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domenica 5 dicembre 2021

SANREMO 2022: AMADEUS ANNUNCIA (IN ANTICIPO) UN CAST DISCOGRAFICAMENTE FORTISSIMO. PIU' SPAZIO PER I DOMINATORI DELLE CHART E PER I VETERANI, MA LE SCELTE CORAGGIOSE NON MANCANO


Forse non sapremo mai cosa sia realmente accaduto nelle 72 ore (abbondanti) intercorse fra lo scoop molto presunto di "Chi" e l'annuncio ufficiale del cast di Sanremo '22. Forse Amadeus, vistosi messo all'angolo per la seconda volta in due anni, ha rimescolato le carte all'ultimo momento e teso una diabolica trappola al settimanale, che si è ritrovato fra le mani un'ex colpo giornalistico diventato improvvisamente una notizia incompleta e imprecisa. O forse, più semplicemente, la rivista diretta da Alfonso Signorini ha preso un granchio: capita, quando si è fin troppo sicuri di sé; nel 2020 era andata bene, ma le fonti non sono sempre quelle giuste, e allora qualche volta sarebbe meglio andarci un po' più coi piedi di piombo: vale anche per le tante testate che hanno rilanciato lo pseudo-listone di Big in maniera del tutto acritica e senza nemmeno sprecare un condizionale o un punto interrogativo. 

Problemi loro, intendiamoci. E un sentito grazie al direttore artistico che, sia pur per vie traverse, ha salvaguardato uno dei momenti chiave della liturgia sanremese, della "messa cantata", come la definiva Pippo Baudo, ossia la solenne comunicazione dei vip in lizza in Riviera. Si temeva che sarebbe stata una stanca conferma dei nomi già circolati, si è rivelata invece una sarabanda di piccoli e grandi colpi di scena. E così, alla fine, il vero colpo giornalistico la Rai se l'è confezionato in casa affidando il primo momento topico del percorso sanremese al Tg1 delle venti, che non ospitava questo rituale dai tempi della gestione Fazio-Pagani. 

MENO SPERIMENTAZIONE - Torneremo in chiusura sullo spoiler che spoiler non è stato, questione molto più seria di quanto appaia a prima vista. Ora i riflettori vanno puntati su questo cast, che offre una miriade di spunti di riflessione. C'è tanto del primo e del secondo Amadeus, ma c'è anche qualcosa di nuovo. Ci sono ancora il coraggio, la sperimentazione, la voglia di imporre sulla rete generalista per eccellenza volti poco mainstream. Ecco, ad una prima lettura del cartellone questa tendenza può apparire sempre forte, immutata rispetto alle precedenti due edizioni; personalmente la percepisco invece leggermente attenuata, ma parlo da persona che, nonostante l'età non più verdissima, ama tenersi sempre aggiornato in fatto di musica leggera, e che dunque sa che c'erano in circolazione nomi ancor più insoliti da poter mettere in pista; ma il pubblico tradizionale di Rai 1, lo spettatore legato a doppio filo alla tradizione festivaliera, difficilmente coglierà questo sottile scarto e resterà comunque spiazzato di fronte a certi personaggi. Ci sta.

GLI IMPERATORI DELLA HIT PARADE - Un pizzico, ma proprio un pizzico di sperimentazione in meno, dunque, e parlo soprattutto dell'aspetto quantitativo, per fare spazio a una quota pop potenziata nel numero e nella "sostanza" dei cantanti scelti. Amadeus cala una serie impressionante di assi, protagonisti assoluti delle classifiche recenti e attuali: il duo Mahmood-Blanco potrebbe addirittura far saltare il banco, ma ci sono due ritorni che fanno scalpore, due primedonne assolute, Elisa che ha partecipato una sola volta, una vita fa, nel 2001, ovviamente vincendo, e poi ha sempre accuratamente evitato la competizione, fino a oggi; ed Emma, che dopo il trionfo del 2012 il Festival lo ha condotto per poi presenziare come ospite, ma anche per lei era tempo di tornare a misurarsi con la classifica. E poi un altro ex vincitore come Fabrizio Moro, la regina delle hit estive Giusy Ferreri, che nell'inverno ligure non ha mai avuto troppa fortuna, anche con pezzi di grana buona come "Il mare immenso" e "Fa talmente male", il Sangiovanni del tormentone "Malibù" e circondato da tante aspettative per le originali qualità di scrittura e interpretazione che ha già fatto intravedere, due rapper assolutamente sulla cresta dell'onda come Rkomi e Aka 7even. Stiamo parlando di nomi popolarissimi e, con diverse sfumature, tutti di grande peso sul mercato discografico. Blanco, Sangiovanni e Aka 7even hanno già in bacheca una quantità abnorme di dischi di platino collezionati in pochissimo tempo: avere questi ragazzi all'Ariston significa garantirsi in partenza il successo commerciale della rassegna. 

PIU' SPAZIO AI "GRANDI VECCHI" - Con questi pezzi da novanta, mattatori delle chart, puoi anche permetterti una più vigorosa riscoperta delle origini, altra "innovazione" dell'Amadeus ter. Se nel 2020 e nel 2021 la quota vintage prevedeva una sola casella (diciamo Pavone nel primo caso, Berti nel secondo), quest'anno si è allargata a... tre e mezzo. Quattro veterani, e che veterani, diciamo pure mostri sacri: Morandi, Zanicchi e Ranieri rinverdiscono i fasti degli aspri scontri nelle Canzonissime fine Sessanta - primi Settanta (scontri invece poco sanremesi, perché a parte la Iva gli altri due, all'epoca, erano piuttosto restii a mettersi in gioco al Salone delle Feste), mentre la Rettore, fedele al suo spirito ribelle, si presenterà in una inedita coppia con la cantautrice rampante Ditonellapiaga, e fra le due, nonostante l'abisso generazionale, non mancano le cose in comune, dalle modalità espressive alle attitudini artistiche: un duo che potrebbe essere una delle sorprese del Festival. Delle capacità di Morandi di adattarsi ai tempi ben sappiamo, vedremo in quali vesti si proporranno l'Aquila di Ligonchio e un Ranieri che non poteva non tornare in concorso 25 anni dopo la sua ultima partecipazione "agonistica", nel '97 con quella "Ti parlerò d'amore" griffata Gianni Togni e Guido Morra. 

I RITORNI IMMEDIATI - Merita una riflessione anche il drappello di chi ritorna a soli dodici mesi di distanza (in questo caso, in realtà, tredici mesi, ma son dettagli). Di solito i direttori artistici di turno hanno più di una remora nel riproporre artisti già "convocati" l'anno prima, e anche in questo caso Amadeus ha cambiato linea editoriale, richiamandone ben quattro. Qualche perplessità su Noemi, che ha fatto un bel Festival '21 con l'intensa "Glicine", un bel duetto estivo con Carl Brave in "Makumba", e forse non aveva troppo bisogno di sovraesporsi ulteriormente, ma è anche vero che sta attraversando il momento migliore della carriera, quello della raggiunta maturità, e allora vuol forse battere il ferro finché è caldo, ma il brano dovrà essere veramente di grande spessore. Sacrosanta la chance offerta a Irama, dopo un Sanremo vissuto "in differita" per via della quarantena: mi rimane il dubbio che, se avesse potuto esibirsi sera per sera invece di affidare "La genesi del tuo colore" al filmato delle prove, sarebbe stato papabilissimo per la vittoria, e forse la storia di questo pazzo 2021 canoro sarebbe cambiata... 

Sensata anche la seconda volta dei Rappresentante di lista, fra i più apprezzati del drappello di volti nuovi coraggiosamente lanciati nell'ultima edizione e quindi attesi ora alla consacrazione, mentre con Achille Lauro si rischia grosso: è vero che il personaggio offre sempre spunti interessanti per tipologie di performance e versatilità creativa, ma è alla quarta partecipazione consecutiva, di cui una come ospite fisso: la sindrome del "prezzemolino", con conseguente saturazione, è dietro l'angolo. 

I NOMI INSOLITI E IL RITORNO DI BRAVI - Cosa propone il resto del "listone"? Il gradito ritorno di Michele Bravi, interprete di grande sensibilità, a lungo ai margini dopo l'exploit del 2017 per motivi personali, quelle Vibrazioni che sono ormai quasi degli habitué ma anche degli affidabili professionisti dell'easy listening, e poi i nomi più "stranianti": il cantautore indie Giovanni Truppi, Dargen D'Amico, un rapper sui generis da tempo in pista ma sempre al di fuori del circuito mainstream, e la stranissima coppia formata dal ruvido trapper Highsnob e dalla sofisticata Hu, vista l'anno scorso alle selezioni autunnali della Nuove proposte con "Occhi Niagara", in cui spiccava uno stile interpretativo simile a quello di Lauro e poco incline al rigore della dizione, caratteristica comune a molti cantanti dell'ultimissima generazione. Curioso: dallo sfortunato Sanremo Giovani 2020 è stata pescata una ragazza che non era entrata nemmeno fra gli otto finalisti scelti per l'Ariston, i vari Gaudiano, Shorty, Wrongonyou e compagnia. 

