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mercoledì 14 febbraio 2024

FESTIVAL DI SANREMO, IL DOPO AMADEUS: ALCUNI NOMI PER IL FUTURO. CHI DIRIGERA'? CHI PRESENTERA'?

 


Diamo per assodata l'avvenuta conclusione del quinquennale ciclo sanremese di Amadeus, anche se l'amministratore delegato della Rai Roberto Sergio si è ripromesso di discuterne con l'interessato fra una quindicina di giorni, quando le emozioni della 74esima kermesse si saranno sopite. Ma l'anchorman è parso fermo nei suoi propositi, per quanto il mondo dello spettacolo ci abbia abituati a stravolgimenti e cambi di posizione repentini. Certo le pressioni nei suoi confronti  non sono lievi: come scrivevo nei giorni scorsi, si è mosso anche Enzo Mazza, CEO della Fimi, la "confindustria" della discografia italiana, chiedendo già prima di questa edizione una riconferma dell'attuale direttore artistico, alla luce dello straordinario impatto sul mercato musicale prodotto dai suoi festival. E Mazza ieri è tornato sull'argomento, chiarendo comunque che da questo modello di Sanremo non si potrà più tornare indietro.

SANREMO DI NUOVO CENTRALE - Per ora, si può considerare aperta la fase di successione. Una successione che non sarà indolore. Chi assumerà le redini vivrà  col peso di una enorme responsabilità, quella di dover quantomeno essere all'altezza dei tanti primati raggiunti e battuti dalla gestione che si è appena chiusa. E questo sarebbe già un grosso errore, che spero la dirigenza Rai non commetta: certi risultati non sono ripetibili come se fossero una routine. Mi riferisco soprattutto al discorso audience, mentre potrebbe essere più facile confermare l'ottimo trend commerciale della gara, ma ci arriviamo fra poco. Riguardo agli ascolti, quanto è accaduto quest'anno ha del miracoloso: cifre quasi da festival baudiani, nonostante dagli anni Ottanta e Novanta il panorama televisivo sia radicalmente cambiato, con la parcellizzazione della platea dovuta al moltiplicarsi di canali e piattaforme web. Dati del genere dicono che la rassegna ligure ha definitivamente riacquistato in toto la propria centralità nelle dinamiche mediatiche, musicali, di costume e, ebbene sì, sociali del paese. Una centralità che non è nata per caso, ma che è il frutto del mastodontico lavoro di rinnovamento della kermesse, in tutte le sue componenti, attuato da Amadeus e dai suoi collaboratori. Un restyling che ha avuto un merito enorme, il vero investimento sul futuro: Sanremo è tornato ad appassionare le nuove generazioni in modo totale, come forse non accadeva dall'età dell'oro degli anni Sessanta, coinvolgendole e affascinandole, ma non ha rinnegato alcuni elementi classici dell'evento, garantendosi la continuità di attenzione del pubblico più tradizionalista. Un'opera di ammodernamento che, lo si è detto più volte in questi giorni, ha riportato con  autorevolezza la kermesse nell'attualità del mondo musicale italiano, cogliendo e amplificando le tendenze e i sound più à la page. 

LE BASI SOLIDE LASCIATE DA AMA - Un patrimonio di ritrovata rilevanza, affetto popolare e credibilità canora che rappresenta una solidissima polizza a garanzia dell'avvenire della manifestazione. Che continuerà a registrare periodiche, inevitabili oscillazioni nel gradimento popolare televisivo e nella quantità di dischi d'oro e di platino che potrà portare ai partecipanti, ma che comunque può ora contare su fondamenta granitiche. Insomma, bisognerà proprio mettersi d'impegno per smontare un congegno così ben funzionante. Ciò non toglie, e torniamo al punto di partenza, che il confronto con Amadeus non potrà non esserci, situazione non nuova del resto, perché negli ultimi anni, a parte Fazio, tutti hanno avuto l'accortezza di lasciare all'apice della gloria e del successo, chiamando i successori a sforzi immani. Ed eccoci dunque al cuore della questione: chi dopo Ama? I nomi circolati negli ultimi giorni sono quelli più scontati e banali, il che non vuol dire che siano anche i più probabili. Facciamo un breve giro d'orizzonte, al momento forzatamente parziale, e in ordine sparso, senza dare percentuali di probabilità. 

CARLO CONTI: la sicurezza assoluta. Con lui è cominciato il riavvicinamento del Festivalone alla musica che si ascolta oggi, il ritorno alla realtà. Le sue tre edizioni hanno avuto ottimi esiti in termini di ascolti, buone canzoni, il lancio di emergenti poi divenuti big veri, su tutti Gabbani e Meta. Gli è mancato forse un pizzico di coraggio in più nell'andare a cercare nomi interessanti  e poco noti nel mondo indie; si è insomma collocato a metà strada fra la prudenza ecumenica di Baudo e gli istinti rivoluzionari di Amadeus. Però ha dimostrato di sapere fare il mestiere di gestore del Festival: tornasse, dovrebbe solo lasciare da parte la prudenza di cui si è detto e "buttarsi" maggiormente. 

CLAUDIO BAGLIONI: Sembra difficile, ma al momento di terminare il suo biennio festivaliero non chiuse totalmente le porta a un eventuale terzo impegno. In questi anni che lo separano dall'annunciato ritiro dalle scene, potrebbe tornare a dare una mano in Riviera. I suoi Sanremo, soprattutto il secondo, hanno rappresentato l'apripista ideale per l'avvento di "Ama", con nomi mainstream affiancati a un drappello di personaggi di nicchia portati per la prima volta alla ribalta generalista, da Motta agli Ex Otago a Ghemon. 

FIORELLA MANNOIA: è una candidatura che ho lanciato io, e credo io solo, quindi è un'idea che difficilmente si concretizzerà. Però si tratta di un'artista fra le più esperte e preparate della scena musicale italiana, un mostro sacro che ormai, a livello discografico, non ha più nulla da dimostrare, e potrebbe mettere la sua competenza al servizio di una rassegna che le ha dato tantissimo, anche se il suo percorso professionale si è sviluppato ampiamente anche lontano dall'Ariston. La sua sensibilità le permetterebbe di guardare con una certa attenzione a quel mondo cantautorale che negli ultimi tempi è stato un po' lasciato da parte, la sua intelligenza la porterebbe comunque a tenere nella massima considerazione i criteri di scelta schiettamente pop, e vincenti, adottati dal direttore uscente. 

LAURA PAUSINI: un altro nome forte, anzi fortissimo, della discografia italiana, che invece sta girando parecchio in questi giorni. Rispetto a Baglioni e Mannoia, paga il fatto di essere ancora parte più che mai attiva del mercato musicale nazionale e internazionale, nel pieno della carriera, e insomma, ricordiamo cosa avvenne ai tempi della direzione del cantautore romano, allorché si parlò neanche troppo velatamente di conflitto d'interessi. Ma Laura avrebbe comunque tutte le carte in regola per costruire un cast musicale e spettacolare di prim'ordine, anche per i suoi contatti nel mondo dello showbusiness planetario, e per la diretta conoscenza delle nuove tendenze sonore che stanno facendosi largo anche al di fuori dei nostri confini. 

MIKA: e già. Perché no? Cantante e musicista di spessore, innamorato dell'Italia, già protagonista di show televisivi in Rai, dotato di indubbia fantasia e sensibilità artistica. Certo mettendosi nelle sue mani si "rischierebbe" un Sanremo fuori dagli schemi, ma opportunamente spalleggiato potrebbe anche stupire.

ALESSANDRO CATTELAN: eternamente avvicinato alla kermesse sanremese, eternamente lontano da essa. La Rai lo sta sperimentando in vari modi; col programma in prime time, pur godibile, non è andata benissimo, in seconda serata ha la sua comfort zone, ma sarebbe giunto il momento di alzare il tiro. Cresciuto nel mondo delle radio e della musica in tv, conosce il panorama canoro nostrano in maniera sufficientemente ampia, credo, per potersela sbrigare sia come conduttore che come organizzatore dello spettacolo nel suo complesso. Del resto, lo abbiamo già visto alla guida del nostro Eurovision, proprio con la Pausini e con Mika, fra l'altro. Certo, sarebbe un piccolo azzardo per Sanremo, una novità, ma qui dipende dalla Rai, perché dopo il quinquennio d'oro degli "Amarello" le strade sono due: o la continuità o l'innovazione ulteriore. Credo comunque che, come orientamenti musicali, Cattelan si avvicinerebbe molto a quelli di Ama. 

 GIANMARCO MAZZI: ipotesi per il momento abbastanza lunare, ma neanche tanto. Chiaro che qui si sconfina in ambito politico: Mazzi è attualmente sottosegretario alla Cultura, ed è stato eletto alla Camera nelle file di Fratelli d'Italia. Ha però ricoperto il ruolo di direttore artistico (o direttore artistico musicale) in ben sei Festival, 2005, 2006 e dal 2009 al 2012. Furono edizioni importanti, significative: sia nel 2005 che nel 2009, la sua direzione letteralmente salvò il Sanremone, reduce da annate critiche e, si diceva da più parti, ormai destinato a rapida estinzione. Soprattutto nel suo ultimo quadriennio, ebbe il grande merito di riavvicinare la platea dei giovani alla manifestazione, anche se lo fece in maniera meno strutturata e più immediata rispetto ad Amadeus, cioè grazie al ricorso massiccio ai cantanti dei talent e al televoto. Però seppe anche dare un contributo fondamentale allo svecchiamento del carrozzone festivaliero, che non riusciva a slegarsi dai soliti, datati totem della canzone tricolore: con lui, nel cast entrarono massicciamente i nomi nuovi di allora, Arisa e Malika Ayane, Cristicchi e Noemi, Emma e Dolcenera, per citarne solo alcuni. Certo quei festival avevano anche un meccanismo di gara e una formula di spettacolo che oggi sarebbe, giustamente, improponibile, con eliminazioni a go go anche per i big e con finali a cui partecipava solo una decina di artisti. 

Il discorso su Mazzi ci porta direttamente nell'area presentatori, perché non è detto che un direttore artistico sia poi anche in grado di ricoprire il ruolo di padrone di casa, e viceversa: e con Mazzi, due Festival li ha condotti PAOLO BONOLIS, una candidatura che al momento mi lascia perplesso, sia perché l'anchorman si è ormai focalizzato su una serie di varietà e quiz di matrice schiettamente popolaresca a cui da anni sta dedicando anima e corpo, sia perché, in tempi recenti, aveva dichiarato possibile un suo ritorno al Festival solo se, nel frattempo, fosse stato garantito alla rassegna un palcoscenico più ampio e avveniristico rispetto al Teatro Ariston, un'arena che consentisse all'evento di avvicinarsi agli standard spettacolari dell'Eurovision. La cosa non è successa e mi pare che non si intraveda nemmeno all'orizzonte. Anche in uscite più recenti, del resto, non è parso particolarmente entusiasta all'idea di una "terza volta". 

