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domenica 7 marzo 2021

SANREMO 2021: LA VITTORIA DEI MANESKIN È UNA DELLE PIU' CLAMOROSE DEGLI ULTIMI 40 ANNI. IL FESTIVAL CHIUDE IN CRESCENDO E LASCIA AI POSTERI UN GRUPPETTO DI BELLE CANZONI

A pensarci bene, era persino ovvio. Il Festivalone più fuori dall'ordinario di tutti i tempi non poteva che esprimere un verdetto spiazzante, pazzesco, sopra le righe, al di là di ogni pur ardito pronostico. Alle 2 e 30 di notte trionfano i Maneskin: seguo il Festival da quasi quarant'anni e, fatte tutte le dovute valutazioni e distinguo per ognuna delle edizioni, penso di poter dire che siamo di fronte a una delle vittorie più clamorose, più di quella di Mahmood, sui livelli di Tiziana Rivale e Jalisse, quanto a imprevedibilità. Certo, Damiano e compagni sono cresciuti nella considerazione di tutti fin dalla prima esibizione, non hanno sbagliato una performance, ma potevano tutt'al più essere accreditati del ruolo di principali outsiders, perché ben altri erano i favoritissimi e loro non potevano essere considerati nel gruppo, a maggior ragione in quanto esponenti di un genere musicale che in Riviera ha sempre raccolto pochissime soddisfazioni.

C'ERA DI MEGLIO - In linea generale, fa sempre piacere quando a chiudere in testa la maratona ligure è un'espressione del mondo giovanile, perché testimonia del fatto che Sanremo mantiene intatta la propria vitalità, vuole sempre e comunque guardare avanti, ignorando chi invece è rimasto inspiegabilmente ancorato agli anni Ottanta-Novanta e auspicherebbe una kermesse costruita sui cantanti mito di quel periodo, oggi fuori mercato e lontani dai gusti di chi spende davvero per fruire del prodotto musicale. Il discorso cambia un po' se guardiamo invece all'aspetto meramente qualitativo: personalmente ritengo che il pacchetto-canzoni del Festival numero 71 offrisse decisamente di meglio. Alla fine, scremando e sacrificando pezzi gradevolissimi, ero giunto a una terna di miei preferiti: Irama, Rappresentante di lista e Malika Ayane, con opzioni aggiuntive per Arisa e Colapesce-Dimartino; i motivi del mio apprezzamento per le loro composizioni li ho già ampiamente illustrati nei post di questa settimana, e non mi pare il caso di ripetermi. 

A IRAMA E' MANCATA L'ATMOSFERA LIVE - Nessuno di loro è giunto a toccare con mano la possibilità di vittoria: poteva avere qualche chance in più l'elettrodance europea di Irama, il quale però alla lunga ha pagato il modesto impatto televisivo della registrazione della prova generale, lo stesso filmato mandato in onda per tre sere. All'Ariston pesa anche, sull'esito della competizione, la performance live, che può mutare da una serata all'altra non tanto come caratteristiche della messa in scena (se andiamo a vedere, l'esibizione di ogni cantante rimane grosso modo la stessa da martedì a sabato, anche sul piano della gestione registica), ma come modo di porsi sul palco da parte del singolo interprete, sulla base del mood del momento. In soldoni: l'rvm trasmesso in loop ha mostrato un Irama padrone assoluto della situazione, da artista consumato, quasi gigione in certi atteggiamenti, sicuro di sé al punto da rasentare una positiva arroganza (nel segno di una delle sue recenti hit estive...); immaginiamo cosa avrebbe potuto fare con lo stimolo della diretta tv e con l'adrenalina di una gara in pieno svolgimento. Un peccato: nelle condizioni in cui ha dovuto operare, ha obiettivamente raggiunto il massimo traguardo. 

LO STRANO PERCORSO DI MICHIELIN E FEDEZ - Una volta... rasi al suolo i miei favoriti, nel terzetto finale avrei puntato su un'affermazione del duo Michielin-Fedez, con una "Chiamami per nome" che è partita col freno a mano tirato ma che alfine si è imposta come pezzo di grande presa radiofonica, del tutto in linea con il pop di questi anni Venti, un prodotto abilmente confezionato e destinato a fare il vuoto nelle chart. Curiosa storia, quella sanremese di questi ragazzi: sono entrati papi (a bocce ferme, prima dell'inizio, i favoriti erano loro), sembravano essere usciti cardinali ma, sotto la possente spinta del televoto, sono rientrati nel conclave rivierasco respirando nuovamente aria di successo pieno. In tema di sorprese, abbastanza inatteso anche il "crollo" di Ermal Meta. Intendiamoci, non per sua responsabilità, ché anzi ha regalato in finale un'esibizione di assoluto spessore, tecnicamente ineccepibile ed emozionalmente vivida. Visto che ieri avevo parlato di un Ermal come l'Inter attualmente in fuga in Serie A, rimanendo in ambito calcistico si potrebbe paragonare ciò che è avvenuto stanotte alla clamorosa rimonta scudetto della Lazio sulla Juventus nel 2000: solo che in quel caso furono i bianconeri a cedere di schianto, laddove il trionfatore (in coppia con Moro) del 2018 ha fatto tutto quello che doveva e poteva, compresa la capacità di mettere d'accordo demoscopica e orchestra e "tenere botta" nelle votazioni via sms, ma non è bastato. 

COSA RESTERA' - Alle corte: non hanno vinto i migliori, parere personalissimo. Succede, e ce ne faremo una ragione. In "Zitti e buoni" i Maneskin portano se non altro una spruzzata di rock certo ingenuo, basico, da studenti alle prime armi, ma comunque sincero e genuino, sporco, graffiato, puro, laddove l'unico precedente di medaglia d'oro sanremese del genere, quello di Ruggeri nel '93 con "Mistero", virava verso tonalità decisamente più ammorbidite. Ad ogni modo faranno breccia anche loro, nelle heavy rotation e nelle classifiche di vendita reali e digitali, assieme a una buona decina di pezzi: nel gruppetto di prevedibili successi di Sanremo 2021 metto il podio ufficiale dell'edizione, i miei preferiti prima elencati, e ci aggiungo i teneri Coma_Cose, una Gaia dal buon impatto scenico, quel Fulminacci che raccoglie l'eredità dei nostri migliori cantautori "de borgata", con la sua capacità di pennellare a parole stralci di semplice vita quotidiana, la martellante rabbia di Willie Peyote, l'estro immaginifico di Gazzè, persino una Madame che è stata forse la più avanguardista di tutti i 26 Campioni, riuscendo a dimostrare che si può cantare l'amore, il nuovo amore, quello giustamente vissuto in totale libertà dai ragazzi d'oggi, con linguaggio ultracontemporaneo, con sonorità futuribili, ma anche con felici contaminazioni fra rap e classicismo italico, senza dover totalmente tradire le proprie origini. 

I CLASSIC: PROMOSSI CON RISERVA - C'è poi tutto il discorso riguardante la truppa dei "classic", i veterani: certo fa un po' effetto chiamare così gente come Renga, Arisa, Annalisa, Noemi, lo stesso Meta, segno inequivocabile che, ahimé, il tempo passa inesorabilmente. Francesco rappresenta un caso a sé, e mi ripeto: non so se fosse in precaria forma vocale o se si stia appannando con l'avanzare dell'età, ma la sensazione, netta, è che il brano scelto non fosse del tutto nelle sue corde; non esaltante ma nemmeno brutto, difficilissimo da eseguire, con continui salti tonali, una montagna russa, ardua da affrontare anche per un campione dell'ugola come lui, se non si è al top della condizione. Di Ermal scrivevo ieri che una sua affermazione avrebbe aggiunto poco o nulla all'albo d'oro festivaliero e alla sua carriera, e lo confermo. Più in generale ho sottolineato nei giorni scorsi che nessuno di questi nomi a noi familiari ha voluto rischiare, andando fin troppo sul sicuro. Esaurita la parte critica, non posso non rilevare come, in ogni caso, le opere da loro portate in concorso siano, alla fine, tutte ben cesellate. In particolare le tre primedonne hanno saputo impreziosire le loro canzoni con interpretazioni ricche di pathos; menzione d'onore per il crescendo vocale e orchestrale di "Glicine" della rossa Veronica, ma tutti i brani in questione spiccano per l'eleganza del vestito, per la classe complessiva, nessuno di loro ha il dono dell'immediatezza ma alla fine entrano nelle orecchie e nel cuore. Insomma, più rispetto della tradizione che banalità. 

AUDITEL GIU', AUDITEL SU - E dunque, il bilancio squisitamente canoro del Sanremo 71 è da considerarsi, di primo acchito, positivo. Come detto ieri, non so se migliore o peggiore dell'anno passato, questo solo il tempo potrà dirlo e comunque richiederebbe una valutazione approfondita e complessa, nella quale non poco inciderebbero le inclinazioni personali (leggasi: gusti soggettivi). Di certo c'è che proprio la musica, le canzoni in competizione, è ciò che più resterà dell'edizione appena conclusa. Dello spettacolo nel suo complesso abbiamo già detto molto. Si può aggiungere che il secondo Festivalone targato Ama-Fiore si è dimostrato più forte di chi lo dava per morto già mercoledì; parlando esclusivamente di Auditel, dopo un avvio tremendamente difficile c'è stata una risalita lenta e costante, culminata con una finalissima che ha dato risultati di tutto rispetto: 13 milioni di spettatori nella prima parte, quasi 8 nella seconda, media non molto lontana dai 10; sui grandissimi numeri, siamo grosso modo in linea con la finale di tredici mesi fa, con flessione contenutissima. 

IL SENSO DELL'AUDIENCE E LA CHIUSURA MENTALE - Si è chiuso in bellezza, quindi, e proprio sulle ali di un dato incoraggiante è giusto dire (farlo mercoledì o giovedì sarebbe parsa un'arrampicata sugli specchi per giustificare l'insuccesso) che continuare a parlare di audience catodica, oggi, ha un senso relativo. Tantissime persone, i giovani soprattutto, ma non solo (l'ho fatto anch'io a volte, in questi giorni) hanno ormai a disposizione modalità alternative di fruizione delle produzioni tv, tramite le piattaforme web che consentono anche di vedere solo stralci di spettacolo, scegliere le parti e le esibizioni che maggiormente interessano. Di tutto questo, oggi, va tenuto conto. Lo sanno i pubblicitari, credo, e in futuro faranno le loro valutazioni in merito, dovrebbero cominciarlo a capire anche i giornalisti, di settore e non, che continuano a vivere coi santini dell'audience e dello share appesi al pc. Aggiornatevi, ragazzi. Se poi  una certa fascia di pubblico ha deciso aprioristicamente di non seguire la manifestazione perché non conosceva diversi nomi del cast, ecco, di questo la direzione artistica non ha colpa alcuna: la chiusura mentale verso il nuovo è un problema culturale che riguarda l'intera visione personale della vita, e che meriterebbe ben altri approfondimenti. Nel piccolo microcosmo festival, io mi tengo il continuo rinnovamento dei ranghi attuato dagli anni Dieci in maniera via via più consistente e deciso, con apertura a realtà periferiche del mercato discografico, ma ricchissime di talento e idee. Ne coglieremo presto i frutti. 

FORMULA AMA-FIORE: COSA HANNO SBAGLIATO - Come annunciato ieri dal diretto interessato, non ci sarà un Amadeus numero tre (anche se oggi in conferenza stampa c'è stata una parziale marcia indietro, forse più formale che altro, su sollecitazione dell'ad Salini...). Lo capisco ed è giusto così: l'anchorman ha sfoderato un coraggio nella selezione dei brani in concorso di cui, lo si capirà presto, gli dovremo essere grati a lungo. Minore elasticità ha mostrato nella costruzione complessiva dello spettacolo, a partire dalla cocciutaggine, rimasta intatta dal 2020 al 2021, nel voler insistere sulla durata spaventosamente dilatata delle serate, accettabile per la finalissima, molto meno per le prime puntate. E poi la formula dell'accoppiata con Fiorello non può essere ripetuta per una terza volta consecutiva: a tratti ha mostrato la corda anche in questa settimana, e più di tanto non si può raschiare il fondo di un pur ricco barile. E' stato tutto troppo uguale da un anno all'altro, anche certi ospiti italiani, anche la trovata della squadra di copresentatrici femminili. 

