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domenica 9 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA FINALE: IL TRIONFO DI DIODATO E' IL SUCCESSO-RIVINCITA DEL VIVAIO SANREMESE. LIVELLO MUSICALE ALTO, VINCE AMADEUS, PERDONO GLI OSPITI ITALIANI E... I BOICOTTATORI


C'è solo da gioire se a vincere il Festivalone è un talento rivelato al grande pubblico dal vivaio sanremese. Sì, proprio quel vivaio così poco considerato e spesso visto come un intralcio, tanto che un anno fa, di questi tempi, era stato cancellato dalla kermesse di febbraio per far posto a una categoria unica di concorrenti, integrata da due giovani selezionati in autunno. E già: nonostante le perplessità, nonostante un'esistenza mal sopportata, il "settore Primavera" della rassegna ligure si conferma vivo e vitale, sfornando l'ennesimo trionfatore nella categoria regina: Diodato ha iniziato il suo percorso ad alto livello sul palco dell'Ariston nel 2014, con l'intensa "Babilonia", in una gara "mostruosa" che gli oppose gioiellini in sboccio come Zibba, Filippo Graziani e The Niro e che, invece, vide inopinatamente prevalere il modesto rap di Rocco Hunt. Due anni fa venne giustamente promosso Big in coppia con Roy Paci, e forse più allora che oggi avrebbe meritato la vittoria con la splendida "Adesso". 
NON E' DA EUROVISION? PAZIENZA... - E tuttavia, intendiamoci, nulla da eccepire sulla sua affermazione a Sanremo 2020. "Fai rumore" è una ballata ben scritta (soprattutto riguardo alle liriche) e ottimamente interpretata, un giusto compromesso fra classicismo e modernità: non propriamente originalissima, a parer mio, con vaghi echi di già sentito, e questo spiega le mie poche perplessità, ma lo stesso discorso si poteva applicare l'anno passato a "I tuoi particolari" di Ultimo, per esempio, poi diventata una hit di enorme successo. La palma conquistata dal cantautore valdostano è dunque il meritato premio e il coronamento di una crescita costante, avvenuta per lunghi tratti sottotraccia. Diodato è un artista che solitamente rifugge le luci dei riflettori, tanto che, personalmente, non l'avevo mai sentito così "ciarliero" come in questa settimana di gara. E' un autore ispirato e ricco di idee, con una "penna" mai banale e uno stile riconoscibile. C'è chi ha avanzato dubbi sullo spessore della sua composizione in chiave Eurovision Song Contest, ma l'importanza della kermesse continentale non ci deve portare a valutare le canzoni di Sanremo soltanto in questa chiave. Anche perché credo che tutte le nostre partecipazioni del decennio abbiano dimostrato come non esista, di fatto, la formula giusta per sbancare quello che una volta chiamavamo Eurofestival: non ha funzionato il bel canto all'italiana in salsa tenorile del Volo, non ha funzionato la bizzarria del Gabbani di "Occidentali's karma", ha solo sfiorato il successo la modernità spiazzante di Mahmood. Inutile dunque fare programmi, vada come vada, l'importante è l'immensa visibilità in grado di dare la vetrina internazionale di maggio. 
LE ECCELLENZE: ELODIE, TOSCA, GABBANI - Parlando di "internazionalità" della proposta, nel ventaglio sanremese ha prevalso forse quella di Elodie, esempio di assoluta contemporaneità impreziosita da richiami a certe sonorità dance di fine Ottanta - primi Novanta (la mia mente è andata alla produzione degli Inner City, li ricordate?). Su "Andromeda" si sente chiara e distinta la griffe di Dardust e del suddetto Mahmood, nuova coppia d'oro della discografia italiana e garanzia di successo in radio e nelle chart: è un brano trascinante e cantabile, interpretato da una cantante che ha portato sul proscenio ligure una carica di sensualità che raramente è riscontrabile in altre interpreti della sua generazione: francamente, se ne avvertiva il bisogno.  La ragazza, nel mio personalissimo cartellino, avrebbe meritato il podio come Tosca, il suo esatto opposto, orgogliosa portabandiera della tradizione melodica nostrana ad altissimo tasso di classe ed eleganza, in una magistrale "Ho amato tutto" dalla poetica struggente.
In ogni caso, le prime tre posizioni erano abbastanza prevedibili, compreso il boom dei Pinguini Tattici nucleari che affiancano Elodie nella casella "tormentoni festivalieri" e che hanno tenuto alto il nome indie sdoganato dall'exploit dello Stato sociale nel 2018. Fra Diodato e Gabbani, nella sfida conclusiva, avrei optato per quest'ultimo, se non altro per premiare una proposta maggiormente coraggiosa (anche in rapporto alle precedenti esperienze del toscano) e dall'architettura più complessa ma non per questo priva di efficacia. La medaglia d'argento è comunque un eccellente traguardo e un importante riscatto per Francesco, che si è ripresentato tirato a lucido dopo la troppo lunga pausa seguita all'ubriacante successo di tre anni fa, un'assenza (interrotta da un singolo non esaltante, pochi mesi fa) che aveva fatto temere una perdita di ispirazione: nulla di tutto questo, e anzi Gabbani è ormai un artista maturo, in grado di reggere alla grande il palco e di districarsi al meglio attraverso diversi registri stilistici. 
PELU' E IREK, VETERANI IN PALLA - Non mi ha sorpreso più di tanto l'esclusione dalla zona medaglie delle Vibrazioni, che, come Gerardina Trovato nel 2000, sono stati proiettati subito in testa dalle giurie demoscopiche per poi essere progressivamente retrocessi, conquistando comunque un quarto posto che è traguardo ottimo, per un brano non eccelso, che si inserisce nel solco del repertorio della band ma con una ancor più accentuata tendenza all'easy listening. Dovrebbe comunque avere lunga vita fuori dal contesto Festival, così come le proposte dei veterani Pelù e Irene Grandi: per certi versi spiazzante il debutto del rocker dei Liftiba, la cui "Gigante" ha una struttura sonora possente ed energica ma cede, nel ritornello, alla più "bieca" orecchiabilità in salsa sanremese (il che non è un male, intendiamoci), mentre l'opera griffata Vasco Rossi non è proprio immediatissima, ma ha un suo spessore e Irek, splendida cinquantenne, l'ha portata sul palco con una personalità e una carica degne dei tempi migliori. 
