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sabato 25 agosto 2018

GENOA: RITORNO IN CAMPO COL LUTTO NEL CUORE E SULLE MAGLIE. PROSPETTIVE DELLA SQUADRA DOPO IL MERCATO


Proviamo a ricominciare. Non è facile, perché l'angoscia, lo sgomento, riempiono ancora il cuore. La vita continua per chi resta, funziona così e lo sappiamo, ma Genova è ancora una città immersa nel dramma, e parlare di calcio, della nuova Serie A, risulta arduo. Quasi fastidioso, direi, dopo aver assistito con amarezza a quanto avvenuto sabato scorso, con la disputa dei due anticipi il giorno stesso dei funerali di Stato delle vittime di Ponte Morandi, il giorno del lutto nazionale. Qualcosa di offensivo verso chi è morto, verso le famiglie distrutte, verso una città e un Paese che hanno subìto una delle più gravi sciagure del dopoguerra. 
CHI SI È FERMATO E CHI NO - Certo, non c'erano precedenti univoci in fatto di sospensione di eventi sportivi, e in passato ho visto di peggio: penso ai match di Champions League giocati tranquillamente l'11 settembre 2001, penso alle tre-partite-tre della Nazionale azzurra disputate in Messico nei giorni immediatamente successivi alla strage dell'Heysel (anzi, una addirittura la sera stessa, il 29 maggio 1985), senza andare indietro al secondo conflitto mondiale, quando si giocava a pallone anche dopo i bombardamenti. Per questo mi rendevo conto delle difficoltà, anche organizzative oltreché economiche, che si frapponevano al rinvio di tutta la prima giornata: mi sarebbe bastato che Chievo - Juventus e Lazio - Napoli si disputassero il giorno dopo, e invece si è persa un'altra occasione per avvicinare alla vita reale il dorato mondo parallelo del calcio milionario. Per cui, avanti pure, ma poi non si lamentino, i padroni del vapore, se sempre più persone, anche tifosi un tempo caldissimi, guarderanno con sempre maggior sospetto e distacco al football e ai suoi protagonisti. Le due genovesi invece si sono fermate, e ci mancava pure. Ora però tocca anche a loro, e sarà il Genoa ad aprire la stagione del Ferraris, domani sera contro l'Empoli, con le maglie listate a lutto e con 43 minuti di silenzio della Gradinata Nord, uno per ciascuna delle vittime del ponte maledetto. 
IL NUOVO GENOA SENZA TRE ASSI - Guardiamo dunque avanti e dedichiamo qualche riga alla rituale analisi della nuova rosa rossoblù. Un Grifone rivoltato come un calzino, come è spesso avvenuto nella gestione Preziosi, e in quanto tale sostanzialmente non giudicabile. Gli stessi supporters sono un po' disorientati, e non nascondono la loro perplessità di fronte ai tanti stranieri - scommessa e al pressoché totale annullamento del gruppo storico. Partiamo proprio da qui: il Genoa ha perso Perin, Izzo, Laxalt, tre pezzi da novanta, tre colonne della squadra da lungo tempo. Aggiungiamoci l'addio a Rigoni, che nell'ultima stagione ha avuto qualche problema ma il cui contributo di sostanza, di cuore e di gol alla causa non può essere dimenticato; e mettiamoci pure Bertolacci, a lungo in altalena fra Genova e Milano e alla fine rimasto in rossonero. Manca quindi totalmente il cosiddetto collante dello spogliatoio, con la continuità "morale" affidata in pratica al solo Pandev. 
RIECCO LA BANDIERA CRISCITO - Però c'è stato il ritorno più gradito e atteso: quello di Mimmo Criscito, vecchia bandiera e nuovo capitano (e salvatosi per un soffio dalla strage del 14 agosto: era transitato sul viadotto poco prima). Un veterano non certo stracotto e che ha ancora molto da dare, tanto che il nuovo cittì Mancini gli ha subito affidato le chiavi della fascia sinistra azzurra. Ad occhio e croce è un acquisto che vale doppio, se non triplo: esperienza anche internazionale, grazie alla lunga e proficua militanza russa, carisma, strettissimo legame con l'universo Genoa e ottimo livello tecnico. L'unica riserva è sulla sua capacità atletica di reggere un campionato intero, e per questo la società aveva tentato di prendere l'ex Palermo Lazaar, trattativa che sembrava già giunta a buon fine e poi sfumata in dirittura d'arrivo. Ma il confermatissimo Ballardini potrà nel caso supplire con soluzioni di emergenza, come il dirottamento di Pedro Pereira o, ancor meglio, del più adattabile Lazovic su quel lato del campo. La corsia di destra dovrebbe invece essere territorio di caccia dell'ottimo Romulo, oriundo che ai tempi di Prandelli approdò addirittura alla Nazionale, arrivando a un passo da Brasile 2014, e che comunque potrà rendersi molto utile anche nella zona mediana.  
