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lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese. 

martedì 17 aprile 2018

GENOA VIRTUALMENTE SALVO: DIECI BUONI MOTIVI PER RICONFERMARE BALLARDINI


La grande paura è (quasi) passata. Genoa virtualmente in salvo quando mancano ancora sei turni al termine del campionato. Chi avrebbe potuto immaginare un simile lieto fine dopo quell'inizio da incubo, dopo i sei punti in dodici gare con uno Juric che pareva impotente di fronte alla deriva della squadra? Che il gruppo messo insieme da patron Preziosi non fosse così modesto era lampante, e lo avevo scritto fin dall'estate scorsa: costruito male, questo sì, con ruoli scoperti e altri sovrabbondanti, ma assolutamente non privo di talento. I puntelli messi in gennaio hanno migliorato il tono tecnico complessivo ma non risolto tutti i problemi, e appare dunque evidente come l'impresa porti soprattutto la firma del trainer subentrato, Davide Ballardini. Il quale avrebbe meritato di ricevere la fulminea riconferma, per la stagione 2018/19, un minuto dopo la conclusione della decisiva Genoa - Crotone di sabato scorso. Così non è stato e ancora sussistono dubbi sulla sua futura permanenza alla guida del Grifone. Ecco, per quanto riguarda la posizione di Note d'azzurro, desidero che dubbi non ve ne siano. Il "Balla" deve rimanere sotto la Lanterna, e cercherò di spiegarlo attraverso i classici "dieci buoni motivi per..." che tanto vanno di moda nel giornalismo d'oggidì. E allora partiamo: perché l'attuale mister deve essere riconfermato? 
1) Lo si è in parte già detto poche righe sopra: perché ha preso in mano un team disastrato moralmente dopo un anno solare costellato quasi esclusivamente di sconfitte (ricordiamo anche la seconda parte del precedente torneo, che fu grosso modo un surreale susseguirsi di rovesci anche umilianti), e ha saputo rilanciarlo senza imporre ai tifosi ulteriori tribolazioni, iniziando da subito a macinare punti pesanti come macigni.
2) Perché fin dal primo giorno da allenatore rossoblu ha avuto ben chiaro quale fosse la chiave per togliersi dalle sabbie mobili: mettere fieno in cascina sfruttando al meglio i tanti scontri diretti. Così, i primi quattro successi della sua gestione sono stati ottenuti con Crotone, Verona (in trasferta), Benevento e Sassuolo (in casa); e, a seguire, sono giunti quelli su Chievo, Cagliari e ancora Crotone. Come dire: nelle sfide per la sopravvivenza, squadra e coach sempre sul pezzo. Ma le prestazioni migliori, sul piano dell'intensità e del livello del gioco, son forse state quelle degli inattesi trionfi con Lazio e Inter: altra dimostrazione che questo Genoa ha un tasso tecnico sufficiente a tener dignitosamente testa agli squadroni, cogliendo qua e là qualche risultato insperato.
3) Perché ha capito al volo le caratteristiche della rosa del Grifo, una rosa sovradimensionata e "squilibrata", non povera di elementi di valore ma con troppi nodi tattici da sciogliere, soprattutto dalla metà campo in su. E ha rimodellato il Genoa di conseguenza, mettendo da parte gli inopportuni voli pindarici del suo predecessore e costruendo un complesso roccioso, difficilissimo da perforare. Ha così portato realismo e concretezza, valorizzando al massimo le principali qualità della squadra: un portiere da Nazionale (in questo momento Perin è superiore a Donnarumma), una difesa attenta e concentrata in ogni sua pedina. Con un reparto offensivo prigioniero di troppi dubbi e troppe incognite, e irrimediabilmente sterile, ha puntato soprattutto sull'equilibrio dell'undici, consapevole che il "primo non prenderle" fosse la filosofia più in linea con gli uomini a disposizione. Sotto la sua guida è rinato Spolli, si è affermato Biraschi, hanno offerto prove costantemente rassicuranti Zukanovic e Rossettini. E se si fosse potuto contare con costanza su Izzo, che doveva essere uno dei pilastri... 
4) Perché, sulla scorta di quanto appena detto, col suo operato a Genova ha portato al prepotente ritorno in auge, speriamo non effimero, della scuola difensiva italiana, una nobile tradizione che ha fatto le fortune del nostro movimento calcistico e che, purtroppo, nel ventunesimo secolo è andata via via disperdendosi (negli anni Ottanta e Novanta, per dire, nessuna squadra di casa nostra avrebbe subito una rimonta assurda come quella patita dalla Lazio a Salisburgo, in Europa League). Persino un Ballardini nelle vesti di apripista storico, dunque: speriamo che il seme da lui gettato non cada nel vuoto. Si obietterà: se riscoprire l'arte della difesa significa assistere a "spettacoli" come quelli offerti quest'anno dal Zena, molto meglio le terze linee ad alta... perforabilità viste negli ultimi lustri in Serie A. Ma le migliori espressioni del calcio tricolore hanno sempre mixato rigore difensivo ed efficienza offensiva nelle giuste dosi: e verosimilmente anche il livello estetico del gioco offerto da questo Genoa sarebbe stato superiore, se tutti gli ingranaggi della fase d'attacco avessero funzionato regolarmente.
