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mercoledì 14 febbraio 2024

FESTIVAL DI SANREMO, IL DOPO AMADEUS: ALCUNI NOMI PER IL FUTURO. CHI DIRIGERA'? CHI PRESENTERA'?

 


Diamo per assodata l'avvenuta conclusione del quinquennale ciclo sanremese di Amadeus, anche se l'amministratore delegato della Rai Roberto Sergio si è ripromesso di discuterne con l'interessato fra una quindicina di giorni, quando le emozioni della 74esima kermesse si saranno sopite. Ma l'anchorman è parso fermo nei suoi propositi, per quanto il mondo dello spettacolo ci abbia abituati a stravolgimenti e cambi di posizione repentini. Certo le pressioni nei suoi confronti  non sono lievi: come scrivevo nei giorni scorsi, si è mosso anche Enzo Mazza, CEO della Fimi, la "confindustria" della discografia italiana, chiedendo già prima di questa edizione una riconferma dell'attuale direttore artistico, alla luce dello straordinario impatto sul mercato musicale prodotto dai suoi festival. E Mazza ieri è tornato sull'argomento, chiarendo comunque che da questo modello di Sanremo non si potrà più tornare indietro.

SANREMO DI NUOVO CENTRALE - Per ora, si può considerare aperta la fase di successione. Una successione che non sarà indolore. Chi assumerà le redini vivrà  col peso di una enorme responsabilità, quella di dover quantomeno essere all'altezza dei tanti primati raggiunti e battuti dalla gestione che si è appena chiusa. E questo sarebbe già un grosso errore, che spero la dirigenza Rai non commetta: certi risultati non sono ripetibili come se fossero una routine. Mi riferisco soprattutto al discorso audience, mentre potrebbe essere più facile confermare l'ottimo trend commerciale della gara, ma ci arriviamo fra poco. Riguardo agli ascolti, quanto è accaduto quest'anno ha del miracoloso: cifre quasi da festival baudiani, nonostante dagli anni Ottanta e Novanta il panorama televisivo sia radicalmente cambiato, con la parcellizzazione della platea dovuta al moltiplicarsi di canali e piattaforme web. Dati del genere dicono che la rassegna ligure ha definitivamente riacquistato in toto la propria centralità nelle dinamiche mediatiche, musicali, di costume e, ebbene sì, sociali del paese. Una centralità che non è nata per caso, ma che è il frutto del mastodontico lavoro di rinnovamento della kermesse, in tutte le sue componenti, attuato da Amadeus e dai suoi collaboratori. Un restyling che ha avuto un merito enorme, il vero investimento sul futuro: Sanremo è tornato ad appassionare le nuove generazioni in modo totale, come forse non accadeva dall'età dell'oro degli anni Sessanta, coinvolgendole e affascinandole, ma non ha rinnegato alcuni elementi classici dell'evento, garantendosi la continuità di attenzione del pubblico più tradizionalista. Un'opera di ammodernamento che, lo si è detto più volte in questi giorni, ha riportato con  autorevolezza la kermesse nell'attualità del mondo musicale italiano, cogliendo e amplificando le tendenze e i sound più à la page. 

LE BASI SOLIDE LASCIATE DA AMA - Un patrimonio di ritrovata rilevanza, affetto popolare e credibilità canora che rappresenta una solidissima polizza a garanzia dell'avvenire della manifestazione. Che continuerà a registrare periodiche, inevitabili oscillazioni nel gradimento popolare televisivo e nella quantità di dischi d'oro e di platino che potrà portare ai partecipanti, ma che comunque può ora contare su fondamenta granitiche. Insomma, bisognerà proprio mettersi d'impegno per smontare un congegno così ben funzionante. Ciò non toglie, e torniamo al punto di partenza, che il confronto con Amadeus non potrà non esserci, situazione non nuova del resto, perché negli ultimi anni, a parte Fazio, tutti hanno avuto l'accortezza di lasciare all'apice della gloria e del successo, chiamando i successori a sforzi immani. Ed eccoci dunque al cuore della questione: chi dopo Ama? I nomi circolati negli ultimi giorni sono quelli più scontati e banali, il che non vuol dire che siano anche i più probabili. Facciamo un breve giro d'orizzonte, al momento forzatamente parziale, e in ordine sparso, senza dare percentuali di probabilità. 

CARLO CONTI: la sicurezza assoluta. Con lui è cominciato il riavvicinamento del Festivalone alla musica che si ascolta oggi, il ritorno alla realtà. Le sue tre edizioni hanno avuto ottimi esiti in termini di ascolti, buone canzoni, il lancio di emergenti poi divenuti big veri, su tutti Gabbani e Meta. Gli è mancato forse un pizzico di coraggio in più nell'andare a cercare nomi interessanti  e poco noti nel mondo indie; si è insomma collocato a metà strada fra la prudenza ecumenica di Baudo e gli istinti rivoluzionari di Amadeus. Però ha dimostrato di sapere fare il mestiere di gestore del Festival: tornasse, dovrebbe solo lasciare da parte la prudenza di cui si è detto e "buttarsi" maggiormente. 