ANA MENA, IL TOCCO D'INTERNAZIONALITA' - Chi manca? Ah sì, Ana Mena. Questa dolce ragazza spagnola, presenza ormai fissa delle nostre estati canore, quasi sempre in coppia con Rocco Hunt, riporta l'internazionalità nel concorso ligure. L'ultimo straniero in gara, andando a memoria, fu Lara Fabian nel 2015, in seguito si è parlato di candidature di Amii Stewart, Dionne Warwick, Michael Bolton, non si sa quanto concrete. Sì, d'accordo, Sergio Sylvestre nel 2017, però nato, costruito e cresciuto musicalmente nel Bel Paese. Quello di Ana è un altro nome "bomba", largamente noto e di grande impatto sulle classifiche: anche lei contribuisce a fare di questo cast uno dei più qualitativi degli ultimi anni, se non il più qualitativo in assoluto. Si parla di nomi, appunto, perché poi sul piano della proposta musicale il discorso potrebbe cambiare. Personalmente, nel 2016 accolsi con notevole entusiasmo un cast che mi pareva il migliore possibile per quello che era il panorama canzonettistico italiano dell'epoca, ma alla prova dei fatti alcuni degli artisti più in voga presentarono opere inferiori alle loro potenzialità. Questo per buttare un po' di acqua sul fuoco, ma è chiaro che con un cartellone così sia più che naturale, direi doveroso, nutrire aspettative altissime, che ritengo non andranno deluse. 

SANREMO GIOVANI BRUCIATO E POSSIBILI COLPI DI SCENA IN EXTREMIS - Rimane il fatto, tornando a quanto detto in apertura, che la (parzialissima) fuga di notizie ha costretto Amadeus e Rai ad anticipare l'annuncio ufficiale dei Big (mai avvenuto a inizio dicembre, ma ricordiamo anche che il 72esimo Sanremo inizierà prestissimo, il 1° febbraio), bruciando così una delle principali attrazioni di Sanremo Giovani, quest'anno in serata unica il 15 di questo mese. Certo, ci sarà la suspense legata ai due emergenti chiamati a competere coi vip al Festival vero e proprio, ma per lo spettatore occasionale non è propriamente la stessa cosa. Potrebbe esserci un colpo di coda del presentatore dei "Soliti ignoti"? Altri due big da aggiungere alla lista resa nota ieri, oppure qualche giovane in più da promuovere? Non è impossibile, del resto il regolamento è quanto di più elastico possa esistere, e sarebbe un coup de théatre che "Ama" potrebbe giocarsi in assoluta serenità, per gusto personale, laddove nel 2020 fu quasi "costretto" ad allungare l'elenco con Tosca e Rita Pavone perché, in quel caso, "Chi" aveva azzeccato quasi tutto. Difficile che accada, certo: il direttore aveva affermato, dopo l'ultima kermesse, che 26 Big erano forse un eccesso da non ripetere, e finora ha tenuto duro su questo punto. Ma la marea di richieste giunte sulla sua scrivania e il conseguente quantitativo di musi lunghi potrebbe indurlo a una parziale correzione di rotta. Del resto in febbraio, ahimé non ci saranno più i giovani a dilatare i tempi televisivi, e gli spazi da riempire non mancheranno... 

martedì 18 settembre 2018

WIND SUMMER FESTIVAL 2018: TRIONFA "AMORE E CAPOEIRA" IN UNA BELLA FINALE ALL'INSEGNA DEL LIVE, DELLE GRANDI PERFORMANCE E DELLA MUSICA ITALIANA


"Amore e Capoeira" è la canzone dell'estate, secondo il Wind Summer Festival 2018. Cominciamo da qui, dalla notizia principale, per raccontare un'edizione della kermesse, quella conclusasi domenica sera a Milano, che è risultata sotto molti aspetti diversa dalle precedenti. A partire proprio dal brano vincitore: che può piacere o non piacere, ma è stato l'autentico tormentone di questi tre mesi di canicola, né più né meno di un "Vamos a la playa" o di un "Run to me", esempi old school di quell'easy pop vacanziero tanto rimpianto dai nostalgici e che negli ultimi anni sta conoscendo, mi pare, una nuova era di benessere. Già con questo verdetto c'è stata una inversione di tendenza rispetto all'albo d'oro della kermesse, che ha dato gloria a titoli non certo entrati nella storia della musica da spiaggia, da "Liar liar" di Cris Cab a "This girl" di Kungs, fino allo stesso "Pamplona" del 2017, che ha goduto di buonissimi riscontri di mercato ma non aveva le stimmate di quei pezzi in grado di caratterizzare un'estate e di imprimersi nella memoria popolare. In tal senso l'unica eccezione, finora, era stata  la gettonatissima "El mismo sol" di Alvaro Soler, incoronata nel 2015.
NOVITÀ FONDAMENTALI - Il trionfo del quartetto Takagi - Ketra - Sean Kingston - Giusy Ferreri rappresenta quindi una certificazione "nero su bianco" di ciò che davvero è andato per la maggiore nella stagione ormai giunta al capolinea: certificazione che, ad esempio, mancò proprio alla citata "Vamos a la playa" dei Righeira, i quali non vinsero il Festivalbar dell'83 solo perché erano schierati... fuori concorso (il successo andò alle "Bollicine" di Vasco Rossi). E già che si parla di Festivalbar, debbo ribadire quanto più volte scritto negli anni passati, ossia che la manifestazione targata Wind ha ormai assunto la stessa dignità dell'illustre antenata. 
Dodici mesi or sono, per dire la verità, non ero stato tenerissimo col Summer Festival, che aveva segnato un po' il passo rispetto agli esordi, essendo diventato un concorso prevedibile e privo di pathos proprio come le ultime edizioni della gara ideata dal compianto Vittorio Salvetti. Quest'anno si è invece recuperato terreno, soprattutto per il deciso cambio di rotta nella struttura dell'evento: non più quattro serate a giugno trasmesse in tv in differita e poi addio, ma l'aggiunta, fondamentale, di una finalissima settembrina in diretta. per decretare una canzone dell'estate con tutti i crismi, ossia pesandone il rendimento lungo tutto l'arco della bella stagione. Una modifica alla formula che, nel mio piccolo, suggerivo da anni, che è stata finalmente apportata e che fa davvero del "Summer" il Festivalbar 2.0. 
UN PREMIO E DUE TORMENTONI - "Amore e capoeira" sugli scudi, si diceva: un brano che non ha messo d'accordo tutti quantomeno a livello testuale, con quel riferimento alla "favela", cioè a una realtà sociale drammatica e complessa, nell'ambito di una composizione che è un inno al disimpegno balneare. L'orecchiabilità però c'è tutta, e in fondo è ciò che più conta per i principali fruitori di questo genere canzonettistico, ossia gli adolescenti e i giovani in generale, coloro che hanno più facile accesso alle piattaforme video online e ai moderni mezzi di fruizione della musica; aggiungiamoci, ad aumentarne l'appeal, il curioso balletto a far da coreografia, con le ragazze che si...  sculacciano amabilmente il sedere in fila indiana: più buffo e simpatico che sensuale, ma anche questo fa parte del gioco. Non era presente, ma un "ex aequo" morale coi vincitori lo merita Baby K., la cui "Da zero a cento" ha spopolato nell'heavy rotation radiofonica e nelle vendite (doppio platino, mica poco), usufruendo del martellante spot Vodafone nella fase di lancio per poi camminare benissimo con le proprie gambe. 
LA QUALITÀ DI MALIKA - Mancava dunque dal cartellone una protagonista assoluta delle ultime settimane, ma le altre hit del periodo c'erano più o meno tutte: dal mix vintage - contemporaneo dei Thegiornalisti in "Felicità puttana" alla ritrovata ispirazione di Luca Carboni, che ha presentato "Una grande festa". Accattivante il ritmo proposto dall'inedito trio Elodie - Michele Bravi - Gué Pequeno in "Nero Bali" (disco di platino) e da Irama, con una "Nera" intessuta di vaghe ispirazioni spagnoleggianti allo stile Soler (doppio platino anche per il vincitore di Amici '17): tutti brani, come si vede, che hanno saputo uscire dai circuiti promozionali e spiccare il volo  sul piano della resa commerciale: non è poco, di questi tempi. Le Vibrazioni continuano a godersi una brillante seconda giovinezza: avevano già fatto centro a Sanremo con "Così sbagliato", hanno proseguito con la trascinante "Amore zen", rock a gradazione moderata. "Bye bye" ci ha proposto un'Annalisa immersa in sonorità vagamente dance, stesso universo in cui ha pescato la Malika Ayane di "Stracciabudella", titolo bislacco per un brano sostanzioso, che poggia su un tappeto sonoro asciutto ed essenziale, con suggestioni disco anni Novanta, il tutto valorizzato da una voce sempre al top: forse la produzione più coraggiosa e meno mainstream fra quelle del Summer Festival, pur in un ambito di assoluto easy listening, 
ROVAZZI, BERTÈ E CONTAMINAZIONI MUSICALI - Ermal Meta ha puntato sulla semplicità, il testo di "Io mi innamoro ancora" parla di felicità e amore in tutte le sue varianti, senza complicate implicazioni, il tutto rafforzato da una base ritmica al solito pregevole e accattivante. Sul versante "crazy", continua a impazzare Fabio Rovazzi, uno che ha estro da vendere ma deve stare attento a non rimanere imprigionato nel personaggio di quello che deve sempre stupire a tutti i costi: ad ogni modo, "Faccio quello che voglio" funziona discretamente, grazie soprattutto al supporto di Emma, più incisivo di quelli di Nek e Al Bano. E a proposito di "pazzarielli" (in senso buono) va registrato l'ennesimo ritorno in auge dell'immarcescibile Loredana Berté, che ha ritrovato un'apprezzabile vocalità mettendola al servizio del reggae dei Boomdabash ("Questa sera non ti dico no"), con un risultato estremamente convincente. Proprio il matrimonio fra pop e altri generi è stato uno dei fatti salienti di questa estate canora: abbiamo già detto del trio Elodie - Bravi - Pequeno, aggiungiamoci il rapper Carl Brave e la commistione melodica con Francesca Michielin che ha dato vita a "Fotografia". Del resto, la stessa "Amore e capoeira" è un esperimento musicale in cui confluiscono vari stili, e con cui si tenta anche il lancio in Europa del "Baile do favela", nuovo ritmo brasiliano in forte ascesa.
HAPPENING DELLE SETTE NOTE, CON TANTO LIVE - Detto del premio come miglior giovane assegnato alla talentuosa cantautrice Federica Abbate ("Pensare troppo mi fa male"), va sottolineato come la finalissima del Summer Festival abbia saputo superare il concetto di asettica passerella di brani in stile playlist radiofonica, per diventare  a tratti un vero e proprio happening, uno show con tutti i crismi. In tale contesto vanno inquadrate le performance di Ornella Vanoni, che ha riproposto il pezzo di Sanremo con Bungaro e Pacifico e poi il classico "Senza fine", di Nek, che ha celebrato i vent'anni di "Se io non avessi te" (Dio, come passa il tempo...), di J-Ax e Gigi D'Alessio con pout-pourri dei loro cavalli di battaglia, di Fabrizio Moro che prima di eseguire l'intensa "L'eternità" ha ripescato dal suo recente repertorio la struggente "Portami via", anche questa targata Sanremone (2017): un equilibrato mix fra i successi del momento e i grandi classici, dunque. E poi c'è stato tanto live, tante voci vere con le loro imperfezioni (neanche molte, per la verità), ma le rassegne soprattutto a questo servono: portare i cantanti a fornire saggi autentici delle loro doti interpretative. Insomma, tanti piccoli ingredienti a comporre una pietanza risultata, quest'anno, particolarmente gustosa. Con un quid in più: come si evince dai nomi letti sopra, è stato il trionfo della musica italiana, una musica italiana che si è però data uno spessore internazionale, nella ricerca di nuovi sound e nelle collaborazioni artistiche. La bandiera d'oltrefrontiera è stata tenuta alta da un habitué delle chart estive, il già citato e immancabile Alvaro Soler, con una "Cintura" carina pur se non trascendentale. 
I DUBBI SULLA QUALITÀ DELLE PROPOSTE: E SE FRA VENT'ANNI... - In chiusura, ci vorrebbe una valutazione sulla qualità complessiva della proposta musicale di questa manifestazione: in giro si sentono giudizi tranchant sulla decadenza della canzone leggera italiana. La crisi c'è, ma è una crisi più di sistema che di valore del "prodotto": una crisi che chiude molte porte alla scena indie e che impedisce la coltivazione del "vivaio" nazionale, delle nuove leve; e poi, certo, c'è pure il calo delle vendite, con i musicisti chiamati oggi a puntare meno sui negozi di dischi (reali e digitali) e più sui concerti. Ma i tormentoni, di grande impatto al primo ascolto eppure ben confezionati, continuano a venire fuori, e i ragazzi che affollano questo e altri eventi continuano a cantare in coro le canzoni dei loro beniamini. Esattamente come facevano trent'anni fa con "Bravi ragazzi", con "Fotoromanza", con "Easy lady" e altre ancora. Nel loro piccolo tutte evergreen, certo, ma nessuno può dire con certezza che quelle di oggi non entreranno in egual misura nell'immaginario collettivo. Fra vent'anni, perché mai i quindicenni o i ventenni del 2018 non dovrebbero ricordare con nostalgia le loro estati scandite da Ferreri, Baby K, Giornalisti, Elodie o Rovazzi? 

