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domenica 6 febbraio 2022

SANREMO 2022: TRIONFANO MAHMOOD E BLANCO, MA E' "EX AEQUO MORALE" CON ELISA, IN UN'EDIZIONE DA ASCOLTI RECORD CHE RILANCIA LA MELODIA FESTIVALIERA

Un tempo, a Sanremo, era in voga l'espressione "vincitore morale", da contrapporre a chi realmente trionfava pur non avendolo meritato del tutto. Ecco, quest'anno mi piacerebbe parlare di "ex aequo morale". Il Festival numero 72 è stato Mahmood-Blanco contro Elisa fino all'ultimo respiro, lo scontro fra titani scritto nelle stelle già dal primo ascolto all'Ariston delle canzoni; si sono imposti i due... ragazzi di oggi, in piena legittimità e, voti alla mano, quasi doppiando la rivale, ma poco sarebbe cambiato se a iscrivere il proprio nome nell'albo d'oro fosse stata l'eterea cantautrice triestina, che non avrebbe rubato assolutamente nulla. Due vincitori intercambiabili, quelli veri e quella virtuale, portatori dei due brani che da subito si sono stagliati nettamente al di sopra degli altri contendenti. 

LA NUOVA "CANZONE DA FESTIVAL" - Ci ha provato fino in fondo Morandi, ma il suo inno alla vita gioioso, ritmato e allegro aveva, possiamo dirlo, ben poche possibilità di tagliare per primo il traguardo, in un'edizione della kermesse che ha riscoperto e rilanciato la melodia all'italiana, opportunamente modernizzata. Più sofisticata, ridondante, classicheggiante, diciamo pure matura "O forse sei tu", più essenziale "Brividi", che molto punta sui ghirigori vocali di Mahmood e sull'inserimento di stilemi linguistici e di scrittura più contemporanei; entrambe intense, suggestive, passionali. Insomma, davvero questa volta era difficile scegliere, davvero il gradino più alto del podio poteva essere a due piazze, come per Tamberi e Barshim nel salto in alto di Tokyo 2020. 

CLASSIFICA CRISTALLIZZATA, E CHE BRAVO MATTEO! - Se il verdetto più atteso, almeno per noi che non conoscevamo i dati numerici delle preferenze, è stato incerto fino all'ultimo, in stile Juve-Toro '77 come ho scritto qualche giorno fa, la competizione nel suo complesso è stata fra le più placide che la kermesse ligure abbia mai ospitato. Pochi davvero gli scossoni a una classifica che si è subito cristallizzata da cima a fondo: chi era attardato all'inizio è rimasto tale senza possibilità di recupero, mentre il lotto dei papabili è stato chiaro fin da subito, aggiungendo Irama, Sangiovanni ed Emma ai tre medagliati. La miglior crescita, lungo la settimana festivaliera, l'ha fatta registrare il giovane Matteo Romano, entrato come "Cenerentolo" ma ben presto in grado di impressionare il pubblico a casa e in teatro con un'assoluta sicurezza interpretativa e un brano, "Virale", in definitiva gradevole, quantomeno per il suo attuale target di riferimento. E' un prospetto su cui lavorare, così come Yuman con la sua calda e avvolgente voce, a dimostrazione del fatto che, anche in una versione dimessa come quella del dicembre scorso, Sanremo Giovani serve sempre, e ancor più frutti darebbe se gli venisse restituito il palcoscenico più importante, quello del palco di febbraio. 

FESTIVAL GIOVANE E PER I GIOVANI, MA NON SOLO - Del resto, il Festival numero 72 ha portato alle stelle per la seconda volta il non ancora trentenne Mahmood, che può già entrare nel ristretto novero dei plurivincitori quando, appena quattro anni fa, era solo uno dei tanti emergenti che cercavano con cocciutaggine un posto al sole nell'asfittico panorama discografico nostrano. A proposito di giovani: se si volessero analizzare le ragioni del prepotente rilancio vissuto dal Festivalone dopo la grande crisi di fine anni zero (fra il 2008 e il 2009 la manifestazione rischiò di perire, è sempre bene tenerlo presente), una buona base di partenza sarebbe una semplice occhiata all'albo d'oro del periodo in esame: solo due volte il massimo alloro è toccato a dei veterani, Vecchioni 2011 e Stadio 2016. Per il resto a svettare sono state sempre le nuove leve (Ermal Meta nel 2018 fu accompagnato da un collega più navigato ma certo non "anziano", come Fabrizio Moro). Nuove leve provenienti dai talent o proprio dal settore giovanile del Festival, con quest'ultimo che mantiene dunque una sua dignità e centralità, nonostante gli incidenti di percorso, le annate poco felici e un format da ripensare.  

Significa che Sanremo ha ormai istituzionalizzato una linea editoriale precisa e già intrapresa dai tempi della gestione Mazzi 2009-2012, quella del continuo svecchiamento e rinnovamento dei ranghi, senza ripensamenti o nostalgie. L'apertura di credito ai nomi nuovi e alle tendenze più in auge era e rimane l'unica via per restare vivo, vitale, cruciale nel discorso musicale italiano, per entrare nel cuore delle nuove generazioni come sta avvenendo in maniera persino commovente, per noi di età un po' più avanzata che osserviamo con gioia, e un pizzico di stupore, questo diffuso, crescente interesse per l'evento ligure. Le porte ai "grandi vecchi" non sono e non saranno mai chiuse, e il cast di quest'anno lo dimostra in maniera inequivocabile, ma la loro presenza sarà sempre più soverchiata, perlomeno sul piano quantitativo, da quella dei nuovi assi delle chart. 

I NUOVI IDOLI: RKOMI E ACHILLE NON A FUOCO - Avere in gara gente come Blanco, Sangiovanni, Irama, Aka 7even, Rappresentante di Lista, Achille Lauro e Rkomi significa avere gli adolescenti dalla propria parte. Che poi qualcuno di questi esponenti della nouvelle vague non abbia sfruttato al meglio l'occasione è un altro discorso: Rkomi non ha presentato ad esempio, un prodotto all'altezza del suo fresco repertorio (e l'ha anche proposto in maniera poco convincente, la sua ultima performance ha lasciato parecchio a desiderare), di Lauro dobbiamo sostanzialmente registrare un passaggio interlocutorio, se non proprio una battuta a vuoto. Ci sta, alla quarta presenza consecutiva: la sensazione è stata di idee un po' latitanti, di una ricerca un po' forzata dell'effetto scenico, ma se non altro c'è stato il guizzo vincente di lasciare ampio minutaggio all'Harlem Gospel Choir, che ha donato brio e colore a un'opera poco consistente anche se "fischiettabile". 

LA DELICATEZZA E PROFONDITA' DELLA "LETTERA" DI RANIERI - Un discorso che ci porta inevitabilmente a tentare un bilancio consuntivo di cast e canzoni. Il tratto distintivo dell'Amadeus ter l'abbiamo già più volte sottolineato: l'anno scorso scelte spiazzanti e coraggiose, questa volta maggiore attenzione ai grossi nomi. Del resto, se hai la bravura e la possibilità di portare in concorso Elisa dopo ventun anni, Morandi dopo ventidue e Ranieri dopo venticinque, saresti un pazzo a fartela sfuggire, e c'è comunque da dire che i tre colossi non hanno tradito le attese, lanciando composizioni di tutto rispetto. Già parlato delle prime due, evidenziamo ancora la profondità e delicatezza della storia di immigrazione interpretata da Massimo, via via più convincente con il progressivo miglioramento della sua resa live. Esprimevo, alla vigilia, l'auspicio che il vincitore 1988 riuscisse finalmente ad aggiungere una nuova gemma a un repertorio da troppo tempo immutabile: con "Lettera di là dal mare" (scritta da Fabio Ilacqua) dovrebbe aver colmato la lacuna, il pezzo merita di entrare nelle scalette dei suoi concerti e dei suoi eventuali futuri impegni televisivi. 

LIVELLO BUONO, MA FORSE L'ANNO SCORSO... - Il livello complessivo del pacchetto canzoni mi è parso un po' inferiore rispetto a quello del 2021, ma forse non dovrei neanche scriverlo, perché potrei pentirmene presto. Questo è un tipo di valutazione che può essere fatto in maniera esaustiva solo a bocce ferme, magari a distanza di mesi dalla fine della kermesse, e del resto è ingeneroso paragonare prodotti nuovi di zecca a brani con un anno di anzianità, molti dei quali tuttora sulla cresta dell'onda (ne abbiamo avuto un esempio in queste sere, con la riproposizione di alcuni di essi nei collegamenti con la nave da crociera). E' un fatto che la rassegna di undici mesi fa abbia rivelato tante realtà eccellenti del sottobosco canoro italiano, lanciato pezzi di grande orecchiabilità, prodotto due tormentoni ("Zitti e buoni" e "Musica leggerissima") e spedito in orbita una band, i Maneskin, passata dall'Eurovision ai trionfi d'oltreoceano. Parliamoci chiaro, un'annata come quella, per il Sanremone, può capitare due o tre volte nell'arco di un decennio. 

CHI PUO' VENDERE - Quest'anno forse non si raggiungeranno tali vette, ma c'è comunque una decina abbondante di canzoni che può percorrere una strada ricca di soddisfazioni lontano dall'Ariston: penso al podio, penso alle proposte di Sangiovanni, Irama, Emma, Ranieri, Rappresentante, Aka 7even, Dargen D'Amico, Ditonellapiaga-Rettore, alle quali aggiungerei chi, come Noemi e Vibrazioni, è stato ingiustamente penalizzato dalle giurie. Discorso a parte per Giovanni Truppi, con una proposta cantautoriale così raffinata, elaborata, complessa eppur orecchiabile che ha spiazzato perfino la critica, tanto che nessun premio speciale gli è stato assegnato, e questo è forse l'unico vero scandalo della finalissima, se proprio dobbiamo cercarne uno. 

TRIONFO AUDITEL - Vedremo come risponderà il mercato a questa infornata di inediti. Sul fronte televisivo, i numeri trionfali di questi giorni li sapete: non ne avevo parlato, finora, perché per me contano le canzoni, i cantanti e la buona costruzione complessiva dello show, poi i risultati Auditel sono legati anche ad altre variabili non sempre comprensibili a chi, come me, non ne è studioso. Non tirerei in ballo la pandemia che ci tiene in casa: undici mesi fa stavamo messi molto, ma molto peggio, eppure la platea catodica fu nettamente inferiore. Certo, il cast fornisce già una risposta: l'anno scorso tanti nomi nuovi, e si sa che il pubblico generalista di Rai 1 rimane costituzionalmente assai refrattario alle novità, soprattutto se gliele proponi in dosi così massicce. In questo 2022, e l'avevo scritto fin dall'articolo di presentazione, c'era un listone di concorrenti che era più che sufficiente a tenere incollati gli spettatori davanti al video, senza necessità di sovrastrutture e di contorni appetitosi. C'era un evento ben costruito, ben calibrato, con ritmi in generale più serrati (un po' di lentezza solo nella seconda serata) e tempi televisivi più contenuti. E c'era, infine, un padrone di casa che è parso davvero, più di Carlo Conti, il vero erede di Baudo nella capacità di gestire e padroneggiare la situazione, ma più rassicurante, "amicone" e meno svettante del Pippo nazionale. Altro che spalla di Fiorello... 

CONTROPROGRAMMAZIONE ASSENTE? NON PROPRIO - Si è tirata fuori la solita storia della controprogrammazione inesistente. A parte che è così più o meno dal 2007... Certo, la pax televisiva è un dato di fatto, e se esiste conviene a tutti, perché non credo che Mediaset faccia favori alla Rai "per il bene supremo di Sanremo". Ma ci sono due aspetti da sottolineare: il primo è che la stessa Mediaset non ha, da anni, una produzione di show il cui spessore possa anche solo pensare di contrastare il Festivalone. Fra i pochi eventi messi in piedi negli ultimi tempi, "Uà" di Baglioni aveva un calibro piuttosto elevato, eppure non è stato baciato da dati Auditel trionfali. E comunque, se andiamo a guardare, la controprogrammazione c'è stata, perché i veri programmi-boom della nostra epoca sono i talk politici e le trasmissioni informative, e in questa settimana sono andati regolarmente in onda i vari "Carta bianca", "Di martedì", "Piazza pulita", per non parlare di "Chi l'ha visto?" e "Quarto grado". La verità, certo non l'unica, è che se il Festivalone è ben fatto, con personaggi interessanti e canzoni apprezzabili, la gente lo guarda, perché rimane un'istituzione che ora avvolge e coinvolge anche i Millennials, perlomeno in parte. Oltre 13 milioni di spettatori, cifra davvero d'altri tempi, non si totalizzano per caso. 