DA PERIN A MARCHETTI - Saracinesca Perin ha ritenuto opportuno andare a giocarsi il posto con Szczesny alla Juve: non sarà facile, anche se credo che, a fine stagione, l'italiano sarà comunque riuscito a mettere insieme un buon numero di presenze. Al suo posto ecco Marchetti, numero uno con un grande passato alle spalle ma reduce da un paio di stagioni laziali disgraziate, fra problemi fisici e di ambiente. Se recuperato al cento per cento, è un portiere ben più che sufficiente per le ambizioni del Grifo, però ricordiamoci cos'era il suo predecessore: uno dei pochi "guardiani" in Italia in grado di garantire punti extra, con le sue prodezze fra i pali. L'alternativa è Radu, che ha colpito positivamente il tecnico durante il ritiro.
ECCO LISANDRO E GUNTER - La retroguardia potrà ancora contare sul califfo Spolli, monumentale l'anno passato, sull'affidabile Zukanovic, sul prospetto Biraschi, assai positivo nel 2017/18, e sul "colpaccio" Lisandro Lopez, lungamente inseguito e artigliato fra non poche sofferenze, altro elemento maturo che deve solo ritrovare confidenza col terreno di gioco, visto col binocolo nei sei mesi all'Inter; senza dimenticare quel Gunter che in precampionato ha mostrato una apprezzabile solidità. 
LE INCOGNITE, LE CERTEZZE E I TANTI "UNIVERSALI" - Criscito, Romulo, Marchetti, Lisandro: sulla carta quattro assi in grado di far compiere il salto di qualità alla squadra. In pratica, due di loro, il portiere e il centrale difensivo, accompagnati da qualche incognita di troppo. Così come Sandro, rinforzo per il centrocampo, che nei voti di zio Balla dovrebbe essere quell'uomo di sostanza e di generosità mancato nelle ultime stagioni, ma che è giunto sotto la Lanterna gravato da acciacchi non di poco conto. La zona nevralgica può comunque contare su uomini che sono garanzia di rendimento, come il quadrato, lucido ed eclettico Hiljemark e il talentuoso creatore di gioco Bessa, oltre al jolly Omeonga. Tutto da scoprire Rolon, già cercato in passato, mentre Mazzitelli è un giovane con ampi margini di crescita, nel frattempo in grado di assicurare lavoro oscuro  e un buon contributo in fase propositiva. Altro tuttofare, dunque, in un Genoa che nella ricchezza di giocatori universali potrebbe trovare l'arma vincente per scardinare situazioni tattiche difficili. 
L'ATTACCO: I REDUCI... - Veniamo al reparto "costruisci palle gol e finalizzale", un po' il tallone d'Achille dell'ultimo Genoa, salvatosi in anticipo grazie a praticità e impermeabilità difensiva, in un'annata disgraziata per chi doveva "sbatterla" dentro. Tanti sono i pretendenti alle maglie da titolari: c'è un Pandev che nel girone di ritorno dell'ultimo torneo ha mostrato di avere ancora qualche ottima freccia al proprio arco, se usato con parsimonia; c'è Lapadula che parte un po' da "sopportato", visto che per tutta l'estate si è parlato di varie possibili destinazioni lontano dalla Liguria, ma al tirar delle somme è rimasto e allora è chiamato a fare molto, molto di più rispetto al deludente score della prima stagione rossoblù. E ancora, Medeiros dovrà continuare sul suo ottimo trend, fornendo assist e tirando fuori dal cilindro sciccherie come quelle messe a segno nella primavera scorsa contro Cagliari e Verona. Spiace per Pepito Rossi, ma è stato giusto almeno tentare una scommessa che già dall'inizio si annunciava difficilissima.
... E I NUOVI - Ma le attese sono concentrate tutte sui nuovi. Il polacco Piatek si è subito calato nella parte come meglio non poteva: ottimo nelle amichevoli precampionato, stratosferico in Coppitalia col Lecce, travolto con un suo poker. Non sarà sempre festa, ma il ragazzo pare non essere un bluff. Se si conferma almeno in parte sullo stesso standard, potremmo vederne delle belle, soprattutto se troverà spazio e gloria anche il pulcino Favilli, novello Vieri quantomeno per caratteristiche fisiche e tecniche, anche lui in grande evidenza nell'estate calcistica con la maglia juventina. E dalla B arriva Kouamè, giovanissimo, rapido e mortifero in cadetteria: la A è tutt'altra cosa, lo sappiamo, ma è comunque da seguire attentamente. Tre scommesse, d'accordo, ma ora più che mai è necessario puntare sui giovani; se poi sono italiani, ancora meglio, e Favilli è una speranza vera. 