IO TIFO SERENA ROSSI - Su quest'ultimo punto, la nuova direzione artistica (se nuova sarà, a questo punto) dovrà, secondo me, fare una scelta di campo ben precisa, netta. Perché alla fine il buttare sul palco donne in in gran numero può quasi sembrare un contentino, un rispetto delle quote rosa fin troppo ostentato, un fare mucchio, riservando però a tutte spazi limitati. Ebbene, non conta la quantità, ma la qualità: dodici anni dopo Antonella Clerici, sarebbe ora di tornare ad affidare il comando della kermesse ligure a una donna. Certo, la Hunziker ha avuto un ruolo preminente nel 2018, ma era tutt'altro che sola, con presenza ingombranti come quelle di Baglioni e Favino. Ammetto che si tratti di una mia piccola fissa, ma la figura ideale ce l'abbiamo già, davanti agli occhi, e la si è vista anche ieri sera, pur se per un minutaggio troppo breve. Serena Rossi è una show girl completa e matura, sa presentare, intrattenere, recitare, cantare, potrebbe tranquillamente reggere sulle spalle anche da sola la conduzione del colosso Festival, secondo me. Il nome caldo di questi giorni è Alessandro Cattelan, da almeno due lustri promesso sposo di Sanremo, ma che non ha l'esperienza di prime serate Rai (altra cosa, diciamo pure un altro mondo rispetto alle pay tv), esperienza che può già vantare la prossima protagonista di "Canzone segreta". La quale a parer mio merita di essere la prima scelta. Avremo modo di riparlarne. 

LE COSE DA SALVARE E L'ASSENZA DEL PUBBLICO - Chiusura con piccole chicche extra-gara da salvare di questa faticosa settimana: tutti i momenti di sensibilizzazione sulla crisi del comparto cultural-spettacolare (non sono mancati, potevano essercene anche di più); la sigla delle prime due serate cantata da Amadeus e Fiorello su composizione in stile musical di Rocco Tanica (perché non utilizzarla per tutta la durata della rassegna?); la canzone-parodia di Fiore-Vasco sui pensionati; alcune ospitate non banali, come quelle di Enzo Avitabile, Dardust, l'attuale Re mida del pop italico, di Umberto Tozzi che accanto ai classicissimi ha proposto successi meno scontati come "Dimentica dimentica", e i due angoli nostalgia animati prima da Cinquetti, Leali e Marcella, e questa notte da Fogli, Vallesi e Zarrillo, un'idea da riproporre ampliata e riveduta in futuro, magari con una serata ad hoc. Rimarrà una frase, anche, tratta dal testo dei vincitori: "Parla, la gente purtroppo parla, non sa di che cazzo parla", applicabile a tante sciocchezze social lette in queste settimane sul festival, e colpevolmente alimentate anche da alcune testate giornalistiche che, ai miei occhi, hanno così perso ogni credibilità. 

Di quello che è da dimenticare, molto si è detto: su tutto si staglia l'assenza del pubblico in sala. Debbo dire che da casa l'ho percepita solo a tratti, merito di una scenografia che occupava lo schermo in tutto il suo spazio, di una regia accorta, di una proposta musicale, ribadisco, di grana buona e di due anfitrioni che, magari sbagliando qualcosa, magari segnando a tratti il passo, hanno fatto di tutto per far arrivare sui teleschermi allegria e spensieratezza. Ma per loro e per tutti gli artisti avere davanti quelle sedie vuote, per cinque e più ore a sera, dev'essere stato davvero avvilente. 

giovedì 4 marzo 2021

SANREMO 2021: IRAMA "SPACCA" E SI CANDIDA A SECONDO VINCITORE A DISTANZA DOPO IL VILLA DEL '55. BENE ANCHE MALIKA E RAPPRESENTANTE DI LISTA

 Dopo 66 anni, avremo di nuovo un vincitore di Sanremo "da remoto"? Nel '55 fu Claudio Villa, costretto a letto da un'influenza: nel corso della finale, la sua performance live fu sostituita dalla diffusione in sala dell'incisione di "Buongiorno tristezza". Questa volta potrebbe toccare a Irama, presente solo col filmato della (convincente) prova generale. Eventualità possibile, anche se non è il favorito numero uno, ma il terzo posto nella classifica demoscopica dei 26 Big al termine della seconda serata rende l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Augurando al giovane cantante che lui e i suoi collaboratori escano indenni dall'incubo Covid, possiamo già parlare di una storia a lieto fine, quantomeno nel ristretto micromondo sanremese: da un'esclusione data ormai per certa, in punta di regolamento, al mantenimento in gara grazie alla mano tesa dal direttore artistico, fino al boom di consensi di ieri. Da parte mia, posso dire che sarebbe stato un peccato non vedere più in lizza "La genesi del tuo colore", una delle perle più pregiate del pacchetto di questa 71esima kermesse, ma ne parleremo più avanti. 

INSISTERE SULLA LINEA GIOVANE - Nel cuore della notte, prima della messa in onda dell'rvm di Irama, si sono esibiti in successione Random, Fulminacci, Willie Peyote e Gio Evan. Ecco, quello è stato il momento in cui ha fatto capolino l'effetto Sanremo '75, o anche '79, cioè una sfilata di concorrenti poco noti, se non ignoti, alla grande platea generalista. Ribadisco comunque la mia posizione in merito, con un paio di distinguo che esporrò a breve: lo svecchiamento e il rinnovamento del parco cantanti festivaliero, in atto da almeno un decennio, deve continuare, ed è stato giusto azzardare un cast così rivoluzionario, così distante dai canoni della kermesse ligure e dai gusti della platea over 40. Se in passato Sanremo come gara canora ha rischiato di implodere proprio per la refrattarietà quasi totale alla realtà musicale del Paese, le scelte artistiche di Amadeus rappresentano la miglior soluzione possibile per garantire una vita lunga e prosperosa alla manifestazione. 

Certi personaggi rappresentano, per talento e sostanza delle composizioni, il futuro della nostra canzone. Certo lanciarli in maniera così massiccia sull'ammiraglia Rai, nell'evento istituzionale per eccellenza, è un rischio, roba da equilibristi senza rete: ma è anche un investimento per l'avvenire, che darà frutti a medio termine e che, nel frattempo, deve mettere in conto un'emorragia di spettatori. Ecco, del discorso Auditel sanremese non ho mai parlato volentieri se non marginalmente, eppure, da che esiste "Note d'azzurro" avrei avuto ampiamente modo di inzupparci il biscotto, perché dal 2009 all'anno passato l'audience ha sempre visto trionfare Sanremo, con la sola eccezione del 2014, l'ultimo dei... quattro Fazio. Dodici anni di trionfi che rappresentano una discreta copertura assicurativa per l'avvenire del carrozzone rivierasco, e che consentono di parlare con serenità del flop di ascolti di questi giorni. 

FLOP AUDITEL: CAUSE E SOLUZIONI - Magari ci ritorneremo più dettagliatamente nel fine settimana, nelle giornate del bilancio. Ora posso solo fare alcune annotazioni. La prima: possibile che nessuno abbia pensato a quali danni avrebbe comportato andare in concorrenza con la Serie A, l'unico vero competitor in grado di sottrarre pubblico al colosso Sanremo? In passato ci pensarono e, semplicemente, saltarono la serata del mercoledì, anticipando la kermesse di un giorno. Non era difficile. Su tutto il resto si può discutere: d'accordo, la fronda anti festival, alimentata irresponsabilmente anche da alcune emittenti tv, ma spostare lo show ad aprile, maggio o giugno non avrebbe cambiato nulla. Perché la superficialità dei preconcetti non sarebbe stata scalfita, perché il populismo avrebbe trovato altri argomenti vacui per alimentare una pseudosolidarietà posticcia verso non si sa chi (o meglio, verso tutti ma non per chi lavora dentro e attorno alla macchina festival, loro sono dei paria della società che non meritano alcun riguardo, vero?). 

E poi comunque, in primavera, estate o autunno Sanremo 71 sarebbe stato sempre questo: stessa costruzione dello spettacolo, stesso cast di concorrenti e stesse canzoni in gara, stessi presentatori. E soprattutto niente pubblico in presenza, o forse poche decine di spettatori: quest'estate avremo Europei di calcio e Olimpiadi che si disputeranno nel metaforico gelo di impianti vuoti, e nessuno sta montando scioperi e boicottaggi per questo. Semplicemente, forse, è da rivedere la linea artistica riguardante il format televisivo dello spettacolo, e su questo ritorneremo. Ma la selezione di cantanti e canzoni no, è giusta quantomeno nell'idea di fondo e va portata avanti, al netto delle oscillazioni qualitative della proposta musicale, un anno meglio e un anno peggio, come è sempre stato. Con una postilla: focalizzarsi esclusivamente sul dato catodico ha senso, nel 2021, quando si può fruire qualsiasi prodotto tv, e quindi lo stesso Sanremo, anche in differita e attraverso innumerevoli piattaforme? 

GIO EVAN E RANDOM: ANCHE NO - Dicevo di un paio di distinguo riguardanti il cast dei Campioni. Perché ecco, va bene tutto, ma ad esempio Gio Evan è uno di quelli che, effettivamente, poteva davvero trovar posto fra le Nuove proposte. Musicalmente ha un background piuttosto scarno, la sua "Arnica" è anche un interessante sfogo autobiografico scritto con linguaggio attuale e realista, ma il cantante pare ancora un po' acerbo nel proporsi sul palco. Quanto a Random, ok la quota rapper, ma allora perché sceglierne uno che tradisce le radici per portare in concorso una canzoncina d'amore che mi aspetterei più da Zarrillo che da lui? Ecco, queste forse sono due caselle che potevano essere utilizzate diversamente: con un rapper che fa il rapper, e  con un altro veterano da affiancare alla spaurita Berti, andandolo magari a pescare nella galassia dei dimenticati anni Novanta, fra le varie Mietta, Nava, Alotta e compagnia. Mietta che fra l'altro, in occasione del recente Cantante mascherato, ha sfoderato una forma vocale e una poliedricità artistica davvero meritevoli dei migliori palcoscenici. Perché è stata dimenticata dallo showbiz? 

AYANE, IRAMA E RAPPRESENTANTE: TRIO SUPER - A proposito di Orietta Berti: d'accordo, fuori tempo e fuori mercato, ma prendiamo la sua presenza come un meritato tributo a un colosso della musica italiana, assente da troppo tempo dall'arengo sanremese quando molti suoi coetanei hanno occupato quasi manu militari quel palco nello stesso periodo. Comunque "Quando ti sei innamorato" è più pregevole, quantomeno, delle proposte presentate nelle sue ultime apparizioni precedenti, da "La barca non va più" a "America in", da "Futuro" a "Rumba di tango", brutta canzone, con tutto il rispetto per il compianto Giorgio Faletti. Più debole sul piano del prestigio dei nomi in gara, la seconda serata ha offerto però un miglioramento a livello di "immediata capacità impattante" dei pezzi. Balza fra i favoriti Malika Ayane, con un'opera ritmata e orecchiabile che prosegue il discorso intrapreso qualche anno fa con la bella e poco considerata "Stracciabudella", ottimi davvero i Rappresentante di lista, con un brano intenso, pienamente contemporaneo ma anche capace di non dimenticare certa buona tradizione italiana, e un ritornello che si ficca in testa. Sugli scudi, si è detto in apertura, anche Irama: la sua è una dance tesa, possente, persino inquietante in quel refrain "robo-metallizzato". In altri tempi si sarebbe detto "farà ballare l'Ariston": sarà per un'altra volta. 

GAIA E FULMINACCI DA SEGUIRE - Notevoli gli echi arabeggianti di una Gaia tutt'altro che banale, Fulminacci porta un cantautorato semplice, scarno ma sostanzialmente ben concepito e discretamente incisivo, Bugo ha abbandonato l'elettronica dell'accoppiata con Morgan ma suona ancora vintage, e tuttavia la sua "E invece sì" non ha pienamente convinto al primo ascolto, complice anche qualche difficoltà esecutiva di un artista interessante ma che non pare tagliato su misura per i live. Lo Stato Sociale ha gigioneggiato sul palco, la canzone rimembra Edoardo Bennato in certe parti, è ricca di fantasia e forse si avvicina di più al loro stile, rispetto a "Una vita in vacanza" che, benché caciarona, strizzava maggiormente l'occhio alla radiofonicità. Tanta carne al fuoco, forse troppa, nel polemico sfogo della "Mai dire mai" targata Willie Peyote, che comunque non passera inosservata, così come "Bianca luce nera" degli Extraliscio, commistione di stili di non facile digeribilità immediata. Infine, il capoclassifica del momento: Ermal Meta ha concepito una ballata elegante, ben scritta e struggente, anche se non brilla per originalità. E' il tipico prodotto della linea melodica sanremese, se giudicasse solo la demoscopica probabilmente vincerebbe a mani basse, ma...