CLAUDIO BAGLIONI: Sembra difficile, ma al momento di terminare il suo biennio festivaliero non chiuse totalmente le porta a un eventuale terzo impegno. In questi anni che lo separano dall'annunciato ritiro dalle scene, potrebbe tornare a dare una mano in Riviera. I suoi Sanremo, soprattutto il secondo, hanno rappresentato l'apripista ideale per l'avvento di "Ama", con nomi mainstream affiancati a un drappello di personaggi di nicchia portati per la prima volta alla ribalta generalista, da Motta agli Ex Otago a Ghemon. 

FIORELLA MANNOIA: è una candidatura che ho lanciato io, e credo io solo, quindi è un'idea che difficilmente si concretizzerà. Però si tratta di un'artista fra le più esperte e preparate della scena musicale italiana, un mostro sacro che ormai, a livello discografico, non ha più nulla da dimostrare, e potrebbe mettere la sua competenza al servizio di una rassegna che le ha dato tantissimo, anche se il suo percorso professionale si è sviluppato ampiamente anche lontano dall'Ariston. La sua sensibilità le permetterebbe di guardare con una certa attenzione a quel mondo cantautorale che negli ultimi tempi è stato un po' lasciato da parte, la sua intelligenza la porterebbe comunque a tenere nella massima considerazione i criteri di scelta schiettamente pop, e vincenti, adottati dal direttore uscente. 

LAURA PAUSINI: un altro nome forte, anzi fortissimo, della discografia italiana, che invece sta girando parecchio in questi giorni. Rispetto a Baglioni e Mannoia, paga il fatto di essere ancora parte più che mai attiva del mercato musicale nazionale e internazionale, nel pieno della carriera, e insomma, ricordiamo cosa avvenne ai tempi della direzione del cantautore romano, allorché si parlò neanche troppo velatamente di conflitto d'interessi. Ma Laura avrebbe comunque tutte le carte in regola per costruire un cast musicale e spettacolare di prim'ordine, anche per i suoi contatti nel mondo dello showbusiness planetario, e per la diretta conoscenza delle nuove tendenze sonore che stanno facendosi largo anche al di fuori dei nostri confini. 

MIKA: e già. Perché no? Cantante e musicista di spessore, innamorato dell'Italia, già protagonista di show televisivi in Rai, dotato di indubbia fantasia e sensibilità artistica. Certo mettendosi nelle sue mani si "rischierebbe" un Sanremo fuori dagli schemi, ma opportunamente spalleggiato potrebbe anche stupire.

ALESSANDRO CATTELAN: eternamente avvicinato alla kermesse sanremese, eternamente lontano da essa. La Rai lo sta sperimentando in vari modi; col programma in prime time, pur godibile, non è andata benissimo, in seconda serata ha la sua comfort zone, ma sarebbe giunto il momento di alzare il tiro. Cresciuto nel mondo delle radio e della musica in tv, conosce il panorama canoro nostrano in maniera sufficientemente ampia, credo, per potersela sbrigare sia come conduttore che come organizzatore dello spettacolo nel suo complesso. Del resto, lo abbiamo già visto alla guida del nostro Eurovision, proprio con la Pausini e con Mika, fra l'altro. Certo, sarebbe un piccolo azzardo per Sanremo, una novità, ma qui dipende dalla Rai, perché dopo il quinquennio d'oro degli "Amarello" le strade sono due: o la continuità o l'innovazione ulteriore. Credo comunque che, come orientamenti musicali, Cattelan si avvicinerebbe molto a quelli di Ama. 

 GIANMARCO MAZZI: ipotesi per il momento abbastanza lunare, ma neanche tanto. Chiaro che qui si sconfina in ambito politico: Mazzi è attualmente sottosegretario alla Cultura, ed è stato eletto alla Camera nelle file di Fratelli d'Italia. Ha però ricoperto il ruolo di direttore artistico (o direttore artistico musicale) in ben sei Festival, 2005, 2006 e dal 2009 al 2012. Furono edizioni importanti, significative: sia nel 2005 che nel 2009, la sua direzione letteralmente salvò il Sanremone, reduce da annate critiche e, si diceva da più parti, ormai destinato a rapida estinzione. Soprattutto nel suo ultimo quadriennio, ebbe il grande merito di riavvicinare la platea dei giovani alla manifestazione, anche se lo fece in maniera meno strutturata e più immediata rispetto ad Amadeus, cioè grazie al ricorso massiccio ai cantanti dei talent e al televoto. Però seppe anche dare un contributo fondamentale allo svecchiamento del carrozzone festivaliero, che non riusciva a slegarsi dai soliti, datati totem della canzone tricolore: con lui, nel cast entrarono massicciamente i nomi nuovi di allora, Arisa e Malika Ayane, Cristicchi e Noemi, Emma e Dolcenera, per citarne solo alcuni. Certo quei festival avevano anche un meccanismo di gara e una formula di spettacolo che oggi sarebbe, giustamente, improponibile, con eliminazioni a go go anche per i big e con finali a cui partecipava solo una decina di artisti. 