PROSPETTIVE - La sintesi? I nomi, sia quelli dei veterani sia quelli degli emergenti, sono da centroclassifica senza patemi, lontano dalle sofferenze che accompagnarono la squadra per tre quarti dell'ultima stagione. Poi, chiaro, certi tasselli dovranno andare a posto, e l'abbiamo detto: il recupero alle antiche misure di Marchetti e Sandro, l'auspicata esplosione della linea verde in avanti, la tenuta di veterani come Spolli, la conferma di Bessa e Medeiros. Se è vero che si è monetizzato, Preziosi e Perinetti non hanno risparmiato risorse ed energie per rinnovare la squadra con elementi all'altezza della categoria, nei limiti concessi dal budget. Perinetti, appunto, rappresenta una garanzia per la tenuta della società a tutti i livelli, e lo si è visto l'anno scorso; sul campo, la sicurezza numero uno è invece Ballardini, finalmente non più "tappabuchi" ma trainer dall'inizio, come meritava dopo la terza eccezionale salvezza genoana. Allenatore concreto ma in grado anche di tirare fuori scampoli di calcio godibile, se con gli uomini adatti a disposizione. Dovrebbe bastare per rimediare all'addio delle vecchie bandiere. 

martedì 17 aprile 2018

GENOA VIRTUALMENTE SALVO: DIECI BUONI MOTIVI PER RICONFERMARE BALLARDINI


La grande paura è (quasi) passata. Genoa virtualmente in salvo quando mancano ancora sei turni al termine del campionato. Chi avrebbe potuto immaginare un simile lieto fine dopo quell'inizio da incubo, dopo i sei punti in dodici gare con uno Juric che pareva impotente di fronte alla deriva della squadra? Che il gruppo messo insieme da patron Preziosi non fosse così modesto era lampante, e lo avevo scritto fin dall'estate scorsa: costruito male, questo sì, con ruoli scoperti e altri sovrabbondanti, ma assolutamente non privo di talento. I puntelli messi in gennaio hanno migliorato il tono tecnico complessivo ma non risolto tutti i problemi, e appare dunque evidente come l'impresa porti soprattutto la firma del trainer subentrato, Davide Ballardini. Il quale avrebbe meritato di ricevere la fulminea riconferma, per la stagione 2018/19, un minuto dopo la conclusione della decisiva Genoa - Crotone di sabato scorso. Così non è stato e ancora sussistono dubbi sulla sua futura permanenza alla guida del Grifone. Ecco, per quanto riguarda la posizione di Note d'azzurro, desidero che dubbi non ve ne siano. Il "Balla" deve rimanere sotto la Lanterna, e cercherò di spiegarlo attraverso i classici "dieci buoni motivi per..." che tanto vanno di moda nel giornalismo d'oggidì. E allora partiamo: perché l'attuale mister deve essere riconfermato? 
1) Lo si è in parte già detto poche righe sopra: perché ha preso in mano un team disastrato moralmente dopo un anno solare costellato quasi esclusivamente di sconfitte (ricordiamo anche la seconda parte del precedente torneo, che fu grosso modo un surreale susseguirsi di rovesci anche umilianti), e ha saputo rilanciarlo senza imporre ai tifosi ulteriori tribolazioni, iniziando da subito a macinare punti pesanti come macigni.
2) Perché fin dal primo giorno da allenatore rossoblu ha avuto ben chiaro quale fosse la chiave per togliersi dalle sabbie mobili: mettere fieno in cascina sfruttando al meglio i tanti scontri diretti. Così, i primi quattro successi della sua gestione sono stati ottenuti con Crotone, Verona (in trasferta), Benevento e Sassuolo (in casa); e, a seguire, sono giunti quelli su Chievo, Cagliari e ancora Crotone. Come dire: nelle sfide per la sopravvivenza, squadra e coach sempre sul pezzo. Ma le prestazioni migliori, sul piano dell'intensità e del livello del gioco, son forse state quelle degli inattesi trionfi con Lazio e Inter: altra dimostrazione che questo Genoa ha un tasso tecnico sufficiente a tener dignitosamente testa agli squadroni, cogliendo qua e là qualche risultato insperato.
3) Perché ha capito al volo le caratteristiche della rosa del Grifo, una rosa sovradimensionata e "squilibrata", non povera di elementi di valore ma con troppi nodi tattici da sciogliere, soprattutto dalla metà campo in su. E ha rimodellato il Genoa di conseguenza, mettendo da parte gli inopportuni voli pindarici del suo predecessore e costruendo un complesso roccioso, difficilissimo da perforare. Ha così portato realismo e concretezza, valorizzando al massimo le principali qualità della squadra: un portiere da Nazionale (in questo momento Perin è superiore a Donnarumma), una difesa attenta e concentrata in ogni sua pedina. Con un reparto offensivo prigioniero di troppi dubbi e troppe incognite, e irrimediabilmente sterile, ha puntato soprattutto sull'equilibrio dell'undici, consapevole che il "primo non prenderle" fosse la filosofia più in linea con gli uomini a disposizione. Sotto la sua guida è rinato Spolli, si è affermato Biraschi, hanno offerto prove costantemente rassicuranti Zukanovic e Rossettini. E se si fosse potuto contare con costanza su Izzo, che doveva essere uno dei pilastri... 