domenica 11 febbraio 2018

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

sabato 10 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA QUARTA SERATA: TORNANO I DUETTI E ARRICCHISCONO SPETTACOLO E CANZONI. ULTIMO VINCE FRA I GIOVANI, MA C'ERA DI MEGLIO


Hip hip hurrah per Claudione nostro (oppure Ale-oò, per riprendere il titolo di un suo vecchio album). Fra le tante scelte coraggiose compiute da Baglioni nell'allestimento di Sanremo 2018, eccone una in apparenza banale, eppure di inestimabile valore per la riuscita complessiva della manifestazione: il ripristino della serata dei duetti. Un happening che, a partire dal 2005, aveva arricchito il Festival con performance originali e godibilissime. Negli ultimi anni era stata sostituita dal "giovedì delle cover", piacevole, per carità, ma con diversi limiti. Rappresentava un po' un corpo estraneo all'interno della struttura complessiva della rassegna, in quanto i cantanti Big per una sera abbandonavano il loro pezzo in concorso per rivisitare grandi evergreen, e alla lunga la trovata aveva mostrato un po' la corda, anche perché, nonostante l'indubbio sforzo di interpreti e arrangiatori, nessun "rifacimento" aveva fatto veramente breccia nel cuore degli appassionati, con la sola eccezione del "Se telefonando" in versione Nek, baciata da un successo clamoroso e, per certi versi, inspiegabile. E poi, parliamoci chiaro, è preferibile vedere gli artisti in gara rielaborare, impreziosire, dare una veste diversa alla canzone con la quale si sono iscritti alla competizione. Nella maggior parte dei casi, aiuta il telespettatore ad apprezzare maggiormente l'opera, a familiarizzare con essa, a coglierne sfumature che magari erano sfuggite ai primi ascolti. 
CANZONI "RISTRUTTURATE" - Così è stato, anche ieri sera. Il lungo "congelamento" non ha scalfito le potenzialità di questo particolare capitolo del Festivalone, anzi. Molte canzoni sono uscite decisamente valorizzate dal quid in più apportato dagli ospiti. Difficile fare una graduatoria; possiamo dire che le rivisitazioni si sono divise essenzialmente in tre categorie: c'è chi ha puntato semplicemente sulla forza dell'interpretazione in coppia, chi sul ricorso a strumentisti aggiunti, chi invece ha parzialmente ripensato il pezzo, persino con l'inserimento di parti nuove. In quest'ultimo gruppo, pur con soluzioni radicalmente diverse, Meta-Moro, Diodato-Paci, Stato Sociale e Kolors. I primi sono stati introdotti da un recitato di Simone Cristicchi, il quale, attingendo alla sua recente esperienza di teatro sociale, ha saputo dare la giusta intensità alla lettura di una lettera scritta dal marito di una delle vittime degli attentati targati Isis.
LA BATTERIA DI DE PISCOPO - Diodato e Paci, invece, si sono avvalsi di un Ghemon che ha aggiunto ad "Adesso" una parte inedita, un "ibrido" cantato - rappato. Gli Stato Sociale hanno "cabarettizzato" la loro "Una vita in vacanza", con un dialogo (non entusiasmante, in verità) fra il solista del gruppo e l'attore Paolo Rossi, affidando il ritornello al Piccolo Coro dell'Antoniano. I Kolors, infine, non hanno apportato grossi cambiamenti a "Frida", regalando però a Tullio De Piscopo lo spazio per un assolo finale di batteria, durante il quale Stash ha tentato, senza troppo successo, di trascinare e accendere il compassato pubblico della platea. 
INTERPRETAZIONI CLASSICHE - In molti sono invece andati sul classico, dividendosi semplicemente le parti di testo da cantare. Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di una soluzione vincente: se la bella Skin non ha inciso più di tanto sulla performance delle Vibrazioni, la cui "Così sbagliato" è già di per sé sufficientemente vigorosa, Renzo Rubino ha sicuramente trovato il modo di far "arrivare" maggiormente al pubblico la sua complessa "Custodire", grazie all'ausilio della sensazionale Serena Rossi, un fenomeno come attrice, showgirl e, ebbene sì, anche cantante. Idem per Noemi con Paola Turci e Caccamo con Arisa: in entrambi i casi, c'è stata una fusione talmente perfetta fra le due voci da far pensare che, forse, i loro brani avrebbero avuto più efficacia se presentati in gara nella versione "in coppia". Non si può dire lo stesso per Ron, Barbarossa, Canzian e Noemi, i cui pezzi brillano comunque di luce propria, ma che comunque hanno potuto contare su partner (rispettivamente Alice, Anna Foglietta, Masini e Cammariere) preparatissimi e discreti, nel senso che si sono inseriti nella struttura originaria delle opere senza portare sconvolgimenti: su tutti, citerei comunque l'azzeccato abbinamento romanesco fra la Foglietta e l'autore di "Passame er sale". 
NERI PER CASO E MIDGE URE: CHI SI RIVEDE! - E' stato un piacere rivedere i Neri per Caso, che si sono calati alla perfezione nella malinconica ironia di "Arrivedorci" degli Elii, mentre Ana Carolina e Daniel Jobim hanno rappresentato i partner ideali per far bucare maggiormente lo schermo alla sofisticata e avvolgente "Rivederti" di Mario Biondi. Indubbiamente arricchita in voce e musica anche l'ottantiana "Lettera al Duca" dei Decibel, grazie all'apporto di Midge Ure (ricordate "Breathe"?). Nonostante l'impegno, Giusy Ferreri non è riuscita a far decollare più di tanto la proposta di Facchinetti e Fogli, così come Michele Bravi non ha aiutato molto Annalisa, la quale comunque se l'è cavata benissimo da sola con una performance vocale di notevole spessore. In generale, dunque, il pacchetto - duetti ha superato felicemente l'esame, in linea con l'elevato livello qualitativo che questo Festival numero 68 sta mostrando con sempre maggior decisione. 
GIOVANI: VINCE ULTIMO, MA NON ERA IL MIGLIORE - Una serata davvero piena di musica, quella di ieri, aperta dalla sfilata delle Nuove Proposte. Un'annata buona, tutto sommato, per la categoria degli esordienti: solo Leonardo Monteiro è parso datato e fuori tempo massimo. I migliori, più originali e fuori dagli schemi, sono stati Mirkoeilcane e Lorenzo Baglioni, con Mudimbi un gradino sotto; a mezza via tra tradizione e modernità, ma comunque orecchiabili, Eva e Giulia Casieri. Il trionfo di Ultimo non desta scandalo, "Il ballo delle incertezze" è un brano sufficientemente contemporaneo (si avvertono echi di Tiziano Ferro), che colpisce soprattutto per la parte conclusiva in cui si passa dal canto al rap; ma sono del parere che, in questa sezione, sarebbe meglio premiare chi porta un qualcosa di almeno parzialmente innovativo, come i tre maschietti prima citati. Anche la canzone di Lele, vincitrice dodici mesi fa, era di buon impatto, ma sostanzialmente è passata senza lasciar grosse tracce. 
FINALISSIMA: PAPABILI E OUTSIDERS - Poco da dire sugli ospiti: l'intervento di Gianna Nannini non è stato di quelli in grado di farsi ricordare, meglio Piero Pelù, soprattutto per il sacrosanto appello dell'ex Litfiba contro la violenza sulle donne; da dimenticare la comparsata di Federica Sciarelli, in linea con quella della Leosini di un paio di sere fa; sono state le uniche cadute di tono di un Festival per il resto in forma smagliante. Bisognerebbe dunque concludere parlando dei pronostici per il gala di chiusura. Le classifiche di queste sere hanno proposto delle tendenze, ma è difficile prevedere a cosa porterà il giudizio misto Televoto - Giuria di qualità - Sala stampa. Tanti i "papabili": Meta - Moro, Ron, Diodato - Paci, Vanoni con Bungaro e Pacifico, persino gli Stato Sociale, mentre sono accreditabili di exploit notevoli Annalisa e Kolors; Gazzè, Zilli, Avitabile - Servillo e Barbarossa stanno alla finestra: hai visto mai... Ora non ci rimane che goderci una finalona "old style", con tutti e venti i Campioni schierati ai nastri di partenza: non accadeva dal penultimo Sanremo di Baudo, nel 2007. 