Il discorso su Mazzi ci porta direttamente nell'area presentatori, perché non è detto che un direttore artistico sia poi anche in grado di ricoprire il ruolo di padrone di casa, e viceversa: e con Mazzi, due Festival li ha condotti PAOLO BONOLIS, una candidatura che al momento mi lascia perplesso, sia perché l'anchorman si è ormai focalizzato su una serie di varietà e quiz di matrice schiettamente popolaresca a cui da anni sta dedicando anima e corpo, sia perché, in tempi recenti, aveva dichiarato possibile un suo ritorno al Festival solo se, nel frattempo, fosse stato garantito alla rassegna un palcoscenico più ampio e avveniristico rispetto al Teatro Ariston, un'arena che consentisse all'evento di avvicinarsi agli standard spettacolari dell'Eurovision. La cosa non è successa e mi pare che non si intraveda nemmeno all'orizzonte. Anche in uscite più recenti, del resto, non è parso particolarmente entusiasta all'idea di una "terza volta". 

Si è fatto il nome di ANTONELLA CLERICI, che il suo Sanremo in solitaria (2010) lo fece bene e con buoni esiti di audience, ma che da troppo tempo non si cimenta con eventi di tale portata. Se si parla di donne, il mio pallino, chi mi conosce lo sa, è SERENA ROSSI, che ha dimostrato un talento poliedrico, sa cantare, recitare e intrattenere, solo che negli ultimi tempi le sue presenze sul piccolo schermo si sono diradate. In tal senso, una garanzia sarebbe rappresentata da MICHELLE HUNZIKER, a suo agio nell'ultimo Festival presentato (2018) e poi ulteriormente perfezionatasi nella conduzione di show kolossal col suo "Michelle impossible" su Canale 5. Ma, appunto, è un personaggio strettamente Mediaset, così come GERRY SCOTTI, un altro che un Sanremo nella vita lo meriterebbe e che potrebbe ricoprire il duplice ruolo di organizzatore e padrone di casa; anche lui, però, da lustri bazzica più il mondo dei quiz che quello della musica. Sarebbe un rischio insomma, mentre stuzzica il nome di STEFANO DE MARTINO, uno dei pochi volti nuovi a disposizione della Rai, che su di lui sta puntando in maniera sempre più massiccia. E c'è da dire che il ragazzo mostra assoluta disinvoltura, innata simpatia e capacità di creare feeling coi suoi ospiti e col pubblico. Senza dimenticare l'opzione MARCO LIORNI, una vita da conduttore low profile ma da qualche tempo iper-impiegato da parte della Rai (dal quiz estivo Reazione a catena all'Eredità senza fermarsi un attimo), senza contare che da anni è presente a Sanremo nei giorni del Festival col suo pomeridiano "Italia sì", trasmissione che, all'epoca della prima edizione targata Amadeus, ospitò le selezioni delle Nuove proposte; insomma, un curriculum in vorticoso sviluppo, e una serie di segnali che, in casa della tv pubblica, hanno sempre un peso significativo. Il limite, non da poco: pochissima esperienza a livello di grossi eventi e di spettacoli di prima serata. 

sabato 26 ottobre 2019

SANREMO 2020: ECCO IL REGOLAMENTO. BIG PRECETTATI PER "I SOLITI IGNOTI" DEL 6 GENNAIO. MISCUGLIO INCOMPRENSIBILE FRA BRANI INEDITI E COVER