SUPER ELODIE, MA PERCHE' SCHWAZER? - La gara dei giovani ha prodotto i quattro finalisti migliori: dopo Gaudiano e Folcast, ecco Wrongonyou e Davide Shorty. I più meritevoli, con qualche rimpianto per Greta Zuccoli, grande voce che ha pagato dazio con una proposta eccessivamente agée. Sul fronte della cornice, come sempre eccessiva e debordante (ecco un aspetto che andrà profondamente ritoccato in futuro), dato il giusto rilievo al Golden globe vinto dalla Pausini (traguardo storico, ricordiamocelo, conquistato da una ragazza partita da Sanremo) e all'omaggio a Ennio Morricone con la collaborazione del Volo, si è stagliata nitidamente su tutti Elodie. Oltre il fascino glamour e la sensualità c'è di più, ossia una performer a tutto tondo, che ha un bel futuro da presentatrice anche se preferirei continuare a vederla soprattutto nelle vesti di cantante. Il suo medley a incastro, con una sovrapposizione di pezzi di canzoni storiche da far venire il mal di testa, è stato geniale. Certo poteva evitare, all'una passata, la parentesi autobiografica con commozione incorporata, ma la si può perdonare, mentre difficile capire il senso della pur breve comparsata di Alex Schwazer, con una scelta di campo non richiesta e non dovuta da parte della tv di Stato. La vicenda non è ancora chiusa e ci sono molti aspetti da chiarire, lasciamo che la giustizia, sportiva e non, faccia il suo corso. Ottimo lo spazio nostalgia per i veterani Marcella, Leali e Cinquetti, trovata della... penultima ora. Un'idea da riproporre in avvenire, magari meno improvvisata e più strutturata in una serata ad hoc.

mercoledì 3 marzo 2021

SANREMO 2021: LA COSTRUZIONE TELEVISIVA DELL'EVENTO ATTUTISCE LA MANCANZA DI PUBBLICO. AUDITEL IN CALO, CANZONI TENDENTI AL CLASSICO. ARISA, MANESKIN, COLAPESCE-DIMARTINO SUGLI SCUDI

Se ne parla già dagli anni Ottanta, ma è in questo 2021 che, complice la pandemia, si è definitivamente completata la transizione di Sanremo da rassegna canora a show televisivo. E nell'attuale situazione di emergenza è stata una mano santa, riconosciamolo: la costruzione dello spettacolo fatta su misura per il piccolo schermo (complice una scenografia ad hoc, mai così decisiva) ha reso meno impattante lo shock della platea desolatamente deserta, quasi neutralizzandolo. Certo, dal vivo, on stage, deve essere diverso, me ne rendo conto. E dev'essere terribile per cantanti, presentatori, performers esibirsi davanti a nessuno, soprattutto per professionisti di vasta esperienza che hanno bisogno del contatto col pubblico come dell'ossigeno. Ma il filtro della tv attutisce tutto, anche se magari alla lunga il disagio riemergerà: no, non sono stati gli applausi finti, espediente discutibile in tempi normali (quando spesso se ne abusa) ma accettabile oggi. Per quanto di basica elementarità, la trovatina esorcizzante del dialogo con le sedie vuote ha contribuito invece a sciogliere gli animi: il saluto alle poltronissime partito da Fiorello e poi ripreso da vari artisti in corso di serata, l'invito ad applaudire rivolto... ai braccioli, la corsa fanciullesca dei due presentatori fra i corridoi della sala vuota. Tutto fa, ma nel vernissage di Sanremo 2021 è stato fondamentale concepire l'evento come trasmissione tout court, non un grande happening ma un intrattenimento che è soprattutto vetrina promozionale catodica per novità musicali, e lo si è percepito soprattutto nelle esibizioni dei cantanti in gara, ciò che continua a contare di più, nonostante l'allungamento sempre più indecoroso di un brodo che potrebbe serenamente chiudere i battenti a mezzanotte e dintorni.

 GIOCARE CON L'AUDITEL - Lo si fa per giocare coi numeri dell'Auditel, solo che questa volta il trucchetto si è rivolto contro i signori dei dati, dello share e delle percentuali: avesse avuto una durata più umana, questa prima serata si sarebbe chiusa con un bilancio di spettatori del tutto soddisfacente, come possono esserlo 11 milioni e rotti di televisori sintonizzati sulla kermesse. La media ponderata con la seconda parte della puntata ha portato il calo che, del resto, avevo temuto, al di là dell'ottimismo di facciata sbandierato da molti. Lo abbiamo già detto: la concorrenza della Juve, un cast molto avveniristico e privo o quasi di "grandi vecchi", e soprattutto, ripeto, la lunghezza. Minore il peso dell'indegna campagna d'odio delle ultime settimane, fondata su argomenti talmente labili e imbarazzanti, per chi li porta avanti, da non poter essere fattore scatenante di un boicottaggio catodico. Ma poi, non ci sono cose più importanti da boicottare? Se proprio sentite la necessità fisiologica impellente di boicottare qualcosa, fatelo con  l'emittente ligure Primocanale e con la sua grottesca e ossessiva campagna anti festival, non vi pare?

 BERTE' EVITABILE, DIODATO SUPER - Torniamo all'Ariston. Le trovate carine non sono mancate, come la sigletta in stile musical di Ama e Fiore e le telefonate da casa dei vip sintonizzati su Rai 1. Evitabilissima, e anche questo era prevedibile, la presenza di Ibrahimovic, che sembra davvero la caricatura di se stesso: cose che accadono quando si diventa prigionieri di un personaggio, e non si riesce più a distinguere la realtà dalla parodia della stessa. Fra i tanti ospiti, meglio sorvolare, per carità di patria, sulla presenza della Bertè, che ha ormai dato al festival tutto ciò che le era possibile dare senza che si sentisse la necessità di questa ulteriore presenza, priva di pathos e colma solo di rimpianti per la bella voce che fu, mentre ha giganteggiato Diodato, davvero un nuovo fuoriclasse della canzone italiana. Molto, troppo autoreferenziale fino ad essere criptico Achille Lauro, sul pezzo Matilda De Angelis, che sarebbe stato bello vedere anche nelle prossime serate.

 L'ELEGANZA CLASSICA DI ARISA, MICHIELIN E FEDEZ PER VINCERE - Capitolo gara: per chi ha seguito in autunno AmaSanremo, nessuna novità dalle Nuove proposte: il pezzo d'atmosfera di Folcast e quello da "pugno nello stomaco" di Gaudiano, che rimane il mio favorito, erano nettamente superiori alla concorrenza, e non potevano temere scherzi se non un inserimento del fin troppo scanzonato Avincola, mentre Elena Faggi è passata senza lasciare tracce. Riguardo alla prima infornata di Big, sinceramente il livello mi è parso buono, pur se non siderale, e tenendo conto che per me si è trattato del primo ascolto in assoluto. Se una critica debbo fare sulla media delle canzoni, è forse mancato del coraggio ai veterani, quelli che hanno meno da giocarsi rispetto ad altri e potrebbero, una buona volta, osare un po' di più. Ma tant'è. Al netto di questa considerazione, Arisa e Annalisa portano avanti la classica linea melodica sanremese con due proposte di notevole classe ed eleganza, soprattutto quella di Rosalba, mentre forse la savonese tende un po' ad affondare nella banalità, pur facendosi ascoltare gradevolmente. Di Noemi ho apprezzato il buon crescendo vocale e orchestrale nella seconda parte di "Glicine", mentre Michielin (bellissima nel suo new look) e Fedez hanno il tipico pezzo costruito per soddisfare ogni esigenza: quelle radiofoniche e di streaming, quelle... economiche di vendita, quelle immediate di classifica al Festivalone. Possono vincere? Dopo questo primo approccio sembrerebbe di sì, ma tante cose possono ancora accadere, vista la quantità di giurie chiamate ancora a pronunciarsi di qui a sabato.

 POLLICE IN SU PER MANESKIN E COLAPESCE-DIMARTINO - Anche se c'è chi lo nega, quello dei Maneskin è rock duro e puro. Certo rock all'italiana, ma pur sempre genuino, sporco e maleducato: la loro "Zitti e buoni" è destinata a percorrere una buona strada fuori dall'Ariston. Lo stesso accadrà per Colapesce e Dimartino, grazie a una "Musica leggerissima" con deliziose reminiscenze seventies, in particolare nei rimandi ai primi Matia Bazar. Troppo forzata l'interpretazione di Aiello, sotto la cui veemenza non pare esserci molto se non un brano che musicalmente non appare modernissimo come nel testo, mentre per Max Gazzè c'è il rischio di cadere nella... prevedibilità dell'imprevedibilità. Alla fine persino gli Elii hanno stufato con la loro ricerca dell'originalità a tutti i costi... "Il farmacista" è comunque ancora un prodotto di spessore, certo con sprazzi di genialità, ma che sostanzialmente nulla aggiunge al suo percorso artistico. Gli devo comunque dare atto di avermi fregato: pensavo che la sua Trifluoperazina monstery band fosse un gruppo reale, di giovani musicisti sconosciuti, e invece erano dei cartonati di personaggi iconici. E vabbè.

 FASMA SUL SICURO, MISTERO RENGA - Fasma ha fatto breccia nel cuore della demoscopica con un "capitolo 2" del brano che gli ha dato popolarità l'anno passato. Nulla di male: per quanti anni abbiamo osannato e gratificato economicamente, comprandone i dischi, cantanti italiani e stranieri che proponevano ogni anno lo stesso pezzo, con piccole variazioni sul tema? Qui c'è almeno uno stile riconoscibile a chi frequenta quei territori musicali. Allegrotta, coinvolgente e neppur troppo spiazzante "Fiamme negli occhi" dei Coma_Cose, Madame più "omologata" del previsto, adattata cioè al palco sanremese che ne ha smussato certi angoli, anche se il punto forte rimane la sua particolarissima, straniante, distorta maniera di "porgere" la canzone, mentre chi non ha esitato a lanciarsi nel buio, sfidando le giurie, è stato il buon Ghemon con una miscela di jazz, soul e funk di non facile digeribilità, eppur rimarchevole. Una postilla per Francesco Renga: che non sia più molto "a fuoco" è chiaro perlomeno dalla sua precedente, opaca performance ligure del 2019, e ieri ha nuovamente lasciato interdetti. Forse qualche difficoltà esecutiva, sicuramente un'opera dalla costruzione strana e ardua da percorrere anche per corde vocali d'eccellenza come quelle del bresciano. Gli strali per lui si sprecano, io voglio riascoltarlo, perché non mi pare  terribile: sicuramente più ardimentoso di due anni fa, quando non rischiò alcunché e andò incontro al disastro.

 BATTAGLIA TERRIBILE CON LA SERIE A - Stasera seconda infornata di big e giovani. La battaglia è terribile: se ieri in concorrenza c'era "solo" la Juventus, ossia la squadra più amata e seguita in Italia, oggi c'è il resto della Serie A (con Ibra assente forzato all'Ariston, e non è detto sia un male), e c'è soprattutto il derby della Lanterna. Io ovviamente vedrò Sanremo, per antica passione e perché odio profondamente la stracittadina, una partita che provoca in me solo ansia e tensione, ma ovviamente sarò costretto a uno zapping compulsivo, perché al cuor calcistico non si comanda. Anche nel 2011 un derby genovese si svolse nei giorni del Festival, ma venne evitata la sovrapposizione anticipandolo al tardo pomeriggio. Vedremo come andrà, e capiremo nei prossimi giorni se, dati Auditel alla mano, sarà il caso di porre mano a un ripensamento della concezione artistica del progetto Sanremo, per quanto riguarda le edizioni future. Tante sbavature, tanti lati oscuri erano già emersi in questi anni (e puntualmente registrati su queste pagine, se avete avuto la bontà di leggere), ma il successo oceanico di pubblico aveva mitigato il tutto. A volte prendere qualche facciata fa bene, ma avremo modo di riparlarne.

martedì 2 marzo 2021

SANREMO 2021 AL VIA DOPO UNA DRAMMATICA VIGILIA: FESTIVAL MADE IN ITALY E SPACCATO DELLA NUOVA CANZONE NOSTRANA. LEGGEREZZA CHE NON DIMENTICA LA TRAGEDIA

 Finalmente si canta. Siamo ai nastri di partenza del Festival più drammatico, surreale, straniante di sempre. La lunghissima vigilia è terminata, vivaddio. Tormentata come mai in passato, per motivi tremendamente seri ma anche per un eccesso di polemiche costruite su presupposti sbagliati, se non inesistenti. Avendo già sviscerato la tematica in maniera più che esauriente in questa sede, null'altro ho da aggiungere in merito. La mia scelta di campo l'ho fatta in tempi non sospetti, sono contento che il fronte dei favorevoli alla rassegna si sia nel frattempo arricchito di nomi prestigiosi e autorevoli, ma anche fossi rimasto da solo nulla sarebbe cambiato nel mio modo di vedere le cose. 