4) Perché, sulla scorta di quanto appena detto, col suo operato a Genova ha portato al prepotente ritorno in auge, speriamo non effimero, della scuola difensiva italiana, una nobile tradizione che ha fatto le fortune del nostro movimento calcistico e che, purtroppo, nel ventunesimo secolo è andata via via disperdendosi (negli anni Ottanta e Novanta, per dire, nessuna squadra di casa nostra avrebbe subito una rimonta assurda come quella patita dalla Lazio a Salisburgo, in Europa League). Persino un Ballardini nelle vesti di apripista storico, dunque: speriamo che il seme da lui gettato non cada nel vuoto. Si obietterà: se riscoprire l'arte della difesa significa assistere a "spettacoli" come quelli offerti quest'anno dal Zena, molto meglio le terze linee ad alta... perforabilità viste negli ultimi lustri in Serie A. Ma le migliori espressioni del calcio tricolore hanno sempre mixato rigore difensivo ed efficienza offensiva nelle giuste dosi: e verosimilmente anche il livello estetico del gioco offerto da questo Genoa sarebbe stato superiore, se tutti gli ingranaggi della fase d'attacco avessero funzionato regolarmente.
5) Perché comunque, riallacciandomi al punto 4, al di là della felice scelta di "blindare" la squadra per proteggerla dagli assalti avversari, il mister ha raggiunto l'obiettivo stagionale giocando, di fatto, senza una prima linea competitiva. Lapadula fin qui fallimentare quanto a media realizzativa, non solo per demeriti suoi; Pepito Rossi scommessa finora perduta dalla società (speriamo vada meglio nel prossimo campionato, se verrà confermato); per Taarabt una manciata di buone prestazioni e nulla più, così come per Pandev, decisivo in alcune gare ma ormai appannato dal carico dell'età; Galabinov generoso combattente ma in linea di massima poco adatto alla categoria, in quanto a incisività sotto porta. In un quadro così desolante, l'unica strada era cavare il massimo dalle poche reti segnate incrementando l'impermeabilità difensiva. E Balla ci è riuscito. 
6) Perché è un uomo che ama davvero il Genoa e lo ha dimostrato coi fatti. Che non sono quei gesti di genoanità simpatici, utili a catalizzare l'entusiastica attenzione dei fans ma fini a loro stessi, come il non sedersi sulla sedia coi colori della Samp al termine dell'ultimo derby (trovata comunque geniale, nel suo piccolo; che qualche blucerchiato  anche illustre si sia sentito offeso è incomprensibile: dovrebbero essere proprio questi gli esempi di sano sfottò che si vanno un po' perdendo). Lo ha dimostrato tornando per la terza volta al capezzale del club a stagione in corso, senza che nelle due precedenti occasioni (2011 e 2013) fosse stato gratificato con una riconferma che si era guadagnato sul campo. 
7) A proposito di derby: perché ha frenato la caduta a precipizio nella stracittadina (le precedenti tre erano state perse) con uno 0-0 brutto ma esemplare, proprio perché ha esaltato le caratteristiche stagionali del suo Grifo: un undici magari non bello a vedersi ma terribilmente concreto e capace di neutralizzare la stragrande maggioranza degli attacchi del massimo campionato (anche Juve, Napoli e Lazio hanno faticato terribilmente contro la muraglia ligure).
8) Perché merita di essere visto all'opera con una rosa costruita su sue precise indicazioni tecnico - tattiche, lavorando in totale accordo col presidente Preziosi e soprattutto col dg Perinetti, altro uomo decisivo per la ritrovata serenità rossoblu. Ballardini ha ampiamente dimostrato di saper dare il massimo in situazioni di emergenza, capendo rapidamente le caratteristiche di squadre e uomini a lui affidati e agendo di conseguenza: se guidasse il gruppo fin da luglio, perché escludere che possa ulteriormente incrementare il suo rendimento? Mettiamo la sua concretezza al servizio di un gruppo che possa permettergli di schierare un attacco efficiente e un centrocampo con tutti i tasselli al posto giusto, e poi tiriamo le somme. 
9) Perché sono (siamo?) stanchi di salti nel buio. Dopo il primo Ballardini, si sono alternati Malesani, Marino e De Canio, con lo scandaloso risultato di una salvezza all'ultima giornata colta da una squadra qualitativamente da centroclassifica, se non di più; dopo il secondo, non si è trovato di meglio che puntare sul debuttante Liverani, un derby vinto e nulla più, prima di riaffidarsi al provvidenziale Gasperini; quel Gasperson che sarebbe rimasto volentieri a Genova, ma al quale si preferì il suo allievo Juric, non all'altezza della Serie A. Nel frattempo, i tempi per il Genoa si son fatti duri e avventurosi, la situazione finanziaria non è rosea e, insomma, di tutto in questo momento c'è bisogno fuorché di ulteriori scommesse. Nell'attesa che si concretizzi il tanto sospirato passaggio di consegne in società, Ballardini è la soluzione migliore per andare sul sicuro. 
