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lunedì 27 maggio 2019

GENOA: BILANCIO DI UNA STAGIONE RACCAPRICCIANTE. E NON SI VEDE LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL


A campionato finito, torno dunque a parlare di Genoa. Non l'ho più fatto da gennaio, sul blog e sui miei social, per una lunga serie di motivi, calcistici e non. A monte di tutto, mai come quest'anno ho avuto ben chiaro il senso delle proporzioni e delle priorità della vita (non che prima mi sfuggisse, ma...): nella stagione sportiva post Ponte Morandi, sinceramente non mi andava di accalorarmi in infinite polemiche o discussioni frivole attorno al pallone. Ciascuno di noi vive certe tragedie come si sente di viverle, a prescindere dal fatto che ne sia stato coinvolto o meno: io l'ho vissuta come uno shock, ancora oggi ci penso ogni giorno, una ferita troppo grande perché, nei nove mesi successivi, mi potessi anche appassionare con pienezza alle vicende di una Serie A oltretutto fiacca e nel complesso avvitata su se stessa, di certo non salvata dalle luminarie finali regalate dalle corse alla Champions e alla salvezza (uniche eccezioni positive, la meravigliosa Atalanta e la crescita di tanti giovani di casa nostra). E' il mio punto di vista ovviamente, c'è chi ha la capacità di guardare da subito avanti, io questa volta non ce l'ho fatta.
LE TAPPE DI UNA VIA CRUCIS CALCISTICA - Ci sono poi stati, come detto, anche i motivi calcistici. Il Genoa l'ho comunque seguito sottotraccia, nella via crucis di questa orrida "temporada", ma onestamente non mi ha mai emozionato. Tanto che nemmeno i drammatici novanta minuti finali mi hanno inchiodato al pathos di prammatica, che pure sarebbe stato d'obbligo per una squadra rimasta a lungo pericolosamente in bilico sul baratro della Serie B. E comunque questo Grifo 2018/19 non meritava troppa partecipazione emotiva: una squadra prima sopravvalutata (anche da me l'estate scorsa, lo ammetto), poi smontata pezzo a pezzo, indebolita, male assemblata, mandata allo sbaraglio senza mezzi di rilievo per ottenere neppure il risultato minimo della salvezza, se non grazie a esiti favorevoli su altri campi o al fieno messo in cascina prima dei rigori invernali. Una società gestita in maniera incommentabile da una dirigenza giunta al capolinea, palesemente non più motivata a restare sotto la Lanterna, ostracizzata (giustamente) da tutta o quasi la tifoseria. Tornando al mio silenzio, e chiudendo la parentesi: per me il sipario è calato dopo la cessione di Piatek in gennaio. Non posso aggiungere altro che già non sia stato detto e scritto, arrivo buon ultimo e c'è poco da inventar giri di parole: una delle vendite più incomprensibili e intempestive nella storia del calcio italiano, ma alla quale ha fatto seguito un mercato di riparazione ancor più incomprensibile. In quelle settimane, l'ascendente di Preziosi, evidentemente ancora in parte funzionante, portò taluni aficionados a parlare perfino di organico rafforzato (!), con elogi sperticati a  nuovi arrivi dal talento molto relativo quali Lerager e Sanabria. 
DEPAUPERAMENTO E MERCATO FALLIMENTARE - Il risultato è stato simile a quello già visto altre volte in passato, soprattutto un paio di stagioni fa: una rosa ingolfata da giocatori tecnicamente non all'altezza della massima serie nostrana, oppure tatticamente inadatti alla bisogna, o, ancora, fisicamente alle corde (pazzesca, incredibile l'operazione Sturaro). Anche qui, nulla di sorprendente: il depauperamento qualitativo del gruppo rossoblù è in atto da anni, ed è diventato talmente profondo da aver reso impossibile qualsiasi tentativo di aggiustamento in corsa. Perché finché andavano via certi grossi calibri, ma rimanevano pur sempre i Perin, i Laxalt, gli Izzo, qualcosa nelle alte sfere societarie ci si riusciva pure a inventare per rimettere in linea di galleggiamento una barca che faceva acqua. Ma quando non rimane proprio nulla, quando il tasso di classe è sceso sotto il livello di guardia, le strade sono due: o spendi pesantemente e bene per ricostruire una squadra degna di tal nome, oppure resti in balia degli eventi, sperando che la grinta di chi resta e i risultati delle avversarie producano il miracolo salvezza. Non ci sono altre vie, e se poi ti complichi ulteriormente la vita allontanando le uniche tre pedine che avrebbero potuto tenere in piedi la baracca (il bomber polacco, l'ex nazionale Romulo, mister Ballardini col suo pragmatismo), beh, un po' le disgrazie sportive te le cerchi... 