Si è fatto il nome di ANTONELLA CLERICI, che il suo Sanremo in solitaria (2010) lo fece bene e con buoni esiti di audience, ma che da troppo tempo non si cimenta con eventi di tale portata. Se si parla di donne, il mio pallino, chi mi conosce lo sa, è SERENA ROSSI, che ha dimostrato un talento poliedrico, sa cantare, recitare e intrattenere, solo che negli ultimi tempi le sue presenze sul piccolo schermo si sono diradate. In tal senso, una garanzia sarebbe rappresentata da MICHELLE HUNZIKER, a suo agio nell'ultimo Festival presentato (2018) e poi ulteriormente perfezionatasi nella conduzione di show kolossal col suo "Michelle impossible" su Canale 5. Ma, appunto, è un personaggio strettamente Mediaset, così come GERRY SCOTTI, un altro che un Sanremo nella vita lo meriterebbe e che potrebbe ricoprire il duplice ruolo di organizzatore e padrone di casa; anche lui, però, da lustri bazzica più il mondo dei quiz che quello della musica. Sarebbe un rischio insomma, mentre stuzzica il nome di STEFANO DE MARTINO, uno dei pochi volti nuovi a disposizione della Rai, che su di lui sta puntando in maniera sempre più massiccia. E c'è da dire che il ragazzo mostra assoluta disinvoltura, innata simpatia e capacità di creare feeling coi suoi ospiti e col pubblico. Senza dimenticare l'opzione MARCO LIORNI, una vita da conduttore low profile ma da qualche tempo iper-impiegato da parte della Rai (dal quiz estivo Reazione a catena all'Eredità senza fermarsi un attimo), senza contare che da anni è presente a Sanremo nei giorni del Festival col suo pomeridiano "Italia sì", trasmissione che, all'epoca della prima edizione targata Amadeus, ospitò le selezioni delle Nuove proposte; insomma, un curriculum in vorticoso sviluppo, e una serie di segnali che, in casa della tv pubblica, hanno sempre un peso significativo. Il limite, non da poco: pochissima esperienza a livello di grossi eventi e di spettacoli di prima serata. 

sabato 26 ottobre 2019

SANREMO 2020: ECCO IL REGOLAMENTO. BIG PRECETTATI PER "I SOLITI IGNOTI" DEL 6 GENNAIO. MISCUGLIO INCOMPRENSIBILE FRA BRANI INEDITI E COVER


Ora che il regolamento è stato finalmente pubblicato, si può ragionare un po' più concretamente sul Sanremo che verrà. Registriamo innanzitutto l'ennesimo ritorno allo schema-base che più di tutti ha decretato le massime fortune del Festivalone, quantomeno a far data dalla rinascita iniziata nei primi anni Ottanta. La formula Ravera, dal nome dell'organizzatore dell'epoca, o formula Baudo, visto che il Pippo nazionale l'ha più volte riproposta nelle edizioni di cui ha avuto la responsabilità. E dunque, subito accantonata la categoria unica riesumata da Baglioni nella kermesse 2019, ecco di nuovo la suddivisione fra Big e Giovani. Lo si sapeva già da qualche settimana: ciò che non si sapeva era il tipo di competizione studiata per gli artisti vip. Ebbene, nessuna eliminazione: i venti prescelti (ma forse qualcuno in più, è il settantennale e ci saranno moltissime richieste) saranno tutti ammessi alla finalissima di sabato 8 febbraio, mentre toccherà agli otto esordienti-emergenti tornare a scannarsi senza esclusione di colpi, riducendosi a due per la sfida conclusiva di venerdì dopo una serie di scontri diretti. 
TRADIZIONALISMO - Insomma, su questo piano nulla di particolarmente coraggioso da parte del neo direttore artistico Amadeus, ma del resto era difficile prevedere azzardi particolari, alla luce delle inclinazioni tendenzialmente tradizionaliste di un conduttore ormai lontano dagli spigliati esordi televisivi e, diciamo così, "cannibalizzato" dalla media e rassicurante normalità dello standard delle produzioni targate Rai 1. Ma non è il caso di rammaricarsene: è un'edizione importante, quella del 2020, forse la più importante di sempre, anche solo per il fatto che si festeggia un compleanno di rilievo, un traguardo storico e impensabile per una rassegna canora che a più riprese è stata data per morta, decotta, superata anche da insigni critici con la penna perennemente avvelenata. Non era perciò utile imbarcarsi in avventure pericolose, proponendo una struttura del Festival rivoluzionaria e rivoluzionata: per quello ci sarà il tempo dal 2021 in poi, nel caso si rendessero necessarie. Certo, magari una fase eliminatoria "morbida" come quella adottata da Carlo Conti nel triennio 2015-2017 poteva anche starci, giusto per dare un po' di pepe in più alla competizione, ma negli ultimi anni la platea catodica ha dimostrato di poter "sopportare" anche una gara annacquata, senza rischi per i Campioni, e allora...
IL PASTICCIO COVER - Spulciamo fior da fiore dal regolamento: ritornano le cover, e anche questo non era un mistero. Erano la passione di Carlo Conti, cresciuto a pane e "Migliori anni", ma almeno questa volta la loro presenza ha un senso preciso nell'ambito della natura anche celebrativa di questo Festival numero 70. Perlomeno discutibile invece, e questa è invece una grossa novità, l'idea di far pesare i rifacimenti dei brani del passato sulla classifica generale dei Campioni. Anzi, diciamolo pure: lo trovo un non senso regolamentare e tecnico. Si mischiano pere e mele, come si suol dire: il concorso deve premiare la miglior canzone in gara, che senso ha "inquinare" la graduatoria con le valutazioni legate alle composizioni già edite (e famosissime) proposte dai cantanti? Valutazioni che, in quest'ultimo caso, non potranno che riguardare esclusivamente la performance dell'interprete e l'originalità del nuovo arrangiamento, tutti elementi che nulla hanno a che fare con il brano inedito scelto dal direttore artistico. Sinceramente non riesco a trovare una valida spiegazione a questa bizzarra innovazione regolamentare: ecco, quando prima parlavo di mancanza di formule nuove e alternative, non mi riferivo certo a una cosa del genere, che mi pare invece un pasticcio e nulla più, destinato però a sollevare polemiche prima, durante e dopo l'evento. Altra cosa, e molto più lineare, far pesare sulla classifica generale le versioni dei medesimi pezzi in gara rivedute e corrette con la partecipazione di cantanti e musicisti ospiti, come avvenuto nella gestione Baglioni. Mah. 
TUTTI A "I SOLITI IGNOTI" - L'altra grande novità riguarda invece il periodo pre sanremese. Vediamo: com'era prevedibile, il cast dei Big verrà annunciato il 6 gennaio, in occasione della trasmissione che ha decretato il grande ritorno in auge di Amadeus, ossia "I soliti ignoti". Essendo anche il programma abbinato alla Lotteria Italia, di cui quel giorno verranno estratti i biglietti vincenti, è facilmente prevedibile un boom dell'Auditel. Annuncio cast e distribuzione di milioni di euro, abbinata imperdibile. E fin qui tutto normale: ma i venti o più cantanti noti selezionati dovranno partecipare come ospiti a quella puntata, rischiando, in caso contrario, una clamorosa esclusione per far posto ad altro artista. Rai e direzione artistica inflessibili, dunque, ma c'è da dire che questa passerella aggiuntiva conviene a tutti: alla tv per aumentare ulteriormente l'appeal di quella prima serata di fine vacanze natalizie, ai cantanti perché un passaggio sul piccolo schermo in più, di questi tempi, è tutto grasso che cola, non essendoci più le vetrine di un tempo tipo Discoring, Superclassifica o, in periodi più recenti, Top of the Pops. Si richiede loro, insomma, un piccolo sacrificio però molto vantaggioso. L'amico poeta e sanremologo Luca Valerio, grande memoria storica del Festivalone, mi fa notare che non si tratta di una prima volta assoluta, e che già Paolo Bonolis, alla vigilia del Festival 2005, fece sfilare i suoi Campioni ad "Affari tuoi" il giorno della comunicazione del listone. Si tratta in ogni caso di un evento assai raro, una trovata alla quale in pochi hanno pensato anche in tempi di totale spettacolarizzazione mediatica: dal Giletti dell'Arena ai conduttori degli ultimi Sanremo Giovani autunnali, la "rivelazione" dei concorrenti è sempre avvenuta tramite semplice lettura dei nomi, e tutto finiva più o meno lì. 
RISCHIO FUGA DI NOTIZIE - Se il 6 gennaio 2020 è la data in cui tutte le riserve verranno sciolte, gli inviti ufficiali ai cantanti e ai loro management giungeranno nel periodo fra il 16 dicembre e il 3 gennaio: ciò apre una sorta di "buco" temporale, giorni durante i quali potrebbero esservi fughe di notizie in quantità tale da bruciare l'annuncio in diretta tv, un po' come accadde ad esempio nel 1994 quando una gola profonda spifferò a "Striscia la notizia" l'intero elenco dei Big scelti da Baudo. Ed è fin troppo evidente che, con il web e con la moltiplicazione di testate e testatine giornalistiche online, tale rischio aumenti in misura esponenziale. 
STRANIERI IN GARA E MINUTAGGIO - A una prima lettura, non si fa cenno alla nazionalità dei partecipanti (ma non è la prima volta), ergo potrebbe esserci spazio per qualche concorrente di fuorivia, il che non sarebbe male per celebrare l'eccezionalità dell'edizione. Si è fatto in tal senso il nome di Dionne Warwick in coppia con Silvia Mezzanotte, duetto di grande suggestione vocale ma di scarso appeal commerciale. Vedremo. Si torna all'antico, infine, riguardo alla durata delle canzoni, scendendo dai quattro minuti ai tre e mezzo, con qualche minima tolleranza: un peccato perché bisognerebbe lasciare la massima libertà espressiva agli autori. Gli appassionati ricorderanno che uno dei momenti più alti nella storia della kermesse fu l'esibizione dei Dire Straits, nell'81, con la lunghissima "Tunnel of love": senza arrivare a certi eccessi, ci vorrebbe più elasticità, e Baglioni l'aveva concessa... 
OCCORRERÀ UN CAST TRASVERSALE - Poi, al di là di regole e cavilli, anche se in molti tendono a dimenticarlo l'importante è il contenuto, più del contenitore, e quest'anno più che mai occorrerà essere trasversali, dare spazio alla più ampia gamma possibile di tendenze musicali: pop d'attualità, rap e trap, talent, cantautorato moderno, indie, super veterani e reduci anni Novanta, questi ultimi magari sfruttando l'onda lunga del successo di "Ora o mai più", altra trasmissione ottimamente pilotata da Amadeus e che l'ente tv di Stato ha tutto l'interesse a valorizzare ulteriormente. Una o due caselle nel cast festivaliero potrebbero dunque essere occupate dai vari Vallesi, Lisa, Morlacchi, Salemi ecc., beninteso se presenteranno produzioni qualitative, ma è ancora presto per azzardare ipotesi. Dopodiché, speriamo in un incremento delle quote rosa, nell'ultimo biennio fin troppo trascurate.

sabato 3 agosto 2019

VERSO SANREMO 2020: TOCCA AD AMADEUS, CONDUTTORE E DIRETTORE ARTISTICO. SCELTA AZZECCATA

Amadeus ai tempi de "L'eredità" (foto Sorrisi e Canzoni)