URSO FARA' STRADA - A proposito di veterani: inferiore ai meriti il piazzamento finale di Zarrillo, che ha sposato una ritmica sostenuta, lontana dalla sua matrice prettamente morbida e soffusa: un esperimento sonoro che ha ricordato le rinascite di Nek 2015 e Turci 2017, ossia un'opera impastata di suoni danzerecci Novanta style. Operazione riuscita solo parzialmente, ma ha colpito comunque l'intatta verve vocale del buon Michele, uno che in carriera ha sempre raccolto meno di quanto meritasse. In tema di vocalità, dovrebbe avere un futuro garantito il giovane Alberto Urso. Su di lui mi ero chiesto: seguirà le orme del Volo o quelle, non entusiasmanti, di Safina e Mazzocchetti? Il verdetto, per quanto mi riguarda, è incoraggiante: il ragazzo è un talento vero, ha una voce senza cedimenti, la sua canzone rientrava appieno nei canoni della romanza - pop e sinceramente non mi è parsa malvagia. Sono convinto che con un peso maggiore attribuito al televoto, avrebbe potuto ambire a una posizione di assoluto riguardo. E continuando a parlare di ex talent: per teenagers innamorati la proposta invero leggerina di Riki, il quale mi ha intenerito anche per l'utilizzo dell'espediente tecnico che ne "metallizza" la voce, nulla di nuovo per noi "anziani", un espediente del genere era stato usato persino in "Se io fossi un angelo", brano di  Lucio Dalla del 1986, nientemeno. Bel testo per una Giordana Angi penalizzata però da una canzone eccessivamente obsoleta nell'impostazione. 
ANASTASIO IL "CATTIVO", RANCORE "L'INTELLETTUALE" - Fra i rapper - trapper ci si aspettava, dopo tante assurde polemiche, uno Junior Cally scorretto e cattivo. Il ragazzo non ha più la maschera e, con essa, ha perso forse anche un po' di forza emotiva impattante, è stato normalizzato dalla grande macchina festivaliera, e ha portato in concorso un brano furbetto, martellante con quel ritornello ripetuto all'infinito, nonché moderatamente cerchiobottista con gli attacchi politici distribuiti equamente fra i due Mattei della politica italiana. Con un Rancore quasi "intellettuale" e dallo stile di scrittura assai articolato e fantasioso, alla fine la palma del rapper più arrabbiato è toccata al giovane Anastasio, che ha spruzzato di rock e piglio radiofonico una "Rosso di rabbia" che, ad occhio e croce, dovrebbe funzionare e accrescerne la popolarità. 
ACHILLE RE DELL'IMMAGINE, LEVANTE AUTRICE DI VALORE - A livello di performance sceniche, vince per distacco la coppia Achille Lauro - Boss Doms, bizzarramente fashion e glamour, un inno alla canzone - immagine come non si vedeva dai tempi del pancione della Bertè e delle tutine di Anna Oxa. Iconici, li ho definiti giorni fa, perché non c'è dubbio che le loro performance saranno cliccatissime sul web ancora fra svariati lustri: Achille ha così oscurato, forse scientemente, una "Me ne frego" che si inserisce nel solco di "Rolls Royce" ulteriormente accentuandone i suoni hard (personalmente ho avvertito riminiscenze dei migliori Van Halen); l'artista (ebbene sì, lo è) ha in scena una sfrontatezza e un istrionismo che lo candidano a sicuro protagonista dei prossimi anni. Di gran presa anche la coreografica prestazione di Gualazzi, benché di natura ovviamente diversa, incentrata sulle molteplici suggestioni che sa regalare la musica live, giusta cornice per una "Carioca" variopinta che ha confermato le poliedriche doti di Raphael, convincente e brioso anche sul piano del canto. Menzione finale per altre due fanciulle: il primato dell'easy listening più spinto spetta alla giunonica Elettra Lamborghini, quello della ricercatezza compositiva alla brava Levante, con una canzone tutt'altro che semplice sia a livello testuale che come costruzione complessiva, non a caso emersa solo dopo ripetuti ascolti e per questo penalizzata in graduatoria. Ecco un'altra ragazza che vale e che dovrà rappresentare un pilastro della musica italiana del domani. 
FUGA DI NOTIZIE - Si può dire che la serata finale di Sanremo 70 sia stata... modellata dai giornalisti. In quali in mattinata han fatto la voce grossa (non senza ragione) per l'estenuante lunghezza delle puntate, sottolineando il fatto che, per esigenze di stampa, avrebbero dovuto conoscere il nome del vincitore a un orario decente, diciamo entro l'una e mezza. Così è stato, ma qualche tv è venuta meno all'implicito impegno morale di non divulgare la notizia prima della comunicazione sul palco sanremese: il nome di Diodato ha preso a circolare sul web (ma anche in tv) con svariate decine di minuti di anticipo sull'ufficialità, una scorrettezza di cui la Rai dovrebbe chiedere conto ai responsabili. Un'altra caduta di stile di alcuni media, dopo la pessima figura rimediata l'anno scorso con le svilenti scene sull'esibizione del Volo. Per il 2021, sarà forse il caso di rivedere il ruolo decisivo attribuito alla sala stampa, che ha addirittura la possibilità di incidere, col proprio voto, sul verdetto finale del Festival, una cosa inconcepibile. 