mercoledì 7 febbraio 2018

SANREMO 2018, LA PRIMA SERATA: CANZONI "A DIGERIBILITA LENTA'. FRA POCO EASY LISTENING E MOLTA RICERCATEZZA, SPICCA LA BUONA VENA DI RED CANZIAN


A giudicare dal vernissage, sembra essere un Festival a digeribilità lenta. Il riferimento è alla "ciccia" dell'evento, ossia ai brani in concorso; dello show, premiato da un ottimo esito in termini di audience, parleremo in conclusione di articolo. Digeribilità lenta perché, a parte tre o quattro eccezioni, il pacchetto - canzoni di Sanremo 2018 parrebbe mancare, a un primo ascolto, di quella forza d'impatto che è determinante non tanto per l'esito della gara, quanto per la capacità di questi prodotti di sfondare a livello commerciale.  In questo senso, il cambio di rotta rispetto alla gestione Conti è stato autenticamente radicale: soprattutto l'ultima edizione firmata dall'anchorman toscano era stata all'insegna del più assoluto easy listening, pur con numerosi picchi qualitativi. Claudio Baglioni ha fatto una scelta diversa: lo si era capito, è stato ripetuto fino alla nausea nelle settimane di vigilia, ma ora ne abbiamo la conferma. La quasi totalità delle opere presentate dai Campioni necessiterà di un'assimilazione graduale, ponderata: risulta dunque provvidenziale il nuovo regolamento, che ci consentirà di ascoltare ogni pezzo quattro volte (una delle quali "rielaborata" attraverso i duetti) prima della "superfinalissima" di sabato notte fra i tre più votati. 
PIU' RICERCATEZZA, MENO "PRIMO IMPATTO" - Se dodici mesi fa il coraggio di Conti era consistito nel proporre un cast di Big in larghissima parte à la page, in linea coi gusti dei giovani e lontano, di converso, da quelli del pubblico un po' attempato di Rai 1, quest'anno il cantautore romano ha osato su due fronti: proporre pezzi non "da primo ascolto", caratterizzati da una maggior ricercatezza compositiva, e offrire un ventaglio di generi, di territori musicali, decisamente più ampio del solito. Vedremo se questa linea artistica pagherà nel dopo Sanremo: la sensazione è che la kermesse numero 68 avrà una forza di penetrazione sul mercato minore rispetto a quella che l'ha preceduta, e questo è comunque un male, perché il compito principale del Festivalone rivierasco rimane lo stesso del passato: aiutare i cantanti a vendere dischi (in versione "solida" o digitale) e incrementarne la popolarità anche in chiave di presenze ai loro live. 
CANZIAN, KOLORS E STATO SOCIALE: I "RADIOFONICI" - Orecchiabilità da rivedere, si diceva. Certo non mancano le eccezioni. Ne ho finora contate quattro, per l'esattezza: il sound contemporaneo, pur su diversi piani stilistici, dei The Kolors e dello Stato Sociale (che con l'ausilio di un'attempata ballerina hanno fornito la performance di maggior effetto scenico della serata), la ritrovata vena delle ricomposte Vibrazioni, ispirate nel loro pop romantico come ai tempi degli exploit negli anni Zero, e il vivace Red Canzian, al quale attribuisco la mia personalissima palma di migliore della puntata inaugurale. Un gradino più sotto, in fatto di immediatezza, Annalisa e Noemi, che però dovrebbero presto emergere, anche se la proposta della "rossa" non sembra poter aggiungere granché alla strada artistica finora percorsa. Di notevole spessore il crescendo emotivo di "Adesso", a cura di Diodato e Roy Paci, apprezzabili il nuovo inno al femminile di Nina Zilli e il moderato rock in salsa anni Ottanta dei Decibel; meno penetranti lo stornello modernizzato di Barbarossa e il soffuso jazz di Biondi, fin troppo sofisticato anche per un Sanremo che si vorrebbe più "culturalmente alto" del solito. 
PICCHI DI RAFFINATEZZA: DA GAZZE' AD AVITABILE - Carina, ma non particolarmente originale la melodia di Facchinetti e Fogli, col primo che deve stare attento a non scadere nel caricaturale, con quel suo insistere nel calcare la mano su certe vocali fin troppo aperte... Sul piano della raffinatezza, spiccano la delicata opera di Lucio Dalla affidata alla sensibilità di Ron, il favolistico Gazzè in versione cantastorie, il pezzo d'atmosfera del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico e il sound napoletano di Avitabile e Servillo, a metà tra tradizione e avanguardia. Elio e le Storie tese sembrano aver confermato il trend in discesa dei loro Sanremo: dal tormentone "La terra dei cachi" e dalla bizzarra "Canzone mononota", sono passati alla non eccelsa "Vincere l'odio" per terminare con questa "Arrivedorci" fin troppo autocelebrativa e priva di veri guizzi, anche se l'arguzia lessicale rimane intatta.
META E MORO RISCHIANO - Riguardo ai favoriti Ermal Meta e Fabrizio Moro, per tensione emozionale e cantabilità la loro "Non mi avete fatto niente" potrebbe effettivamente vincere, pur se lontana dalla forza d'impatto di "Pensa", altra canzone di impegno civile, con la quale il romano sbancò la sezione Giovani nel 2007. Il problema è che, per loro, il rischio squalifica esiste davvero: le somiglianze col brano "Silenzio", presentato senza successo da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali alle selezioni per le Nuove proposte 2016, ci sono, non lo si può negare. Vedremo come se la caveranno i due, e vedremo come la direzione artistica si muoverà nei meandri del regolamento, ma di certo questo "giallo" rappresenta già un punto debole nel corpo del neonato Sanremo 68. 
BASTA COI CAVALLI PAZZI! - Non potevamo farci mancare l'ennesima invasione di campo in apertura da parte del Cavallo Pazzo di turno. Curioso: entrare all'Ariston da spettatori è impresa titanica, ma sul palco pare si possa arrivare, a volte, con relativa facilità; la cosa non diverte più (aveva già stufato ai tempi del fu Appignani), ma che avvenga nel 2018, in tempi di allarmi terroristici ancora vivi, è inaccettabile. Tirem innanz... Fiorello ha fatto ciò che gli viene meglio, cioè l'istrione improvvisatore: vedremo domani se il bel riscontro Auditel del debutto festivaliero sarà stato più o meno "drogato" dalla sua presenza. Dopo tre anni di conduzione sicura e rassicurante, in perfetto stile baudiano, c'era grande attesa per scoprire la formula top secret ideata da Baglioni, e va detto che è risultata tutto sommato riuscita e funzionale. Il "diretur" è stato più presente del previsto sul palco, a partire dalla sentita introduzione, molto attivo all'inizio e alla fine, mentre nella parte centrale ha dato giustamente più spazio ai conduttori designati.
MICHELLE UBER ALLES - La vera padrona di casa è palesemente Michelle Hunziker, che ha menato le danze e sfoggiato una sicurezza che la pone a distanza siderale da quella pulcina bagnata vista al Sanremo di undici anni fa (e sarebbe stato grave il contrario, va da sé...). Anche Favino tuttavia ha fatto centro: arriva buon ultimo dopo tanti attori professionisti che l'hanno preceduto nella presentazione della rassegna, ma fra tutti è stato quello che, al momento, pare esser maggiormente riuscito a portare all'Ariston la sua personalità e un'impronta ben precisa. Infine: si era detto "niente più star hollywoodiane", e va bene, ma la promozione del nuovo film di Gabriele Muccino era proprio necessaria? E Morandi e Tommaso Paradiso dovevano proprio presentarlo, il loro pezzo? L'immarcescibile Gianni non poteva limitarsi a duettare con l'altro "capitano coraggioso", il buon Claudio? Domande retoriche. Ne abbiamo già parlato ieri: è più che mai lotta fratricida fra due squadre di Big parallele, fra chi rischia e chi no. Però, che tristezza.

martedì 6 febbraio 2018

SANREMO 2018: AL VIA LO STRANO FESTIVAL DEI TRE CAST PARALLELI E DEI "BIG CONTRO BIG"


"Sarà un Festival sui generis, diverso dal solito, sicuramente originale". Lo si dice da mesi, e del resto questo Sanremo 2018 è stato circondato da un alone di mistero fin dalla fase di gestazione: prima l'inquietante "vuoto di potere" del dopo Carlo Conti, con la nomina del nuovo direttore artistico che si è fatta pericolosamente attendere; poi la designazione di Claudio Baglioni a fine settembre, e a seguire la messa a punto di un regolamento che segna un deciso cambio di rotta rispetto alle edizioni degli ultimi anni, con l'abolizione delle eliminazioni in entrambe le categorie in concorso; e ancora, la composizione di un cast di Big meno glamour e meno commerciale rispetto a quelli della gestione "contiana", per finire con l'inedito ed estemporaneo trio scelto per fare gli onori di casa: Michelle Hunziker, showgirl targata Mediaset, Pierfrancesco Favino, attore a digiuno in fatto di conduzioni catodiche, e ovviamente lui, il "capitano coraggioso" Claudio, non si sa ancora bene con quanto spazio e con quale ruolo, ruolo che tuttavia, stando alle indiscrezioni, potrebbe essere meno defilato di quel che si pensava inizialmente. 
Ora che siamo al momento del dunque, le impressioni sono le stesse della lunghissima vigilia. Ci accingiamo ad assistere a un Sanremo del tutto particolare. Non so se sarà di semplice transizione, per poi tornare a percorrere la strada di recente intrapresa (una strada vincente), o se segnerà una svolta nel modo di concepire la struttura dell'evento. Ma sarà comunque una rassegna da seguire con grande attenzione e curiosità. Dei Campioni ho già scritto al momento dell'annuncio del "listone", in dicembre: inutile tornarci sopra adesso, quando basterà attendere poche ore per avere anche la materia prima su cui discutere, ossia i brani in lizza. "Annusando l'aria che tira", come dicono gli esperti sanremologhi, i miei favoriti sono le coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, poi Red Canzian e Annalisa, mentre la critica già ha detto mirabilia del brano di Ron targato Dalla. Ne riparleremo presto...
OSPITI ITALIANI: UN CAST MONSTRE - Più opportuno spostare i riflettori sulla linea artistica che il cantautore romano ha voluto dare a tutto il progetto Festival nel suo complesso: da quando nella liturgia sanremese sono stati introdotti gli ospiti fuori concorso, non è mai accaduto, a mia memoria, che gli italiani superassero, in quantità, le star d'oltrefrontiera. Solo due i precedenti analoghi in tal senso, ma si trattò di circostanze del tutto eccezionali, di due eventi concentrati entrambi in una sola delle cinque serate in cartellone: nel 2010, sfilarono nove superstar canore di casa nostra per celebrare il sessantesimo compleanno della manifestazione; l'anno prima, dieci superbig si esibirono facendo da padrini ad altrettante nuove proposte (fu la covata d'oro di Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari). 
In questo Sanremo 2018, salvo cambiamenti dell'ultima ora (che al Festival sono frequenti, in tema di reclutamento di vedettes internazionali), dall'estero al momento sono in arrivo i soli Sting (con Shaggy) e James Taylor: oltretutto, grandissimi nomi, ma non certo protagonisti delle più recenti charts, quegli effimeri eroi che in Riviera sono spesso e volentieri venuti a far promozione per sfruttare il loro attimo più o meno fuggente. Del resto, Baglioni era stato chiaro: gli stranieri che verranno, aveva detto, dovranno impegnarsi anche a omaggiare, in qualche modo, la canzone italiana. Può anche essere che questo "paletto" abbia scoraggiato molti divi del pop mondiale a sbarcare all'Ariston. Ma magari si è trattato solo di una scelta di campo chiara, netta, inequivocabile da parte dello staff organizzativo: fare del Festival 2018 un inno assoluto alla musica tricolore. 
CHI RISCHIA IN GARA E CHI NO - Così, ecco schierati ai nastri di partenza Laura Pausini (se guarirà in tempo utile dalla laringite), Giorgia, Negramaro, Piero Pelù, Gianni Morandi, Il Volo, Gino Paoli con Danilo Rea, il trio Nek - Pezzali - Renga, Antonacci, Fiorella Mannoia. Non si può certo dire che si tratti di un elenco grondante sorprese (quasi tutti sono stati visti e rivisti a Sanremo in tempi non troppo lontani, perfino il "ribelle" Pelù fece il superospite nel 2001), ma d'altro canto non può sfuggire un fatto singolare: si tratta di un nutrito drappello di "campioni" che marcerà parallelamente a quello degli "altri" campioni, ossia i concorrenti.
Big italiani contro big italiani, lotta fratricida nella quale vedo un senso di profonda ingiustizia. Parliamoci chiaro: il fatto che ci sia una élite di cantanti nostrani che si sottraggono alle forche caudine della gara preferendo la vetrina senza rischi, mentre nelle stesse ore dei "valorosi" colleghi affrontano la pugna con spirito indomito, stona un po', ancor più se si tratta di una scelta avallata o ispirata dal patron di turno. Bei tempi, quelli in cui il palco ligure era negato agli artisti italiani refrattari al concorso; il Pippo Baudo dei tempi d'oro fu particolarmente rigoroso nella difesa di questo principio, salvo poi cambiare registro negli ultimi due Festival sotto la sua gestione, 2007 e 2008. Rimango del parere che una distinzione del genere, che suona quasi come "cantanti di Serie A e cantanti di Serie B", non dovrebbe esistere, a Sanremo: ed è ancor più assurdo che esista quest'anno, con una competizione così largamente annacquata che porterà tutti, proprio tutti, i gareggianti alla finalissima di sabato. Una Giorgia, un Antonacci, un Sangiorgi con band al seguito, possono davvero aver paura di un piazzamento sanremese non all'altezza della loro fama? Suvvia, siamo seri...
LA TERZA SQUADRA: I DUETTANTI - Due cast di big paralleli, dunque. Anzi, tre: perché fra le più belle novità del Sanremo numero 68 c'è il pensionamento della serata delle cover (aveva un po' stufato e in tanti anni aveva prodotto un solo clamoroso exploit, quello di "Se telefonando" versione Nek, bissato, ma in misura decisamente minore, da "Un'emozione da poco" di Paola Turci),  e il ripristino della serata dei duetti, che per diverse edizioni ha proposto tante riletture interessanti dei brani in competizione, e tante performance di notevole effetto scenico. Per questo happening, in programma venerdì, è stato arruolato uno "squadrone" di vip niente male: da Arisa a Michele Bravi, da Simone Cristicchi a Giusy Ferreri, e poi ancora Sergio Cammariere, la Turci, Marco Masini, Alice, Tullio De Piscopo... Anche loro sono ufficialmente "fuori concorso", ma perlomeno accorrono a dare una mano concreta ai colleghi, e, insomma, un minimo incideranno sulla classifica finale. 
MA GLI STRANIERI SERVONO... - Eccolo, quindi, il Sanremo dei tre squadroni di Big, e della guerra fratricida fra artisti che sfilano in allegria ed altri che affrontano le ansie e le nevrosi della gara. D'accordo, così facendo Baglioni ha radunato in Riviera una cospicua razione della crème dell'italico pop, mettendo in piedi un Festival tutto sommato abbastanza rappresentativo dell'attuale realtà musicale del Paese (rispunta persino il rap, con Ghemon che sarà partner di Diodato e Roy Paci); ma, almeno per quanto mi riguarda, il retrogusto amarognolo da disparità di trattamento permane. Forse costano di più, ma giova ricordare che i grandi interpreti di fuorivia hanno quasi sempre portato lustro e spessore alla kermesse, facendole superare i confini della Penisola e dando nel contempo visibilità quasi planetaria alle nostre ugole d'oro. Senza arrivare agli eccessi degli anni Ottanta, con le abbuffate di stranieri al mitico Palarock, forse era il caso di battere con più convinzione la pista internazionale. Pazienza, e... buon Sanremo a tutti. 

sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018: ECCO I BIG DI BAGLIONI. E' IL FESTIVAL DELLE REUNION. CANZIAN, FACCHINETTI - FOGLI E META - MORO FAVORITI?