10) Perché, dulcis in fundo, parlano i numeri, che nel calcio non sono tutto ma hanno un peso specifico enorme: 32 punti in 20 partite, appena 15 gol realizzati ma solo 12 subìti. Con questi dati, e con la salvezza di fatto in cassaforte dopo un'autentica partenza ad handicap, non sarebbe giusto scegliere un'altra strada.

lunedì 8 gennaio 2018

GENOA 2018: FINALMENTE SQUARCI DI SERENO. SI RIPARTE DA BALLARDINI, PERINETTI E PEPITO


Ballardini, Perinetti, Pepito Rossi. Sono le tre facce nuove (o quasi, pensando al mister... di ritorno) che hanno traghettato il Genoa nel 2018, aprendo squarci di sereno in un cielo rimasto a lungo plumbeo. E' un Vecchio Balordo dai nervi finalmente distesi, quello che arriva alla bizzarra sosta invernale post natalizia. D'accordo, la salvezza è ancora tutta da conquistare, ma gli ultimi due mesi hanno rappresentato un'autentica boccata d'ossigeno, al termine di un anno solare terribile. Un 2017 in cui il Grifone, più spelacchiato che mai, dopo aver toccato il fondo ha cominciato alacremente a scavare, e sembrava non volersi fermare più.
Numeri da far strabuzzare gli occhi: fino all'inizio di novembre, fino al terzo derby consecutivo perso (un'onta), in campionato ventuno (ventuno!) sconfitte (di cui quattro subite con Mandorlini trainer), sette pareggi e la bellezza di quattro (quattro!) vittorie. Un incubo, un vero incubo sportivo, disseminato di prestazioni sconsolanti e di alcune impennate di risultati (successo a Cagliari) e di gioco (primo tempo con la Juve a inizio stagione, partita intera a Milano con l'Inter prima della beffa finale) che hanno avuto effetti nefasti, illudendo Preziosi che Juric fosse comunque l'uomo giusto per la panchina rossoblù, che avesse il pieno controllo della situazione e che la squadra fosse vicina ad esprimere compiutamente le proprie doti, discrete pur se non eccezionali. 
2017: SQUADRA IN PICCHIATA - Illusioni, appunto: onestamente, non si vede cos'altro dovesse fare, il buon Ivan, per ricevere il benservito. Con tutto il bene che si può volere a una storica bandiera del recente passato genoano, con tutta la fiducia che aveva meritato dopo la promozione miracolo alla guida del Crotone, numeri e dati tecnici lo condannavano da ben prima dell'ultimo boccone amaro, la caduta autunnale nella stracittadina. Una compagine in difficoltà fisica e tattica, fragilissima dietro e nel mezzo, inconsistente davanti, e psicologicamente non del tutto consapevole del baratro che le si stava spalancando davanti, alla luce degli endorsement indirizzati al coach croato da parte dei giocatori. Un cocktail micidiale, tale da abbattere la resistenza di un toro.
MA NON E' UN GENOA SCARSO... - Onestamente, non si poteva andare avanti così. Ripeto qui quanto già scritto quest'estate in sede di presentazione del nuovo Genoa: rosa non eccelsa, costruita in maniera non razionale in alcuni ruoli, ma dotata di uomini di classe ed esperienza in misura sufficiente per guadagnarsi una salvezza più tranquilla di quella del precedente torneo. Pareva una bestemmia, la mia: era la semplice verità. Bastavano pochi ingredienti: un allenatore più esperto e (si può dire?) migliore del precedente sotto tutti i punti di vista; un dirigente in grado di riportare fiducia e linearità in società e di riavvicinarla al pubblico, dopo mesi sfiancanti in cui i vertici del club sono apparsi colpevolmente lontani e distratti, fin troppo concentrati su una trattativa di cessione finita poi in una bolla di sapone (almeno momentaneamente...). 
TORNA IL PRIMATO DELLA DIFESA - Ballardini e Perinetti hanno ristabilito la realtà delle cose: la squadra c'era, pur se lacunosa, aveva solo bisogno di lavorare in tranquillità e di essere guidata all'insegna della massima concretezza, senza voli pindarici. Un buon team di calcio si costruisce a partire dalla solidità in retroguardia, si è sempre detto in Italia: può essere vero anche oggi che l'arte nostrana del saper difendere si è impoverita, lasciando spazio a fortunati frombolieri che trovano vita fin troppo facile in terze linee dalle maglie larghissime (si veda ad esempio Spal - Lazio di sabato scorso). Da quando "zio Balla" è tornato sotto la Lanterna, in otto gare di campionato il Genoa ha segnato appena sei gol, ma ne ha subiti tre, di cui due nella stessa, sfortunata gara con l'Atalanta; Perin, il ritrovato, splendido Perin, non viene infilato da quattro partite; una squadra che ha conquistato una compattezza impensabile, e che si è portata a casa ben quindici punti, dopo averne fatti sei nelle prime dodici giornate. 