LA GENUINA FERILLI - Poco rimane da dire sul gran gala conclusivo, come detto dominato dal thrilling della competizione. Confermata la linea fortemente sociale del nuovo Sanremo, col dialogo sugli haters fra Filippo Scotti e Marco Mengoni, il quale ha poi riproposto "L'essenziale" e lanciato il suo nuovo singolo "Mi fiderò". Anche per lui auspichiamo un ritorno in gara, magari l'anno prossimo, quando saranno trascorsi giusto dieci anni dalla sua ultima partecipazione. Scanzonata e caciarona, un po' "paesana", la co-presentazione di Sabrina Ferilli, che peraltro ha offerto uno spunto di riflessione significativo: per essere su quel palco, in quel ruolo, occorre per forza portare qualcosa di forte, un monologo sulle grandi questioni dei nostri tempi o performance simili, e non basta invece il proprio essere professionista dell'intrattenimento? La mia risposta: sono validissimi entrambi i modi di proporsi, l'importante è si tratti di partecipazioni ben concepite e opportunamente rese sul palco, e non tutte, fra le cinque primedonne di questa edizione, sono state in grado di centrare l'obiettivo. 

AMADEUS QUATER? PRO E CONTRO - Rimane calda la questione sul futuro della rassegna: vorrei affrontare il discorso più approfonditamente a mente fredda, magari Amadeus ne parlerà oggi nell'ultima conferenza stampa. A me pare logico e inevitabile che la Rai gli offra un quarto mandato, e sinceramente non disdegnerei la scelta. Però attenzione: nemmeno Baudo è mai arrivato a più di tre direzioni artistiche consecutive (presentò il Festival dal '92 al '96, ma solo nelle ultime tre edizioni fu il gestore dell'evento), e comunque il rischio di saturare e stancare è sempre dietro l'angolo. Soprattutto perché, come scritto ieri, la formula Ama, pur vincente, è ripetitiva sul piano della costruzione dello spettacolo, prevedibile e con pochi spazi autenticamente spiazzanti. Però il conduttore di "I soliti ignoti" può vantare una mano assolutamente felice, come pochi altri prima di lui, nella scelta di cantanti e canzoni in concorso, che sono ormai ridiventate centralissime nella kermesse. Un bel rebus: ci ritorneremo.  

sabato 5 febbraio 2022

SANREMO 2022, GARA COVER: MORANDI VINCITORE INELEGANTE. SPLENDIDA INTESA EMMA-MICHIELIN, LA SORPRESA MATTEO ROMANO, MA LA SERATA E' DA RIPENSARE (ED ABOLIRE)


Proseguendo sulla via dei paragoni calcistici intrapresa ieri, e riprendendo un'espressione molto usata in ambito "pallonaro", possiamo dire che nelle annate buone ti gira tutto bene e tutte le ciambelle riescono col buco, e così accade perfino, rientrando nell'arengo festivaliero, che venga fuori una gara cover perlomeno decorosa. Nulla che faccia gridare al miracolo, intendiamoci, ma una manciata di performance degne di nota le abbiamo viste, e non è poco per una serata che, nel passato recente, ha spesso regalato mediocrità e cadute di tono. 
LE "COVER" DI MORANDI - Certo, continua a sfuggire la ratio del meccanismo di competizione introdotto da Amadeus, in base al quale questi rifacimenti vanno ad influire sul concorso degli inediti. Lo si è ripetuto all'infinito in questi anni, ma la considerazione è adesso quantomai d'attualità, visto l'esito della sfida di ieri: Gianni Morandi si è imposto, ben coadiuvato da Jovanotti, con un medley che comprendeva due evergreen del suo sconfinato repertorio. Ora, premesso che ciò non è vietato dal regolamento, mi è parsa una mossa quantomeno inelegante. Lo spirito della serata cover, se proprio va inserita in cartellone (per me no, ma ci ritorneremo magari in sede di consuntivo), è quello di mettere alla prova gli artisti partecipanti con qualcosa di diverso dalla loro produzione, con capolavori epocali magari lontani dalle loro corde e non facilissimi da eseguire. Sennò, tanto vale far portare a tutti le loro hit storiche, ma sarebbe una corsa impari, perché la quasi totalità dei cantanti selezionati quest'anno non può (ovviamente) vantare l'elenco di successi di Gianni; però, ad esempio, sarebbe stato curioso vedere gli esiti conclusivi, se Sangiovanni avesse portato "Malibù" o Rkomi uno dei pezzi coi quali ha disseminato il suo 2021 di certificazioni platino FIMI.
FORZATURE - Nulla contro Morandi, e teniamo come punto fermo l'assoluta buona fede sua e dell'organizzazione, ma, insomma, non va bene; così come non andava bene l'àncora di salvezza benevolmente lanciatagli dalla Rai, dopo la diffusione in rete di un cospicuo spezzone di "Apri tutte le porte" con settimane di anticipo sull'inizio della kermesse. All'epoca non scrissi niente né qui né sui social, ma oggi non si può non rilevare come il comunicato con cui l'azienda "salvò" l'artista di Monghidoro (che aveva ammesso lui stesso la propria colpa) fu abbastanza improbabile, facendo leva sui suoi problemi di salute. Ecco, io comprendo benissimo la real politik, la necessità di fare comunque di tutto per mantenere in cartellone questo artista, per rispetto alla sua carriera, perché la canzone funziona e perché comunque è uno che porta seguito, audience, simpatia e interesse, ma il troppo stroppia. 
Tutto ciò, sorvolando anche su un Jovanotti duettante in concorso e rapidamente convertito in superospite di giornata: toccante e ben impostata la sua parentesi, con poesia declamata e il presentatore dietro di lui a disegnare su un banco di scuola, ma inopportuna perché si trattava di un co-concorrente a tutti gli effetti; un siparietto del genere sarebbe andato bene se, come qualche anno fa, la serata cover avesse rappresentato un happening a sé, senza andare a incidere sulla vera gara. 
TELEVOTO MAL CALIBRATO - Insomma, una serie di scivoloni non da poco, ai quali aggiungerei una ulteriore pecca del regolamento, ossia la chiusura del televoto immediatamente dopo l'ultima esibizione. Così, ovvio che il povero Tananai, già partito ad handicap, si sia ritrovato per l'ennesima volta in fondo alla graduatoria: vero che si potevano votare tutta la serata, ma si trattava comunque di esibizioni inedite, che andrebbero viste e soppesate prima di giudicarle, e le ultime in scaletta hanno avuto poco tempo a disposizione per recepire i voti di chi magari, favorevolmente colpito, aveva deciso in extremis di inviare le proprie preferenze. 
ABOLIRE! - Un'altra ragione, una delle tante, per archiviare definitivamente questo corpo estraneo del Festival, cosa che, temo, potrà accadere solo con un nuovo direttore artistico. Riconvertire questa quarta sera in ciò che è stata per diversi anni, ossia la serata dedicata alle Nuove Proposte, quest'anno ingiustamente cancellate dalla kermesse di febbraio e relegate a un evento singolo pre natalizio: credo sia l'unica via, e sarà una garanzia per il futuro di Sanremo, che non può pensare di restare sempre ad alti livelli senza coltivare adeguatamente il suo settore giovanile. 
BENE MATTEO-MALIKA, EMMA-FRANCESCA, NOEMI, TRUPPI - Le performance, dicevamo: fra le migliori in assoluto, a sorpresa, quella di Matteo Romano con Malika Ayane in "Your song". Merito di entrambi, ma con mezzo voto in più per il ragazzino, che in questo Festival ha sfoderato una dimestichezza col palco imprevedibile, e che si è trovato a meraviglia con Malika, in una splendida fusione di voci: non è un caso che l'interprete di "Virale" abbia fatto un bel balzo in classifica generale, avvicinandosi addirittura alla Top 10. Eccellenti anche Emma e Michielin, la chimica (termine molto in voga a  Sanremo '22) fra le due è stata assoluta in "Baby one more time". Molto a proprio agio Noemi, con la sua calda vocalità piena di feeling, in "You make me feel like a natural woman", trascinante la "Live and let die" offerta dalle Vibrazioni con Sophie and the Giants e Vessicchio, raffinato ma tutto sommato prevedibile il trio Truppi - Pagani - Capossela (che strano effetto vederlo al Festivalone)  nel loro tributo a De André ("Nella mia ora di libertà"). 
LA CREATIVITA' DEI RAPPER - Quelli che fino a ieri erano i due battistrada, Elisa e la coppia Mahmood-Blanco, hanno confermato la loro buona ispirazione con versioni di notevole calibro, e tutto sommato rispettose degli originali, di "What a feeling" e "Il cielo in una stanza"; ragguardevole il morbido arrangiamento dance di "Be my Baby" della Rappresentante di Lista con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra. Della truppa rap ho apprezzato più che altro lo sforzo compositivo compiuto nell'arricchire con versi propri i testi degli evergreen: non le trovo intrusioni sgradevoli e penso anzi che spesso diano a queste hit nuovi colori, nuove parole per esprimere gli stessi concetti coi linguaggi di oggi: nulla di blasfemo, insomma. 
MANO TESA DI AMADEUS ALLO SPAURITO GRIGNANI - Abbastanza straniante il duetto Sangiovanni-Mannoia, due mondi davvero distanti che non si sono incontrati appieno in "A muso duro", qualche incertezza nell'esecuzione di "Cambiare" da parte di Arisa e Aka 7even, piacevoli Ranieri e Nek ("Anna verrà"), tenerezza mista a tristezza per un Grignani palesemente non a fuoco con la sua "La mia storia fra le dita" che ha penalizzato più che aiutato Irama: il bravo cantautore ha bisogno di un reset per ritrovare serenità e brillantezza, la prima mano gliel'ha tesa proprio il direttore artistico, invitandolo a passare più spesso dalle parti dell'Ariston. 
PODIO SICURO PER GIANNI. SORPASSO IN VISTA? Hanno vinto Jova e Gianni, come detto, e quest'ultimo stasera difficilmente resterà fuori dal podio, sulle ali del televoto che, da solo, deciderà la prima parte della gara (ma facendo media con le precedenti votazioni, attenzione). Mi schiero palesemente e auspico che, nel rush finale a tre, le altre giurie, e lo stesso televoto, equilibrino la situazione a favore di quelle che continuo a ritenere le due proposte di gran lunga più meritevoli di tutto il lotto, ossia "Brividi" e "O forse sei tu". 
BRAVA MARIA CHIARA! - Per il resto, la serata non ha avuto grossi spazi per intermezzi più o meno graditi, deo gratias: e allora, tributiamo il giusto applauso a Maria Chiara Giannetta, rivelazione o conferma, ma comunque ottima partner di Amadeus, più presente e con più sostanza rispetto alla Muti e alla Cesarini (Drusilla Foer fa corsa a sé). Spigliata, totalmente a proprio agio, abile e divertente nello sketch con Maurizio Lastrico (pace fatta con Ama dopo il piccolo "scazzo" dell'anno scorso legato allo spot della Regione Liguria) basato su titoli e parole di canzoni trasformate in dialogo fra amanti: idea non nuova, ma da nessuna parte sta scritto che non si possano ripetere trovate del passato magari aggiornandole, arricchendole e, in definitiva, migliorandole. 

venerdì 4 febbraio 2022

SANREMO 2022, LA TERZA SERATA: E' IL FESTIVAL DEL DUELLO AL VERTICE, COME JUVE-TORO '77. SCONTRO ELISA-MAHMOOD E BLANCO, MA OCCHIO AGLI OUTSIDER: MORANDI, IRAMA, EMMA E SANGIO

Sembra una di quelle antiche edizioni della nostra Serie A calcistica tese fino allo spasimo e incerte fino all'ultimo, per i più anziani il '76/77, Juve 51 e Toro 50, per quelli della mia generazione Juve contro Inter '98. Il leit motiv di Sanremo '22 è ormai cristallizzato: Mahmood-Blanco contro Elisa, Elisa contro Mahmood-Blanco, coi primi che scattano subito in testa, il sorpasso della seconda e ancora, ieri sera, i due ragazzi di nuovo al comando. E' una novità, perlomeno guardando al passato recente della rassegna: negli ultimi anni, o regnava l'incertezza assoluta con un lotto di quattro-cinque papabili per il trionfo, oppure c'era il favoritissimo designato (Il Volo 2015, Meta-Moro 2018) con gli avversari costretti a difficili e improbabili inseguimenti. 

OCCHIO AGLI OUTSIDER - Il giudizio popolare ha sì spostato qualcosa in classifica generale, ma senza sconvolgimenti: com'era prevedibile si son fatti largo nei quartieri altissimi Morandi, Irama e Sangiovanni, mentre Emma è rimasta in posizione "di sparo", ossia con la possibilità di portare attacchi pericolosi ai capifila. Vale quanto detto ieri: con ancora due serate e altre tornate di votazioni davanti, siamo ancora in tempo per assistere a qualche ribaltone, soprattutto perché non conosciamo percentuali e totale esatto dei voti; per quanto ne sappiamo, lassù potrebbero essere tutti separati fra loro di un nonnulla, e allora qualcuno, nella notte di sabato, potrebbe piazzare un allungo improvviso e decisivo. Ricordiamoci del percorso di Ermal Meta nel 2021: dopo le prime sere pareva il favoritissimo, poi si ritrovò fra le mani un bronzo dolceamaro. E tuttavia, se valgono ancora qualcosa la qualità complessiva dei brani, la loro capacità di impatto senza scendere a compromessi con la banalità, le doti tecniche e di comunicativa di chi li propone, ecco, se la vittoria non arridesse a uno dei due battistrada ci sarebbe di che sorprendersi e perché no, rimanere un po' delusi. 