Il Festivalone "formato Baglioni" ha emesso ieri sera i primi vagiti in assenza del suo deus ex machina. Il direttore artistico è stato infatti il convitato di pietra dell'interminabile "Sarà Sanremo", tenendosi lontano dai riflettori della diretta tv e affidando ad anonime buste sigillate l'annuncio del cast dei Campioni, in pieno stile premi Oscar. Un cast spiazzante ma non troppo, diciamolo subito. Qualcosa del genere, senza grancasse e con un numero inferiore di posti a disposizione (quattordici contro i venti attuali), erano riusciti a fare Fabio Fazio e Mauro Pagani nel biennio 2013 - 2014, inserendo nella categoria regina artisti di nicchia, con scarsa esposizione mediatica e lontani dall'heavy rotation radiofonica, da Marta sui Tubi a Riccardo Sinigallia, dai Perturbazione a Simona Molinari e a Giuliano Palma. A febbraio troveremo la coppia formata da Enzo Avitabile e Peppe Servillo, ossia la Napoli della ricerca musicale più elaborata, fra tradizione e contemporaneità, e Lo Stato Sociale, band "indie", scelta del tutto distante dai canoni festivalieri ma assolutamente al passo coi tempi. 
ECUMENISMO IN STILE BAUDO - Nessuna rivoluzione, dunque; casomai un'attenzione maggiore, rispetto al recente passato, a certi generi musicali non propriamente commerciali e storicamente poco considerati dalle parti della Riviera ligure. Si ravvisa persino, nel listone dei Big, un certo "ecumenismo baudiano", perché nei suoi Sanremo il grande Pippo cercava di inserire personaggi per tutti i gusti, di accontentare la più ampia fascia di pubblico possibile, pur privilegiando la tradizione melodica all'italiana, ed è in fondo ciò che sembra aver fatto il cantautore romano. Certo, guardando al triennio targato Carlo Conti, soprattutto all'ultima edizione, la cesura è netta: il gruppo dei Campioni 2017 strizzava apertamente l'occhio al mercato, era pop che più pop non si poteva, si indirizzava senza mezze misure al pubblico più giovane, e va detto che la scelta era stata premiata, in quanto molti dischi usciti dall'Ariston avevano poi percorso una fruttuosa strada, a livello di vendite e di consensi sul web. Sanremo 2018 sarà invece trasversale, uno sguardo a largo raggio sul panorama canoro nostrano. 
NIENTE TALENT, NIENTE RAP - L'atto di coraggio del buon Claudio e dei suoi esperti sta tutto in una mossa: aver rinunciato a puntare su quei cantanti magari privi di un curriculum "pesante", ma che avrebbero garantito "a scatola chiusa" una massiccia attenzione da parte delle nuove generazioni. Non ci sono i più freschi prodotti dei talent; laddove l'anno scorso erano stati convocati Elodie e Sergio Sylvestre, quest'anno mancano i Riki e i Thomas; all'Ariston vedremo Annalisa, Noemi e i The Kolors, che da "Amici" e "X Factor" sono passati diverso tempo fa ma ormai si sono affrancati da quell'universo, costruendosi una carriera ricca di esperienze, pur fra alti e bassi. E manca totalmente il mondo dei rappers, i cui esponenti, sia volti di grido sia nomi meno noti, sono stati fra i dominatori delle chart italiane 2017. Vedremo se tale azzardo pagherà in termini di Auditel. 
VETERANI NON PRESENZIALISTI - Tornano i veterani, ma perlomeno, a parte Ron (che non mi aspettavo di ritrovare a soli dodici mesi di distanza), si tratta di veterani non logorati da continue presenze al Festival; si tratta, soprattutto, di pezzi di storia della nostra musica leggera che hanno ancora qualcosa da dare, nonché un notevole stuolo di fans e intatta credibilità: l'accoppiata Roby Facchinetti - Riccardo Fogli e Red Canzian da solista sono due colpi da maestro, e daranno vita a un derby che promette scintille; Fogli, oltretutto, mancava dalla rassegna da ben ventidue anni! Allo stesso modo, molto c'è da attendersi dai ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, paracadutati nel ventunesimo secolo direttamente da Sanremo '80, quando si rivelarono con "Contessa" ma poi non poterono sfruttare l'onda lunga di quel successo (si sciolsero poco dopo). E dopo quasi vent'anni ritorna Ornella Vanoni, che credo sia la concorrente più "anziana" di sempre (senza offesa) a partecipare alla kermesse, e che con Bungaro e Pacifico, due cantautori raffinati e fuori dai circuiti consumistici, dovrebbe dar vita a un impasto vocale e sonoro di gran classe. Luca Barbarossa completa il drappello dei big di lungo corso, ma questa volta pare intenzionato a dire qualcosa di diverso rispetto alla linea dei suoi precedenti Festival: il titolo del pezzo, "Passame er sale", promette bene in tal senso. 
REGGE IL VIVAIO DELLA RASSEGNA - E' tutto sommato ben rappresentato il vivaio sanremese, nonostante il "vuoto" del 2017, col vincitore delle Nuove Proposte Lele che non ha lasciato il segno e coi vari Maldestro e Marianne Mirage che stazionano ancora nel limbo degli emergenti. C'è però la "strana coppia" Ermal Meta - Fabrizio Moro, che mi sentirei di inserire fin da ora nel ristretto novero dei favoriti, c'è Nina Zilli, il cui bel singolo estivo "Mi hai fatto fare tardi" ha avuto un'accoglienza piuttosto tiepidina, c'è Giovanni Caccamo che dopo l'affermazione del 2015 non ha sbancato il mercato e si è messo alla prova in esperienze di altro tipo (presentatore televisivo), mentre il terzo posto del 2016 con Deborah Iurato non ha ricevuto sonante conferma al di fuori delle mura dell'Ariston; ci sono, infine, due scoperte di Fazio - Pagani, l'originale Renzo Rubino e quel Diodato che avevo citato fra i papabili sul blog pochi giorni fa, e che si accompagnerà a Roy Paci in un duetto tutto da scoprire. 
QUANTE REUNION! - Sarà anche il Festival delle reunion, in qualche modo: abbiamo parlato dei Decibel, del duo Facchinetti - Fogli, e ricompaiono pure Le Vibrazioni, protagoniste assolute all'inizio del secolo ("Dedicato a te", "Raggio di sole", "Ovunque andrò" sono pietre miliari del pop melodico contemporaneo) ma poi spentesi alla distanza, con Francesco Sarcina lanciatosi nella carriera solista. Nella quota degli artisti "fuori dagli schemi" trovano posto a buon diritto il mai banale Max Gazzè (anche in questo caso il titolo del brano è tutto un programma: "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno") e soprattutto Elio e le Storie Tese, che da musicisti ribelli e dissacranti sono diventati col tempo dei prezzemolini della manifestazione (siamo alla terza presenza nelle ultime sei edizioni!) ma la cui partecipazione è perlomeno giustificata dall'annunciato addio alle scene (ma sarà poi vero?). 
NESSUN NOME "CHE SPACCA" - Manca il nome boom, quello in grado di catalizzare i pronostici: quello che, diciamocelo chiaramente, ci si attendeva da un direttore artistico del calibro di Baglioni. Si era parlato di Elisa ed Emma, mentre le varie Giorgia e Carmen Consoli, per non parlare dei cantautori storici, si sono tenuti ancora una volta alla larga dalla gara rivierasca, per quanto sia quest'anno una gara annacquata, senza eliminazioni, con tutti i concorrenti in lizza fino all'ultimo. C'è un debutto di peso, questo sì, quel Mario Biondi che era da tempo la costante chimera del Festival, e che ha finalmente sciolto le riserve. A lui, alle coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, a Canzian, agli Elii assegniamo di primo acchito la prima fila nella corsa alla vittoria, coi Kolors possibili sorprese e auspicando un inserimento in gruppo di Annalisa, un'Annalisa sperabilmente di nuovo alle prese con quello stile brillante, leggero e sbarazzino che ne aveva fatto le iniziali fortune e che ha ritrovato l'estate scorsa con la collaborazione di Benji & Fede, dopo averlo abbandonato per la classicissima melodia di "Diluvio universale" (Sanremo 2016). E le Nuove proposte? La serata televisiva di "Sarà Sanremo" ha promosso Mudimbi, Eva, Mirkoeilcane, Lorenzo Baglioni, Giulia Casieri, Ultimo, ai quali si sono aggiunti i due vincitori di Area Sanremo, Leonardo Monteiro e Alice Caioli. Ma di loro mi riprometto di parlare più ampiamente nei prossimi giorni, dopo un più approfondito ascolto delle canzoni. 

martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti. 

domenica 12 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO 2017: IL PAGELLONE DEI "CAMPIONI". PAOLA TURCI SU TUTTI