L'IMPENNATA DI FINE AUTUNNO - Certi numeri parlano da soli: dopo il derby, scommettere sulla salvezza rossoblù era azzardo da ottimisti; oggi, con sei punti di vantaggio sulla terzultima, si respira tutta un'altra aria, anche se non si può certo abbassare la guardia, visto che le avversarie sul fondo paiono tutte molto più combattive rispetto alle retrocesse dell'anno passato. Ma anche su questo versante il Genoa del new deal ha messo in cassaforte risultati importanti: quattro vittorie contro quattro rivali dirette (Crotone, Verona, il ringalluzzito Benevento e il Sassuolo che, come dicono in tanti, sarà anche là sotto per caso, ma intanto c'è, e quindi...), vittorie che al momento lo avvantaggiano in caso di arrivo a pari punti. Il Grifo ballardiniano ha trovato una sua identità: non è bello a vedersi, è sovente sparagnino, ma subisce poco, sa resistere agli assalti di squadre più qualitative come Fiorentina, Roma e Torino, e fa punti: onestamente non si poteva desiderare di meglio, impantanato com'era nei bassifondi. Il livello della manovra lieviterà, si spera, quando la classifica sarà messa in sicurezza e alcuni big sottotono raggiungeranno la migliore forma.
ROSSI LA GEMMA, LAPADULA IN RIPRESA? - E poi, ciliegina sulla torta, è arrivato Pepito: se dopo la sosta si ripresentasse almeno al 70 per cento delle sue effettive potenzialità, il Grifo avrebbe risolto buona parte dei suoi problemi. Rossi è un fuoriclasse del calcio del ventunesimo secolo, un professionista esemplare che non ha potuto toccare le massime vette della gloria perché bersagliato dalla malasorte: meritava questa chance, anche perché per lui "non può piovere per sempre". Così come merita fiducia Lapadula, sulle cui grigie prove (e sullo scarso minutaggio) ha pesato la preparazione ridotta per via della fascite estiva, a cui si è aggiunto l'infortunio al ginocchio alla terza di campionato. Nelle ultime uscite è parso in crescita, in fatto di sacrificio e partecipazione al gioco: deve ritrovare la mira, che non è poco, deve essere ancor più presente in fase conclusiva, ma ora ha due settimane di tempo per migliorare il tono fisico e ritrovare fiducia nei suoi mezzi. I due ex nazionali azzurri sono, sulla carta, due pezzi da novanta, che potrebbero tirare fuori in quattro e quattr'otto i liguri dalle sabbie mobili, a maggior ragione se coadiuvati dai guizzi di un Taraabt a cui si chiede solo più continuità. 
SPOLLI E PERIN RITROVATI - Ecco perché dico che il Genoa, così com'è, ha ancora margini di miglioramento: la risalita delle ultime gare è stata costruita sull'impenetrabilità, sulla razionale organizzazione del collettivo, sulla scorza coriacea dei recuperati Spolli e Rigoni, su un Perin che, riappropriatosi delle sue misure di campione, è al momento superiore a Donnarumma, su un Izzo sempre affidabile e su un Galabinov che ha potenza e colpi da dignitoso attaccante di categoria; se questa compagine troverà la quadra anche là davanti, se riuscirà a costruire di più e a concretizzare le occasioni che comunque sa creare, la salvezza anticipata non sarà un'impresa impossibile. 
MERCATO: UN PREZIOSI PIU' TRANQUILLO? - Il che non toglie che sul mercato appena apertosi bisognerà comunque intervenire: occorre un altro puntello per la difesa, e soprattutto un forte incontrista nel mezzo, chimera inseguita da oltre un anno; se arrivasse qualcosa anche per le corsie esterne sarebbe l'ideale, pur se Biraschi (soprattutto) e Migliore hanno fin qui dimostrato di essere qualcosa di più di alternative ai titolari. E riguardo alla prima linea, bisognerà sciogliere il nodo Lapadula: puntare ancora su di lui, come auspicato sopra (anche per valorizzare l'importante investimento fatto sull'italo-peruviano), o cercare subito una punta pronta all'uso?