Il Sanremo numero 71 sarà un unicum, si dice. Lo spero sinceramente, anche se non ne sono più molto sicuro, alla luce dell'andamento sostanzialmente imprevedibile della pandemia e dell'inaccettabile lentezza della campagna vaccinale. E dunque, in una situazione del genere, l'auspicio è che possa essere se non altro uno show prototipo, un modello per tutti gli eventi spettacolari che verranno messi in scena nei prossimi mesi sul piccolo schermo e, sarebbe ora, nei teatri, in attesa di un'uscita dall'emergenza che ancora non si intravede all'orizzonte. Il protocollo sanitario ha creato attorno all'Ariston una bolla che, sulla carta, offre tutte le garanzie. Chi sta appollaiato sul trespolo nell'attesa quasi spasmodica del tampone positivo fa semplicemente pena, e ha evidentemente una vita molto triste. 

UN DISPERATO BISOGNO DI NORMALITA' - La mission della tv di Stato, ha ricordato ieri in conferenza stampa il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, è sì informare, ma anche intrattenere con leggerezza. Del tutto refrattario all'idea di dovermi listare a lutto e chiudermi in casa in raccoglimento perenne con radio, televisione e pc spenti, per un malinteso senso di solidarietà posticcia, mi abbandono a questo disperato bisogno di evasione, in me tanto più accentuato in questo periodo, per questioni personali che vanno a sovrapporsi a quelle nazionali e mondiali. Già, un disperato bisogno di gioia e di normalità, seppur effimere; fame di una settimana di canzoni da poter vivere e raccontare comunque ai posteri. 

Sì, sarà strano, anzi straniante: sono sicuro che nessuno, sia chi seguirà da casa sia chi animerà l'evento on stage, perderà contatto con una realtà troppo cruda e incalzante per essere messa in un angolo; ma quando le luci si accenderanno sulla scintillante scenografia, per cinque serate tornerà la magia. "And It's gonna be so different when I'm on the stage tonight", cantava Frida degli Abba nella struggente Super Trouper: una frase che, tutto sommato, racchiude il senso di questo Sanremo 71. Ci sono il dramma e la tragedia, ognuno deve fare la sua parte, e gli artisti possono fare tantissimo tornando a cantare e suonare, facendoci rivedere spiragli di speranza e dando una poderosa spinta per la ripartenza di un settore in sofferenza. Questo non è ignorare il Covid, le sue vittime, il disastro economico, anzi: è voler almeno provare a dare un contributo per saltare l'ostacolo, un primo piccolo tassello per la ricostruzione e, fatto non trascurabile, per risollevare il morale di un popolo prostrato. 

SENZA PUBBLICO E' POSSIBILE - Un anno di tv ci ha dimostrato che, superati comprensibili imbarazzi iniziali, si può dare spettacolo anche senza pubblico. Abbiamo visto tanti varietà brillanti e luccicosi, eventi canori a vasta partecipazione, filati via lisci come l'olio. Non voglio farla passare come normalità perché, ovvio, così non è, ma si tratta dell'ultimo dei problemi, e non ci si dovrà scandalizzare per gli applausi finti, usati anche in passato a Sanremo per "mascherare" la proverbiale freddezza della platea festivaliera. Qualche impaccio in più potrebbe forse esserci per Fiorello: ricordo le prime puntate dell'one man show di Maurizio Crozza in lockdown, col comico genovese visibilmente a disagio a sfornare le sue battute davanti a seggiole vuote. Ma Rosario è talmente istrionico, geniale improvvisatore, che saprà tirare fuori il meglio anche da un quadro così emergenziale: già in questi giorni di approccio, nelle sue incursioni in varie trasmissioni televisive, si è mostrato in discreta forma. 

L'ORA (ANZI, LE ORE) DEL CHIACCHIERICCIO - Guardando a come è stato costruito, impostato e strutturato Sanremo 71, del resto, mi vien da pensare che non ci sarà tempo per avvertire momenti di vuoto e di freddezza. Personalmente non condivido la scelta di occupare militarmente le fasce di prima, seconda e terza serata per cinque giorni consecutivi, con venticinque ore complessive di trasmissione che, facilmente, diverranno ventisei, se non di più. Ma va dato atto all'organizzazione di aver fatto il possibile per riempire ognuna delle cinque puntate coprendo la più ampia gamma di gusti possibile. Fra conduttori, copresentatrici, battitori liberi (Fiore, appunto) e ospiti non cantanti, ci sarà un notevole chiacchiericcio, fatto apposta per tirare tardi, ma, al contrario di quanto avvenuto a volte in passato, soprattutto nel primo decennio di questo secolo, ciò non andrà a detrimento della musica, che è presente in maniera oltremodo massiccia, in termini di quantità e, credo, qualità. 

GOLDEN GLOBE E MOSTRI SACRI - Sarà la più grande celebrazione di sempre del made in Italy canoro, vista la scontata impossibilità di scritturare vedette straniere. Il parterre dei superospiti nostrani, presenza solitamente sgradita per via del "due pesi e due misure" che viene a crearsi con i concorrenti, quest'anno era imprescindibile, anche per andare nella direzione di quel "festival partecipato" che personalmente avevo auspicato fin dall'estate: partecipato sia in concorso che fuori. E se non altro, accanto ai soliti noti, offre qualche spunto degno di interesse: perché la Pausini torna, sì, ma lo fa per celebrare lo storico Golden Globe appena conquistato. Perché Diodato aprirà la kermesse con la sua canzone vincitrice di Sanremo 2020, diventata un inno alla speranza in questi dodici mesi cupi e duri. E perché ci saranno quelle vecchie glorie (senza offesa) da qualche anno sempre più distanti dalla gara: Gigliola Cinquetti, Marcella e Fausto Leali verranno a cantare alcuni loro successi del passato. Giusto così, perché la storia di Sanremo la fanno cantanti e canzoni in gara, e la gara ligure non poteva continuare in eterno a lisciare il pelo al pubblico di mezza età e oltre, proponendo oltre ogni logica personaggi ormai fuori da ogni discorso discografico. Pubblico che peraltro pare aver raggiunto il livello di saturazione, a giudicare dai recenti, clamorosi flop delle trasmissioni celebrative dedicate a Patty Pravo (prezzemolina di tanti festival recenti e dei palinsesti Rai in generale) e ai Ricchi e Poveri. 

LA NOSTALGIA HA STANCATO? - Un buon segno, sì, confermato indirettamente dal consenso che, invece, ha incontrato il progressivo svecchiamento del carrozzone rivierasco già in atto da almeno un decennio, pur se su presupposti via via diversi. Se direttori artistici come Gianmarco Mazzi e Carlo Conti portarono una ventata di freschezza facendo massiccio ricorso al vivaio sanremese e a quello dei talent show, Baglioni e Amadeus hanno deciso di scandagliare con coraggio i mondi rap, indie e della nuova musica in streaming, che ha creato idoli sconosciuti al popolo generalista ma apprezzatissimi in rete. Signori miei, tutto cambia, e la musica non può stare ferma: a chi protesta sui social parlando di cast di sconosciuti, di Nuove proposte travestite da Big, di assenza dei grandissimi nomi, è giunta l'ora di dire due paroline, senza illudermi che possano capire perché certe convinzioni sono difficili da scalfire.  

GUARDARE AVANTI - Orbene, i "grandissimi nomi", a Sanremo, in gara non ci vanno da almeno mezzo secolo. Quanto ai vostri/nostri idoli di gioventù, hanno avuto anni e anni di passaggi ripetuti, di occasioni più o meno sfruttate, ma ora hanno poco o nulla di nuovo e di valido da offrire; non si poteva continuare a fare Sanremo con i "Campioni" degli anni Ottanta, Novanta, Duemila. Avanti bisogna guardare, è vitale essere curiosi, affamati di novità, avere voglia di scoprire quanto fermento c'è nel sottobosco della canzone leggera tricolore. E se proprio non avete l'apertura mentale per compiere questi passi, beh, è legittimo, ma non giudicate ciò che non conoscete. E poi del resto funziona così, da sempre, è un automatismo mentale che proprio non si riesce a spezzare: negli anni Sessanta si rimpiangevano Achille Togliani e Giorgio Consolini contestando gli eccessi di Celentano e Little Tony; nei Settanta e negli Ottanta si rimpiangevano gli idoli Sixties guardando con sospetto all'innovazione (moderata) portata da Alice, Ruggeri, Mannoia ecc. Sempre, sempre a rimpiangere i tempi andati, che, guarda un po', sono sempre migliori di quelli che si stanno vivendo. E' un meccanismo pernicioso, un freno alla crescita culturale e musicale del paese che ha un solo nome: pigrizia mentale. 

CAST "FAMILIARE", NONOSTANTE LE APPARENZE - Nel dettaglio, il cast dei Big di Sanremo 2021 fornisce uno spaccato interessante e credibile, per quanto non esaustivo, della nuova canzone tricolore, di quello che, con buona pace dei nostalgici ad libitum, funziona oggi fra chi sull'ascolto di musica investe tempo, passione, denaro. Un cartellone che è sì fortemente innovativo e rivoluzionario, ma non al punto di lasciare di sasso il pubblico un po' più attempato. Se Orietta Berti è l'unica concessione ai "classic", c'è però un drappello di nomi divenuti ormai familiari anche per gli utenti in fascia "anta": Renga e Meta, Arisa e Annalisa, Malika e Noemi, tutti, fra l'altro, vincenti o piazzati in edizioni a noi vicine, quindi con solido palmarés e notevole repertorio. Nel gruppo dei volti, diciamo così, familiari, possono trovare posto anche l'estroso Gazzè, in pista ormai da fine anni Novanta, e, perché no, Lo Stato Sociale, "sdoganato" dal primo Festival baglioniano con un secondo posto a sorpresa e con la trovata scenica della "vecchia che balla", nonché Irama, principe delle hit parade estive. Ed è sicuramente una coppa da copertina quella formata da Michielin, seconda nel 2016, e Fedez, colpaccio di Amadeus. 

Aggiungiamoci Gaia e Maneskin, che si portano dietro l'enorme bacino di popolarità derivante dai talent, Bugo, per via del bagno di visibilità (non si sa quanto gradito) avuto l'anno scorso in seguito allo "scazzo" con Morgan, e tutto sommato Ghemon, raffinato artista già visto all'Ariston come concorrente e come duettante, senza contare Fasma che è perfettamente inserito nel meccanismo tipico del festival, arrivando dalla sezione giovani e promosso grazie a un maggior successo commerciale rispetto al vincitore di categoria Leo Gassman: nulla di diverso rispetto a quanto accaduto negli anni Ottanta a Marco Armani e Flavia Fortunato, e nei Novanta ad Alessandro Canino, Gerardina Trovato e Marina Rei, per fare solo qualche esempio. Al tirar della somme, una buona metà del cast non sarà assolutamente spiazzante, e renderà meno pesante lo sforzo di dover scoprire gli altri. Conoscendo e apprezzando buona parte di questi "nuovi" o presunti tali, posso dire che in linea di massima non ci sarà di che essere delusi e che, azzardo, possiamo ritenerci fortunati se il futuro immediato della canzone italiana è nelle loro mani, perché ci sono doti di scrittura, ricerca sonora e capacità di abbracciare la modernità senza abbandonare del tutto il solco della tradizione. Forse solo Madame e, in parte, Coma_Cose potrebbero risultare di difficile digeribilità, essendo persino oltre la contemporaneità e sconfinando nel futurismo canoro, ma non è detto. 