Il classico pagellone dei Big chiude la settimana sanremese del blog. Cantanti e canzoni sono elencati in ordine di classifica, dal primo in giù. 
FRANCESCO GABBANI - "Occidentali's karma": il vincitore del Festival riesce in un'impresa titanica: bissare un tormentone a soli dodici mesi di distanza. Quello di quest'anno pare inoltre più elaborato e complesso rispetto ad "Amen". Il testo, pur sferzante e ironico, è tutt'altro che demenziale e nonsense, l'arrangiamento è curatissimo, contemporaneo ma con vaghe reminiscenze di un qualche sound anni Ottanta, almeno così mi è parso. VOTO: 8. 
FIORELLA MANNOIA - "Che sia benedetta": brano dalla scrittura cantautoriale, tutto sommato classicheggiante, che trova il suo valore aggiunto nel testo e nell'interpretazione moderatamente enfatica della "rossa", protagonista di un ritorno convincente sul palco dell'Ariston. Poteva anche vincere, ma in fondo è giusto che il trofeo sia andato a un brano e a un interprete più "futuribili". VOTO: 7. 
ERMAL META - "Vietato morire": ecco un altro emergente che, dopo solo un anno, ha ottenuto una fragorosa conferma, restando fedelissimo allo stile che lo impose nelle Nuove proposte. Testo crudo e diretto nelle strofe, con aperture alla speranza nel refrain e nella chiusa, su un tappeto sonoro incalzante, a tratti drammatico, in un mix fra parole e musica efficace e al passo coi tempi. Anche lui sarebbe stato un degno vincitore. VOTO: 8. 
MICHELE BRAVI - "Il diario degli errori": devo essere sincero: non mi ha convinto all'inizio e non mi convince tuttora. A parte il fatto che non è un "Campione", ha sfoderato una buona tenuta del palco e una voce di grana notevole, ma il pezzo mi pare tutto sommato banale nella tessitura musicale, e il testo, pur dicendo cose anche "pesanti" e scavando nel vissuto, non brilla per maturità compositiva. Il quarto posto è un premio eccessivo. Michele è probabilmente il primo Youtuber a farsi largo con onore nella categoria regina di Sanremo. Anche questo è un segno dei tempi. VOTO: 5,5. 
PAOLA TURCI - "Fatti bella per te": per quanto mi sforzi, non riesco a trovare alcuna sbavatura nella splendida performance sanremese di "Paoletta". Impeccabile e trascinante nelle sue esibizioni, e con una canzone del tutto in linea coi gusti e le tendenze attuali, dal ritmo energico e sostenuto, con un testo profondo e che va dritto al cuore, un inno alla bellezza delle donne nel senso più pieno e ampio del termine, una bellezza che vola al di sopra del tempo che passa e degli incidenti della vita. Un'altra artista che avrebbe meritato il massimo alloro, e non sarebbe stato un premio alla carriera, perché, lo ripetiamo, la canzone è "à la page" e lei è ancora in pista con vigore e tante idee. VOTO: 9. 
SERGIO SYLVESTRE - "Con te": il ragazzone ha messo la sua possanza interpretativa al servizio di un brano fin troppo antico nella costruzione, direi "sanremese" nel senso più "nostalgico" del termine, impreziosito dal coretto gospel nel finale. Ma per puntare alla vittoria, e a una lunga carriera canora, ci vuole qualcosa di più ficcante. VOTO. 6+. 
FABRIZIO MORO - "Portami via": il Moro delle ballad poetiche, intense e sentimentali è quello che si fa preferire. Con questa, rinfresca il ricordo della bella "Eppure mi hai cambiato la vita" che portò fino al terzo posto a Sanremo 2008. La sua particolarissima grinta vocale, che spezza l'andamento inizialmente soffuso del brano, dà il tocco in più. VOTO: 7.
ELODIE - "Tutta colpa mia": lo interpreto come un dichiarato, palese omaggio alla più tipica canzone "da Sanremo". Erano anni, vado a memoria, che su quel palco non si ascoltavano proposte in cui la parola "amore" fosse presente in maniera così massiccia e ridondante: forse dai tempi di "Amore amore" di Marisa Sannia, edizione '84, ma quella era composizione ben più leggerina. Elodie ha comunque ben impressionato, riuscendo ad unire perizia tecnica a calore della voce, al contrario di altri ragazzi usciti dai talent, perfettini ma che non trasmettono emozioni. E' una su cui insistere. VOTO: 6 +.  
BIANCA ATZEI - "Ora esisti solo tu": in vistosa crescita, al secondo tentativo sanremese. Voliamo al di sopra delle critiche e dei dubbi (legittimi) sulla sua autentica caratura di Big, e parliamo di una prestazione tutto sommato dignitosa e di una canzone, pur se non originalissima, di grande effetto, grazie alla sapienza di Kekko Silvestre nel cesellare pezzi che "arrivano" subito; affascinante la salita di tono e l'esplosione nel ritornello. Nulla di eccezionale, insomma, ma si fa ascoltare senza scandalo. VOTO. 6,5. 
SAMUEL - "Vedrai": il backgrund del frontman dei Subsonica si riconosce subito, in questo brano contemporaneo pur se debitore di sonorità a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo. Una ventata di ritmo in una edizione in cui anche molti cantanti emergenti hanno riscoperto la morbidezza delle melodie all'italiana. L'ingresso nella top ten finale non era scontato. VOTO: 7. 
MICHELE ZARRILLO - "Mani nelle mani": un buon ritorno dopo anni duri anche sul piano personale (un serio problema di salute ottimamente superato), una canzone totalmente nel suo stile romantico, ben costruita ma che necessita di più di un ascolto. Ha un difetto: manca del "colpo in più" da Serie A, quello che avrebbe potuto riportare Michele al top del gradimento come, ad esempio, capitò a Fausto Leali col boom di "Io amo", giunto dopo un lungo periodo oscuro. Ma la luce dell'artista ispirato non si è comunque spenta.  Continuerà a far innamorare giovani e meno giovani. VOTO: 6,5. 
LODOVICA COMELLO - "Il cielo non mi basta": ha pagato dazio all'emozione nelle prime uscite, per poi venire fuori alla distanza, fino all'ineccepibile performance nella serata finale. Mi aspettavo da lei una canzone più frizzante, anche pensando al suo precedente singolo "Non cadiamo mai", invece ha sposato una linea melodica tradizionale ma di taglio tutto sommato in linea coi tempi, con l'apertura nel ritornello che dà al tutto la giusta dose di cantabilità. Proposta quindi non trascendentale, ma con una sua dignità. La ragazza vale e ne sentiremo parlare a lungo. VOTO: 6 +. 
MARCO MASINI - "Spostato di un secondo": pezzo meno immediato e diretto di quello che ce lo ripropose su ottimi livelli nell'edizione 2015, ma che alla lunga viene comunque fuori. La costruzione del brano è tutt'altro che banale, con quel racconto di vita quasi a perdifiato nelle strofe e col sostegno del solito refrain di ottima presa. Masini è uno che, pur non tradendo mai la sua linea compositiva, cerca sempre di inserire qualche moderato guizzo innovativo nelle sue produzioni, riesce a non restare indietro pur senza rinnegarsi. VOTO: 6,5. 
CHIARA - "Nessun posto è casa mia": come accennato nell'articolo di questa mattina, più della canzone, di stampo classico e di una certa eleganza ma non particolarmente penetrante, conta la prestazione della giovane, che ha mostrato maggiore maturità e consapevolezza artistica, in definitiva una maggiore credibilità che ha spazzato via certi dubbi del passato, legati soprattutto a una certa "freddezza" nel proporsi. Vale la pena investire su di lei. VOTO: 6,5. 
ALESSIO BERNABEI - "Nel mezzo di un applauso": non è un fuoriclasse né lo sarà mai, ma c'è stato un accanimento eccessivo nei suoi confronti. La proposta mi è parsa pure un tantinello migliore rispetto a quella  del 2016. E' una dance che funziona, un genere nel quale Alessio sta specializzandosi. Nulla di male. VOTO: 6 +. 
CLEMENTINO - "Ragazzi fuori": il livello è lo stesso dell'anno scorso, discreto e nulla più. Impegno di grana grossa, fra retorica e buoni sentimenti, niente cattiveria da rapper. La canzone inizia col refrain, che si fissa così più facilmente in testa. VOTO: 6. 

ELIMINATE
AL BANO - "Di rose e di spine": una romanza di matrice tradizionale, costruita apposta per esaltare le doti vocali del veterano pugliese che, però, nella prima uscita non è stato particolarmente a fuoco, per poi migliorare. VOTO: 6 -. 
GIUSY FERRERI - "Fa talmente male": con quelle di Gabbani, Turci, Samuel e Bernabei, la canzone più radiofonica dell'edizione. Funzionerà, ed è strano che non abbia funzionato anche nella settimana festivaliera: forse qualche intoppo di esecuzione la sera del debutto, ma la proposta è di gran sostanza e un posticino nella finalissima l'avrebbe meritato. VOTO: 7. 
GIGI D'ALESSIO - "La prima stella": melodia old style senza particolari slanci, tipicamente "dalessiana", ma con un testo sentito e commovente. Una decina d'anni fa sarebbe stata da podio, ma farà la sua strada fuori dall'Ariston. VOTO: 5,5. 
RON - "L'ottava meraviglia": sottovalutato. Il refrain è all'altezza delle sue espressioni migliori del passato, struggente ed evocativo. Era da finale. VOTO: 6,5. 
NESLI E ALICE PABA - "Do retta a te": buon impasto vocale per una proposta convenzionale, orecchiabile, che fa molto Sanremo anni Novanta ma che è apparsa tutto sommato di scarsa consistenza. VOTO: 5,5. 
RAIGE E GIULIA LUZI - "Togliamoci la voglia":  testo audace e accoppiata che funziona sia come mix di voci sia come resa complessiva sul palco, ma sound solo in apparenza moderno, in realtà un rap all'acqua di rose un tantino obsoleto. VOTO: 5,5. 

sabato 11 febbraio 2017

SANREMO 2017 VERSO LA FINALE: MANNOIA, META, TURCI E GABBANI IN PRIMA FILA, MA...