La lunga rincorsa di Amadeus si è conclusa. A quasi 57 anni, approda infine sul palco dell'Ariston: il Festival di Sanremo del settantennale porterà la sua firma, come conduttore e direttore artistico. Era scritto da mesi, in verità: la sua candidatura è sempre parsa la più solida, mentre non hanno mai convinto del tutto i rumors che parlavano di figure di altissimo spessore musicale, su tutte addirittura la grande e inafferrabile Mina. Personalmente, il suo nome lo avevo fatto qui sul blog in tempi non sospetti, ossia due anni fa, quando era sorto il problema di trovare un successore all'altezza dell'eccellente triennio targato Carlo Conti, e ancora nessuno poteva ipotizzare la nomina di Claudio Baglioni, cantautore storicamente allergico alle kermesse canore. 
CURRICULUM DI SPESSORE - Nessun dubbio è lecito sulla validità della scelta: il signor Amedeo Sebastiani (questo il suo vero nome) vanta un curriculum che ne legittima pienamente il nuovo e prestigioso incarico. Anni e anni di televisione, nasce come volto Mediaset per poi diventare una colonna dell'ente catodico di Stato. Le sette note fanno parte della sua vita e della sua carriera da sempre: è stato deejay e conduttore radiofonico (una delle tante scoperte di Claudio Cecchetto, formidabile talent scout), e una volta trasferitosi sul piccolo schermo ha guidato per diverse edizioni, negli anni Novanta, l'indimenticabile Festivalbar di Vittorio Salvetti. In Rai, poi, ha fatto veramente di tutto, ma particolarmente negli ultimi tempi ha sfondato definitivamente il muro della più estesa popolarità, entrando nelle case degli italiani pressoché quotidianamente col game show "I soliti ignoti - Il ritorno".
Non solo: è l'imprescindibile gran cerimoniere di "L'anno che verrà", la maratona di San Silvestro di Rai 1, senza dimenticare lo scanzonato "Stasera tutto è possibile" sul secondo canale. Fra il 2018 e il 2019, gli impegni si sono ulteriormente moltiplicati, quasi come se l'azienda volesse sottoporlo agli ultimi, decisivi test prima della grande ribalta in  Riviera: ecco dunque la novità "Ora o mai più", gara musicale riservata a cantanti degli anni Ottanta, Novanta e inizio ventunesimo secolo un po' dimenticati dal pubblico dopo alcuni grandi successi, e infine la conduzione della gradevolissima (benché piovosa) serata "Ballata per Genova" dalla Fiera internazionale del capoluogo ligure, in onore di una città ferita dal crollo del ponte Morandi. E in tutte queste circostanze, il simpatico ravennate ha sempre portato a casa la pagnotta con buoni risultati. L'unica vera riserva sul nuovo direttore, in definitiva, è rappresentata dal fatto di essere in pratica al debutto in un ruolo di così grande responsabilità, che dovrà per di più ricoprire in occasione di una delle edizioni più importanti di sempre del Sanremone: ma i mezzi per essere all'altezza del compito non gli mancano. 
CHI E' AMADEUS - Già, ma professionalmente che tipo è Amadeus? Io lo vedo così: un anchorman istituzionale ma non ingessato, dallo stile scarno ma al contempo colloquiale, ligio al copione ma anche capace di qualche "variazione sul tema", in simpatiche interazioni con pubblico, ospiti o, nel caso dei quiz, concorrenti. Un limite? In "Ora o mai più" è parso a tratti in difficoltà nella gestione dei tempi di trasmissione, soprattutto quando si trattava di porre un freno ai... debordanti giudici. Dettagli trascurabili che possono essere limati in serenità. In definitiva, si tratta di una figura rassicurante per il pubblico medio dell'ammiraglia Rai, ma non per questo un personaggio da bollare come "passatista". Musicalmente lo definirei onnivoro: nel suo percorso ha "assaggiato" i sound giovanili di Festivalbar e delle radio dancerecce, così come quelli più tradizionali che fanno la parte del leone nella proposta artistica di viale Mazzini; in più, con il citato show dedicato ai cantanti dimenticati, è emersa anche un'apprezzabile sensibilità nei confronti di chi, pur meritevole, è rimasto indietro per svariati motivi ed è perennemente in cerca di una seconda possibilità. 
UNA MISSION: RIDARE VISIBILITA' A QUELLI "FUORI DAL GIRO" - Una sensibilità che Amadeus potrebbe portare nella sua nuova esperienza ligure. In effetti, a Sanremo si chiede anche questo: restituire visibilità a validissimi artisti rimasi esclusi dal grande giro per tutta una serie di circostanze, non sempre imputabili a loro colpe. In questa estate 2019, per dire, stiamo assistendo al fenomeno Mietta: tornata alla ribalta con un singolo moderno e orecchiabile, "Milano è dove mi sono persa", sta facendo breccia per esclusivo merito dei fans, che la stanno spingendo sui social network con un'energia, una passione, un amore infiniti, sancendo così la sconfitta della discografia ufficiale e delle scelte dei grandi network radiofonici e dimostrando che, nella musica italiana, c'è vita oltre l'heavy rotation. Ecco, questo è un fattore al quale il neo direttore artistico sanremese non dovrà restare sordo: sarà doveroso guardare oltre la superficie del mainstream, riservare uno spazio dignitoso a chi, nel tempo, ha continuato a produrre musica di qualità lontano dai riflettori. Parallelamente, proseguire nel solco dell'ultimo Baglioni, che ha portato in gara realtà indipendenti di nicchia, da Motta agli Ex Otago agli Zen Circus. 
RECEPIRE LE MODE - Per il resto, il Festivalone, per rimanere sulla cresta dell'onda, richiede essenzialmente la capacità di saper recepire le mode musicali più à la page, e da questo punto di vista Amadeus non dovrebbe avere problemi di scelta: conosce i personaggi e gli stili che fanno tendenza fra le nuove generazioni, quelli che maggiormente garantiscono la riuscita commerciale della manifestazione come hanno dimostrato, in questo 2019, gli exploit di Ultimo, Mahmood, Achille Lauro, Shade e Federica Carta, Boomdabash. Rimarrà da chiarire la formula di gara. Della gestione Baglioni erano piaciute, a pubblico e critica, l'abolizione delle eliminazioni e l'istituzione di una categoria unica, formata da ventidue big e due giovani selezionati in dicembre, ma non è detto che tutto venga confermato. In un tavolo di lavoro convocato dalla Rai qualche giorno fa, al quale hanno partecipato esponenti dell'industria discografica, organizzatori di eventi musicali, esperti del settore, era emersa la richiesta degli addetti ai lavori di incrementare lo spazio a disposizione  delle nuove leve, il che potrebbe portare a un ripensamento della selezione di fine anno e a una reintroduzione della categoria Nuove proposte per la kermesse di febbraio. 
PIU' SPAZIO AI GIOVANI: NUOVA FORMULA? - Del resto, parliamoci chiaro: la formula Ravera - Baudo, dai nomi di coloro che l'hanno perfezionata e istituzionalizzata, è quella che ha decretato i maggiori consensi al Festival: big da una parte, debuttanti dall'altra, e non certo ridotti a due unità come nell'ultima edizione. E' fondamentale ridare linfa al "settore giovanile" di Sanremo, alla categoria che fino a qualche anno fa rappresentava il principale serbatoio da cui attingere per la formazione del cast dei "campioni": un vivaio che, per restare all'ultimo decennio, ha sfornato virgulti come Arisa, Malika Ayane, Nina Zilli, Ermal Meta, Francesco Gabbani, Ultimo, Mahmood, Raphael Gualazzi, e che non può essere ridotto a spazio infinitesimale. Attendiamoci quindi novità, anche perché Amadeus ha sostenuto, in passato, di aver già bene in mente il tipo di Festival che avrebbe fatto nel caso fosse stato chiamato in causa. Non è quindi detto che accetti passivamente formule e regolamenti stilati da chi l'ha preceduto.

domenica 10 febbraio 2019

SANREMO 2019: FINALE A SORPRESA PER UN FESTIVAL CONTROCORRENTE. NON SCANDALOSO IL SUCCESSO DI MAHMOOD, DELUSIONE PER NEK E TURCI