MANTENERE LA CATEGORIA: OBIETTIVO IMPRESCINDIBILE - E ancora: partirà qualche big? Possibile, perché il risanamento finanziario della società rimane prioritario e per portarlo a compimento è fondamentale mantenere la massima categoria. E' questo il punto chiave della stagione: una retrocessione, pur amarissima, sarebbe comunque un boccone digeribile sul piano tecnico (anche se è un'esperienza che nessun genoano vorrebbe di nuovo provare...); in fondo ci sono passate un po' tutte le medio-piccole in tempi più o meno recenti, dalla Samp al Toro, dall'Atalanta al Bologna: è un'eventualità che rientra fra i pericoli di un campionato "storto". Ma il declassamento comporterebbe, probabilmente, rischi incalcolabili sul versante economico e gestionale. E' dunque una iattura da evitare a ogni costo. Per questo, ritengo che Preziosi, ben... indirizzato da Perinetti, quest'anno non commetterà gli errori di dodici mesi fa, quando si privò di Rincon e Pavoletti mettendo in enormi ambasce il già insicuro Juric. Ora come non mai, è il momento giusto per essere ottimisti, il che non vuol dire volare troppo con la fantasia: ma si riparte dall'impagabile Balla, dal saggio Perinetti e dai piedi fatati di un Pepito che vuole finalmente prendere a calci la sfortuna. Tre carte vincenti: non è poco, per il Grifo di questi avventurosi anni. 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

mercoledì 16 novembre 2016

DOPO ITALIA - GERMANIA: GIOVANI AZZURRI CRESCONO, PER LAPADULA C'E' TEMPO...

                                   Rugani: una sicurezza per la difesa azzurra del futuro

Ci siamo arrivati quasi per sfinimento. Sono stati necessari i tempi di attesa elefantiaci tipici dell'Italia, Paese "vecchio" per eccellenza, restio al cambiamento in tutti i settori; ci si è messo di mezzo anche qualche doloroso incidente di percorso, leggasi i gravi infortuni di Barzagli e Montolivo e la squalifica (preceduta da un netto calo di rendimento) di Chiellini, eventi imprevisti che hanno reso improcrastinabile le iniezioni di linfa verde nel tessuto azzurro. Fatto sta che, alla fine, il tanto atteso rinnovamento dei ranghi, su queste pagine invocato da tempo immemore, si è manifestato. Così, dopo il bicchiere mezzo vuoto di Vaduz, il terzo confronto con la Germania dell'anno solare ha visto in campo un'Italia sperimentale e con lo sguardo rivolto decisamente al futuro. 
I GIOVANI MOSTRANO GLI ARTIGLI - Ventura ha rotto gli indugi, ed era tempo: il conservatorismo degli esordi, la prudenza nello sperimentare nuove soluzioni, tattiche e di uomini, non ha pagato, riportandoci in stato di soggezione nei confronti della Spagna e mettendoci in posizione di svantaggio nella corsa alla qualificazione mondiale diretta, che ad oggi sembra poter passare solo attraverso una storica impresa in terra iberica, dove la nostra rappresentativa non vince dal 1949 (c'era ancora il Grande Torino in campo, poche settimane prima della sciagura di Superga). Ci sarà modo di riparlarne nei prossimi mesi: al momento, conta il fatto che si sia finalmente allargato il bacino di azzurrabili. 
Certo, rispetto a due - tre anni fa è anche cambiato, seppur impercettibilmente, il contesto generale in cui il cittì deve operare. Certi giovani perennemente condannati all'anticamera della panchina, o magari preda di eccessivi sbalzi di rendimento a causa di un utilizzo col contagocce, oggi sono finalmente delle realtà, più o meno solide. Se prima l'attacco azzurro aveva nel solo Pellè l'unica pedina di statura internazionale, condannandoci ad auspicare un ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi, ora ci sono Belotti e Immobile che nei rispettivi club giocano bene, con continuità, e timbrano regolarmente il cartellino del gol; e dietro di loro c'è un Pavoletti che rimane sempre una valida alternativa, anche se la sensazione è che il suo magic moment azzurro potesse essere Euro 2016 (ma Conte la pensò diversamente), mentre ora le gerarchie sono diverse e ben delineate. 
GLI EREDI DEL "TRIO" - Ma anche la retroguardia sembra aver trovato finalmente un paio di attendibili eredi del trio delle meraviglie juventino: a San Siro, Rugani ha fornito una prestazione di assoluto spessore, sicuro e tempista dietro e sempre pronto ad appoggiare la manovra offensiva, proiettandosi spesso e volentieri in avanti; e Romagnoli, già bene in evidenza in precedenti uscite, lo ha spalleggiato con maestria, mostrandosi attento e concentrato. Da mesi "Note d'azzurro" batteva sul tasto Rugani - Romagnoli: era inevitabile approdare a questa soluzione, e si è facili profeti ipotizzando che i due metteranno in bacheca un bel gruzzolo di presenze azzurre. 