LA LISTA DELLE DELUSIONI, DA PRANDELLI IN GIU' - Non c'è stato nulla di ben fatto, nulla di azzeccato in questa stagione genoana: si è detto dell'esonero del Balla, ma vogliamo parlare dell'ennesima fiducia concessa a uno Juric che aveva già ampiamente dimostrato di non essere coach da Serie A? Quanto a Prandelli, piange il cuore, perché è un signore e un ottimo professionista: ma non era stata cattiveria, la mia, se già all'indomani di Brasile 2014 ne avevo purtroppo pronosticato un rapido declino; troppi erano stati gli errori commessi nella preparazione e nella conduzione di quella che, al momento, rimane l'ultima spedizione iridata degli azzurri. L'ex cittì dell'Italia aveva iniziato bene, nella sua nuova esperienza, poi si è visto sfiorire rapidamente Sanabria fra le mani e ha perso il controllo della situazione: poco gioco, incisività quasi nulla, bassa intensità, fragilità e amnesie in tutti i reparti. Non ha portato, dunque, il quid in più che si chiederebbe a un ex big della panchina, ma c'è da dire che i suoi margini di manovra erano strettissimi, per l'impoverimento e le lacune nella rosa di cui si è detto. Né è stato aiutato dai veterani: al solito velleitario il contributo di Veloso nella zona nevralgica, Marchetti ha rappresentato un prezioso collante nello spogliatoio, ma in campo è diventato subito marginale (troppo frettoloso il suo accantonamento, si può dire senza passare per blasfemi?), Criscito, pur generoso e attaccato alla maglia, sul piano squisitamente tecnico non è stato determinante e carismatico come era lecito attendersi da un "ragazzo di casa" oltretutto teoricamente ancora nel giro della Nazionale (il rigore al Cagliari sul filo del rasoio, decisivo alla resa dei conti, lo assolve solo in parte). 
FINALMENTE UN PO' DI SORTE... - Dopodiché, si parla di salvezza fortunosa e immeritata. Fortunosa è evidente, immeritata... mah. Il Genoa è finito in zona retrocessione solo al termine della penultima giornata, e per una frazione di gioco e... spiccioli nella serata di ieri; oltreché dei suoi enormi limiti, è stato anche vittima dei soliti risultati scarsamente attendibili di fine campionato; nulla di illecito, ci mancherebbe e che sia ben chiaro, ma le impennate che portano alla effimera nascita dei "Bayern Empoli" e dei "Real Crotone" di turno, instancabili macinatori di punti e vittorie entusiasmanti negli ultimi mesi del torneo, lasciano il tempo che trovano, tanto che risultano fuori luogo articoli scandalizzati come quello letto stamane sulla Gazzetta a proposito del pari quasi non giocato dello stadio Franchi... Conta di più la continuità sul lungo periodo, e conta il regolamento: i rossoblù hanno vinto entrambe le sfide coi toscani di Andreazzoli, ed era ciò che valeva ai fini della salvezza. Quante volte in passato il Grifone è stato beffato in identica e anche più crudele maniera, in punta di "legge"? Ricordiamole: nel '78 chiude alla pari con la Fiorentina e in vantaggio nei confronti diretti, ma si tiene conto della differenza reti che condanna i liguri; nell'84, pari merito con la Lazio e in vantaggio per differenza reti, ma questa volta contano i confronti diretti, che premiano i romani; nel '95, pari punti col Padova, Genoa in vantaggio sia per scontri diretti sia per differenza reti, ma le regole sono di nuovo cambiate ed è previsto lo spareggio in gara secca, che finisce in parità e vede prevalere i patavini ai rigori... Non può piovere per sempre, giusto? E in questo 2019 certi tabù storici sono caduti: il citato spareggio salvezza si disputò proprio a Firenze, che già, con due 0-0 analoghi a quello di poche ore fa, ci condannò alla discesa in due occasioni (stagioni '77/78 e '83/84, come detto). Quest'anno il trend si è invertito ed è sacrosanto che la Dea Bendata abbia per una volta guardato con benevolenza al tartassatissimo Grifone spelacchiato.