Ecco dunque la sorpresissima. Alzi la mano chi aveva previsto il trionfo di Mahmood. Io no, sinceramente, e del resto scripta manent. I favoriti erano quei "sei più uno" che avevo citato nei precedenti post (Ultimo, Volo, Irama, Nek, Arisa, Bertè e Cristicchi): l'exploit di "Soldi" è senz'altro uno degli esiti più clamorosi di sempre, nella storia del Festivalone. Per trovare una conclusione altrettanto stupefacente, spiazzante, inattesa, bisogna forse risalire al Sanremo del 1997, alla vittoria dei Jalisse. Dopo, si sono registrate altre medaglie d'oro insolite, penso agli Avion Travel del 2000 o alla coppia Giò Di Tonno - Lola Ponce del 2008, ma si trattava comunque di artisti big, con dignitosissime carriere alle spalle. Il ragazzo italo-egiziano, pur arrivando da diversi anni di "praticantato", è comunque alle prime armi sulle ribalte musicali che contano: il suo percorso sanremese può essere assimilato a quello di Annalisa Minetti, che nel '98 vinse il venerdì le Nuove proposte, si trovò sbalzata nella categoria regina e al sabato sbaragliò nuovamente il campo; la differenza è che, per questa 69esima edizione, la sezione Giovani è stata dirottata nell'anticipo di dicembre, un ridimensionamento che, come già sottolineato, ha tolto importante visibilità mediatica al vivaio rivierasco. In tal senso, si può dire che l'affermazione di Mahmood compensi almeno in parte l'ingiusto trattamento riservato agli emergenti, portando alla ribalta proprio un fresco esponente di quella categoria che un tempo era il vanto della kermesse, e oggi è invece vissuta quasi come un peso. 
VERDETTO CHE CI STA - Onestamente, trovo questo risultato assai meno scandaloso di altri maturati in passato: penso ai citati allori conquistati da Minetti e Di Tonno - Ponce, ma anche a quelli di Marco Carta e Valerio Scanu, che ancora gridano vendetta. Il pezzo di Mahmood mi ha colpito da subito: mai avrei pensato non dico al primo posto, ma nemmeno a un ingresso sul podio; lo accreditavo più che altro di un grosso successo lontano dall'Ariston, ossia vendite, streaming, rotazione radiofonica, perché è un brano fra i più contemporanei dell'edizione, dalla costruzione originale e valorizzato dalla particolarissima vocalità dell'interprete; un brano però martellante, con quelle trovatine testuali (le ripetizioni ossessive di "Come va, come va" e "Soldi, soldi", o il battito di mani) che servono a imprimere una canzone nella mente.
BUON MECCANISMO DI VOTAZIONE - Un'opera che, dicono i primi dati diffusi da mamma Rai, è stata spinta all'affermazione dalle due giurie "d'élite", ossia quella degli esperti (così è definita nel regolamento ufficiale, anche se in diretta è stata ribattezzata "d'onore") e quella della sala stampa, mentre i televotanti da casa si erano espressi massicciamente a favore di Ultimo. Trovo però che le polemiche abbiano poco senso: era peggio col Totip o con la classifica finale affidata esclusivamente agli sms. Il sistema di votazione attualmente in vigore, col suo complesso meccanismo di percentuali, pesi e contrappesi, calcolo di medie e quant'altro, è forse il più equo possibile, al momento. Modera il peso dei ragazzini e dei fans sfegatati che smanettano sugli smartphone, senza però dare un peso eccessivo ai suddetti esperti, che in un paio di edizioni passate hanno invece fatto il bello e il cattivo tempo sancendo verdetti giustamente discussi. Poi tutto è perfettibile, due cose in particolare: gli esperti dovrebbero essere veri addetti ai lavori, ossia musicisti, autori, compositori; riguardo alla giuria della sala stampa, se ne potrebbe fare tranquillamente a meno: i giornalisti dovrebbero valutare le canzoni sulle loro testate di appartenenza, e non condizionare l'esito della gara ligure.
ULTIMO DELUSO, MA SI RIFARA' - Ultimo l'ha presa male, e posso anche capirlo. Aveva un pezzo trasversale, scritto con un linguaggio diretto che arriva ai giovanissimi ma costruito su un impianto tradizionale che può indubbiamente piacere anche a un pubblico più agée, e oltretutto ieri sera ha davvero dato fondo a tutte le sue energie, con la migliore delle performance da lui offerte in questa settimana. Non vale la pena di incupirsi per un secondo posto che poteva essere primo, il giovanotto lo capirà col tempo: a Sanremo conta più il dopo che il durante, ossia gli esiti commerciali e i riscontri di popolarità, che non la graduatoria sul palco ligure. Il gradino più basso del podio rappresenta invece il massimo cui potesse aspirare Il Volo, e i tre ragazzi lo hanno capito, accettando il verdetto con sportività e, anzi, rallegrandosene. Sarà la tranquillità di avere comunque le spalle coperte da un curriculum artistico granitico e sempre ricco di prospettive... Fatto sta che "Musica che resta", canzone iperclassica nell'impostazione e con l'immancabile esplosione di voci nel refrain, ha una sua precisa dignità ma ricalca in buona parte lo schema vincente di "Grande amore", trionfante quattro anni fa; proposta scarsamente coraggiosa, dunque, per la quale il primato sarebbe stato eccessivo. 
BERTE': VA BENE IL QUARTO POSTO - A proposito di delusioni e contestazioni: francamente inaccettabile la reazione del pubblico dell'Ariston al quarto posto di Loredana Bertè. Anche in questo caso, il passato ci ha mostrato di peggio: andando a memoria, ricordo i fischi e le urla che accolsero l'esclusione di Renato Zero dal podio di Sanremo '93. Ma attorno alla cantante calabrese era stato scritto una sorta di romanzo con lieto fine forzato che, alla lunga, è stato francamente seccante: pareva scontato, e perfino doveroso, che dovesse ricevere un premio, o un posto sul podio. Ebbene poteva starci, ma anche no. "Cosa ti aspetti da me" è stata forse la proposta più felice del suo fitto e avventuroso cammino festivaliero, penso a incidenti di percorso come "Angeli & Angeli" del '95 o "Dimmi che mi ami" del 2002, canzone anche carina ma penalizzata da enormi problemi di esecuzione. Da qualche tempo, Loredana ha ritrovato una forma vocale più che accettabile, e lo ha dimostrato anche in questi giorni, ma da qui a far passare il suo pezzo per un capolavoro ci sta di mezzo il mare. Un'opera gradevole che, come nel caso del Volo, ha trovato a parer mio la giusta collocazione in graduatoria. 
NEK: ASSURDO PIAZZAMENTO - Ben altri sono stati colpi di scena di una finalissima a tratti imprevedibile, nello svolgimento e nelle conclusioni. Il diciannovesimo posto di Nek era oggettivamente impensabile: una bocciatura sonora per un artista che, dopo il poderoso rilancio ottenuto nel 2015 con la doppietta "Fatti avanti amore" e cover di "Se telefonando", puntava senza mezzi termini alla vittoria. Vittoria che a parer mio non sarebbe stata scandalosa, perché "Mi farò trovare pronto" ha la stessa forza d'impatto dell'inedito presentato nel primo Festival targato Conti, ed è stato accompagnato da una brillantezza e una sicurezza nella tenuta del palco che avrebbero davvero meritato miglior sorte. Accanto alla vittoria di Mahmood, è forse questa la più grande sorpresa di Sanremo 2019. Più nella logica delle cose il modesto piazzamento di Renga, con un brano in crescendo, interpretato al solito in maniera convincente, ma privo di quel tocco in più in grado di farlo spiccare su altre sue precedenti produzioni; "Aspetto che torni" è comunque di buona fattura, una ballata moderna con un testo tutt'altro che banale, che dovrebbe entrare senza problemi nel repertorio dell'ex Timoria. 
ARISA IN DIFFICOLTA', TURCI MERITAVA DI PIU' - Dispiace per Arisa, cantante che, al di là delle simpatiche bizzarrie del personaggio, nell'ultimo decennio ha conquistato la stima di tanti in virtù delle sue doti canore d'eccezione, voce cristallina, senza cedimenti. Ebbene, ieri sera questa perfezione si è dissolta: la povera Rosalba è incappata in una prestazione pessima, quasi in debito di ossigeno, e mi addolora sinceramente. Si è saputo poi che era febbricitante ed è stata quasi eroica ad affrontare la ribalta: si consolerà pensando di essersi resa forse più umana, e dopotutto la sua "Mi sento bene", così leggera e orecchiabile, dovrebbe avere lunga vita anche nelle settimane post festivaliere. Delusione anche per il sedicesimo posto di Paola Turci: "L'ultimo ostacolo" ha acquisito credibilità ascolto dopo ascolto, melodia malinconica a sostegno di un sentitissimo testo d'amore paterno, fra rimpianto e speranza: per lei, qualche difficoltà di canto per via di un ritornello impegnativo, ma anche un look sensazionale che ha messo in mostra un fisico ancora splendido e delle gambe indimenticabili. Sanremo è anche questo, no? 
CRISTICCHI, SILVESTRI, GHEMON: OPERE DI PREGIO - Cristicchi e Silvestri, quinto e sesto nella graduatoria definitiva, hanno fatto incetta di premi collaterali, e questo era invece prevedibilissimo. Per il cantautore romano siamo nei pressi del capolavoro, per una "Argentovivo" straniante, ruvida, vieppiù valorizzata dal lungo intervento del rapper Rancore. Simone ha portato una composizione delicata, di struggente poetica, anch'essa a suo modo originale, in quanto si regge quasi esclusivamente su un testo di altissimo livello, mettendo in secondo piano l'impianto musicale, ridotto all'essenziale. Alla lunga è venuto fuori Ghemon con la sua "Rose viola", pezzo di raffinate atmosfere; se proprio vogliamo stare a discutere di piazzamenti, fra i primi dieci avrebbe dovuto starci lui invece di Achille Lauro, che non ho trovato neppure tanto fuori dagli schemi; refrain martellante, citazioni a go go di grossi personaggi della musica, dello spettacolo, dello sport: cosa c'è di più convenzionale? 
NIGIOTTI E NEGRITA PROMOSSI - Mi ha piacevolmente colpito il morbido rock dei Negrita, con un testo di protesta che arriva al cuore e alla testa senza ricorrere a parole eccessivamente dure e taglienti, mentre l'ingresso nella top ten è un meritato premio per Nigiotti, e per la sua splendida dedica al nonno e a un mondo più genuino e a misura d'uomo, che ieri sera l'ha portato alla commozione. Nei bassifondi sono invece rimasti i giovanissimi Federica Carta e Shade, che però, scommetto, si rifaranno sul mercato. E questo dovrebbe proprio essere un Festival in grado di far vendere molti dischi, di ottenere visualizzazioni notevoli sulle piattaforme video, perché è stato costruito proprio per centrare questi obiettivi: sfondare sul piano commerciale, lasciare un segno nelle classifiche, traguardo che col primo Baglioni era stato raggiunto solo in minima parte. 
FESTIVAL - RIVOLUZIONE - Sanremo ha perso punti in termini di audience, ed era da mettere in preventivo: a bocce ferme, rileggetevi il cast, e ditemi quante volte, in passato, si è avuto più coraggio nello sparigliare a tal punto le carte di una manifestazione così saldamente ancorata alla tradizione. Quasi la metà dei nomi in concorso erano, questo è sicuro, sconosciuti o semisconosciuti al grande pubblico, quello che in linea di massima segue Rai 1; averli portati in prima serata, nell'evento musicale, televisivo e di costume dell'anno, è stato qualcosa di autenticamente rivoluzionario. Un patrimonio innovativo che non andrà assolutamente dilapidato, un solco sul quale occorrerà insistere chiunque sia il prossimo direttore artistico (da non escludere un Baglioni tris). Innovazione e audacia anche nei dettagli del linguaggio musicale: un po' di turpiloquio in più, ma senza esagerare, tanti riferimenti più o meno velati al sesso (nudità e far l'amore si sono sprecati, senza che nessuno se ne scandalizzasse). Ed è stato anche un Sanremo molto parlato e meno cantato, col definitivo sdoganamento del rap, che, ripeto, può piacere o non piacere ma è la realtà più "à la page" dell'attuale panorama canoro nostrano. 
IL FUTURO? SERENA E AMADEUS - Tutto questo contribuisce a rendere sostanzialmente positivo il bilancio del Festival 2019, facendo passare in secondo piano gli impacci della conduzione, Bisio e Raffaele col freno a mano tirato (con la povera Virginia costretta a tirar fuori in extremis le vecchie imitazioni per ravvivare un po' il palco), la scarsa vena degli autori. La sensazione è che il gruppo di lavoro scelto dal direttore artistico non abbia avuto il tempo materiale per mettere insieme un copione decente, e si sia aggrappato al pilota automatico dell'esperienza; ma il modello Festival del ventunesimo secolo richiede qualcosa di più, in tal senso. Sono tuttavia problemi contingenti e facilmente risolvibili, magari col ricorso a padroni di casa più brillanti e più adatti alla bisogna. Nomi per il futuro? Già fatti qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti. La precedenza spetta a Serena Rossi e Amadeus, in attesa che maturi Federico Russo o che si trovi qualche altro "battitore libero" imprevedibile, un attore tipo il buon Santamaria ammirato nella sua apparizione di qualche giorno fa. Vedremo. 

sabato 22 dicembre 2018

SANREMO 2019: IL CAST PIU' SPIAZZANTE E CONTEMPORANEO DI SEMPRE. RENGA, NEK, ARISA, VOLO E ULTIMO CORRONO PER LA VITTORIA, MA OCCHIO AI NUOVI...