Sulla bocca di tutti c'è un poker di nomi: Mannoia, Turci, Meta, Gabbani. Alla vigilia della finalissima di Sanremo 2017, mi riesce difficile pensare a un vincitore diverso da quelli citati. Dopo il secondo ascolto del venerdì, i loro brani sono quelli che più nitidamente si stagliano sopra gli altri. E' un poker in cui c'è tutto ciò che il minestrone festivaliero deve offrire: tradizione e modernità, melodia e ritmo, leggerezza e impegno, pop sfrenato e taglio cantautoriale. Uno sguardo piuttosto attendibile, pur se non completo, sul panorama musicale nostrano della fase storica in corso. Sono anche, forse, i quattro brani più intensi ed elaborati, sul piano della scrittura dei versi: l'inno alla vita di Fiorella, Paoletta all'apice della maturità con le sue riflessioni sulla necessità di volersi bene e sulla bellezza che vola al di sopra del trascorrere del tempo, Ermal con una storia cruda di violenza che apre però orizzonti di speranza, ma anche il brillante guazzabuglio testuale del vincitore delle Nuove proposte 2016, sostenuto da un tappeto sonoro energico e trascinante. 
PIU' ATTENZIONE AI TESTI - Quattro canzoni che dimostrano come, in questa edizione, ci sia stata una maggiore attenzione ai testi, magari sacrificando qualcosa all'orecchiabilità. Una considerazione che vale anche per altre composizioni in gara, ma forse le quattro di cui si parla sono quelle che maggiormente hanno saputo sposare parole e musica in un mix efficace e accattivante. Mannoia favorita, ma non favoritissima, e sinceramente non mi stupirebbe un sorpasso da parte di qualcuno degli altri, le cui quotazioni sono state in continuo crescendo da martedì in poi. Certo, stiamo ragionando "al buio", in quanto nulla sappiamo di numero di voti, di percentuali e di distacchi maturati in queste serate, dati che potrebbero fornire appigli più oggettivi per stilare pronostici. In questo senso, non sono da sottovalutare altre alternative ai favoritissimi: i nomi più interessanti, in tal senso e a mio avviso, sono quelli di Elodie, Sergio Sylvestre, Fabrizio Moro, Chiara e Lodovica Comello. 
GLI OUTSIDERS - Vediamo perché, brevemente: la trionfatrice di X Factor 2012 sembra finalmente essere uscita dal bozzolo, si è presentata in vesti convincenti e nitide dopo i primi due approcci sanremesi (2013 e 2015), donando la sua voce cristallina ma non più fredda a un brano di stampo classico e di grande eleganza; tradizionale anche la proposta di Sylvestre, che non spicca per originalità ma è impreziosita dalla sua notevole possanza interpretativa; quello di Elodie è un dichiarato, palese omaggio alla tipica canzone "da Sanremo", parla di amore in modo ridondante e semplice come da tempo non accadeva, ed è rafforzata da una performance che riesce a unire perfezione tecnica e calore; nessun guizzo innovativo nemmeno da parte della teen idol di scuola Disney, che però ha una "Il cielo non mi basta" dal refrain che colpisce subito nel segno; infine, l'intensa ballata di Fabrizio Moro, che ne conferma la vena di autore assolutamente moderno, capace di arrivare al cuore con versi scarni e diretti, eppure pieni di poesia. 
PIU' CLASSICO CHE MODERNO - Quest'ultimo elenco dimostra come sia stato, sul piano musicale, un Sanremo che ha strizzato l'occhio alla tradizione italiana più di quanto fosse preventivabile alla vigilia, soprattutto in rapporto alla giovane età di molti Big e ai loro trascorsi: dalla Comello, ad esempio, era lecito attendersi sonorità più vigorose. Alla fine, però, il livello medio non mi pare essere stato malvagio. Non vanno dimenticati ad esempio un Samuel rispettoso del suo percorso artistico e assolutamente al passo coi tempi, nonché un Masini meno immediato ma pur sempre incisivo. Ma in tutti i finalisti c'è qualcosa da salvare, anche in quelli più bersagliati dalla critica: Clementino si è mantenuto sul dignitoso standard di dodici mesi fa, Bernabei ha confermato di saper dare il meglio nel genere dance - anni Duemila, mentre ho visto in crescita Bianca Atzei, toccata dalla grazia della sapiente penna di Kekko Silvestre, il quale, piaccia o meno, nel pop easy listening à la page ci nuota con perizia assoluta. 
IL PIANTO DI BIANCA - Mi ha un po' lasciato interdetto, semmai, il pianto che ha scosso la giovane interprete milanese nel bel mezzo della sua performance di ieri, cosa insolita in senso assoluto e mai vista, almeno a mia memoria, in sede di Festivalone (forse accadde a Nada nel '71, ma fu una riesecuzione post vittoria, con "Il cuore è uno zingaro"). Tendenzialmente credo sempre nella genuinità dei cantanti, e, chissà, si è forse trattato di uno sfogo spontaneo, arrivato nel momento meno opportuno (nel senso che ha rischiato di interrompere l'esibizione), nei confronti di un pubblico che ancora non è riuscito a capirla appieno. Spero per lei che questa sua partecipazione riesca ad abbattere tale muro di diffidenza. Fra gli esclusi, spiace soprattutto per Giusy Ferreri, che ha lanciato un brano di grande presa radiofonica e che, perlomeno nelle ultime due uscite, non mi è parsa così sottotono come dipinta da molti, e poi per Ron, la cui struggente ballad non è tanto lontana dalle vette delle sue migliori espressioni. 
NUOVE PROPOSTE: COSI' COSI' - La serata di ieri ha anche chiuso il girone delle Nuove proposte, con la vittoria di Lele che era diventata forse la più prevedibile, in una gara impoverita dalla "strage di favoriti" operata sistematicamente dalle giurie fin dal dicembre scorso. Prima era toccato all'orecchiabilissima Chiara Grispo e ai brillanti ed estrosi La Rua e The Shalalalas, e in questi giorni sono caduti prima Marianne Mirage e poi il frizzantino Tommaso Pini; tolto il brano un po' obsoleto di Leonardo La Macchia, restavano il cantautorato non banale di Maldestro e quello rabbioso ma un po' convenzionale di Francesco Guasti a sbarrare la strada al giovane napoletano, la cui "Ora mai" ha taglio contemporaneo e buona cantabilità. Resta però la sensazione che "Sanremo giovani 2017" abbia fatto segnare un passo indietro, sul piano della credibilità di una categoria che molti vorrebbero abolire, e che invece appena un anno fa aveva dimostrato la sua vitalità e la sua importanza per il futuro del Festivalone, visti i risultati ottenuti da Gabbani e da Meta sia nei mesi scorsi sia in questa settimana ligure. Il prossimo direttore artistico dovrà concentrare molte delle sue energie su questo settore fondamentale della macchina Festival. 
SHOW PIU' "POVERO" - Commozione della Atzei a parte, la serata di ieri è stata talmente piena di musica da aver lasciato uno spazio relativamente ridotto alle attrazioni extra. Sul fronte della qualità dello show, in generale, è parsa meno brillante rispetto al giovedì delle cover, che aveva invece fatto registrare una marcata salita di tono rispetto all'analoga serata dell'edizione precedente. Maurizio Crozza alterna buoni monologhi ad altri dimenticabili: quello di ieri rientrava nella seconda categoria, mentre il giovedì aveva fatto centro soprattutto con la perla di un Papa Francesco profondo conoscitore delle dinamiche interne dei Subsonica (!), finezza che a molti è sfuggita. 
Di Virginia Raffaele non ce n'è mai abbastanza, e ieri sarebbe stato bello averne una presenza più continuativa nell'arco delle oltre quattro ore di diretta (anche se la "sua" Sandra Milo avrebbe bisogno di una messa a punto), mentre è stato troppo lo spazio concesso a Marica Pellegrinelli, giovane consorte di Eros Ramazzotti. Mi ha fatto piacere, questo sì, sentire sul palco dell'Ariston uno dei miei brani preferiti di sempre, "Take my breath away", nell'omaggio al giurato Giorgio Moroder; forse si sta un po' esagerando con i passaggi simil pubblicitari per i nuovi prodotti Rai (ieri erano in pista la pur gradevole Antonella Clerici e Luca Zingaretti). 
IL CULTO DEL LAVORO - Riguardo a Maria De Filippi (brava, per carità, ma mi sfuggono davvero le ragioni dell'entusiasmo popolare per lei e per il suo stile di conduzione), mi pare abbia perso un po' di mordente dopo il promettente inizio, tornando ad essere sovrastata dalla guida sobria ma sicura di Carlo Conti. Le sue finestre dedicate al sociale non sempre sono state "a fuoco": eccellenti le vetrine dedicate ai vigili e ai volontari anti - terremoto martedì, e a nonno e nipote sopravvissuti alla strage di Nizza, ieri, un po' meno quella al lavoratore siciliano che non ha mai fatto assenze, perché, dal mio personalissimo punto di vista, chi rinuncia perfino alle ferie non può essere additato a modello per la Patria intera: le ferie sono un diritto e, suvvia, non si può vivere per lavorare. Poi, ognuno può regolare la propria sfera privata come meglio crede, trovare la propria strada per la felicità o quantomeno per una serena esistenza, ma i veri esempi da seguire sono altri.