RITORNA IN FORZE LA MELODIA - In attesa della finalissima, possiamo comunque individuare fin da ora una linea di tendenza ben precisa nel pacchetto-inediti offerto da questa 72esima kermesse: dopo la sbornia rock dei Maneskin, ritorna a padroneggiare l'Ariston la melodia tradizionale, adeguatamente modernizzata con arrangiamenti al passo coi tempi. Non solo i due superbig in odor di trionfo, ma anche Irama con la sua commovente ballad rafforzata dall'ormai nota possanza esecutiva, ed Emma, di cui dirò più avanti. Non c'è nulla di male e fa anzi piacere: a Sanremo c'è spazio per tutti, non si vede perché il classicismo debba essere messo da parte per far posto soltanto alle nuove tendenze: se ben concepito, può anche fare breccia, lo dimostrano queste quattro proposte come lo dimostrò Diodato due anni fa. 

SANGIO E AKA RADIOFONICI, ONORE ALLE VIBRAZIONI - La terza giornata di questo appassionante campionato della canzone è servita a chiarire un po' le idee soprattutto sulle proposte presentate mercoledì, come detto ieri meno immediate, al primo ascolto, di quelle del vernissage. E molte mie impressioni sono state confermate: Sangiovanni ha il pezzo più orecchiabile e radiofonico fra gli esponenti della new generation, una "Farfalle" accattivante che difficilmente bisserà i consensi oceanici di "Malibù" ma diventerà comunque un grosso successo commerciale. Funzionerà sicuramente anche "Perfetta così" di Aka 7even, un bel messaggio d'amore con un refrain efficacissimo, più da palati fini l'elaboratissima composizione di Giovanni Truppi, fra cantato e recitato, con una modalità interpretativa che a tratti ricorda Massimo Bubola, per chi ne conserva memoria. Trovo penalizzante l'attuale posizione in graduatoria delle Vibrazioni, con un moderato rock arricchito dalle scariche adrenaliniche fornite da Sarcina e con la non invasiva presenza di un coro molto anni '80 style: la band, in questa sua seconda vita, sta producendo musica che non sfigura assolutamente di fronte alle hit degli esordi, e soprattutto in questa "Tantissimo" viene dato libero sfogo all'energia genuina di un gruppo che ha ancora tanto da esprimere. 

NOEMI E GIUSY MERITANO DI PIU' - Ingiusta anche la presenza nelle retrovie di Noemi, amore con linguaggio moderno, una tessitura sonora che profuma di dance contemporanea quando va ad avvolgere un inciso di grande appeal. Sul versante stilistico opposto, pure meriterebbe di salire qualche posizione Giusy Ferreri, con il suo ballabile retrò tutt'altro che malvagio, al quale semmai poco aggiunge la trovata del megafono, comunque elemento di curiosità. Giusy, in seconda esibizione, è migliorata vocalmente ed è stata maggiormente aiutata da un audio senza imperfezioni, così come sono cresciuti altri big parsi un po' spauriti all'esordio. Migliorato Ranieri, anche se non ancora ai suoi consueti livelli: il suo sofferto e poetico canto d'immigrazione, a rigor di logica, dovrebbe guadagnare ancora un po' di terreno, però il podio pare fuori portata. 

ANA MENA... DA COSI' A COSI' - Decisamente in crescita anche Ana Mena, forse perfino un tantinello sopra le righe, ma va promossa perché ha comunque fatto di tutto per gettare la maschera e guadagnarsi il calore del pubblico; è parsa proprio un'altra persona rispetto alla prima serata e ha donato un minimo di valore aggiunto a "Duecentomila ore" che, come scritto, è una canzone esile, "leggerissima", direbbero Colapesce e Dimartino, fors'anche fuori stagione, perché in estate avrebbe fatto il consueto botto, ma chissà, lontano dall'Ariston potrebbe comunque funzionare... Là nei bassifondi c'è anche Yuman e me ne dispiace, perché il suo pezzo di romantica atmosfera soul ha alcuni tratti distintivi che possono farlo ricordare, e perché la sua voce è tutt'altro che anonima. Emma, infine, è sembrata un po' più contenuta nel modo di porsi rispetto alla prima uscita: fra le due esibizioni ho preferito la prima, ma "Ogni volta è così" è opera di assoluta sostanza, ottimo testo, gran crescendo vocale, arrangiamento quasi "ipnotico" nelle strofe. 

CREMONINI IMPERA, MA... - Lo spettacolo è stato oggettivamente di alto livello. Ribadendo, come alla vigilia, che il punto di forza di questo Festival è un concorso zeppo di mostri sacri e amatissimi, rilevo con assoluta onestà critica il peso decisivo che hanno avuto gli ospiti nella serata di ieri. Cremonini ha offerto un vero e proprio mini-concerto, cosa che a Sanremo non si vede spesso: i successi da solista, soprattutto la deliziosa Marmellata 25, il momento nostalgia con una "50 special" eseguita con una sicumera forse eccessiva ma comunque trascinante, e poi il nuovo singolo "La ragazza del futuro". Perché non presentarlo in gara? Che Sanremo ancor più memorabile sarebbe stato, se ai grossi calibri già in lizza si fosse aggiunto l'ex Lunapop... Cesare ha un talento prezioso, sa scrivere, sa ideare costruzioni musicali ben congegnate, è un animale da palco, ma sinceramente non ne ho mai capito la (legittima, per carità) idiosincrasia alla competizione ligure. Sperando che questa sua passerella sia servita a chiudere certi conti e a chiarire certi conflitti con la ribalta sanremese, il mio augurio, sincero, è di vederlo presto a concorrere, in allegria, in una sfida che è sempre sentitissima ma mai "all'ultimo sangue", se è vero che persino una riluttante Elisa è tornata quest'anno ad affrontarla. 

FESTIVAL SOCIALE - Sono da sempre altrettanto contrario alle intrusioni slegate dall'intrattenimento puro, e in questi ultimi lustri ce ne sono state, ma per parentesi come quella offerta da Saviano si può fare un'eccezione. Non si sottolinea mai abbastanza quanto sia un dovere civico mantenere viva la memoria di grandi uomini e persone comuni che hanno offerto il loro contributo, spesso fino all'estremo sacrificio, per rendere migliore il nostro disastrato Paese. Da "sanremologo" e "sanremofilo" quale io sono, a prescindere da ogni considerazione artistica, trovo sia motivo d'orgoglio che il Festival abbia nettamente assunto, in quest'ultimo decennio, una posizione di forte impegno sociale (ovviamente da coniugare con le esigenze di uno show leggero) e di lotta a ogni discriminazione. 

L'EFFICACE ELEGANZA DI DRUSILLA, L'INUTILITA' DEL PALCO MARINO - Quest'ultima battaglia è ormai una caratteristica fissa del Festival, e senza andare troppo lontano possiamo pensare alle scarpette rosse della Berte di undici mesi fa. Poi, chiaro, c'è chi la combatte meglio, chi con qualche incertezza: Lorena Cesarini, lo si è detto, ha zoppicato un po' mercoledì, mentre Drusilla Foer ha fatto centro con un breve ma accorato monologo sull'unicità di ciascuno di noi e sul dovere di ascoltare gli altri, pochi minuti eleganti e puntuti che hanno convinto, al culmine di una serata in cui ha cosparso perle del suo sottile sarcasmo, ironico e autoironico. Una critica? Usata troppo poco, la Drusilla, così come la suddetta performance avrebbe meritato una collocazione più decente di quella a ridosso delle due di notte. Qualcosa si poteva tagliare, in precedenza: ad esempio l'inutile collegamento con la nave, e l'evitabile esibizione di Gaia, carinissima, per carità, ma quale sarebbe la sua caratura di ospite d'onore? E, ripeto, qual è il senso di riproporre, durante Sanremo '22, una sintesi di Sanremo '21 in forma ridotta? Non c'erano proprio altre attrazioni da collocare al largo della costa ligure? 

giovedì 3 febbraio 2022

SANREMO 2022, LA SECONDA SERATA: DOMINA LA CLASSE DI ELISA, CANZONI DI MINOR IMPATTO IMMEDIATO E UN RITORNO AL CLASSICISMO

Forse, questa volta, i giornalisti e gli altri addetti ai lavori non sono andati troppo distanti dalla realtà. Mi rendo conto che dirlo adesso espone al rischio di figuracce notevoli, visto che ancora devono scendere in pista le giurie popolari, ossia il televoto e la demoscopica, e sappiamo quanto peso possano avere, soprattutto la prima. Tuttavia, allo stato delle cose ritengo che difficilmente la corsa alla medaglia d'oro festivaliera possa trovare altre candidature credibili al di fuori del duello fra Elisa e Mahmood-Blanco, i preferiti della critica specializzata come da classifica generale resa nota stanotte, a un'ora nemmeno troppo tarda. 

CORSA A DUE? - Una grande curiosità circondava il ritorno in gara dell'artista triestina dopo 21 anni, e le attese non sono andate deluse. "O forse sei tu" è paradossalmente un pezzo più classicheggiante rispetto alla modernissima "Luce" che la condusse al trionfo nell'unico Sanremo condotto da Raffaella Carrà, ma tuttavia assolutamente in linea con buona parte della sua produzione successiva: una composizione di grande impatto e intensità, con una veste sonora elegante, dal refrain incisivo ed emozionante. In definitiva, ha tutto per imporsi sulla ribalta ligure, così come ha tutto, l'abbiamo detto ieri e lo ripetiamo, l'ottima "Brividi". Corsa a due? Probabilmente sì, anche se "il popolo votante", a rigor di logica, dovrebbe poderosamente spingere Sangiovanni ed Emma, così come Ranieri e Morandi, mentre è lecito attendersi un exploit, leggasi conferma nelle zone alte, dai Rappresentante di Lista, graditi agli esperti e in grado di catturare l'attenzione e le preferenze del pubblico con la pazzerella "Ciao ciao". Gli altri, probabilmente, dovranno accontentarsi di dare la caccia al piazzamento di prestigio, che comunque al Festival può cambiarti la vita e il percorso professionale. 

PROPOSTE MENO "EASY" - Elisa a parte, che con la sua classe si è stagliata nitidamente sul resto del lotto, le proposte della seconda serata si prestano a una più difficile valutazione a caldo rispetto alla dozzina che ha sfilato nel vernissage. Caso o scelta di chi ha composto le due scalette, l'immediatezza registrata nella prima serata non ha trovato riscontro ieri, quasi tutte le canzoni hanno bisogno di qualche ascolto supplementare per essere recepite, e in tal senso fondamentale sarà la sfida collettiva di oggi. Una linea di tendenza però la si è individuata, e vede come capofila proprio la Toffoli: un ritorno alla tradizione melodica, ovviamente declinata al presente sul piano musicale. Cos'altro è, se non un pezzo tipicamente sanremese, "Ogni volta è così" di Emma? La canzone è comunque di buona fattura, con un arrangiamento non banale, interpretata con maestria da un'artista che sfodera la consueta grinta vocale soprattutto nel ritornello e mostra una padronanza del palco assoluta, quasi istrionica, pur se con gestualità a tratti discutibile. Ecco, se devo individuare una possibile terza incomoda nella lotta di vertice, la mia preferenza cadrebbe sulla vincitrice 2012, al momento. 

IRAMA TRADIZIONALE MA CONVINCENTE - Classicone e ballad senza rischio anche per Fabrizio Moro, ma "Sei tu" non svetta per originalità, anche se recupera qualche bel punto col crescendo che ne caratterizza la seconda parte. Meglio "Ovunque sarai" di Irama, che forse ci aveva abituati troppo bene con la possente "Genesi del tuo colore" e che nel 2022 ha scelto invece la strada intimistica, ma ha tutto sommato convinto, portando una canzone d'amore ben scritta ed eseguita con trasporto e passione, canzone da Sanremo anni Novanta, che avrebbe forse fatto la gioia del grande Pippo Baudo ma che può ritagliarsi  scampoli di gloria anche qui e ora. 

ORECCHIABILI SANGIOVANNI, AKA E IVA - Old style, come prevedibile, anche Iva Zanicchi, ma "Voglio amarti" si fa ascoltare e ha una struttura piuttosto originale, puntando tutto su un ritornello "esteso" che quasi monopolizza il brano e centra così l'obiettivo della "facile presa", dell'easy listening, impresa in cui non tutti, ieri sera, sono riusciti. Fra questi sicuramente Sangiovanni: certo non è semplice riprodurre il piglio di "Malibù", ma "Farfalle" sfodera una sua verve trascinante, le giuste trovatine testuali e sonore e non farà fatica a fare breccia nel cuore dei giovanissimi. Buono anche il debutto di Aka 7even, "Perfetta così" si giova di un bel testo e di una costruzione furbetta, detto in senso buono, con frasi e passaggi ad hoc per imprimersi nella testa dell'ascoltatore. 