CHI VINCE? MICHIELIN E FEDEZ NOMI FORTI, MA... - Pronostici? Sulla gara non mi sento di farne. Ci troviamo alle prese con una di quelle edizioni in cui la canzone avrà un peso determinante, più del "peso" del nome dell'interprete. Ultimamente è successo spesso, in verità: nel decennio che ci siamo lasciati alle spalle, gli unici vincitori annunciati sono forse stati i soli Vecchioni, Volo e Meta-Moro. Certo, il collaudato duo Michielin - Fedez parte col vento in poppa, le pagelle giornalistiche seguite al preascolto dei brani, per quel che valgono, hanno un po' raffreddato gli entusiasmi attorno alla loro proposta. Vedremo, anzi, ascolteremo. Personalmente, sperando finalmente in una riscossa femminile, mi auguro un'affermazione di Malika ed Annalisa, con un occhio alle outsider Rappresentante di Lista e Coma_Cose. Fra i maschietti, punterei forte su Ermal Meta, che "sa come si fa" a Sanremo, meno su Renga, che nella sua ultima uscita rivierasca era parso un po' appannato, mentre si dice un gran bene della coppia Colapesce - Dimartino, di Aiello, di Fulminacci. E occhio allo Stato sociale, che dopo il primo assaggio potrebbero essere tornati per vincere. Fra i giovani "veri", in pole position metterei Gaudiano e il suo pezzo da pugno nello stomaco, per chi ha avuto l'occasione di ascoltarlo ad AmaSanremo nel tardo autunno scorso. 

COME RISPONDERA' IL PUBBLICO A CASA? - Altro tipo di pronostico, molto delicato, lo si potrebbe fare sulla resa Auditel del festival. Qui ancor di più è opportuno andarci coi piedi di piombo. Perché sulla carta potrebbe essere un'edizione da record, per la sua triste e auspicata unicità, per la situazione pandemica che costringe tutti a casa, ma anche, è ovvio, per gli innumerevoli spunti di interesse offerti sia dal lotto dei concorrenti che da quello degli ospiti. Ma ci sono tre incognite: la durata esagerata delle serate (passi per la finale, ma si farà notte già da stasera), la concorrenza del campionato di calcio (nel 2008 il Festival si fermò il mercoledì per non sovrapporsi alla disputa di un turno infrasettimanale di Serie A) e soprattutto la campagna di odio anti Sanremo che, per settimane, ha percorso innumerevoli pagine social. Io rimango del mio parere, e cioè che Facebook e compagnia siano il megafono di una esigua minoranza estremamente rumorosa e volgare, che sopperisce con i toni a un pauroso vuoto argomentativo che emerge da ogni rigo delle loro sgangherate tirate contro il festivalone. E tuttavia, anche solo parzialmente, il seme gettato potrebbe non essere caduto nel vuoto. Per questo ritengo che debba esser messo in preventivo un non marcatissimo calo negli ascolti, e che la conferma dei livelli del 2020 rappresenterebbe già un magnifico traguardo, in attesa di tempi migliori. Spero ovviamente di sbagliarmi. 

sabato 6 febbraio 2021

SANREMO 2021 ORA E' DAVVERO ALLE PORTE: UN FESTIVAL-MODELLO A RIGOR DI PROTOCOLLO, PER UNO SHOW FIUME FRA MUSICA E VARIETA'

Sanremo 2021 si farà, dunque, e si farà nelle date previste. Certo sarà un Festival unico, almeno si spera. Ma sarà, soprattutto, un Festival da vivere appieno e portare a termine in totale efficienza. Un'opportunità, perfino. Perché potrebbe diventare un prototipo, un modello da imitare per tanti eventi di spettacolo da mettere finalmente in scena in quest'ultima fase di pandemia, la fase, diciamo, "vaccinale": la dimostrazione che con rigore, professionalità, senso di responsabilità e rispetto assoluto dei protocolli è possibile realizzare uno show anche complesso come il Sanremone, in un'epoca così oscura. E' stata la vittoria del coraggio, non dell'incoscienza: a ben vedere, forse, neanche nulla di eccezionale, in quanto andranno ripetute, in forme parzialmente diverse, le modalità lavorative e organizzative che, dall'estate 2020 in poi, hanno consentito il regolare svolgimento di manifestazioni sportive e programmi televisivi. Niente pubblico in sala, cioè, e misure sanitarie stringenti dentro e attorno alla bolla del teatro; saranno eliminati gli "accessori", ossia la marea di eventi collaterali, utili in tempi normali ma evitabili in fase di emergenza; ci saranno, fuori dall'Ariston, zone rosse e aree off limits, con stretta sorveglianza per evitare o limitare al massimo gli assembramenti: ciò che avevo sommessamente sottolineato come fattibile in un mio recente intervento social, prendendomi del dissociato dalla realtà da gente che straparla di argomenti di cui non sa nulla. Passiamo oltre. 

Pian piano, gli slogan all'insegna del "io non lavoro, quindi non deve lavorare nessuno", concetto orribile, aberrante e illiberale, diventeranno solo fastidioso vocio di fondo. Hanno prevalso la ragionevolezza, il vero senso della realtà, la voglia di dare un segno concreto di ripartenza che possa eventualmente fungere da apripista per tutto un settore artistico in profonda sofferenza, cominciando intanto a dare respiro a qualcuno, che è sempre meglio di niente. Ha perso la sua battaglia, e mi preme aprire questa parentesi, Primocanale, emittente tv genovese, quindi ligure, che si è lanciata in una surreale, assurda, incomprensibile campagna anti Festival, di cui ora dovrà rispondere a telespettatori e istituzioni locali. Rimane sacrosanto il diritto a difendere la propria opinione, ma questa lotta è stata costruita su basi totalmente inaccettabili, che hanno preso in considerazione solo alcuni aspetti della questione, senza analizzare in ogni dettaglio una situazione complessa, ricca di sfaccettature, con molteplici attori e interessi coinvolti. Si è solo cercato, la mia sensazione è questa, di inseguire la "pancia" della gente nel segno della più vuota retorica: quanto poi questa pancia sia maggioritaria nel paese, nella regione e nella cittadina rivierasca, è tutto da dimostrare, così come sarà interessante vedere come il sindaco Biancheri e le autorità sanremesi nel loro complesso reagiranno, in futuro, a questa presa di posizione della testata genovese. Una pagina triste per l'informazione locale. 

Poiché il quadro del problema sanremese era stato invece da me ampiamente sviscerato in vari post qui scritti a partire da questa estate, non credo di dover aggiungere altro. Ciò che descrivevo come realizzabile sarà realizzato, e tanto mi basta per farmi sentire la coscienza a posto. Amadeus ha dimostrato di essere uomo ragionevole e intelligente, perché solo gli stolti non cambiano idea e non riconoscono i propri errori. Il "peccato originale", in buona fede, è stato l'eccesso di ottimismo che, troppo a lungo, ha fatto immaginare Sanremo 2021 come il primo Festival di un'era post Covid che, invece, è ancora di là da venire, e lo si sapeva già dai primi bagliori dell'autunno. Più grave è stato il prolungato arroccamento sulla volontà di avere pubblico in sala: comprensibile, intendiamoci, perché DPCM e precedenti alla mano era senz'altro possibile fare almeno ricorso ai figuranti in numero ridotto, ma di fronte alle perplessità scientifiche (non parlo di quelle istituzionali, perché l'uscita di Franceschini è stata infelice, intempestiva, poco informata e poco "sul pezzo") era d'obbligo fare un passo indietro con ben altro anticipo. 

Siamo tornati, questa è l'impressione dall'esterno, alla peggiore improvvisazione all'italiana: il piano B doveva essere pronto da subito, il protocollo sanitario per la kermesse andava messo a punto mesi fa, così come mesi fa si dovevano studiare quelle forme di spettacolo alternative e quelle idee creative che ora la Rai ha sollecitamente richiesto al direttore artistico e al suo "gemello" Fiorello. Ecco, messi questi opportuni puntini sulle i, possiamo giungere alla fatidica domanda: che Sanremo sarà? Beh, rispondere è arduo. Rassegna rigorosa e minimale, si era detto, ma poi si legge di 300 minuti di spettacolo per ogni serata, e allora vien da dire che alla grandeur proprio non si riesce a rinunciare. 

Di sicuro sarà un Festival molto italiano: con i 26 Big e gli 8 giovani, con Achille Lauro ospite fisso e, parere mio, più attrattivo sul piano scenico e delle performance rispetto all'incerto e monotono Tiziano Ferro dell'anno scorso, con Elodie che qualcosa, oltre alla presentatrice aggiunta per una sera, dovrà pur fare e che sarebbe interessante vedere impegnata per tutta la settimana festivaliera, perché è ragazza dal piglio glamour con grande padronanza del palco. E ci saranno i consueti ospiti canori di casa nostra, anche se, ritengo, in numero inferiore rispetto alle ultime edizioni. Gli stranieri torneranno un giorno a farci visita, sono importanti e non intrusi, perché l'affermazione storica della kermesse ligure come evento internazionale  la si deve, piaccia o no, anche a loro, a certe memorabili presenze dei decenni passati. Apro parentesi: la Réunion degli Abba, per quanto "virtuale", ossia tramite ologrammi, è un progetto bizzarro ma esistente e in divenire, che doveva partite nel 2020 ma è stato rinviato proprio a causa del virus: proporlo per Sanremo è stata una mossa ardita (lo feci io stesso, alcune settimane fa, come semplice desiderio personale) ed è al momento irrealizzabile, ma da vagliare attentamente allorquando le acque mondiali si saranno calmate. 

Ariston studio tv, si è detto a gran forza, anche da questo pulpito, nei giorni delle polemiche più feroci. Lo era da tempo, quest'anno lo sarà ancora di più; così come il Festivalone, che dagli anni Ottanta non è più semplice gara canora bensì show catodico a carattere musicale, nel marzo prossimo vedrà ulteriormente accentuata la sua fisionomia di prodotto fatto su misura per il piccolo schermo. Di varietà pieni di canzoni ne abbiamo visti tanti anche in questi mesi drammatici: certo, Sanremo è diverso, con un prestigio, un significato, un peso specifico, un'aura tutta sua, è un qualcosa che si eleva nitidamente al di sopra di ogni altro evento spettacolare. Ecco, questa sarà un'impresa non da poco, per "Ama" e il suo gruppo di lavoro: mantenere il più possibile intatta quest'aura pur dovendo declinare la kermesse in formato più sommesso. Sommesso non vorrà dire sottotono, e del resto non può essere sottotono un megashow con tutti gli ingredienti umani di cui si è detto. 

Nel giro di poche settimane sapremo tutto, al momento possiamo solo immaginarci degli scenari, in particolare uno scenario bivalente: cioè occorrerà conciliare la necessità di creare serate molto musicali, con la gara totalmente in primo piano, quasi in versione Eurovision, con quella di abbinarvi un notevole chiacchiericcio, qui inteso come intrattenimento extra-canoro, con sketch, monologhi e scambi di battute, per attutire il silenzio che comunque, con fragore, si alzerà dalla platea. Occhio però a non parlarsi troppo addosso: in almeno tre serate su cinque, quelle da giovedì 4 a sabato 6, ci sarà talmente tanta musica da rendere superfluo ogni sovrappiù. E' pure giusto dire che immaginare, come fa qualcuno, un Sanremo che ritorni allo stile asciutto e spartano delle proprie origini, a un'impronta quasi radiofonica, è utopia pura, e non sarebbe nemmeno funzionale alla riuscita del tutto. Abbassare i toni sì, tradire del tutto la propria "personalità" no, ecco. 