IL FUTURO E' UN'IPOTESI - Giusto questo ci resta, ed è ben poco. Il Genoa 2019/20 riparte dal nulla, o quasi. I pochi elementi di valore sono virtualmente già lontani: Radu in prestito dall'Inter, Romero promesso alla Juve. Poi cosa rimane? Questa politica della vendita continua, instancabile, cocciuta, ha portato all'anno zero; e ha portato anche, fattore non trascurabile, alla perdita di appeal del club più antico d'Italia, non più punto di arrivo ma neanche di partenza, bensì solo porto di mare e di transito per giocatori che ambiscono al grande salto, o parcheggio per onesti pedatori senza apprezzabili prospettive. Anche per ridare nuovo credito, nuovo spessore al sodalizio, ci vorranno anni. L'unica soluzione è un cambio di proprietà che porti un qualche progetto un minimo, ma giusto un minimo, ambizioso, perché la retrocessione miracolosamente evitata questa volta attende comunque dietro l'angolo. Ma per riportare a galla questa società occorrono investimenti importanti e sostanziosi, non la ricerca del meno peggio e il tirare a campare delle ultime stagioni.

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

lunedì 19 novembre 2012

GENOA ALLO SBANDO, MA IL "CREPUSCOLO PREZIOSIANO" PUO' E DEVE ESSERE MIGLIORE

                                 Borriello: il Genoa punta sui suoi gol per risalire
                                        
Il lungo crepuscolo dell'era Preziosi è diventato una via crucis sportiva, per il Genoa e per la sua tifoseria. Un cammino della disperazione disseminato di bocconi amari, di pagine nere. Ieri sera l'ultimo capitolo di questo libro horror, un duplice pugno nello stomaco: nella stessa domenica, sconfitta in uno dei derby tecnicamente più poveri di sempre contro una Sampdoria fra le più modeste della sua quasi settantennale storia, e conseguente ultimo posto in classifica. Quest'ultima, più dell'altra, è la vera onta: andando a memoria, e quindi scusandomi per eventuali "falle" nei miei ricordi, negli ultimi quarant'anni solo una volta il Grifo era venuto a trovarsi in coda alla graduatoria in una fase avanzata del campionato: Serie A 1973/74, torneo  chiuso con la retrocessione. Da allora, di tempeste il club rossoblù ne ha attraversate, alcune anche con esiti nefasti; ma mai, nemmeno nelle sue edizioni più... spelacchiate, nemmeno nelle più oscure stagioni in B e in C, il vecchio Grifone era stato costretto a indossare la... "maglia nera" del gruppo. 
2010, GLI ULTIMI FUOCHI - E' la più naturale conclusione di una "discesa agli inferi" iniziata circa due anni fa, non prima. Perché le cose vanno raccontate con precisione storica e cronistica: fino all'estate del 2010, un "progetto Preziosi", espressione oggi oggetto di amare ironie in città e fuori, esisteva davvero. Dopo la stagione della Champions sfiorata e dopo quella del ritorno in Europa (League), il Joker aveva dato l'impressione di voler continuare a perseguire la crescita tecnica della squadra, di puntare con sempre maggior decisione a un inserimento nei quartieri medio - alti della massima serie: sotto la Lanterna erano arrivati top player italiani e stranieri come Rafinha, Veloso e Toni (per tacere del portiere Eduardo, in realtà un bluff che trasse beneficio da un paio di prestazioni eccezionali, e mai più neanche avvicinate, ai Mondiali sudafricani), un difensore dell'esperienza e del carisma di Kaladze, due dei giovani nostrani di maggiore prospettiva, Ranocchia e Destro. In più, la conferma di Palacio, l'uomo simbolo del Genoa del dopo Milito. Ecco, in quella circostanza "il re dei giocattoli" fu davvero sfortunato oltre ogni immaginazione: perché può capitare di prendere un giocatore di alto livello che poi delude completamente le aspettative, ma difficilmente succede che tanti campioni di statura internazionale falliscano tutti, contemporaneamente. Fatto sta che una campagna acquisti potenzialmente da boom si rivelò, e non per colpa del presidente, un buco nell'acqua destinato a fare storia. 
IL CROLLO - Da quel momento, nulla è stato più come prima. Patron Preziosi ha perso la bussola tecnica e dirigenziale. Forse perché l'amore per il Genoa si è raffreddato, quasi spento. Forse perché non vede l'ora di trovare qualche altro facoltoso (si spera) imprenditore a cui passare una patata bollente che, oramai, gli procura solo mal di fegato e nessuna emozione. Fatto sta che l'arguto intenditore di calcio, quello che pescava dal nulla Milito, quello che dava fiducia a un Thiago Motta considerato non più proponibile, per motivi fisici, in un football di alto livello, si è smarrito in un vorticoso e infruttuoso turn over di calciatori. 
Fra affrettate cessioni eccellenti e acquisti di elementi di acclarata modestia, è stato messo in opera un depauperamento qualitativo sempre più marcato. E le strategie di mercato hanno continuato a seguire logiche imperscrutabili: il Genoa ha rischiato di retrocedere per colpa di una difesa colabrodo? Ebbene, la retroguardia è rimasta quasi uguale, con il solo Canini a puntellarla (?), per tacere di un Ferronetti la cui fragilità fisica era nota a tutti gli addetti ai lavori (e infatti è entrato puntualmente ai box). Da Veloso, che per la verità a Genova raramente si è coperto di gloria, ma che resta comunque elemento di classe e di esperienza internazionale, si è passati all'inconsistente Tozser. E nelle fasi finali della sessione di mercato di agosto, sono sì arrivati Vargas e Borriello, ma è stata di fatto azzerata la fascia destra di difesa, affidata in pratica al solo, giovanissimo Sampirisi, partito bene ma poi smarritosi, perché se tutta la squadra va male non si può chiedere ai "pulcini" di tirarla fuori dalle sabbie mobili. 
CREDIBILITA' SOCIETARIA - Ma, quel che è peggio, in questi due anni è stato quasi azzerato l'ottimo lavoro di ricostruzione della credibilità della società Genoa, messo in atto dal Prez e dai suoi collaboratori nel quinquennio precedente. Dopo la devastante retrocessione in C per illecito, passo dopo passo il club aveva acquisito un'autorevolezza che da tempo immemore non possedeva più. Questa autorevolezza, questa credibilità, si erano tradotte in risultati sportivi concreti: non solo la lunga permanenza in Serie A, costantemente fra le prime dieci squadre e addirittura con un quarto posto ex aequo con la Fiorentina, ma il passaggio, da Marassi, di giocatori di altissimo livello, giovani o affermati, già nazionali o diventati tali grazie alle prodezze in maglia genoana. 
Ecco, oggi, al tramonto di questo disgraziato 2012, tutto ciò non esiste più, o almeno questa è l'impressione che trasmette la realtà rossoblù. Il Genoa di oggi, nei pensieri di tifosi e giornalisti (non tutti, beninteso), è un club di parcheggio per le grandi (soprattutto le milanesi). E' una società in cui i giocatori ruotano a ritmo vertiginoso, senza il tempo di ambientarsi, di creare un legame con l'ambiente e con la città, al punto che molti di essi risultano essere, in campo, autentici corpi estranei, gente che gioca senza impegno e senza cuore. Dire ciò non è in contraddizione con quanto tante volte ho scritto sul blog in difesa del Presidente: c'è stato un Preziosi efficace e illuminato, ora ce n'è un altro smarrito e in crisi. Cose che capitano, i cicli finiscono, succede in tutte le aziende. 
LO SCEMPIO DEL DERBY - Tutto questo ha prodotto lo scempio del derby del 18 novembre. Lo ribadisco: gara di scultorea bruttezza, una stracittadina già da Serie B per il livello qualitativo di inaudita modestia mostrato da entrambe le contendenti. Contro una Samp ridotta al lumicino dalle assenze, svuotata di contenuto tecnico, psicologicamente a disagio alla luce del fardello di sette sconfitte consecutive, il Genoa ha disputato un primo tempo da encefalogramma piatto, che poteva terminare con un punteggio talmente largo da configurare una disfatta storica. Il fatto che nella ripresa sia bastato premere modestamente sull'acceleratore per sfiorare in più di una circostanza un pareggio che, ebbene sì, non avrebbe fatto gridare allo scandalo, è una ulteriore dimostrazione della pochezza blucerchiata e suona a condanna aggiuntiva per un Genoa davvero ai minimi termini in fatto di competitività. 

                            Delneri: nessun beneficio per il Genoa dal suo arrivo in panchina

DELNERI E... PASSARELLA - Il Genoa di ieri sera non ha alcuna chance di arrampicarsi fino alla quota salvezza. Tatticamente una difesa imbarazzante negli automatismi più elementari, un centrocampo acefalo, un attacco che fa quel che può (povero Immobile, sbaglia tanto ma ci prova, tira, conclude, si danna l'anima), tanti giocatori nettamente al di sotto dei loro standard (Granqvist e Jankovic, per dirne due), e un animus pugnandi spesso inesistente, il che è la condanna peggiore per una compagine che deve lottare per non retrocedere. In tutto questo, i continui cambi di guida tecnica contano fino a un certo punto, se il materiale che viene messo a disposizione dei vari trainer è sempre meno... prezioso. Però va anche sottolineato che l'impatto di Gigi Delneri sulla classifica della squadra è stato devastante come poche altre volte è accaduto nella storia della Serie A: all'esonero di De Canio il Grifo era salvo; dopo cinque turni, e cinque ko, si ritrova malinconicamente sul fondo della graduatoria. Qualcosa di simile accadde ai tempi di Passarella al Parma, nel 2001: subentrò a Ulivieri, collezionò cinque sconfitte in cinque partite e tolse il disturbo. Mi ricorda sinistramente qualcosa... 
Non torno sui miei passi: continuo a considerare De Canio un allenatore mediocre, e non da oggi. Dopo una partenza incoraggiante, il suo Genoa era andato via via scolorando, cominciando a manifestare quelle lacune tattiche e quei problemi di identità esplosi poi in maniera deflagrante. La gara con la Roma fu gestita in maniera calcisticamente assurda, ribadiamolo. Ma è altresì innegabile che Delneri, dopo quasi un mese di permanenza sotto la Lanterna, non abbia ancora cavato un ragno dal buco, anzi, la squadra si è ulteriormente avvitata in una crisi tecnica di cui non si intravedono sbocchi. E aggrapparsi alla bella ora di gioco contro il Napoli è solo una ingenua speranza: anche il Grifo nella "De Canio version" aveva messo alle corde per un tempo e più la corazzata Juventus, ma poi ne era stato puntualmente travolto e mai più era tornato a esprimersi su tali standard... 
SQUADRA DA RIFARE - Insomma, si gioca male e si perde, si gioca bene (raramente) e si perde. E' il trend classico della retrocedenda, e sperare in un miracoloso mercato di gennaio significa crogiolarsi in  pericolose illusioni: a prescindere dal fatto che non sarà facile convincere giocatori di spessore a venire in una squadra così male in arnese, parliamoci chiaro: dopo l'Epifania, servirebbero un centrale difensivo rocciosissimo, un mucchietto di esterni alti e bassi (soprattutto a destra), un regista di quantità e qualità e un ricambio per l'attacco. Davvero tutto questo ben di Dio sarà disponibile? E davvero Preziosi avrà voglia di dar fondo a tutte le risorse economiche per rivoltare la squadra come un calzino? Ma prima di tutto ci sarà da valutare la questione panchina: se il Joker, se la squadra, se tutto l'ambiente credono in Delneri, allora si continui con fiducia totale a puntare su di lui, senza farsi influenzare dalle ultime brutture, seguendo l'esempio dell'Udinese dell'anno scorso con Guidolin, e anche, ebbene sì, quello dei dirimpettai cittadini nei confronti di Ciro Ferrara. Altrimenti, si valutino bene il non gioco, la mancanza di personalità, il regresso tecnico emersi sotto la gestione dell'ex coach juventino, e se ne traggano le conclusioni. 
E DOPO PREZIOSI? - Alla base resta però l'elemento da cui avevamo cominciato il discorso. Ossia, il crepuscolo preziosiano, che però ha precipitato tutta l'ambiente in una situazione quasi kafkiana. Cioè, è chiaro a tutti che il... regno dell'imprenditore irpino ha imboccato la parabola discendente. Eppure, l'ambiente genoano, soprattutto quello tifoso, è paralizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere se il joker mollasse. Perché è così ed è paradossale: al momento alternative imprenditoriali autentiche e credibili non ve ne sono, e allora non si può che continuare con questo piccolo cabotaggio, nell'attesa che la situazione societaria si sblocchi in positivo. 
Ecco dunque che Enrico Preziosi ridiventa, e non potrebbe essere altrimenti, il solo uomo chiave per uscire dallo stallo: anche se di malavoglia, si riappropri, per qualche mese, dei pieni poteri di presidente. Torni a essere presente in seno alla squadra, al campo di allenamento, prima e dopo le partite. Faccia un mercato di reale potenziamento a gennaio, metta per una volta da parte plusvalenze e discorsi simili. Poi si potrà anche retrocedere, perché in questi primi tre mesi di campionato di terreno se n'è già perso fin troppo, ma almeno si scenderà con la sensazione che esista di nuovo una società, e che abbia fatto di tutto per tentare di salvare la baracca. 

sabato 23 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: PASSA LA GERMANIA. SPIACENTI, LA GRECIA NON ERA ALL'ALTEZZA

                                         Lahm: ha sbloccato il risultato contro i greci

Dopo una settimana di nauseante martellamento mediatico sul "derby dello spread" (complimenti vivissimi alla fantasia della stampa italiana), con annesso il "quasi - ricatto morale" di dover tifare per la Grecia, in quanto Paese in gravissima crisi e in soggezione di fronte al colosso teutonico (ma cosa c'entrano i problemi politici ed economici dell'Europa con una partita di calcio?), è stato un sollievo veder finalmente scendere in campo le due squadre: ed è stato un sollievo, consentitemelo, veder vincere la Germania. Perché sperare nel trionfo di Cenerentola, nella riscossa di Davide che batte Golia,  è lecito allorquando chi dovrebbe interpretare la parte di Cenerentola - Davide mostra di avere tutti i crismi per ambire legittimamente all'impresa. 
GRECIA NON ALL'ALTEZZA - Ebbene, diciamolo chiaramente, la Grecia non aveva nulla di tutto ciò. Intendiamoci: nessuna antipatia nei confronti della selezione ellenica. Io stesso, in un precedente post, ho scritto che non vi è niente di male nel puntare sulla difesa come unica soluzione tattica, se i mezzi tecnici, gli uomini a disposizione non consentono altre strategie. Una considerazione che però non ne esclude un'altra: ossia che per puntare alla conquista di un alloro importante come quello europeo è richiesto un passo in più: la capacità di creare, e non solo di distruggere. Il massimo titolo continentale pretende completezza calcistica, eccellere nelle due fasi o, quantomeno, in una di esse senza sfigurare nell'altra; e richiede, anche, un bagaglio complessivo di classe che sia... all'altezza di un albo d'oro. 
Ecco il punto: puntando sulle stesse, limitate risorse di oggi, la Grecia il miracolo l'aveva messo a segno già otto anni fa, in Portogallo. Un miracolo fragoroso, tanto da essere catalogato come "la sorpresa più clamorosa nella storia del football". Ma i miracoli non si ripetono, se non li si "aiuta" mettendoci qualcosa di maggiormente sostanzioso rispetto alla volta prima, nella fattispecie risorse tecniche migliori (ma di questo non si può dar colpa al calcio ellenico, che produce quello che può) e un "modus operandi" più eclettico e propositivo. Senza contare che, a Euro 2004, forse nessuna delle "grandi" cadute al cospetto della squadra di Rehhagel aveva la "potenza di fuoco" della Germania odierna.  