GIOIELLI: TRUPPI E "DITORETTORE" - Fra i gioiellini per il momento nascosti della seconda manche vanno inseriti di diritto Giovanni Truppi, che ha portato stralci di Premio Tenco e di cantautorato alto con l'elaborata "Tuo padre, mia madre, Lucia", e la contaminazione di stili nella movimentata, coinvolgente e martellante "Chimica" di Ditonellapiaga-Rettore, che però ha una architettura articolata e complessa pur dando la sensazione di "cazzeggio". Cazzeggio puro, senza equivoci, sembra invece quello di Tananai, a conferma di quanto mostrato a Sanremo Giovani: "Sesso occasionale" è leggera e scanzonata, forse troppo, rischia l'inconsistenza ed è stata penalizzata da un'interpretazione non eccelsa del ragazzo, emozionato nonostante la corazza di sfrontatezza. Meritava di più la trascinante energia vocale e strumentale pop-rock delle Vibrazioni, mentre sospendo il giudizio su gli altri esordienti, la coppia Highsnob-Hu con un cupo amore urban, e Mattia Romano il quale, già lo si era intuito a dicembre, cerca un difficile compromesso fra schemi canori della scuola melodica e inserimento di stilemi contemporanei, sia linguistici che nella strutturazione del brano: il risultato è una "Virale" abbastanza brillante ma tutto sommato acerba. Da risentire. 

ZALONE E CESARINI, TONI OPPOSTI SULL'INTOLLERANZA - La "cornice" della seconda puntata è stata rappresentata soprattutto da Checco Zalone, che ha fatto centro e non poteva essere diversamente. Fustigatore di costumi a modo suo, come è giusto che sia: l'ironia sull'universo rap-trap con il rapper finto povero e finto tormentato, quella sui virostar con Oronzo Carrisi e la sua mal tollerata parentela con Al Bano, e soprattutto lo sketch iniziale, che ha affrontato, per chi non se ne fosse accorto, il tema dell'intolleranza con tonalità grevi ed esplicite, ma che, per chi sa coglierle, possono centrare il bersaglio forse più del lungo e pesante monologo della primadonna di serata, Lorena Cesarini, che non ha saputo incanalare nel modo giusto, complici autori poco ispirati, la sua sacrosanta rabbia e indignazione per gli insulti social. A proposito dei quali do un consiglio non richiesto: i social sono la feccia, il male assoluto, in cui hanno preso un potere quasi "dittatoriale" i peggiori minus habens che abitano questo paese. Per cui, cara Lorena, li lasci perdere e se li faccia scorrere addosso, perché è una battaglia impari, e la vera lotta a ogni forma di razzismo si combatte al di fuori di quella inutile e perniciosa bolla web. 

MIKA E CATTELAN IL FUTURO DI SANREMO? - Lo show si è concluso ancor prima di quello d'esordio, nonostante qualche piccolo intoppo iniziale: una pausa troppo lunga dopo l'esibizione dei primi tre concorrenti e due ospitate super messe una di seguito all'altra, la prima uscita di Zalone e la performance di Laura Pausini. A proposito: doveroso il lungo passaggio di consegne Sanremo-Eurovision coi tre presentatori della kermesse continentale, che potrebbe anche essere passaggio di consegne per la rassegna ligure, chissà: non mi stupirei, in un futuro non molto lontano, di vedere alla guida del Festivalone Mika e Cattelan, magari anche con funzioni di direzione artistica; quella di Torino potrebbe essere una sorta di prova generale. Per intanto, i due hanno affiancato la Pausini in una riproposizione di "I have a dream", che è almeno servita, 39 anni dopo l'ospitata di Frida, a far tornare gli Abba all'Ariston, sia pure in versione... surrogata. 

ARISA E MALIKA "OLIMPICHE" - Imprevista e interessante l'appendice con Arisa e Malika Ayane, per la scelta della canzone inno delle Olimpiadi invernali italiane 2026: due brani abbastanza impattanti, fra l'altro, certo fatti su misura secondo lo stile solenne delle musiche che, solitamente, accompagnano i grandi eventi sportivi. Per quel poco che conta, la mia preferenza, per una incollatura, va alla morbida proposta eseguita da Malika ("Un po' più in là"), rispetto a quella un tantino retorica affidata a Rosalba ("Fino all'alba"), ma il direttore artistico Peppe Vessicchio, assente imprevisto alla direzione d'orchestra delle Vibrazioni, ha fatto un buon lavoro (altro candidato credibile per il dopo Amadeus, che dite?). Qualche dubbio sulla gestione del secondo palco sanremese, quello sulla nave da crociera: in sé non sarebbe una cattiva idea, ma è poco e male impiegato. Perché riproporre canzoni e cantanti della scorsa edizione di Sanremo, che rischiano di suscitare nel pubblico confronti assolutamente ingenerosi? Come detto ieri, non ha molto senso accostare brani di successo, sentiti e risentiti, a novità appena sfornate e tutte da assimilare. 

martedì 1 febbraio 2022

SANREMO 2022, CI SIAMO: IL VERO SPETTACOLO SARA' LA GARA, CON TANTI BIG VERI CHE FARANNO OMBRA A OSPITI E SUPEROSPITI


Dalla notte al giorno, rispetto a undici mesi fa. La terribile vigilia di Sanremo 2021, coi suoi toni cupi, le polemiche sull'opportunità dell'evento, il senso di dramma e di tragedia che aleggiava sull'Ariston per via di una pandemia senza vaccini, è ancora incisa nell'animo di tutti noi, anche di chi, come me nel mio piccolissimo, combatté la sua infinitesimale battaglia per la riuscita e la sopravvivenza di una kermesse storica, in definitiva vincendola. Altra atmosfera, oggi: una fase di approccio tutto sommato soft, nonostante ci sia stato chi nuovamente ha cercato di rimestare nel torbido, trovando però, deo gratias, scarsissimo seguito. Non sarà nemmeno questo il Festival della rinascita, slogan coniato da Amadeus nella preparazione della precedente edizione e oggi messo da parte, nella consapevolezza che, probabilmente, non toccherà a lui allestire in futuro il primo vero Sanremo post Covid. Sarà però un Festival più sereno, di una serenità concreta e autentica che prescinde dalle inevitabili discussioni pronte a tener banco da mercoledì mattina, quelle su Auditel, qualità delle canzoni, livello dello spettacolo: pseudodrammi, tasselli di un puzzle che tradizionalmente compone la settimana rivierasca, contribuendo in fondo a tenerne vivo il mito. 
COL PUBBLICO RITORNA L'ATMOSFERA - Torneranno gli spettatori in sala, e già questo aspetto rivolta la rassegna come un calzino: l'anno scorso la bravura di tutti i protagonisti, la maestria della regia e un palcoscenico costruito ad hoc attutirono, sul teleschermo, l'impatto del teatro vuoto, che però fu sicuramente devastante per tutti gli animatori on stage dell'evento: il pubblico scatena emozioni che possono ringalluzzire o raffreddare gli interpreti, incidendo sul livello delle performance. Certo, permane lo spauracchio positività, che nel '21 colpì indirettamente lo sfortunato Irama, ma la "bolla" dell'Ariston, costruita attorno a un protocollo estremamente rigido, resse molto bene e non c'è ragione di pensare che quest'anno vada diversamente, vieppiù in ragione dell'efficacia del vaccino e delle mutate caratteristiche del virus, di cui gli esperti hanno dato ampie spiegazioni in queste settimane.
AMADEUS AL TG - Mare calmo nel ponente ligure, dunque. La serenità è stata un tratto predominante anche nella narrazione che la Rai ha voluto fare del periodo di avvicinamento alla kermesse, inaugurando un nuovo, estemporaneo format: Amadeus che annuncia le novità legate al Festival tramite interventi al Tg1 delle 20. Qualcosa di moderatamente rivoluzionario e di audace, se ci pensate: uno spazio della testata giornalistica tv tuttora più sobria, autorevole, per certi versi seriosa,  dedicato alle breaking news prodotte dall'evento leggero e glamour per eccellenza: un modo, appunto, per attutire la crudezza dello scenario politico e sanitario che lo stesso tg ci porta in casa ogni giorno. L'esperimento è riuscito, ma forse se n'è abusato: ok per la comunicazione del cast dei concorrenti, uno dei momenti chiave della liturgia festivaliera, ok per il lancio di ospitate straordinarie come quella di Checco Zalone, ma per altri passaggi tutto sommato normali si poteva soprassedere. 
GLI OSPITI EVITABILI E LE INUTILI SOVRASTRUTTURE - Come sempre negli ultimi tempi, il cartellone degli ospiti fatica a prendere forma. Si gonfierà a dismisura fino a sabato, con arrivi dell'ultimo e penultimo momento, atleti sulla cresta dell'onda (il primo della lista è Berrettini, notizia di ieri), personaggi Rai in promozione di fiction e show (riprendono Màkari e L'amica geniale, vuoi mettere?), qualche cantante italiano e poco o nulla dall'estero. In tal senso, non ci sono da attendersi inversioni di tendenza rispetto al passato recente, ma materiale dovrà pur arrivarne, perché i palinsesti  pubblicati dai giornali parlano chiaro: si chiuderà a notte fonda fin dalla prima serata, urgono dunque riempitivi. E' un discorso ormai annoso, anche in questo mio piccolo spazio: le sovrastrutture spettacolari che "pachidermizzano" il Festival hanno una funzione esclusivamente televisiva, ma sul piano artistico rischiano di nuocergli, più che rinvigorirlo. 
Sono da sempre favorevole agli ospiti, purché siano un arricchimento: lo erano le grandi vedettes di oltrefrontiera che ormai sono diventate merce rarissima da queste parti, ma lo è certo anche il citato Zalone, una primizia e un colpaccio autentico, essendo uno che quasi mai si presta a passerelle catodiche più o meno prestigiose. E ci possono stare, ovvio i Maneskin, che sono diventati in pochi mesi dei colossi, ma ci mancava pure che non tornassero all'Ariston a stretto giro di posta, visto che da lì è partito il loro sogno intercontinentale. Ci sta già un po' meno Laura Pausini, all'ennesima presenza, per non parlare di Cesare Cremonini, un cantautore di vasta popolarità ma non una superstar internazionale, che oltretutto mai si è sognato di mettere piede a Sanremo da concorrente e che vi approda direttamente da superospite vantando decisamente meno titoli di tanti artisti in concorso, stesse considerazioni fatte in tempi recenti per la Amoroso, per Antonacci, per Ghali. 
CENTRALITA' DELLA GARA - Sono solo appesantimenti, questo è, perché ormai, al Festivalone, la gara basta a se stessa. Avviene più o meno da quando Carlo Conti prese in mano il timone, nel 2015, raccogliendo la non entusiasmante eredità del Fazio quater: da allora, il concorso è tornato centrale, checché se ne dica. E non mi riferisco solo alla competizione in sé, ai piazzamenti, alla classifica: fattori che contavano moltissimo anche, ad esempio, nelle edizioni griffate Gianmarco Mazzi, solo che erano esasperati, con agonismo portato agli estremi, decimazioni più che eliminazioni, e concorrenti ridotti all'osso per la finalissima. No, centralità della gara significa soprattutto centralità di chi la anima, di chi vi partecipa, valorizzazione e spazio dato ai cantanti, possibilmente tanti, in modo da offrire ogni volta uno spettro sufficientemente ampio delle tendenze musicali nostrane. 
Ed è ciò che sta avvenendo sistematicamente da oltre un lustro, magari con linee artistiche ogni volta diverse, perché se l'anno scorso si è puntato coraggiosamente su nomi fuori dal giro mainstream, questa volta sono stati cercati e trovati i grandi e i grandissimi della nostra canzone. Del resto, fateci caso: a parte un Fiorello che fa sempre notizia, cosa è rimasto degli ultimi festival nella memoria collettiva? Non le tante passerelle promozionali, ma il trionfo dei Maneskin, il tormentone di Colapesce - Dimartino, la struggente invocazione di Diodato, il sorprendente Mahmood che per poco non vinceva anche lui l'Eurovision, la delusione di Ultimo per un argento che fino alla fine pareva poter essere oro, lo "scazzo" Bugo - Morgan, la vecchia che balla dello Stato Sociale... Tutti elementi, curiosità, "casi" inerenti la gara, non il resto. 
PRESTIGIO ANNI SESSANTA: I VETERANI... - Questa volta, davvero, sarebbe bastato solo il listone dei partecipanti per illuminare la rassegna (sperando che l'anno prossimo si torni al numero pari di cantanti: sembra una stupidaggine, forse lo è, ma è uno dei quegli tratti distintivi storici della manifestazione che, secondo me, non andrebbero mai toccati), sarebbe bastata una cornice meno ridondante perché il cast è davvero al livello dei Sanremo all stars anni Sessanta: forse il migliore di questo secolo, sul piano della qualità dei nomi in lizza, capaci di reggere benissimo sulle proprie spalle il peso dell'impatto con la spada di Damocle dell'Auditel. Ci sono i superbig di ieri ancora sulla cresta dell'onda, Ranieri, Zanicchi e Morandi, ci sono i divi pop della penultima generazione ancora pienamente nel cuore della gente, Elisa soprattutto, ma anche Emma e Fabrizio  Moro: tutti quanti, fra l'altro, ex vincitori che si rimettono in gioco, altro fatto non da poco, in contrapposizione a chi invece non vuole mai prendersi il minimo rischio. 
...E I NUOVI BENIAMINI - Ex vincitore è anche Mahmood, che in coppa con Blanco già raccoglie non pochi pronostici favorevoli: sono i capofila della cosiddetta musica giovane, quella che ascoltano e scaricano i ragazzi, quella che schiera all'Ariston anche Sangiovanni, Rkomi, Aka7even, per non parlare di Achille Lauro, di nuovo nell'agone dopo la pausa da guest star, ormai presenza fissa da quelle parti; e a proposito, sono sotto esame quelli che ritornano dopo soli undici mesi, perché dovranno superarsi: gli ascolti in anteprima degli esperti, che valgono quel che valgono, hanno promosso il pezzo dei Rappresentante di lista, avvolto quello di Noemi di qualche perplessità, raccontato di un Irama più classicheggiante e morbido rispetto al brano bomba che nel 2021 l'avrebbe probabilmente portato alla vittoria o lì vicino, se non avesse avuto l'handicap della quarantena. C'è ovvia curiosità per Ana Mena che riporta l'internazionalità nel certame ligure, e per i nomi meno commerciali, da Truppi a D'Amico, fino ai giovanissimi lanciati dalle Nuove Proposte in versione ridotta passate fugacemente da Rai 1 prima di Natale, ossia Yuman, Tananai e Matteo Romano.
PRONOSTICI? SARA' SFIDA FRA I SUPER - Scusandomi con chi non ho citato, ma che salirà di certo alla ribalta su queste pagine nei prossimi giorni, stento davvero a credere che questo cartellone possa lasciare qualcuno indifferente, perché c'è davvero di tutto, passato, presente e futuro, stili tradizionali e contemporanei, ci sono le ballad, il cantautorato, la dance, il rap e il rock, fors'anche il reggaeton. E  c'è una grossa incertezza su chi arriverà a contendersi il successo, perché è fin troppo facile, e probabilmente sacrosanto, parlare di Elisa o Morandi, Ranieri o Mahmood-Blanco, ma sono in tanti ad avere, almeno sulla carta, i mezzi per puntare alla sorpresa. Ecco, se ci saranno, queste sorprese, saranno però moderate, perché ad esempio i citati tre esordienti difficilmente riusciranno a inserirsi nello scontro al vertice fra giganti che, ci scommetterei, sarà il leit motiv di questo Sanremone numero 72, equilibrato più che mai ma con pochi spazi per colpi di scena epocali. 