 Il format televisivo accentuato renderà inevitabile la presenza, istituzionalizzata nell'ultimo decennio, di ospiti di arti varie e varia umanità, in primis attori, performer, personaggi Rai, gente di spettacolo in promozione. Cosa spesso fastidiosa e invadente negli anni recenti, ma che questa volta avrebbe un preciso significato e una sua dignità, se si vorrà utilizzare la kermesse numero 71 come volano per una auspicabile riapertura di cinema, teatri, luoghi in cui l'arte "leggera" tradizionalmente si esprime. Ecco: regalare cinque giorni di serenità e di evasione senza perdere di vista l'impegno per un settore professionale in difficoltà. Sono convinto non sia poi così difficile combinare i due aspetti, trovando le chiavi giuste. Appuntamento alla prima settimana di marzo. 

domenica 9 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA FINALE: IL TRIONFO DI DIODATO E' IL SUCCESSO-RIVINCITA DEL VIVAIO SANREMESE. LIVELLO MUSICALE ALTO, VINCE AMADEUS, PERDONO GLI OSPITI ITALIANI E... I BOICOTTATORI


C'è solo da gioire se a vincere il Festivalone è un talento rivelato al grande pubblico dal vivaio sanremese. Sì, proprio quel vivaio così poco considerato e spesso visto come un intralcio, tanto che un anno fa, di questi tempi, era stato cancellato dalla kermesse di febbraio per far posto a una categoria unica di concorrenti, integrata da due giovani selezionati in autunno. E già: nonostante le perplessità, nonostante un'esistenza mal sopportata, il "settore Primavera" della rassegna ligure si conferma vivo e vitale, sfornando l'ennesimo trionfatore nella categoria regina: Diodato ha iniziato il suo percorso ad alto livello sul palco dell'Ariston nel 2014, con l'intensa "Babilonia", in una gara "mostruosa" che gli oppose gioiellini in sboccio come Zibba, Filippo Graziani e The Niro e che, invece, vide inopinatamente prevalere il modesto rap di Rocco Hunt. Due anni fa venne giustamente promosso Big in coppia con Roy Paci, e forse più allora che oggi avrebbe meritato la vittoria con la splendida "Adesso". 
NON E' DA EUROVISION? PAZIENZA... - E tuttavia, intendiamoci, nulla da eccepire sulla sua affermazione a Sanremo 2020. "Fai rumore" è una ballata ben scritta (soprattutto riguardo alle liriche) e ottimamente interpretata, un giusto compromesso fra classicismo e modernità: non propriamente originalissima, a parer mio, con vaghi echi di già sentito, e questo spiega le mie poche perplessità, ma lo stesso discorso si poteva applicare l'anno passato a "I tuoi particolari" di Ultimo, per esempio, poi diventata una hit di enorme successo. La palma conquistata dal cantautore valdostano è dunque il meritato premio e il coronamento di una crescita costante, avvenuta per lunghi tratti sottotraccia. Diodato è un artista che solitamente rifugge le luci dei riflettori, tanto che, personalmente, non l'avevo mai sentito così "ciarliero" come in questa settimana di gara. E' un autore ispirato e ricco di idee, con una "penna" mai banale e uno stile riconoscibile. C'è chi ha avanzato dubbi sullo spessore della sua composizione in chiave Eurovision Song Contest, ma l'importanza della kermesse continentale non ci deve portare a valutare le canzoni di Sanremo soltanto in questa chiave. Anche perché credo che tutte le nostre partecipazioni del decennio abbiano dimostrato come non esista, di fatto, la formula giusta per sbancare quello che una volta chiamavamo Eurofestival: non ha funzionato il bel canto all'italiana in salsa tenorile del Volo, non ha funzionato la bizzarria del Gabbani di "Occidentali's karma", ha solo sfiorato il successo la modernità spiazzante di Mahmood. Inutile dunque fare programmi, vada come vada, l'importante è l'immensa visibilità in grado di dare la vetrina internazionale di maggio. 
LE ECCELLENZE: ELODIE, TOSCA, GABBANI - Parlando di "internazionalità" della proposta, nel ventaglio sanremese ha prevalso forse quella di Elodie, esempio di assoluta contemporaneità impreziosita da richiami a certe sonorità dance di fine Ottanta - primi Novanta (la mia mente è andata alla produzione degli Inner City, li ricordate?). Su "Andromeda" si sente chiara e distinta la griffe di Dardust e del suddetto Mahmood, nuova coppia d'oro della discografia italiana e garanzia di successo in radio e nelle chart: è un brano trascinante e cantabile, interpretato da una cantante che ha portato sul proscenio ligure una carica di sensualità che raramente è riscontrabile in altre interpreti della sua generazione: francamente, se ne avvertiva il bisogno.  La ragazza, nel mio personalissimo cartellino, avrebbe meritato il podio come Tosca, il suo esatto opposto, orgogliosa portabandiera della tradizione melodica nostrana ad altissimo tasso di classe ed eleganza, in una magistrale "Ho amato tutto" dalla poetica struggente.
In ogni caso, le prime tre posizioni erano abbastanza prevedibili, compreso il boom dei Pinguini Tattici nucleari che affiancano Elodie nella casella "tormentoni festivalieri" e che hanno tenuto alto il nome indie sdoganato dall'exploit dello Stato sociale nel 2018. Fra Diodato e Gabbani, nella sfida conclusiva, avrei optato per quest'ultimo, se non altro per premiare una proposta maggiormente coraggiosa (anche in rapporto alle precedenti esperienze del toscano) e dall'architettura più complessa ma non per questo priva di efficacia. La medaglia d'argento è comunque un eccellente traguardo e un importante riscatto per Francesco, che si è ripresentato tirato a lucido dopo la troppo lunga pausa seguita all'ubriacante successo di tre anni fa, un'assenza (interrotta da un singolo non esaltante, pochi mesi fa) che aveva fatto temere una perdita di ispirazione: nulla di tutto questo, e anzi Gabbani è ormai un artista maturo, in grado di reggere alla grande il palco e di districarsi al meglio attraverso diversi registri stilistici. 
PELU' E IREK, VETERANI IN PALLA - Non mi ha sorpreso più di tanto l'esclusione dalla zona medaglie delle Vibrazioni, che, come Gerardina Trovato nel 2000, sono stati proiettati subito in testa dalle giurie demoscopiche per poi essere progressivamente retrocessi, conquistando comunque un quarto posto che è traguardo ottimo, per un brano non eccelso, che si inserisce nel solco del repertorio della band ma con una ancor più accentuata tendenza all'easy listening. Dovrebbe comunque avere lunga vita fuori dal contesto Festival, così come le proposte dei veterani Pelù e Irene Grandi: per certi versi spiazzante il debutto del rocker dei Liftiba, la cui "Gigante" ha una struttura sonora possente ed energica ma cede, nel ritornello, alla più "bieca" orecchiabilità in salsa sanremese (il che non è un male, intendiamoci), mentre l'opera griffata Vasco Rossi non è proprio immediatissima, ma ha un suo spessore e Irek, splendida cinquantenne, l'ha portata sul palco con una personalità e una carica degne dei tempi migliori. 
URSO FARA' STRADA - A proposito di veterani: inferiore ai meriti il piazzamento finale di Zarrillo, che ha sposato una ritmica sostenuta, lontana dalla sua matrice prettamente morbida e soffusa: un esperimento sonoro che ha ricordato le rinascite di Nek 2015 e Turci 2017, ossia un'opera impastata di suoni danzerecci Novanta style. Operazione riuscita solo parzialmente, ma ha colpito comunque l'intatta verve vocale del buon Michele, uno che in carriera ha sempre raccolto meno di quanto meritasse. In tema di vocalità, dovrebbe avere un futuro garantito il giovane Alberto Urso. Su di lui mi ero chiesto: seguirà le orme del Volo o quelle, non entusiasmanti, di Safina e Mazzocchetti? Il verdetto, per quanto mi riguarda, è incoraggiante: il ragazzo è un talento vero, ha una voce senza cedimenti, la sua canzone rientrava appieno nei canoni della romanza - pop e sinceramente non mi è parsa malvagia. Sono convinto che con un peso maggiore attribuito al televoto, avrebbe potuto ambire a una posizione di assoluto riguardo. E continuando a parlare di ex talent: per teenagers innamorati la proposta invero leggerina di Riki, il quale mi ha intenerito anche per l'utilizzo dell'espediente tecnico che ne "metallizza" la voce, nulla di nuovo per noi "anziani", un espediente del genere era stato usato persino in "Se io fossi un angelo", brano di  Lucio Dalla del 1986, nientemeno. Bel testo per una Giordana Angi penalizzata però da una canzone eccessivamente obsoleta nell'impostazione. 
ANASTASIO IL "CATTIVO", RANCORE "L'INTELLETTUALE" - Fra i rapper - trapper ci si aspettava, dopo tante assurde polemiche, uno Junior Cally scorretto e cattivo. Il ragazzo non ha più la maschera e, con essa, ha perso forse anche un po' di forza emotiva impattante, è stato normalizzato dalla grande macchina festivaliera, e ha portato in concorso un brano furbetto, martellante con quel ritornello ripetuto all'infinito, nonché moderatamente cerchiobottista con gli attacchi politici distribuiti equamente fra i due Mattei della politica italiana. Con un Rancore quasi "intellettuale" e dallo stile di scrittura assai articolato e fantasioso, alla fine la palma del rapper più arrabbiato è toccata al giovane Anastasio, che ha spruzzato di rock e piglio radiofonico una "Rosso di rabbia" che, ad occhio e croce, dovrebbe funzionare e accrescerne la popolarità. 
ACHILLE RE DELL'IMMAGINE, LEVANTE AUTRICE DI VALORE - A livello di performance sceniche, vince per distacco la coppia Achille Lauro - Boss Doms, bizzarramente fashion e glamour, un inno alla canzone - immagine come non si vedeva dai tempi del pancione della Bertè e delle tutine di Anna Oxa. Iconici, li ho definiti giorni fa, perché non c'è dubbio che le loro performance saranno cliccatissime sul web ancora fra svariati lustri: Achille ha così oscurato, forse scientemente, una "Me ne frego" che si inserisce nel solco di "Rolls Royce" ulteriormente accentuandone i suoni hard (personalmente ho avvertito riminiscenze dei migliori Van Halen); l'artista (ebbene sì, lo è) ha in scena una sfrontatezza e un istrionismo che lo candidano a sicuro protagonista dei prossimi anni. Di gran presa anche la coreografica prestazione di Gualazzi, benché di natura ovviamente diversa, incentrata sulle molteplici suggestioni che sa regalare la musica live, giusta cornice per una "Carioca" variopinta che ha confermato le poliedriche doti di Raphael, convincente e brioso anche sul piano del canto. Menzione finale per altre due fanciulle: il primato dell'easy listening più spinto spetta alla giunonica Elettra Lamborghini, quello della ricercatezza compositiva alla brava Levante, con una canzone tutt'altro che semplice sia a livello testuale che come costruzione complessiva, non a caso emersa solo dopo ripetuti ascolti e per questo penalizzata in graduatoria. Ecco un'altra ragazza che vale e che dovrà rappresentare un pilastro della musica italiana del domani. 
FUGA DI NOTIZIE - Si può dire che la serata finale di Sanremo 70 sia stata... modellata dai giornalisti. In quali in mattinata han fatto la voce grossa (non senza ragione) per l'estenuante lunghezza delle puntate, sottolineando il fatto che, per esigenze di stampa, avrebbero dovuto conoscere il nome del vincitore a un orario decente, diciamo entro l'una e mezza. Così è stato, ma qualche tv è venuta meno all'implicito impegno morale di non divulgare la notizia prima della comunicazione sul palco sanremese: il nome di Diodato ha preso a circolare sul web (ma anche in tv) con svariate decine di minuti di anticipo sull'ufficialità, una scorrettezza di cui la Rai dovrebbe chiedere conto ai responsabili. Un'altra caduta di stile di alcuni media, dopo la pessima figura rimediata l'anno scorso con le svilenti scene sull'esibizione del Volo. Per il 2021, sarà forse il caso di rivedere il ruolo decisivo attribuito alla sala stampa, che ha addirittura la possibilità di incidere, col proprio voto, sul verdetto finale del Festival, una cosa inconcepibile. 
SCALETTA VECCHIO STILE, FINALMENTE - Ma si diceva della scaletta, modellata in versione old style, con i cantanti in gara che si sono presi la ribalta succedendosi a ritmo sostenuto per poi dare spazio all'appendice dei fuori concorso, esattamente come si faceva, con grande successo, fino agli anni Ottanta. Amadeus e l'organizzazione ci sono arrivati, dulcis in fundo: certo aspettare la serata conclusiva per mettere la competizione al centro dell'attenzione è un po' tardi, ma apprezziamo la buona volontà. Rimane però il fatto che, su questo piano, l'attuale direzione artistica abbia riportato Sanremo a quanto accadeva prima delle gestioni Conti e Baglioni, quando la gara diventava spesso quasi marginale nell'ambito di una trasmissione che era soprattutto show televisivo. Un peccato, perché il livello complessivo della proposta musicale 2020 è stato più che buono, pur senza regalare picchi spiazzanti come lo furono il Gabbani 2017 e il Mahmood 2019. E resta misteriosa anche la gestione di quanto avvenuto dopo la sfilata dei 23 concorrenti, col minutaggio eccessivo riservato a Fiorello e quasi tutti gli sopiti (escluso Biagio Antonacci) concentrati a cavallo delle due di notte, con esiti oltretutto bizzarri, vedasi ad esempio l'apparizione un po' sopra le righe del tenore Vittorio Grigolo. 
OSPITI SGRADITI - Uno dei tanti ospiti di cui non si sentiva la necessità, e l'elenco, per questo festival, è lunghissimo. Da martedì a oggi, salviamo solo Emma per la bellezza dell'esibizione, la reunion dei Ricchi e Poveri per il peso storico dell'evento, la forza emotiva e l'impatto sociale delle apparizioni della coppia Gessica Notaro - Antonio Maggio, del rapper Paolo Palumbo e del ballerino Ivan Cottini, gli ultimi due strenui lottatori rispettivamente contro il mostro SLA e contro la sclerosi multipla. E poi gli stranieri Lewis Capaldi e Dua Lipa, molto meno il presenzialista Mika e i Gente de Zona, non propriamente famosissimi e buttati sul palco a un orario che non ha certo consentito di apprezzarne al meglio le doti. Tutti gli altri, tutti gli ospiti italiani venuti a fare promozione dei loro nuovi dischi o a riproporre stanchi pout pourri dei soliti, inflazionatissimi evergreen, restano brutte pagine di una kermesse che dovrebbe trovare il coraggio di dire no a certe inutili presenze, acchiappa audience ma ripetitive e ingombranti nei confronti di chi si dà battaglia per il trofeo. Tornando a Fiorello, dopo un avvio col freno a mano tirato, da mercoledì in poi si è gradualmente preso la scena, fino a debordare in un modo anche eccessivo, come appunto questa notte (ma l'ironia sull'abuso di autotune è stata oggettivamente centrata). Tuttavia non è giusto dire che il successo di Sanremo 2020 sia da attribuire a lui in toto: Amadeus ha dimostrato di poter reggere brillantemente la gestione di un carrozzone catodico così mastodontico, la sua conduzione non ha avuto sbavature, non ha annoiato e ha evidenziato abilità nel padroneggiare con autorità ogni singolo istante delle oltre 25 ore di diretta, compreso il passaggio più difficile, quello della fuga di Bugo. 
ANCORA SUL FATTACCIO BUGO - MORGAN - E' stata la pagina più triste e al contempo più surreale della rassegna. Lo confesso: non riesco a smettere di ridere riguardando il video del fattaccio, con Morgan che finge stupore chiedendo "che succede?" e che chiama il suo  ex amico come se stesse cercando un cagnolino ("Dov'è Bugo? Bugo?"). Uno di quei momenti che, senza tanti giri di parole, fanno anche la gioia dei cultori del festivalone, perché ne vanno a scrivere la storia minima, quella dei siparietti più sgangherati e improbabili. Chiusa questa parentesi "scorretta", però, rimane l'amarezza. Lette un po' tutte le ricostruzioni, non mi riesce difficile immaginare che, per quanto le colpe non siano quasi mai da una parte sola, in questo caso le responsabilità maggiori appartengano all'ex Bluvertigo: lasciamo giudicare ai lettori quanto sia professionale presentarsi sul palco di Sanremo con un testo modificato all'ultimo momento, un testo in cui si spara a zero sul collega.
 Un'alzata di genio che, pare, sia stata l'apice di un'avventura sanremese accidentata e sofferta, come dimostrato dalla tormentata gestazione della cover di giovedì, una "Canzone per te" che ha offeso la memoria di Sergio Endrigo, una performance imbarazzante che dovrebbe essere cancellata dalle Teche Rai, un "qualcosa" di indefinibile che non sarebbe mai dovuto arrivare sul palco della manifestazione più importante. L'errore di Bugo e del suo entourage, se ne vogliamo trovare uno, è che si doveva cercare di non giungere a Sanremo con tutti questi nodi da sciogliere, perché era chiaro che la bomba poteva esplodere da un momento all'altro. Siccome sono uno che non ama infierire su nessuno, nemmeno su chi lo merita, dico solo che Morgan ha bisogno di aiuto, perché è ormai totalmente fuori controllo: e fa solo il suo male chi mostra accondiscendenza nei suoi confronti, come tanti giornalisti, come ad esempio Red Ronnie (si veda su You Tube la loro telefonata notturna). 
CHI PERDE - Proprio Ronnie è uno dei grandi sconfitti di questo Festival, assieme a tutti i fautori di campagne pretestuose, a chi invocava odiose censure (la cosa più triste che possa essere concepita in un Paese civile del 2020, ancora più triste e inquietante se a chiederla sono degli artisti), a chi proclamava l'incapacità del direttore artistico (l'abbiamo visto, infatti), ai creatori inesausti di hashtag, a chi ha sentito costantemente il bisogno di farci sapere che non guardava Sanremo, quasi fosse un manifesto di superiorità intellettuale da sbandierare a ogni pié sospinto. Riprendetevi, ragazzi: la verità è che fate quasi tenerezza. Oltretutto hanno sbagliato quasi ogni valutazione (ah, il vizio di giudicare prima...), perché raramente si era visto un Festival così abile nel coniugare leggerezza e impegno, così inclusivo, così aperto a tutte le istanze (diritti dei disabili, parità fra i sessi, eccetera). Junior Cally è stato accolto persino con calore dal pubblico in sala, e le prese di posizione di cantanti mature e razionali come Irene Grandi e Levante hanno fatto giustizia di troppe parole male utilizzate. Il resto scompare, come dice la burrosa "Elettraaaa, Elettra Lamborghiniiii"... 

sabato 8 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA QUARTA "NOTTATA": TIENE BANCO IL CASO MORGAN-BUGO, MA LA GARA E' DI SPESSORE. NANNINI E GHALI OSPITI: PERCHE'?



Bugo e Morgan hanno messo il pepe (e il veleno) nella coda della quarta serata - nottata del Festivalone. Quando ormai i galli si apprestavano a cantare, e già si sentiva il cinguettio degli uccellini sotto le grondaie, il fantasmagorico duo ci ha regalato un momento epocale, di quelli che resteranno per sempre nella storia della kermesse ligure. Breve riassunto per chi, comprensibilmente, era già nel mondo dei sogni: il leader dei Bluvertigo è entrato in scena con un pacco di fogli sotto braccio, evidentemente un nuovo testo per la canzone "Sincero", testo che ha iniziato a cantare senza remore. Frasi tutt'altro che carine, così è parso, nei confronti del collega, che ha preso cappello ed ha abbandonato il palco pochi istanti dopo l'inizio del brano. Dopo aver tentato inutilmente di mettere una pezza alla surreale situazione, un accigliato Amadeus ha fatto presente che i due incorrevano in squalifica automatica per abbandono, fatto mai avvenuto prima.
Probabilissimo, ma non certo, che l'esclusione potesse scattare in ogni caso, alla luce della radicale modifica delle liriche dell'opera: il regolamento, a una rapida lettura, non affronta infatti direttamente tale casistica, forse a dare per scontato, per mere ragioni di buon senso, che il brano presentato in concorso tale debba rimanere, in ogni sua caratteristica, fino alla fine dell'evento. In una sola parte delle "tavole della legge" si fa riferimento a una situazione analoga, laddove si dice che "durante la preparazione delle esibizioni, potranno effettuarsi adattamenti marginali alle canzoni in gara che, in ogni caso, non ne dovranno alterare il senso complessivo". 
CHE PIAZZATA! - Dubbi spazzati via, ad ogni modo, dal provvedimento pressoché istantaneo adottato dal direttore artistico, che giustamente non poteva accettare di vedersi rovinare un Festival fin qui impeccabile da una simile, incommentabile piazzata. Intendiamoci, di quanto avvenuto la Rai e Amadeus non hanno colpa alcuna, se non quella di aver concesso ulteriore fiducia a un personaggio come Morgan, notoriamente imprevedibile e fin troppo sopra le righe. Chiaro che l'intesa fra i due cantanti fosse compromessa già ben prima dell'abortita performance di questa notte, visto che Bugo ha esitato prima di seguire l'ex compagno sul palco. Interrompere un'esibizione e andarsene è qualcosa che fa accapponare la pelle, ma tenere i nervi saldi non era facile, di fronte alla trovata di un collega che dal canto suo deve aver passato un pomeriggio assurdo, impiegato a concepire nuovi e provocatori versi da sbattere poi in faccia al suo (ex?) amico. 
MARATONA CON OSPITATE INCOMPRENSIBILI - "Bene o male, purché se ne parli", recita un vecchio adagio dello star system. Sarà, e in parte è vero, perché questa scenata ha guadagnato ai due una visibilità che non avrebbero avuto, in una gara che li vedeva assoluti comprimari. Ma il rispetto per il lavoro proprio e degli altri, e quello per il pubblico, dove lo mettiamo? E quale futuro patron del Festival avrà il fegato di ridare una chance, l'ennesima, a Morgan? Bah! Fatto sta che da stasera si gareggia in 23: amen, anche se ovviamente non basterà a rendere più snella la maratona che ci attende. Per la quarta serata si sono sfiorate le sei ore di diretta, roba da Palarock anni Ottanta, per chi si ricorda quelle interminabili nottate. E anche ieri si è consolidata la struttura dello show qui già denunciata nei giorni scorsi. E' stata anzi esasperata, perché lo squilibrio fra le due parti della trasmissione è parso netto, lampante: la stragrande maggioranza dei concorrenti "buttata" in scena fra l'una e le due, a ritmo forsennato, mentre il "primo tempo" è stato costruito con poca gara e tanti intermezzi, da un Fiorello comunque brillante (e in pace "diplomatica" con Tiziano Ferro) a ospitate del tutto incomprensibili: sia Ghali, sia Gianna Nannini con Coez hanno fatto bieca promozione (la Gianna si è poi degnata di regalarci il solito pout pourri dei soliti grandi successi, niente di nuovo sotto il sole), mentre il loro posto sarebbe stato in competizione. La toscanaccia dovrà decidersi, prima o poi, come ha fatto il corregionale Pelù (e secondo me non manca molto, presto la vedremo nel cast dei Campioni, la butto lì), mentre il senso di un Ghali fuori concorso non c'è, non esiste, è una scelta i cui criteri restano inaccessibili per qualsiasi mente umana, e la speranza è che la sala stampa ne chieda conto all'organizzazione, di qui a domenica. Tutto questo mentre l'unica vedette internazionale della serata, Dua Lipa, è stata liquidata con poche battute. 
DOV'E' FINITO IL SANREMO INTERNAZIONALE? - Il mio Sanremo ideale, lo ribadisco, prevede cantanti italiani solo ed esclusivamente in gara, casomai con due - tre eccezioni per certi mostri sacri carichi di partecipazioni alla kermesse e di allori, che vengano all'Ariston ad essere celebrati e a ricevere giusti riconoscimenti, come i Ricchi e Poveri di mercoledì o come, anche, il Tony Renis appena visto; dopodiché, ospiti solo stranieri. Ce ne sarebbero voluti altri dieci come Dua Lipa, altroché: tanta nostalgia nel ricordare la galleria extralusso di star messa in piedi da Pippo Baudo nel 2002, con Alanis Morissette e Britney Spears, Anastacia e Shakira, Kylie Minogue e le Destiny's Child, solo per citarne alcune. A proposito: si dice sia questione di budget, di risorse economiche insufficienti a scritturare grandi nomi, però, da profano, mi chiedo ad esempio come mai, spesso, si vedano grandi popstar estere in una trasmissione come "Che tempo che fa": possibile che per il contenitore di Fazio e Lucianina ci siano maggiori mezzi di investimento? 
GIOVANI: GASSMAN, IL MIGLIORE FRA CHI ERA RIMASTO - Il caso Bugo - Morgan ha fatto ulteriormente passare in secondo piano, in sede di commento, la sfida canora. Meglio così, se ne parlerà più diffusamente domani, ma qualche annotazione va comunque... messa a verbale. Il girone dei giovani, il cui livello complessivo quest'anno non mi è sembrato particolarmente entusiasmante, è stato "azzoppato" fin dall'inizio dall'esclusione delle due proposte più interessanti, la vivace e colorata "Tsunami" degli Eugenio in via di Gioia e la possente "Il gigante d'acciaio" della coppia Gabriella Martinelli - Lula. Una volta messi alla porta questi ragazzi, il favorito non poteva che diventare Leo Gassman con un pezzo gradevole e intenso, moderno il giusto ma anche abbastanza sanremese, con un discreto tocco cantautoriale. Non è solo questione di cognomi famosi: l'Ariston ha visto sfilare altri figli d'arte di scarso talento, in passato, e li ha giustamente rimandati a casa senza rimpianti. Fasma ha portato quella radiofonicità commerciale che può piacere al pubblico giovane, mentre fra i due "impegnati" Marco Sentieri e Tecla ho preferito il primo, che ha affrontato un tema delicato con un taglio perlomeno insolito per certe ribalte, al contrario della ragazzina di Sanremo Young, il cui brano è parso terribilmente antico e demodé nella costruzione melodica. 
SPLENDIDA ELODIE - Capitolo Big: la giuria giornalistica non ha regalato particolari guizzi ed ha anzi confermato un forma mentis ormai nota, relegando in fondo alla propria classifica quasi tutti gli interpreti in quota talent. Fermo restando che col sistema di votazione multiplo previsto per la finalissima qualche sconvolgimento è ancora possibile, risulta difficile che il vincitore assoluto di Sanremo 2020 non esca dal gruppetto Gabbani - Vibrazioni - Diodato - Pelù - Pinguini - Tosca. Personalmente spero in una risalita di Elodie, la figura più fresca di questa edizione, sia musicalmente sia per presenza scenica: erano anni, forse dai tempi in cui esplose Irene Grandi, che il panorama canzonettistico nostrano non ci regalava un'artista così sensuale e glamour, capace di sprigionare fascino e femminilità da ogni lembo di pelle. Il che non oscura l'opera presentata, tutt'altro: "Andromeda" è stupendamente contemporanea, trascinante, abbina sonorità à la page e reminiscenze della dance primi anni Novanta, un mix esplosivo che, se non le regalerà il podio festivaliero, la proietterà senz'altro in alto in hit parade. E' cresciuta moltissimo Levante, con una prova vocale più convincente rispetto al debutto, mettendo in risalto la piacevole complessità compositiva della sua "Tikibombom", mentre il "Gigante" di Pelù, un rock trascinante con ritornello di grande impatto, può senz'altro ambire al bersaglio grosso. 
GABBANI GIGIONEGGIA, MA IL PEZZO C'E' - Legittime ambizioni anche per il bravissimo Diodato, per quanto "Fai rumore" non sia un esempio di originalità, ma è ben costruita e ottimamente interpretata. Mi hanno maggiormente convinto le Vibrazioni, con un pop genuino ed immediato nonché impreziosito, nella versione live, dall'accompagnamento dell'interprete della lingua dei segni. Ottime chance per il già plurivincitore Gabbani, la cui composizione è una delle più strutturate e coraggiose dell'intera proposta festivaliera, un testo al solito ricco di sfumature su un arrangiamento classicheggiante: ieri sera il toscano ha un po' gigioneggiato, evidentemente "gasato" dai consensi ottenuti nelle prime serate, ma può permetterselo. Infinite la classe e l'eleganza di Tosca, a valorizzare un brano che è esempio positivo di tradizione melodica tricolore ad altissimo livello, in vertiginosa ascesa i Pinguini Tattici Nucleari, degni eredi dello Stato Sociale, furbetto e martellante il rap di Junior Cally, mentre difficilmente si piazzeranno Rita Pavone e Alberto Urso, le cui prove sono state però da dieci e lode: impressionante, in particolare, la sicurezza esecutiva del giovane tenore, che "tiene" la voce anche scendendo in platea a cantare in mezzo al pubblico. Assai piacevole,sul fronte conduzione, la presenza di Antonellona Clerici, con la divertente trovata dell'Amadeus - segnalibro gigante. Nulla di che, ma una cosetta carina. 