Sarà il Sanremo della svolta? Lo si è detto più volte in passato, e spesso a sproposito. Stavolta, però, qualcosa di diverso è accaduto: dopo l'approccio relativamente "morbido" dell'anno scorso, con la composizione di un cast tutto sommato classicheggiante impreziosito da qualche artista di nicchia, Claudio Baglioni ha rotto gli indugi confezionando un Festival "da trincea", coraggioso, spiazzante, non banale. Raramente si era visto un gruppo di concorrenti come quello annunciato nelle due serate televisive dedicate alle nuove leve: l'angolo - nostalgia è stato quasi completamente azzerato, eccezion fatta per il tributo a due grandi dive pop, e si è fatto spazio a rappresentanti dei mondi indie e rap in una misura senza precedenti. 
CAST-AZZARDO - A proposito di precedenti: andando indietro nel tempo, i cast che più si avvicinano a quello appena reso noto, per livello di "azzardo" osato dal direttore artistico di turno, sono quelli del 2014 e del 2017. L'ultimo Fazio offrì la ribalta a personaggi fuori dal grande giro commerciale, quali Perturbazione, Bloody Beetroots, Riccardo Sinigallia e Giuliano Palma; la terza rassegna griffata Carlo Conti propose fra i big tanti giovani (Elodie, Sylvestre, Comello, Bravi, Meta, Raige) sicuramente non in linea con i gusti un po' datati del pubblico dell'ammiraglia Rai. Ma stavolta l'asticella si è davvero alzata: molti fra i magnifici 24 di Sanremo 2019 rappresentano una sfida all'ordine costituito del microcosmo festivaliero, e soprattutto una finestra spalancata sul mercato. E già, perché il cantautore romano sprovveduto non lo è di certo: non si è cullato sugli allori dell'audience dell'ultima kermesse, perché il gradimento televisivo non è andato di pari passo con quello discografico; solo i due vincitori Meta e Moro, Annalisa, Lo Stato sociale e Ultimo hanno raggiunto il traguardo del disco di platino coi loro singoli, mentre la compilation, tradizionale ammazza - classifiche, si è fermata all'oro. E Sanremo non può permettersi di diventare un evento esclusivamente televisivo: deve essere in linea con le tendenze canore della penisola, anticiparle o comunque seguirle, lanciare opere che poi possano godere di lunga e florida vita anche fuori dall'Ariston e lontano dalla settimana rivierasca. 
VINTAGE AI MINIMI STORICI - Su questo presupposto nasce il listone unico del 69esimo Festivalone. Un cast "giovane e per i giovani", avrebbe detto il caro vecchio patron Vittorio Salvetti; un cast che vuole aiutare l'industria musicale italiana a uscire dalle secche, implementando il giro d'affari grazie a nomi sulla cresta dell'onda. Così, come si diceva, lo spazio amarcord è quasi scomparso: lo occupano soltanto Patty Pravo e Loredana Bertè, l'ex ragazza del Piper che viene considerata l'ultima diva della nostra canzone, e una donna che, dopo anni difficili sul piano umano e professionale, ha saputo rilanciarsi grazie anche a ritrovate doti vocali. La prima, oltretutto, non sarà sola, ma si presenterà accompagnata da Briga, una delle tante stelline made in "Amici". 
POKER D'ASSI PER LA VITTORIA - Il pop italiano tradizionale, pur se adeguato ai tempi, è rappresentato da grossissimi calibri come Francesco Renga, Il Volo, Arisa e Nek, ossia tre ex vincitori e un artista che, tornato alla ribalta con l'inatteso secondo posto del 2015 ("Fatti avanti amore"), ha la possibilità di prendersi la rivincita proprio sui tre ex bambini prodigio, che quell'anno arrivarono primi al traguardo. Si tratta di quattro superbig che da soli basterebbero a rendere avvincente la gara di febbraio: a rigor di logica e tenendo conto del palmarès e degli exploit recenti, proprio loro dovrebbero giocarsi il successo finale assieme a un Ultimo in stato di grazia, rivelazione a 24 carati. Occhio però, perché da un lotto di Campioni così anticonvenzionale potrebbero venire fuori sorprese anche clamorose: del resto, gli Stato Sociale non hanno forse sfiorato il trionfo un anno fa, da sconosciuti o quasi al pubblico generalista? 
SANREMO SI SVECCHIA - Sarà un Sanremone molto "indie" e molto rap, genere quest'ultimo pressoché ignorato dall'edizione 2018 ma che non poteva rimanere fuori dal nuovo Festival, dopo un anno in cui ha quasi monopolizzato le prime posizioni delle chart. Ecco dunque Zen Circus, Motta, Ex Otago, Ghemon, Achille Lauro: roba da far venire i capelli bianchi, non fosse che l'utente medio di Rai 1 i capelli bianchi già li ha... Battute a parte, più contemporaneità di così si muore: Sanremo si svecchia, e lo fa veramente, con fatti concreti; pronto, se è il caso, anche a pagare dazio all'Auditel. Cosa che peraltro, secondo me, non accadrà, perlomeno non in termini catastrofici: gli spettatori del festival si sono dimostrati, negli ultimi tempi, molto più ricettivi alle novità di quanto si pensi. Si diceva infatti dell'edizione 2017, piena di volti tutt'altro che tradizionali eppure baciata da un successo catodico oceanico. Così come le innovazioni nel format, alla fine, non incidono più di tanto: l'anno passato, con l'abolizione delle eliminazioni, si pensava a una fuga dei teleutenti, e invece...
CHI DOMINA LE CHART - Torniamo al cast, che strizza come non mai l'occhio ai ragazzini, ai millennials: assieme ai nomi appena citati, ecco i Boomdabash, artefici del ritorno alla ribalta della Bertè col loro singolo estivo "Questa sera non ti dico no", ecco Irama ed Enrico Nigiotti, già cimentatisi fra le Nuove Proposte sanremesi ma passati anche attraverso i talent; e poi la coppia Federica Carta - Shade, big a tutti gli effetti grazie al triplo platino con "Irraggiungibile". Sì, perché questi ragazzotti sono tutti collezionisti di certificazioni FIMI, è gente che i dischi ancora riesce a venderli, e questo per chi "costruisce" il Festival dovrebbe sempre essere un punto fermo nella scelta di larga parte dei concorrenti, per mantenersi a galla nel mutevole mare magnum della musica leggera.
ROCK, CANTAUTORATO, IMPEGNO - Il quadro dei partecipanti si completa con personaggi ugualmente stuzzicanti: pilastri del rock italiano come i Negrita, una Paola Turci giustamente riscoperta grazie alla splendida partecipazione del 2017, e ancora Daniele Silvestri, per la quota "cantautorato di classe"; poi un altro ex vincitore come Simone Cristicchi, che però torna... sul luogo del delitto dopo aver percorso strade artistiche diverse e controcorrente (teatro civile), e un Nino D'Angelo che di primo acchito non inserirei nella quota vintage in quanto ha sempre dimostrato di sapersi costantemente rinnovare, e non a caso si presenterà in Riviera assieme a Livio Cori, rapper e attore. C'è infine Anna Tatangelo, unica rappresentante degli artisti perennemente in cerca di rilancio o della definitiva affermazione, categoria che fino a pochi anni fa faceva la parte del leone nel cast e che invece Baglioni ha ridotto ai minimi termini: visto che, al proposito, fra gli altri aveva presentato un pezzo anche Lisa, vengono da farsi domande sull'effettiva utilità di uno show pur riuscito come "Ora o mai più", che nei mesi scorsi ha tratto fuori dall'oblìo ottimi talenti musicali anni Ottanta e Novanta, per i quali però le porte di Sanremo continuano a rimanere sbarrate. 
ROVAZZI E BAUDO: PROMOSSI. COMMOZIONE PER GENOVA - Il listone unico, come è noto, è stato quest'anno integrato dai vincitori delle due serate di Sanremo Giovani, Einar e Mahmood, che quindi avranno la possibilità di scontrarsi ad armi pari con i suddetti Big. Qualche considerazione sulla kermesse pre natalizia va fatta, e non mi sottraggo. Ha innanzitutto funzionato alla perfezione la coppia Rovazzi - Baudo: il primo è sembrato un presentatore carico di esperienza specifica, tale è stata la disinvoltura con la quale si è mosso sul palco del teatro del Casinò; il secondo, pur lievemente appannato dall'inclemente trascorrere del tempo, non ha avuto autentici momenti di cedimento e ha retto dignitosamente la scena, mostrando anche una notevole preparazione sui tanti nomi "da ventunesimo secolo" inseriti da Baglioni fra i Campioni. Struggente e commovente, anche perché in parte inattesa, è stata la parentesi che giovedì il Pippo nazionale ha dedicato alla tragedia di Ponte Morandi e alle difficoltà di una Genova che però sta già ripartendo, con dignità e volontà feroce, in questo ben spalleggiato dai "nostri" Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
LA GARA DEI GIOVANI? MEGLIO A FEBBRAIO - Parlando della gara, l'idea di riservare al concorso degli emergenti uno spazio autonomo in dicembre non mi è parsa sinceramente granché: il gradimento del pubblico è risultato assai tiepido, i ragazzi in competizione sono stati relegati a una platea ristretta, sottraendo loro quella sconfinata del Festival vero e proprio. Tutto questo, mentre negli ultimi anni le nuove proposte avevano trovato una collocazione più degna, tolte dalla semiclandestinità delle ore notturne e piazzate, da Carlo Conti per primo, in apertura delle varie serate. Non è questo il modo per aiutare i giovani a trovare visibilità: i giovani devono andare in gara a febbraio, inseriti nella formula che nel tempo si è dimostrata la più azzeccata ed efficace. Questa novità, invece, terrà lontani dall'Ariston talenti autentici come La Zero e il suo impegno sociale da teatro-canzone (sulla scia di Mirkoeilcane), gli originali e in parte già affermati La Rua, l'energico rock dei Mescalina, la varietà musicale di Fedrix and Flaw, la spiazzante contemporaneità dei Sisma, l'estro di Marte Marasco, la presenza scenica di Federico Angelucci, le doti autoriali di Federica Abbate. Mi sembra un passo all'indietro, più che un balzo nel futuro.

mercoledì 12 dicembre 2018

VERSO SANREMO 2019: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA A FEBBRAIO