domenica 5 dicembre 2021

SANREMO 2022: AMADEUS ANNUNCIA (IN ANTICIPO) UN CAST DISCOGRAFICAMENTE FORTISSIMO. PIU' SPAZIO PER I DOMINATORI DELLE CHART E PER I VETERANI, MA LE SCELTE CORAGGIOSE NON MANCANO


Forse non sapremo mai cosa sia realmente accaduto nelle 72 ore (abbondanti) intercorse fra lo scoop molto presunto di "Chi" e l'annuncio ufficiale del cast di Sanremo '22. Forse Amadeus, vistosi messo all'angolo per la seconda volta in due anni, ha rimescolato le carte all'ultimo momento e teso una diabolica trappola al settimanale, che si è ritrovato fra le mani un'ex colpo giornalistico diventato improvvisamente una notizia incompleta e imprecisa. O forse, più semplicemente, la rivista diretta da Alfonso Signorini ha preso un granchio: capita, quando si è fin troppo sicuri di sé; nel 2020 era andata bene, ma le fonti non sono sempre quelle giuste, e allora qualche volta sarebbe meglio andarci un po' più coi piedi di piombo: vale anche per le tante testate che hanno rilanciato lo pseudo-listone di Big in maniera del tutto acritica e senza nemmeno sprecare un condizionale o un punto interrogativo. 

Problemi loro, intendiamoci. E un sentito grazie al direttore artistico che, sia pur per vie traverse, ha salvaguardato uno dei momenti chiave della liturgia sanremese, della "messa cantata", come la definiva Pippo Baudo, ossia la solenne comunicazione dei vip in lizza in Riviera. Si temeva che sarebbe stata una stanca conferma dei nomi già circolati, si è rivelata invece una sarabanda di piccoli e grandi colpi di scena. E così, alla fine, il vero colpo giornalistico la Rai se l'è confezionato in casa affidando il primo momento topico del percorso sanremese al Tg1 delle venti, che non ospitava questo rituale dai tempi della gestione Fazio-Pagani. 

MENO SPERIMENTAZIONE - Torneremo in chiusura sullo spoiler che spoiler non è stato, questione molto più seria di quanto appaia a prima vista. Ora i riflettori vanno puntati su questo cast, che offre una miriade di spunti di riflessione. C'è tanto del primo e del secondo Amadeus, ma c'è anche qualcosa di nuovo. Ci sono ancora il coraggio, la sperimentazione, la voglia di imporre sulla rete generalista per eccellenza volti poco mainstream. Ecco, ad una prima lettura del cartellone questa tendenza può apparire sempre forte, immutata rispetto alle precedenti due edizioni; personalmente la percepisco invece leggermente attenuata, ma parlo da persona che, nonostante l'età non più verdissima, ama tenersi sempre aggiornato in fatto di musica leggera, e che dunque sa che c'erano in circolazione nomi ancor più insoliti da poter mettere in pista; ma il pubblico tradizionale di Rai 1, lo spettatore legato a doppio filo alla tradizione festivaliera, difficilmente coglierà questo sottile scarto e resterà comunque spiazzato di fronte a certi personaggi. Ci sta.

GLI IMPERATORI DELLA HIT PARADE - Un pizzico, ma proprio un pizzico di sperimentazione in meno, dunque, e parlo soprattutto dell'aspetto quantitativo, per fare spazio a una quota pop potenziata nel numero e nella "sostanza" dei cantanti scelti. Amadeus cala una serie impressionante di assi, protagonisti assoluti delle classifiche recenti e attuali: il duo Mahmood-Blanco potrebbe addirittura far saltare il banco, ma ci sono due ritorni che fanno scalpore, due primedonne assolute, Elisa che ha partecipato una sola volta, una vita fa, nel 2001, ovviamente vincendo, e poi ha sempre accuratamente evitato la competizione, fino a oggi; ed Emma, che dopo il trionfo del 2012 il Festival lo ha condotto per poi presenziare come ospite, ma anche per lei era tempo di tornare a misurarsi con la classifica. E poi un altro ex vincitore come Fabrizio Moro, la regina delle hit estive Giusy Ferreri, che nell'inverno ligure non ha mai avuto troppa fortuna, anche con pezzi di grana buona come "Il mare immenso" e "Fa talmente male", il Sangiovanni del tormentone "Malibù" e circondato da tante aspettative per le originali qualità di scrittura e interpretazione che ha già fatto intravedere, due rapper assolutamente sulla cresta dell'onda come Rkomi e Aka 7even. Stiamo parlando di nomi popolarissimi e, con diverse sfumature, tutti di grande peso sul mercato discografico. Blanco, Sangiovanni e Aka 7even hanno già in bacheca una quantità abnorme di dischi di platino collezionati in pochissimo tempo: avere questi ragazzi all'Ariston significa garantirsi in partenza il successo commerciale della rassegna. 

PIU' SPAZIO AI "GRANDI VECCHI" - Con questi pezzi da novanta, mattatori delle chart, puoi anche permetterti una più vigorosa riscoperta delle origini, altra "innovazione" dell'Amadeus ter. Se nel 2020 e nel 2021 la quota vintage prevedeva una sola casella (diciamo Pavone nel primo caso, Berti nel secondo), quest'anno si è allargata a... tre e mezzo. Quattro veterani, e che veterani, diciamo pure mostri sacri: Morandi, Zanicchi e Ranieri rinverdiscono i fasti degli aspri scontri nelle Canzonissime fine Sessanta - primi Settanta (scontri invece poco sanremesi, perché a parte la Iva gli altri due, all'epoca, erano piuttosto restii a mettersi in gioco al Salone delle Feste), mentre la Rettore, fedele al suo spirito ribelle, si presenterà in una inedita coppia con la cantautrice rampante Ditonellapiaga, e fra le due, nonostante l'abisso generazionale, non mancano le cose in comune, dalle modalità espressive alle attitudini artistiche: un duo che potrebbe essere una delle sorprese del Festival. Delle capacità di Morandi di adattarsi ai tempi ben sappiamo, vedremo in quali vesti si proporranno l'Aquila di Ligonchio e un Ranieri che non poteva non tornare in concorso 25 anni dopo la sua ultima partecipazione "agonistica", nel '97 con quella "Ti parlerò d'amore" griffata Gianni Togni e Guido Morra. 

I RITORNI IMMEDIATI - Merita una riflessione anche il drappello di chi ritorna a soli dodici mesi di distanza (in questo caso, in realtà, tredici mesi, ma son dettagli). Di solito i direttori artistici di turno hanno più di una remora nel riproporre artisti già "convocati" l'anno prima, e anche in questo caso Amadeus ha cambiato linea editoriale, richiamandone ben quattro. Qualche perplessità su Noemi, che ha fatto un bel Festival '21 con l'intensa "Glicine", un bel duetto estivo con Carl Brave in "Makumba", e forse non aveva troppo bisogno di sovraesporsi ulteriormente, ma è anche vero che sta attraversando il momento migliore della carriera, quello della raggiunta maturità, e allora vuol forse battere il ferro finché è caldo, ma il brano dovrà essere veramente di grande spessore. Sacrosanta la chance offerta a Irama, dopo un Sanremo vissuto "in differita" per via della quarantena: mi rimane il dubbio che, se avesse potuto esibirsi sera per sera invece di affidare "La genesi del tuo colore" al filmato delle prove, sarebbe stato papabilissimo per la vittoria, e forse la storia di questo pazzo 2021 canoro sarebbe cambiata... 

Sensata anche la seconda volta dei Rappresentante di lista, fra i più apprezzati del drappello di volti nuovi coraggiosamente lanciati nell'ultima edizione e quindi attesi ora alla consacrazione, mentre con Achille Lauro si rischia grosso: è vero che il personaggio offre sempre spunti interessanti per tipologie di performance e versatilità creativa, ma è alla quarta partecipazione consecutiva, di cui una come ospite fisso: la sindrome del "prezzemolino", con conseguente saturazione, è dietro l'angolo. 

I NOMI INSOLITI E IL RITORNO DI BRAVI - Cosa propone il resto del "listone"? Il gradito ritorno di Michele Bravi, interprete di grande sensibilità, a lungo ai margini dopo l'exploit del 2017 per motivi personali, quelle Vibrazioni che sono ormai quasi degli habitué ma anche degli affidabili professionisti dell'easy listening, e poi i nomi più "stranianti": il cantautore indie Giovanni Truppi, Dargen D'Amico, un rapper sui generis da tempo in pista ma sempre al di fuori del circuito mainstream, e la stranissima coppia formata dal ruvido trapper Highsnob e dalla sofisticata Hu, vista l'anno scorso alle selezioni autunnali della Nuove proposte con "Occhi Niagara", in cui spiccava uno stile interpretativo simile a quello di Lauro e poco incline al rigore della dizione, caratteristica comune a molti cantanti dell'ultimissima generazione. Curioso: dallo sfortunato Sanremo Giovani 2020 è stata pescata una ragazza che non era entrata nemmeno fra gli otto finalisti scelti per l'Ariston, i vari Gaudiano, Shorty, Wrongonyou e compagnia. 

ANA MENA, IL TOCCO D'INTERNAZIONALITA' - Chi manca? Ah sì, Ana Mena. Questa dolce ragazza spagnola, presenza ormai fissa delle nostre estati canore, quasi sempre in coppia con Rocco Hunt, riporta l'internazionalità nel concorso ligure. L'ultimo straniero in gara, andando a memoria, fu Lara Fabian nel 2015, in seguito si è parlato di candidature di Amii Stewart, Dionne Warwick, Michael Bolton, non si sa quanto concrete. Sì, d'accordo, Sergio Sylvestre nel 2017, però nato, costruito e cresciuto musicalmente nel Bel Paese. Quello di Ana è un altro nome "bomba", largamente noto e di grande impatto sulle classifiche: anche lei contribuisce a fare di questo cast uno dei più qualitativi degli ultimi anni, se non il più qualitativo in assoluto. Si parla di nomi, appunto, perché poi sul piano della proposta musicale il discorso potrebbe cambiare. Personalmente, nel 2016 accolsi con notevole entusiasmo un cast che mi pareva il migliore possibile per quello che era il panorama canzonettistico italiano dell'epoca, ma alla prova dei fatti alcuni degli artisti più in voga presentarono opere inferiori alle loro potenzialità. Questo per buttare un po' di acqua sul fuoco, ma è chiaro che con un cartellone così sia più che naturale, direi doveroso, nutrire aspettative altissime, che ritengo non andranno deluse. 