Ora che il regolamento è stato finalmente pubblicato, si può ragionare un po' più concretamente sul Sanremo che verrà. Registriamo innanzitutto l'ennesimo ritorno allo schema-base che più di tutti ha decretato le massime fortune del Festivalone, quantomeno a far data dalla rinascita iniziata nei primi anni Ottanta. La formula Ravera, dal nome dell'organizzatore dell'epoca, o formula Baudo, visto che il Pippo nazionale l'ha più volte riproposta nelle edizioni di cui ha avuto la responsabilità. E dunque, subito accantonata la categoria unica riesumata da Baglioni nella kermesse 2019, ecco di nuovo la suddivisione fra Big e Giovani. Lo si sapeva già da qualche settimana: ciò che non si sapeva era il tipo di competizione studiata per gli artisti vip. Ebbene, nessuna eliminazione: i venti prescelti (ma forse qualcuno in più, è il settantennale e ci saranno moltissime richieste) saranno tutti ammessi alla finalissima di sabato 8 febbraio, mentre toccherà agli otto esordienti-emergenti tornare a scannarsi senza esclusione di colpi, riducendosi a due per la sfida conclusiva di venerdì dopo una serie di scontri diretti. 
TRADIZIONALISMO - Insomma, su questo piano nulla di particolarmente coraggioso da parte del neo direttore artistico Amadeus, ma del resto era difficile prevedere azzardi particolari, alla luce delle inclinazioni tendenzialmente tradizionaliste di un conduttore ormai lontano dagli spigliati esordi televisivi e, diciamo così, "cannibalizzato" dalla media e rassicurante normalità dello standard delle produzioni targate Rai 1. Ma non è il caso di rammaricarsene: è un'edizione importante, quella del 2020, forse la più importante di sempre, anche solo per il fatto che si festeggia un compleanno di rilievo, un traguardo storico e impensabile per una rassegna canora che a più riprese è stata data per morta, decotta, superata anche da insigni critici con la penna perennemente avvelenata. Non era perciò utile imbarcarsi in avventure pericolose, proponendo una struttura del Festival rivoluzionaria e rivoluzionata: per quello ci sarà il tempo dal 2021 in poi, nel caso si rendessero necessarie. Certo, magari una fase eliminatoria "morbida" come quella adottata da Carlo Conti nel triennio 2015-2017 poteva anche starci, giusto per dare un po' di pepe in più alla competizione, ma negli ultimi anni la platea catodica ha dimostrato di poter "sopportare" anche una gara annacquata, senza rischi per i Campioni, e allora...
IL PASTICCIO COVER - Spulciamo fior da fiore dal regolamento: ritornano le cover, e anche questo non era un mistero. Erano la passione di Carlo Conti, cresciuto a pane e "Migliori anni", ma almeno questa volta la loro presenza ha un senso preciso nell'ambito della natura anche celebrativa di questo Festival numero 70. Perlomeno discutibile invece, e questa è invece una grossa novità, l'idea di far pesare i rifacimenti dei brani del passato sulla classifica generale dei Campioni. Anzi, diciamolo pure: lo trovo un non senso regolamentare e tecnico. Si mischiano pere e mele, come si suol dire: il concorso deve premiare la miglior canzone in gara, che senso ha "inquinare" la graduatoria con le valutazioni legate alle composizioni già edite (e famosissime) proposte dai cantanti? Valutazioni che, in quest'ultimo caso, non potranno che riguardare esclusivamente la performance dell'interprete e l'originalità del nuovo arrangiamento, tutti elementi che nulla hanno a che fare con il brano inedito scelto dal direttore artistico. Sinceramente non riesco a trovare una valida spiegazione a questa bizzarra innovazione regolamentare: ecco, quando prima parlavo di mancanza di formule nuove e alternative, non mi riferivo certo a una cosa del genere, che mi pare invece un pasticcio e nulla più, destinato però a sollevare polemiche prima, durante e dopo l'evento. Altra cosa, e molto più lineare, far pesare sulla classifica generale le versioni dei medesimi pezzi in gara rivedute e corrette con la partecipazione di cantanti e musicisti ospiti, come avvenuto nella gestione Baglioni. Mah. 