GERMANIA, QUANTA QUALITA'! - Una Germania che, per un tempo, è parsa il Bayern dell'ultima finale di Champions League: tutta protesa all'attacco, ma lenta nell'elaborazione dell'azione e, quando finalmente riusciva a liberarsi per il tiro, sprecona anzichenò. Va da sé che compagini come quella biancoblù hanno la capacità innata di... imbruttire anche le avversarie più reputate e qualitative. E insomma, per sbloccare la situazione c'è voluta la classica prodezza da torneo internazionale di Lahm, specialista, in queste competizioni, in reti storiche (la prima in assoluto al Mondiale di Germania 2006) o decisive (gol della vittoria contro la Turchia nella semifinale di Euro 2008). 
La Grecia, intendiamoci, ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità, possibilità, lo si è detto, ridotte sul piano del talento puro, della mentalità e della varietà di moduli, e ulteriormente depotenziate dalla forzata rinuncia al leader carismatico Karagounis. Ha azionato alcune ripartenze insidiose, e su una di queste ha trovato addirittura il pari con Samaras. Ma la reazione dei panzer è stata veemente e mortifera, da grande squadra che non si scompone quando subisce un pareggio inatteso e immeritato (imparino da loro, i nostri azzurri). 
Mister Low ha vinto la sua scommessa: l'esclusione dalla formazione iniziale di tre stelle di prima grandezza come Tommy Muller, Podolski e Gomez sembrava un azzardo, ma evidentemente questa Germania ha risorse tali da poter assorbire senza danni anche un turn over così pesante e incisivo. Ozil è parso in crescita rispetto alle prime, timide uscite, anche se non sempre lucido e preciso, Schurrle ha portato dinamismo e intraprendenza, Reus ha stupito per la personalità con cui si è calato nella parte, toccando molti palloni pesanti e siglando personalmente l'ultima rete tedesca, ma il più ispirato è parso Khedira, che sa giostrare con profitto a tutto campo e cerca con sempre maggiore insistenza gli inserimenti in zona tiro, premiato ieri con un gol di squisita fattura. E dietro, Badstuber è sempre più un baluardo insormontabile, ancorché non proprio appariscente. 
RONALDO MOSTRUOSO - Ventiquattr'ore prima, il Portogallo aveva confermato di essere ormai un membro stabile dell'élite del calcio europeo: da quando il torneo continentale è passato a 16 squadre, il team lusitano è entrato tre volte fra le prime quattro, e le altre due è uscito ai quarti. Sacrosanto il successo sulla Repubblica Ceca: che partiva sfavorita, ma che aveva le armi tecniche e di organizzazione per disinnescare, almeno in parte, la macchina da gioco rossoverde. Il Portogallo ha però finalmente trovato un Cristiano Ronaldo  pienamente all'altezza della sua dimensione di fuoriclasse planetario: un incubo per le difese avversarie, rapido, potente, immarcabile, e un pragmatismo che lo porta a concludere ogni volta che intravede anche solo lo spiraglio di fare centro. Il brutto approccio con Euro 2012, fra pali e gol sbagliati, non ne ha fiaccato il morale, anzi: quando lo si è visto andare su un pallone con la ferrea volontà di battere una punizione da lunghissima distanza, si è capito che era sempre lui, il giocatore dalla personalità svettante, che non rifugge mai le responsabilità, che sa di potere e dovere trascinare i compagni a grandi traguardi. 
MEIRELES E COENTRAO SUGLI SCUDI - Accanto a lui, il più ispirato è parso Raul Meireles, gran lavoratore e costruttore di gioco, dal lancio calibratissimo, e in progresso, pur senza miracol mostrare, ci è sembrato Veloso: molto utile soprattutto in fase di filtro e in qualche sapiente rallentamento di ritmo nelle fasi più concitate, anche se continua a non brillare come tessitore della manovra, che dai suoi piedi scaturisce sempre abbastanza piatta e prevedibile. Frizzante ancorché non sempre sorretto dalla necessaria precisione Nani, mentre Fabio Coentrao ha impressionato per completezza, con un eccellente lavoro sia in copertura che in appoggio e spinta, e Pepe ha ribadito il suo buono stato di forma, con chiusure provvidenziali nel cuore dell'area. Sul fronte degli sconfitti, Sivok ha lottato come un leone in retroguardia, tappando molte falle, e Jiracek si è confermato elemento generoso e tatticamente fondamentale, sempre nel vivo dell'azione e sempre pronto a spostare in avanti il baricentro del gioco con le sue incursioni.