5) Perché comunque, riallacciandomi al punto 4, al di là della felice scelta di "blindare" la squadra per proteggerla dagli assalti avversari, il mister ha raggiunto l'obiettivo stagionale giocando, di fatto, senza una prima linea competitiva. Lapadula fin qui fallimentare quanto a media realizzativa, non solo per demeriti suoi; Pepito Rossi scommessa finora perduta dalla società (speriamo vada meglio nel prossimo campionato, se verrà confermato); per Taarabt una manciata di buone prestazioni e nulla più, così come per Pandev, decisivo in alcune gare ma ormai appannato dal carico dell'età; Galabinov generoso combattente ma in linea di massima poco adatto alla categoria, in quanto a incisività sotto porta. In un quadro così desolante, l'unica strada era cavare il massimo dalle poche reti segnate incrementando l'impermeabilità difensiva. E Balla ci è riuscito. 
6) Perché è un uomo che ama davvero il Genoa e lo ha dimostrato coi fatti. Che non sono quei gesti di genoanità simpatici, utili a catalizzare l'entusiastica attenzione dei fans ma fini a loro stessi, come il non sedersi sulla sedia coi colori della Samp al termine dell'ultimo derby (trovata comunque geniale, nel suo piccolo; che qualche blucerchiato  anche illustre si sia sentito offeso è incomprensibile: dovrebbero essere proprio questi gli esempi di sano sfottò che si vanno un po' perdendo). Lo ha dimostrato tornando per la terza volta al capezzale del club a stagione in corso, senza che nelle due precedenti occasioni (2011 e 2013) fosse stato gratificato con una riconferma che si era guadagnato sul campo. 
7) A proposito di derby: perché ha frenato la caduta a precipizio nella stracittadina (le precedenti tre erano state perse) con uno 0-0 brutto ma esemplare, proprio perché ha esaltato le caratteristiche stagionali del suo Grifo: un undici magari non bello a vedersi ma terribilmente concreto e capace di neutralizzare la stragrande maggioranza degli attacchi del massimo campionato (anche Juve, Napoli e Lazio hanno faticato terribilmente contro la muraglia ligure).
8) Perché merita di essere visto all'opera con una rosa costruita su sue precise indicazioni tecnico - tattiche, lavorando in totale accordo col presidente Preziosi e soprattutto col dg Perinetti, altro uomo decisivo per la ritrovata serenità rossoblu. Ballardini ha ampiamente dimostrato di saper dare il massimo in situazioni di emergenza, capendo rapidamente le caratteristiche di squadre e uomini a lui affidati e agendo di conseguenza: se guidasse il gruppo fin da luglio, perché escludere che possa ulteriormente incrementare il suo rendimento? Mettiamo la sua concretezza al servizio di un gruppo che possa permettergli di schierare un attacco efficiente e un centrocampo con tutti i tasselli al posto giusto, e poi tiriamo le somme. 
9) Perché sono (siamo?) stanchi di salti nel buio. Dopo il primo Ballardini, si sono alternati Malesani, Marino e De Canio, con lo scandaloso risultato di una salvezza all'ultima giornata colta da una squadra qualitativamente da centroclassifica, se non di più; dopo il secondo, non si è trovato di meglio che puntare sul debuttante Liverani, un derby vinto e nulla più, prima di riaffidarsi al provvidenziale Gasperini; quel Gasperson che sarebbe rimasto volentieri a Genova, ma al quale si preferì il suo allievo Juric, non all'altezza della Serie A. Nel frattempo, i tempi per il Genoa si son fatti duri e avventurosi, la situazione finanziaria non è rosea e, insomma, di tutto in questo momento c'è bisogno fuorché di ulteriori scommesse. Nell'attesa che si concretizzi il tanto sospirato passaggio di consegne in società, Ballardini è la soluzione migliore per andare sul sicuro. 
10) Perché, dulcis in fundo, parlano i numeri, che nel calcio non sono tutto ma hanno un peso specifico enorme: 32 punti in 20 partite, appena 15 gol realizzati ma solo 12 subìti. Con questi dati, e con la salvezza di fatto in cassaforte dopo un'autentica partenza ad handicap, non sarebbe giusto scegliere un'altra strada.

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

lunedì 23 gennaio 2017

GENOA: DOPO L'HARAKIRI COL PALERMO, IL BUIO ASSOLUTO. URGE FRENARE LA CADUTA


Il Genoa, il buon Genoa ammirato fin quasi al termine del girone di andata, si è volatilizzato. Sparito, inghiottito da quei venti minuti di follia nel finale del match col Palermo, ultimo in classifica, con un attacco asfittico, reduce da un filotto di sconfitte da record, eppure capace, quella sera a Marassi, di rimontare dall'1-3 al clamoroso 4-3 finale. Un episodio nefasto, a ben vedere, per entrambe le contendenti: sì, anche per i siciliani, che da quella vittoria avevano forse tratto favorevoli auspici per una marcia di avvicinamento al chimerico traguardo salvezza, e che invece da allora hanno ripreso a deludere, concedendo il pari casalingo a un'altra rivale malmessa in classifica (il Pescara) e poi totalizzando zero punti contro Empoli, Sassuolo e Inter. 
SERA... NERA COL PALERMO - Ma qui si parla del Grifone, e va detto che la gravità di quella battuta d'arresto mi era apparsa subito evidente. Perché per squadre medie e piccole crolli così imprevisti (sia prima sia in corso d'opera), così rocamboleschi, così assurdi, non possono esaurire i loro effetti nell'arco di poche ore, ma pesano, inevitabilmente, su buona parte del cammino successivo. Era accaduto, si ricorderà, anche dodici mesi prima: altro capitombolo clamoroso, in casa col Carpi, che diede il là a una catena di ben sei sconfitte consecutive (cinque in campionato e una in Coppitalia, la più inconcepibile e inaccettabile di tutte, contro l'Alessandra, squadra di terza serie). Questa volta però si è riusciti addirittura a fare peggio: un classico, del resto, nella storia rossoblù. I rosanero venivano da nove ko di seguito, non avevano mai segnato più di un gol a partita, e al Ferraris erano sotto di due a circa venti minuti dalla fine. Nessuna squadra tatticamente equilibrata, mentalmente solida, tecnicamente credibile potrebbe perdere una partita in tali favorevoli condizioni. Il Genoa c'è riuscito e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. 
GOL INUTILI - Da allora, di sconfitte ne sono arrivate altre tre (più quella di Roma in Coppa), e prima c'era stata l'onorevole resa di Milano contro l'Inter, che lì per lì parve indolore. La caduta a picco è stata parzialmente frenata ieri col Crotone, ma il 2-2 interno  è un mezzo passo falso e non risolve un bel niente, avendo anzi mostrato un gioco paurosamente involuto, a tratti inesistente, e amnesie difensive costanti, che rendono inutile qualsiasi sforzo in avanti, qualsiasi gol di vantaggio, perché è ormai evidente che agli avversari, anche a quelli di caratura modesta, basta poco per farsi largo nelle larghissime maglie rossoblù e trovare facili spiragli verso la porta del non eccezionale Lamanna. Proprio come era accaduto all'Olimpico pochi giorni prima: mezz'ora anche buona, due gol e un palo colpito da Ocampos, ma nel resto del match liguri in continua balia della Lazio e quattro reti sul groppone.
SPINA DORSALE DELLA SQUADRA CANCELLATA - Sembra tutto svanito: la squadra castiga - grandi, la compagine che praticava un gioco a tratti piacevole e quasi sempre redditizio, e che poteva vantare una retroguardia di discreta tenuta. E' ciò che si è visto fino al brillante recupero con la Fiorentina, senza arrivare a citare la splendida prova d'assieme fornita con la Juve, altro evento eccezionale e irripetibile che non poteva essere lo specchio fedele della dimensione del Grifone. Quel Genoa oggi non esiste più. Le ragioni sono tante e non tutte individuabili, al momento. Una balza agli occhi: la squadra ha perduto repentinamente, nell'arco di poche settimane, larghissima parte della sua spina dorsale, per sfortuna o per superficiali scelte di mercato: Perin bloccato da un nuovo grave infortunio, Veloso a lungo ai box e solo ora in procinto di rientrare, il califfo di centrocampo Rincon e l'ex idolo della Nord Pavoletti venduti, a quanto pare, con un buon ritorno economico. In pratica l'anima genoana, in campo e nello spogliatoio, spazzata via, e per il venezuelano era forse il caso di aspettare qualche giorno prima di lasciarlo partire, o quantomeno avere celermente a disposizione già un sostituto che ne avvicinasse le qualità tecniche e agonistiche. 
MERCATO INTERLOCUTORIO - Il mercato di gennaio di Preziosi ha regalato quasi sempre sorprese positive: persino due anni fa, quando il team gioiello creato in autunno da Gasperini era stato privato di numerosi elementi di spicco (via Antonelli, Sturaro, Matri, Pinilla), vi era stata comunque la quadratura del cerchio grazie all'arrivo di uomini validi e ansiosi di mettersi in mostra quali Niang e il citato Pavoletti. In questo inizio di 2017, finora, si naviga a vista: Cataldi, giunto in prestito dalla Lazio, è un centrocampista dai piedi buoni e propositivo, che però non porta sostanza e muscoli, non può cioè colmare il vuoto lasciato da Rincon; il cavallo di ritorno Pinilla verrà utile ma ha bisogno di adeguato sostegno tattico; i due investimenti più interessanti sono quelli su Beghetto e Morosini, due dei prospetti di maggior rilievo prodotti dalla Serie B di recente, ma ancora sono in naftalina, senza contare che è tutta da verificare la totale affidabilità di Lamanna come portiere titolare a lungo termine. Dubbi anche sull'operazione Taarabt, giunto con una condizione atletica del tutto approssimativa e quindi non utilizzabile da subito. Inoltre: possibile che nessuno pensi a qualche rinforzo per la terza linea, che sarà anche mal protetta dalla mediana (la lingua batte dove il Rincon duole...) ma che ieri, ad esempio, ha preso due reti su palla ferma, quindi con uomini schierati e pronti a marcare?
JURIC: QUALI COLPE? - In sintesi: la squadra risulta al momento fortemente indebolita sia sul piano della classe pura, sia su quello della personalità, priva di punti di riferimento carismatici (Burdisso a parte). E si è avvitata in una spirale di negatività da cui solo una vittoria potrebbe trarla fuori. Ma se non si riesce a battere nemmeno il Crotone, dopo essere stati due volte in vantaggio.... Il discorso su Juric, poi, è estremamente complesso. Perché ci sono le colpe di una società che, forse convinta erroneamente di aver già sportivamente archiviato la stagione, ha fatto cassa e impostato un lavoro di prospettiva, col rischio di sottovalutare le esigenze più immediate, come in effetti sembra; e ci sono i limiti di una rosa che più di tanto non poteva offrire prima, in termini di continuità (e l'avevo sottolineato in tempi non sospetti, ossia dopo il trionfo sulla Signora) e ancor meno può offrire adesso. Ma il giovane trainer ci sta mettendo del suo, almeno questa è la sensazione che traspare all'esterno: scarsa elasticità tattica, insistenza su elementi che avrebbero bisogno di rifiatare (Laxalt pare aver perso lucidità), eccessiva prudenza nei confronti di giovani (in primis i due sopra citati) che se inseriti gradualmente forse qualcosa potrebbero dare, perlomeno a livello di entusiasmo, esuberanza, soluzioni alternative soprattutto in fase di costruzione e di finalizzazione. 
Esonero? Prima occorrerebbe mettergli in mano quel paio di pedine che mancano (un puntello dietro, un "mini Gattuso" al centro), perché non è facile guidare un gruppo che, al di là delle difficoltà contingenti (calo fisico, morale sotto i tacchi) è stato così pesantemente depotenziato e privato di uomini chiave; ma finora, da parte sua, sembrano latitare sia la praticità sia la saldezza d'animo necessarie a sciogliere nodi che sono in primis psicologici. perché, al di là dell'indebolimento, rimane una rosa con valori di rilievo (Burdisso, Izzo, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Veloso, Ninkovic, Simeone) che sulla carta non dovrebbe avere nulla a che spartire con la zona rossa della graduatoria.
CI SONO RISCHI DI CLASSIFICA? - Questo è l'ultimo punto dolente. Le preoccupazioni riguardo ai bassifondi possono sembrare esagerate. Non solo per i quattordici punti di vantaggio sulla terzultima (peraltro virtuali: mancano due partite all'appello), ma soprattutto per il rendimento di Crotone, Pescara e Palermo che continua ad essere fortemente deficitario. Raramente, a questo punto della stagione, i tre fanalini di coda avevano messo insieme una riserva così esigua di fieno in cascina. Anche se qualcuna di esse riuscisse a raddoppiare, di qui in poi, il proprio rendimento, arriverebbe attorno ai trenta punti o poco più, il che garantirebbe per tutte le altre una quota salvezza eccezionalmente bassa e, ora come ora, davvero a un tiro di schioppo. Poi tutto può essere: il Carpi dell'anno scorso, per dire, fece quattordici punti all'andata e ben ventiquattro al ritorno. Ma stavolta non vi sono segni plausibili di risveglio, e al momento risulta decisiva la caratura assolutamente modesta delle citate Cenerentole: solo il Pescara, per espressioni di gioco e quantità di talento (Biraghi, Campagnaro, Crescenzi, Verre, Caprari, mister Oddo in panca...), avrebbe i mezzi per togliersi dalle secche, ma continua ad imbarcare acqua, e allora... 
Il problema è tutto in casa genoana: nulla è impossibile, in negativo, se non si inverte al più presto il trend dell'ultimo mese e mezzo. La squadra al momento è fragile quanto le pericolanti, forse di più. Anche se le condizioni di classifica sono diverse rispetto ad allora, la lezione lasciata ai posteri dalla Sampdoria del 2011 deve'essere tenuta ben presente: ventisei punti all'andata, la miseria di dieci nel ritorno. Non significa essere pessimisti a tutti i costi: significa prendere atto di una situazione gravemente deteriorata e di un'emorragia di gioco, di fiducia, di risultati e di qualità che deve essere arginata al più presto. E certe cose è meglio scriverle adesso, in un momento in cui le critiche possono ancora mantenersi su toni sereni e c'è il margine per porre rimedio, che non quando i buoi sono già scappati dalla stalla.

lunedì 28 novembre 2016

DOPO IL TRIONFO SULLA JUVE: I PIU' E I MENO DEL GENOA A UN TERZO DEL CAMMINO


Un terzo del cammino in campionato è stato compiuto: tempo dunque di primi bilanci in casa Genoa. Debbo essere sincero: avessi scritto una settimana fa, e ne avevo pure fatto cenno su Facebook, non me la sarei sentita di archiviare come totalmente positiva questa prima, significativa parte di stagione. Poi, la strepitosa impresa contro la Juventus ha rimescolato le carte e mi ha reso più indulgente. Mi si obietterà: può una sola vittoria, per quanto prestigiosa, sorprendente e meritata come quella di ieri, far cambiare radicalmente un giudizio? Beh, radicalmente no di certo, ma parliamoci chiaro: l'impressione offerta dal Grifone al cospetto dei pentacampioni d'Italia è stata ben più che notevole. Gianni Cerqueti, a Novantesimo minuto, ha parlato di uno dei primi tempi migliori nella storia rossoblù. Con tutta la stima per il popolare telecronista Rai, certe affermazioni sono oltremodo azzardate, riferendosi a una società che ha alle spalle 123 anni di storia e di partite, e tuttavia... 
JUVE SCHIANTATA - Tuttavia, il dato oggettivo è che la formazione di Juric ha letteralmente schiantato Madama, sul piano della fisicità, del ritmo, della concretezza, persino della qualità di manovra. E lo ha fatto pur dovendo rinunciare ad elementi chiave come Veloso e soprattutto Pavoletti, che per il Genoa vanno ritenuti quasi vitali, in particolare la punta azzurra. Assenze ne aveva anche la Juve, certo, ma credo che il confronto non regga: basta dare uno sguardo all'organico a disposizione di Allegri per capire come qualche forfait, pur doloroso, possa essere tamponato con soluzioni che farebbero la fortuna di qualsiasi altro club di Serie A. 
Poi, ovvio che quando maturano certi risultati inattesi la verità va sempre cercata a metà strada: in parole povere, anche i torinesi ci hanno messo del loro, così come del resto hanno quasi sempre fatto fin dall'inizio della stagione (difficile trovare una loro partita in cui abbiano brillato di luce intensissima dal primo all'ultimo minuto); la differenza è che stavolta, come accaduto nelle due infauste trasferte a San Siro, hanno trovato una compagine abile, sveglia, svelta e tonica, e soprattutto non rassegnata al peggio, capace di metterne da subito impietosamente a nudo i limiti atletici, tattici e mentali. 
COME DUE ANNI FA? NO... - Una curiosità: anche nel felicissimo campionato di due anni fa (mancata licenza Uefa a parte...), nella prima parte del torneo il Genoa aveva messo a segno gli stessi colpacci contro le stesse grandi: Antonini e Antonelli castigarono Juventus e Milan di misura, mentre questa volta i due successi hanno assunto proporzioni decisamente più ampie, 3-0 ai rossoneri e 3-1 a Buffon e compagni. Credo però che i paragoni debbano fermarsi qua, rinviando i sogni di gloria. Il Grifone del 2014/15 non si era limitato a quei due acuti, ma aveva già dato ampie dimostrazioni di affidabilità e tenuta anche contro avversari più "terrestri", che è poi ciò che fa la differenza fra una squadra in grado di puntare in alto e una che deve accontentarsi di un piccolo cabotaggio interrotto da qualche isolato exploit. E il prosieguo confermò le favorevoli impressioni: nonostante la rivoluzione invernale di mercato, Gasperini continuò a far marciare il complesso a ritmi elevati, innalzandolo fino al sesto posto conclusivo. A quel Genoa indemoniato è casomai da paragonare la terribile Atalanta attuale, non a caso guidata dal medesimo nocchiero: vedremo se l'esito finale sarà lo stesso, tenuto conto che quello orobico, pur valido, pare un team un po' meno dotato, sul piano dei valori individuali, rispetto ai rossoblù dell'epoca (ricordiamo i vari Bertolacci, Kucka, Perotti, Niang e Iago Falquè). 
OCCASIONI MANCATE - Questo Genoa, ragionevolmente, non pare in grado di ripetere la splendida cavalcata di due tornei fa. E' una compagine dalle potenzialità notevoli, perché certi successi - boom non si ottengono per caso, soprattutto se sono sostenuti da prestazioni di così alto spessore. Ma la prima parte del campionato ha detto anche altro, e in primis che questa squadra manca drammaticamente di continuità. Il calendario è stato fin qui estremamente favorevole, però le occasioni migliori sono state gettate al vento: le mancate vittorie nelle tre gare casalinghe con Pescara, Empoli e Udinese (ma anche il derby perso contro una Sampdoria in gravi ambasce psicologiche, sfida peraltro assai sfortunata) gridano vendetta.
Scusanti di peso si possono accampare solo per il pari con gli abruzzesi, condizionato dalla clamorosa svista arbitrale sul salvataggio di mano di Zampano; ma la settimana prima era stato il Napoli a recriminare per certi episodi nel match di Marassi. Insomma, al contrario di quanto avvenuto troppo spesso in passato (anche nella citata, fausta stagione 2014/15), finora le giacchette gialle hanno avuto un'incidenza assai relativa sulle sorti del Grifo. Più pesante è stata, per l'appunto, la mancanza di killer instinct negli appuntamenti "alla portata", i black out che hanno frenato Perin e colleghi ogni volta che c'era la possibilità di spiccare il volo. 
PAVOLETTI, VELOSO E I POCHI RICAMBI - Di questo non si può certo accusare Juric, che sta anzi facendo sostanzialmente bene alla sua prima esperienza nella massima categoria: ha seguito il solco tracciato dal suo mentore Gasperini, magari con gioco meno verticale e più elaborato nonché più attenzione alla copertura. Ne risultano un maggior equilibrio complessivo ma anche un pizzico di difficoltà in più a pungere in zona gol (nonostante le occasioni arrivino), come dimostra del resto il misero score messo insieme nelle partite prima citate (Pescara, Empoli, Udinese).
Le attenuanti esistono, comunque: la solita spada di Damocle dell'infermeria, innanzitutto, con particolare riferimento a Pavoletti, che resta elemento chiave non solo come terminale ma più in generale per lo sviluppo di tutta la manovra offensiva (lo ha dimostrato chiaramente contro il Milan) e che Preziosi tenterà di trattenere fino a giugno, anche se le sirene si fanno sempre più insistenti; un Veloso che, per quanto dignitoso, anche in questa sua seconda esperienza sotto la Lanterna non riesce ad essere incisivo e carismatico nell'organizzazione di gioco come potrebbe e dovrebbe; le troppe espulsioni che hanno caratterizzato questa prima parte del cammino; e poi, una apparente inadeguatezza della rosa a livello di ricambi in determinati ruoli: è ancora tutta da dimostrare la validità a questi di livelli dei vari Orban, Biraschi, Brivio, Ntcham (spero ovviamente di essere smentito), mentre Pandev continua il suo digiuno nei sedici metri finali e Gakpè non regala più di qualche lampo. 
LE NOTE LIETE, DA RIGONI AL CHOLITO - Anche nel mezzo le alternative sono ridotte all'osso, soprattutto dal momento in cui è stato ulteriormente avanzato il raggio d'azione di Luca Rigoni, chiamato a un lavoro piuttosto sfiancante fra centrocampo e trequarti ma, in compenso, ancor più presente e pericoloso negli inserimenti in zona d'attacco. Le note liete vengono proprio dalla fascia di campo in cui si rifiniscono le azioni e si punta verso la porta avversaria: oltre al generoso ex Palermo, si stanno ritagliando spiccioli di gloria lo sgusciante Ninkovic e il virtuoso Ocampos che sta finalmente uscendo dal guscio dopo essere stato adeguatamente pungolato dal mister; ma si tratta comunque di due classe '94, e, come tali, naturali prede di quegli sbalzi di rendimento tipici dell'età più verde: possono dunque tornare utilissimi, ma difficilmente saranno sufficienti a far compiere un poderoso salto di qualità. Menzione anche per Lazovic, che però deve fare ben più dello splendido assist di ieri a Simeone  (gol del 2-0) per rimediare a tanti passaggi a vuoto accumulati anche nell'annata passata. 
Proprio Simeone jr è la novità più bella, una nuova scommessa vinta da Preziosi, una delle tante della sua turbolenta presidenza, va detto: l'impatto con la Serie A nostrana di questo giovanissimo è stato sensazionale, quattro gol pesanti, due realizzati ieri a mettere sollecitamente ko la Signora: un crack che rende il Genoa meno Pavoletti - dipendente e che deve essere accuratamente gestito, e quindi non gravato di eccessive responsabilità. Nelle retrovie, meritano una citazione soprattutto il ritrovato Munoz, un Laxalt stantuffo inesauribile ma anche capace di colpi tecnicamente esaltanti, e un Izzo sempre più sicuro di sé, solido perno del reparto difensivo. 
PROSPETTIVE - Come si vede, la squadra ha mezzi più che discreti, seppur limitati in certi ruoli. La lettura pare abbastanza semplice: c'è il necessario per un campionato dignitoso e per una salvezza anticipata (anche perché la quota di permanenza, quest'anno, potrebbe essere clamorosamente bassa: non lo dice solo la qualità delle ultime, invero assai modesta, ma la loro media punti e il conseguente rendimento in proiezione). Di alzare l'asticella, al momento, meglio non parlare: gli alti e bassi sono nemici dei grandi traguardi. Si badi, per il futuro prossimo, a muoversi in maniera oculata nella finestra di mercato di gennaio. Intanto già incombe un interrogativo: come verrà gestito il fattore Coppa Italia, tradizionale buco nero genoano (il fondo è stato toccato dodici mesi fa, con la resa di fronte all'Alessandria)? Tra pochi giorni, col Perugia, il primo verdetto. 

mercoledì 6 gennaio 2016

DOPO IL DERBY, GENOA ALLO SBANDO E SENZA CERTEZZE: SQUADRA DA CAMBIARE, TRAINER IN BILICO

                                             Gasperini - Genoa: fine di un ciclo? 