TUTTI A "I SOLITI IGNOTI" - L'altra grande novità riguarda invece il periodo pre sanremese. Vediamo: com'era prevedibile, il cast dei Big verrà annunciato il 6 gennaio, in occasione della trasmissione che ha decretato il grande ritorno in auge di Amadeus, ossia "I soliti ignoti". Essendo anche il programma abbinato alla Lotteria Italia, di cui quel giorno verranno estratti i biglietti vincenti, è facilmente prevedibile un boom dell'Auditel. Annuncio cast e distribuzione di milioni di euro, abbinata imperdibile. E fin qui tutto normale: ma i venti o più cantanti noti selezionati dovranno partecipare come ospiti a quella puntata, rischiando, in caso contrario, una clamorosa esclusione per far posto ad altro artista. Rai e direzione artistica inflessibili, dunque, ma c'è da dire che questa passerella aggiuntiva conviene a tutti: alla tv per aumentare ulteriormente l'appeal di quella prima serata di fine vacanze natalizie, ai cantanti perché un passaggio sul piccolo schermo in più, di questi tempi, è tutto grasso che cola, non essendoci più le vetrine di un tempo tipo Discoring, Superclassifica o, in periodi più recenti, Top of the Pops. Si richiede loro, insomma, un piccolo sacrificio però molto vantaggioso. L'amico poeta e sanremologo Luca Valerio, grande memoria storica del Festivalone, mi fa notare che non si tratta di una prima volta assoluta, e che già Paolo Bonolis, alla vigilia del Festival 2005, fece sfilare i suoi Campioni ad "Affari tuoi" il giorno della comunicazione del listone. Si tratta in ogni caso di un evento assai raro, una trovata alla quale in pochi hanno pensato anche in tempi di totale spettacolarizzazione mediatica: dal Giletti dell'Arena ai conduttori degli ultimi Sanremo Giovani autunnali, la "rivelazione" dei concorrenti è sempre avvenuta tramite semplice lettura dei nomi, e tutto finiva più o meno lì. 
RISCHIO FUGA DI NOTIZIE - Se il 6 gennaio 2020 è la data in cui tutte le riserve verranno sciolte, gli inviti ufficiali ai cantanti e ai loro management giungeranno nel periodo fra il 16 dicembre e il 3 gennaio: ciò apre una sorta di "buco" temporale, giorni durante i quali potrebbero esservi fughe di notizie in quantità tale da bruciare l'annuncio in diretta tv, un po' come accadde ad esempio nel 1994 quando una gola profonda spifferò a "Striscia la notizia" l'intero elenco dei Big scelti da Baudo. Ed è fin troppo evidente che, con il web e con la moltiplicazione di testate e testatine giornalistiche online, tale rischio aumenti in misura esponenziale. 
STRANIERI IN GARA E MINUTAGGIO - A una prima lettura, non si fa cenno alla nazionalità dei partecipanti (ma non è la prima volta), ergo potrebbe esserci spazio per qualche concorrente di fuorivia, il che non sarebbe male per celebrare l'eccezionalità dell'edizione. Si è fatto in tal senso il nome di Dionne Warwick in coppia con Silvia Mezzanotte, duetto di grande suggestione vocale ma di scarso appeal commerciale. Vedremo. Si torna all'antico, infine, riguardo alla durata delle canzoni, scendendo dai quattro minuti ai tre e mezzo, con qualche minima tolleranza: un peccato perché bisognerebbe lasciare la massima libertà espressiva agli autori. Gli appassionati ricorderanno che uno dei momenti più alti nella storia della kermesse fu l'esibizione dei Dire Straits, nell'81, con la lunghissima "Tunnel of love": senza arrivare a certi eccessi, ci vorrebbe più elasticità, e Baglioni l'aveva concessa... 
OCCORRERÀ UN CAST TRASVERSALE - Poi, al di là di regole e cavilli, anche se in molti tendono a dimenticarlo l'importante è il contenuto, più del contenitore, e quest'anno più che mai occorrerà essere trasversali, dare spazio alla più ampia gamma possibile di tendenze musicali: pop d'attualità, rap e trap, talent, cantautorato moderno, indie, super veterani e reduci anni Novanta, questi ultimi magari sfruttando l'onda lunga del successo di "Ora o mai più", altra trasmissione ottimamente pilotata da Amadeus e che l'ente tv di Stato ha tutto l'interesse a valorizzare ulteriormente. Una o due caselle nel cast festivaliero potrebbero dunque essere occupate dai vari Vallesi, Lisa, Morlacchi, Salemi ecc., beninteso se presenteranno produzioni qualitative, ma è ancora presto per azzardare ipotesi. Dopodiché, speriamo in un incremento delle quote rosa, nell'ultimo biennio fin troppo trascurate.