Dicembre inoltrato: è tempo di fare il tradizionale punto sulla marcia di avvicinamento al Sanremo "dei grandi", quello in programma dal 5 al 9 febbraio prossimi. Le indiscrezioni quest'anno sono iniziate con larghissimo anticipo, col risultato che per due - tre mesi i nomi sulla bocca di tutti sono restati grosso modo gli stessi, in una litanìa financo stancante: limiti del giornalismo da web, che ogni giorno deve battere il ferro di un argomento particolarmente gettonato (e non vi sono dubbi che il Festivalone lo sia) anche se, in definitiva, non si hanno clamorose verità da rivelare al popolo degli internauti. Nella mia analisi seguirò il metodo già adottato per le edizioni passate, "annusando" un po' l'aria del mercato discografico, cercando di orientarmi fra rumors più o meno attendibili e aggiungendo qualche pronostico sulla base esclusiva di miei semplici "desiderata". Citerò molti papabili, perché il mio intento non è azzeccare il cast pedina per pedina (giochino che ho già fatto su Facebook con amici, ma, appunto, di un giochino si tratta), quanto compiere un giro d'orizzonte il più possibile completo e credibile. 
I SUPERBIG - Nelle ultime settimane si è parlato delle possibili partecipazioni, in concorso, di autentici mattatori delle chart "anni Dieci": dalla debuttante di lusso Alessandra Amoroso, sempre presente nelle voci della vigilia e puntualmente assente dal listone definitivo, a Francesco Renga, che non gareggia dal 2014 (quando mancò a sorpresa un trionfo che avrebbe largamente meritato, con "Vivendo adesso"); dai Modà, per i quali è giunto il momento di lanciare un nuovo progetto discografico, a Giusy Ferreri, spesso sfortunata a Sanremo ma interprete di due clamorose "summer hits" in tempi recenti, "Roma-Bangkok" e "Amore e capoeira". E poi, ancora, due vincitori dell'era Conti, Il Volo e Francesco Gabbani: soprattutto per i primi si tratterebbe di una ricomparsa sorprendente, visto che i tre ex bambini prodigio, ad occhio e croce, non hanno bisogno della spinta promozionale festivaliera per alimentare un'attività già intensissima anche in ambito internazionale; ma è pur vero che, finora, la loro luminosa carriera si è retta essenzialmente sulle cover, mentre sarebbe ora di sfornare un altro inedito in grado di farsi ricordare. Volendo, i tempi sarebbero maturi anche per una rentrée di Emma, mai più tornata a concorrere dopo il primo posto del 2012. Pressoché impossibile, ovviamente, vedere in lizza contemporaneamente tutti questi assi pigliatutto delle classifiche: verrebbe fuori un Festival monstre, in stile anni Sessanta, quando davvero la crema della canzone italiana andava in Riviera a proporre le nuove produzioni, senza paura di affrontare le forche caudine dell'eliminazione. 
RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Azioniamo ora la macchina del tempo e passiamo in rassegna i cast degli ultimi Festivaloni, per cercare di capire chi potrebbe rimettersi in gioco fra i concorrenti di quelle edizioni. Non è escluso possano concedere un immediato bis Diodato, Le Vibrazioni e i Kolors, dopo partecipazioni ben accolte da critica e pubblico ma dagli esiti commerciali non esaltanti: Diodato, presentatosi con la convincente "Adesso", ha pagato forse lo scotto di non avere avuto un album pronto per cavalcare l'onda di popolarità regalatagli dall'Ariston, Sarcina e compagni si sono confermati con una buona prestazione estiva ("Amore zen"), il gruppo di Stash aveva portato in gara una orecchiabile e moderna "Frida" che però non ha sfondato come era logico attendersi, strano destino che ha riguardato molte pregevoli composizioni ascoltate nel primo Sanremo griffato Baglioni. Non dovrebbe mancare Ultimo, trionfatore fra i debuttanti e, lui sì, protagonista di un notevole exploit in fatto di vendite, mentre è lecito aspettarsi un... turno di riposo da parte di Noemi e Annalisa, assidue frequentatrici della rassegna, con l'artista ligure che è stata fra i pochi in lizza nel 2018 a centrare il traguardo del disco di platino. 
In tanti sono pronti a scendere in pista a ventiquattro mesi di distanza dall'ultima volta: Paola Turci, tornata prepotentemente alla ribalta a Sanremo 2017, una Bianca Atzei perennemente alla ricerca della consacrazione così come Chiara Galiazzo, Elodie reduce da una felice stagione calda grazie al duetto con Michele Bravi in "Nero Bali", due habitués del Festival come Michele Zarrillo  e Marco Masini, e Gigi D'Alessio, benché scottato dall'eliminazione subìta con "La prima stella". Fra i partecipanti all'edizione 2016, hanno buone carte da giocare Arisa (anche lei ex vincitrice, non dimentichiamolo), Dolcenera e Valerio Scanu, mentre Francesca Michielin potrebbe anche permettersi di rimanere a casa per la terza volta consecutiva, dopo un 2018 trionfale (un disco d'oro e uno di platino con "Io non abito al mare", un oro e due platino per "Fotografia" con Carl Brave e Fabri Fibra). Direttamente dal 2015 è attesa una possibile riemersione di Anna Tatangelo, Nesli, Gianluca Grignani e Irene Grandi, senza dimenticare Enrico Nigiotti, medaglia d'argento in quell'occasione fra i Giovani e successivamente esploso con "L'amore è", certificato platino. Si parla poco di Nek, eppure, rimettendosi in gioco dopo l'ospitata dell'anno passato, potrebbe tranquillamente ambire alla vittoria, definitiva consacrazione di una già ottima carriera. 
RAF E GLI ALTRI VETERANI - A proposito di Sanremo 2015: fu l'anno in cui Raf decise di ripresentarsi sul palco ligure dopo una lunghissima assenza. Ebbene, nei mesi scorsi si è ricomposto il duo con Umberto Tozzi: averli in gara aggiungerebbe prestigio al roster dei partecipanti, e sarebbe un'idea nel solco della coppia Facchinetti - Fogli schierata nell'ultima edizione. Sull'argomento, da citare le sibilline dichiarazioni del duo a "Verissimo" (ringrazio per la segnalazione l'amico Luca Valerio): "Molti  ce lo chiedono, noi siamo disponibili, ma non abbiamo ancora ricevuto comunicazioni". Che li si voglia dirottare nel "festival parallelo", quello animato dai superospiti italiani in passerella senza i rischi della gara? E, visto che si parla di ex Pooh, dopo i due già citati e dopo Red Canzian potrebbe essere la volta di Dodi Battaglia. Altri veterani in ballo sono Massimo Ranieri, Patty Pravo e Iva Zanicchi, mentre pressoché certa è la presenza di Loredana Bertè, prepotentemente riportata in orbita dal boom estivo coi Boomdabash e rifiorita anche sul piano vocale. 
IN CERCA DI RILANCIO - Si è parlato prima degli ex vincitori: detto del Volo, di Gabbani, Renga, Arisa ed Emma, potrebbero tentare l'impresa sanremese anche Marco Carta, quel Simone Cristicchi che negli ultimi tempi ha preferito il teatro di impegno civile alla musica pop, e Raphael Gualazzi, trionfatore fra i giovani nel 2011 e sempre portatore di proposte mai banali, ma che deve un po' rinfrescare il suo repertorio, visto che l'ultimo successo, la gradevole "L'estate di John Wayne", risale a due anni fa. C'è chi è ancor più bisognoso di un rilancio in grande stile: fra questi, un capitolo a parte lo merita un drappello di personaggi uscito dal tunnel grazie allo show di Amadeus "Ora o mai più". Penso a talenti cristallini come Lisa, Massimo Di Cataldo e i Jalisse: in particolare, la coppia che si impose a sorpresa a Sanremo '97 ha cominciato a prendersi delle belle rivincite, con la...Jalissa Alessandra Drusian che ha poi confermato il suo magic moment proponendosi in forma smagliante a "Tale e Quale show". C'è sempre la speranza di rivedere altre eccellenti artiste come Syria, Mietta, Alexia, Silvia Salemi, Mariella Nava, Marina Rei, tutte in diversa misura protagoniste degli anni Novanta e tutte ingiustamente snobbate dalla rassegna rivierasca, da un bel po' di tempo a questa parte. 
QUOTA RAFFINATEZZA, GIOVANI RAMPANTI E RAP - Un angolino per le proposte più "sofisticate" non è mai mancato, e men che meno mancherà con Baglioni confermato sulla tolda di comando. Le possibilità sarebbero infinite, per portare all'Ariston qualcosa di più ricercato eppur di grande impatto: Simona Molinari, Sergio Cammariere, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Teresa De Sio, Niccolò Agliardi, e ragazzi "di nicchia" come Erica Mou, Patrizia Laquidara, Chiara Dello Iacovo, Zibba, Paolo Simoni, tutti lanciati dalla sezione Nuove proposte sanremese, fra l'altro. Proprio come Irama, che però ha trovato la consacrazione attraverso altre vie e che ora va ricompreso nella categoria dei giovani rampanti, dei nuovi protagonisti di classifiche, streaming e airplay. È un papabile, così come lo sono Riki, Thomas e Briga, tutti direttamente da Amici, o, alzando il livello, Levante, Baby K., Maneskin e Thegiornalisti.
A proposito dei preferiti dai ragazzi, va doverosamente aperto il capitolo rap, genere che è stato il mattatore assoluto del 2018, piaccia o non piaccia (a me non piace, sia messo agli atti, per non parlare della terribile "trap"). Quasi ignorato nel Sanremo numero 68, stavolta difficilmente il direttore artistico potrà passare oltre: da vedere se sarà il caso di reclutare personaggi già visti su quel palco e non in cima alle preferenze del pubblico, come Rocco Hunt e Clementino, o se si tenterà di puntare ai bersagli grossi inseguendo nomi di grido come Guè Pequeno, Emis Killa, Capo Plaza. Non dimentichiamo poi la quota Indie, un mazzo da cui salta spesso fuori qualche carta a sorpresa e imprevedibile, come Lo Stato Sociale del 2018. Infine, il regolamento lascia teoricamente aperte le porte agli stranieri: peraltro, negli ultimi anni solo il primo Carlo Conti inserì fra i big una cantante di fuorivia, Lara Fabian (e secondo indiscrezioni rimasero fuori star come Anastacia, Michael Bolton e Randy Crawford).  

mercoledì 21 novembre 2018

VERSO SANREMO 2019: PUBBLICATO IL REGOLAMENTO. A FEBBRAIO SARÀ GARA A GIRONE UNICO


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, la marcia di avvicinamento a Sanremo 2019 entra nel vivo. È arrivata la conferma, nero su bianco, di ciò che il direttore artistico Claudio Baglioni aveva già annunciato e ampiamente illustrato fin dalla scorsa estate. Il Festivalone cambia volto, dunque, per l'ennesima volta nella sua quasi settantennale storia: da rilevare, però, che non ci troviamo di fronte a novità assolute, quanto al ripescaggio di formule vincenti del passato, in parte rivedute e corrette per l'occasione. Vale per lo sdoppiamento della kermesse con una ribalta autunnale riservata agli emergenti, un'invenzione di Pippo Baudo che risale agli anni Novanta; e vale per quanto accadrà dal 5 al 9 febbraio prossimi. 
Si torna al listone unico di concorrenti, questa l'innovazione: concorso fra ventiquattro cantanti, ventidue big più i due giovani vincitori della rassegna che andrà in scena a dicembre. Non accadeva dal 2004, è accaduto solo due volte negli ultimi quarant'anni. Eppure, si tratta del format base con cui la kermesse rivierasca è nata, è cresciuta e si è affermata. Le edizioni del boom di popolarità e di vendite discografiche, quelle fra il '64 e il '71, si svolsero tutte secondo questo canovaccio, ma con una differenza sostanziale rispetto a ciò che avverrà nel Festival numero 69: all'epoca, c'era gara senza esclusione di colpi fin dalla prima serata, c'erano le eliminazioni. Vedettes italiane e straniere rischiavano da subito di essere sbattute fuori, e in effetti molti nomi eccellenti dovettero mandar giù bocconi amarissimi: da Celentano a Modugno, da Cher a Marianne Faithfull, i delusi non si contavano, in quegli epici Sanremo all'arma bianca. Era una formula che piaceva al pubblico televisivo dei tempi, appassionato di lotte canzonettistiche allo spasimo, era verosimilmente poco amata dagli artisti ma evidentemente gradita agli industriali della musica, i quali altrimenti non avrebbero fornito ogni anno agli organizzatori i nomi più prestigiosi presenti sul mercato. 
Oggi, invece, niente eliminazioni: in ventiquattro partiranno e in ventiquattro arriveranno. È il marchio di fabbrica della gestione Baglioni: accadde infatti anche nell'ultima edizione, quando tutti i partecipanti giunsero fino alle due competizioni conclusive (venerdì i giovani, sabato i "grandi"). Da buon cantautore italiano, categoria da sempre refrattaria alle gare, una volta chiamato a dirigere la più importante ha voluto da subito "ammorbidirne" i contorni, riducendo al minimo i rischi di brutte figure per i partecipanti. E va detto che ci ha visto giusto: molti temevano un tracollo di audience, dopo anni in cui la platea italiana si era abituata a sfide serratissime, a un Sanremo estremamente competitivo, pur con varie sfumature; invece, la kermesse 2018 è stata un successo televisivo. La delusione è semmai venuta dal riscontro commerciale delle canzoni in lizza, tutt'altro che esaltante. Riscontro che personalmente mi ha sorpreso, in quanto ritenevo e ritengo tuttora di buon livello qualitativo il pacchetto di proposte presentate quest'anno all'Ariston.
Se, dunque, sul piano del gradimento catodico il buon Claudio dovrebbe essere in una botte di ferro, sarà invece chiamato a lavorare di cesello per scovare opere in grado di imporsi anche a manifestazione conclusa. Rispetto all'ultima edizione firmata da Carlo Conti, trionfante sia sul piccolo schermo sia nei negozi di dischi reali e virtuali, la prima dell'artista romano si è contraddistinta per un cast più variegato, multiforme, aderente ma non troppo al gusto corrente: c'erano alcuni dei divi del momento, come Meta - Moro, Noemi e Annalisa, ma anche veterani da tempo un po' fuori dal grande giro commerciale, penso a Barbarossa, ad Avitabile o ai Decibel, e proposte di alto taglio autoriale come quella del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico. Quest'anno occorrerà probabilmente fare meglio i conti con l'attuale realtà discografica italiana, il che vorrà dire ad esempio aprire le porte a qualche rapper, ma non solo. 
Già, perché il panorama musicale del Bel Paese è oggi molto più ricco di quanto si creda, se si ha la buona volontà di non fermarsi al mainstream e all'heavy rotation radiofonica. C'è una nicchia affollatissima di ragazzi da tempo sulla breccia con produzioni di notevole livello. Qualche nome? Ce ne sono tantissimi, ma mi piace citare Patrizia Laquidara, Paolo Simoni, Erica Mou, Zibba, Antonio Maggio, Simona Molinari, Chiara Dello Iacovo (tutti passati dal vivaio sanremese in tempi più o meno recenti, fra l'altro), gente che ha ampiamente dimostrato di saper fare musica D.O.C., che ha il suo giro di fans e di serate, ma che rischia di rimanere confinata a vita in un limbo lontano dai riflettori delle grandi platee. E Claudio Baglioni ha la personalità, il coraggio, gli orizzonti culturali per dare una chance anche a qualcuno di loro, oltre ai soliti noti. Il girone unico, in tal senso, rappresenta un'opportunità unica per fare un Sanremo diverso, più ricco di tendenze canore, più "democratico".  

mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

giovedì 14 giugno 2018

VERSO SANREMO 2019: SARA' ANCORA BAGLIONI IL DIRETTORE ARTISTICO, MA QUALCOSA DOVRA' CAMBIARE NELLA SCELTA DELLE CANZONI

                                        Baglioni: confermatissimo per Sanremo 2019

Anche Sanremo 2019 sarà targato Baglioni. La notizia era nell'aria da settimane, ma la conferma ufficiale è giunta oggi, per bocca del direttore generale della Rai Mario Orfeo. Dal punto di vista televisivo, il bis è una scelta ineccepibile: l'ultima edizione del Festivalone è stata un indiscutibile successo, ottenendo favori pressoché unanimi sia da parte dei telespettatori (con risultati di audience eccellenti) sia da parte della critica. E si è trattato in effetti di uno spettacolo gradevole, ben confezionato, con presentatori impeccabili (Hunziker e Favino) e con la musica italiana al centro dell'attenzione come raramente in passato, grazie ai "tre cast paralleli", come li definii sul blog: cantanti in concorso, artisti nostrani ospiti e i "duettanti" coi Big.
Il discorso cambia decisamente se spostiamo l'attenzione su quello che è stato a lungo, e che dovrebbe essere ancora oggi, l'obiettivo primario della kermesse: lanciare canzoni in grado di scalare le classifiche di vendita (e di download, da qualche anno a questa parte). 
2018: VENDITE NON ALL'ALTEZZA - Ebbene, da questo punto di vista Sanremo 2018 non ha centrato il bersaglio. Non si può parlare di fallimento su tutta la linea, ma di grossa delusione senz'altro sì: nessun album degli artisti in concorso ha al momento ottenuto la certificazione-disco di platino, traguardo conquistato soltanto dai singoli di Annalisa, di Ultimo, della coppia di vincitori Meta - Moro e della rivelazione Stato Sociale, a proposito della quale qualcuno aveva azzardato la possibilità che si concretasse un exploit in stile Gabbani, cosa che invece non è successa, anche se "Una vita in vacanza" rimane tuttora la canzone che maggiormente si ricorda, fra quelle in gara nella kermesse di febbraio. Niente platino nemmeno per la classica compilation, che pure, come al solito, ha stazionato a lungo al primo posto della classifica dedicata. 
CAST SENZA PRESA SUL MERCATO - Qualcosa non ha funzionato, insomma. Premetto che, personalmente, ritengo incomprensibile e ingiusto lo scarso successo decretato dal pubblico a molti dei prodotti rivieraschi. Riconfermo il parere espresso a caldo, subito dopo la conclusione della manifestazione: il livello della proposta musicale, con particolare riferimento ai Big, è stato più che buono. Certo, scegliendo Baglioni come direttore artistico non era difficile prevedere dove si sarebbe andati a parare: si prospettava un Festival con una buona quota di opere di taglio autoriale, più raffinate e sofisticate sul piano della ricercatezza compositiva e degli arrangiamenti, a discapito di un pop prettamente commerciale che era invece stato privilegiato dal predecessore Carlo Conti. Una scelta di campo netta, quella del cantautore romano, coraggiosa ma gravida di rischi: e in effetti, una volta reso noto il listone del partecipanti, era apparso chiaro che l'incidenza sul mercato dei pezzi sanremesi difficilmente avrebbe potuto raggiungere quote d'eccellenza. 
BUONE PROPOSTE RIMASTE AL PALO - Le proposte, lo ripeto, erano di buona grana, e spiace che gran parte del pubblico di fruitori di musica non abbia apprezzato e... acquistato le canzoni di Gazzè, del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, del Dalla postumo cantato dal suo pupillo Ron, per non parlare dell'audace ballata in romanesco di Barbarossa (che riprendeva e attualizzava una tradizione folkloristica di grande peso storico), del melodico inno al femminile di Nina Zilli, e dell'incalzante brano di Diodato e Roy Paci. A proposito di Diodato, c'è stato forse un errore strategico, perché il giovane cantautore si è presentato all'Ariston senza avere pronto un album di inediti che da quella vastissima platea avrebbe potuto trarre notevole linfa, e accelerarne una consacrazione che invece è ancora di là da venire. Una grande occasione perduta.
IL SUCCESSO DI ULTIMO, I KOLORS NON DECOLLANO - Spiace per questa "astensione" degli acquirenti, si diceva, ma la cosa non sorprende: a parte Gazzè, i nomi prima citati non sono da tempo, o non sono mai stati, grandi venditori di dischi, improbabile lo divenissero in questi mesi, in un mercato dominato o da campioni storici e inattaccabili (Pausini, Ferro, ecc.), o da ragazzini in buona parte usciti da "Amici" e altri talent, o da tanti, troppi esponenti della galassia hip hop, rap, trap, i cui prodotti sono spesso di qualità discutibile ma che sembrano aver trovato il registro giusto per entrare nel cuore dei ragazzi di oggi. Non è un caso che a uscire di gran lunga vincitore, sul piano commerciale, da Sanremo 2018, sia stato Ultimo, un emergente che fa pop - rap all'acqua di rose ma ha una buona scrittura e notevole presenza scenica; e non è casuale nemmeno che le uniche certificazioni platino, gira che ti rigira, le abbiano portate a casa i big più vicini all'universo giovanile, ai sound e ai testi contemporanei, ossia Meta e Moro, Annalisa e Lo Stato Sociale. Anche in questo caso si nota però una contraddizione: uno dei brani più orecchiabili e martellanti della kermesse,. "Frida" dei Kolors, ha reso largamente al di sotto delle aspettative. 
PER IL FUTURO, CAST PIU' "COMMERCIALI" E PIU' VICINI AI GIOVANI - Torniamo a bomba. Il rinnovo della fiducia a Baglioni era quasi inevitabile: il successo (successo televisivo, lo ripetiamo) della recente edizione, e il lungo travaglio dell'anno scorso prima di trovare un direttore artistico che potesse sostituire degnamente Conti, sconsigliavano la Rai di avventurarsi su strade nuove e inesplorate. Per cambiare e sperimentare c'è sempre tempo, e farlo quando non ce n'è troppo bisogno è un rischio inutile: Sanremo scoppia di salute ormai da una decina d'anni (l'unico momento di crisi è stato ai tempi del Fazio quater, 2014), in questo momento ha solo bisogno di piccoli aggiustamenti di rotta. Questo è il compito principale che attende il buon Claudio: una linea artistica che coniughi pregevolezza musicale ed easy listening, "radiofonicità" delle canzoni scelte. Si può benissimo comporre, in questo senso, un cast più equilibrato di quello messo in piedi quest'anno, cartellone che aveva, come detto, caratteristiche ben precise, tali da tenerlo lontano dal mercato. 
Aprire le porte al rap? Forse almeno un paio di caselle dovrebbero essere occupate da questi imprevedibili campioni delle chart, ma non è tanto un problema di nomi, quanto di generi canori rappresentati all'Ariston. In questo senso dovranno cambiare delle cose, ma non è detto che ci si fermi qui. L'anno scorso Baglioni fu catapultato sul ponte di comando con un certo ritardo, ebbe poco tempo per lavorare al progetto e stilò un regolamento che aveva solo un paio di novità significative rispetto a quello dell'era Conti (niente eliminazioni per nessun cantante in gara, e allungamento della durata massima dei brani). Improbabile, ma possibile che quest'anno voglia studiare qualche modifica più radicale del format del concorso, anche se la classica distinzione fra Giovani e Big ormai da tempo si sta dimostrando di gran lunga la più funzionale alla riuscita della kermesse. 
SERVE UNA DIVERSA FORMULA DI SPETTACOLO - Più probabile, e auspicabile, un cambiamento della struttura dell'evento - Sanremo: se l'anno scorso si puntò tutto sulla musica di casa nostra, quest'anno si potrebbe dare un taglio più internazionale alla rassegna; se l'anno scorso il direttore si era più volte preso la scena proponendo i suoi memorabili cavalli di battaglia, nel 2019 non sarà facile ripetere un'operazione del genere: nonostante la vastità del suo repertorio, i veri evergreen, quelli che tutti gli italiani hanno ascoltato almeno una volta nella vita, se li è "giocati" nello show di pochi mesi fa: non so se proporre canzoni pur fascinose come "Gagarin", "Solo", "Io sono qui" o "Cuore d'aliante" coinvolgerebbe ugualmente la platea. Dunque, una nuova formula di spettacolo, e possibilmente con interpreti nuovi: perché nelle settimane scorse è girata voce di una riconferma in blocco del gruppo 2018 (Baglioni - Hunziker - Savino), ma sarebbe un azzardo assoluto: in tempi recenti, è accaduto solo nel 2013 e nel 2014, col doppio Sanremo di Fazio - Littizzetto e col conseguente buco nell'acqua dell'Auditel. C'è bisogno di volti nuovi, che non sono tanti ma non mancano. Tre nomi per tutti: Amadeus, Federico Russo e Serena Rossi. 