giovedì 6 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA SECONDA SERATA: RICCHI E POVERI E PAOLO PALUMBO SU TUTTI. GLI OSPITI OSCURANO UNA GARA IN CUI BRILLANO GABBANI, TOSCA E PELU'


"E il resto scompare". Parafrasando e forzando un po' il titolo del brano di Elettra Lamborghini, la seconda tappa di Sanremo 2020 ha offerto soprattutto due momenti ad alto tasso emotivo, di fronte ai quali le altre componenti dello spettacolo, per quanto fossero di spessore, sono passate decisamente in secondo piano. E' stata la serata dei Ricchi e Poveri tornati in versione originale, un colpaccio autentico messo a segno dalla direzione artistica, uno di quelli che ti fanno (in parte, molto in parte) rivalutare la sciagurata moda dei superospiti italiani; ma è stata anche la serata del rapper Paolo Palumbo, che sta affrontando la Sla con dignità e coraggio e la cui performance, ci giurerei, resterà nella storia della rassegna (e della Rai). 
RITORNO AL FEBBRAIO 1981 - Certo, sono stati due momenti diversi: di commozione e riflessione per il ragazzo disabile, un inno alla positività scevro di pietismo; di gioioso amarcord riguardo al ricostituito gruppo genovese. Evento, quest'ultimo, enormemente significativo per chi, come me, è patito (e un tantinello esperto, concedetemelo) del Sanremo passato e presente: perché, quando il quartetto ha intonato "Sarà perché ti amo", l'orologio è tornato indietro al pomeriggio del 7 febbraio 1981, giorno fatidico in cui tutto iniziò (o finì, a seconda dei punti di vista dei protagonisti), con Marina che si impuntò e riuscì a provare il brano assieme agli ormai quasi ex compagni, e alla fine, dopo una discussione davanti al giudice, dopo aver sentito gli esperti musicali, dopo un accordo tra le parti, la bionda accettò la separazione e il gruppo proseguì il suo percorso ridotto a soli tre componenti. Una prova generale di cui rimangono poche tracce fotografiche e alcuni secondi di ripresa video in un servizio televisivo dell'epoca. Una parentesi comunque antipatica per chi la visse, chiusa oggi definitivamente, probabilmente anche in forza di accordi economici, com'è sacrosanto, ma i sorrisi dei quattro mi sono apparsi più sinceri che di facciata, la sintonia nell'esecuzione degli efergreen accettabile, e, insomma, dopo quasi quarant'anni certi rancori si possono anche mettere da parte, per quanto dolorosi possano essere stati i fatti che li generarono. 
FESTA DELLA MUSICA ITALIANA, MA... - Ricchi e Poveri e Paolo su tutti, dunque, in una serata che, al solito, si presta a valutazioni di natura diversa. Sul piano qualitativo ed estetico, nessun dubbio che sia stato un happening di altissimo livello, una festa della musica e della discografia italiana che il pubblico televisivo ha mostrato di gradire oltre ogni aspettativa, visti gli stupefacenti numeri dello share. Un nutrito drappello di star della canzone nostrana degli ultimi venti - trent'anni concentrato sul palco dell'Ariston in una manciata di ore, da Zucchero a Massimo Ranieri, da Gigi D'Alessio a Ferro: cosa chiedere di più? Il discorso cambia radicalmente se si parla di durata e scaletta, ossia dei due punti interrogativi che avevo già messo in evidenza ieri. Altre cinque ore di trasmissione, troppo per una seconda serata festivaliera: era già tutto previsto? Perché la "Bibbia" Sorrisi indicava, sia per martedì che per mercoledì, la conclusione attorno alle 00.45; quindi, o Amadeus è diventato uno "sforatore di professione" che al confronto Pippo Baudo era un dilettante, oppure gli orari erano puramente indicativi, anche per... non scoraggiare i teleutenti. 
FIORELLO SHOW E GARA ALLE 22 - Troppa carne al fuoco, e non è la prima volta: ieri, poi, Fiorello ha gettato la maschera ed è stato autentico mattatore, salvo scomparire a notte ormai inoltrata, quando non c'era più bisogno di lui... Di culto il travestimento da Maria De Filippi e il siparietto dedicato alle "tipiche canzoni di Sanremo", ma c'è un ma: Nuove proposte a parte, per un'ora e mezza è parso quasi un "Stasera pago io" versione 2.0: un one man show di Rosario, gradevole finché si vuole, ma che ha fatto iniziare la gara dei Big alle 22 o giù di lì, e questo è inaccettabile. Negli ultimi anni il mantra sanremese è "la musica al centro", un motto per rispondere alle critiche di chi accusa la Rai di aver trasformato la kermesse in un mero varietà tv a carattere canoro. Ecco, che la musica sia stata al centro, alla fine della fiera, non lo si può negare, ma forse la frase andrebbe cambiata con un "la gara al centro". Insomma, sarò io troppo nostalgico e purista, ma Sanremo non dovrebbe essere innanzitutto una competizione fra canzoni? In queste prime due serate, e soprattutto in quella conclusa poche ore fa, la sensazione, netta, è che sia stata data assoluta precedenza ai fuori concorso, con gli ultimi Campioni confinati a orari indecorosi. E' una strutturazione del Festival che non accetto, non riesco ad accettare. Tuttavia, da stasera le cose dovrebbero cambiare: fino a sabato ogni puntata prevede in scaletta tutti i cantanti in lizza (e venerdì anche i giovani) per cui, o si finisce alle tre del mattino, o davvero occorrerà essere più rigorosi nella costruzione dello spettacolo. 
BENE GABBANI E PINGUINI, LEVANTE PROMETTENTE - Eccoci dunque a parlare dei pezzi, ai quali cercherò di dedicare più spazio nei prossimi giorni, quando col secondo ascolto dovremmo averne un quadro più chiaro. In evidenza Gabbani (non a caso primo nella peraltro prevedibilissima graduatoria della demoscopica), che ha messo da parte trovate bizzarre e spiazzanti per un'opera più classicheggiante, ma comunque non priva di originalità e indubbiamente ispirata. Pierò Pelù ha mostrato il volto tenero del rocker maledetto, con una "Gigante" possente il giusto e discretamente orecchiabile. Alla voce tormentoni, in prima linea i Pinguini Tattici Nucleari, la cui "Ringo Starr" potrebbe perfino correre per un piazzamento inaspettato, e la citata Lamborghini, con una canzoncina leggerina e da ballare in stile Festivalbar, testo ridotto all'osso ma proprio per questo facilmente memorizzabile. Levante ha presentato un'opera di notevole spessore autoriale su tutti i fronti, testo, arrangiamento e struttura complessiva, ha pagato l'emozione del debutto all'Ariston con una prestazione vocale non impeccabile, ma ci ha messo l'anima e ha portato sul palco una notevole fisicità, una performance da ascoltare ma anche da vedere: non ho dubbi sul fatto che, acquisendo sicurezza esecutiva, la sua "Tikibombom" possa crescere di qui a sabato. 
LA CLASSE DI TOSCA, IL RITMO DI ZARRILLO - Enrico Nigiotti, autore di vaglia, non riesce a ripetersi sui livelli d'intensità della bellissima "Nonno Hollywood", questa "Baciami adesso" è più scarna, un compromesso azzeccato fra antico e moderno, ma può comunque fare strada. Piacevolmente sorprendente Michele Zarrillo, che non si vedeva in versione così ritmata, credo, dai tempi della sua seconda partecipazione sanremese, 1982, "Una rosa blu". E pollice in su anche per Tosca, presenza di grandissima classe ed eleganza, con una canzone che è il modo più azzeccato per tenere alta la bandiera della tradizione melodica italiana. Di buon livello i due rapper, meglio Rancore di Junior Cally, ovviamente confinato a notte fonda e presentatosi senza maschera con una "No grazie" dall'inciso martellante, mentre non mi hanno coinvolto, convinto ed emozionato Paolo Jannacci e Giordana Angi, di cui al momento salvo solo i testi ben scritti e, nel caso della ragazza, la riuscita interpretazione. 
I GIOVANI, IL RICORDO DI FRIZZI E LE TRE DONNE - Capitolo giovani: cadute le bravissime Gabriella Martinelli e Lula, con canzone sull'Ilva di Taranto che mi è parsa ieri più efficace rispetto alle esecuzioni nell'ambito di Sanremo Giovani, bene il rap all'acqua di rose di Marco Sentieri sul tema del bullismo, perlomeno trattato con un pizzico di originalità compositiva, tutt'altro che memorabili Matteo Faustini e Fasma, con quest'ultimo che approda comunque alla semifinale di venerdì. Doveroso il ricordo di Frizzi, di cui Amadeus è il più degno erede per umiltà, dedizione alla causa e, consentitemi, sottovalutazione da parte dei media e di alcune fasce di pubblico. Chiusura sulle collaboratrici di Amadeus: un po' impacciata ma sensualissima come ai bei tempi la mitica Sabrinona Salerno, emozionata Emma D'Aquino (che non finirò mai di ringraziare per gli ottimi special dedicati alla tragedia del Ponte Morandi, da lei presentati nel 2018), la quale si è ampiamente riscattata col monologo su libertà di stampa e giornalisti che rischiano e danno la vita, di gran rilievo sociale e per questo meritevole di essere collocato in orario più consono. Per contro, più disinvolta la collega Laura Chimenti, ma la lettera d'amore alle figlie è stata  una parentesi di cui si poteva benissimo fare a meno.