Non è vero che l'unicità del Genoa sia una leggenda alimentata da sciocche convinzioni tifoidee. E' una realtà, purtroppo. E dico purtroppo perché, nel dopoguerra, tale unicità si è quasi sempre tradotta in eventi negativi, quando non sportivamente drammatici, maturati peraltro in circostanze spesso ai limiti dell'incredibile. Unico anche quest'anno il Grifo, ovviamente: unico nel mandare a carte quarantotto previsioni e analisi consolidate. In genere, un terzo di campionato dovrebbe esser sufficiente per valutare l'effettiva caratura di una squadra; dodici, tredici giornate, dopo le quali le gerarchie di classifica hanno più o meno preso forma, e si può capire chi lotterà per i più alti traguardi, chi rimarrà intruppato nel limbo della "terra di mezzo" senza alcun obiettivo concreto da inseguire, e chi sarà invece destinato a sudare sette camicie per restare a galla.
DAL GIORNO ALLA NOTTE, DOPO CARPI - C'ero cascato anch'io, perché dopo tre mesi di torneo persino la mia proverbiale prudenza nei pronostici non può che vacillare... Alla tredicesima, il Genoa aveva piegato a Marassi il forte Sassuolo con la più gagliarda delle prestazioni sin lì fornite, trovando allo scadere del recupero il gol vittoria con Pavoletti. E io avevo sottolineato il carattere "tripallico" del team di Gasperini, capace di crederci fino alla fine, di non mollare mai, di andare oltre i limiti tecnici oggettivi imposti da un mercato rivelatosi, allo stato delle cose, fallimentare. Ecco, da quel giorno è cambiato tutto: quello che sembrava scritto come un campionato anonimo, senza squilli ma senza neanche immani triboli, si è trasformato in una via crucis. Ero purtroppo stato buon profeta scrivendo a caldo, su Facebook, che la sconfitta col Carpi rappresentava una di quelle batoste i cui effetti non si esauriscono nel giro di una settimana, e che anzi avrebbe inciso in maniera pesantissima sul prosieguo del torneo rossoblù. Un capitombolo troppo grave per non essere la spia di un malessere che stava montando e che, in men che non si dica, è esploso in maniera fragorosa.. 
Quel pomeriggio, l'assurda ingenuità di Pavoletti e la sua conseguente espulsione avrebbero anche potuto non avere conseguenze, nell'immediato del match: perché si può vincere in inferiorità numerica, giocando in casa contro la penultima in classifica e matricola della Serie A, oltretutto trovandosi in vantaggio. Con quei tre punti ampiamente alla portata si sarebbe forse visto un cammino diverso invece di questo orrendo avvio di inverno, e la gravissima assenza dell'unico attaccante efficace in rosa sarebbe verosimilmente stata assorbita con meno danni. Non è accaduto, e adesso è inutile piangere sul latte versato. 
BUIO TECNICO - Certo, da quel catastrofico scivolone in poi non è arrivato nessun segnale incoraggiante, anzi. Timore reverenziale al diapason nelle due trasferte con le grandi (e passi per l'Inter, ma affrontare col braccino l'inguardabile Roma attuale...), e, in casa, due partite disastrose: perché se si prende a pallonate il Bologna dei miracoli e si perde, e se nella partita più sentita dell'anno, il derby, si gioca per davvero solo per venti minuti (perdendo ugualmente), la situazione non è da allarme rosso: è addirittura peggiore. E non tragga in inganno la tardiva e inutile reazione coi blucerchiati, una reazione di puro stampo nervoso, favorita dall'appagamento di una rivale che si considerava evidentemente già in porto: di quell'arrembante finale, da salvare solo la certezza che Lazovic non è giocatore da Serie A, e che senza Pavo è la fine. Su ciò che si è visto prima, sull'inconsistenza tattica e fisica di ogni reparto, è forse meglio tacere per carità di patria, ma chi di dovere ne dovrà tenere adeguatamente conto. Del resto, ricordiamo che questa squadra, dopo aver concesso al Carpi l'unico successo esterno del suo asfittico torneo, era riuscita nell'impresa di farsi eliminare in Coppa Italia da una compagine di due categorie inferiori: perché, al di là delle inevitabili e retoriche lodi mediatiche all'Alessandria di turno (o allo Spezia, nel caso della débacle della Roma), una qualsiasi formazione di massima serie anche solo al 40 - 50 per cento delle proprie potenzialità non deve avere alcun problema, mai e poi mai, ad imporsi su un avversario di terza serie. Diversamente, le colpe di chi è caduto sono infinitamente superiori ai meriti dei vincitori. 
IN TROPPI SOTTO IL LORO STANDARD - Troppi, troppi davvero i segnali negativi. Lo avevo scritto nella mia ultima analisi sul Genoa: le scelte in entrata del mercato estivo si stanno rivelando totalmente sballate. Siamo quasi sui livelli della campagna acquisti 2010, a parer mio, lo dico da sempre, svolta negativa della gestione Preziosi: quattro top player acquistati, Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni, e quattro colossali delusioni (con parzialissima eccezione per il brasiliano). Questa volta, campioni non ne sono arrivati, ma da gente come Figueiras, Ansaldi, Capel, Dzemaili e Pandev era lecito aspettarsi molto, moltissimo di più, pur se per alcuni di loro il rendimento insufficiente è stato dovuto anche a sfortuna, sotto forma di gravi problemi fisici. Ma anche molti di quelli che già c'erano stanno ampiamente esprimendosi sotto tono, gente come Burdisso, De Maio, Tino Costa e, ebbene sì, anche il "divino" Perotti, che erano considerati certezze della squadra: Perin e Pavoletti, ma anche Izzo, Laxalt e Rincon han tirato la carretta fin quando è stato possibile, ma da soli non possono farcela. Leggendo questi nomi, ci si accorge che il quadro qualitativo è sì inferiore a quello del 2014/15, ma non drammatico: ciò fa ancora più rabbia e rende per molti aspetti incomprensibile (e inquietante) l'involuzione in atto. 
UNA LUCE CHE SI E' SPENTA - Al momento, il futuro non promette nulla di buono. Tutto ruota attorno alle capacità finanziarie della società, che si sanno limitate ma non si sa fino a che punto: Rigoni e Suso non bastano, la squadra ha bisogno di pesanti interventi nel cuore della difesa, sulle fasce (soprattutto a destra) e in attacco, perché allo stato dell'arte difficilmente potrà cavarsi fuori dai guai. I problemi, lo si è detto, non sono nella carenza di classe (che c'è ancora in dosi sufficienti per rimanere a galla), ma in una luce che si è spenta. La magia creatasi nello scorso campionato si è spezzata, e di questo giocatori e tecnico hanno oggettivamente poche colpe. Avevo detto che non avrei mai perdonato al joker il fattaccio della mancata licenza Uefa, e la sensazione, sette mesi dopo, è che quell'autogol abbia incrinato la credibilità del sistema Genoa e abbia tolto sicurezza a molte componenti della società: anche al buon Gasperini, che ha tutta la mia stima ma il cui sacro fuoco sembra essersi affievolito. 
DUBBIO GASP - Il suo ennesimo Genoa non ha brillantezza, spesso latita sul piano del gioco: eppure, in passato era riuscito ad ottenere risultati sensazionali anche con rose sulla carta inferiori a questa, penso al primo anno di A dopo il lungo purgatorio. Ecco, sulla questione - panchina sono onestamente molto combattuto: perché è mia convinzione che Gasperson, con una squadra adeguatamente puntellata (non rattoppata, attenzione: puntellata) potrebbe tranquillamente portare lo spelacchiato Grifone fuori dalle secche, però ciò che si percepisce dall'esterno è che al momento non abbia assolutamente il controllo, tattico e mentale, sul gruppo. Insomma, se dovessi decidere io, dopo grandi tormenti punterei ancora su di lui, ma se la società optasse per un cambio della guardia non griderei allo scandalo né mi strapperei i capelli, anche se le alternative plausibili sono al momento solo due: Guidolin e Corini. Resta il mistero di come il team da "aurea mediocritas" del primo terzo di torneo, arrampicatosi fino a quota 16 punti pur dovendo combattere con molti handicap (buchi nella rosa e infermeria piena) si sia così improvvisamente volatilizzato. Per porre rimedio ai danni fatti nell'ultimo mese ci vorrà un impegno colossale: questa corsa salvezza, ora come ora, rischia di essere difficoltosa quanto quella del Grifo raccolto da Ballardini, tre anni fa, dopo la fallimentare gestione Del Neri. Auguri. 