sabato 3 agosto 2019

VERSO SANREMO 2020: TOCCA AD AMADEUS, CONDUTTORE E DIRETTORE ARTISTICO. SCELTA AZZECCATA

Amadeus ai tempi de "L'eredità" (foto Sorrisi e Canzoni)

La lunga rincorsa di Amadeus si è conclusa. A quasi 57 anni, approda infine sul palco dell'Ariston: il Festival di Sanremo del settantennale porterà la sua firma, come conduttore e direttore artistico. Era scritto da mesi, in verità: la sua candidatura è sempre parsa la più solida, mentre non hanno mai convinto del tutto i rumors che parlavano di figure di altissimo spessore musicale, su tutte addirittura la grande e inafferrabile Mina. Personalmente, il suo nome lo avevo fatto qui sul blog in tempi non sospetti, ossia due anni fa, quando era sorto il problema di trovare un successore all'altezza dell'eccellente triennio targato Carlo Conti, e ancora nessuno poteva ipotizzare la nomina di Claudio Baglioni, cantautore storicamente allergico alle kermesse canore. 
CURRICULUM DI SPESSORE - Nessun dubbio è lecito sulla validità della scelta: il signor Amedeo Sebastiani (questo il suo vero nome) vanta un curriculum che ne legittima pienamente il nuovo e prestigioso incarico. Anni e anni di televisione, nasce come volto Mediaset per poi diventare una colonna dell'ente catodico di Stato. Le sette note fanno parte della sua vita e della sua carriera da sempre: è stato deejay e conduttore radiofonico (una delle tante scoperte di Claudio Cecchetto, formidabile talent scout), e una volta trasferitosi sul piccolo schermo ha guidato per diverse edizioni, negli anni Novanta, l'indimenticabile Festivalbar di Vittorio Salvetti. In Rai, poi, ha fatto veramente di tutto, ma particolarmente negli ultimi tempi ha sfondato definitivamente il muro della più estesa popolarità, entrando nelle case degli italiani pressoché quotidianamente col game show "I soliti ignoti - Il ritorno".
Non solo: è l'imprescindibile gran cerimoniere di "L'anno che verrà", la maratona di San Silvestro di Rai 1, senza dimenticare lo scanzonato "Stasera tutto è possibile" sul secondo canale. Fra il 2018 e il 2019, gli impegni si sono ulteriormente moltiplicati, quasi come se l'azienda volesse sottoporlo agli ultimi, decisivi test prima della grande ribalta in  Riviera: ecco dunque la novità "Ora o mai più", gara musicale riservata a cantanti degli anni Ottanta, Novanta e inizio ventunesimo secolo un po' dimenticati dal pubblico dopo alcuni grandi successi, e infine la conduzione della gradevolissima (benché piovosa) serata "Ballata per Genova" dalla Fiera internazionale del capoluogo ligure, in onore di una città ferita dal crollo del ponte Morandi. E in tutte queste circostanze, il simpatico ravennate ha sempre portato a casa la pagnotta con buoni risultati. L'unica vera riserva sul nuovo direttore, in definitiva, è rappresentata dal fatto di essere in pratica al debutto in un ruolo di così grande responsabilità, che dovrà per di più ricoprire in occasione di una delle edizioni più importanti di sempre del Sanremone: ma i mezzi per essere all'altezza del compito non gli mancano. 
CHI E' AMADEUS - Già, ma professionalmente che tipo è Amadeus? Io lo vedo così: un anchorman istituzionale ma non ingessato, dallo stile scarno ma al contempo colloquiale, ligio al copione ma anche capace di qualche "variazione sul tema", in simpatiche interazioni con pubblico, ospiti o, nel caso dei quiz, concorrenti. Un limite? In "Ora o mai più" è parso a tratti in difficoltà nella gestione dei tempi di trasmissione, soprattutto quando si trattava di porre un freno ai... debordanti giudici. Dettagli trascurabili che possono essere limati in serenità. In definitiva, si tratta di una figura rassicurante per il pubblico medio dell'ammiraglia Rai, ma non per questo un personaggio da bollare come "passatista". Musicalmente lo definirei onnivoro: nel suo percorso ha "assaggiato" i sound giovanili di Festivalbar e delle radio dancerecce, così come quelli più tradizionali che fanno la parte del leone nella proposta artistica di viale Mazzini; in più, con il citato show dedicato ai cantanti dimenticati, è emersa anche un'apprezzabile sensibilità nei confronti di chi, pur meritevole, è rimasto indietro per svariati motivi ed è perennemente in cerca di una seconda possibilità. 
UNA MISSION: RIDARE VISIBILITA' A QUELLI "FUORI DAL GIRO" - Una sensibilità che Amadeus potrebbe portare nella sua nuova esperienza ligure. In effetti, a Sanremo si chiede anche questo: restituire visibilità a validissimi artisti rimasi esclusi dal grande giro per tutta una serie di circostanze, non sempre imputabili a loro colpe. In questa estate 2019, per dire, stiamo assistendo al fenomeno Mietta: tornata alla ribalta con un singolo moderno e orecchiabile, "Milano è dove mi sono persa", sta facendo breccia per esclusivo merito dei fans, che la stanno spingendo sui social network con un'energia, una passione, un amore infiniti, sancendo così la sconfitta della discografia ufficiale e delle scelte dei grandi network radiofonici e dimostrando che, nella musica italiana, c'è vita oltre l'heavy rotation. Ecco, questo è un fattore al quale il neo direttore artistico sanremese non dovrà restare sordo: sarà doveroso guardare oltre la superficie del mainstream, riservare uno spazio dignitoso a chi, nel tempo, ha continuato a produrre musica di qualità lontano dai riflettori. Parallelamente, proseguire nel solco dell'ultimo Baglioni, che ha portato in gara realtà indipendenti di nicchia, da Motta agli Ex Otago agli Zen Circus. 
RECEPIRE LE MODE - Per il resto, il Festivalone, per rimanere sulla cresta dell'onda, richiede essenzialmente la capacità di saper recepire le mode musicali più à la page, e da questo punto di vista Amadeus non dovrebbe avere problemi di scelta: conosce i personaggi e gli stili che fanno tendenza fra le nuove generazioni, quelli che maggiormente garantiscono la riuscita commerciale della manifestazione come hanno dimostrato, in questo 2019, gli exploit di Ultimo, Mahmood, Achille Lauro, Shade e Federica Carta, Boomdabash. Rimarrà da chiarire la formula di gara. Della gestione Baglioni erano piaciute, a pubblico e critica, l'abolizione delle eliminazioni e l'istituzione di una categoria unica, formata da ventidue big e due giovani selezionati in dicembre, ma non è detto che tutto venga confermato. In un tavolo di lavoro convocato dalla Rai qualche giorno fa, al quale hanno partecipato esponenti dell'industria discografica, organizzatori di eventi musicali, esperti del settore, era emersa la richiesta degli addetti ai lavori di incrementare lo spazio a disposizione  delle nuove leve, il che potrebbe portare a un ripensamento della selezione di fine anno e a una reintroduzione della categoria Nuove proposte per la kermesse di febbraio. 
PIU' SPAZIO AI GIOVANI: NUOVA FORMULA? - Del resto, parliamoci chiaro: la formula Ravera - Baudo, dai nomi di coloro che l'hanno perfezionata e istituzionalizzata, è quella che ha decretato i maggiori consensi al Festival: big da una parte, debuttanti dall'altra, e non certo ridotti a due unità come nell'ultima edizione. E' fondamentale ridare linfa al "settore giovanile" di Sanremo, alla categoria che fino a qualche anno fa rappresentava il principale serbatoio da cui attingere per la formazione del cast dei "campioni": un vivaio che, per restare all'ultimo decennio, ha sfornato virgulti come Arisa, Malika Ayane, Nina Zilli, Ermal Meta, Francesco Gabbani, Ultimo, Mahmood, Raphael Gualazzi, e che non può essere ridotto a spazio infinitesimale. Attendiamoci quindi novità, anche perché Amadeus ha sostenuto, in passato, di aver già bene in mente il tipo di Festival che avrebbe fatto nel caso fosse stato chiamato in causa. Non è quindi detto che accetti passivamente formule e regolamenti stilati da chi l'ha preceduto.

mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

domenica 11 febbraio 2018

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018: ECCO I BIG DI BAGLIONI. E' IL FESTIVAL DELLE REUNION. CANZIAN, FACCHINETTI - FOGLI E META - MORO FAVORITI?


Il Festivalone "formato Baglioni" ha emesso ieri sera i primi vagiti in assenza del suo deus ex machina. Il direttore artistico è stato infatti il convitato di pietra dell'interminabile "Sarà Sanremo", tenendosi lontano dai riflettori della diretta tv e affidando ad anonime buste sigillate l'annuncio del cast dei Campioni, in pieno stile premi Oscar. Un cast spiazzante ma non troppo, diciamolo subito. Qualcosa del genere, senza grancasse e con un numero inferiore di posti a disposizione (quattordici contro i venti attuali), erano riusciti a fare Fabio Fazio e Mauro Pagani nel biennio 2013 - 2014, inserendo nella categoria regina artisti di nicchia, con scarsa esposizione mediatica e lontani dall'heavy rotation radiofonica, da Marta sui Tubi a Riccardo Sinigallia, dai Perturbazione a Simona Molinari e a Giuliano Palma. A febbraio troveremo la coppia formata da Enzo Avitabile e Peppe Servillo, ossia la Napoli della ricerca musicale più elaborata, fra tradizione e contemporaneità, e Lo Stato Sociale, band "indie", scelta del tutto distante dai canoni festivalieri ma assolutamente al passo coi tempi. 
ECUMENISMO IN STILE BAUDO - Nessuna rivoluzione, dunque; casomai un'attenzione maggiore, rispetto al recente passato, a certi generi musicali non propriamente commerciali e storicamente poco considerati dalle parti della Riviera ligure. Si ravvisa persino, nel listone dei Big, un certo "ecumenismo baudiano", perché nei suoi Sanremo il grande Pippo cercava di inserire personaggi per tutti i gusti, di accontentare la più ampia fascia di pubblico possibile, pur privilegiando la tradizione melodica all'italiana, ed è in fondo ciò che sembra aver fatto il cantautore romano. Certo, guardando al triennio targato Carlo Conti, soprattutto all'ultima edizione, la cesura è netta: il gruppo dei Campioni 2017 strizzava apertamente l'occhio al mercato, era pop che più pop non si poteva, si indirizzava senza mezze misure al pubblico più giovane, e va detto che la scelta era stata premiata, in quanto molti dischi usciti dall'Ariston avevano poi percorso una fruttuosa strada, a livello di vendite e di consensi sul web. Sanremo 2018 sarà invece trasversale, uno sguardo a largo raggio sul panorama canoro nostrano. 
NIENTE TALENT, NIENTE RAP - L'atto di coraggio del buon Claudio e dei suoi esperti sta tutto in una mossa: aver rinunciato a puntare su quei cantanti magari privi di un curriculum "pesante", ma che avrebbero garantito "a scatola chiusa" una massiccia attenzione da parte delle nuove generazioni. Non ci sono i più freschi prodotti dei talent; laddove l'anno scorso erano stati convocati Elodie e Sergio Sylvestre, quest'anno mancano i Riki e i Thomas; all'Ariston vedremo Annalisa, Noemi e i The Kolors, che da "Amici" e "X Factor" sono passati diverso tempo fa ma ormai si sono affrancati da quell'universo, costruendosi una carriera ricca di esperienze, pur fra alti e bassi. E manca totalmente il mondo dei rappers, i cui esponenti, sia volti di grido sia nomi meno noti, sono stati fra i dominatori delle chart italiane 2017. Vedremo se tale azzardo pagherà in termini di Auditel. 
VETERANI NON PRESENZIALISTI - Tornano i veterani, ma perlomeno, a parte Ron (che non mi aspettavo di ritrovare a soli dodici mesi di distanza), si tratta di veterani non logorati da continue presenze al Festival; si tratta, soprattutto, di pezzi di storia della nostra musica leggera che hanno ancora qualcosa da dare, nonché un notevole stuolo di fans e intatta credibilità: l'accoppiata Roby Facchinetti - Riccardo Fogli e Red Canzian da solista sono due colpi da maestro, e daranno vita a un derby che promette scintille; Fogli, oltretutto, mancava dalla rassegna da ben ventidue anni! Allo stesso modo, molto c'è da attendersi dai ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, paracadutati nel ventunesimo secolo direttamente da Sanremo '80, quando si rivelarono con "Contessa" ma poi non poterono sfruttare l'onda lunga di quel successo (si sciolsero poco dopo). E dopo quasi vent'anni ritorna Ornella Vanoni, che credo sia la concorrente più "anziana" di sempre (senza offesa) a partecipare alla kermesse, e che con Bungaro e Pacifico, due cantautori raffinati e fuori dai circuiti consumistici, dovrebbe dar vita a un impasto vocale e sonoro di gran classe. Luca Barbarossa completa il drappello dei big di lungo corso, ma questa volta pare intenzionato a dire qualcosa di diverso rispetto alla linea dei suoi precedenti Festival: il titolo del pezzo, "Passame er sale", promette bene in tal senso. 
REGGE IL VIVAIO DELLA RASSEGNA - E' tutto sommato ben rappresentato il vivaio sanremese, nonostante il "vuoto" del 2017, col vincitore delle Nuove Proposte Lele che non ha lasciato il segno e coi vari Maldestro e Marianne Mirage che stazionano ancora nel limbo degli emergenti. C'è però la "strana coppia" Ermal Meta - Fabrizio Moro, che mi sentirei di inserire fin da ora nel ristretto novero dei favoriti, c'è Nina Zilli, il cui bel singolo estivo "Mi hai fatto fare tardi" ha avuto un'accoglienza piuttosto tiepidina, c'è Giovanni Caccamo che dopo l'affermazione del 2015 non ha sbancato il mercato e si è messo alla prova in esperienze di altro tipo (presentatore televisivo), mentre il terzo posto del 2016 con Deborah Iurato non ha ricevuto sonante conferma al di fuori delle mura dell'Ariston; ci sono, infine, due scoperte di Fazio - Pagani, l'originale Renzo Rubino e quel Diodato che avevo citato fra i papabili sul blog pochi giorni fa, e che si accompagnerà a Roy Paci in un duetto tutto da scoprire. 
QUANTE REUNION! - Sarà anche il Festival delle reunion, in qualche modo: abbiamo parlato dei Decibel, del duo Facchinetti - Fogli, e ricompaiono pure Le Vibrazioni, protagoniste assolute all'inizio del secolo ("Dedicato a te", "Raggio di sole", "Ovunque andrò" sono pietre miliari del pop melodico contemporaneo) ma poi spentesi alla distanza, con Francesco Sarcina lanciatosi nella carriera solista. Nella quota degli artisti "fuori dagli schemi" trovano posto a buon diritto il mai banale Max Gazzè (anche in questo caso il titolo del brano è tutto un programma: "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno") e soprattutto Elio e le Storie Tese, che da musicisti ribelli e dissacranti sono diventati col tempo dei prezzemolini della manifestazione (siamo alla terza presenza nelle ultime sei edizioni!) ma la cui partecipazione è perlomeno giustificata dall'annunciato addio alle scene (ma sarà poi vero?). 
NESSUN NOME "CHE SPACCA" - Manca il nome boom, quello in grado di catalizzare i pronostici: quello che, diciamocelo chiaramente, ci si attendeva da un direttore artistico del calibro di Baglioni. Si era parlato di Elisa ed Emma, mentre le varie Giorgia e Carmen Consoli, per non parlare dei cantautori storici, si sono tenuti ancora una volta alla larga dalla gara rivierasca, per quanto sia quest'anno una gara annacquata, senza eliminazioni, con tutti i concorrenti in lizza fino all'ultimo. C'è un debutto di peso, questo sì, quel Mario Biondi che era da tempo la costante chimera del Festival, e che ha finalmente sciolto le riserve. A lui, alle coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, a Canzian, agli Elii assegniamo di primo acchito la prima fila nella corsa alla vittoria, coi Kolors possibili sorprese e auspicando un inserimento in gruppo di Annalisa, un'Annalisa sperabilmente di nuovo alle prese con quello stile brillante, leggero e sbarazzino che ne aveva fatto le iniziali fortune e che ha ritrovato l'estate scorsa con la collaborazione di Benji & Fede, dopo averlo abbandonato per la classicissima melodia di "Diluvio universale" (Sanremo 2016). E le Nuove proposte? La serata televisiva di "Sarà Sanremo" ha promosso Mudimbi, Eva, Mirkoeilcane, Lorenzo Baglioni, Giulia Casieri, Ultimo, ai quali si sono aggiunti i due vincitori di Area Sanremo, Leonardo Monteiro e Alice Caioli. Ma di loro mi riprometto di parlare più ampiamente nei prossimi giorni, dopo un più approfondito ascolto delle canzoni. 

domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.