SCALETTA VECCHIO STILE, FINALMENTE - Ma si diceva della scaletta, modellata in versione old style, con i cantanti in gara che si sono presi la ribalta succedendosi a ritmo sostenuto per poi dare spazio all'appendice dei fuori concorso, esattamente come si faceva, con grande successo, fino agli anni Ottanta. Amadeus e l'organizzazione ci sono arrivati, dulcis in fundo: certo aspettare la serata conclusiva per mettere la competizione al centro dell'attenzione è un po' tardi, ma apprezziamo la buona volontà. Rimane però il fatto che, su questo piano, l'attuale direzione artistica abbia riportato Sanremo a quanto accadeva prima delle gestioni Conti e Baglioni, quando la gara diventava spesso quasi marginale nell'ambito di una trasmissione che era soprattutto show televisivo. Un peccato, perché il livello complessivo della proposta musicale 2020 è stato più che buono, pur senza regalare picchi spiazzanti come lo furono il Gabbani 2017 e il Mahmood 2019. E resta misteriosa anche la gestione di quanto avvenuto dopo la sfilata dei 23 concorrenti, col minutaggio eccessivo riservato a Fiorello e quasi tutti gli sopiti (escluso Biagio Antonacci) concentrati a cavallo delle due di notte, con esiti oltretutto bizzarri, vedasi ad esempio l'apparizione un po' sopra le righe del tenore Vittorio Grigolo. 
OSPITI SGRADITI - Uno dei tanti ospiti di cui non si sentiva la necessità, e l'elenco, per questo festival, è lunghissimo. Da martedì a oggi, salviamo solo Emma per la bellezza dell'esibizione, la reunion dei Ricchi e Poveri per il peso storico dell'evento, la forza emotiva e l'impatto sociale delle apparizioni della coppia Gessica Notaro - Antonio Maggio, del rapper Paolo Palumbo e del ballerino Ivan Cottini, gli ultimi due strenui lottatori rispettivamente contro il mostro SLA e contro la sclerosi multipla. E poi gli stranieri Lewis Capaldi e Dua Lipa, molto meno il presenzialista Mika e i Gente de Zona, non propriamente famosissimi e buttati sul palco a un orario che non ha certo consentito di apprezzarne al meglio le doti. Tutti gli altri, tutti gli ospiti italiani venuti a fare promozione dei loro nuovi dischi o a riproporre stanchi pout pourri dei soliti, inflazionatissimi evergreen, restano brutte pagine di una kermesse che dovrebbe trovare il coraggio di dire no a certe inutili presenze, acchiappa audience ma ripetitive e ingombranti nei confronti di chi si dà battaglia per il trofeo. Tornando a Fiorello, dopo un avvio col freno a mano tirato, da mercoledì in poi si è gradualmente preso la scena, fino a debordare in un modo anche eccessivo, come appunto questa notte (ma l'ironia sull'abuso di autotune è stata oggettivamente centrata). Tuttavia non è giusto dire che il successo di Sanremo 2020 sia da attribuire a lui in toto: Amadeus ha dimostrato di poter reggere brillantemente la gestione di un carrozzone catodico così mastodontico, la sua conduzione non ha avuto sbavature, non ha annoiato e ha evidenziato abilità nel padroneggiare con autorità ogni singolo istante delle oltre 25 ore di diretta, compreso il passaggio più difficile, quello della fuga di Bugo. 
ANCORA SUL FATTACCIO BUGO - MORGAN - E' stata la pagina più triste e al contempo più surreale della rassegna. Lo confesso: non riesco a smettere di ridere riguardando il video del fattaccio, con Morgan che finge stupore chiedendo "che succede?" e che chiama il suo  ex amico come se stesse cercando un cagnolino ("Dov'è Bugo? Bugo?"). Uno di quei momenti che, senza tanti giri di parole, fanno anche la gioia dei cultori del festivalone, perché ne vanno a scrivere la storia minima, quella dei siparietti più sgangherati e improbabili. Chiusa questa parentesi "scorretta", però, rimane l'amarezza. Lette un po' tutte le ricostruzioni, non mi riesce difficile immaginare che, per quanto le colpe non siano quasi mai da una parte sola, in questo caso le responsabilità maggiori appartengano all'ex Bluvertigo: lasciamo giudicare ai lettori quanto sia professionale presentarsi sul palco di Sanremo con un testo modificato all'ultimo momento, un testo in cui si spara a zero sul collega.
 Un'alzata di genio che, pare, sia stata l'apice di un'avventura sanremese accidentata e sofferta, come dimostrato dalla tormentata gestazione della cover di giovedì, una "Canzone per te" che ha offeso la memoria di Sergio Endrigo, una performance imbarazzante che dovrebbe essere cancellata dalle Teche Rai, un "qualcosa" di indefinibile che non sarebbe mai dovuto arrivare sul palco della manifestazione più importante. L'errore di Bugo e del suo entourage, se ne vogliamo trovare uno, è che si doveva cercare di non giungere a Sanremo con tutti questi nodi da sciogliere, perché era chiaro che la bomba poteva esplodere da un momento all'altro. Siccome sono uno che non ama infierire su nessuno, nemmeno su chi lo merita, dico solo che Morgan ha bisogno di aiuto, perché è ormai totalmente fuori controllo: e fa solo il suo male chi mostra accondiscendenza nei suoi confronti, come tanti giornalisti, come ad esempio Red Ronnie (si veda su You Tube la loro telefonata notturna). 
CHI PERDE - Proprio Ronnie è uno dei grandi sconfitti di questo Festival, assieme a tutti i fautori di campagne pretestuose, a chi invocava odiose censure (la cosa più triste che possa essere concepita in un Paese civile del 2020, ancora più triste e inquietante se a chiederla sono degli artisti), a chi proclamava l'incapacità del direttore artistico (l'abbiamo visto, infatti), ai creatori inesausti di hashtag, a chi ha sentito costantemente il bisogno di farci sapere che non guardava Sanremo, quasi fosse un manifesto di superiorità intellettuale da sbandierare a ogni pié sospinto. Riprendetevi, ragazzi: la verità è che fate quasi tenerezza. Oltretutto hanno sbagliato quasi ogni valutazione (ah, il vizio di giudicare prima...), perché raramente si era visto un Festival così abile nel coniugare leggerezza e impegno, così inclusivo, così aperto a tutte le istanze (diritti dei disabili, parità fra i sessi, eccetera). Junior Cally è stato accolto persino con calore dal pubblico in sala, e le prese di posizione di cantanti mature e razionali come Irene Grandi e Levante hanno fatto giustizia di troppe parole male utilizzate. Il resto scompare, come dice la burrosa "Elettraaaa, Elettra Lamborghiniiii"... 