ANCORA PROBLEMI IN FASE CREATIVA - Contro la Germania il canovaccio tattico dei nostri è stato incentrato soprattutto sul continuo sfruttamento delle fasce laterali, e in quest'ottica va segnalata un'altra nota lieta, la buona prova di Zappacosta, che già aveva mostrato notevole brillantezza contro il Lichtenstein, e che ieri, chiamato a una prova assai più impegnativa, ha confermato il suo slancio e la sua intraprendenza, sganciandosi ogni volta che se ne presentava l'occasione, anche se non sempre è stato sostenuto dalla necessaria precisione di tocco. Parlando di svecchiamento, siamo ancora a metà del guado a centrocampo, dove in assenza di Verratti è stato il veterano De Rossi a menare le danze. Non abbastanza, però, da dare la necessaria continuità in fase di costruzione del gioco, e questo spiega anche la sostanziale penuria di palle gol italiane: in pratica, il taccuino racconta del clamoroso palo colpito, quasi in finale di match, da Belotti su splendida tessitura di Bernardeschi, il quale poco prima aveva concluso debolmente fra le braccia di Leno da posizione favorevolissima; in precedenza una bella incursione di Immobile nel primo tempo (ma tiro sballato), un affondo dello scatenato Belotti chiuso con una caduta e un rigore inutilmente invocato, un destro a giro impreciso di Immobile su passaggio filtrante ancora di Bernardeschi. Il fatto che il talentino viola abbia portato un pizzico di brio in più indica ulteriormente la via: per aumentare le chances offensive di questa squadra, occorre puntare forte sulla nostra batteria di incursori, trequartisti ed esterni alti, visto che a parte Verratti non abbiamo ancora, nella zona nevralgica, centrali in grado di verticalizzare con efficacia. 
TEDESCHI MINACCIOSI "CON PARSIMONIA" - Il bilancio del martedì milanese è comunque sostanzialmente positivo: sarà anche vero che i tedeschi non hanno mostrato particolare animus pugnandi, ma nemmeno hanno tirato indietro la gamba: potevano castigarci nel primo tempo con Gundogan (tiro telefonato dopo una bella triangolazione), Goretzka (salvataggio di Buffon) e Muller (respinta di Zappacosta), han fatto centro nella ripresa con un tocco sotto misura di Volland a beffare Donnarumma, ma l'arbitro ha annullato per offside. Dunque, la Mannschaft riveduta e corretta di Low ha fatto il suo, pur senza strafare. Per i nostri "nuovi" è stata un'utile esperienza contro avversari di gran classe, l'unica cosa che davvero conti in confronti sperimentali come questo. 
I FISCHI? GENERAZIONE IRRECUPERABILE - E' l'eredità più importante e positiva lasciata dal Meazza, mentre quella negativa è rappresentata dai soliti fischi all'inno degli avversari, problema irrisolvibile perché, sul piano dell'educazione civica e della cultura, la generazione attuale, quella che in larga maggioranza frequenta oggi gli stadi italiani, è ormai perduta e irrecuperabile; occorrerebbe lavorare fin dalle scuole elementari sui giovanissimi, ma i ragazzini vanno già adesso alle partite e magari ridono, o partecipano attivamente, quando il pubblico grida "ohhhhh, merda!" al portiere avversario che rilancia il pallone, una tiritera che ieri sera ha raggiunto livelli insopportabili e che è ormai uno squallido tormentone in molti impianti della Penisola. 
VADUZ E LAPADULA - Altri spunti di questa parentesi azzurra novembrina: inutile ritornare sulla nostra tradizionale idiosincrasia alle goleade, confermata sabato scorso dopo un ottimo primo tempo: solo che questa volta si gioca davvero col fuoco, visto che le reti segnate potrebbero risultare decisive per l'ammissione a Russia 2018. Di buono c'è che, in attesa di sciogliere il nodo - Albania in primavera, nel "girone di ritorno" l'Italia giocherà in casa con Israele, Macedonia e Lichtenstein, tutti confronti da risolvere, una volta per tutte, portandosi il pallottoliere. 
Altra "pillola critica" sulla convocazione di Lapadula, tecnicamente incomprensibile. Anni fa, su queste stesse pagine, auspicai che i cittì di volta in volta in carica forzassero la mano ai colleghi di club, convocando i giovani più promettenti quando ancora non erano titolari nelle società di appartenenza, per superare l'impasse determinato dall'esterofilia dilagante nelle formazioni titolari della nostra Serie A. In quel contesto, una chiamata come quella riservata all'attaccante ex Pescara avrebbe avuto senso. Oggi no, per i motivi già detti in apertura: oggi qualcosa si sta muovendo, l'emergenza sembra essere in fase di rientro (ma non diciamolo troppo forte...), qualche nuovo virgulto si sta ritagliando importanti spazi di gloria, e soprattutto in prima linea è aumentato il numero di elementi in grado di ambire legittimamente alla maglia azzurra: per questo, chiamare Lapadula dopo poche presenze e un solo gol in Serie A è scelta priva di fondamento. Che il ragazzo si faccia strada nel Milan e confermi nella massima categoria l'inesorabilità sotto porta sciorinata in B, poi ne riparleremo. 

domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica.