudo", e non è affatto casuale, come vedremo, il richiamo a quel capitolo tutto sommato glorioso della storia del Festival. "Note d'azzurro", ossia il sottoscritto, non può che essere soddisfatto della novità, già nell'aria da alcuni giorni ma che non era attesa in tali proporzioni (si parlava infatti di un innalzamento a diciotto concorrenti nella categoria regina): la mia posizione in merito traspare, grosso modo, dal novanta per cento dei post che ho dedicato alla tenzone rivierasca dal 2011 ad oggi. Anni, si diceva, caratterizzati da cast ridotti al lumicino: appena quattordici posti a disposizione per i cosiddetti "campioni", nelle ultime quattro edizioni. 
POCHI CANTANTI, TROPPI EXTRA - Una gara in scala ridotta, con effetti negativi evidenti soprattutto quando il meccanismo delle eliminazioni conduceva alla finalissima un drappello davvero sparuto di artisti: una decina, col risultato che il resto del gala conclusivo veniva in qualche maniera riempito con ospitate improponibili, spesso avulse dal contesto prettamente canoro dell'evento, o con comparsate promozionali di personaggi Rai. Era un piccolo grande tradimento dell'essenza stessa della rassegna sanremese, la cui funzione è, da sempre, quella di vetrina delle migliori novità proposte dal panorama musicale leggero nostrano, quando l'inverno volge al termine e la primavera incombe: e il tradimento avveniva proprio in un periodo di acuta crisi del mercato discografico italiano, che per superare il momento difficile avrebbe avuto bisogno anche (non solo) di kermesse col format del Festivalone di un tempo, quello in cui si concedeva spazio a un numero assai ampio di cantanti. 
BAUDO E RAVERA - I tempi di Baudo, come sottolineato in apertura. Ma anche gli anni Ottanta di Gianni Ravera, anni di un Sanremo vincente e rigoroso, che non "deragliava mai", che era ancora gara di canzoni assai più che show televisivo tout court. Proprio negli anni gestiti dal patron forse più celebre, l'innalzamento della quota partecipanti era una piacevole tradizione della vigilia: i big ammessi alla gara risultavano sempre più numerosi di quelli che l'organizzazione aveva inizialmente annunciato. Il record, in tal senso, venne stabilito nel 1982: da otto che dovevano essere quasi raddoppiarono, divenendo quattordici. Per l'elevato numero di proposte e per lo spessore qualitativo delle stesse, si premurava di far sapere chi aveva operato la selezione dei brani; per soddisfare gli appetiti di qualche casa discografica in più o per ottenere in cambio ospiti stranieri di prestigio, ribattevano certi giornalisti maligni: quale che fosse il motivo, alla fine i vantaggi per la musica di casa nostra risultavano indubbi, perché salire sul palco dell'Ariston significava accrescere esponenzialmente o rinverdire la propria popolarità, entrare nel giro promozionale delle trasmissioni tv e delle radio, garantirsi buone vendite di dischi o, nella peggiore delle ipotesi, un bel bottino di serate live. 
SOSTEGNO ALLA DISCOGRAFIA ITALIANA - Vantaggi che oggi assumono valore anche maggiore, addirittura "vitale", alla luce della difficile congiuntura di mercato. Incredibile che ci si arrivi solo oggi. "E' un modo per sostenere e promuovere ancora di più la musica italiana", ha spiegato Carlo Conti, che è riuscito a smuovere acque da troppo tempo stagnanti e che ha mostrato coraggio non indifferente. Perché con questa modifica regolamentare Sanremo torna all'antico, a una riscoperta delle radici che però è stata sempre rigettata, nell'ultimo lustro, per paura dell'Auditel: è convinzione dei padroni del vapore televisivo che il pubblico del Duemila non apprezzi più le gare canore "all'antica", mal sopporta di vedere sul piccolo schermo una mera successione di cantanti. Ma forse è solo questione di abitudine, perché il telespettatore medio prende quel che gli si dà, non si spiegherebbe altrimenti il successo pluriennale fatto registrare da certe inguardabili trasmissioni trash. Del resto, le risultanze in termini di audience dell'edizione 2014 hanno  lanciato un segnale opposto: se c'è qualcosa di difficile da tollerare è un Sanremo pieno di corpi estranei, di sovrastrutture spettacolari superflue e di dubbia presa, con gli artisti in gara costretti troppo spesso a cedere le luci della ribalta, che invece all'Ariston spetterebbero loro di diritto, sempre. 
GIOVANI IN PRIME TIME - Il nuovo direttore artistico ha forzato il blocco e si richiama alla tradizione baudiana, soprattutto: perché, se Ravera aveva il vantaggio di operare in un'epoca in cui le competizioni canzonettistiche "a struttura classica" non erano considerate di difficile digeribilità, Baudo riuscì invece a conservare la centralità della gara in un Sanremo già contaminato con gli stilemi del varietà generalista, già contenitore in cui veniva immesso di tutto e di più. E' dunque con quel modo di concepire il Festivalone che la gestione Conti va idealmente a saldarsi: nel medesimo contesto si inserisce l'altra grande novità delle ultime ore, il ritorno delle Nuove Proposte a un orario di esibizione più consono: da troppo tempo relegate a notte fonda, quest'anno avranno addirittura l'onore del prime time.
Per quel poco che può valere, altra "vittoria" di Note d'Azzurro, che su questo tasto ha pigiato fino allo sfinimento. Ma è più che altro, questa come quella dei venti Big, una vittoria della ragionevolezza: se il vivaio di Sanremo è fondamentale per il futuro della rassegna e della musica italiana nel suo complesso, che senso aveva maltrattarlo con mortificanti collocazioni in scaletta, quasi fosse un fastidio, una pratica da sbrigare in tutta fretta per lasciar posto all'attore americano, al ballerino, al declamatore di poesie o all'esperto d'arte? 
I DUBBI - Poi, per carità, non è tutto oro quel che luce. Una prima rapida analisi dei brani dei giovani, ad esempio, non mi ha trasmesso sensazioni di entusiasmo, ma mi riprometto di tornare sull'argomento dopo una serie di ulteriori ascolti. E, tornando ai big, bene per i "venti", ma oltre al contenitore più capiente occorre ora un contenuto gradevole: guai, ad esempio, se l'allargamento venisse sfruttato per buttare nel calderone proposte di scarso appeal musicale e utili solo per catturare la platea televisiva.
Se dobbiamo basarci sui nomi circolati in questi giorni, e su quelli comunque più papabili per la corsa a un posto nel cast (si legga, in proposito, quanto da me scritto nell'articolo della settimana scorsa), potrebbe venir fuori un listone tutt'altro che malvagio; e se da un lato ci sono due - tre candidature che mi fanno rabbrividire (in senso negativo), dall'altro è probabile che spuntino in extremis altrettanti personaggi di cui nessun "previsore" aveva parlato, come è tradizione: l'anno passato, addirittura, una buona metà dei concorrenti Campioni spiazzò del tutto gli esperti, risultando assolutamente inattesa. Ma di questo parleremo prestissimo, diciamo fra un paio di giorni. Va infine detto che, permanendo nel regolamento la formula ad eliminazione, mette persino un po' di tristezza pensare che solo quattro Big su venti non arriveranno alla finale: a questo punto, sarebbe stato più giusto promuoverli in blocco, ma non si poteva rinunciare totalmente al pathos delle "qualificazioni", che in passato ha sempre fatto notevole presa sul pubblico. 

venerdì 24 ottobre 2014

RECENSIONI DAL TEATRO: "SISTINA STORY" CON ENRICO MONTESANO E PIPPO BAUDO


Pippo Baudo torna in scena, ed è subito spettacolo old style. Canzoni, balletti e la comicità del bel tempo che fu, quella dei monologhi, lontana anni luce dagli sketch mordi e fuggi modello Zelig. Una scelta artistico - editoriale quasi obbligata, del resto, nel momento in cui si è deciso di costruire uno show celebrativo dei primi cinquant'anni del teatro Sistina di Roma, il tempio del varietà leggero e della commedia musicale italiana. Così, "Sistina story" (regia di Massimo Romeo Piparo), che in questi giorni salpa per Napoli dopo una lunga serie di rappresentazioni nella casa madre, è un'operazione nostalgia senza mezzi termini, ma sempre col sorriso a fior di labbra e la risata pronta a deflagrare: un racconto per nulla struggente, e anzi movimentato da un allestimento assai vivace, dell'età dell'oro del teatro nostrano, il teatro di Rascel e di Modugno, di Dorelli e di Fabrizi, nonché di Enrico Montesano, l'altro grande mattatore di questo show - biografia. 
Baudo e Montesano: il re del varietà del ventesimo secolo e un irriducibile reduce della citata golden age. L'accoppiata funziona, e fornisce un saggio di come un tempo si riuscisse a fare spettacolo di qualità senza annoiare: schemi tradizionali che avrebbero un senso anche oggi, sol che non si fosse abituato il pubblico al brutto, alla volgarità, alla mancanza di talento (un paradosso, nell'era dei talent). Il Pippo nazionale ha fame di palco e non lo dà a nascondere, in questi tempi in cui la tv si è fatta per lui improvvisamente matrigna: introduce, lega le varie fasi dello show da par suo, dialoga col pubblico, spalleggia Enrico senza invadere il campo: l'anchorman onnivoro e onnipresente di Sanremo e di Fantastico appartiene ormai al passato. 
A dominare la scena è soprattutto l'attore romano: in forma strepitosa, oltre ogni aspettativa, tanto da far sorgere acuti rimpianti sulla sua prolungata assenza dal video: a meno che non si tratti di un esilio volontario, c'è da chiedersi perché la televisione italiana abbia scelto, da anni, di rinunciare a un tale fuoriclasse. Non ricordo molte altre sue apparizioni sul piccolo schermo dopo l'ospitata a Sanremo 2003, guarda caso anche all'epoca accanto al presentatore di Militello. Il tempo, da allora, sembra essersi fermato: Enrico canta, balla, tira fuori dall'album dei ricordi alcune delle sue più popolari macchiette, in primis la signora inglese del tormentone "molto pittoresco!".Commovente e divertente al tempo stesso l'omaggio tributato ad Aldo Fabrizi, uno dei colossi che hanno fatto grande il Sistina: Montesano lo imita quasi alla perfezione, e snocciola aneddoti irresistibili sull'illustre collega, sulla sua passione per il cibo, i divertenti dietro le quinte e le "variazioni sul tema" che entrambi mettevano in atto sul palco nel bel mezzo delle rappresentazioni, con improvvisazioni nate sul momento, finezze che riescono solo agli artisti di gran pregio. 
Scorrono ricordi di commedie epocali, da "Aggiungi un posto a tavola" a "Bravo", passando ovviamente per quel "Rugantino" che è forse il manifesto del Sistina e del teatro romano, e che ancora oggi continua a mietere successi in tutto il mondo. C'è tanta musica, grazie all'abilità canora delle giovani Sabrina Marciano e Valentina Spalletta; c'è leggera ironia sul tempo che passa inesorabile, come quando Baudo ha un momentaneo vuoto di memoria nel ricordare alcuni personaggi portati al successo da Renato Rascel, e il suo partner interviene rampognandolo bonariamente: "A Pippo, non ce staremo mica a rincoglionì'?". Ma c'è anche la voglia di andare oltre l'esaltazione del passato, perché il Sistina continua il suo percorso e occorre gettare uno sguardo verso il domani: ed ecco dunque i monologhi di Montesano, che piomba nel presente con una serie di impietose "punture di spillo" satiriche sulla realtà, soprattutto politica, d'oggidì, talmente centrate da poterne perdonare alcune lievi cadute di stile nel linguaggio. Insomma, "Sistina story" è nostalgia attiva e non fine a se stessa, è rievocazione ma non rimpianto, non chiude un'era: mette soltanto un punto e a capo, ma indica una strada ben definita, lungo la quale dovrà muoversi il Sistina del futuro: rinnovamento nella continuità, fedeltà ai canoni classici di un modo di fare teatro, commedia e varietà frettolosamente pensionato dai "nuovi media". 

lunedì 29 settembre 2014

VERSO SANREMO 2015: IL REGOLAMENTO C'E', IL FESTIVAL NON ANCORA. MA QUALE RESTAURAZIONE?


                            Carlo Conti: è stato pubblicato oggi il regolamento del suo Festival

Il regolamento c'è, il "Sanremo" non ancora. La pubblicazione delle "tavole della legge" della più popolare rassegna canora, rese note in mattinata, non ha sollevato il velo di mistero che continua ad avvolgere il Festivalone prossimo venturo, il 65esimo della serie, targato Carlo Conti. A una prima lettura, è un regolamento "finto nuovo": ci sono tante piccole modifiche, ma nessuna talmente eclatante da far prevedere uno stravolgimento della struttura stessa della kermesse; ci sono alcune idee ripescate dal passato recente e altre da quello un po' più remoto, ma non certo le più coraggiose, quelle in grado di segnare una netta inversione di tendenza rispetto al generale andazzo dell'ultimo quinquennio, con tutti i suoi pro (tanti) e contro (pochi). 
RINNOVAMENTO DI FACCIATA - Insomma, il primo mattoncino nella costruzione dell'edificio "Sanremo 2015" (che si svolgerà dal 10 al 14 febbraio prossimi) non depone propriamente a favore dello slancio organizzativo di Conti: che ha denunciato scarsa fantasia e ha preferito non rischiare, muovendosi in direzione di un sostanziale "rinnovamento nella continuità", espressione abusata in tanti campi, da quello sportivo a quello politico, e che sovente nasconde solo una realtà immutabile "rinfrescata" con rattoppi esteriori. Nulla di male, per carità: su questo blog ho tante volte scritto che il Festival di Sanremo deve sapersi adeguare ai tempi senza però rinnegare la sua identità storica e i capisaldi, regolamentari e di costruzione dello spettacolo, che ne hanno decretato il successo attraverso i decenni: la filosofia di base fatta di uno spirito un po' nazionalpopolare, leggero, glamour, e poi l'impianto competitivo che non piacerà a molti cantanti ed è odiato da quasi tutti i critici, ma che rappresenta la quintessenza di questo adorabile e incrollabile carrozzone musical - televisivo. 
PASSAGGIO BUROCRATICO - E poi, parliamoci chiaro, la stesura del regolamento è più che altro un passaggio burocratico che fornisce agli addetti ai lavori (artisti e loro entourage) i paletti entro i quali muoversi: come sarà davvero il Sanremo di Conti lo potremo intuire solo da dicembre in poi, prima con la scelta dei cantanti in gara e poi con l'allestimento del cartellone degli ospiti, che darà un'idea del clima generale e della "linea editoriale" che indirizzerà lo show. Prima, sono solo discorsi al vento: Baudo, con regolamenti ingessati e "tradizionalisti", ispirati cioè alla formula lanciata anni prima dal suo "maestro sanremese" Gianni Ravera, ha costruito dei Festival tutto sommato godibilissimi; certi presunti portatori di ventate di novità, penso a Panariello e soprattutto all'ultimo Fazio, sono andati alla deriva con insopportabili edizioni sovradimensionate, appesantite e indigeribili. 
NESSUNA RESTAURAZIONE - Leggo di una "restaurazione" in atto: ma il ritorno al brano unico in gara per ciascuno dei big non è restaurazione, è semplicemente il ripristino di un meccanismo elementare di gara che è da sempre parte vitale del DNA della kermesse: il corpo estraneo erano, semmai, le due canzoni a testa. Esaurito nel 2013 l'effetto novità, l'esperimento ha mostrato la corda: scarsamente funzionale alla vitalità del concorso, altro non era che una stanca appendice, con ridottissimo appeal televisivo, della fase di selezione dei pezzi; in questi ultimi due anni, il Festival vero è sempre iniziato nella serata del giovedì, con i Big in lizza con la sola proposta sopravvissuta alla prima selezione. 
Allo stesso modo, non si può certo parlare di restaurazione per il ritorno dell'eliminazione anche nella categoria regina (fatto peraltro già noto da mesi), visto che, per diversi lustri, a partire dagli anni Ottanta, un'altra delle caratteristiche salienti della kermesse è stata quella di portare in finale, in massa, tutti gli artisti "campioni" (uniche eccezioni, le edizioni 1992 e 1993). L'eliminazione è invece un'eredità di una gestione recente, quella duplice di Gianmarco Mazzi (2005 - 2006 e 2009 - 2012), ma è tutto sommato all'acqua di rose, un giusto compromesso fra la "voglia di sangue" del pubblico e il desiderio dei cantanti di non essere esposti a umiliazioni (come se perdere una competizione canora fosse una vergogna, poi...): saranno solo quattro su sedici i Big non ammessi alla finalissima, e comunque tutti arriveranno alla serata del venerdì, quando scatteranno le uniche esclusioni. 
SEMPRE POCHI I CANTANTI IN GARA - A proposito di Big: saranno sedici, come detto, soltanto due in più rispetto ai classici quattordici delle quattro precedenti edizioni, mentre rimangono sempre otto i Giovani. No, in questo senso Carlo Conti non si è decisamente sprecato: un significativo aumento dei partecipanti nelle due categorie, Note d'azzurro lo sottolinea da anni, sarebbe fondamentale per aumentare l'effetto vetrina del Festival, dando visibilità a più artisti e respiro al nostro asfittico mercato discografico, oltre a garantire la copertura di un più ampio spettro di generi musicali. Senza dimenticare che, negli ultimi anni, il numero di aspiranti all'Ariston è sempre stato assai elevato, con conseguente infoltimento della schiera dei musi lunghi a selezioni concluse: che male farebbero anche solo due posti in più per ogni sezione, arrivando rispettivamente a diciotto e a dieci concorrenti? Meno cantanti vuol dire anche più spazio per riempitivi superflui e di scarsa consistenza artistica, lo abbiamo tristemente imparato negli ultimi anni. 
Considerazioni che valgono a maggior ragione per le Nuove proposte, categoria davvero ridotta al lumicino: che Conti si prenda almeno l'impegno di non ghettizzarla come hanno fatto molti dei suoi predecessori, dando invece a questi ragazzi una ribalta all'altezza, con collocazioni orarie consone: l'ideale sarebbe ripercorrere le orme di un antico patron, Adriano Aragozzini, che faceva esibire, nelle prime serate, un veterano e un esordiente in alternanza: una forma di scaletta "democratica" e rispettosa delle esigenze di giovani desiderosi di mostrarsi a una platea sconfinata. 
Anche il meccanismo di gara studiato per loro è fortemente penalizzante: le sfide uno contro l'altro a eliminazione diretta (sul modello di Sanremo '77, ma pure utilizzate qualche anno fa da Morandi) sono forche caudine senza appello, mentre in una gara canora ogni proposta dovrebbe essere messa a confronto con tutte le altre: così, accoppiamenti infelici rischiano di mandare subito fuori pista opere di spessore e spingere avanti prodotti più modesti. E' una situazione in cui l'elemento competitivo, come detto fondamentale per la riuscita del Festival, assume un peso eccessivo, andando a fare aggio sulle valutazioni più prettamente artistiche. 
RITORNANO I DEMOSCOPICI! - L'altra "grande" novità è il ritorno in pompa magna della "famigerata" giuria demoscopica, oggetto nel passato di strali spesso giustificatissimi per via di scelte e votazioni incomprensibili, a volte prive di qualsivoglia significato tecnico; va anche detto che le altre giurie utilizzate negli anni non si sono propriamente coperte di gloria, in questo senso: sul televoto è meglio stendere un pietoso velo, ma anche i vari gruppi di giurati "di qualità" (quest'anno si chiamano "esperti") hanno sovente fatto inorridire per le loro valutazioni, per tacere dei personaggi che spesso sono stati inseriti in questi "comitati di saggi" senza vantare titoli rilevanti in fatto di competenze musicali. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda, sono dettagli secondari: le classifiche artisticamente attendibili, a Sanremo, storicamente rappresentano delle eccezioni. Enormemente più frequenti sono le graduatorie "bislacche": in questo senso, ho sempre visto le giurie sanremesi come un mezzo per aumentare il chiacchiericcio polemico attorno alla rassegna e nulla più, e va detto che l'obiettivo è stato sempre centrato in pieno. 
Da segnalare, infine, il rilievo dato nel regolamento all'evento Eurovision Song Contest come manifestazione legata da un fil rouge a quella rivierasca: una legittimazione che completa il percorso iniziato nel 2011, col rientro dell'Italia (apripista fu Gualazzi) nell'arengo canoro internazionale dopo un'assenza di tredici anni (dal '97: gli ultimi erano stati i Jalisse); ebbene, quest'anno il vincitore assoluto di Sanremo avrà "facoltà" di prender parte all'Eurofestival, nel senso che non sarà obbligato a farlo, ma nel caso manifestasse la propria disponibilità rappresenterà la "prima scelta". 
IL REQUISITO DELL'INEDITO - Il resto, come detto, è solo un'imbiancata alle pareti. Identici i criteri di ammissione nelle due categorie, confermata la "serata evento" (il giovedì), quest'anno dedicata all'esecuzione, da parte dei sedici Big, di cover di grandi evergreen della musica italiana e internazionale. Da elogiare, questo sì, il mantenimento del requisito dell'inedito (anche se da qualche anno il regolamento parla, con una interpretazione più estensiva, di "canzoni nuove"), in tempi in cui moltissimi lo considerano fuori tempo: sbagliano, perché una delle maggiori attrattive del Festivalone è da sempre il lancio, in contemporanea, di venti - trenta brani "appena sfornati", nuovi in assoluto, mai ascoltati prima. E' già tanto che, da qualche edizione a questa parte, si sia allentata la stretta per quanto riguarda i Giovani, i cui pezzi vengono messi online con alcune settimane di anticipo sul sito della Rai; ma per i Big l'obbligo rimane, giustamente, rigorosissimo. Questo è quanto, ed è inutile dilungarsi, perché rischiano di essere parole scritte sulla sabbia: sono i nomi a fare uno spettacolo, ancor di più uno spettacolo come il Festival. Solo quando saranno noti si potrà dire se il Sanremo di Conti avrà lo sguardo rivolto al futuro, al passato o, come sarebbe più giusto, in una terra di mezzo in cui c'è posto per tradizione e contemporaneità.