venerdì 7 febbraio 2020

SANREMO 2020: SERATA COVER LUNGA E DIMENTICABILE. POCHE GEMME, DA TOSCA A DIODATO - ZILLI, DA GUALAZZI - MOLINARI A GIORDANA ANGI


La serata delle cover è ricomparsa dopo il salutare biennio "baglioniano" di pausa. Siamo sinceri: non se ne avvertiva la mancanza. Giustificata almeno in parte dalle esigenze celebrative del settantesimo compleanno, la rassegna di evergreen liberamente rivisitate non ha regalato momenti particolarmente memorabili, e del resto era prevedibile: se in tante edizioni, l'unico rifacimento ad aver avuto lunga vita fuori dall'Ariston è stato "Se telefonando" di Nek, un motivo ci sarà pure. Il fatto che le esibizioni di ieri debbano incidere sul risultato finale della kermesse rappresenta poi uno dei misteri poco gaudiosi di questo Sanremo 2020: chissà cosa diavolo è passato per la mente di Amadeus nel momento in cui ha deciso di inserire nel regolamento questo meccanismo che, più che astruso, definirei inconcepibile. 
LA SCONFITTA DELLA GARA - Il problema di serate come quella di poche ore fa, in ogni caso, è a monte. Quando questo Festival chiuderà i battenti, sarà d'obbligo prendere seriamente in considerazione un ripensamento generale della struttura, della costruzione dell'evento. Con la doppia sfilata dei big di oggi e domani le cose dovrebbero un po' migliorare, ma al momento posso dire, senza tema di smentite, che la kermesse numero 70 ci ha riportati indietro di almeno una decina d'anni, sul fronte della centralità della gara. L'importanza della ricorrenza e la necessità di allestire attorno ad essa uno show memorabile ha fatto un po' prendere la mano alla Rai e al direttore artistico in carica: il Sanremo in corso è un inno alle ospitate, alle passerelle fuori concorso. Non dico che si debba tornare alla formula in atto fino agli anni Ottanta, ossia prima tutti i cantanti in gara e poi appendice per le star "extra" nella seconda parte della trasmissione (formula peraltro efficace e apprezzata dal pubblico, anche se erano decisamente altri tempi e la battaglia dell'audience vedeva quasi sempre la tv di Stato vincitrice in partenza), ma non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. 
STRUTTURA DA RIPENSARE - L'evento Festival 2020 è mal concepito, a livello di scaletta: ieri si è partiti forte con i concorrenti, poi un vistoso rallentamento, tanto che, per un largo tratto di serata, pareva fosse stata vietata per decreto l'esibizione di più di due Campioni di seguito; infine, una volta esaurita la sarabanda delle vedettes, dopo l'una di notte (l'una di notte!) è ricomparso il concorso, proponendo a tambur battente circa la metà degli artisti in lizza. Così, il messaggio che passa è duplice, e doppiamente negativo: ora che abbiam mostrato gli elementi di spettacolo importanti, togliamoci rapidamente il peso della gara; oppure: abbiam fatto tardi, ora sbrighiamoci e buttiamo sul palco uno dopo l'altro i concorrenti rimasti. In entrambi i casi, la Rai non ci fa una bella figura. Tutto questo lo dico a prescindere dagli esiti delle rilevazioni Auditel, sempre confortanti: il successo è scontato perché la concorrenza è quasi inesistente e, in ogni caso, lo spettacolo è di indubbia attrattiva, ma agli organizzatori piace vincere facile. Manca coraggio, il coraggio di fare una manifestazione più innovativa ma al contempo rigorosa, che valorizzi adeguatamente la sua ragione stessa di vita, ossia la competizione. Perché è incredibile: prima della kermesse si parla per mesi, per settimane del possibile cast, dei cantanti papabili per entrare nel listone, segno che agli appassionati fondamentalmente questo interessa, e poi, quando si inizia, i riflettori si accendono sul Sanremo inteso come varietà televisivo. E' una contraddizione in termini che Conti e Baglioni avevano in qualche modo risolto, e che finora Amadeus ha fatto tristemente ricomparire, e ciò rappresenta forse l'unica sua sconfitta (ma una sconfitta non da poco) in una rassegna per il resto bene allestita. 
TOSCA, MOLINARI, ANGI: OK - Scusandomi per il lungo ma necessario sfogo, mi accingo a parlare delle cover: una forma musicale da maneggiare con estrema cura, perché "come fai sbagli". Se sei troppo aderente all'originale mostri scarsa fantasia, se forzi troppo la mano della libera interpretazione diventi un profanatore di classici. L'ideale, in questa come in tante altre situazioni della vita, è la via di mezzo, e questo aspetto è una delle spiegazioni del successo finale di Tosca, che con Silvia Perez Cruz ha dato vita a una brillante rilettura spagnoleggiante di "Piazza grande", la quale peraltro già in originale si prestava a questa particolare rivisitazione. Tenete d'occhio la cantante romana, che ha raggiunto il vertice della maturità artistica e che sabato notte potrebbe ottenere un piazzamento insperato. L'orchestra, per l'occasione nel ruolo di giuria, ha assurdamente maltrattato