martedì 24 novembre 2015

IL PUNTO SUL GRIFONE A UN TERZO DEL CAMMINO: GENOA "TRIPALLICO" MA INCOMPIUTO

                                     Perotti: sempre positivo, ma può fare ancor di più

Meno tecnici, ma più... tripallici. Giunti a un terzo del cammino della Serie A, è il momento di fare il primo punto della situazione genoana. Traduco subito il termine "tripallico", forse ignoto ai più giovani e a chi non ha praticato buone letture calcistiche: lo coniò l'immaginifico Gianni Brera, a indicare un atleta, o una compagine, particolarmente dotati di carattere, di determinazione; di "attributi", insomma, per usare un'espressione inflazionata in un ambiente maschilista come quello del pallone. Ma il Grifone attuale questo è: una squadra che insegue l'obiettivo fino all'ultimo secondo di recupero, anche quando tutto sembra congiurare contro. 
FINO ALLA FINE - Tre volte in appena tredici giornate ha fatto risultato in extremis: gol vittoria di Tachtsidis contro il Chievo, pareggio di Laxalt a Torino coi granata, per finire con l'incredibile girandola di emozioni di due giorni fa al Ferraris, col Sassuolo capace di trovare l'immeritato 1-1 oltre il  93esimo e il Genoa che, rimessa palla al centro, è partito all'assalto trovando infine, con un lungo traversone di Cissokho, la testa dell'inesorabile Pavoletti per il successo a fil di sirena. Dove sarebbero gli uomini di Gasperini senza i ben cinque punti raccolti in questo modo è la classifica a dirlo; in questa sede, preferiamo sottolineare la netta inversione di tendenza rispetto al recente passato, quando spesso i rossoblù si sono trovati a pagare dazio in dirittura d'arrivo: l'esempio più clamoroso rimane la sconfitta patita contro i granata due anni fa all'Olimpico, con Cerci e Immobile giustizieri oltre il novantesimo, ma gli episodi son stati numerosi. 
MENO CLASSE - Vincere o pareggiare nei minuti di recupero non è questione di fortuna, come molti sostengono: un gol segnato al 95esimo vale quanto uno fatto al primo minuto o alla mezz'ora. E', anzi, l'espressione più genuina della grinta e dello spirito indomabile di un gruppo che, vivaddio, sa finalmente essere più forte delle avversità. Questo ci voleva, in un'annata che, ormai lo si è capito, ha proposto ai nastri di partenza un Genoa più povero di classe, rispetto a quello della splendida cavalcata 2014/15 parzialmente vanificata dalla défaillance societaria costata l'Europa League; dico parzialmente perché l'ottimo sesto posto, il gran gioco espresso e la supremazia cittadina, quelli nessuno potrà mai cancellarli. Le perdite di Bertolacci e di Falque si sono rivelate purtroppo pesantissime: se pensiamo che questi due campioncini si affiancavano, nell'organico dell'anno scorso, a due potenziali fuoriclasse come Perin e Perotti, avremo il quadro completo della forza d'urto di quella squadra; e non faticheremo a comprendere come fosse pressoché impossibile, con questi chiari di luna, trattenerli tutti e quattro sotto la Lanterna. 
MERCATO NON PREMIATO - Scrissi l'estate scorsa che il non aver ceduto alle lusinghe per il portierino e per il delizioso argentino doveva essere considerato già un successo, e resto della mia idea. Il fatto poi che Bertolacci abbia inizialmente incontrato delle difficoltà a Milano non può sollevare dubbi sulle sue doti: non è un super, ma un centrocampista che, inserito nel contesto giusto, può far impennare il rendimento della squadra e risultare sovente decisivo; certo il Milan di transizione di Mihajlovic non rappresenta il brodo di coltura ideale per un giocatore delle sue caratteristiche. Tornando al Genoa, il calo rispetto all'anno passato (sette punti in meno, al momento) è dunque imputabile anche alla partenza dei due suddetti big, un po' meno agli addii di Kucka, Edenilson e Roncaglia, tutti elementi validi ma rimpiazzabili senza drammi (soprattutto l'ultimo); il problema è che molte scelte di mercato non hanno finora pagato. 
LACUNE DIETRO E DAVANTI - Qui bisogna distinguere fra reparto e reparto. Perché con Perin e Lamanna la sorveglianza della porta non desta preoccupazioni, le fasce laterali e la zona nevralgica risultano blindate sotto tutti i profili, quantità e qualità, garretti e piedi buoni (da Cissokho ad Ansaldi a Laxalt, da Rincon a Tino Costa passando per Dzemaili), mentre in difesa e in attacco è evidente l'errore di valutazione in sede di campagna acquisti, allorquando la società non ha saputo (o potuto?) rimpolpare adeguatamente i due settori con alternative plausibili; così, dietro si è sostanzialmente aggrappati al trio Burdisso - De Maio - Izzo (gli altri sono ripieghi o adattamenti), mentre in avanti tutto ruota attorno a un Pavoletti che ha in canna una media gol anche più alta di quella attuale (cinque segnature, ma tutte fondamentali), ma che è forse troppo solo; Gakpè ha avuto buoni lampi ma può dare di più, mentre Pandev si è giocato male le sue poche chances prima di essere momentaneamente cancellato da un infortunio. 
RIFINITORI A MEZZO SERVIZIO - E i suggeritori, gli assist man? Qui il club aveva fatto il possibile, ma sono i calciatori a dover rispondere diversamente. Pur rischiando di incorrere nel delitto di lesa maestà, credo sia lecito chiedere a Perotti ancora maggiore continuità; il discorso va elevato all'ennesima potenza per Lazovic, devastante e fondamentale nel 2-2 di Frosinone ma per il resto inconsistente, e per l'attesissimo Capel,  che al di là dei problemi fisici ha finora solo regalato qualche sprazzo di gran livello contro il Milan, eppure avrebbe nei piedi il talento per far decollare il Grifone ben oltre l'anonima posizione attuale. 
MENO BRILLANTEZZA - Anche il gioco, al momento, non sgorga sempre brillante come nel precedente campionato (ma col forte Sassuolo è stata fornita una buona dimostrazione di forza, al di là del risicato punteggio). Qualche interprete diverso in campo, certo, ma non basta a spiegare la parziale involuzione, perché quest'anno rivoluzioni vere e proprie non ce ne sono state, lo zoccolo duro della squadra è rimasto pressoché immutato. Consola però il fatto che quattro delle cinque sconfitte finora incassate (troppe) siano arrivate nelle prime cinque giornate, con Gasperini oberato dal peso di un'infermeria assurdamente affollata, che lo ha costretto ad agire a lungo in emergenza. La sensazione è che quando gente come Ansaldi, Tino Costa, Lazovic e Capel, tutti al di sotto delle rispettive possibilità per diversi motivi, prenderanno a marciare a pieno regime, questa compagine possa guadagnare ulteriormente terreno. 
IL FUTURO NEBULOSO - Ma per conquistare stabilmente la parte sinistra della classifica serve altro, non molto: sul campo, uno o due difensori affidabili e un'alternativa credibile a Pavoletti. In società, maggiore chiarezza sulle prospettive di un club che, dopo il pasticciaccio Uefa, naviga in un limbo di incertezza. Cosa avverrà di qui a pochi mesi? Il mio omonimo Calabrò entrerà con nuovi capitali? Ci sono altri investitori all'orizzonte? E senza questi investitori, il solo Preziosi fin dove può spingere i suoi sforzi finanziari per sostenere tecnicamente il team? Il Genoa vive in un tempo sospeso che sembra frenare gli stessi giocatori. Un Genoa al 60 per cento. Tripallico, certo, il che basta a superare gli ostacoli di medio livello, ma con le grandi del torneo ci vuole di più. Perché il vero Grifo, tanto per dire, avrebbe fatto risultato anche contro la modesta Juve di questo avvio di stagione. Un bel passo avanti rispetto all'ultimo campionato, questo va detto in chiusura, è nel rapporto con gli arbitri, tutto sommato: finora, se escludiamo l'inconcepibile espulsione di Perotti domenica scorsa, torti e favori si sono grosso modo bilanciati, e non vi sono nemmeno stati episodi eclatanti. Una rarità, nella storia recente del Vecchio Balordo, soprattutto se torniamo con la memoria a quanto accadde dodici mesi fa da Genoa - Roma in poi.