SANREMO GIOVANI BRUCIATO E POSSIBILI COLPI DI SCENA IN EXTREMIS - Rimane il fatto, tornando a quanto detto in apertura, che la (parzialissima) fuga di notizie ha costretto Amadeus e Rai ad anticipare l'annuncio ufficiale dei Big (mai avvenuto a inizio dicembre, ma ricordiamo anche che il 72esimo Sanremo inizierà prestissimo, il 1° febbraio), bruciando così una delle principali attrazioni di Sanremo Giovani, quest'anno in serata unica il 15 di questo mese. Certo, ci sarà la suspense legata ai due emergenti chiamati a competere coi vip al Festival vero e proprio, ma per lo spettatore occasionale non è propriamente la stessa cosa. Potrebbe esserci un colpo di coda del presentatore dei "Soliti ignoti"? Altri due big da aggiungere alla lista resa nota ieri, oppure qualche giovane in più da promuovere? Non è impossibile, del resto il regolamento è quanto di più elastico possa esistere, e sarebbe un coup de théatre che "Ama" potrebbe giocarsi in assoluta serenità, per gusto personale, laddove nel 2020 fu quasi "costretto" ad allungare l'elenco con Tosca e Rita Pavone perché, in quel caso, "Chi" aveva azzeccato quasi tutto. Difficile che accada, certo: il direttore aveva affermato, dopo l'ultima kermesse, che 26 Big erano forse un eccesso da non ripetere, e finora ha tenuto duro su questo punto. Ma la marea di richieste giunte sulla sua scrivania e il conseguente quantitativo di musi lunghi potrebbe indurlo a una parziale correzione di rotta. Del resto in febbraio, ahimé non ci saranno più i giovani a dilatare i tempi televisivi, e gli spazi da riempire non mancheranno... 

venerdì 5 giugno 2015

WIND MUSIC AWARDS 2015: SERATA TROPPO LUNGA E PREVEDIBILE, MA IL POP ITALIANO E' VIVO (E A VOLTE ANCHE IN PLAYBACK...)


I Music Awards hanno recuperato la loro griffe storica (Wind) e il palcoscenico prediletto (l'Arena di Verona). Ma le novità dell'edizione 2015 si fermano qui. Scrivere per il quarto anno consecutivo di questa kermesse mi risulta difficile, terribilmente difficile, perché da recensire e commentare c'è ben poco: o, quantomeno, poco che non sia già stato detto in passato. L'evento è ormai cristallizzato in una sorta di immutabilità che non giova al suo appeal televisivo. Del resto, e lo si sa, si tratta di uno show istituzionale, nulla di diverso, nell'impostazione, dal Premio Regia televisiva o dalla poco rimpianta notte dei Telegatti (che il direttore di Sorrisi e Canzoni, Aldo Vitali, pare voglia far risorgere su nuove basi). Una interminabile sequela di premiazioni, con stucchevole contorno di convenevoli, di complimenti per i risultati di vendita ottenuti dai vari dischi, con domande sui progetti futuri, sui tour mondiali o interplanetari in procinto di partire, eccetera eccetera. Tutto legittimo, per carità: doveroso e necessario, in questi tempi di crisi, promozionare ove possibile l'attività dei nostri artisti, ma per dare brio, sprint, diciamo pure "senso" a una serata del genere ci vorrebbe qualcosa di più. 
Partiamo dal minutaggio: quattro ore, una diretta fiume, sono insostenibili, dal divano di casa, anche per il più acceso consumatore di musica pop. Quattro ore di passerella, di consegna di trofei, di ascolto di canzoni per lo più note e stranote, senza un brivido, un guizzo di imprevedibilità: è dura, veramente dura. La costruzione dello spettacolo è sbagliata, fin dalla concezione: un evento del genere, messo a ridosso della stagione estiva, potrebbe essere l'occasione ideale per il lancio di un bel gruzzolo di nuovissime, potenziali hit per i mesi vacanzieri. Invece, i WMA hanno sempre lo sguardo rivolto al passato: cantanti che presentano evergreen, brani onusti di gloria e di anni, i più "coraggiosi" azzardano la riproposizione di singoli presenti sul mercato ormai da diversi mesi. Poche, poche davvero le anteprime. 
NOTE GIA' SENTITE - Ecco dunque l'ennesimo medley di Gigi D'Alessio, i Modà con un pezzo intenso come "Tappeto di fragole", risalente però al 2011, Renga con "Il mio giorno più bello nel mondo" che impazzava nel 2014, idem per "Le parole perdute" di Fiorella Mannoia e per il curioso duo Arisa - Club Dogo in "Fragili". Più recenti ma non freschissime le proposte di Fedez - Noemi ("L'amore eternit"), Negrita ("Il gioco") e Ligabue ("C'è sempre una canzone"). Le vere primizie, a parte "Il tempo non sente ragione" di Ramazzotti, le abbiamo ascoltate a sera ormai inoltrata, da Mengoni ("Io ti aspetto") a Emis Killa ("C'era una volta"), fino ai Subsonica ("Specchio") e a Deborah Iurato ("Da sola"): una costruzione della scaletta che non ha reso giustizia alla voglia di novità musicali tipica di questo periodo dell'anno. Ed è anche un peccato che uno "special event" come l'inedita accoppiata Baglioni - Morandi, presentata in avvio di serata, sia stato bruciato dal solito Fazio di "Che tempo che fa", non molti giorni or sono, togliendo all'ospitata di ieri il carattere di eccezionalità. La Rai dovrebbe gestire meglio al proprio interno certe opportunità. 
NOIA - Così, i paragoni continui fra i Music Awards e il vecchio Festivalbar continuano a risultare del tutto impropri: l'accostamento più calzante può essere semmai con "Vota la voce", manifestazione organizzata da Sorrisi e svoltasi fino al 2000, che premiava, a inizio autunno di ogni anno, gli artisti più amati sulla base di un referendum popolare indetto dal settimanale milanese, in serate che proponevano qualche lancio di prodotti nuovi ma soprattutto la celebrazione di successi commerciali già consolidati. Oggi come allora, il piacere di sentire buona musica rischia, alla lunga, di essere travolto dalla noia. 
Qualche aggiustamento di rotta servirebbe: ad esempio cambiare il manico. Aver consegnato la manifestazione all'eterna guida del duo Carlo Conti - Vanessa Incontrada non giova a movimentare il tutto: perché se Conti vive sul poderoso slancio dell'esperienza sanremese e ieri è parso più sciolto e meno legato rispetto a simili occasioni passate, nell'ambito di una conduzione comunque tradizionale, la spagnola risulta sempre più insopportabile, coi suoi "besitos" e col suo continuo indulgere sul personale con ogni artista ("Verrò al tuo prossimo concerto" e via chiacchierando, sempre all'insegna della più totale prevedibilità). 
SILVESTRE TRA LA FOLLA - Certo, rimane la qualità del cast, quest'anno particolarmente alta. Una parata di stelle delle sette note che comunque fa bene alla credibilità e... all'autostima della nostra disagiata discografia: avere Ferro, Ligabue, Antonacci, Ramazzotti e perfino De Gregori la stessa sera sullo stesso palco è cosa che, forse, riusciva solo al Vittorio Salvetti dei tempi del Festivalbar, non a caso evocato con nostalgia ieri dallo stesso Eros. A proposito del quale, però, si può dire che se il momento più emozionante del gala è stato rappresentato dalla riappacificazione fra lui e Luca Barbarossa, dopo lo scontro in campo durante la Partita del cuore di pochi giorni fa, non c'è molto da stare allegri. Della vecchia "rassegna del juke box" è parso di scorgere un "ritorno di fiamma" quando Kekko Silvestre si è trovato ad esibirsi live in mezzo alla folla, forse il più bel momento di musica schietta e genuina offerto dalla festa scaligera: queste particolari performance, coi cantanti circondati dal pubblico, si vedevano spesso al Festivalbar in Arena, solo che allora erano in playback. Playback che continua ostinatamente a far capolino anche ai WMA: se era inaccettabile già negli anni Ottanta e Novanta, oggi è semplicemente un controsenso. 
BUONA PRODUZIONE - Ma perlomeno questa fiacca passerella ha fornito confortanti conferme sullo stato creativo dell'industria canzonettistica nostrana, dopo i passi avanti che qui sul blog avevo già registrato nei mesi scorsi, a partire dal Summer Festival 2014 fino al Sanremo 2015: c'è buon fermento, vengono fuori brani ben confezionati e orecchiabili. La produzione dell'ultimo anno, di cui all'Arena abbiamo ascoltato diversi saggi, presenta diverse gemme degne di nota: pezzi come "Magnifico" di Fedez - Michielin, "Love is a temple" di Mario Biondi, "Le parole perdute" della Mannoia,  o le novità sonore proposte da Ramazzotti nel nuovo album, sono segnali importanti, e dovrebbero resistere all'usura del tempo. Ma ora aspettiamo un'ondata di stuzzicanti novità per solleticare le nostre orecchie sotto l'ombrellone. 

mercoledì 4 giugno 2014

MUSIC AWARDS 2014: SHOW SENZA MORDENTE, NE' CARNE NE' PESCE. O SI CAMBIA O SI CHIUDE...


Non sono convinto che le quattro ore di diretta televisiva dei Music Awards 2014 (non più Wind) abbiano reso un buon servizio alla discografia italiana. Certo non è facile recensire uno spettacolo come quello andato in scena ieri sera a Roma: non una rassegna canora nella classica accezione cui ci hanno abituati decenni di Sanremi, Festivalbar e Dischi per l'estate, e lo si sapeva; ma nemmeno, nonostante le apparenze, uno splendido happening musicale di piazza, perché il live si è mischiato al playback, artifizio tecnico che in certe occasioni dovrebbe essere lasciato da parte. L'impressione, alla fine, è stata quella di sempre, dopo l'eccezione di dodici mesi fa, quando mi era parso di ravvisare, nelle costruzione della kermesse, più di un cambiamento in positivo e diverse scelte coraggiose: siamo invece tornati, purtroppo, all'evento istituzionale, direi ultra governativo. 
POCO DA FESTEGGIARE - Una stanca passerella finalizzata alla consegna di premi, un'aspirante notte dei Grammy senza che a sostenere tale pretesa di grandeur vi fosse un'idea lineare di show e, alle spalle, un mercato musicale dalle dimensioni (e dal giro d'affari) necessarie per giustificare l'euforia un po' plastificata di questo vorticoso scambiarsi di trofei. Sì, perché l'industria discografica italiana, da un bel po' di tempo, non avrebbe molti motivi per autocelebrarsi in tal guisa: le vendite sono quelle che sono e non è il caso, in questa sede, di rigirare il coltello nella piaga; ieri sera, poi, fra i decorati in pompa magna abbiamo trovato diversi re-packaging di album già usciti tempo fa, sintomo di una certa stagnazione di idee o quantomeno di difficoltà, per le proposte veramente innovative, a far breccia nei gusti dei consumatori; e abbiamo trovato, anche, "Nero a metà" di Pino Daniele, ossia la ristampa di un'opera uscita nel 1980, arricchita di qualche inedito e qualche extra gustoso, certo, ma pur sempre il ripescaggio di un disco di oltre tre decenni fa. 
SHOW INGESSATO E MOSCIO - Ad ogni modo, se proprio si deve continuare a far sopravvivere questo spento rituale degli Awards de noantri, che almeno lo si costruisca in maniera appetibile e brillante. E invece no: televisivamente parlando siamo ancora fermi alle moscerie degli Oscar tv o di quella Notte dei Telegatti che può rimpiangere solo chi guarda al passato con mentalità esclusivamente nostalgica. Scaletta piatta, cerimoniosa, solenne, nessun "cane sciolto" a fare un po' di movimento (a meno di non voler considerare tale il pur volenteroso Morandi - Ballantini), presentatori ingessati. 
Carlo Conti va avanti col pilota automatico, ma per il Festivalone, quello vero della Riviera Ligure, occorrerà ben altro, e non ho dubbi che l'anchorman toscano sarà in grado di tener fede alle attese, perché è quello sanremasco il... brodo di coltura ideale per lui, non certo l'evento romano né carne né pesce di cui stiam discutendo; meglio Conti, comunque, di una Vanessa Incontrada che con le sue incursioni nell'idioma spagnolo ha francamente stufato ("Besitos, besitos": ma da quanti anni sentiamo questa litania?) e che i suoi discorsi privati coi cantanti ("Prometto che questa volta verrò al tuo concerto") potrebbe farli, per l'appunto, a telecamere spente. 
MUSICA DATATA - Poi c'era la musica, certo. Un gran calderone in cui è stato buttato dentro di tutto senza criterio, un susseguirsi di esibizioni destinate, nella gran parte dei casi, a non lasciare il segno. Detto di un Pino Daniele penalizzato da un'acustica imbarazzante, è stata la sagra della canzone fuori stagione: il successo invernale di Ligabue, quelli sanremesi di Arisa (con inguardabile chioma bionda) e di Francesco Renga (il quale almeno ci ha regalato un bel duetto con Elisa, l'autrice di "Vivendo adesso"), medley per Alessandra Amoroso e Max Pezzali, i Modà con "Gioia" che non è certo fresca di stampa. Sarebbe stata gradita una più ampia panoramica sulle novità destinate a movimentare i mesi del solleone, ma da questo punto di vista non ci rimane che attendere il Music Summer Festival, più vicino "ideologicamente" al Festivalbar di quanto lo sia il Music Awards. L'unico tormentone estivo emerso da un generale piattume dovrebbe essere "Maracanà" di Emis Killa, giusto omaggio in chiave rap all'imminente Mondiale di calcio. 
MORENO: MA PERCHE'? - Proprio dalla vitalissima galassia del rap - hip hop nostrano sono venute le uniche scosse, in positivo e in negativo, della manifestazione: detto di Killa, di gran suggestione anche il duetto tra Fedez e Francesca Michielin in "Cigno nero", mentre è eufemistico definire irritante l'esibizione di Moreno con "Prova microfono", sopra le righe, superbo, convinto di essere diventato il centro dell'universo: "Per essere al mio posto venderesti la coscienza", "Io qualcosa l'ho ottenuto e te muto resti senza", "Il vostro rap vecchio lo chiudo dentro un sarcofago", "Ho colto l'attimo mio, disco di platino zio, vivo a Milano anch'io", "Parli male di Moreno, poi devi sfidarlo Moreno, io sono qui, invece di parlare male di me, gioca le tue di carte, io le mie le ho giocate" e altre amenità simili; classico esempio di ragazzino che, al primo successo, si è montato la testa: il consiglio è di ritrovare un pizzico di umiltà e ridiscendere al più presto fra i terrestri. Sconfortante che le pagine più brutte della serata le abbiano scritte i giovani: detto di Moreno, dimenticabile anche la performance dei Dear Jack, che alla prima uscita importante dopo Amici si sono esibiti in playback. 
MORRICONE E GLI ALTRI - Poco altro da segnalare, se non un'Elisa sempre sul pezzo con una notevole "Pagina bianca", Emma che sta cercando giustamente di rilanciare la bella "La mia città", maltrattata all'Eurovision Song Contest, e la figura di Ennio Morricone che, in un contesto così poco entusiasmante, è in grado di giganteggiare con la sola presenza. Ah sì, c'era anche una gara di "nuove proposte" ("Next generation"), ovviamente relegata a tardissima sera, sulla scia della deprecabile abitudine sanremese degli ultimi anni, e con canzoni in versione ridotta: inconcepibile la presenza in questa categoria di Alessandro Casillo, già vincitore del contest degli emergenti a Sanremo 2012 e con alle spalle discrete vendite del suo ultimo album; avrebbero meritato qualcosa in più i Moderni di "Un giorno qualunque", ha vinto Greta ma, ad occhio e croce, dovrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. 
Basta così: rimane un interrogativo, lo stesso che gli addetti ai lavori si posero assistendo ai Festival di Sanremo degli anni Settanta, in piena decadenza: ha davvero senso una manifestazione così? Se deve continuare, la si riformi seriamente, ripartendo dall'edizione 2013 e accentuando i caratteri di innovazione, altrimenti la si chiuda per sempre e i premi vengano consegnati all'interno degli uffici delle case discografiche...

giovedì 13 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: LIGABUE ALL'ARISTON E L'ANOMALIA DEI SUPEROSPITI ITALIANI


"Superospiti: brutta categoria". Così scriveva Dario Salvatori in un suo libro dedicato alla storia del Festival di Sanremo, uscito in occasione del cinquantenario della rassegna, nel 2000. Il riferimento del popolare giornalista era a uno dei capisaldi del Festivalone, ossia la presenza di ospiti cantanti fuori concorso, in particolare quelli italiani. La sua secca affermazione mi è tornata in mente oggi, dopo aver appreso dell'ultimo "colpaccio" della direzione artistica di Sanremo 2014: Luciano Ligabue per la prima volta sul palco dell'Ariston. Il rocker emiliano sarà la vedette della serata finale, quella in cui i quattordici big in gara si sfideranno per contendersi la vittoria: loro in competizione, l'illustre collega a far passerella. 
I PRECEDENTI - Ecco, scusatemi, ma io non ci sto. Speravo che la parentesi dei superospiti italiani si fosse chiusa con l'ultima gestione Baudo, uno che fra l'altro, fino a pochi anni prima, si era sempre detto totalmente contrario alla presenza di artisti tricolori non in gara, e il suo modus operandi era sempre stato in linea con quella dichiarazione di intenti, fino appunto alla sua terza e ultima direzione artistica, nel biennio 2007 - 2008: forse cedendo alla ragion di Stato (leggasi: richieste delle case discografiche e necessità da parte della Rai di far impennare l'Auditel con qualche nome ad effetto), il Pippo nazionale "abbassò la guardia" e lasciò sfilare, all'Ariston, Elisa e Battiato, D'Alessio e Jovanotti, Morandi e Giorgia, Tiziano Ferro e Gianna Nannini, fra gli altri. Era stato comunque Fazio, ai tempi dei suoi esordi rivieraschi, a puntare forte su questa particolare categoria: doveva essere un elemento cardine del Festival che non fece, quello del '98, lo fu nei due anni successivi, da lui gestiti, e anche nel 2001, il non fortunatissimo Sanremo targato Carrà. 
E' una categoria odiosa, perché fa figli e figliastri: ci sono gli eroi delle classifiche che vengono a fare passerella senza rischi, prendendosi la standing ovation e, soprattutto, un preziosissimo passaggio televisivo dall'incalcolabile valore promozionale, e ci sono i cantanti "normali", ossia validissimi talenti che però spesso (non sempre, attenzione) non possono vantare il curriculum degli illustri colleghi, che invece devono sottoporsi al rito della gara. E' una distinzione particolarmente odiosa, che diventa inaccettabile quando a indossare le vesti di "superospiti" arrivano artisti (in particolare cantautori) che in precedenza Sanremo, per usare un linguaggio terra terra ma che rende l'idea, "non se l'erano filato nemmeno di striscio". 
ECCEZIONI - Ligabue è uno di questi, così come lo furono, in passato, personaggi come Pino Daniele e Antonello Venditti (a parte un paio di brani scritti per altri cantanti). Poi, certo, ci possono essere le eccezioni. Nel 2009 e nel 2010, ad esempio, ci furono tanti grandissimi della musica italiana fuori gara, ma le motivazioni erano solide: nel primo caso fecero da padrini alle Nuove proposte, e la trovata funzionò alla grande, regalando alla categoria più "bistrattata" della kermesse una visibilità che in seguito non ha più avuto; nel 2010, invece, i superbig giunsero a festeggiare il sessantesimo compleanno del Festival. Potrei continuare: Vasco Rossi, nel 2005, tornò dopo anni per "chiudere il cerchio" aperto nell'82 e nell'83, visto che proprio con quella doppia esperienza Sanremo gli diede la spinta definitiva verso una popolarità che, nonostante la lunga e intensa gavetta, faticava ad arrivare. E poi Celentano, un mostro sacro che sarebbe riduttivo definire esclusivamente come un colosso della musica nostrana, per finire, quest'anno, con la presenza nel cast di Gino Paoli, che ha una carriera da campionissimo e che comunque, più di una volta, ha accettato di sottoporsi alle forche caudine della competizione (l'ultima nel 2002, quando Baudo spinse molto per averlo fra i concorrenti). Già diverso il discorso per un altro superospite di quest'anno, quel Baglioni che invece a Sanremo in gara non c'è mai stato: lo assolve parzialmente il fatto di avere alle spalle oltre quarant'anni di un cammino costellato da popolarità sterminata e vendite di dischi stratosferiche. 
ITALIANI SOLO IN GARA - Ho citato queste eccezioni per chiarire che non sono un "integralista" della gara per tutti, ma il concetto di fondo rimane valido: il cantante italiano, se vuole venire a Sanremo, deve accettare i rischi della competizione, altrimenti se ne stia tranquillamente a casa. Ma poi, quali sarebbero questi fantomatici rischi? I problemi ci sono senz'altro per i debuttanti: essere subito esclusi, o anche solo non piazzarsi bene nella corsa dei giovani, potrebbe frenare se non compromettere l'ascesa, anche in presenza di doti tutt'altro che trascurabili. Ma i big non hanno, davvero, nulla da perdere gareggiando: fin troppo facile citare personaggi come Vasco Rossi, Zucchero o gli Stadio, che negli anni Ottanta fecero incetta di penultimi e ultimi posti senza che questo li ostacolasse nel mettere in piedi una carriera di altissimo livello. 
SENZA COMPETIZIONE, NON ESISTE SANREMO - Dovrebbero, tutti, prendere la gara con più leggerezza, come un diversivo di un percorso artistico altrimenti troppo autoreferenziale, un momento in cui ci si può confrontare in maniera insolita e diretta coi colleghi, traendo dalla competizione anche spunti per migliorarsi. Per tutto il resto, piazzati bene o piazzati male, Sanremo è una vetrina che dà enorme visibilità, un'occasione per promuovere i propri nuovi dischi davanti a una platea colossale: dovrebbe bastare questo a convincere gli scettici e a far dimenticare i "contro" della kermesse. Dopodiché, come mi diceva oggi un'amica controbattendo alle mie perplessità sulla presenza di Ligabue, a Sanremo si potrebbe togliere la gara e farne una passerella "open", in cui i cantanti italiani, senza distinzione di censo e di età, vengono a presentare la loro più recente produzione. Si può fare, certo, ma non a Sanremo e non con il nome "Festival della canzone italiana". Se togli la gara a Sanremo, semplicemente Sanremo non esiste più. Il Festivalone "è" la gara, senza sarebbe inconcepibile. Se i "colossi" della canzone nostrana non lo accettano, vadano altrove a proporre la loro buona musica. Superospiti, brutta categoria. 

lunedì 25 novembre 2013

VERSO SANREMO 2014: E' GIA' CACCIA AI BIG. IPOTESI E INDISCREZIONI

                                            Francesco Renga: pronto a tornare

Manca meno di un mese all'annuncio del cast dei Big in gara a Sanremo 2014. Il "listone", come l'anno passato, verrà svelato direttamente da Fabio Fazio nel corso del Tg1 dell'ora di pranzo. Il "giorno X" è il 18 dicembre, nel frattempo la ridda di voci e indiscrezioni sui possibili partecipanti è già fitta. Cerchiamo di fare il punto, tra spifferi letti qua e là in rete e ipotesi del sottoscritto, più o meno fondate. Ricordiamo che i posti a disposizione degli aspiranti sono solo 14, cioè molto pochi, e quasi sicuramente tali rimarranno: in passato, soprattutto durante le gestioni festivaliere di Gianni Ravera (anni Ottanta) e di Pippo Baudo, era d'uso aumentare in extremis il numero degli ammessi, alla luce delle tante richieste di partecipazione, ma negli ultimi tempi, dall'era Mazzi in poi, la quota fissata dal regolamento è considerata un totem immutabile. 
SUPERSTAR - Partiamo dalle vedette, le superstar della canzone italiana per le quali ogni organizzatore e direttore artistico farebbe carte false. I nomi più... succulenti circolati finora sono quelli dei Negramaro, di Elisa e di Giorgia. Difficile che il sogno si tramuti in realtà per quanto riguarda la fuoriclasse romana e quella triestina, visto che entrambe hanno appena dato alle stampe album già campioni di vendita (ma non si sa mai...), più concreto l'inseguimento alla band di Giuliano Sangiorgi, che si prenderebbe una bella rivincita dopo l'inaccettabile trattamento subìto proprio all'Ariston nel 2005, quando "Mentre tutto scorre", destinata a diventare un loro cavallo di battaglia, l'apriscatole di un successo inatteso e clamoroso, fu bocciata dalle giurie fin dalla prima esibizione. 
Si parla anche di Edoardo Bennato, e questa sì sarebbe una sorpresissima: il napoletano si è tenuto da sempre bene alla larga dal Festivalone, eccezion fatta per un'ospitata nel 2010, quando partecipò, insieme ad altri big della canzone nostrana, alla serata di festeggiamenti per i 60 anni della kermesse. Arduo ma non impossibile, visto che nelle ultime edizioni hanno fatto la loro comparsa in Riviera cantautori tradizionalmente ostili al palco sanremese, da Vecchioni (che ha addirittura vinto) a Battiato e al compianto Lucio Dalla, questi ultimi due, per la verità, con partecipazioni marginali al fianco di altri artisti. Sarebbe bello rivedere due cantanti da tempo lontani da Sanremo come Carmen Consoli e Raf, e chissà che Gino Paoli e Fiorella Mannoia, a quanto pare già corteggiati l'anno scorso, questa volta non decidano di sciogliere le riserve. 
RITORNI A STRETTO GIRO DI POSTA - C'è poi tutta la schiera di big che, avendo partecipato alle edizioni fra il 2010 e del 2012, o sono in dirittura d'arrivo nell'allestimento dei loro nuovi album, o semplicemente di nuovo "maturi" per una partecipazione alla rassegna che ne rinfreschi la popolarità e ne rilanci le vendite. Parliamo di personaggi come Francesco Renga, Arisa, Giusy Ferreri, Noemi, Dolcenera, Nathalie, Fabrizio Moro, Anna Tatangelo e, perché no, un Max Pezzali che fra libri, canzoni, trasmissioni tv e cambi di look ha vissuto un 2013 piuttosto intenso ed appagante. E potrebbe anche riprovarci qualcuno già in lizza nell'ultima edizione, in primis Chiara Galiazzo, ma anche Max Gazzé, l'altro campione di Sanremo 2013 assieme a Mengoni: l'estroso cantautore potrebbe entrare in un trio nel segno della romanità con Daniele Silvestri (anche lui presente nel febbraio scorso) e Niccolò Fabi, che rappresenterebbe una réntrée graditissima. Fra i giovani usciti di recente dal vivaio festivaliero, l'ultimo trionfatore Antonio Maggio è in prima fila, ma non trascureremmo Erica Mou, che nel 2012 ebbe ottimi riscontri di critica e nelle ultime settimane è tornata prepotentemente alla ribalta con la colonna sonora del film "Una piccola impresa meridionale". 
VETERANI - In tema di "veterani" anni Novanta, Syria ha annunciato ufficialmente di essere "in fila per Sanremo": assieme a lei, da tenere d'occhio eventuali mosse di Gianluca Grignani, assente dal 2008, di Paola Turci, nonché di Mietta e Silvia Salemi, il cui indice di gradimento è tornato alle stelle grazie alla fortunata partecipazione a "Tale e quale show" di Carlo Conti. E poi Alex Britti, rivisto su buoni livelli nell'estate 2013, così come Neffa che centellina le sue apparizioni sul mercato discografico, ma quasi sempre coglie nel segno, come con l'ultima "Molto calmo". Ci sarebbero tappeti rossi e porte spalancate anche per un ritorno di Nek, che da Sanremo manca addirittura dai tempi di "Laura non c'è", nientemeno, mentre sarebbe giusto dare un'altra chance ad Alexia e a L'Aura. Fra le vecchie glorie, non dovrebbe mancare la proposta dell'eterno Al Bano, e chissà che non si convinca, dopo anni di scetticismo, Massimo Ranieri; Anna Oxa vorrà forse tornare alla carica, scottata dall'esclusione del 2013 e dalle recenti polemiche di "Ballando con le stelle",  alcune fonti danno in lizza Fabio Concato, mentre pare che anche Umberto Tozzi sia in studio a preparare qualcosa di nuovo, e allora... 
RAP, TALENT E ALTRO - Da tenere nella massima considerazione, come da me già scritto in altre occasioni, il fenomeno dei rapper all'italiana, che hanno dominato le classifiche italiane nell'anno che sta per concludersi. Uno, se non due posti, dovrebbero essere loro appannaggio, e allora sarà lotta serrata tra i vari Moreno Donadoni, Fedez, Clementino, Club Dogo... E poi i ragazzi dei talent: non si è ben capito se un posto di diritto spetterà al prossimo vincitore di X Factor (un azzardo, perché a volte funziona, come nel caso di Mengoni e Galiazzo, altre no, vedasi la pur brava Nathalie), mentre dal passato, oltre alla citata Ferreri, potrebbe riemergere qualcuno fra Marco Carta, Valerio Scanu e Pierdavide Carone, oltre a una Loredana Errore sempre massicciamente spinta dai fans (vedere Facebook per credere), oppure la trionfatrice della prima edizione di "The voice", Elhaida Dani. Altri nomi gettonati dai giornali sono quelli di Sergio Caputo, Francesco Sarcina (aveva tentato già l'anno passato), Cristiano De Andrè, Mondomarcio, Ron, nonché quel Mario Biondi eterno promesso al Festival (non è dato sapere se per sua effettiva volontà o per fantasia giornalistica) e mai approdato all'Ariston in gara. Infine, per quanto riguarda gli interpreti di nicchia", sarebbe auspicabile fosse la volta buona per i  raffinati Musica Nuda. Per il momento questo è quanto, con la doverosa postilla, già ribadita più volte anche per le scorse edizioni, che probabilmente nel "listone" finale compariranno diversi artisti mai citati in sede di pronostici. Anche questo è il bello del Festival. 

lunedì 28 ottobre 2013

MISS ITALIA 2013: LA DECADENZA CONTINUA, NONOSTANTE LA7


Miss Italia 2013 mi ha ricordato uno di quei Festival di Sanremo decadenti degli anni Settanta, snobbati dai grandi big della canzone e ridotti a un'unica serata televisiva. Paragone fin troppo ovvio, ma con i dovuti distinguo: perché il Festivalone rivierasco sopravvisse a quella fase delicatissima e si è poi saputo produrre in una clamorosa ripresa, mentre, allo stato delle cose, e dopo aver visionato la kermesse di ieri sera, non mi sentirei di pronosticare il medesimo, radioso futuro al più importante e popolare concorso di bellezza nazionale. 
POLEMICHE GRATUITE - Il caso Miss Italia è stato ampiamente dibattuto negli ultimi mesi. Diciamo subito che la questione va vista da una duplice prospettiva: l'esistenza stessa del concorso, il suo spirito, la sua essenza, da una parte, e dall'altra la sua trasposizione sul piccolo schermo. Ecco, riguardo al primo aspetto, la polemica sorta attorno ad esso mi è parsa del tutto gratuita, e la cosa ha amareggiato ancora di più perché ad alimentarla è stata una presa di posizione del Presidente della Camera Laura Boldrini, con uno di quei rigurgiti di femminismo deteriore che hanno portato, e continuano a portare, più danni che benefici alla sacrosanta causa della pari dignità fra uomo e donna. Scorgere in una innocua tenzone fra belle fanciulle i segni inequivocabili dell'arretratezza morale e culturale della società nostrana è spaventosamente superficiale: sfidarsi sul terreno dell'avvenenza fisica è in fondo un gioco come tanti altri, del tutto innocente se pensiamo che fin dai tempi della scuola bambini e bambine fanno graduatorie sul "fascino" di compagni e amichetti dell'altro sesso, come a dire che si tratta di un qualcosa che fa parte della natura umana.
Il fatto è che si tende a caricare di troppi significati, culturali se non addirittura politici, eventi che invece appartengono alla sfera dell'evasione, della leggerezza. Una sfilata di giovani ragazze nel fiore della bellezza, in un Paese maturo, non dovrebbe offendere nessuno, essere presa per quel che è, sorvolando sul fatto che esistono analoghe manifestazioni dedicate agli uomini (come "Il più bello d'Italia", che lanciò fra gli altri Gabriel Garko), e se hanno minor visibilità non è certo per maschilismo, ma semplicemente perché la kermesse inventata da Mirigliani ha più storia e più radicamento nel costume e nel tessuto sociale. Senza tralasciare il fatto che Miss Italia ha fatto la fortuna di molte ragazze, creando dal nulla attrici, modelle, presentatrici televisive la cui fama, in alcuni casi, ha valicato i patrii confini. 
INNOVAZIONE MANCATA - Dunque, giù le mani dalle Miss, in linea generale. Il problema è ciò che di questo concorso viene fatto a livello televisivo. Da La7 ci si attendeva una boccata d'aria fresca, un rinnovamento della formula, dopo la bulimia delle scorse edizioni, con numerose e lunghissime serate di stampo antico e di modesto livello spettacolare. La delusione è stata massima, e va detto che non è la prima volta che la giovane emittente erede di TMC non fa seguire i fatti alle promesse. Quello che doveva essere il rivoluzionario terzo polo televisivo sta solo inseguendo i due colossi concorrenti sullo stesso terreno, con format simili e spesso con gli stessi personaggi, senza un guizzo di originalità se non nelle intenzioni. 
Ecco, Miss Italia 2013 è stata "nuova" solo nelle intenzioni, nelle premesse: tutto si è fermato alla scelta anticonvenzionale dei padroni di casa. Anticonvenzionale fino a un certo punto: il passato della nostra tv insegna che affidare ruoli di presentatore a chi presentatore non è produce spesso effetti nefasti, a maggior ragione se il prodotto che viene affidato all'improvvisato anchorman non è di prima qualità. Così, dopo aver assistito alla soirée di Jesolo, la speranza è di poter vedere Massimo Ghini e Cesare Bocci tornare al più presto alle occupazioni abituali, magari regalandoci un'altra irresistibile versione teatrale del Vizietto, che avevo recensito qui sul blog l'anno scorso. 
PRESENTATORI INADEGUATI - Impaccio, ritmi modesti, appiattimento persino ostentato sul provvidenziale "gobbo elettronico" e su copioni mandati a memoria, sketch di dubbio valore artistico come il "processo a Miss Italia" allestito all'inizio. Certo, meglio loro di una Francesca Chillemi visibilmente a disagio, il cui splendido sorriso non è certo bastato a coprire lacune, inciampi e una generale scarsa dimestichezza coi tempi televisivi. La7 è una rete che da anni ha puntato forte sull'informazione, sui talk show: ma se decide di dedicare più spazio all'intrattenimento, al varietà, a manifestazioni di evasione come quella griffata Mirigliani, allora è il caso che apra una sorta di "vivaio" per presentatori, perché di fatto al momento non ha in casa professionisti del settore, un Carlo Conti o un Fabrizio Frizzi, è costretta a improvvisare e i risultati sono quelli prodotti dal precario trio "ammirato" poche ore fa. 
PRODOTTO DEBOLE - Il naufragio dei padroni di casa, come detto, è stato facilitato da un prodotto debole: le innovazioni auspicate non si sono viste, se non nella provvidenziale riduzione del numero di serate, peraltro "compensata" da una finalissima interminabile, diluita in quattro ore e mezzo. Le dinamiche della gara son sempre le stesse, le domande poste alle concorrenti idem, e le risposte non grondavano certo originalità, ma del resto cosa si pretendeva? Questo è un altro dei grandi equivoci che hanno minato le fondamenta della manifestazione. A Miss Italia deve vincere la bellezza fisica, chiedere a queste fanciulle saggi di cultura o di talento artistico è fuori luogo: dopo il concorso, avranno tempo di coltivare le loro qualità, di formarsi, di imparare e, se meritevoli, di sfondare. 
OSPITI SBAGLIATI - Del tutto infelice la scelta degli ospiti canori, Max Gazzè e Nina Zilli, presentatisi con un repertorio oltremodo datato: proprio in un autunno che si sta caratterizzando per il lancio sul mercato di nuovi dischi da parte di tanti big della canzone nostrana (Elisa, Giorgia, Emis Killa e Alessandra Amoroso su tutti) si poteva investire su altri cantanti e offrire loro una buona vetrina promozionale. Anche il bravissimo Alessandro Siani si è limitato al compitino, con un monologo discreto ma non all'altezza di altri precedenti, pensiamo a quello che sfoderò fra gli applausi a Sanremo 2012: forse ha avvertito la freddezza di un pubblico incredibilmente ingessato, e un comico esuberante come il napoletano certe cose le patisce... 
LO SCIVOLONE DI SOTTILE - Lo stesso esito finale della sfida ha premiato un volto, quello di Giulia Arena, tutto sommato ordinario (si parla comunque di bellissime donne, sia ben chiaro...), così come il livello generale delle concorrenti era buono ma abbastanza piatto, senza nessuna che balzasse agli occhi più delle altre o che brillasse di una luce o di un fascino particolari. Una vincitrice che tende a confondersi con altre che l'hanno preceduta, e che quindi dovrà dimostrare di avere davvero qualcosa in più dell'avvenenza fisica per ritagliarsi un posto al sole. 
Poco da dire sulla giuria (le giurie di "esperti vip" sono ormai il prezzemolino di ogni appuntamento televisivo in cui vi sia un qualunque tipo di gara) e soprattutto su un Salvo Sottile che ha ritenuto opportuno dichiarare di non voler più tornare a Miss Italia, e non ha saputo rinunciare al saluto a Enrico Mentana, fra l'altro uno dei più fieri oppositori del trasloco su La7 del concorso. E' un modo un po' curioso di fare il bastian contrario, quello del conduttore di "Linea gialla": se non piace il progetto, non si partecipa, si sta a casa e ci si dedica ad altro, invece di fare il membro della giuria e incidere dunque sull'esito della gara. Un tentativo un po' maldestro di contestazione "dal di dentro" di un colosso mediatico poco amato? Chi lo sa: di certo non ve n'era il bisogno, perché Miss Italia 2013 si è già fatta del male abbondantemente con la sola messa in onda. 
REINVENTARSI - Si torna al punto di partenza: questa storica manifestazione può sopravvivere senza scandalo, perché è innocua per lo status sociale e culturale del Paese e del "gentil sesso" e, anzi, aiuta qualcuna delle partecipanti a farsi largo nel difficile mondo dello spettacolo. Ma non può sopravvivere ridotta in certe vesti catodiche: il giovanilismo di facciata che maschera rughe profonde, una confezione nuova per un prodotto vecchio e immutabile, è un bluff che non può reggere a lungo. E comunque, sarà un paradosso ma Miss Italia ha goduto di salute florida e ha lanciato volti di spessore anche e soprattutto negli anni in cui l'attenzione mediatica era ridottissima, e addirittura la finale nemmeno veniva trasmessa in tv... Forse alcuni anni di basso profilo e bassa esposizione, magari ripartendo da circuiti televisivi minori se non addirittura dal web, per "ripensarsi" con calma e reinventarsi su standard più moderni, potrebbe non essere un'idea del tutto malvagia.