lo splendido duetto Gualazzi - Molinari in "E se domani" (rivogliamo presto Simona in gara, due sole partecipazioni in curriculum per lei sono inaccettabili), e anche la sobria e intensa performance di Giordana Angi (coi Solis String Quartet) in "La nevicata del '56". Ha fatto molto discutere la "Vacanze romane" di Masini e Arisa, certo lontana dalla versione Matia ma che, nel complesso, mi è parsa rispettosa del capolavoro e dignitosamente interpretata, senza particolari forzature vocali. "Si può dare di più" a cura del trio Levante - Michielin - Maria Antonietta si è fatta apprezzare più per l'arrangiamento morbido che per l'impasto delle voci delle ragazze, mentre Diodato e Nina Zilli hanno offerto una rivisitazione pittoresca e di grande impatto visivo per "24mila baci".
BENE LA RILETTURA DI "LUCE" BY RANCORE - Merita tutto sommato l'inserimento nella lista dei promossi anche Paolo Jannacci in "Se me lo dicevi prima", resa molto efficace dal dialogo con Francesco Mandelli. Pur senza miracol mostrare, ha portato a casa la pagnotta Piero Pelù con una scatenata "Cuore matto", impreziosita dalla voce di Little Tony tratta dal filmato di Sanremo '67, una rarità recuperata dalle Teche tre anni fa di questi tempi. Eleganti pur senza guizzi Irene Grandi e Bobo Rondelli con "La musica è finita", meglio del previsto Achille Lauro, anche se "Gli uomini non cambiano" è stata portata in alto soprattutto da Annalisa, altra bravissima interprete che deve ritornare al più presto in concorso, speriamo già l'anno prossimo. C'è poi la parentesi dei rapper - trapper, che hanno scandalizzato i puristi: personalmente, anche se so di non trovare molti in accordo con me, non considero scandaloso che questi ragazzi diano liberissime interpretazioni dei classici, fino a inserirvi parti ex novo da loro concepite; il duetto Rancore - Rappresentante di Lista per "Luce" di Elisa, ad esempio, mi è parso originale e di notevole impatto, meno un Anastasio sopra le righe in "Spalle al muro" con la PFM, ma qui è questione di gusti. 
DELUDONO MINGHI, LAMBORGHINI, GABBANI - Il "buono" della serata, per quanto mi riguarda, si ferma qui, e non è molto: Alberto Urso poteva cantarsi da solo "La voce del silenzio" senza l'inutile apporto di Ornella Vanoni, Elodie troppo appiattita sulla versione originale di "Adesso tu", leggero e quasi inconsistente il medley dei Pinguini Tattici Nucleari, invece premiato dagli orchestrali, insufficiente "1950", non per colpa della Pavone che ha fatto il suo, quanto per un Minghi che, quando comincia a snocciolare in versione "accelerata" i versi delle sue canzoni, cosa che fa un po' troppo spesso, diventa perfino irritante. Il resto non ha lasciato il segno e non merita nemmeno la citazione, a parte il surreale duetto Lamborghini - Myss Keta che è stato una sfida all'intonazione nettamente perduta (per k.o., direi), e a parte l'evitabilissimo travestimento da astronauta tricolore di Gabbani per "L'italiano" di Cutugno. 
L'EROTISMO DI BENIGNI, LA PARLANTINA DI ALKETA - Non molto da dire anche sul "contorno": quasi mezz'ora di Benigni è un po' troppo anche per gli estimatori del premio Oscar, poche battute all'altezza del suo passato satirico, una pesante introduzione alla lettura di brani del Cantico dei Cantici, il che è stata invece una discreta trovata, che oltretutto ha portato erotismo puro (e di classe, di altissimo spessore letterario) in una prima serata (o giù di lì) della rete ammiraglia, cosa non da poco. Lewis Capaldi ha fatto respirare quell'aria internazionale che sta mancando tremendamente in questo Sanremo 70, Alketa Vejsiu ha mostrato genuino entusiasmo per il traguardo professionale raggiunto: parla a macchinetta come nemmeno il Claudio Cecchetto dei tempi d'oro, e potrebbe essere una soluzione da non scartare per la conduzione di una futura edizione, benché dopo il suo primo intervento un microfono lasciato aperto (ed è successo altre volte durante la diretta) abbia fatto intuire un rimprovero nei suoi confronti per l'eccessivo minutaggio che si era preso: ma non è certo colpa sua se lo show deborda fino alle prime luci del mattino... 
NERVI A FIOR DI PELLE - L'unica giustificazione all'ingaggio di Georgina Rodriguez è stata invece la possibilità di avere in platea Cristiano Ronaldo, presenza comunque d'eccezione. Giunge voce infine di un contrasto fra Fiorello (ieri assente) e Tiziano Ferro, che in chiusura di seconda serata se l'era bonariamente presa con l'entertainer siculo per l'ampio spazio occupato nello spettacolo. Addirittura, pare che Fiore abbia minacciato di mollare il carrozzone. Ipotesi inverosimile e poi rientrata con le scuse del cantante, però sintomatica dei nervi tesi di un'epoca in cui basta una battuta poco felice ma sostanzialmente innocua, e per di più pronunciata a tarda notte, per far saltare la mosca al naso anche a seri professionisti. Camomilla, please. 

martedì 7 gennaio 2020

SANREMO 2020: CAST ALLUNGATO CON TOSCA E RITA PAVONE. E SE L'AGGIUNTA DI BIG IN EXTREMIS DIVENISSE UNA COSTANTE?


Un giorno, forse, qualche gola profonda (o semplicemente un giornalista che sa fare il proprio mestiere) ci spiegherà cosa diamine sia accaduto, più o meno da San Silvestro a ieri pomeriggio, per alimentare l'antivigilia sanremese più movimentata e incomprensibile perlomeno dai tempi del famoso Festival 2004, quello targato Tony Renis. Cose mai viste: fughe di notizie, annunci irrituali e intempestivi, per chiudere la sarabanda con una novità assoluta, ossia l'allungamento della lista dei Big in extremis, a cast già reso noto. 
Ormai i Campioni invitati all'Ariston erano sulla bocca di tutti: ufficializzati in maniera insolita e discutibile, l'ho scritto nel precedente post, attraverso un'intervista che il direttore artistico Amadeus ha rilasciato a un solo giornale, La Repubblica, in base a chissà quali valutazioni. Possibile che non si sia consultato coi vertici Rai prima di farlo? Possibile che nessuno gli abbia fatto notare la totale inopportunità di un passo del genere, che oltretutto, lo sottolineo nuovamente, ha parzialmente "bruciato" la trasmissione televisiva di ieri sera, lo speciale "I soliti ignoti" che doveva appunto servire anche a svelare il listone dei vip in gara a febbraio? Dopodiché, ecco l'ultimo colpo di scena: due big in più da aggiungere al cast. A memoria, credo non sia mai avvenuto prima nella storia del Festivalone. 
E SE L'AGGIUNTA IN EXTREMIS DIVENTASSE UNA COSTANTE? - Ripeto: due nomi a integrare un cartellone già annunciato, Per fare ciò, oltretutto, era necessaria una modifica del regolamento, che ha continuato a parlare di gara con 22 Campioni fino al tardo pomeriggio di ieri, quando la versione aggiornata è stata inserita nel sito della rassegna. L'ampliamento dei posti a disposizione per i cantanti famosi è una costante di Sanremo, ma si è sempre verificata prima della comunicazione del cast, mai dopo. Una primizia assoluta, dunque, che in futuro potrebbe persino diventare una costante, rappresentando un gustoso elemento di suspense supplementare. Magari fatto meglio di così, riservandosi cioè cinque o sei nomi a sorpresa, e non solo due come avvenuto quest'anno. Stavolta, nonostante i sorrisi sciorinati a profusione ieri sera al Teatro delle Vittorie, è parso più che altro un affannoso tentativo di mettere una pezza a una situazione imbarazzante e per certi versi incomprensibile come quella creatasi a partire dal 31 dicembre: incomprensibile perché, lo ribadisco, non riesco a credere che siano state compiute determinate azioni senza valutarne l'impatto. Ma tant'è. 
NIENTE GROSSI CALIBRI - Nella mattinata dell'Epifania, quando ha cominciato a circolare la voce di questo nuovo clamoroso annuncio, si sono sprecate le indiscrezioni, ed è stato fin troppo facile ipotizzare la presenza di personaggi "super", pezzi da novanta che avrebbero impreziosito il listone. Dipende poi cosa si intende per pezzi da novanta, perché quelli, in fondo, già c'erano: non si possono considerare tali i Pelù e i Gabbani, i Masini e le Grandi, fino all'Achille Lauro rivelazione del 2019? Sarebbe stato irrispettoso nei loro confronti creare un evento ad hoc per inserire nel gruppo due mega-assi che, automaticamente, avrebbero guadagnato i galloni dei favoriti e monopolizzato le luci dei riflettori. Quindi, niente Carmen Consoli o Gianna Nannini, niente Massimo Ranieri. Nessuna chance neppure per chi, come Bersani o i Kolors, qualche organo di stampa aveva dato in corsa fino all'ultimo. Sono arrivati due nomi inattesi e non certo destinati ad accendere fantasie ed entusiasmi. 
BENE TOSCA, DUBBI SU RITA - Intendiamoci: Tosca è un'artista talentuosa, eclettica e in parte incompresa, la sua " Il terzo fuochista", presentata in concorso nel 2007, rimane uno dei gioielli più luccicanti (e purtroppo semi-dimenticati) della storia sanremese, la testimonianza di come su quel palco possano e debbano essere presentate anche opere destinate a non vendere dischi ma a emergere solo per le loro spiccate qualità. E' una presenza graditissima, insomma, e che, se guardiamo bene, si inserisce nella medesima linea artistica perseguita fin dall'inizio da Amadeus, una linea coraggiosa che ha badato poco ai nomi "da Rai 1", ai grandi classici che non fanno più cassetta, cercando in primis di avvicinarsi il più possibile ai gusti dei giovani e, in seconda battuta, di guardare più alla bontà delle proposte che alla fama di chi le ha presentate. Perché Tosca non è un'artista che muove legioni di fans o che fa parlare di sé, e perciò "deve" avere per forza un gran bel pezzo, e sono sicuro che la mia fiducia sia ben riposta. 
Discorso un po' diverso per Rita Pavone, clamoroso repechage a distanza di quasi cinquant'anni (!) dall'ultima partecipazione in gara. Sinceramente una scelta difficile da comprendere, per una cantante con un grande, grandissimo passato dietro le spalle ma senza apprezzabili prospettive di mercato, sia in termini di vendite che di serate live. Una celebrazione di sicuro, magari anche una "convocazione" più "furba" che altro, per un personaggio comunque ancora popolarissimo presso il pubblico medio della rete ammiraglia. A questo punto sarebbe interessante, e sarebbe una decisione controcorrente da parte degli organizzatori, rendere noti quantomeno i nomi dei primi quindici - venti esclusi, come del resto è stato fatto tantissime volte in passato; e sarebbe estremamente interessante che le canzoni di questi esclusi venissero poi in qualche modo diffuse, dando al pubblico la possibilità di valutare la bontà della selezione effettuata. Lo aveva proposto, mi pare, Dario Salvatori una decina di anni fa, ma la cosa cadde nel vuoto. 
IL PREZIOSO PAPIRO - Dunque, questa tempestosa antivigilia si chiude qui (forse). Un caos, lo ripetiamo, originato da una fuga di notizie resa possibile da un regolamento debole. Ma anche qui ci sarebbe da fare qualche considerazione: perché il primo listone, quello dei ventidue, era già in possesso di diversi giornalisti da qualche giorno, come qualcuno ha candidamente ammesso? Perché devono esserci questi "spifferi" informativi? Quale ne è l'utilità? Dopodiché, se il prezioso "papiro" prende a girare, è ovvio che qualcuno fiuti lo scoop e lo pubblichi: sbagliando solo se ha tradito un accordo. Ma l'errore alla base, gravissimo, è di chi ha fatto uscire la notizia dalle segrete stanze della Rai.
UN FESTIVAL STIMOLANTE - Nelle ultime ore non sono mancati gli strali velenosi verso Amadeus; io stesso, ripeto, non ho capito il gesto dell'annuncio anticipato con tutto ciò che ne è conseguito. Già se ne intona il de profundis sanremese, nel senso che difficilmente lo si immagina alla guida anche dell'edizione 2021. Su questo posso essere d'accordo, ma intanto direi di aspettare di vedere come sarà la kermesse ormai imminente. Al netto delle polemiche, politiche e giornalistiche, il cast dei Campioni ha comunque molto di interessante. Se non si è prigionieri della nostalgia, anzi, di materiale stimolante ce n'è a iosa: bisogna guardare avanti, aggiornarsi musicalmente, e lo si può fare anche ascoltando ciò che ci propongono volti nuovi come i Pinguini Tattici, Junior Cally (che si esibisce mascherato, non propriamente una novità, se ricordate The Bloody Beetroots nel 2014), Rancore, Anastasio. Su con la vita, dunque, e sguardo in avanti. Aspettiamo ora qualche grande voce straniera, di quelle che "Ama" aveva promesso, e co-conduttrici che siano professioniste dello spettacolo, showgirl autentiche, non sopravvalutate giornaliste prestate al palcoscenico. Intanto, il discusso anchorman ha portato a casa, ieri, una serata televisiva con ottimi ascolti, rafforzando la sua posizione in Rai a dispetto dei passi falsi. 

martedì 27 agosto 2013

AMARCORD: IL RITORNO IN TV DI "IL CASO SANREMO", ARBORE E BANFI AL TOP


Domenica scorsa si è conclusa, su Rai Uno, la serie di repliche pomeridiane delle cinque puntate di "Il caso Sanremo - Ex Aspettando Sanremo", squinternato viaggio attraverso quasi quarant'anni di Festival della canzone andato in onda per la prima volta fra gennaio e febbraio 1990, il sabato sera, a mo' di antipasto della rassegna canora vera e propria, quella che, unica volta nella storia, si svolse nel mai troppo rimpianto Palafiori di Arma di Taggia e venne vinta dai Pooh. Val la pena parlarne, del bizzarro show griffato Renzo Arbore - Lino Banfi, innanzitutto per... rendergli giustizia in differita. Già, perché questo gioiellino televisivo, nato quando ancora la Tv italiana sapeva produrre idee non banali e metterle brillantemente in pratica, ha avuto una storia molto strana, direi accidentata: sbocciato fra non poche difficoltà, di cui parleremo tra breve, entrò però rapidamente nel cuore del pubblico, con lusinghieri risultati di audience, e riscosse il plauso quasi incondizionato della critica. Insomma, la situazione ideale perché diventasse uno spettacolo cult, uno di quelli destinati ad essere trasmesso e ritrasmesso fin quasi alla noia, e a fornire materiale in quantità per i programmi - collage sul filo della nostalgia tipo l'attuale "Techetecheté". E invece, negli anni successivi, "Il caso Sanremo" è pressoché scomparso dai teleschermi: non ricordo se, prima di essere "ripescato" in questo agosto 2013, vi siano state precedenti repliche: a memoria direi di no ma, in caso contrario, tali riproposizioni devono esser state assai poche e pure semiclandestine. 
GIOIELLO DIMENTICATO - Un capolavoro catodico messo subito in magazzino e lasciato lì a impolverare. Perché? Semplice dimenticanza, o più probabilmente pigrizia mentale. Fateci caso: coloro che sono preposti alla costruzione delle trasmissioni "di archivio" attingono, in linea di massima, sempre alle stesse fonti, pur prestigiose, tralasciandone completamente altre, e spesso addirittura ripropongono sempre gli stessi filmati, ormai mandati a memoria dagli sconsolati telespettatori. Così, certe gemme preziose finiscono per troppo tempo nel dimenticatoio. Cosa grave in generale, ancor più per un progetto come "Il caso Sanremo", terzo capitolo e sintesi ideale di quella "formula Arbore" che dalla metà degli anni Ottanta sconvolse certi schemi dell'intrattenimento nostrano, incontrando un favore di pubblico fragoroso e inaspettato.
Un percorso iniziato con "Quelli della notte", proseguito con "Indietro tutta" e completatosi con questo "aperitivo sanremese", nel quale si ritrovano in larga parte gli elementi salienti dello stile di scrittura del poliedrico showman pugliese: divertimento sfrenato attraverso una sorta di... caos organizzato, un'allegria "paesana" ma calibrata sui tempi e sulle modalità espressive del piccolo schermo, personaggi - tormentone dalla bizzarra e straripante simpatia, gag semplici ma non scontate eppure godibili, tanta musica, una coralità recitativa in cui tutti hanno un ruolo ben preciso, eppure nulla sembra al proprio posto, in un felice disordine scenico. E poi le sigle di facile presa, anche se, inspiegabilmente, le orecchiabili "Che ne parliamo a fa'" (si veda il video qui sotto) e "E la candela va" non ebbero il successo di vendite di "Ma la notte no" e "Sì, la vita è tutt'un quiz". Misteri del mercato discografico.


CELEBRAZIONE SCANZONATA - "Il caso Sanremo" andava però oltre la suddetta formula, la completava e la arricchiva, anche perché nasceva con uno scopo ben preciso e, diciamo così, "serio": al divertissement puro si aggiungeva la necessità di celebrare l'evento canoro - catodico per eccellenza, il Festivalone che quell'anno toccava la ragguardevole quota di 40 edizioni. Ma a celebrarlo in maniera istituzionale aveva già pensato, pochi mesi prima, Mike Bongiorno su Canale 5 con "C'era una volta il Festival", spettacolo che vide in lizza, in un vero e proprio concorso, le vecchie glorie della manifestazione a riproporre i loro cavalli di battaglia. Quel geniaccio di Arbore, ovviamente, percorse altre strade: un vero e proprio processo al passato del Festival, ai suoi fatti e soprattutto ai suoi misfatti, con tanto di Corte, giuria popolare, pubblico ministero e avvocati. Ma lo spazio per la nostalgia era comunque garantito dalla presenza, in ogni puntata, di due o più cantanti per ogni decennio fin lì attraversato dalla manifestazione, dai Cinquanta agli Ottanta. 
CANTANTI ASSENTI E PRESENTI - Dicevo delle difficoltà di gestazione: proprio il fatto di arrivare poche settimane dopo la produzione - kolossal di marca Fininvest impedì alla Rai, per motivi di esclusiva con la corazzata berlusconiana, di scritturare molti dei cantanti che avevano preso parte a "C'era una volta il Festival", fra cui plurivincitori sanremesi come Bobby Solo e Iva Zanicchi. Della vicenda si trova una traccia in una delle puntate dello show di Arbore, una traccia leggera ma incisiva, nel segno dell'arguta ironia del duo pugliese mattatore dello show: il buon Renzo elenca una serie di artisti non partecipanti al programma, poi, da buon giudice con tanto di toga, per ciascuno di essi specifica: "Contumace!", e Lino ogni volta aggiunge: "Con... Berlusconi!". Un ostacolo che però non impedi alla trasmissione di Rai Uno di schierare, nelle cinque puntate, oltre quaranta cantanti reduci dai Festival passati: da Carla Boni a Linda Cristian, da Sergio Endrigo a Don Backy, da Antoine a Peppino Di Capri e a Flo Sandon's, fino a Rossana Casale, Raf, Zarrillo, Mia Martini, Eduardo De Crescenzo...
MATTATORI - Creatura bizzarra, questo revival caciarone e fuori dagli schemi, fin dalla scelta del titolo: presentato dalla stampa e dagli stessi protagonisti come "Aspettando Sanremo", già dalla prima puntata mutò ragione sociale e diventò "Il caso Sanremo", in seguito a una trovatina di sicuro impatto: un annuncio di un giornalista del Tg1 che seriosamente comunicò la mancata messa in onda del previsto spettacolo, per lasciar posto a un servizio giornalistico "sui presunti, gravi reati che ne hanno impedito la trasmissione"...
La riuscita dello show si dovette anche, in larga parte, all'intesa perfetta fra Arbore e Lino Banfi, coppia inedita dai tempi comici mirabili e con la battuta sempre in canna. Era ancora il Banfi brillante, ruspante e straripante lasciatoci in eredità dai film scollacciati degli anni Settanta - primi Ottanta, il radicale mutamento di modalità espressive figlio di "Un medico in famiglia" era ancora di là da venire. Quel Banfi era ormai diventato uno dei volti di punta della Rai, dopo la militanza Fininvest, anche se il suo passaggio da una sponda all'altra fece meno rumore rispetto a quelli di personaggi come Corrado, Bongiorno, Carrà, Baudo e il duo Vianello - Mondaini. Lino negli anni precedenti aveva già guidato una discussa "Domenica in", un festival di Saint Vincent e uno show serale assieme ad Heather Parisi ("Stasera Lino"), e nell'autunno precedente era stato protagonista del telefilm "Il vigile urbano".
FEDELISSIMI E GIOVANI RAMPANTI - Al fianco dei due mattatori, nel segno della continuità con i due illustri programmi prima citati, tanti fedelissimi di Arbore: Stefano Palatresi, allora in rampa di lancio come giovane cantante pop raffinato anche grazie al secondo posto fra le Nuove proposte a Sanremo '88, ma in realtà mai del tutto sbocciato in tal senso, poi il prolisso "profeta dell'ovvio" Max Catalano, di recente scomparso, e Arnaldo Santoro, con in più il poliedrico Michele Mirabella nelle vesti di improbabile avvocato; attorno a loro, il solito pubblico pletorico, dai costumi coloratissimi e partecipante attivo di vari momenti dello spettacolo, sempre in linea con la tradizione di "Quelli della notte" e "Indietro tutta".
Non solo: oggi sappiamo che "Il caso Sanremo" fu anche vivaio di future giovani stelline della musica italiana: nel complesso musicale "I campagnoli belli", guidato da Stefano Palatresi, faceva bella mostra di sé la cantante Tiziana Donati, che di lì a poco avremmo imparato a conoscere come Tosca, e più defilato un Sergio Cammariere giocherellone e dalle buffe espressioni facciali, tutt'altro personaggio rispetto al cantante timido e sofisticato che ha raggiunto un discreto successo negli anni Duemila. Insomma, per una volta si può ben dire grazie alla Rai, per aver riportato alla luce questa gemma di una tv che sapeva ancora piacevolmente sorprendere perché poteva ancora contare su animali da palcoscenico ma, soprattutto, su idee brillanti e autori in grado di produrle. Ecco: autori, originalità, voglia di sperimentare, ciò che manca quasi in toto alla televisione d'oggidì. 

lunedì 13 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: I GIOIELLI NASCOSTI DEGLI ANNI DUEMILA - I BIG (2)

Riprendiamo la nostra carrellata sulle perle sanremesi degli anni Duemila nascoste o dimenticate. Eccoci al 2004, l'anomalo Festival targato Tony Renis. Nonostante il boicottaggio FIMI, il cast non è comunque privo di nomi di un certo spessore, magari non troppo adusi alle grandi ribalte. Uno di questi è Pacifico: "Solo un sogno" è il classico brano che mette insieme piglio cantautoriale, originalità di impostazione e orecchiabilità, ma, a detta di molti dei cronisti al seguito, la resa ne risulta pesantemente condizionata da una prestazione "live" dell'artista non all'altezza della situazione. Da allora Pacifico non è più tornato a Sanremo, pur avendo sfiorato l'ammissione nel 2008. 




Nel 2005 i Velvet, che dalla Riviera dei Fiori avevano preso il volo quattro anni prima, ritornano musicalmente più maturi, con la tesa "Dovevo dirti molte cose". Un gruppo che, eccezion fatta per la celebre "Boy band", tormentone dell'estate 2001, non ha mai ceduto all'easy listening fine a se stesso, cercando di mettere sempre qualcosa di più "corposo" nei propri pezzi. 





2006: è il Festival di Panariello e di un Mazzi ancora alla ricerca della formula vincente. Le cose sul piano degli ascolti non vanno molto bene e, come sempre in questi casi, a pagare il prezzo più caro è la musica, anche quella di qualità, che non viene premiata con l'opportuna considerazione. Viene così quasi dimenticato questo intenso duetto fra Noa e Carlo Fava. 




Nella stessa edizione, di rilievo la prestazione di Mario Venuti, per l'occasione con gli Arancia Sonora. E' il suo periodo migliore, e si sente. Ottimo arrangiamento e ritornello che si fa ricordare. 




2007: l'ultimo grande Festival di marca baudiana (il Pippo nazionale ci sarà anche l'anno dopo, ma gli esiti saranno più modesti), mirabile fusione tra innovazione e tradizione (prevalente), sia nella composizione del cast che nella struttura dello show. Fra i Big, lascia un segno indelebile il teatro canzone di Tosca: "Il terzo fuochista" è un'esplosione di suoni, parole e allegria, un sound fuori dagli schemi festivalieri e commerciali eppure incredibilmente trascinante. 








Tanti gioiellini, in quell'annata indimenticabile. Ecco "Canzone tra le guerre" di Antonella Ruggiero, poesia struggente, malinconica, drammatica, interpretata con delicatezza, quasi sottovoce. 





E che dire di "Guardami" degli Stadio? Dentro c'è tutto di loro, di uno stile portato avanti con determinazione fin dagli anni Novanta e che ha fatto di questo gruppo un punto fermo del panorama pop rock italiano. 



Chiudiamo l'ampia finestra sul 2007 con "Oltre il giardino" di Fabio Concato, impegno e poesia allo stato puro, brano non immediato ma di alto livello qualitativo. 




Dopo il trionfo fra i giovani, nel 2008 c'è grande attesa per il debutto fra i Big di Fabrizio Moro. Ci si aspetta una conferma dello stile "quasi rap" che ne ha decretato il successo con "Pensa", invece eccolo presentarsi con una canzone d'amore vagamente alla "Vasco Rossi" ma sicuramente di impianto moderno. Molti critici non apprezzano e lo bocciano, la gente invece capisce: per lui, alla fine, un terzo posto. 



Chiudo con un passato recentissimo, il Festival dell'anno scorso. Non ho mai amato particolarmente Giusy Ferreri, non mi convince particolarmente la sua vocalità, il suo modo di cantare,, ma in questa "Il mare immenso" l'ho trovata convincente nell'interpretazione e sostenuta da un pezzo ben costruito. Un rock di buonissima fattura.