domenica 11 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018: IL CLASSICO PAGELLONE DEI CAMPIONI. MEDIA ALTA: DALLO STATO SOCIALE A DIODATO, DA RON A VANONI, TANTE ECCELLENZE


Et voilà il pagellone dei Campioni sanremesi, un classico di "Note d'azzurro" dal 2012. Un riepilogo finale che in parte sintetizza, in parte amplia quanto già ho scritto in questi giorni nei vari articoli di commento. Le canzoni sono in ordine di classifica, dalla prima alla ventesima. La media voti è piuttosto alta (due sole "insufficienze, peraltro non gravi), come alto è stato, a mio avviso, il livello qualitativo delle proposte selezionate da Baglioni. 
Non mi avete fatto niente - ERMAL META E FABRIZIO MORO: tutto sommato una degna vincitrice, al di là del pasticcio di cui tanto si è scritto anche qui. Canzone che abbina impegno a commerciabilità (e non è un male: i dischi si devono anche vendere, in versione "tangibile" o digitale); l'impegno si esprime attraverso un testo fatto di flash, immagini semplici che ci riportano con immediatezza sui luoghi degli attentati Isis. Efficace e diretto anche il messaggio scelto per il titolo, buona sintonia fra la voce dolente di Ermal e quella rabbiosa di Fabrizio. In chiave Eurovision Song Contest non è l'ideale, ma potrebbe funzionare: tutto sta a intercettare i gusti delle giurie continentali, sovente indecifrabili. VOTO: 7,5.
Una vita in vacanza - LO STATO SOCIALE: rivelazione assoluta per la platea mainstream, un tormentone di scanzonata critica sociale che potrebbe spingersi fino alla stagione estiva. Hanno impreziosito un prodotto già vincente con una coreografia centrata, grazie all'anziana signora danzante e alla soluzione "doppio stage", con uno dei membri del gruppo che ogni sera si è posizionato lontano dal palco, in un punto diverso del teatro, intervenendo a brano in corso. Raccolgono l'ideale testimone dissacratorio da Elio e le Storie Tese, ma con uno  stile  più diretto sul piano linguistico. VOTO: 8. 
Il mondo prima di te - ANNALISA: riecco la Scarrone che preferiamo, giusto mix fra stilemi canori classici e contemporanei. Il brano è orecchiabile, grazie anche a un refrain azzeccato, e ci riporta ai suoi primi successi festivalieri, "Scintille" e "Una finestra tra le stelle"; in più, Sanremo 2018 ci ha mostrato un'interprete finalmente matura, che ha saputo sfruttare al massimo le sue doti vocali ed è riuscita a trasmettere emozioni. VOTO: 7,5. 
Almeno pensami - RON: la delicata poesia di Lucio Dalla ha trovato l'interprete ideale, e non poteva essere altrimenti. Rosalino Cellamare l'ha cantata coi toni sommessi che erano necessari nella circostanza, porgendola con grazia assoluta, accompagnato da un arrangiamento scarno ma fortemente evocativo . Un piccolo grande gioiellino. VOTO: 7/8. 
Imparare ad amarsi - ORNELLA VANONI CON BUNGARO E PACIFICO: meritato ritorno sulla scena di Sanremo per due cantautori mai scontati nelle loro proposte, ma fin qui troppo spesso relegati in una nicchia. Il loro estro in punta di penna ha messo a disposizione di Ornella una composizione buona per tutte le stagioni, senza tempo, antica e moderna insieme, elegante ma immediata, che la voce sempre calda della cantante milanese ha adeguatamente valorizzato. VOTO 7/8.
La leggenda di Cristalda e Pizzomunno - MAX GAZZE': Sanremo 2018 ha significato anche la riscoperta di certe culture regionali italiane mai abbastanza esplorate. Così, ecco la rilettura di una leggenda della tradizione pugliese, e una scrittura favolistica, sostenuta da una musica di stampo sinfonico. Opera coraggiosa, raffinata ed elaborata, che ha l'unico difetto di non "arrivare" subito. VOTO: 7. 
Passame er sale - LUCA BARBAROSSA: a proposito di coraggio e di tuffo nelle culture locali, ecco una rentrée festivaliera fuori dagli schemi, con una ballata in romanesco che ha il merito di rinnovare e attualizzare una certa tradizione folkloristica. Sogno irrealizzabile: quanto sarebbe stato bello sentire questo pezzo interpretato da Gabriella Ferri? VOTO: 7. 
Adesso - DIODATO E ROY PACI: un crescendo sonoro e vocale di grande forza emotiva, per un brano impreziosito dagli interventi strumentali della tromba di Roy Paci, mai invasivi e dai toni particolarmente soffusi nella parte centrale del pezzo. Per il giovane Diodato, la conferma di un talento fin qui scarsamente valorizzato. Per me, "Adesso" è una delle migliori proposte di Sanremo 2018. VOTO: 8. 
Frida (mai, mai, mai) - THE KOLORS: piazzamento sorprendentemente basso, per una boy band che avrebbe dovuto contare sui massicci favori del televoto. Un peccato, perché si sono presentati al Festival in forma smagliante, con un brano energico e assolutamente "à la page", e con un ritornello martellante che, assieme a quello degli Stato Sociale, dovrebbe fare di "Frida" il secondo tormentone partorito dalla rassegna numero 68. Superbo arrangiamento, voce di Stash senza cedimenti. VOTO: 8. 
Eterno - GIOVANNI CACCAMO: difficile, l'ho scritto stamane, trovare un'opera veramente brutta in questa edizione della rassegna. Non è tale nemmeno la canzone del vincitore dei Giovani 2015. Ben costruita, bella voce (che però non coinvolge più di tanto), inserita nella tradizione romantica festivaliera, ma scorre via senza lasciare troppo il segno. Per diventare un vero Big, il bravo Giovanni ha bisogno di qualcosa di più solido. VOTO: 5,5. 
Così sbagliato - LE VIBRAZIONI: Sarcina e compagni si ritrovano dopo qualche anno di separazione. La distanza non sembra averne minato l'ispirazione: ho ritrovato la band che scrisse un capitolo breve ma significativo della canzone italiana di inizio secolo, tanto pop e un po' di rock con la spinta vigorosa della batteria e ritmi tesi dall'inizio alla fine. Può avere una buona riuscita radiofonica. VOTO: 7. 
Il coraggio di ogni giorno - ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO: soddisfacente esordio sanremese per Avitabile, coi suoi suoni mediterranei al servizio di un etno-pop accessibile a tutti, che arriva dritto al cuore. Di grana buona il sostegno vocale di Servillo. VOTO: 7.
Custodire - RENZO RUBINO: al ragazzo non mancano genio creativo e voglia di osare. Con lui, si può star sicuri che non arriverà mai sul palco un qualcosa di poco originale. Questa "Custodire" è finemente lavorata, complessa nella tessitura musicale e con un testo non banale, ma non rinuncia alla cantabilità. VOTO: 6,5. 
Non smettere mai di cercarmi - NOEMI: tutt'altro che una brutta canzone, ma nemmeno un'opera in grado di far definitivamente spiccare il volo alla "rossa". Nel solco delle precedenti partecipazioni, non toglie e non aggiunge alcunché alla carriera dell'artista. Ritornello di buona presa e le solite, notevoli doti interpretative e di personalità scenica. VOTO: 6. 
Ognuno ha il suo racconto - RED CANZIAN: va a lui la vittoria nel derby in famiglia con gli altri ex Pooh, anche se è una vittoria di Pirro. Il pezzo è ritmato, orecchiabile e cantato con grinta da Red (forse un po' giù di corda nella serata finale, ma ci sta); dispiace non abbia ottenuto maggior considerazione da parte delle giurie. VOTO: 7. 
Lettera dal Duca - DECIBEL: revival in salsa ottantiana, con un rock blandamente new wave che nulla concede alle sonorità più contemporanee. Un purissimo tuffo nel passato, anche nell'impronta vocale del ritornello in inglese. VOTO: 6,5. 
Senza appartenere - NINA ZILLI: raccoglie meno di quanto avrebbe meritato. Più convincente rispetto a precedenti sue apparizioni all'Ariston, ha trovato l'abito ideale indossando al meglio una canzone molto sanremese, di stampo classicheggiante, ma gradevole e con un testo "al femminile" di notevole spessore. A mezza via fra "Quello che le donne non dicono" e "Donna" di Mia Martini, senza raggiungerne i picchi qualitativi ma comunque dignitosissima. VOTO: 7. 
Il segreto del tempo - ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI: i due amici non hanno osato, puntando su una melodia a sfondo malinconico, una di quelle che tanto andavano di moda a Sanremo negli anni Novanta, e che comunque è pienamente nelle corde di entrambi. E' la continuazione di una modalità espressiva già più volte esplorata da Roby e Riccardo (il primo in non grandissima forma vocale), ma che contribuisce poco a dare slancio alla "nuova" coppia. VOTO: 5,5. 
Rivederti - MARIO BIONDI: la prima volta da concorrente in Riviera, per il "Barry White" italiano, è stata di tono decisamente elevato ma di non facile percezione da parte della grande massa del pubblico. Voce soul e atmosfere jazz sofisticatissime e avvolgenti. Un brano che sarà piaciuto ai fans dell'artista siciliano, e che probabilmente diventerà presenza fissa nelle scalette dei suoi concerti, ma difficilmente servirà ad ampliarne in misura apprezzabile la cerchia di estimatori. VOTO: 6,5. 
Arrivedorci - ELIO E LE STORIE TESE: un congedo più malinconico che divertente. Consueti ghirigori linguistici, col ricorso a termini di non frequentissimo uso, la parabola artistica di un gruppo di rottura "fumettizzata" ma senza alzate di ingegno particolarmente audaci. Come sopra per Biondi: i fans hanno probabilmente apprezzato, i semplici simpatizzanti come me prendono atto di un prodotto medio, senza infamia e senza lode, che forse accrescerà col tempo il suo appeal. Nella finalissima, si sono portati "in incognito" sul palco i Neri per Caso, loro partners durante la serata dei duetti. VOTO: 6.